Mark Sherman – Bop Contest

Mark Sherman – Bop Contest

Chiunque conosca almeno un poco il jazz, sa che il bebop non è certo una novità. È di fatto l’idioma musicale più iconico del jazz da circa otto decenni: uno stile che ha fatto irruzione nella New York del dopoguerra grazie al genio di Charlie Parker, Dizzy Gillespie, Bud Powell e Max Roach. Per le generazioni di musicisti che lo hanno seguito, il bebop è stato al tempo stesso un banco di prova e un rifugio, un modo per dimostrare la propria padronanza tecnica ma anche per rendere omaggio agli architetti del jazz moderno. Il vibrafonista Mark Sherman conosce a fondo questa storia, non certo per averne vissuto l’epopea, ma di sicuro per averne assorbito tecnica e sensibilità. Lui oltre che un vibrafonista jazz, è anche pianista, batterista, produttore, arrangiatore, autore e addirittura percussionista classico. Sherman si è infatti esibito con alcuni dei più importanti direttori d'orchestra del mondo, tra cui Leonard Bernstein, Georg Solti, Zubin Mehta e Herbert Von Karajan. Al contempo, nel jazz, si è distinto come leader e come sideman con artisti del calibro di Kenny Barron, Peggy Lee, Wynton Marsalis, Joe Lovano, Michael Brecker, Larry Coryell e molti altri. Ha lavorato nel contesto degli spettacoli di Broadway ed è stato uno dei musicisti di studio più richiesti, partecipando ad oltre venti colonne sonore di film e musical, tra cui Il Re Leone. Ha collaborato infine come session man con artisti pop come Michael Bolton, Natalie Cole e Michael McDonald. Con "Bop Contest", il suo ventiduesimo album da leader, Sherman si immerge senza remore nelle cadenze familiari del bebop. Il disco non è rivoluzionario, né pretende di esserlo. Offre piuttosto qualcos'altro: la rassicurante certezza di un gruppo di musicisti esperti che ritornano ad un repertorio in grado di conservare ancora una forte carica emotiva sia per gli esecutori che per gli ascoltatori. Fin dalla prima traccia, questa musica richiama un'epoca d'oro, indubbiamente più interessata alla continuità che alla novità. Sherman stesso si è dimostrato un musicista prolifico e versatile. Formatosi come batterista, si è affermato come pianista grazie a una serie di registrazioni negli anni 2000. Ma poi è tornato al suo primo amore, il vibrafono, uno strumento che, nelle mani sbagliate, rischia di suonare come una reliquia dei jazz club di metà secolo. La sua decisione di concentrarsi nuovamente sul vibrafono è al contempo nostalgica e ambiziosa, un tentativo di riappropriarsi di uno spazio in un campo che è diventato più audace grazie a musicisti come Sasha Berliner, Joel Ross e Stefon Harris. Questo contesto è importante, perché la musica per vibrafono nel 2025 non suona più come suonava anche solo dieci anni fa. Sasha Berliner, in particolare, ha ridefinito le possibilità dello strumento, spingendosi oltre i suoi toni freddi e cristallini, verso sonorità più in linea con l'improvvisazione e la sperimentazione contemporanee. Al contrario, l'approccio di Sherman appare decisamente classico. Il suo suono è pulito, preciso, tecnicamente impeccabile, ma a tratti quasi troppo rispettoso della tradizione per sorprendere. Per gli ascoltatori in cerca di novità sconvolgenti, Bop Contest potrebbe non risultare del tutto convincente. Eppure, per altri, proprio nel suo conservatorismo risiede la sua forza: un promemoria del perché il bebop sia ancora importante. I musicisti qui riuniti sono di prim'ordine. Il pianista Donald Vega dona eleganza a ogni frase; il batterista Carl Allen è preciso e impeccabile; il trombettista ospite Joe Magnarelli apporta calore e lirismo. E poi c'è il fuoriclasse Ron Carter, una figura la cui presenza altera l'intera dinamica della registrazione. Il contrabbasso di Carter non è semplicemente un altro strumento nel mix; è quasi la voce stessa della storia. Con oltre 2.000 sessioni all'attivo, Carter rimane il bassista più registrato nella storia del jazz. Ascoltarlo qui, a 88 anni, significa ricordare cosa significhino resistenza e maestria al servizio dell’arte. Le sue linee ancorano l'ensemble con grazia e autorevolezza, plasmando il disco in modi sottili ma decisivi. In effetti, dopo ripetuti ascolti, sono proprio i contributi di Carter a rimanere impressi più a lungo. Il suo modo di suonare ha una sorta di peso narrativo: un richiamo al Miles Davis Quintet degli anni '60, al suo lavoro con Herbie Hancock, Wayne Shorter, Freddie Hubbard e innumerevoli altri. Carter è diventato più di un musicista, è un simbolo della continuità del jazz, un raro artista che incarna sia il passato che il presente. La sua sola presenza è sufficiente a rendere il Bop Contest un evento imprescindibile per gli appassionati. Il repertorio riflette il profondo rispetto di Sherman per la tradizione. Il poco conosciuto 111-44 di Oliver Nelson, ascoltato per la prima volta nell'album Straight Ahead del 1961, viene riproposto in una versione brillante e precisa. Due composizioni di Cedar Walton, Bremond's Blues (1987) e Martha's Prize (1996), vengono qui riportate in auge, collegando Sherman direttamente a un grandissimo pianista-compositore il cui lavoro è stato spesso messo in ombra dai suoi contemporanei. Sherman si assume un rischio anche con My One and Only Love, trasformandola da una tenera ballata in una bossa nova leggermente fluttuante, una scelta che risulta al tempo stesso fresca e rispettosa. Il brano conclusivo, un duetto con sovraincisioni dello stesso Sherman su Skylark di Hoagy Carmichael, rappresenta il momento più personale dell'album, un promemoria della sua versatilità multi-strumentale e della sua volontà di rompere con il formato d'insieme per qualcosa di più intimo. Anche il titolo dell'album ha un tocco di ironia culturale. Bop Contest è tratto da un episodio degli anni '50 di The Honeymooners di Jackie Gleason, una serie televisiva amata sia da Sherman che da Magnarelli. In quell'episodio, Ralph Kramden rimprovera la moglie Alice per voler rivivere la loro giovinezza pattinando e partecipando a gare di ballo. Per Sherman, il riferimento funziona su due livelli: un ammiccamento al suo collaboratore e una metafora appropriata per il suo primo tentativo di comporre in un linguaggio bebop rigoroso. Ciò suggerisce che, persino nella riverenza, l’artista trova spazio per l'umorismo. Tuttavia, l'album non è privo di limiti. Chi ha seguito le nuove direzioni del vibrafono jazz, la sua tavolozza armonica ampliata, la sua integrazione in sonorità elettroniche e atmosfere post-bop, potrebbe trovare il modo di suonare di Sherman quasi troppo tradizionale. C'è ben poco di innovativo o che sconvolga le aspettative. Ma forse è proprio questo il punto di forza di questo album. Bop Contest non è un esperimento d'avanguardia né un manifesto del jazz moderno. È, volutamente, un raduno di maestri in una stanza, intenti a fare ciò che sanno fare meglio. L'album cambierà la direzione del jazz? Certamente no. Ma giudicarlo in questi termini significa non coglierne il fascino più profondo. Bop Contest offre qualcosa di più sottile: la rassicurazione che la tradizione bebop rimane viva, non solo nelle note suonate, ma anche nei rapporti tra i musicisti che l'hanno portata avanti per decenni. E soprattutto nelle mani di Ron Carter, quella tradizione diventa più di una semplice nostalgia: si trasforma in un suono fresco e pulsante, vitale oggi come lo era nel 1950. Sono sicuro che per molti appassionati, questo è sufficiente, ed in ogni caso un album come Bop Contest vale assolutamente almeno un ascolto.

 

Aaron Parks – By All Means


Aaron Parks – By All Means

Il lavoro in campo jazzistico del giovane pianista e compositore Aaron Parks è da tempo riconosciuto per il suo lirismo, la sua inventiva e il suo equilibrio tra modernità e tradizione. Formatosi alla prestigiosa Manhattan School of Music, dove ebbe modo di studiare, tra gli altri, con Kenny Barron, in seguito conobbe Terence Blanchard. Con il grande trombettista iniziò giovanissimo una proficua collaborazione che diede vita a tre album. Nel 1999 Parks realizza il suo primo disco da leader, The Promise, pubblicato dalla Keynote Records, a cui seguiranno altri tre dischi nei successivi tre anni con la stessa etichetta. Nel 2008, Invisible Cinema rappresentò invece il suo debutto da leader con la storica etichetta Blue Note. Realizzò i successivi album con la ECM Records e con la Ropeadope. Il suo ultimo lavoro si intitola "By All Means", ed è composto da sette brani originali, alcuni di nuova composizione, altri invece composti in passato ma qui rivisitati. Parks si è riunito con i compagni del suo trio "Find the Way" (pubblicato su ECM nel 2017) ovvero il bassista Ben Street e il batterista Billy Hart. Parks ha però deciso di ampliare la formazione in un quartetto multigenerazionale, complice l'aggiunta dell'emergente sassofonista Ben Solomon, ex membro della band di Wallace Roney. Questo By All Means propende per l'introspezione, ed inizia con la ballata "A Way", armonicamente molto sofisticata ed intrigante. Le pennellate esperte alla batteria di un sempre grande Billy Hart, unite al valido lavoro di Ben Street fanno da sfondo perfetto per le texture pianistiche di Parks, che sembrano quasi scolpite riuscendo a creare un'atmosfera intima e sospesa. Il riferimento a Keith Jarrett viene spesso in mente ascoltando questo album, in particolare quando il timbro morbido del sassofono di Solomon scivola sul tessuto ritmico del trio con una sorprendente gamma emotiva. "Park's Lope"  suona come una sorta di autoritratto e si snoda con una interessante eleganza post-bop: inizia con un seducente impulso che si attenua in una cadenza ritmata e leggermente propulsiva a supporto dei passionali assoli sia di Parks che di Solomon. Il fraseggio ed il senso armonico del pianista rivelano accenni a Herbie Nichols, Thelonious Monk e Kurt Rosenwinkel, ma Parks mantiene una propria riconoscibile identità. A differenza del suo progetto Little Big, che si orientava maggiormente verso atmosfere indie ed elettroniche, By All Means rimane molto più vicino alla tradizione jazz, esplorando la forma della canzone e la profondità dell'improvvisazione con un'attenzione più che apprezzabile. Due brani ispirati alla propria famiglia danno ulteriore slancio ad un mood emozionale: "For Maria José", dedicata alla moglie, si sviluppa come una ballata mid-tempo in 4/4 piena di grazia. "Little River", scritta invece per il figlio maggiore Lucas, prende forma come un maestoso brano in 3/4 con una melodia fluida e una progressione armonica dolcemente ariosa. L'assolo di Parks è espressivo e naturale, molto lirico e toccante. Il brano successivo "Anywhere Together", dove è Solomon ad essere protagonista, trabocca del calore spirituale di Coltrane e delle intense vibrazioni di Sonny Rollins. Composta quando Parks era ancora adolescente, riceve un trattamento rinvigorente dalla sezione ritmica, la cui vitalità swing è testimonianza di eleganza e maturità. La batteria di Hart, caratterizzata da abili accenti sui piatti e da un impeccabile senso dinamico, rimane il punto forte in tutto il brano e più in generale di tutto l’album. Il lavoro si conclude con la rilassata "Raincoat", è ispirata all'artista elettronico Baths, (pseudonimo di Will Wiesenfeld) ed è caratterizzata da un groove sensuale e leggermente latino, con Street e Hart che forniscono una base morbida e discreta sulla quale Aaron Parks può far librare le note del suo piano. By All Means è un album in grado di affascinare una platea piuttosto eterogenea e Parks è indubbiamente un pianista di grande talento e originalità. Questo quartetto può vantare inoltre un formidabile interplay dal quale scaturisce un jazz coinvolgente ed emotivamente carico di contenuti. Un disco intelligentemente moderno ma al contempo calato nella tradizione e che può dunque essere consigliato a tutti.