The Crusaders – Chain Reaction


The Crusaders – Chain Reaction

I Crusaders sono uno dei gruppi più popolari dell’intero panorama musicale della musica fusion, della quale possono a pieno titolo essere considerati tra i padri fondatori. Dopo un inizio (con il nome Jazz Crusaders) negli anni ’60 ancorato ad un jazz tradizionale dalle forti tinte blues e soul, è a partire dal decennio successivo che la band svolta decisamente verso uno stile più ellettrico. La loro discografia è piuttosto vasta, tuttavia il periodo nel quale uscirono le cose migliori è quello compreso tra il 1972 ed il 1979. Uno dei più gustosi tra questi album è Chain Reaction del 1976, che trova i Crusaders al top della loro forma. Le composizioni sono tanto memorabili quanto accessibili,  così che l’album risulta essere uniformemente eccellente. Il chitarrista Larry Carlton offre alcune dei suoi più begli interventi “funkyzzando” (se mi è concesso il termine) al punto giusto gli arrangiamenti. Wayne Henderson dimostra che anche per il trombone c'è un posto nella fusion. Wilton Felder incarna un doppio ruolo, offrendo favolose esecuzioni di sassofono e poderosi riff di basso funky. Di Joe Sample non si finisce mai di parlare bene, il suo piano Fender Rhodes fornisce una base fantasiosa e grandissimi assoli. Da non dimenticare in ultimo Stix Hooper che regala un solido groove di batteria. La band sfoggia una interessante capacità di gestire diversi tipi di ritmi e di tempi, ed ogni membro ha molto spazio per mostrare il meglio sia a livello individuale che collettivo. "Collettivo" è la parola chiave di Chain Reaction, testimoniata dal suono da vera band che scaturisce da questi solchi, un suono che resterà un vero marchio di fabbrica, unico ed immediatamente riconoscibile. Si inizia con il sensuale blues di “Soul Caravan” introdotta dalle note della chitarra di Carlton, che andrà poi a chiudere in bellezza il brano. Nella parte centrale la proverbiale esplosione sonora data dalla combinazione tra il sax di Felder e il trombone di Henderson. “Creole” scorre su un tappeto ritmico sincopato, molto originale, il sax tenore è il primo degli strumenti solisti, per lasciare spazio ad una conclusione corale. “Chain Reaction” incanta da subito con il suo accattivante e vivace ritmo e ci offre l’occasione di ammirare Wayne Henderson ed il caldo suono del suo trombone. Carlton torna protagonista, mentre Joe Sample, con il  suo magico piano elettrico, non manca di ricordarci quali siano le solide basi sulle quali debba poggiare un bel pezzo. “I Felt The Love” è una ballata fatta apposta per valorizzare il sound profondo e molto soul del sax di Felder. Stile texano invece per “Mellow Out” allegra e ritmata come vuole la scuola sudista. Il brano probabilmente più bello dell’intero disco è la magnifica “Rainbow Visions”, una canzone dal medio tempo, ideale trampolino per gli assoli di Joe Sample al piano elettrico e nuovamente di Wilton Felder al sax. Suona diversa “Hallucinate” forse per la strana combinazione ritmica e l’atmosfera piuttosto inusuale, ma il rhodes di Sample è come sempre magico. Un insolito synth introduce “Hot’s It” subito seguito dal fluidissimo piano elettrico di Joe Sample che guida i giochi fino all’arrivo dell’immancabile sax. “Sugar Cone” è la classica canzone in stile Crusaders, riff di chitarra ritmica, ritmo rilassato, e melodia suonata all’unisono da fiati e tastiera. Si chiude con l’uptempo di “Give It Up” che ancora una volta suona come un brano d'insieme dove la partecipazione di tutta la band è equamente condivisa. Chain Reaction è stato uno degli album che più hanno contribuito ad attirare i giovani appassionati di rock,  soul e pop ad esplorare anche il più difficile mondo del jazz, un merito che già di per se avrebbe un’immensa valenza culturale. Se a questo sommiamo i contenuti di indubbio spessore dati dalle belle tracce contenute nell’album, insieme ad una fantastica coesione tra i membri stessi dei Crusaders, non è azzardato dire che questo disco appartiene alla ristretta cerchia degli imperdibili. Se poi riuscisse ad innescare la vostra personale “reazione a catena”  a quel punto non potreste fare a meno di andare a cercare anche gli altri bellissimi lavori del periodo dei Crusaders: Free as the Wind, Those Southern Knights, Images o Street Life. Ne varrebbe senza dubbio la pena.

Catalyst - Perception


Catalyst - Perception

I Catalyst furono un quartetto di Philadelphia il cui materiale sonoro ha precorso i tempi, anticipando il lavoro dei successivi artisti di jazz fusion. Il gruppo riscontrò  un discreto successo locale attorno al 1970 e diventò maggiormente conosciuto dopo la riedizione delle loro registrazioni su CD. Tuttavia non raggiunsero mai una reale notorietà, nonostante il fatto che il loro talento fosse innegabile. Il gruppo è stato scoperto dal produttore Skip Drinkwater, che li ingaggiò  per conto della Muse Records dopo averli sentiti suonare in un club di Philadelphia. Drinkwater stesso e Dennis Wilen hanno prodotto il loro omonimo album di debutto, uscito nel 1972 con la seguente formazione: Eddie Green (tastiere e voce), Sherman Ferguson (batteria e percussioni), Odean Pope (sassofono, flauto eoboe) e Alphonso Johnson (basso). I Catalyst  hanno poi registrato e pubblicato un secondo album sempre nel 1972 intitolato Perception, ma il bassista Alphonso Johnson aveva, a quel punto, lasciato il gruppo per unirsi ai Weather Report, ed era stato sostituito da Tyrone Brown. il quartetto, che non faceva certo musica facile ed immediata, fu paragonato agli stessi Weather Report e ai Return to Forever creandosi un piccolo seguito di appassionati. Nel 1974 uscì il terzo lavoro: Unity, sempre su etichetta Muse, che ha segnato l’avvento di Billy Hart alla batteria in aggiunta ai suoi membri principali. Del 1975 infine la pubblicazione del loro ultimo disco, A Tear And A Smile. Le scarse vendite ed una subentrata delusione verso l'industria discografica hanno portato il gruppo a sciogliersi nel 1976. La loro era musica d’avanguardia, non c’era alcuna indulgenza verso contaminazioni popolari perciò, dopo un quinquennio di attività, non ebbe una seconda opportunità. Perception è un album decisamente di jazz elettrico. I brani sono complessi ed articolati, caratterizzati da ritmiche elaborate e da assoli molto interessanti. Si inizia con la title track  di 14 minuti, veicolo ideale per il sax acido, quasi free, di Odean Pope che poi passa al flauto con toni meno nervosi. Bello l’assolo di basso di Tyrone Brown così come il finale di batteria e percussioni di Ferguson. “Uzuri” per contrasto è dolce e melodica, caratterizzata dal bel flauto aulico di Pope, peccato che duri solo tre minuti. Segue “Celestial Bodies” un nuovo numero al confine del free jazz elettrico, dominato dal lacerante sax tenore di Odean Pope a disegnare linee melodiche assolutamente ardite. L’enigmatica ”Ile Ife” ci regala un bell’intervento al Rhodes del pianista Eddie Green. Chiude questo album, probabilmente troppo corto, “Got To Be There” che è di fatto il pezzo più orecchiabile dell’intera registrazione. Come ospite alla chitarra c’è Norman Harris che è l’unico solista, niente sax: tutti gli altri  semplicemente ad accompagnare il chitarrista. Se Perception ha un difetto è proprio quello di risultare quasi incompleto a causa della sua inopinata brevità. Non a caso al momento della riedizione dei quattro album su cd, i primi due lavori sono stati uniti su un unico supporto, così come il terzo ed il quarto. La loro discografia va ascoltata come un unico, monolitico affresco di jazz fusion embrionale, i semi del quale non tarderanno a germogliare, senza che Odean Pope e compagni potessero raccoglierli. In questo modo si può senza dubbio apprezzare meglio il talento e la carica innovativa di questo oscuro gruppo di musicisti afro americani, chiedendosi al contempo come sia possibile che tanta abilità sia passata quasi completamente inosservata. I Catalyst il loro segno nel jazz contemporaneo lo hanno lasciato eccome, sempre senza compromessi verso il rock e con poca affinità anche verso il funk. Le leggi del mercato discografico e la scarsa fruibilità ne hanno comunque decretato l’inesorabile caduta nell’oblio. Il “Bollettino Meteorologico” di Zawinul e compagni così come la svolta elettrica di Miles (Davis) avevano già rubato loro la scena, forse era davvero impossibile competere.

Chase – Pure Music


Chase – Pure Music

Indicando il termine "jazz-rock" tutti probabilmente pensiamo subito a band come i Weather Report, i Return To Forever o la Mahavishnu Orchestra, oppure ad altri gruppi più commerciali come ad esempio i Blood, Sweat & Tears o i Chicago. Ma una band, ormai purtroppo dimenticata, chiamata Chase, nei primi anni '70 rivaleggiava con tutti loro, proponendo uno stile originale e ottenendo anche un discreto successo. I Chase sono una creatura del virtuoso trombettista Bill Chase che nel 1970 mise insieme questo gruppo, in un'epoca in cui  tra gli appassionati di musica cominciava a farsi strada una certo interesse per la fusion ed il jazz-rock. La formazione dava il meglio di se nelle esibizioni dal vivo dove in ogni show sembravano mettere il 100 per cento della loro energia. La loro reputazione varcò così molto presto i confini nazionali statunitensi, e ci furono tour in Europa, Africa e Asia. Alla fine del 1972, Bill Chase rimescolò il gruppo con nuovi musicisti, alla ricerca di un nuovo suono per la band che potesse funzionare musicalmente per lui ma che anche il pubblico potesse accettare con entusiasmo. Un terzo album intitolato “Pure Music”, uscì nel 1974 con questa nuova formazione. Ma l’interesse e l'eccitazione per il  primo album del 1971 si erano esauriti e il nuovo disco ricevette una tiepida accoglienza, in particolare da parte della stampa. Ciò nonostante i Chase non smisero di suonare in concerto in giro per gli States. Sarebbe stato interessante vedere dove sarebbero potuti arrivare se non fosse stato per l'incidente aereo che uccise drammaticamente il leader e mezza band, in quanto Pure Music rappresentava un drastico cambiamento di direzione nella musica di questo sfortunato gruppo. Se i primi due album non erano molto diversi dallo stile dei Blood, Sweat & Tears o dei Chicago, in questo ultimo lavoro la svolta verso la fusion è più marcata ed evidente. Piuttosto che la più semplice formula della canzone,  abbiamo qui assoli di tromba sempre trascinanti, chitarre jazzy,  tastiere pirotecniche e jam session strumentali ricchissime di fiati. Anche su Pure Music troviamo due più che dignitosi brani cantati, (Run Back To Mama e Love Is On The Way) ma è il suono vivo e bruciante dei quattro numeri strumentali che ci racconta la vera storia di questo disco. Fin dall'apertura di "Weird song n °1 " appare ovvio che questa è una band nuova di zecca, pronta a volare in nuove direzioni. L'interazione tra Chase alla tromba elettrificata e Wally Yohn al sintetizzatore è straordinaria e il suono della sezione fiati è vibrante, incredibilmente poderoso. Su "Bochawa", il leader e Jay Sollenberger rivaleggiano in bravura, cercando di superarsi l’un l’altro.  Sul brano conclusivo "Close Up Tight" ci sono ancora Chase e Yohn che duettano facendo saettare tromba e synth in un gioco entusiasmante, con un sottofondo funky che ricorda James Brown. "Twinkles" è invece una ballata rilassata, quasi una possibilità che i Chase danno all’ascoltatore per prendere fiato, visto il contenuto sempre così travolgente del resto del programma. Come una piccola ma efficiente big band il gruppo inonda tutti di note e ritmo, creando un muro sonoro di grande fascino.  In effetti Pure Music è un album inebriante, reso ancora più coinvolgente dal fatto che l’ascoltatore è consapevole che purtroppo questo sarà per sempre l’ultimo passo di questi grandi e sfortunati musicisti.

Joe Farell - Outback


Joe Farell - Outback

All’inizio degli anni ’70 Joe Farrell, uno dei più noti flautisti della storia del jazz, (ma suonava, e bene, anche il sax ed il clarinetto) firmò per la prestigiosa etichetta CTI di Creed Taylor dove rimase fino al 1976, registrando numerosi album. La produzione musicale di quel periodo combinava il suo stile hard bop con alcuni elementi pop e fusion, cosa che  lo fece diventare per un breve momento abbastanza popolare anche presso gli appassionati che non avevano familiarità con il suo precedente lavoro jazzistico. Farrell ha iniziato a suonare il clarinetto all'età di 11 anni e, dopo la laurea presso la University of Illinois nel 1959, si trasferì a New York. Nella metropoli ha avuto numerose e importantissime esperienze come ad esempio con la Maynard Ferguson Big Band (1960-1961) e Slide Hampton (1962). Inoltre ha registrato con Charles Mingus, Dizzy Reece, con Jaki Byard (1965). Senza dimenticare la Thad Jones / Mel Lewis Orchestra (1966-1969) e il gruppo di Elvin Jones (1967-1970).  È stato anche un membro della formazione originale dei Return to Forever tra il 1971 ed il 1972. Joe Farrell ebbe un periodo piuttosto creativo nel corso degli anni ’70 ed i suoi dischi da solista registrati con la  CTI ottennero buone vendite. Purtroppo Farrell è morto di cancro alle ossa nel 1986, a soli 48 anni. Outback è il secondo degli album di Joe per l’etichetta “fusion” di Creed Taylor. Registrato in quartetto nel 1972, con Elvin Jones alla batteria, Chick Corea al piano elettrico, Buster Williams al basso più il percussionista brasiliano Airto Moreira. Farrell non si limita qui a proseguire nella direzione del concettualismo jazzistico, ma sposa anche il più moderno e contaminato stile CTI. Ne esce Outback, che non è propriamente un album funky o fusion con smaccate tendenze commerciali, ma è invece soprattutto un viaggio avventuroso, un esercizio sul filo del rasoio tra composizione e improvvisazione, tra tradizione e innovazione, tra ricerca e concretezza. Sono solo quattro le composizioni registrate sull’album, tutte composte da Farrell. Il set inizia con “Outback” che da il titolo al disco. Incentrato su una serie di accordi di minore, Joe  utilizza principalmente flauto e ottavino per tessere una affascinante serie di melodie ascendenti in contrasto le armonie del piano di Corea.  Elvin Jones suona curiosamente molto più soft di quanto sia solito fare. "Sound Down" è invece un brano più vivace nel quale Farrell decide di esibirsi meravigliosamente al sax soprano. La ritmica vede Buster Williams suonare una breve linea di basso mentre Jones questa volta fa sentire molto più marcatamente la sua batteria. Ogni assolo del leader è accompagnato da una favolosa risposta pianistica di Chick Corea. "Orchid Bleeding" è una sorta di ballata giocata tutta su degli intervalli continuamente mutevoli, contrappuntati pregevolmente da Buster Williams con una serie di pizzicato di basso. I trilli e le armoniche di Farrell combinano classicismo jazz con echi di musica mediorientale. "November 68th ", evoca la "My Favorite Things" di John Coltrane  per come Joe Farrell riesce a sfruttare in profondità il registro medio del sax, donando al brano una splendida raffinatezza blues. Quello di Outback è un Joe Farrell in grande forma, al culmine della sua parabola evolutiva e circondato da eccezionali musicisti che spingono il suo volo sonoro ad un’intensità quasi inimmaginabile. Outback è uno lampo, uno schianto. Breve ed esplosivo, ispirato e affascinante. Insieme al successivo “Moon Germs”, uscito l’anno dopo è  il miglior album che Joe abbia mai registrato.

Bennie Maupin - Moonscapes


Bennie Maupin - Moonscapes

Bennie Maupin è un clarinettista, flautista e sassofonista statunitense nato a Detroit, nel 1940. La relativa fama di Maupin è data certamente dalla sua bravura come specialista del suo strumento, ma la sua notorietà deriva principalmente dal fatto di essere stato a lungo il sassofonista di Herbie Hancock (nel sestetto di Mwandishi e con gli Headhunters). Poi, naturalmente, anche per aver preso parte all'incisione dell'album di Miles Davis Bitches Brew, considerato uno dei primi album di fusion della storia del jazz. Ma sono importanti anche le collaborazioni di Maupin con  numerosi altri musicisti, tra questi Horace Silver e Roy Haynes. Bennie è dotato di uno stile di improvvisazione armonicamente molto ardito ma ha tuttavia un senso della melodia abbastanza diverso da quello di molti dei suoi colleghi. A momenti sembra possedere dei tratti stilistici simili ad esempio ad Eric Dolphy o più ancora al suo riferimento Roland Kirk. Dal punto di vista compositivo è solito creare delle brevi melodie che servono come punto di partenza per più lunghe ed articolate costruzioni improvvisative. È molto suggestivo l’uso frequente che Maupin fa del clarinetto basso, uno strumento mai troppo utilizzato e che ha invece dei colori musicali di grande impatto. Moonscapes è il terzo album solista del sassofonista di Detroit, e nonostante la volontà da parte dell’etichetta discografica di orientarlo verso un prodotto più commerciale, Maupin è riuscito nell’intento di non permettere a quelle pressioni di rovinare irrimediabilmente la sua visione musicale. La pausa di quasi un ventennio che è seguita alla pubblicazione di Moonscapes può solamente lasciare il campo a semplici congetture su quale effetto possa aver avuto, sulla carriera di Bennie, l’aver tirato dritto per la sua strada. Ma certo essersi inimicato le major discografiche deve aver pesato e non poco. L’album suona profondamente diverso dal riferimento dato dal sestetto di Mwandishi di Hancock. Viceversa la presenza di alcuni membri degli Headhunters sembra aver influenzato fortemente le sonorità ed il tenore generale di Moonscapes. In particolare la sezione ritmica, formata dal batterista prototipo del jazz funk Harvey Mason, dallo straordinario bassista Abraham Laboriel e dal percussionista Mingo Lewis contribuiscono ad infondere una maggiore dinamica ed un radicale slancio al lavoro di tutta la band ma anche alle composizioni dello stesso Maupin. Il gruppo è completato dal cristallino talento di un giovane Bobby Lyle alle tastiere e dalla presenza del chitarrista Mike Sembello. Il groove prodotto da questa formidabile riunione di artisti può essere apprezzato fin dall'inizio nei complicati riff  dove si intrecciano basso, chitarra e clavinet, base dell’ipnotico funk del brano d’apertura "Nightwatch". La musica di Moonscapes viene di tanto in tanto completata dall’uso dei synth che, con discrezione, infondono alcuni brani di una atmosfera cosmica, della quale Maupin ha sempre apprezzato le suggestioni. Come succede ad esempio in "A Promise Kept", dove subito dopo l’intro “astrale”, parte un sincopato funk, terreno fertile per il clarinetto basso del leader, che passa quindi al sax soprano per regalarci un assolo assai emozionante. Anche il breve "Crystals" che chiude l’album ritrova un inquietante scenario sottolineato dai synth sul quale il sax tenore di Maupin dipinge una struggente melodia quasi impressionista. "Just Give It Some Time" sorprende per la leggerezza e l’orecchiabilità quasi da smooth jazz e vede curiosamente protagonista anche il chitarrista Mike Sembello, normalmente utilizzato quasi solo come attivo ed ispirato motore propulsivo e ritmico. Il suo assolo non è forse memorabile, probabilmente perché un po’ fuori dal contesto, ma l’impeccabile ed emozionante assolo di sax di Maupin cattura l’attenzione ancora una volta. Bennie ci regala alcuni tra i momenti più salienti nel tributo al grande Roland Kirk con l'intensa "Farewell To Rashaan", dove si percepisce tutta l’autenticità del suo omaggio al maestro ed il trasporto spirituale dell’artista. "Sansho Shima" è un brano già registrato in precedenza che viene reinventato rispetto alla versione presente su Secrets di Hancock. L'effervescenza del drumming frenetico di Mason e le scoppiettanti linee di basso di Abraham Laboriel contagiano tutta la band, consentendo a Maupin un eccellente lavoro al sax soprano. Moonscapes rimarrà per vent’anni l'ultimo album di Bennie Maupin, che solo nel 1998 pubblicherà nuovamente qualcosa. L'ascoltatore troverà qui una raccolta di jazz elettrico molto ambizioso, ricco di suggestioni e spunti estremamente interessanti. Il suo stile molto personale, distribuito tra sax soprano e tenore, clarinetto basso e flauto, in queste sette tracce può essere apprezzato in tutta la sua forza espressiva. Moonscapes è un album che si erge molto al di sopra della maggior parte della produzione jazzistica del 1978. È un disco raro e prezioso da non lasciarsi sfuggire.

Eddie Russ - See the light


Eddie Russ - See the light

Non posso nascondere che molta della musica che mi piace di più sia concentrata nel decennio che va dal 1968 al 1978. E moltissime sono le gemme nascoste e misconosciute che difficilmente vengono alla luce a differenza di tanti successi e di innumerevoli artisti che hanno conosciuto fama e successo proprio in questo prolifico periodo. Sono quei dischi che vengono definiti "rare grooves", album difficili da reperire sia che si cerchi il cd sia che ad interessare sia il vinile. Il tastierista Eddie Russ, nativo di Pittsburgh, è certamente un nome poco noto, quanto meno lo è al giorno d'oggi, ma spero che questo post vi stimoli alla sua scoperta. L'album See the light, che a mio parere è bellisssimo, vide la luce nel 1976 negli United Sound Studios di Detroit, gli stessi dove George Clinton creò e perfezionò la sua perfetta macchina funky: i Funkadelic. Come molti lavori black dell'epoca si respira un'atmosfera vagamente astrale, legata in qualche misura ad una visione cosmologica del mondo e della razza umana. Detto questo siamo qui nel pieno di una scintillante ibridazione tra jazz, funk e disco, genuina e diretta. Eddie Russ ci delizia con un felicissimo e abbondante uso di sintetizzatori e piano elettrico, sorretti da belle e potenti linee di basso e da ritmiche molto interessanti, qualche volta latineggianti, altre volte più smaccatamente disco. Il trombettista Marcus Belgrave e il sassofonista Larry Nozero sono di volta in volta gli altri solisti. L'influenza dell'Herbie Hancock elettrico si fa sentire, così come qualche eco di Lonnie Liston Smith, tuttavia la musica di Eddie Russ resta sorprendentemente originale e non priva di un forte accento afro urbano. I suoi assoli sono trascinanti e mozzafiato, specie con l'immancabile Rhodes. Energia e fantasia, virtuose scale jazzistiche su strati di synth e ritmi quasi disco, fanno di See the light un disco godibile, gioioso, leggero e nello stesso tempo impegnato, senza mai essere eccessivamente difficile o ermetico.
Un bel salto indietro, sebbene molto attuale, a quelle feste black dal sapore psichedelico, ai pantaloni a zampa d'elefante, alle camicie colorate dai colletti improbabili, all'ispettore Callaghan e a Shaft, a tutto quel mondo colorato e un pò pazzo che tanta cinematografia americana ci ha fatto conoscere ed amare. Ma anche un imperdibile balzo verso la riscoperta della grande musica degli anni 70. Consigliato...

Banda Black Rio - Maria Fumaça


Banda Black Rio - Maria Fumaça

Banda Black Rio è uno sconosciuto gruppo funky-samba brasiliano che è stato costituito nel 1976 dal compianto sassofonista Oberdan Magalhães. E’ caratterizzato da un suono molto originale in cui il funk è utilizzato come collante per alcune particolari contaminazioni musicali, quali ad esempio uno stile tipicamente carioca come la Gafieira, ovviamente il samba, ma anche il rhythm & blues ed il jazz. La band ha avuto una formazione molto variabile, i cui protagonisti principali oltre al citato Oberdan Magalhães sono stati il trombettista José Carlos Barroso, il batterista Luís Carlos dos Santos, il tastierista Jorge Valdir Barreto , il chitarrista Cláudio Stevenson Jorge, e il bassista Valdecir Ney Machado. Il loro primo successo fu proprio il brano samba funk intitolato "Maria Fumaça", contenuto nell’album omonimo del 1977, che è l’oggetto di questo post. Il brano è stato anche il tema della popolare soap opera Locomotivas, trasmessa da TV Globo. Il disco contiene materiale originale e cover di brani famosi come "Na Baixa do Sapateiro" (di Ary Barroso) e "Casa Forte" (di Edu Lobo). I Banda Black Rio sono stati spesso accostati dalla stampa specializzata, non a torto va detto, ad altre band soul-funk come i Kool and the Gang e gli Earth, Wind and Fire pur essendo di fatto quasi esclusivamente strumentali. Rimasero sempre un fenomeno principalmente locale, tuttavia ebbero curiosamente un discreto successo nelle discoteche inglesi alla fine degli anni '90. La band ha registrato altri due album:  Gafieira Universal (RCA, 1978) e Saci Perere (RCA, 1980). Alla fine del 1980 si sono sciolti. Nel 1999, Banda Black Rio ha ripreso l’attività con una nuova formazione guidata dal figlio di Oberdan Magalhães. Recentemente si sono esibiti dal vivo anche in Italia, al celebre Blue Note di Milano. Maria Fumaça è dunque il loro esordio discografico, registrato nel 1977. La band propone un ottimo lavoro di crossover tra samba e funk, sottolineato da dei caldi e pieni arrangiamenti di fiati.  Come prevedibile dispone di un’eccellente sezione ritmica, dai colori tipicamente brasiliani, ed i membri non mostrano punti deboli nemmeno nei numerosi, immancabili ed interessanti assoli. Complessivamente ne esce un album che sorprende per la vivacità dei brani, la qualità degli arrangiamenti e una generale sensazione di positiva potenza e sapiente musicalità. La matrice brasiliana del gruppo si sente per l'allegria contagiosa, ma nella sostanza musicale non così tanto come ci si potrebbe attendere, con il risultato che l’album appare molto più vicino al funk jazz come siamo abituati a conoscerlo che non al samba o alla bossa classica. Una connotazione che a mio parere rende l’ascolto molto più piacevole e vario. A tratti può forse ricordare il gruppo funky svedese Mezzoforte (che ebbe fama e successo attorno alla metà degli ’80) e che è parimenti molto “horn drived”. L’esplorazione e la scoperta di artisti anche al di fuori degli Stati Uniti o dell’Inghilterra riserva qualche volta delle gran belle sorprese. Banda Black Rio è un progetto che fonde come nessun altro lo spirito black carioca con quello afro americano, in un sapiente mix di culture e sonorità. Ancora una volta la musica brasiliana dimostra di essere stata (e di essere tuttora) una realtà molto vitale e propositiva nell’ambito del panorama musicale internazionale.

Karma - Celebration


Karma - Celebration


I Karma sono stati una band di jazz funk attiva negli anni ’70 che ha registrato due soli album per la A&M Records. Purtroppo, Celebration e il suo seguito For Everybody sono da decenni fuori stampa, ed è ovviamente altamente improbabile che potranno mai essere ripubblicati su cd o su vinile. I membri della band non sono stati solo dei grandi protagonisti del soul e del funk degli anni’ 70. Essi erano anche artisti completi, in grado di interpretare al meglio quella musica che oggi definiremmo fusion, ovvero un jazz elettrico e leggero, in bilico tra le improvvisazioni e gli accordi più arditi e uno stile più orecchiabile e commerciale. C’era davvero del talento nella band Californiana di base a L.A., il sassofonista Ernie Watts, il trombettista Oscar Brashear, e il trombonista George Bohanon, il tastierista Reggie Andrews, il bassista Curtis Robertson, Jr. ed infine il batterista Joe Blocker. Le voci (femminili) sono di Syreeta Wright e Deniece Williams. Una tale formazione avrebbe dovuto catturare alla grande l’audience dell’epoca con un album come questo Celebration, ma purtroppo nonostante sia davvero un eccellente lavoro non è mai riuscito a decollare sul mercato discografico. La causa può derivare dal fatto che la band non ottenne mai l’attenzione delle importanti radio fm americane che si occupavano di promuovere il soul ed il funk. Questo insuccesso è un vero peccato capitale perchè in buona sostanza, si tratta di una raccolta di grandi pezzi che vanno dalla canzone funk in stile Earth, Wind & Fire come ad esempio "Karma" al passionale blues di "Well", passando per un brano di jazz-pop brasilianeggiante quale "Kwanzaa", che ricorda molto il George Duke di Brazilian Love Affair. Ma il punto davvero caldo del disco, il pezzo dove i componenti della band hanno messo in campo tutto il loro talento sono i quasi 12 minuti dell’ambiziosa mini-suite jazz "Suite Syreeta". Il brano, che si articola in vari movimenti, e che alterna atmosfere rilassate a cambi di ritmo repentini, dà infatti un ampio spazio a sax, trombe e tromboni affinchè i singoli musicisti possano dipanare una serie di magnifici assoli senza i vincoli di una durata standard. “Funk De Mambo” è probabilmente la canzone più commerciale di Celebration, come suggerisce il titolo vuole essere un mix tra funk e musica latina. “So True (Life Should Be)” vede i Karma alle prese con una ballata quasi interamente strumentale arricchita da un bell’arrangiamento e dall’uso del synth insieme ai consueti fiati, tra i quali a distinguersi è il sax del poliedrico Ernie Watts. “Amani” infine chiude l’album con atmosfere un po’ più cupe e spaziali, che ricordano a tratti la “In a silent way” di Miles Davis e questo la dice lunga sulla qualità e la maestria dei musicisti di questa band. Se vi imbattete da qualche parte in questo lp del 1976 , in qualche negozio di rarità o in qualche mercatino, non lasciatevelo scappare perché davvero merita più di un ascolto superficiale. E’ un rarissimo, dimenticato, polveroso scrigno, aprendo il quale usciranno solo delle buonissime vibrazioni.

Lonnie Liston Smith - Expansions


Lonnie Liston Smith - Expansions

Quando Lonnie Liston Smith lasciò la band di Miles Davis nel 1974 per iniziare una carriera da solista, era un artista abbastanza maturo per intraprendere la sua personale avventura musicale, allo stesso modo di tanti suoi colleghi ex allievi del genio di Alton. Ovviamente in quel momento non poteva immaginare che il suo percorso artistico sarebbe stato importante per almeno due decenni ed avrebbe influenzato lo stile musicale delle future generazioni. Il suo catalogo di album è molto vasto e la decade dei seventies è indubbiamente il periodo di massima prolificità ma anche quello con la migliore qualità. Expansions è sicuramente uno dei suoi dischi migliori, e si distingue anche per i contenuti che sono chiaramente jazzistici, ma anche ovviamente ricchi di un funk jazz venato di soul. Delle sette composizioni presenti nell’album, sei sono dello stesso Smith, più una cover del classico di Horace Silver "Peace". La band include il bassista Cecil McBee, il sassofonista soprano David Hubbard, il sassofonista Donald Smith (che si esibisce anche al flauto), il batterista Art Gore, e  i percussionisti Lawrence Killian e Michael Carvin. Lonnie da parte sua utilizza sia il piano acustico che l'elettrico e svariate tastiere. I suoi brani sono molto jazzy, ariosi, aperti, ricchissimi di groove e di tanto in tanto sconfinano maggiormente verso il funk. Ascoltando Expansions oggi, si può forse intuire che Smith non era completamente a suo agio con la direzione presa da Miles Davis nel periodo finale della loro collaborazione e tuttavia gli echi del grande maestro ci sono e non possono essere trascurati. Ma qui Lonnie Liston Smith anticipa di dieci anni lo stile che sarà proprio del cosiddetto "Smooth Jazz" senza la freddezza delle patinate registrazioni degli anni ’80 e soprattutto molto distante dalla diffusa mancanza d’immaginazione ed audacia che caratterizzerà le future versioni commerciali del jazz. Abbiamo qui un pianismo leggero e fluido, dinamico e preciso, ma mai banale, caratterizzato da quella sorta di stile liquido e spaziale che diventerà il vero marchio di fabbrica di Lonnie Liston Smith. Il groove è potente anche per via della ritmica sempre scoppiettante e ricca di colori afro caraibici.  Il disco si apre con la title track, “Expansions”, uno dei tre brani cantati da Donald Smith presenti sul disco (Gli altri sono “Peace” e “My Love”). I testi sono quelli tipici della metà degli anni '70 (amore, pace, fratellanza, gioia, unità ecc.) , ma si percepisce l’onestà e la profondità del messaggio che appare privo di ambiguità o forzature. In ogni caso Expansions è un bellissimo pezzo, in cui in realtà le parti vocali sono ridotte all’essenziale mentre gli inserti strumentali sono eccezionali a cominciare dal flauto di David Smith ma senza tralasciare lo stupendo lavoro di Rhodes di Lonnie stesso. "Desert Nights" è irresistibilmente morbida e sensuale con il pianoforte combinato con un sapiente mix di flauto e percussioni. Smith si prende un assolo fantastico riempiendolo di bellissimi passaggi giocati sul registro centrale della tastiera. Su "Summer Days" e "Voodoo Woman" il piano torna ad essere lo strumento centrale con una grazia ed una misura che risultano irresistibili, sul primo Smith usa quello acustico, sul secondo suona il suo magico piano elettrico pieno di effetti e filtri. Ma anche in questi due numeri sono da sottolineare gli interventi di sax soprano e flauto. “Peace” è invece una classica ballata jazz acustica, molto ben cantata da Donald Smith con la sua voce d'impronta black. “Shadow” mostra chiaramente cosa Lonnie Liston Smith intenda per cosmic funk, su un tappeto ritmico che sembra quasi anticipare certe dinamiche drum’n’bass, scorrono liquidi e spaziali prima il sax soprano e poi le tastiere del leader. Davvero mirabile. “My Love” chiude l’album con un’ultima ballata, che altro non è se non il tema di Expansions riproposto a velocità ridotta. In tutto l’arco della registrazione appare formidabile il contributo al basso di Cecil McBee, che disegna linee originalissime ed imprescindibili ai fini dell’effetto finale. Bravissimo a supportare tutto il progetto anche il batterista Art Gore che non è mai banale nel suo approccio. In questo importante e seminale disco ascoltiamo una vera e propria formula magica che Smith cercherà di ripetere spesso nei suoi lavori a venire. Egli sarà sempre alla ricerca del giusto mix tra funk, jazz, soul e i suoni più dance che sul finire degli anni ’70 troveranno sempre più spazio, Lonnie qualche volta è riuscito nell’intento mentre in altre occasioni è uscito un po’ troppo dalla strada maestra.  Quel che è certo è che la musica di  Expansions resta un grandissimo esempio di soul-jazz magicamente sospeso nel tempo e nello spazio, per questo suona attuale in ogni epoca.

Jerry Peters – Blueprint For Discovery


Jerry Peters – Blueprint For Discovery

Anche in questo caso parlare di rare groove non è sbagliato, anzi si tratta proprio di un disco dimenticato ed oscuro. Jerry Peters è un artista poliedrico: è infatti un produttore, un arrangiatore, un compositore, un pianista ed infine anche un cantante, ma in carriera ha all’attivo un singolo disco da solista pubblicato per giunta nel 1972 dalla Mercury Records. Dopo di che più nulla, a dimostrazione che molte volte il talento da solo non paga. Si tratta fondamentalmente di soul music, sostenuta da sontuosi arrangiamenti ricchi di archi e fiati, una collezione di nove tracce delle quali una sola, "Kuri Monga Nuie" è un brano di chiara impronta jazzistica. Di fatto è questo il brano più interessante dell’album, dal vago sapore afro, dove si può ascoltare un bell’assolo del grande Ernie Watts e dove lo stesso Jerry si esibisce al Rhodes mostrando indubbie capacità anche come musicista. Un disco che può essere visto come una sorta di riassunto sintetico delle passioni personali di Peters: dal blues di “Going In Circles” alla romantiche ballate come “If You Leave Me Now” o Long Before You And I” fino al preludio di stampo classico della stessa If You Leave Me Now, per finire con il gospel di “Lest We Forget”. Una curiosità riguarda la line-up usata per la registrazione: oltre al già citato Ernie Watts, i due batteristi usati sono due artisti che diventeranno delle star come Harvey Mason e Jeff Porcaro ed il chitarrista è parimenti un musicista di grande spessore come Dean Parks. L’album non è forse un capolavoro assoluto ma merita un ascolto. Probabilmente gli appassionati di soul e R&B lo troveranno sicuramente interessante, in particolare quelli che apprezzano la musica degli anni ’70, mentre per i fan più attenti al jazz o alla fusion sembrerà piuttosto una proposta trascurabile. Jerry Peters è molto più conosciuto per il suo talento di produttore ed arrangiatore ed in seguito avrà successo proprio in questa attività del mondo musicale, senza contare le sue collaborazioni da tastierista con molti grandissimi artisti e gruppi quali Earth, Wind & Fire, Aretha Franklin, Quincy Jones, Marvin Gaye, Natalie Cole, The Emotions, The Jacksons, Diana Ross, Deniece Williams, Gladys Knight, Al Green e Lionel Richie. Questo sfortunato esordio resterà invece dimenticato e finirà relegato nell’oblio del tempo, rispolverato solo dalla prepotente richiesta di suoni vintage degli ultimi anni. Se il mercato discografico e probabilmente lui stesso ci avessero creduto di più, forse la carriera di Peters avrebbe preso un’altra piega e ci sarebbero state buone possibilità di  conoscerlo meglio, allo stessa stregua ad esempio di un Isaac Hayes o di un Barry White. Non sapremo mai veramente che cosa avrebbe potuto regalarci, possiamo solo immaginarlo, anche grazie a questo album. Peccato.

Alphonse Mouzon – Mind Transplant


Alphonse Mouzon – Mind Transplant

Ci sono diversi batteristi che hanno contribuito a rendere, nel periodo compreso tra la fine degli anni ’60 e la fine degli anni ’70, la concreta realtà che oggi tutti conosciamo con il nome di jazz rock. In questo decennio, così ricco di ogni tipo di fermento musicale, tra i drummers, il nome che sembra catalizzare in particolare il maggior credito è quello di Billy Cobham, di cui ho già parlato esaminando il suo capolavoro “Spectrum”. Alphonse Mouzon però a mio parere non è da meno sia per la sua indiscussa maestria tecnica, sia per le capacità di composizione. Questi due mostri sacri della batteria quali sono appunto Alphonse Mouzon e Billy Cobham hanno talmente alzato il livello assoluto del loro strumento che tutti i batteristi delle successive generazioni hanno dovuto confrontarsi con la loro innegabile e straordinaria bravura. Mouzon, è doveroso ricordarlo, è stato a lungo il batterista dei Weather Report ed ha pubblicato moltissimi dischi in carriera, collaborando spesso con i più grandi nomi del jazz. Mind Transplant del 1974 è probabilmente il miglior album di Alphonse, un lavoro impegnativo, complesso, a tratti frenetico, è un vero esempio di jazz rock, quasi un manifesto. Molto del materiale è eseguito a grande velocità, frutto di tecnica sopraffina ma anche di una tendenza musicale che nel periodo si era molto affermata e dominava la scena, tuttavia non mancano alcuni momenti un po’ più rilassati. Non a caso Mouzon presenta come attrazione principale il chitarrista Tommy Bolin (lo stesso che figura in Spectrum di Billy Cobham,) un musicista che era in grado di suonare qualsiasi cosa con aggressiva e fulminea rapidità. Le melodie sono sempre nervose, e non certo di facile lettura proprio per la loro intricata struttura, ma l’album appare comunque molto solido e ispirato, carico di tensione. Alphonse Mouzon e Tommy Bolin sono un’eccellente accoppiata e si spingono a livelli di creatività ed abilità che pochi altri possono raggiungere. Cruda e potente, la musica di Mind Transplant è esattamente ciò che ha reso il jazz rock uno stile musicale così vitale, in particolar modo a metà degli anni ‘70. Non è un disco facile, Mind Transplant, come non erano facili gli album della Mahavishnu Orchestra, dei Weather Report o dei Soft Machine, e va necessariamente inserito nel contesto storico nel quale è stato composto e pubblicato. Anche per questo è una registrazione che non ha mai goduto di grande popolarità ma è comunque da considerarsi come una delle migliori opere del genere di tutti i tempi. Il drumming di Mouzon è sempre pirotecnico, si pone ai vertici della tecnica e qualche volta forse li oltrepassa per una sorta di giustificato auto compiacimento, ma siamo al cospetto di un gigante della batteria e qualche indulgenza gliela concediamo volentieri.

Frank McComb – A Tribute To The Masters


Frank McComb – A Tribute To The Masters

La carriera di Frank McComb si è consolidata attraverso un percorso complicato, ma dopo alcune traversie ed incomprensioni con le etichette discografiche “importanti”, questo grande cantante, compositore e tastierista, dal talento cristallino, ha trovato nell’indipendenza dalle majors lo spazio giusto per consegnare ai suoi numerosi seguaci tutta l’arte di cui è capace.  Ed ecco che, all'inizio di questo decennio, in virtù della sua coraggiosa scelta di auto prodursi ed avviare una sua etichetta discografica, Frank ottiene finalmente e meritoriamente un posto di rilievo nella moderna musica soul e nel jazz contemporaneo. "A Tribute To The Master" è il primo album interamente strumentale del pianista di Cleveland ed è anche il suo personale omaggio ai “Maestri” della tastiera: Patrice Rushen, Herbie Hancock, Chick Corea, George Duke, Joe Sample, Ramsey Lewis e Russell Ferrante. Un audace lavoro di impronta jazzistica che è un tributo alle sue più profonde influenze musicali. Attenzione: non si tratta di cover, bensì di tutto materiale originale firmato dallo stesso Frank. E 'estremamente improbabile che una major avrebbe acconsentito alla pubblicazione di un disco di questo genere. Un lavoro che non fa alcuno sfoggio del suo bene più prezioso, la sua voce,  in favore di nove brani jazz strumentali. Con un disco così come avrebbero potuto accontentare i suoi fan e soprattutto le richieste delle emittenti radiofoniche ? Ma è proprio la sfida ed il fascino della strada meno facile da percorrere la motivazione che ha spinto McComb nel perseguire il suo obiettivo. Pubblicare un cd che gli desse la possibilità da un lato di sfidare il suo pubblico, dall’altro mettere alla prova il suo stesso talento creativo. Nasce così un meraviglioso album che ci mostra in modo efficace un diverso approccio musicale di Frank, entusiasmante quanto quello vocale e forse ancora di più. “Diverso" non vuol dire "inaccessibile", nè significa che McComb abbia pubblicato un tipico e scontato album di smooth jazz, anzi. Come sempre, il  suo modo di suonare è meraviglioso e coinvolgente, con il risultato che possiamo così ascoltare una carrellata di memorabili omaggi  musicali dedicati ad alcuni tra gli artisti più leggendari della storia recente del jazz. L’album è tutto suonato, programmato e arrangiato in perfetta solitudine dal tastierista, senza che questo lo renda meno godibile o noioso. E' essenziale, certo, è spartano nella produzione, anche ma è sincero, onesto, appassionato ed anche originale. In ultima analisi questo cd dimostra ancora una volta ciò che è realmente Mister Frank McComb: un compositore di talento ed un musicista straordinario. Posso dire, in conclusione, che questo è un “must” per tutti coloro che apprezzano la musica sofisticata, senza tempo, la musica che riempie il cuore e l’anima di vibrazioni positive; un album da ascoltare tutto d’un fiato lasciandolo scorrere fluido come il Rhodes del nostro bravissimo Frank McComb. Altamente raccomandato.

Walter Bishop Jr. - Soul Village


Walter Bishop Jr. - Soul Village

Walter Bishop Jr. aveva  cinquant’anni quando, nel 1977, ha registrato Soul Village, il suo secondo album per l’etichetta Muse di Joe Fields. Pianista jazz per così dire operaio, nato e cresciuto ad Harlem, visse la giovinezza durante la rivoluzione del bebop e nei primi anni ‘50 suonò con la leggenda del sax Charlie Parker. Ma da ragazzo suonò anche con Art Blakey, Stan Getz e Jackie McLean, prima di debuttare da solista per l'etichetta Black Lion nel 1961. Nei primi anni '70, ha inciso un paio di apprezzati album leggermente colorati di funk, 'Coral Keys' e “Keeper of My Soul”, prima di approdare alla Muse Recors nel 1974. A lungo introvabile perché fuori stampa 'Soul Village' è stato recentemente ridistribuito su cd, facendoci scoprire un gioiello dimenticato, in grado di competere per qualità con le migliori produzioni della CTI dello stesso periodo. Le sei tracce del disco vedono Bishop rinunciare al tradizionale hard bop acustico in favore di una svolta elettrica di carattere  decisamente jazz-funk. Bishop si fa accompagnare dalla tromba di Randy Brecker, dal talentuoso chitarrista Steve Khan e dal bassista Mark Egan, che poi avrà una luminosa carriera in proprio. La band è completata dal dotato  George Young e Gerry Niewood ai sax e dalla precisa batteria di Ed Soph. Soul Village è un album bellissimo, vivo e frizzante come pochi altri, sempre interessante e ricco di spunti e brillanti assoli. 'Soul Turnaround' è un superbo brano jazz funk, magnificamente pilotato dal basso di Mark Egan e con un gran sax solo di George Young. 'Valerie' suona come una morbida ballata dalla bella melodia ed a tratti ricorda Burt Bacharach, mentre “Sweet Rosa' ha una palpabile cadenza caraibica dove Randy Brecker ci delizia con uno dei suoi assoli di tromba. Ancora diverso è il pulsante 'Philadelphia Bright', un numero nervoso e scoppiettante, guidato da un lavoro ritmico/percussivo degno di nota del piano elettrico Fender Rhodes di Bishop, arricchito da alcuni brillanti interventi chitarristici del bravo e originale Steve Khan. Davvero pieno di inventiva l’assolo di basso slap di Mark Egan e ottima la sezione fiati.  'Coral Keys', già registrata precedentemente dal pianista, propone un taglio elegante, con passaggi di fiati sapientemente miscelati ed una deliziosa tromba solista suonata dal solito Randy Brecker. Citazione particolare infine per la title track “Soul Village”, che offre un’emozionante rilettura funky di un bel brano originale, proposto in un precedente album, ma portato qui ad un livello superiore di complessità ed arricchito dal contributo puntuale dei singoli componenti della band. Va detto che Walter Bishop, alle tastiere, è eccellente in tutti i brani, nel contesto di un album che è stato ingiustamente trascurato e che merita certamente l’ascolto di un pubblico più ampio. A mio parere si tratta di un disco intrigante e molto interessante, direi essenziale per avere un quadro corretto e complessivo del jazz elettrico degli anni ’70, ma anche per puntare finalmente i riflettori su un grande pianista assolutamente sottovalutato.

Roy Ayers - He's Coming


Roy Ayers - He's Coming

Il vibrafono è uno strumento molto particolare ed affascinante ma purtroppo non è molto usuale trovarlo nelle comuni registrazioni di musica popolare. E certo non sono molti i musicisti che hanno saputo valorizzare questa incredibile percussione ritagliandosi uno spazio significativo sia nel jazz classico che nel funk. Personalmente trovo che il suo suono sia caldo e coinvolgente, sa essere etereo e spaziale ma anche scattante e nervoso. Un musicista in particolare che ha legato il suo nome al vibrafono è Roy Ayers. Partito dal jazz post-bop ha poi preso la strada del jazz funk, genere del quale è considerato uno dei pionieri. Non a caso è diventato una figura chiave del movimento acid jazz, ed è stato definito da molti come "il padrino del Neo Soul. Anche se Ayers è un artista di fama internazionale, i suoi primi album rientrano tuttavia in quella categoria denominata “rare grooves”, dato che non son in molti a conoscere la sua produzione musicale antecedente l’inizio degli anni ‘80. He's Coming, disco del 1972, cattura un Roy Ayers ancora giovane ma già artisticamente maturo che, affrancatosi dal linguaggio tradizionale, viaggia in piena evoluzione creativa. Un album nel quale Ayers si esprime in un jazz funk carico di tensione e groove e dove l'intensità del suo messaggio musicale crea forse il risultato più vibrante e strutturato della sua carriera fino a quel momento. Profondamente ispirato al musical di Broadway Jesus Christ Superstar, He's Coming è un'esplorazione delle convinzioni spirituali e sociali del vibrafonista di Los Angeles. Ma è anche un’autentica esplosione di quel sound "blaxploitation" che riporta immediatamente a tutta l’iconografia cinematografica afro americana tipica degli anni ’70, Quella di Shaft, Coffy (di cui lo stesso Ayers comporrà la colonna sonora), Superfly o Foxy Brown e molti altri.  Aiutato dal suo gruppo Ubiquity, formato da personaggi di eccellente livello come il sassofonista Sonny Fortune, il bassista John Williams, il tastierista Harry Whitaker e il batterista Billy Cobham, Ayers mette il suo vibrafono in prima linea, da carismatico leader e da virtuoso solista, facendone non il protagonista assoluto, ma lasciando anche spazio alle parti vocali e agli altri musicisti. Un esempio è la fantastica "Sweet Tears": un bellissimo brano, inquietante ibrido di jazz, funk e soul, che mostra chiaramente quale sia l'estetica musicale di Roy Ayers. “He Ain't Heavy He's My Brother” scorre rilassata e sensuale, arricchita da un bellissimo assolo di flauto.”Ain't Got Time” è un brano cantato dallo stesso Roy Ayers, in parte quasi recitato, per sottolineare l’impegno dell’artista nel campo dei diritti sociali. L’omaggio diretto a Jesus Christ Superstar è invece la bella “I Don't Know How To Love Him” il cui tema viene reso in modo molto appassionato dal vibrafono del leader. Un numero che suona quasi psichedelico è “He’s Coming” dominato dal suono acido di un organo hammond su un ritmo ossessivamente ripetitivo e concluso da un altrettanto pungente sax. Molto black, l’iconica “We Live In Brooklyn Baby”: ha un andamento diverso, molto particolare, dove ancora una volta la voce recitata di Ayers fa da contorno ad un arrangiamento molto drammatico. Capofila di un vero e proprio movimento musicale e personaggio di indubbio spessore, Roy Ayers ha innovato il vibrafono inserendolo in un contesto jazz-funk-soul elettrico tra i più interessanti degli anni ’70. He’s coming è un album sconosciuto al grande pubblico ma ricco di importanti suggestioni “acid jazz” e in qualche misura ha avuto il merito di aprire un nuovo e vitale ciclo musicale sia per Roy Ayers che per tutto il movimento jazz funk.

Dexter Wansel - Life On Mars


Dexter Wansel - Life On Mars

Dexter Gilman Wansel (nato il 22 agosto 1950) è un tastierista americano, cresciuto a Philadelphia, Pennsylvania. Ha contribuito allo sviluppo del Philly Sound e ha lavorato con i mitici produttori Gamble e Huff alla Philadelphia International Records. In carriera ha collaborato con la cantante Phyllis Hyman, The Jacksons, MFSB, Teddy Pendergrass, Patti LaBelle, The Jones Girls, Evelyn "Champagne" King, Grover Washington Jr. e Lou Rawls, tra gli altri . Ha anche scritto nel 1981 la famosa canzone diventata una hit internazionale "Nights Over Egypt" delle Jones Girls. Inoltre alcuni suoi brani sono stati più di recente campionati da artisti hip hop e rap. Wansel, a metà degli anni 1970, ha sicuramente esercitato una certa influenza sulla musica pop, sia come produttore che come performer e ha contribuito a portare nuova linfa al movimento jazz funk. Il suo album di maggior successo è stato Life on Mars, pubblicato su etichetta Philadelphia International nel 1976. Dexter ha qui ovviamente suonato tutte le tastiere, Derek Graves il  basso, mentre la voce era quella della turnista Terri Wells, al sax l'eccellente Bob Malach. La band dell’album era completata dalla sezione ritmica formata daI gruppo The Planets e cioè  Darryl Brown, Calvin Harris, Al Harrison. Negli anni ’70 la fantascienza aveva assunto una certa importanza e riscuoteva interesse sia nel cinema che nella letteratura, è quindi abbastanza ovvio che anche la musica risentisse di questa tendenza generalizzata. Ecco allora che per il suo album di debutto Life On Mars, Dexter Wansel decide di cavalcare l’onda, caratterizzando i contenuti del suo lavoro con temi legati alla Science Fiction. Ne esce un album tutt'altro che prevedibile anche se di fatto ciò che si ascolta è solamente ispirato dallo spazio, restando piuttosto lontano musicalmente da quel funk cosmico che invece si può trovare in Lonnie Liston Smith o Eddie Russ o ancora Hubert Eaves.  La traccia “Life On Mars”, che da il titolo a tutto il disco, è un inquietante e sincopato funk dove Wansel fa scintillare il suo Rhodes e scatena i synth in un’atmosfera ricchissima di groove. “A Prophet Named K.G” è ancora veloce e nervosa, con il bell’assolo di sax del bravo Bob Malach, un sassofonista decisamente influenzato da Michael Brecker. Stargazer ci porta in pieno stile Philly Sound strumentale ed è impreziosita di nuovo dal piano elettrico del leader, il cui suono come sempre incanta. Molto bello “Theme From the Planets” brano mid-tempo, molto moderno anche se ascoltato oggi,  dove sono in evidenza i synth e il sax di Malach ed appare magnifico il lavoro di arrangiatore e orchestratore di Wansel. Una citazione d’obbligo infine per “Ring Of Saturn” che è forse il numero più cosmico di Life On Mars ed uno dei più particolari ed affascinati.  Non mancano morbide ballate soul arrangiate nel classico stile di Philadelphia, canzoni probabilmente inserite per stemperare un po’ l’atmosfera jazz funk piuttosto tirata del resto dell’album e non spiazzare così l’ascoltatore più legato alla tradizione. Life On Mars è forse il migliore dei lavori di Dexter Wansel e certamente risulta essere un debutto eccellente, da inserire nel novero di quei rare grooves vintage che caratterizzarono gli anni d’oro del funk afro-americano.

Weldon Irvine - Liberated Brother


Weldon Irvine - Liberated Brother

Andando alla scoperta dei suoni e delle suggestioni vintage degli anni ’70, tra i molti artisti, spesso naif, che animavano la scena musicale ci si può imbattere in un personaggio lunatico e particolare come Weldon Irvine. Irvine, pianista / tastierista afro-americano, fu un musicista molto impegnato sul fronte politico e dei diritti civili.  Nacque a Hampton, Virginia il 27 ottobre 1943. Si trasferì a New York City nel 1965, crescendo, artisticamente parlando, nel più vitale e stimolante dei contesti possibili, quello che dal free jazz stava portando alle contaminazioni elettriche. Da sempre si è dimostrato interessato a vari generi musicali tra i quali ovviamente il jazz-funk, il jazz, l’hip hop, il funk, il rhythm and blues ed il gospel. E’ stato direttore artistico per la cantante jazz Nina Simone ed in seguito è stato un vero mentore per molti artisti hip-hop di New York, tra cui Q-Tip e Mos Def. In carriera ha al suo attivo ben 10 album ed ha composto più di 500 canzoni, e tra le altre cose ha scritto i testi per "To Be Young, Gifted, And Black", eseguita dal vivo per la prima volta dalla stessa Nina Simone sull'album Black Gold del 1970. Questa canzone è stata definita l'inno "ufficiale" del movimento per l’affermazione dei diritti civili. La sua vita ha avuto un tragico epilogo nel 2002 a New York con un drammatico suicidio avvenuto davanti al Nassau Coliseum. Il debutto di Weldon Irvine come leader, è stato questo bellissimo album intitolato Liberated Brother, che è una delle più interessanti ed iconiche espressioni del  jazz elettrico dei primi anni '70. Registrato nel 1972 con il contributo del chitarrista Tommy Smith, del bassista Roland Wilson, e del batterista Napoleon Revels-Bey l’album è innovativo per la sua moderna sensibilità venata di jazz-funk eppure resta ancora profondamente jazzistico. In Liberated Brother, Weldon Irvine traduce in musica la sua forte e non comune passione per un certo tipo di idee politiche e filosofiche estremamente progressiste creando un’opera di rara sincerità, ambizione e bellezza. La prima parte del disco si articola in brani più lunghi e più meditativi, come la canzone che da il titolo all’album, dal sapore latino e la bellissima "Blues Wel-Don" che è invece traccia molto jazzistica ed estremamente complessa, nella quale Weldon si esibisce al piano acustico. La seconda parte di questo lavoro richiama una maggiore attenzione, brani come "Mr. Clean" e "Sister Sanctified" ricordano il Miles Davis elettrico o i primi Weather Report e vedono l’uso intensivo del piano elettrico e dei synth. Ed ecco che la musica raggiunge una fantastica compiutezza ed una mirabile profondità, allorchè tutti gli elementi di jazz, soul, funk e psichedelia emergono bilanciati prepotentemente in un connubio potente e molto suggestivo. "Juggah Buggah" ci presenta anche Weldon Irvine esibirsi con il sintetizzatore Moog, espandendo ulteriormente le frontiere di un  album già molto interessante. Liberated Brother può essere considerato a tutti gli effetti un vero e proprio manifesto di quello che oggi viene definito “rare groove”. Di sicuro è un disco di grande spessore e rappresenta al tempo stesso un ottimo punto di partenza per la riscoperta di tutto quel mondo musicale costruito dai molti musicisti attivi tra la fine degli anni ’60 e la fine degli anni ’70 che non raggiunsero mai gli onori della cronaca o la fama internazionale, ma furono lo stesso in grado di produrre indimenticabili testimonianze della loro arte.

James Mason – Rhythm of Life



James Mason – Rhythm of Life

Gli appassionati cultori dei rare grooves  ritengono che Rhythm of Life di James Mason sia da considerarsi una sorta di disco di culto. Vediamo di scoprire qual è la ragione di questa riscoperta.Tanto interessante quanto sconosciuto è un album fondamentalmente funky ma fortemente caratterizzato da uno spirito soul, in una sintesi (vogliamo chiamarla fusione?) tra una sorta di R&B progressivo e quella voglia di dance che cominciava a sbocciare prepotentemente attorno alla seconda metà degli anni ’70. Non è certo musica per puristi del jazz, che compare molto sfumato in queste tracce vintage, ma chi ama i deep grooves del Donald Byrd dello stesso periodo o quelli di Roy Ayers, nella band del quale lo stesso Mason ha suonato, capirà subito perché questo album è considerato un piccolo capolavoro dai seguaci dell’acid jazz. Ariose ballate soul e potenti ritmi up-tempo caratterizzano questo lavoro del 1977, beneficiando del talento proprio di Mason sia nel comporre canzoni intriganti che del suo gusto innato per l’uso di accordi ricchi e corposi. James Mason suona tutte le chitarre e vari tipi di synth vintage oltre che l’immancabile ed onnipresente piano elettrico Fender Rhodes. E’ dunque in gran parte responsabile per la parte strumentale di ogni singola traccia di questo disco. Va anche detto che Mason è un bravo e dotato musicista quando sceglie di essere protagonista, ma in effetti la sua attenzione è più rivolta alla creazione di valide ed interessanti composizioni, di sontuosi arrangiamenti, senza mai, in tutto ciò, dimenticare il ritmo. Il risultato è che le tracce più veloci risultano molto jazz-funk, suonate a ritmi davvero impressionanti sempre sottolineate dal bel basso tambureggiante di Gene Torres. Inoltre la presenza della voce di Clarice Taylor infonde un’atmosfera molto soul a questo Rhythm of Life.  Tuttavia le canzoni dell’album non sono solo un superficiale esercizio di ritmo e groove ma sono estremamente strutturate e complesse, donando un piacevole senso di maggiore profondità a tutto il lavoro. Almeno quattro dei dieci brani che compongono questo album sono diventati degli standard di successo nei club dove si coltiva il culto dei rare grooves e sono "Sweet Power Your Embrace," "Free," "Funny Girl," and "Slick City". Rhythm of Life, canzone che da il titolo al disco è la punta di diamante di questo vero e proprio trionfo del vintage sound. Dischi come questo, orecchiabili, funky, riccamente strutturati, gioiosi e trascinanti sono uno dei motivi per i quali è nato e ancora vive il movimento acid jazz.  Dal momento che le qualità di questo tipo di musica non sono certo molto apprezzate dai jazzisti più accaniti, potrebbero facilmente essere consegnate all'oblio, ed in parte forse è stato proprio così.  Per fortuna, oggi si riscoprono sempre di più le piccole grandi gemme di quel fantastico periodo storico. Ed è così allora che anche un album così “raro” e dimenticato può tornare a riscuotere interesse e avere in qualche misura una seconda vita.

Hubert Eaves – Esoteric Funk


Hubert Eaves – Esoteric Funk

Ritorno a parlare di rare grooves e lo faccio andando a pescare un misconosciuto mago delle tastiere di nome Hubert Eaves.  Eaves negli anni ‘70 era ben noto nell’ambiente musicale come valido e apprezzato session man, ma era altrettanto sconosciuto al grande pubblico. Voglia di sperimentazione, un’ottima tecnica, l’ampia gamma di sonorità che poteva offrire ne fecero ben presto una scelta ambita per un ampio ventaglio di artisti di svariati generi musicali. Questa meritata fama di bravo tastierista tra gli addetti ai lavori non sfociò mai, di fatto, in una vera e propria carriera da solista. In effetti esiste un solo album a suo nome, questo Esoteric Funk che, pur essendo un gioiellino del funk-jazz, sono in pochi a conoscere. Hubert Eaves lo registrò per l'etichetta Inner City nel 1976 con i membri della band di Miles Davis,  Reggie Lucas e Mtume e altri straordinari musicisti come René McLean e Malachi Thompson. Eaves si esibisce con ogni tipo di tastiera all’epoca conosciuta: dall’ARP al Moog, dal Rodhes al piano Steinway. Con sei brani da lui stesso composti e arrangiati,  il leader disegna un ricco quadro di solidissimo funky permeato di jazz e di soul, ma non privo di una venatura di esoterismo e oniricità che ben si riflettono nel titolo stesso dell’album. Il groove domina la scena, l’atmosfera è tipicamente seventies, a cavallo tra la colonna sonora di un poliziesco e le feste psichedeliche piene di colletti improbabili, pantaloni a zampa d’elefante, colori vivaci e acconciature afro. Due esempi tra le sei tracce: "Call to Awareness" che all’inizio scorre rilassata, con un magico Rhodes a suggerirne l’atmosfera quasi spaziale, per poi esplodere in modo inaspettato pilotata da una bella linea di basso e con i fiati a sottolinearne il groove prettamente jazzistico. E "Slow Down" che è invece strutturata su una serie di crescendo legati insieme da una dinamica piattaforma di piano acustico. Il resto dell’album è comunque molto variegato e in qualche misura sorprendente per la qualità, la complessità ed anche l’originalità della proposta musicale. Era un epoca d’oro per questo genere e non è certo un caso che gli amanti dell’acid jazz continuino a cercare avidamente nel repertorio degli anni '70 alla ricerca di lavori dimenticati ma ricchissimi di spunti, contenuti, sonorità e ritmi che la scena musicale attuale può soltanto cercare di imitare. Hubert Eaves con il suo “funk esoterico” e le sue magiche tastiere ne sono un bellissimo esempio.

Michael Franks - Time Together


Michael Franks - Time Together

Non nascondo di essere un grande ammiratore di Michael Franks, da moltissimi anni. Mi è sempre piaciuto il suo modo di comporre, la sua abilità nel scegliere collaboratori ed arrangiatori, il suo genuino impegno ed infine la sua straordinaria originalità. Non esiste un altro Michael Franks ne mai esisterà. Michael è comunque un artista che tocca la sensibilità della maggior parte degli appassionati di jazz, pop e adult contemporary music. Oppure per contro scatena sentimenti opposti. Il suo approccio musicale profumato di jazz è unico, profondamente influenzato dalla musica brasiliana, ispirato dal dolce vento creativo californiano, ma anche straordinariamente romantico, languido eppure sempre fresco e positivo. E’ lo stile Michael Franks, un marchio di fabbrica. Time Together è la sua prima registrazione di nuovo materiale dopo cinque anni di silenzio e ad oggi il suo ultimo album. Il tempo non ha cambiato il suo modo di creare musica e atmosfere. Time Together è un arioso ed ottimista affresco sull'estate, intesa come stagione ma soprattutto come stato d'animo. Michael lo dipinge con le note e con le parole, facendoci volare da St. Tropez a New York, da Parigi all’Egitto, da Rio a Chicago. Si viaggia attraverso un passato un pò nostalgico e ci si ritrova nel momento presente, con intelligenti ed ironiche osservazioni sulla vita, accompagnati da belle melodie e dalla pigra e caratteristica voce del solista. Franks distribuisce la produzione e gli arrangiamenti dell’album tra Charles Blenzig, Gil Goldstein, Chuck Loeb, Scott Petito, e Mark Egan. Il resto del cast internazionale di questo set di undici canzoni comprende vecchi amici e nuovi collaboratori: David Spinozza, Mike Mainieri, David Mann, Eric Marienthal, Till Brönner, Alex Spiagin, Jerry Marotta, Billy Kilson, Romero Lubambo, Clifford Carter e la corista Veronica Nunn. Time Together è un disco lucido e rilassato senza essere mai eccessivamente melenso. Al solito è arrangiato e suonato in maniera impeccabile e, cosa che non guasta, è registrato davvero molto bene. Il lavoro si apre con "Now that the summer’s here", una bossa che è come una sorta di inno alla pigrizia estiva di ispirazione brasiliana, con ottimi assoli di tromba di Till Bronner e di sax contralto di Eric Marienthal. L’intervento di Chuck Loeb include una combinazione perfettamente bilanciata di chitarre acustiche ed elettriche. "One day in St. Tropez" riporta alle canzoni più belle del repertorio di Franks con il fantastico apporto al pianoforte di Gil Goldstein, e straordinarie presenze al basso di Greg Cohen e la magica chitarra acustica di Romero Lubambo. La canzone evoca gli indimenticabili momenti d’oro della bossa classica degli anni sessanta, mentre il testo del cantante, così esoticamente ricco e nostalgico ci rimanda ad un romantico e lontano viaggio in autostop  nel sud della Francia. “Summer in New York” vira su toni più squisitamente americani, illuminata da bellissimi contrappunti trombettistici di matrice jazzistica, portandoci a spasso per i quartieri e le attrazioni newyorkesi.  "Mice" è un lento e sensuale brano, divertente, ironico e metaforico, splendidamente arricchito dal vibrafono di Mainieri. "Samba Blu" è un'altra delle tracce più interessanti dell'album, una bossa che racconta la storia di un amore vissuto a Parigi, senza un briciolo di retorica e senza scadere nel mellifluo. Questo grazie alle belle liriche di Michael ed ad una melodia ancora una volta accattivante. "My Heart Said Wow" è un duetto con la brava Veronica Nunn, e fa bella mostra qui un intenso assolo di tromba di Spiagin. "Feathers From An Angel's Wing", è la più lunga e forse più bella traccia dell’album, arrangiata da Mark Egan, il cui basso fretless fa da liquida introduzione al brano mentre le chitarre di Chuck Loeb, le tastiere di Clifford Carter, e la batteria di Joe Bonadio condiscono il tutto con estrema eleganza. “Charlie Chan in Egypt” richiama i film degli anni trenta e la serie tv in bianco e nero degli anni cinquanta con protagonista il famoso detective e lo fa con quella tipica atmosfera jazzy tanto retrò quanto moderna, mentre la voce di Michael è più pigra e sussurrata che mai. Time Together è infine la bellissima e straziante dedica di Michael alla sua amata bassotta Flora, morta poco prima dell’uscita del disco.  Chiunque abbia amato nella sua vita un animale domestico non può non commuoversi davanti a tanta dolce e malinconica poesia. Il  quadro impressionista dipinto da Franks può essere considerato a tutti gli effetti contemporaneo, ma la sua musica è tuttavia senza età. Time Together può essere la colonna sonora di un’estate o di una vita poichè la formula di Michael è sempre la stessa. Non cambia ed in ultima analisi non importa. Davanti a tanta poesia e tanta delicata dolcezza il cuore magicamente si apre e ancora una volta Michael Franks riesce a riempirlo con semplicità e passione. Il “tempo insieme” è bellissimo con in sottofondo uno come lui.

Fourplay – Esprit De Four


Fourplay – Esprit De Four

I super gruppi, intesi come l’unione di alcuni musicisti considerati tra i migliori del loro strumento, sono il sogno  di tutti gli appassionati. Tuttavia in passato, soprattutto nel progressive rock, hanno spesso deluso le aspettative di quelli che pregustavano grandi cose e si sono ritrovati al cospetto o di operazioni commerciali o di semplici contenitori di virtuosità fine a se stessa. Non è questo il caso dei Fourplay, nati dalla volontà di Bob James (piano-tastiere), Nathan East (basso-contrabbasso) e Harvey Mason (batteria) inizialmente completati da Lee Ritenour (chitarre) e poi in seguito alla fuoriuscita di quest’ultimo, da Larry Carlton (chitarre). Per oltre 20 anni, questo incredibile insieme di talenti cristallini ha prodotto grande musica, con una classe unica ed una raffinatezza impareggiabile. Col passare del tempo i Fourplay hanno maturato un approccio sempre più coerente ed intrigante nell’interpretazione del jazz contemporaneo, inanellando uno dopo l'altro numerosi album di successo. Quando i tre membri fondatori, nel 2010, hanno aggiunto alla band il chitarrista Chuck Loeb in occasione dell’uscita dell’album Let’s touch the sky, il gruppo ha raggiunto forse il suo miglior equilibrio e la sintesi perfetta tra contenuti ed esecuzioni. Con una nuova iniezione creativa data dal navigato e bravissimo chitarrista, i Fourplay raggiungono probabilmente lo zenit delle loro potenzialità espressive. Ecco allora che con questo Esprit de Four, i quattro musicisti pur rimanendo comunque molto accessibili e gradevolmente orecchiabili, fanno un ulteriore passo avanti confermandosi come il miglior gruppo di questo tipo del panorama mondiale. La loro estetica musicale è stata e rimane profondamente contemporanea, direi canonicamente smooth jazz, ma le composizioni, le improvvisazioni, le melodie e le armonie, così come le ritmiche sono ormai assurte ad un livello di perfezione formale davvero mirabile. Il gusto, l’equilibrio e la complessità della loro musica vanno anche al di là di un discorso di genere, diventando in qualche misura universali. "December Dream" di Chuck Loeb evidenzia bene il concetto. Si tratta di un’ariosa composizione che intreccia folk, pop, jazz in maniera perfetta. Lo scintillante lavoro batteristico di Harvey Mason mette in evidenza l'interazione tra Bob James e lo stesso Loeb, mentre la linea di basso di Nathan East pervade di groove il tutto in modo irresistibile. Su "Sonnymoon," il basso del grande Nathan è profondamente funky, e va a sottolineare il perfetto dialogo tra gli accordi ricchi di colore di Loeb e la meravigliosa consistenza del caldo pianoforte elettrico James, Harvey Mason è lì a scandire perfettamente il numero con i suoi inconfondibili breakbeats. Sebbene sui precedenti dischi dei Fourplay gli interventi vocali siano stati numerosi, qui ne troviamo solo due: la bella, blueseggiante, quasi notturna composizione di East "All I Wanna Do", e la romantica canzone di Bob James "Put Our Hearts Together," cantata splendidamente da Seiko Matsuda. Lo stesso brano viene poi proposto anche in versione strumentale. E’ una dedica appassionata e struggente al Giappone, scritta subito dopo il dramma del terremoto e del conseguente tsunami. La versione strumentale differisce da quella vocale in modo sorprendente: inizia come un pezzo pop classico,  lascia il posto ad un intreccio melodico molto particolare ed infine diventa una sorta di jam session post-bop con un grande assolo di piano di James. Esprit de Four è un brillante esempio di come il jazz contemporaneo dovrebbe essere ma è anche un fantastico e riuscito sforzo di collaborazione e di interplay di quattro delle stelle più luminose del firmamento musicale odierno. Sono quattro grandi solisti che suonano meravigliosamente, si ritagliano il loro spazio senza mai prevalere l'uno sull'altro, in un connubio creativo all'insegna dell'equilibrio, dando ognuno il meglio di se in funzione del risultato finale. Una vera band in grado di ergersi ad un livello altissimo e di diventare un riferimento per qualsiasi altro musicista. Impossibile non apprezzarli.

Bob James - Ivory Coast


Bob James - Ivory Coast

Bob James è un grande pianista, un notevole compositore e cosa non trascurabile, vanta uno stile molto personale e riconoscibile. Partendo dalla lezione dei maestri del piano jazz (Bill Evans su tutti) Bob si è via via evoluto ed il suo linguaggio artistico ha progressivamente abbandonato il filone classico del jazz mainstream per virare sempre più decisamente verso quei territori definiti "fusion". Ciò non significa necessariamente una caduta di qualità o una visione esclusivamente commerciale. James infatti, a partire dal 1973-74, ha prodotto una serie di lavori di notevole qualità e pur con le cadute ed gli inevitabili momenti meno riusciti si è distinto in questi 40 anni di carriera per più di alcune gemme indimenticabili. Una ricerca continua di una sorta di perfezione stilistica e tecnica. Ivory Coast, del 1988, arrangiato e prodotto dallo stesso James  è composto da sei brani di cui cinque composti da Bob. L'album è dedicato a sua moglie e l'atmosfera è rilassata e romantica senza mai scadere nel melenso o nel banale. Il clou della registrazione, però, è l'importante lavoro solista dal sassofonista Kirk Whalum (un talento vero, autore di album solisti di notevole pregio) su una composizione non di James, "Rosalie". Whalum è anche in grande evidenza sulla energetica "Yoghi's dream", bellisssima. Il  lavoro del flautista Alexander Zonjic è degno di nota in diverse tracce, tra cui l'opener "Ashanti", dove lo stesso Bob James mette in mostra la parte migliore del suo pianismo preciso e raffinato. Pur non essendo il suo miglior album in carriera, James offre comunque una gran qualità in questo CD, dimostrando una notevole fantasia nella diteggiatura nelle tracce dove il pianoforte è in primo piano. Le tastiere elettroniche restano prevalentemente in sottofondo, scongiurando così il pericolo, spesso assai incombente, di rendere tutto molto freddo ed impersonale. I pezzi sono riccamente strutturati, arrangiati in maniera impeccabile. Ottimi sono, come detto, anche gli assoli di Whalum, Zonjic e James stesso. Tutto ciò rende questa registrazione pregevole e degna di nota tra le altre dello stesso periodo. Il finale degli anni '80, vide infatti un'esplosione del genere fusion, ma anche il proliferare di eccessi di ogni tipo nell'uso dell'elettronica e qualche volta anche una sterile ricerca del tecnicismo a tutti i costi da parte dei musicisti. Il nostro Bob James, maestro di gusto ed equilibrio non è stato a sua volta immune da questa sorta di virus elettronico che imperversò all'epoca. Ne uscì però meglio di tanti altri, mantenendo il suo livello artistico ben sopra la media. Ivory Coast ne è un bellissimo esempio. Non è un disco essenziale ma vale certamente un ascolto.

Art Porter, Jr. - Undecover


Art Porter, Jr. - Undecover

Voglio parlare nuovamente di un giovane sassofonista a cui il fato ha tolto una luminosa carriera, privando i fans di un talento dalle grandi potenzialità espressive. Sfortunato e bravo il nostro Art Porter, sassofonista di valore, figlio del pianista Art Porter, Sr., scomparso a 35 anni in un tragico incidente in Thailandia, dopo aver registrato solo cinque album. Quello di cui parliamo, "Undercover", è il suo terzo, registrato per la prestigiosa etichetta Verve. Una curiosità riguardo a questo artista è che egli è nativo di Little Rock, Arkansas, lo stesso luogo di origine di Bill Clinton (sassofonista per diletto a sua volta), e che suonò nel 1993  insieme al padre in un concerto proprio in onore dell'insediamento del presidente degli Stati Uniti, che era un suo grande estimatore. Un talento naturale sbocciato fin da bambino prima alla batteria, in seguito dopo aver preso lezioni anche di pianoforte, esploso al sax. In questo bellissimo album Art Porter si mostra palesemente maturato rispetto ai primissimi lavori ed il merito è in parte della felice scelta di una doppia e sontuosa produzione: quella consolidata di Jeff Lorber e quella nuova di Ronnie Foster. Da qui un disco in perfetto equilibrio tra le esplosioni ritmiche e funky esaltate dalla vena di Lorber e le atmosfere più rilassate e romantiche ispirate dal gusto di Foster. Una soluzione che da al lavoro un respiro fresco e godibile, mettendo al posto giusto tutto quello che serve per far rendere al meglio le anime di un artista sensibile ed energico come il nostro Art in un contesto indiscutibilmente smooth jazz, ma con una qualità spesso sconosciuta in un genere dove regna la tendenza all'appiattimento. La voce del sax è qui a tratti ruvida e scattante, in altri momenti setosa e sognante. Si salta di tempo in tempo, dal funky classico alla ballata romantica ed in tutto questo Porter mantiene una coerenza espressiva mirabile, frutto di una energia fluida, in continua evoluzione, giocosa ed equilibrata, magicamente sospesa sulla base di una produzione e di arrangiamenti perfetti e calibrati. Due chitarristi star sono al servizio di questo progetto e ne arricchiscono ulteriormente i contenuti: Norman Brown e Paul Jackson, Jr. Harvey Mason alla batteria garantisce la ritmica  ideale, Nate Phillips al basso l'immancabile groove. Ciliegine sulla succosa torta sono le parti di tastiera magistralmente orchestrate dai due produttori dell'album: Jeff Lorber e Ronnie Foster, due nomi di grande livello che sono una garanzia assoluta. Un gran bel disco questo Undercover che consiglio a tutti di ascoltare. Un talento quello di Art Porter che dispiace non aver avuto la possibilità di godere più a lungo a causa di un incredibile quanto sfortunato incidente. Art Porter ci lascia la testimonianza della sua arte con i suoi 5 album di cui forse questo è il migliore. I suoi colleghi lo stimavano e gli hanno tributato l'onore di un disco in sua memoria, assemblando con materiale live quel "For Art's Sake" di cui ho parlato in un'altra recensione. Su quel lavoro postumo ci sono anche due canzoni inedite ed una di queste, bellissima, gli è stata dedicata proprio da Jeff Lorber. Un' iniziativa riservata ai migliori a riprova del fatto che Art era speciale come sassofonista e come persona.

Bob Baldwin - Newurbanjazz.com


Bob Baldwin - Newurbanjazz.com

Il navigato tastierista Bob Baldwin si è fatto le ossa col suo pianismo funky venato di gospel sin dal 1990. E nonostante lo scarso appoggio delle grandi etichette discografiche è riuscito a ritagliarsi un piccolo spazio nel mondo dello smooth jazz. Il suo talento e la sua onestà giustificano ampiamente la buona fama guadagnata dal pianista di Atlanta. Con uno sguardo al futuro, Baldwin aveva coraggiosamente affermato la potenza di internet quando intitolò BobBaldwin.com il suo album del 2000. Nel 2008 torna a quel concetto con questo Newurbanjazz.com. Siamo nel territorio di quel sotto-genere jazzistico che viene definito smooth jazz, ma che, al solito, vede multiple contaminazioni funky, soul, gospel e R&B come sottolineato dallo stesso artista nelle note di copertina. Un suono che è dunque facilmente riconducibile al termine “urbano”. Bob Baldwin non esita a mantenere un legame con il suo stile e le precedenti esperienze, innestando al contempo nuove sonorità e vibrazioni più moderne. Lo sentiamo in "Jeep Jazz" (una chicca confezionata con il cantante Zoiea) , oppure in " Third Wind" (dove i suoi accordi illuminano il bellissimo vocal-scat della chitarra di Norman Brown). La seducente  "Take My Hand " ci culla con un'atmosfera rilassante, distesa, gli inglesi dicono laid-back. Contaminazioni a parte, Baldwin però non dimentica mai che la parola "jazz" è nel titolo del disco, corredandolo di gemme uptempo orecchiabili, come "Too Late", sapientemente arrangiata con abbondanza di fiati  e con un campionario di vivaci e dinamiche improvvisazioni. Quincy Jones in persona ha dato un giudizio lusinghiero per uno dei brani più originali del disco , “Smokin' ”.  Un tributo pieno di atmosfera per una delle leggende del jazz la troviamo in "Joe Zawinul". Un'altra caratteristica sorprendente del "nuovo" sound di Baldwin è il suo approccio collettivo,  molto corale alla musica che troviamo in questo Newurbanjazz.com. L'album comprende i contributi fondamentali di nomi noti e di nuovi personaggi. Dunque, se da una parte ci sono alcuni di coloro che ogni fan di smooth jazz vorrebbe sempre ascoltare ( Najee , Marion Meadows , Phil Perry ) e un paio di cantanti soul famosi (Freddie Jackson , Jocelyn Brown) , il tastierista introduce qui anche alcuni nuovi arrivati versatili e talentuosi come Frank McComb (diventerà una star a sua volta) o il rapper Della Croche . Un album pieno di energia, una vera delizia per gli amanti del pianoforte e delle tastiere ed una proposta musicale fresca e moderna che può intrigare anche chi non ha particolare dimestichezza con il jazz o con il suo derivato commerciale chiamato smooth-jazz. Bob Baldwin è un buon pianista. Ha gusto ed equilibrio e cosa molto importante compone ottime melodie. Il timido successo ottenuto fino ad oggi è destinato a crescere e con pieno merito.

Soundscape UK - Surreal Thing


Soundscape UK - Surreal Thing

Torniamo in Inghilterra, patria dell'acid jazz moderno e di molta della miglior musica degli ultimi 60 anni, per parlare di un altro interessante duo formato da Mick Talbot alle tastiere e dal percussionista e bassista Chris Bangs. Talbot e Bangs hanno lavorato entrambe, attorno alla metà degli anni '90, con il noto gruppo Galliano, ma un certo punto della loro carriera i due decidono di unire le loro forze creative nel progetto Soundscape UK. L'idea è quella di partire dai suoni disco e soul degli anni '70 e sintetizzarli in una miscela di acid e smooth jazz, con un groove caratterizzato da sax e tastiere. Sul loro secondo album, questo Surreal Thing, i musicisti sono evidentemente ancora interessati a combinare suoni e accenti dei due stili, tuttavia, rispetto al primo Life Force, tendono ad orientarsi sempre più verso la loro inclinazione "morbida", cosa che spesso oscura un pochino gli elementi più interessanti della loro musica . Questo non è così sorprendente se si considera che il debutto della band ha visto sbocciare nelle classifiche, in modo imprevisto, una hit radio come "Morning Song". Un brano dal sapore tipicamente smooth jazz. Un successo dal quale, naturalmente,i Soundscape UK hanno dedotto che il pubblico rispondeva  meglio a quel preciso stile. E' inutile negare che questo tipo di sound è orientato verso quegli ascoltatori che non vogliono ammettere quanto siano gratificati da un genere smaccatamente piacevole e suadente, ma ne sono comunque inconsciamente rapiti. L'essenza di questo lavoro è quasi sempre incentrato su ritmi ripetitivi, deep groove ed orecchiabili riff jazzistici. Ecco allora che Surreal Thing corre scanzonato in questa esatta direzione. La maggior parte dei brani dell'album contiene una forte (e piuttosto anonima) atmosfera smooth jazz pilotata dal sax e dalla chitarra elettrica, cosa che in parte soffoca le potenzialità creative del gruppo, nascondendo per così dire gli spunti più interessanti. Questo è un peccato,  perché Mick Talbot è un ottimo tastierista (lo ricordiamo accanto a Paul Weller negli Style Council) ed è quindi sorprendente quanto poco spazio solista si prenda. Quando si fa sentire, in particolare al Rhodes o all'Hammond, i brani se ne giovano immediatamente. La maggior parte degli spazi riservati agli assolo vengono così catturati dal chitarrista di estrazione jazzistica Nigel Wallace Price. Il quale è un valido musicista senza tuttavia possedere una grande personalità. Le tracce che funzionano meglio sono quindi quelle che non mettono saxofono e/o chitarra davanti a tutto. Questo non tanto per demeriti specifici dell'onesto e preciso saxofonista Gary Spacey-Foote e del già citato Nigel Wallace Price, quanto forse perchè senza il dominio del binomio chitarra - sax i brani riescono a sfuggire ai clichè consolidati dello smooth jazz tipico delle radio FM, risultando perciò più imprevedibili ed interessanti. Di fatto il meglio viene espresso dove i Soundscape UK suonano in stile acid jazz con i loro accenti retro e qualche spunto futurista. Numeri come "Tea Pot ", "Tre Thirty Nine" e la title track sono supportati da una tromba con sordina sopra a degli ottimi break beats e dimostrano che Talbot e Bangs, quando vogliono, sanno come accontentare una vasta gamma di ascoltatori. Dunque i Soundscape UK propongono un album che accompagna gradevolmente, spesso fa da sottofondo, qualche volta fa "ballare", ma in ultima analisi raramente esalta. Come invece vorremmo e come ricordiamo fece alla grande "l'acid" nel suo momento di massimo splendore. In ultima analisi Surreal Thing è un disco piacevole, perfetto in automobile durante un viaggio, o come sottofondo musicale disimpegnato, ma non lascia il segno. Carino ma non essenziale.