Brian Hughes – One 2 One
Un chitarrista contemporaneo come Brian Hughes è tra i pochi che può vantarsi di possedere una cifra stilistica davvero originale. Egli fa della sua peculiare ed al tempo stesso magnifica incapacità di esprimersi in uno stile univoco un vero punto di forza. Probabilmente questo suo tratto caratteristico si può far risalire al periodo della sua giovinezza durante il quale lavorò in un negozio di dischi di Edmonton, in Canada. Il giovane Brian cominciò molto presto ad immaginare il suo futuro di chitarrista ascoltando una grande varietà di generi e di artisti. Come spesso avviene con i ragazzi, il canadese iniziò ascoltando principalmente il rock ed il blues, copiando i riff di Eric Clapton e di Jimi Hendrix. Ma molto presto virò verso il mondo del jazz, cercando fin da subito di emulare i suoi eroi musicali Wes Montgomery, Grant Green, George Benson e Pat Metheny. Le influenze di questi giganti della chitarra elettrica sono evidenti in tutti i suoi dischi, a partire dal primo Between Dusk and Dreaming del 1990. Col passare del tempo Hughes è diventato un vero pilastro dello smooth jazz, affinando sempre di più la sua maestria tecnica e le sue indubbie doti di compositore. Il suo nuovo album One 2 One (pubblicato dall’etichetta Higher Octave) rappresenta senza dubbio la summa del suo percorso di chitarrista. Un percorso che non è solo di crescita artistica ma è anche una solida base sulla quale sviluppare il suo eccellente lavoro di ricerca. Di fatto non è difficile riscontrare come tutti gli album di Hughes inseguano l’idea di una continua fusione di generi, così come quella di una affascinante commistione di stili. Ecco dunque che anche in One 2 One, Brian Hughes porta avanti questo irresistibile anelito di diversità culturale, spesso anche, coraggiosamente, all'interno di uno stesso brano. Bastano poche note per capire che "One 2 One" è un meraviglioso disco contemporaneo di chitarra jazz. Niente fronzoli, solo melodie accattivanti da ascoltare e godersi in tutta tranquillità. Un album che possiede quel suono classico pervaso di groove dall’incedere rilassato che si ascolta volentieri e senza stancarsi mai. Brian Hughes infonde nelle sue linee melodiche quel tipo di stile morbido e virtuoso così familiare agli appassionati di jazz contemporaneo. Ma ciò che realmente rende questo chitarrista così piacevolmente unico è il modo creativo con il quale Hughes valorizza il suo linguaggio in contesti molto diversi. Questi elementi eterogenei, che spaziano dal latino agli arrangiamenti swing da jazz club, senza dimenticare il classico smooth jazz e gli echi del Pat Metheny Group, si fondono armoniosamente con l'elegante tecnica del chitarrista, conferendo a ogni brano un sapore distintivo. Ad affiancare Brian in questo album di raffinate melodie ci sono Mark Kelso, Les Portelli e Collin Barrat, che costituiscono il fulcro di una sezione ritmica molto coesa ed efficace. Una sezione fiati e delle percussioni di alto livello aggiungono ulteriore pienezza a questa ricca atmosfera dai colori a tratti quasi vintage. Il groove dell'organo Hammond è un elemento non molto sfruttato nel jazz moderno, ma Hughes reintroduce con grande efficacia questo strumento un pò dimenticato nel brano d'apertura "Stringbean” dove il richiamo al George Benson degli esordi è più di una suggestione. In "Postcard From Brazil", Hughes viaggia con la sua chitarra per tutto il Sud America. Spesso improvvisa allontanandosi dalla melodia principale su un vivace ritmo samba, per poi staccarsi bruscamente e sfoggiare un dirompente ritornello latino. Il tutto supportato da un duetto tra il pianista Les Portelli e il percussionista Dafnis Prieto Rodriguez. Hughes evoca poi tre stili musicali contrastanti in "Oh Yeah!", un brano in cui una sezione fiati soul a cinque elementi (pensate a James Brown) si intreccia con dense percussioni salsa, su una base di di organo blues, a cui Portelli aggiunge una vivace improvvisazione al pianoforte. Anche "Nothing in this World" è pervasa da un'atmosfera latin-blues-soul ricca di fiati. Mentre la title track, rilassata, estiva e non particolarmente esotica, dimostra che Hughes sa trovare un felice equilibrio tra lo smooth jazz convenzionale e la sua voglia di evadere dagli schemi. Il brano più particolare e più bello del disco, "While the World Slowly Turns", è un intrigante escursione in territori più crepuscolari e suggestivi. Un pezzo che di fatto infrange tutte le regole della musica adatta alla programmazione radiofonica, concentrandosi su uno stile che ricorda alcuni dei lavori più accessibili di Pat Metheny. Per otto minuti, su un ritmo in 5/4, dispensa magnifiche atmosfere spaziali e una melodia fluida, con un brillante assolo di pianoforte di Portelli che non può non ricordare il compianto Lyle Mays. Lo strepitoso assolo del chitarrista, insieme alle sonorità oscure e a tratti inquietanti, lo colloca sul piedistallo più alto dell’intero album. In una battuta è quasi “uno dei migliori brani che Metheny non ha mai scritto”. Il giudizio complessivo su One 2 One è molto positivo. Si tratta sicuramente di uno dei dischi più interessanti e piacevoli che abbia ascoltato negli ultimi tempi. Con semplicità, senza clamore, ma con grande tecnica, molto buon gusto e un pizzico di originalità Brian Hughes ci regala una valida alternativa al piatto e stereotipato panorama del contemporary jazz odierno.

















