Malcolm Strachan - Look On The Bright Side


Malcolm Strachan - Look On The Bright Side

Il percorso musicale di Malcolm Strachan iniziò nella sua Scozia, dove il padre lo introdusse al jazz già in tenera età. Tuttavia, dopo aver studiato al Leeds College of Music, il trombettista si ritrovò proiettato nella scena funk e soul della città, costruendosi in seguito una carriera che comprende delle collaborazioni prestigiose con Mark Ronson, Amy Winehouse, Corinne Bailey Rae, Jamiroquai, Martha Reeves & The Vandellas, Jess Glynne e la leggenda della Blue Note Lou Donaldson. Oltre a questo va rimarcato il suo ruolo di membro fondatore degli Haggis Horns, una dinamica e sempre gagliarda realtà del panorama funk jazz britannico da ormai molto tempo. In "Look On The Bright Side", Malcolm Strachan si presenta più aperto che mai proprio alle musicalità più energiche e cariche di groove che caratterizzano il funk con forti venature di jazz. La sua tromba è sempre limpida ed il suo fraseggio rispecchia gli stilemi di una tradizione ereditata dai grandi del passato, ma appare altresì evidente come il musicista scozzese ami in modo particolare le sonorità elettriche. Il suo terzo album solista si muove infatti con disinvoltura tra soul-jazz, ritmi latini e tocchi afrobeat, seppur rimanendo saldamente ancorato al caldo e cinematografico sound del jazz degli anni '70. Tuttavia appare chiaro anche come il musicista scozzese sia animato da un evidente slancio in avanti. Con questo album, Strachan consolida ulteriormente il suo ruolo di compositore e leader, ribadendo il percorso di una carriera che abbraccia oltre due decenni di attività nel cuore della scena jazz, funk e soul del Regno Unito. Mentre il suo debutto "About Time" del 2020 si ispirava allo spirito delle classiche registrazioni Blue Note e il successivo "Point Of No Return" del 2023 si rifà all'era gloriosa della CTI, "Look On The Bright Side" ha una portata più ampia: pur rimanendo radicato nel groove, è al tempo stesso più prioettato ad influenze esterne e ad un tono che sembra essere consapevolmente positivo. Del suo ultimo lavoro Strachan dice: "Volevo che la musica trasmettesse allegria e positività". «Comincio al pianoforte, lavorando su diverse idee di accordi finché non trovo qualcosa che mi sembra giusto. Una volta trovata l'armonia, le melodie tendono a venire da sé». Questo approccio conferisce all'album la sua fluidità, con brani che si evolvono tanto per ispirazione quanto per struttura, completati dagli arrangiamenti che lasciano spazio all'interazione e al movimento. L'album è stato anticipato dal singolo "Quest For Love", che scivola su un groove caldo e ballabile, unendo senza sforzo un nucleo melodico soul a una raffinata sensibilità da club. L'inconfondibile voce di Tanja Daese (Lucinda Slim) aggiunge un tocco umano che risulta allo stesso tempo intimo ed espansivo, elevando il brano a qualcosa che persiste a lungo dopo che l’ultima battuta si è spenta. Un altro brano di spicco è "Leave It All Behind", dove l'atmosfera si fa decisamente proiettata verso il futuro. Costruito attorno ai temi della liberazione e del rinnovamento, il brano si dispiega con un'energia positiva: il suo arrangiamento si espande sottilmente mentre cattura quel momento universale in cui ci si avventura nell'ignoto e si sceglie la leggerezza anziché il peso. A completare il tutto, "The Eclipse" si avventura in territori più alternativi. Qui, ritmi influenzati dall'afrobeat si intrecciano con gli echi del classico soul-jazz degli anni '70, creando un'atmosfera libera e sperimentale. È un brano che sembra libero da convenzioni: giocoso, ricco di texture e sottilmente audace nella sua sperimentazione. Look On The Bright Side riunisce un nucleo di collaboratori di lunga data tra cui Atholl Ransome, George Cooper e Sam Bell, insieme alle nuove aggiunte Pat Illingworth (batteria) e Sam Quintana (contrabbasso). Il formidabile percussionista (special guest) Steve Forman, noto per le sue collaborazioni con Lee Ritenour, Al Jarreau, Jimmy Smith, Sarah Vaughan e George Duke, aggiunge ulteriore profondità, mentre gli arrangiamenti per archi conferiscono una dimensione cinematografica ad alcuni brani. Look On The Bright Side è un gran bel lavoro, fresco, dinamico, scattante. Malcolm Strachan si conferma uno dei musicisti più interessanti della nuova generazione britannica.

Brian Hughes – One 2 One


Brian Hughes – One 2 One

Un chitarrista contemporaneo come Brian Hughes è tra i pochi che può vantarsi di possedere una cifra stilistica davvero originale. Egli fa della sua peculiare ed al tempo stesso magnifica incapacità di esprimersi in uno stile univoco un vero punto di forza. Probabilmente questo suo tratto caratteristico si può far risalire al periodo della sua giovinezza durante il quale lavorò in un negozio di dischi di Edmonton, in Canada. Il giovane Brian cominciò molto presto ad immaginare il suo futuro di chitarrista ascoltando una grande varietà di generi e di artisti. Come spesso avviene con i ragazzi, il canadese iniziò ascoltando principalmente il rock ed il blues, copiando i riff di Eric Clapton e di Jimi Hendrix. Ma molto presto virò verso il mondo del jazz, cercando fin da subito di emulare i suoi eroi musicali Wes Montgomery, Grant Green, George Benson e Pat Metheny.  Le influenze di questi giganti della chitarra elettrica sono evidenti in tutti i suoi dischi, a partire dal primo Between Dusk and Dreaming del 1990. Col passare del tempo Hughes è diventato un vero pilastro dello smooth jazz, affinando sempre di più la sua maestria tecnica e le sue indubbie doti di compositore. Il suo nuovo album One 2 One (pubblicato dall’etichetta Higher Octave) rappresenta senza dubbio la summa del suo percorso di chitarrista. Un percorso che non è solo di crescita artistica ma è anche una solida base sulla quale sviluppare il suo eccellente lavoro di ricerca. Di fatto non è difficile riscontrare come tutti gli album di Hughes inseguano l’idea di una continua fusione di generi, così come quella di una affascinante commistione di stili. Ecco dunque che anche in One 2 One, Brian Hughes porta avanti questo irresistibile anelito di diversità culturale, spesso anche, coraggiosamente, all'interno di uno stesso brano. Bastano poche note per capire che "One 2 One" è un meraviglioso disco contemporaneo di chitarra jazz. Niente fronzoli, solo melodie accattivanti da ascoltare e godersi in tutta tranquillità. Un album che possiede quel suono classico pervaso di groove dall’incedere rilassato che si ascolta volentieri e senza stancarsi mai. Brian Hughes infonde nelle sue linee melodiche quel tipo di stile morbido e virtuoso così familiare agli appassionati di jazz contemporaneo. Ma ciò che realmente rende questo chitarrista così piacevolmente unico è il modo creativo con il quale Hughes valorizza il suo linguaggio in contesti molto diversi. Questi elementi eterogenei, che spaziano dal latino agli arrangiamenti swing da jazz club, senza dimenticare il classico smooth jazz e gli echi del Pat Metheny Group, si fondono armoniosamente con l'elegante tecnica del chitarrista, conferendo a ogni brano un sapore distintivo. Ad affiancare Brian in questo album di raffinate melodie ci sono Mark Kelso, Les Portelli e Collin Barrat, che costituiscono il fulcro di una sezione ritmica molto coesa ed efficace. Una sezione fiati e delle percussioni di alto livello aggiungono ulteriore pienezza a questa ricca atmosfera dai colori a tratti quasi vintage. Il groove dell'organo Hammond è un elemento non molto sfruttato nel jazz moderno, ma Hughes reintroduce con grande efficacia questo strumento un pò dimenticato nel brano d'apertura "Stringbean” dove il richiamo al George Benson degli esordi è più di una suggestione. In "Postcard From Brazil", Hughes viaggia con la sua chitarra per tutto il Sud America. Spesso improvvisa allontanandosi dalla melodia principale su un vivace ritmo samba, per poi staccarsi bruscamente e sfoggiare un dirompente ritornello latino. Il tutto supportato da un duetto tra il pianista Les Portelli e il percussionista Dafnis Prieto Rodriguez. Hughes evoca poi tre stili musicali contrastanti in "Oh Yeah!", un brano in cui una sezione fiati soul a cinque elementi (pensate a James Brown) si intreccia con dense percussioni salsa, su una base di di organo blues, a cui Portelli aggiunge una vivace improvvisazione al pianoforte. Anche "Nothing in this World" è pervasa da un'atmosfera latin-blues-soul ricca di fiati. Mentre la title track, rilassata, estiva e non particolarmente esotica, dimostra che Hughes sa trovare un felice equilibrio tra lo smooth jazz convenzionale e la sua voglia di evadere dagli schemi. Il brano più particolare e più bello del disco, "While the World Slowly Turns", è un intrigante escursione in territori più crepuscolari e suggestivi. Un pezzo che di fatto infrange tutte le regole della musica adatta alla programmazione radiofonica, concentrandosi su uno stile che ricorda alcuni dei lavori più accessibili di Pat Metheny. Per otto minuti, su un ritmo in 5/4, dispensa magnifiche atmosfere spaziali e una melodia fluida, con un brillante assolo di pianoforte di Portelli che non può non ricordare il compianto Lyle Mays. Lo strepitoso assolo del chitarrista, insieme alle sonorità oscure e a tratti inquietanti, lo colloca sul piedistallo più alto dell’intero album. In una battuta è quasi “uno dei migliori brani che Metheny non ha mai scritto”. Il giudizio complessivo su One 2 One è molto positivo. Si tratta sicuramente di uno dei dischi più interessanti e piacevoli che abbia ascoltato negli ultimi tempi. Con semplicità, senza clamore, ma con grande tecnica, molto buon gusto e un pizzico di originalità Brian Hughes ci regala una valida alternativa al piatto e stereotipato panorama del contemporary jazz odierno.

Max Beesley’s High Vibes - Zeus


Max Beesley’s High Vibes - Zeus

Chi è Maxton (Max) Beesley ? Probabilmente è un volto più noto per la sua carriera di attore che per quella di musicista. Max è infatti apparso in numerose serie tv ed anche in alcuni film, in particolare con la regia di Guy Ritchie. Tuttavia oltre al suo lavoro come attore, Beesley è anche e forse soprattutto un fior di musicista, virtuoso in particolare del vibrafono e non solo. Egli è senza dubbio uno degli artisti e polistrumentisti più talentuosi del panorama internazionale. Noto per la sua versatilità, Max ha dato, negli anni, un contributo significativo alla corrente musicale dell’acid jazz e le sue impressionanti credenziali parlano da sole. Ha collaborato con artisti del calibro di Stevie Wonder, Chaka Khan, Maceo Parker, Earth Wind & Fire, Red Rodney, George Benson, Bobby Shew, Maynard Ferguson, James Brown, Incognito, The Brand New Heavies, Jamiroquai e molti altri. Le sue composizioni sono fortemente influenzate dal funk, dal soul e dalla dance. Il suo progetto High Vibes è permeato di una vibrante energia musicale, in puro stile acid jazz. Può vantare inoltre una produzione di qualità eccelsa, con una band composta da Steve Gadd alla batteria, Walt Fowler alla tromba e al flicorno, Dean Parks alla chitarra e Luis Conte alle percussioni, oltre ad un tastierista come il bravissimo Christian Sands, il cui contributo arricchisce notevolmente il gruppo. La formazione è completata dagli Horn House, con Nichol Thomson al trombone più Tom Walsh e Mike Davis alla tromba in alcuni brani. Questi musicisti sono tra i preferiti di Max, e tra l’altro Nichol e Max hanno curato anche gli arrangiamenti di tutte le parti di ottoni, ottenendo un risultato davvero elettrizzante. Va sottolineato che questi sono alcuni dei migliori session man del pianeta, un'ottima base sulla quale lavorare. La prova di tutto questo talento è nei fatti, con un album come questo scintillante “Zeus”. Il suo primo e, almeno per quanto mi riguarda, attesissimo disco completo dopo anni di carriera ed un paio di EP. "Zeus" è quindi il debutto ufficiale del gruppo di Max Beesley, gli High Vibes. Come detto, la band aveva precedentemente pubblicato solo due classici in formato 12 pollici per l'etichetta Boogie Back Records, durante il periodo di massimo splendore dell'Acid Jazz, tra il 1993 e il 1994. Fin dall'inizio la dichiarazione d'intenti è chiara: "Zeus" è pura e semplice beatitudine Jazz Funk, condita con un basso vivace, un Rhodes di pregio, un vibrafono incandescente ovviamente suonato dallo stesso Max, sulla base di un solido ed irresisitibile groove. Gli High Vibes sono una deliziosa fusione di jazz, funk, soul e sonorità contemporanee. Le loro composizioni presentano spesso melodie accattivanti, ritmi intricati e armonie ricche che creano un'esperienza d'ascolto davvero coinvolgente. Lo stile musicale di Max è eclettico e innovativo, mescolando diversi generi per creare il suo suono unico. L’album è straordinario, radioso, vibrante ed emozionante. Aggiungerei che tentare di classificare il funk inglese e quello americano nella stessa categoria potrebbe risultare probabilmente inutile, nonostante le evidenti connessioni. Ancora una volta, la corrente britannica trova una sua originale peculiarità negli arrangiamenti, a patto che si riesca a percepirla. Gli High Vibes hanno infatti una propria identità ben definita, e questo album saprà sicuramente conquistare sia gli appassionati di funk che quelli di jazz. Non solo il gruppo è un concentrato di grandi talenti, ma l'album si distingue anche per le sue ispirazioni e la sua creatività. Quello che viene definito acid jazz era ed è una musica stimolante ed energica, pensata per ballare, con un grande potenziale di coinvolgimento per l'ascoltatore. In ogni caso resta il fatto che Zeus è un vero spasso, con una dimensione orchestrale sempre a disposizione di Beesley. Lui, in veste di compositore, arrangiatore e solista, è capace di esprimersi con naturalezza e fluidità in brani come "Juice", ad esempio, senza mai soffocare gli assoli di chitarra di Dean Parks o di flicorno a firma di un grande Walt Fowler. Spiccano senza dubbio pezzi memorabili come "Saturn's Dust", con gli assoli di Beesley al vibrafono e Christian Sands alle tastiere, ancora una volta capaci di esprimersi in libertà, ma senza eccessi. Il groove è l'elemento chiave di questa musica, alimentato dai vari solisti e da una sezione ritmica più che gagliarda, Ciò è evidente ad esempio in "Sergio's Bag", che più che una melodia è un motivo ritmico su cui Beesley fa confluire i diversi componenti della band in un crescendo di intensità travolgente. Un’energia che spinge Max stesso a staccarsi dal gruppo alla maniera di Roy Ayers, uno dei suoi punti di riferimento artistici. Il funk è probabilmente lo stile musicale più vicino al jazz, e questo album si colloca proprio a cavallo tra i due generi. Inutile dire che è il tutto è condito da una abbondante dose di puro buon gusto e una grande classe. Senza ombra di dubbio in Zeus ci sono semplicemente dei brani fantastici, tanto da farmi sbilanciare verso un giudizio veramente positivo. Di lavori come questo ce ne vorrebbero molti di più. In una parola: brillante.

Mark Sherman – Bop Contest

Mark Sherman – Bop Contest

Chiunque conosca almeno un poco il jazz, sa che il bebop non è certo una novità. È di fatto l’idioma musicale più iconico del jazz da circa otto decenni: uno stile che ha fatto irruzione nella New York del dopoguerra grazie al genio di Charlie Parker, Dizzy Gillespie, Bud Powell e Max Roach. Per le generazioni di musicisti che lo hanno seguito, il bebop è stato al tempo stesso un banco di prova e un rifugio, un modo per dimostrare la propria padronanza tecnica ma anche per rendere omaggio agli architetti del jazz moderno. Il vibrafonista Mark Sherman conosce a fondo questa storia, non certo per averne vissuto l’epopea, ma di sicuro per averne assorbito tecnica e sensibilità. Lui oltre che un vibrafonista jazz, è anche pianista, batterista, produttore, arrangiatore, autore e addirittura percussionista classico. Sherman si è infatti esibito con alcuni dei più importanti direttori d'orchestra del mondo, tra cui Leonard Bernstein, Georg Solti, Zubin Mehta e Herbert Von Karajan. Al contempo, nel jazz, si è distinto come leader e come sideman con artisti del calibro di Kenny Barron, Peggy Lee, Wynton Marsalis, Joe Lovano, Michael Brecker, Larry Coryell e molti altri. Ha lavorato nel contesto degli spettacoli di Broadway ed è stato uno dei musicisti di studio più richiesti, partecipando ad oltre venti colonne sonore di film e musical, tra cui Il Re Leone. Ha collaborato infine come session man con artisti pop come Michael Bolton, Natalie Cole e Michael McDonald. Con "Bop Contest", il suo ventiduesimo album da leader, Sherman si immerge senza remore nelle cadenze familiari del bebop. Il disco non è rivoluzionario, né pretende di esserlo. Offre piuttosto qualcos'altro: la rassicurante certezza di un gruppo di musicisti esperti che ritornano ad un repertorio in grado di conservare ancora una forte carica emotiva sia per gli esecutori che per gli ascoltatori. Fin dalla prima traccia, questa musica richiama un'epoca d'oro, indubbiamente più interessata alla continuità che alla novità. Sherman stesso si è dimostrato un musicista prolifico e versatile. Formatosi come batterista, si è affermato come pianista grazie a una serie di registrazioni negli anni 2000. Ma poi è tornato al suo primo amore, il vibrafono, uno strumento che, nelle mani sbagliate, rischia di suonare come una reliquia dei jazz club di metà secolo. La sua decisione di concentrarsi nuovamente sul vibrafono è al contempo nostalgica e ambiziosa, un tentativo di riappropriarsi di uno spazio in un campo che è diventato più audace grazie a musicisti come Sasha Berliner, Joel Ross e Stefon Harris. Questo contesto è importante, perché la musica per vibrafono nel 2025 non suona più come suonava anche solo dieci anni fa. Sasha Berliner, in particolare, ha ridefinito le possibilità dello strumento, spingendosi oltre i suoi toni freddi e cristallini, verso sonorità più in linea con l'improvvisazione e la sperimentazione contemporanee. Al contrario, l'approccio di Sherman appare decisamente classico. Il suo suono è pulito, preciso, tecnicamente impeccabile, ma a tratti quasi troppo rispettoso della tradizione per sorprendere. Per gli ascoltatori in cerca di novità sconvolgenti, Bop Contest potrebbe non risultare del tutto convincente. Eppure, per altri, proprio nel suo conservatorismo risiede la sua forza: un promemoria del perché il bebop sia ancora importante. I musicisti qui riuniti sono di prim'ordine. Il pianista Donald Vega dona eleganza a ogni frase; il batterista Carl Allen è preciso e impeccabile; il trombettista ospite Joe Magnarelli apporta calore e lirismo. E poi c'è il fuoriclasse Ron Carter, una figura la cui presenza altera l'intera dinamica della registrazione. Il contrabbasso di Carter non è semplicemente un altro strumento nel mix; è quasi la voce stessa della storia. Con oltre 2.000 sessioni all'attivo, Carter rimane il bassista più registrato nella storia del jazz. Ascoltarlo qui, a 88 anni, significa ricordare cosa significhino resistenza e maestria al servizio dell’arte. Le sue linee ancorano l'ensemble con grazia e autorevolezza, plasmando il disco in modi sottili ma decisivi. In effetti, dopo ripetuti ascolti, sono proprio i contributi di Carter a rimanere impressi più a lungo. Il suo modo di suonare ha una sorta di peso narrativo: un richiamo al Miles Davis Quintet degli anni '60, al suo lavoro con Herbie Hancock, Wayne Shorter, Freddie Hubbard e innumerevoli altri. Carter è diventato più di un musicista, è un simbolo della continuità del jazz, un raro artista che incarna sia il passato che il presente. La sua sola presenza è sufficiente a rendere il Bop Contest un evento imprescindibile per gli appassionati. Il repertorio riflette il profondo rispetto di Sherman per la tradizione. Il poco conosciuto 111-44 di Oliver Nelson, ascoltato per la prima volta nell'album Straight Ahead del 1961, viene riproposto in una versione brillante e precisa. Due composizioni di Cedar Walton, Bremond's Blues (1987) e Martha's Prize (1996), vengono qui riportate in auge, collegando Sherman direttamente a un grandissimo pianista-compositore il cui lavoro è stato spesso messo in ombra dai suoi contemporanei. Sherman si assume un rischio anche con My One and Only Love, trasformandola da una tenera ballata in una bossa nova leggermente fluttuante, una scelta che risulta al tempo stesso fresca e rispettosa. Il brano conclusivo, un duetto con sovraincisioni dello stesso Sherman su Skylark di Hoagy Carmichael, rappresenta il momento più personale dell'album, un promemoria della sua versatilità multi-strumentale e della sua volontà di rompere con il formato d'insieme per qualcosa di più intimo. Anche il titolo dell'album ha un tocco di ironia culturale. Bop Contest è tratto da un episodio degli anni '50 di The Honeymooners di Jackie Gleason, una serie televisiva amata sia da Sherman che da Magnarelli. In quell'episodio, Ralph Kramden rimprovera la moglie Alice per voler rivivere la loro giovinezza pattinando e partecipando a gare di ballo. Per Sherman, il riferimento funziona su due livelli: un ammiccamento al suo collaboratore e una metafora appropriata per il suo primo tentativo di comporre in un linguaggio bebop rigoroso. Ciò suggerisce che, persino nella riverenza, l’artista trova spazio per l'umorismo. Tuttavia, l'album non è privo di limiti. Chi ha seguito le nuove direzioni del vibrafono jazz, la sua tavolozza armonica ampliata, la sua integrazione in sonorità elettroniche e atmosfere post-bop, potrebbe trovare il modo di suonare di Sherman quasi troppo tradizionale. C'è ben poco di innovativo o che sconvolga le aspettative. Ma forse è proprio questo il punto di forza di questo album. Bop Contest non è un esperimento d'avanguardia né un manifesto del jazz moderno. È, volutamente, un raduno di maestri in una stanza, intenti a fare ciò che sanno fare meglio. L'album cambierà la direzione del jazz? Certamente no. Ma giudicarlo in questi termini significa non coglierne il fascino più profondo. Bop Contest offre qualcosa di più sottile: la rassicurazione che la tradizione bebop rimane viva, non solo nelle note suonate, ma anche nei rapporti tra i musicisti che l'hanno portata avanti per decenni. E soprattutto nelle mani di Ron Carter, quella tradizione diventa più di una semplice nostalgia: si trasforma in un suono fresco e pulsante, vitale oggi come lo era nel 1950. Sono sicuro che per molti appassionati, questo è sufficiente, ed in ogni caso un album come Bop Contest vale assolutamente almeno un ascolto.

 

Aaron Parks – By All Means


Aaron Parks – By All Means

Il lavoro in campo jazzistico del giovane pianista e compositore Aaron Parks è da tempo riconosciuto per il suo lirismo, la sua inventiva e il suo equilibrio tra modernità e tradizione. Formatosi alla prestigiosa Manhattan School of Music, dove ebbe modo di studiare, tra gli altri, con Kenny Barron, in seguito conobbe Terence Blanchard. Con il grande trombettista iniziò giovanissimo una proficua collaborazione che diede vita a tre album. Nel 1999 Parks realizza il suo primo disco da leader, The Promise, pubblicato dalla Keynote Records, a cui seguiranno altri tre dischi nei successivi tre anni con la stessa etichetta. Nel 2008, Invisible Cinema rappresentò invece il suo debutto da leader con la storica etichetta Blue Note. Realizzò i successivi album con la ECM Records e con la Ropeadope. Il suo ultimo lavoro si intitola "By All Means", ed è composto da sette brani originali, alcuni di nuova composizione, altri invece composti in passato ma qui rivisitati. Parks si è riunito con i compagni del suo trio "Find the Way" (pubblicato su ECM nel 2017) ovvero il bassista Ben Street e il batterista Billy Hart. Parks ha però deciso di ampliare la formazione in un quartetto multigenerazionale, complice l'aggiunta dell'emergente sassofonista Ben Solomon, ex membro della band di Wallace Roney. Questo By All Means propende per l'introspezione, ed inizia con la ballata "A Way", armonicamente molto sofisticata ed intrigante. Le pennellate esperte alla batteria di un sempre grande Billy Hart, unite al valido lavoro di Ben Street fanno da sfondo perfetto per le texture pianistiche di Parks, che sembrano quasi scolpite riuscendo a creare un'atmosfera intima e sospesa. Il riferimento a Keith Jarrett viene spesso in mente ascoltando questo album, in particolare quando il timbro morbido del sassofono di Solomon scivola sul tessuto ritmico del trio con una sorprendente gamma emotiva. "Park's Lope"  suona come una sorta di autoritratto e si snoda con una interessante eleganza post-bop: inizia con un seducente impulso che si attenua in una cadenza ritmata e leggermente propulsiva a supporto dei passionali assoli sia di Parks che di Solomon. Il fraseggio ed il senso armonico del pianista rivelano accenni a Herbie Nichols, Thelonious Monk e Kurt Rosenwinkel, ma Parks mantiene una propria riconoscibile identità. A differenza del suo progetto Little Big, che si orientava maggiormente verso atmosfere indie ed elettroniche, By All Means rimane molto più vicino alla tradizione jazz, esplorando la forma della canzone e la profondità dell'improvvisazione con un'attenzione più che apprezzabile. Due brani ispirati alla propria famiglia danno ulteriore slancio ad un mood emozionale: "For Maria José", dedicata alla moglie, si sviluppa come una ballata mid-tempo in 4/4 piena di grazia. "Little River", scritta invece per il figlio maggiore Lucas, prende forma come un maestoso brano in 3/4 con una melodia fluida e una progressione armonica dolcemente ariosa. L'assolo di Parks è espressivo e naturale, molto lirico e toccante. Il brano successivo "Anywhere Together", dove è Solomon ad essere protagonista, trabocca del calore spirituale di Coltrane e delle intense vibrazioni di Sonny Rollins. Composta quando Parks era ancora adolescente, riceve un trattamento rinvigorente dalla sezione ritmica, la cui vitalità swing è testimonianza di eleganza e maturità. La batteria di Hart, caratterizzata da abili accenti sui piatti e da un impeccabile senso dinamico, rimane il punto forte in tutto il brano e più in generale di tutto l’album. Il lavoro si conclude con la rilassata "Raincoat", è ispirata all'artista elettronico Baths, (pseudonimo di Will Wiesenfeld) ed è caratterizzata da un groove sensuale e leggermente latino, con Street e Hart che forniscono una base morbida e discreta sulla quale Aaron Parks può far librare le note del suo piano. By All Means è un album in grado di affascinare una platea piuttosto eterogenea e Parks è indubbiamente un pianista di grande talento e originalità. Questo quartetto può vantare inoltre un formidabile interplay dal quale scaturisce un jazz coinvolgente ed emotivamente carico di contenuti. Un disco intelligentemente moderno ma al contempo calato nella tradizione e che può dunque essere consigliato a tutti.