New York Electric Piano – Keys To The City Volumes 1 & 2


New York Electric Piano – Keys To The City Volumes 1 & 2

I New York Electric Piano sono un trio jazz nato nel 2003, tutto costruito attorno al suono del piano elettrico Fender Rhodes, suonato dal leader e pianista Pat Daugherty. La band è completata dal bassista Tim Givens e dal batterista Aaron Comess (Ex Spin Doctors): i tre si sono conosciuti sulla scena musicale newyorkese della fine degli anni '90, decidendo di unire i loro talenti per dare vita ad un progetto piuttosto originale. L’architettura musicale del trio non rappresenta certo una novità in ambito jazzistico, ma imperniare tutto sul sound del piano elettrico è di sicuro una scelta piuttosto inusuale. I New York Electric Piano hanno dunque iniziato la loro carriera come trio, rimanendo ancorati a questa formula per i loro primi tre album. Dal quarto album, King Mystery del 2008, la band si è allargata ad un settetto. Dopo un piccolo rimpasto, questo Keys To The City Volumes 1 & 2 ha visto un'ulteriore espansione, fino ad un ottetto con ospiti aggiunt,i estrinsecato in un doppio cd. Il tastierista, cantante e compositore Pat Daugherty è comunque ancora saldamente al timone di un gruppo che continua a dispensare un sound affascinante. Un'uscita con un doppio disco potrebbe essere considerata piuttosto avventata in un periodo di crisi discografica come quello attuale, ma evidentemente la band aveva molto nuovo materiale a cui attingere. Il primo disco è ricco di brani che sfruttano appieno le vocalist della band, mentre il secondo è interamente strumentale. In entrambi i dischi, la band è compatta e swingante, con la sezione ritmica del batterista Aaron Comess e del bassista Tim Givens costantemente sul pezzo, a creare una base eccellente per consentire ai membri del gruppo di dare il meglio. Una curiosità è anche l’utilizzo di una inedita tastiera MIDI, sviluppata da Leon Gruenbaum, chiamata Samchillian, che aggiunge alla musica un tocco originale e futuristico. I brani del secondo disco sono piuttosto imprevedibili, di certo originali, con cambi di ritmo e un mood in costante fermento. "Instrumental Health" è impostata in un semplice4/4, di estrazione rock, con un interessante riff del sassofonista Erik Lawrence. Segue "Tears of a Skyscraper", una deliziosa ballata molto fluida. "Area 6 7 8" è un brano che passa con disinvoltura dal funk al prog con un tocco di free jazz. Sebbene il volume 2 sia solido e godibile, è il primo CD, quello in cui la band è affiancata dalle cantanti Deanna Kirk e Ava Farber, a contenere la musica più creativa ed intrigante di Keys To The City. La voce di entrambe le vocalist sa essere sinuosa, sexy, funky e a tratti morbida e suadente. Lo stesso Pat Daugherty offre uno stile vocale diverso dal solito: rappando spesso piuttosto che cantando, offre un efficace contrasto rispetto alle due cantanti ed aggiunge un tocco di ironia alla sua interpretazione, con la sua voce particolarmente raffinata. "Very Nice" fonde i suoi testi eccentrici con un'atmosfera R&B stile anni '80, mentre "Temple Dog" è aggraziata ma trascinante. L'atmosfera old-school prosegue con "Scrapple for the Apple", con i suoi richiami al soul degli anni '70 che riportano a band come Sly and the Family Stone. Stephen Perkins, dei Jane's Addiction, si unisce alla cantante Jennifer Conley e al flautista (ed ex membro dei NYEP) Till Behler in "In This Land". Questo è uno dei brani più ambiziosi di Keys To The City Volumes 1 e 2: ampio nella sua portata lirica e strumentale, è quasi un mini affresco contemporaneo. In effetti, i New York Electric Piano sono una band che sembra intenzionata ad ampliare i suoi orizzonti e così anche la sua visione per il futuro. Un gruppo che ha il talento e la creatività per essere all'altezza delle sue stesse, notevoli, ambizioni. 

Groovology – Almost Home


Groovology – Almost Home

I Groovology sono un quartetto jazz con base a Honululu, Hawaii, attivo già da tempo. che però arriva al debutto solamente in questa seconda parte del 2025: lo fa con un album intitolato Almost Home. Si tratta di una band che, se da un lato si può definire tradizionale, dall'altro appare insolita, in quanto il leader Aaron Aranita suona il sax tenore, il flauto e il clarinetto basso ma anche in prima persona il pianoforte e le tastiere. Gli altri membri del gruppo sono David Yamasaki (chitarra), Ernie Provenchar (basso) e Scott Shafer (batteria). Aranita è peraltro il proprietario dell'etichetta Sugartown da oltre trent'anni e ha pubblicato a suo nome almeno cinque dischi che spaziano dalle piccole formazioni alle big band. I suoi compagni d’avventura sono musicisti versatili, con dei curriculum che includono importanti collaborazioni con artisti jazz e rock. Il bassista Provenchar, ad esempio, si è esibito in vari contesti e stili quali la musica classica, il jazz, il salsa e perfino la musica mediorientale e balcanica. Ognuno di loro compone, contribuendo così al riuscito mix degli undici brani contenuti in Almost Home. L'unica cover presente nell’album, "Manoa", è stata scritta da Alberto Bessera con i testi di Carlinhos de Olivera e vede la partecipazione della cantante Sandra Tauklyama. La malinconica traccia che dà il titolo all'album, si apre con il leader Aranita al sax tenore e un pianoforte usato prevalentemente come accompagnamento. Il suo toccante assolo impreziosisce la melodia, così come quello del chitarrista Yamasaki, che suona delle linee scorrevoli e liquide. "Mambowski" è un groove di mambo, come suggerisce il titolo, la cui componente latina è in primo piano. E’ abilmente pilotato dall’efficace lavoro della batteria, mentre Aranita insinua il suo flauto nel brano fluttuando al di sopra dell’accompagnamento. A tratti i ritmi si fanno complessi dietro le improvvisazioni chitarristiche di Yamasaki e le impressionanti linee di basso di Provenchar. Il chitarrista ha scritto personalmente "Groovology", dando al gruppo l'opportunità di mostrare il suo lato più funky, mentre Aranita si propone al sempre poco sfruttato clarinetto basso, suonando sia all'unisono che in assolo. Yamasaki si fa paladino della melodia, mentre bassista e batterista si alternano in momenti altrettanto significativi. "Bubbles The Clown" di Shafer vede Aranita esibirsi al sax tenore con un trasporto carico di sentimento in un brano brillante virato in un piacevole mid-tempo: il sassofonista dialoga efficacemente con il chitarrista e compositore. "The Path" è nuovamente una creatura di Yamasaki nella quale il chitarrista brilla in modo particolare, esprimendosi con un tono sognante ed etereo prima di lanciarsi nel suo lirico assolo con Aranita questa volta a supporto attraverso l’accompagnamento raffinato del suo pianoforte. Il quartetto emerge quindi prepotentemente esplodendo sul successivo brano "Bries Tropical". "The Road Less Traveled" suona quasi contemplativo e si sviluppa piacevolmente attraverso un dolce sax tenore che cresce di intensità con l'evolversi del brano. Il secondo brano di Shafer, "Headroom", è invece declinato con una apprezzabile vena blues, ed è un ottimo veicolo sia per Yamasaki alla chitarra che per Aranita al tenore. "Manoa" è il brano vocale menzionato in precedenza, un cambio di atmosfera che si indirizza verso la bossa nova, con la cantante Sanda Tauklyam che vocalizza con sensualità. L'unica composizione di Provenchar, "Skybone", inizia molto lentamente con il sax tenore, ma alla fine vede il quartetto passare ad un groove maggiormente swingante. Il nome della band può suggerire un approccio piuttosto generico e non troppo originale, ma non bisogna farsi influenzare, perchè l'album risulta riuscito grazie alla varietà del materiale che spazia con successo dal blues alla musica latina, da quella brasiliana a quella più contemporanea, senza dimenticare il buon vecchio jazz mainstream. Il quartetto condisce tutto con una eccellente abilità tecnica e una eccellente perizia sia sotto l’aspetto del pathos che per quanto concerne la capacità compositiva. In ultima analisi i Groovology sono una nuova proposta, fresca ed interessante, nel panorama del jazz contemporaneo e meritano un ascolto.

Jazz Funk Soul - Simpatico


Jazz Funk Soul - Simpatico

Il supergruppo di jazz contemporaneo Jazz Funk Soul è, come è noto, una creatura musicale del tastierista Jeff Lorber, del chitarrista Chuck Loeb e del sassofonista Everette Harp. Il gruppo ha pubblicato due album, il debutto omonimo (2014) e il secondo lavoro More Serious Business (2016). Dopo la prematura scomparsa di Chuck Loeb, il gruppo si è riitrovato, con l'aggiunta del chitarrista Paul Jackson Jr., ancora oggi membro della formazione. Così sono nati in seguito Life And Times (2019) e Forecast (2022). Il loro progetto più recente è Simpatico (2025), album che scopriamo oggi. Tutti le pubblicazioni sono state realizzate sotto l'egida dell'etichetta Shanachie Entertainment, ormai la casa discografica più importante per quanto concerne il contemporary jazz. Come si può vedere dai crediti dell’album, sono numerosi i musicisti che sono nuovamente coinvolti nelle registrazioni, cosa che arricchisce e non poco il già formidabile lavoro del trio. Il termine "Simpatico" in italiano come in spagnolo non ha bisogno di spiegazioni ulteriori. E’ un titolo scelto per enfatizzare lo stato d'animo che anima i membri del gruppo, la loro simbiosi e la loro amicizia. Il contesto musicale è quello già conosciuto precedentemente, ovvero il jazz contemporaneo con una fortissima connotazione funk ed echi di fusion che riportano agli anni '80. Il primo brano spesso contribuisce in modo determinante a definire l'atmosfera generale di un disco e la band, non a caso, ha assemblato una potente sezione fiati nell’iniziale Get Up With JFS, con il sassofonista Everette Harp che si occupa in prima persona dell'arrangiamento. Gli ottoni sono ampiamente supportati dai meravigliosi riff di chitarra di Paul Jackson e dagli immancabili fuochi d'artificio prodotti dalle tastiere di Jeff Lorber. A parte il titolo, Rue de Seine ha poco a che fare con l'atmosfera parigina. Il brano prosegue l'atmosfera del pezzo di apertura ed ha ovviamente la stessa energia. L'animata Janyce testimonia l'eccellente esecuzione d'insieme del trio, che mette in mostra il magistrale controllo degli strumenti suonati con una strepitosa naturalezza e facilità. Con Rekindle, il gruppo si immerge nelle atmosfere fusion tanto care al grande Jeff Lorber e lancia un chiaro segnale sul fatto che almeno per questi musicisti, la fusion non è morta. Something Old Something Borrowed Something Blue è una canzone piuttosto popolare, suonata spesso in varie occasioni particolari come ad esempio i matrimoni. Harp spiega che il riferimento a "old" nel titolo, in questo caso testimonia di un ritorno al classico stile di George Duke, mentre "borrowed" si riferisce ai cambi di accordi presi in prestito dalla sua stessa composizione "All Jazzed Up" mentre "blue" richiama all'onnipresente forza del Blues, fondamento del Jazz. Con Throwback, Paul Jackson celebra gli anni '80 con la loro geniale originalità. E ancora nella traccia che dà il titolo all'album, Simpatico, il trio brilla nuovamente con la sua maestria strumentale e un'ineffabile sensibilità per la ricerca della melodia giusta. Gli assoli di Jeff Lorber sono una vera delizia, mentre sfreccia sui tasti con una destrezza mozzafiato. La spiccata propensione per la velocità è anche un elemento caratterizzante di Dreaming My Life Away. Forse ci si potrebbe aspettare qualcosa di più elegiaco da un titolo come questo, ma non è così. Ramblin' è di nuovo opera di Everette Harp , cosa che si nota nell'orientamento del brano, fortemente incentrato sugli strumenti a fiato. Everette si posiziona in primo piano con il sassofono. Il numero finale è il primo singolo tratto da Simpatico, intitolato Over Easy, che ribadisce e combina i punti di forza della formazione: un'esecuzione dinamica, un ritmo coinvolgente e un virtuosismo eccellente in ogni ambito. Jazz Funk Soul è un brillante esempio della propensione di Lorber per la jazz fusion, arricchita con successo da due fenomeni come Paul Jackson Jr. ed Everette Harp. Gli amanti dello stile moderno, del jazz contaminato dal funk, troveranno Simpatico una proposta interessante per la loro collezione, tuttavia questo è un album godibile ed apprezzabile per una vasta e variegata platea di ascoltatori.

Tristan – Frou-Frou


Tristan – Frou-Frou

Per chi dice che i tempi delle grandi band R&B sono ormai alle spalle, oggi vorrei confutare questa tesi parlandovi dei Tristan. Il gruppo olandese ci ha stupito con un sound corposo e molto soul fin dagli albori della loro carriera, e dopo 25 anni continua ad elargire ottime vibrazioni. In passato ho già recensito un CD di questa band olandese soul & funk, ma ecco che è apparso il loro ottavo album in studio, intitolato Frou-Frou. Loro sono attivi dai primi anni 2000 e sono nati dall'incontro tra il batterista Sebastian Cornelissen e il bassista Frans Vollink. Presto si è unito a loro il tastierista Coen Molenaar e, con i loro concerti dal vivo e una serie di album, hanno rapidamente acquisito lo status di gruppo di culto nei Paesi Bassi. Sono loro stessi a descrivere questo lavoro così: "Frou-Frou, nel nostro caso, simboleggia l'eleganza nella nostra musica, con la sua raffinata combinazione di creatività e dedizione. Dopotutto, ci sentiamo più a nostro agio e più forti che mai come band. Abbiamo fatto del nostro meglio per impegnarci ancora una volta e soprattutto per tornare a provare la gioia di scrivere e registrare nuovo materiale". Dunque questo accurato lavoro si riflette alla perfezione nel fantastico set di 12 canzoni, che mostra una band ormai nel suo periodo di piena maturità artistica. Per il nuovo progetto al "nucleo" dei Tristan, composto dal batterista Sebastiaan Cornelissen, dal bassista Frans Vollink e dal tastierista Coen Molenaar, si sono aggiunti il chitarrista Glenn Beck e la potente cantante Irma Derby. I brani di Frou Frou sono stati pensati non solo per un ascolto ottimale in casa, con il proprio impianto hi-fi o in cuffia, ma anche per adattarsi perfettamente ai concerti dal vivo del gruppo. E questa gustosa combinazione di R&B, jazz e funk sarà di sicuro un successo a 360 gradi. "Frou Frou", come detto  vede l’ingresso del nuovo e interessante chitarrista Glenn Black, il quale in effetti riesce a regalare qualcosa in più. Il CD si apre con la groovy "Changes", seguita dal primo singolo "Call Me". Questo brano emana un'atmosfera acid jazz e mi ricorda gli Incognito. Il secondo singolo, "Will You Ever Stay", è una romantica ballata soul, seguita da "I Just Can't Stop", anch'essa in direzione acid jazz. Quando ho visto il titolo del brano "I'm Gonna Love You Just a Little Bit More", ho subito pensato al compianto Barry White, ma invece no, questo è un brano acustico originale, completamente diverso, in cui la cantante Irma Derby è assistita solo dal pianista Coen Molenaar e si distingue come un acquisto molto azzeccato per vocalità e versatilità. Con "Brand New Shoes" torniamo in pista, con riff di chitarra su un ritmo acid jazz. "Contuse Me" è un brano strumentale jazz, mentre "Northern Light" fluttua su un mid-tempo molto gradevole ed accattivante. Il blues fa capolino in "These Arms", mescolato a un tocco di soul. "Taste Of Honey" è, a mio parere, forse il brano meno azzeccato, ma la traccia che dà il titolo all'album, dedicata a Ruud e Dof, inizia con una vocalizzo in un'atmosfera jazz, dopodiché Coen Molenaar lascia libero corso al suo pianoforte. "Circumstances" è di nuovo acid jazz, dopodiché si conclude l'"outtake" di "Call Me". Ed anche questo è un duetto acustico tra la cantante Irma e il pianista Coen. In questo si può chiaramente sentire l'influenza di Randy Crawford sulla brava Irma. Nel complesso un bell'album, che i Tristan hanno presentato anche nel loro recente tour europeo. Se vi piacciono gli Incognito, l’acid jazz, il soul e l’R&B tutti coniugati in un piacevole mix, questo gruppo olandese potrebbe fare al caso vostro. Musica di classe, ben suonata, arrangiata con gusto ed equilibrio permeata da un’aura di positività che non guasta.

Eric Dolphy - Outward Bound


Eric Dolphy - Outward Bound

Questo album rappresenta il momento nel quale il notevole talento di Eric Dolphy trovò il suo vero punto di partenza. La rampa di lancio per una carriera folgorante e sfortunata. Outward Bound è il primo lavoro della sua discografia da solista. Sulla base di ciò che ho, con il tempo, assorbito e compreso da questa storica pubblicazione del 1960, posso senza dubbio affermare che questo musicista non poteva che diventare uno dei jazzisti più importanti ed iconici del quinquennio tra il 1960 e il 1964. E così fu, la storia del jazz lo ha ampiamente dimostrato. Da un certo punto di vista è possibile tracciare un parallelo tra Eric Dolphy e Ornette Coleman, per vie delle concezioni armoniche che sono simili per entrambe, ma, a mio parere il messaggio di Dolphy è più coerente ed il suo talento è financo maggiore. Tuttavia, in ultima analisi, l'artista deve essere giudicato in base al suo lavoro, sebbene confronti e contrasti giochino un ruolo importante nel plasmare qualsiasi opinione. Lo stile e la scrittura di Eric Dolphy vivono di una propria peculiare ed originalissima dimensione. E’ così che a volte lo si può ascoltare come se quasi ribollisse di ritmo, di fermento. Una musica quella di Dolphy che è piena di linee nette e al contempo sinuose che coinvolgono l'ascoltatore in un vortice espressivo impressionante. L'impatto concreto del suo lavoro sta nella sua sempre sorprendente esibizione di queste emozioni. E’ difficile categorizzare in modo preciso la sensibilità ed il feeling dell'opera di Dolphy: furia espressiva, impressionismo, creatività, originalità. Dei tre strumenti (sax alto, flauto e clarinetto basso) che usa in questa registrazione, e che spesso ha usato in carriera, il suo iconico clarinetto basso è il più intrigante. Difficile ascoltare un suono paragonabile a quello che questo gigante del jazz ottiene con questo strumento un po' dimenticato. Nel registro superiore, il suono si avvicina a quello di un sax contralto, ma questa descrizione non coglie forse il sapore della sua unicità. Nel registro inferiore, il sound non si discosta troppo dal timbro solitamente associato a questa ancia. Dolphy tuttavia produce un tono decisamente più tormentato di quello che si è abituati a sentire dal clarinetto basso. Va detto che, per quanto Dolphy sia in grado di interpretare magistralmente tutti e tre gli strumenti in modo originale e variato, c'è un filo diretto che li lega insieme: il potere di trasmettere emozioni dal musicista all'ascoltatore. Questo è in ultima analisi il segno distintivo di un vero artista. Il trombettista Freddie Hubbard, suo sodale in questa e altre registrazioni a venire, mostra un'abilità lirica e una fermezza che sono in contrasto con la sua relativa giovinezza. Il suo tono chiaro e l'eccellente fraseggio esaltano le sue idee musicali. Il suo assolo sul brano 245 suona malinconico, ma illuminato sia pure con improvvise impennate. On Green Dolphin Street lo trova in uno stato d'animo alla Miles Davis, tuttavia la somiglianza è solo superficiale poichè il lavoro di Hubbard è più sereno, forse meno cupo di quello di Davis. Il musicista che in questo album cattura meglio lo spirito di Dolphy è curiosamente il pianista Jaky Byard. Il suo modo di suonare è infatti ruvido come quello del leader, ma si ha la sensazione che il suo strumento gli impedisca di esprimersi al meglio. Dopotutto, ci sono cose che puoi fare con gli strumenti ad ancia che sono impossibili al pianoforte. Ad esempio, nel suo assolo sul brano G.W. suona un passaggio piuttosto dissonante in cui le voci si muovono in tutte le direzioni, come se stesse cercando di ottenere più del possibile dal suo pianoforte. George Tucker svolge con coerenza e abilità il suo ruolo di accompagnamento, ma non contento di tenere solo il tempo, dialoga con ogni solista sottolineando i fraseggi di ciascuno. E poi c’è Roy Haynes: uno dei migliori batteristi di sempre, e qui come in altre registrazioni, appare come la fonte da cui gli altri traggono la spinta per costruire i loro assoli, le loro armonie, le loro melodie. Straordinario, come è d’altra parte straordinario il costante pulsare della voce di Eric Dolphy. Sempre originale, innovativo, un passo avanti. Outward Bound è un album bellissimo, che ci apre una finestra sul mondo di uno dei più grandi musicisti che il jazz abbia conosciuto. Eric si impose subito come uno dei solisti più dotati sotto ogni punto di vista (armonico, ritmico, melodico e timbrico). Dolphy è stato uno dei musicisti di jazz più originali della storia. Mai scontato, mai superficiale e soprattutto molto originale. L’originalità è forse la caratteristica più importante per un musicista jazz e lui suonava in un modo inimitabile, che non aveva precedenti e che non ha avuto imitatori. Morì, a soli 36 anni, a Berlino, il 29 giugno 1964. Visse poco, troppo poco, ma lasciò all’umanità una straordinaria eredità artistica.

Pharoah Sanders – Moon Child


Pharoah Sanders – Moon Child

Pharoah ‘Farrell’ Sanders (nato nel 1940) è stato senza dubbio una figura di spicco nel mondo del jazz di cui è stato, fino al 2002, anno della sua scomparsa, una delle ultime leggende viventi: i suoi legami artistici con musicisti iconici come Sun Ra e John Coltrane ne testimoniano l’indiscusso valore. Il suo modo davvero originale ed unico di interpretare la tecnica del sassofono tenore gli ha fatto guadagnare uno status di alto livello sia tra gli stessi musicisti jazz, che tra i critici e gli appassionati. Tuttavia bisogna anche sottolineare che la sua fama non ha mai raggiunto le vette di popolarità dei grandi nomi della musica afroamericana. All’inizio della sua carriera Sanders era più che altro interessato alla musica blues, ma il suo insegnante di liceo lo indirizzò verso il jazz e questo ha portato Farrell in una direzione completamente nuova. Una volta completate le superiori, Sanders si trasferì ad Oakland, dove ebbe la possibilità di lavorare con musicisti di alto calibro, come i sassofonisti Sonny Simmons e Dewey Redman (che in seguito sarebbero diventati grandi forze nel nuovo jazz e del free jazz). Presto il giovane Pharoah avrebbe incontrato anche John Coltrane e si sarebbe sentito definitivamente attratto dalla vita da musicista professionista. All'inizio degli anni Sessanta Sanders si trasferì nuovamente, questa volta a New York, dove stava crescendo la scena jazz più importante di quegli anni. Qui trascorse la maggior parte del tempo ad affinare le sue abilità rifugiandosi alla corte del singolare pianista/tastierista Sun Ra, il quale gli attribuì il soprannome di Pharoah. Purtroppo non guadagnava molto con l’originalissima e particolare Arkestra di quest’ultimo, così presto si ritrovò a vivere per strada, cercando di stare sveglio tutta la notte a suonare per poi dover cercare soldi durante il giorno per poter sopravvivere. Sanders registrò il suo album di debutto per la ESP poco dopo, ma fu solo quando iniziò a suonare con il suo vecchio amico John Coltrane che scatenò completamente la furia del suo sassofono nel mondo del free jazz. I dischi su cui Pharoah Sanders suonò per Coltrane gettarono le basi di ciò che sarebbe venuto dopo sia nel nascente e iconoclastico free jazz, sia per egli stesso come musicista. Dopo la tragica morte di Coltrane, Sanders registrò anche con Alice Coltrane, la vedova di John, nell'album Karma, che è universalmente riconosciuto come il suo capolavoro. Insieme alla stessa Alice Coltrane ed al cantante Leon Thomas, Sanders contribuì a creare il genere dello spiritual jazz. A questo punto della sua carriera e nell'album che vi presento oggi (Moon Child, registrato nel 1989), Sanders si era disimpegnato da quel genere di stridente avanguardia su cui aveva inizialmente puntato la sua carriera. Qui Sanders suona con una formazione di tutto rispetto composta da Stafford James (Sun Ra) al basso, William Henderson (Roy Ayers) al piano ed Eddie Moore (Sonny Rollins) alla batteria. Moon Child, con la sua voce piacevolmente spaziale, ricorda i giorni di "The Creator Has a Master Plan" e questo stato d'animo maggiormente rilassato ed onirico è mantenuto per tutto l'album grazie anche alla scelta delle melodie in esso proposte. In questo lavoro il leggendario sassofonista si è chiaramente reinventato come un improvvisatore più tradizionale, capace di un sound ponderato e riflessivo. Ci sono voci quasi New Age che rimandano ad un’atmosfera mistica ed accattivante e curiosi riferimenti astrologici. Un album che suona intrigante e complessivamente piacevole, quasi sorprendente se paragonato ai suoi lavori più all’avanguardia. Pochi jazzisti possono eguagliare la sua padronanza del "groove", ma soprattutto egli si distingue per una originalità ed una personalità più uniche che rare. Moon Child è un fantastico album, contenente alcune sessioni di registrazione svoltesi in Francia del 1989. E’ un ottimo viatico per avvicinarsi ad un sassofonista il cui stile è conosciuto da sempre per i suoni violentissimi ed estremi, che però qui risultano notevolmente ammorbiditi. Inoltre è uno dei pochi in grado di padroneggiare la tecnica del cosiddetto "Sheets of Sound". Questa forma di espressione musicale, creata da John Coltrane, utilizza linee di improvvisazione estremamente dense ma strutturate, composte da arpeggi ad alta velocità e modelli di scale eseguiti in rapida successione: centinaia di note che vanno dal registro più basso a quello più alto. Sanders può non essere facilmente digeribile da alcuni ma rappresenta comunque uno dei più grandi specialisti del sax. il Faraone di Little Rock è riuscito come pochi a trovare un miracoloso punto di equilibrio e di fusione tra la spiritualità illuminata e il fervore religioso del maestro John Coltrane, il verbo afrofuturista di Sun Ra e la spinta globalista di Don Cherry. Un jazzista nel senso più profondo, antico e vero del termine; ma anche uno strumentista formidabile, un sassofonista che ha lasciato una traccia indelebile nella storia del suo strumento, approdando a una magistrale maturità dopo l'iconoclastia degli esordi.

Joe Baione – Vibe Check


 Joe Baione – Vibe Check

Nella storia del jazz è nota agli appassionati una relativa rarità di specialisti del vibrafono. Questo resta uno dei misteri di questo genere musicale. Nonostante la bellezza naturale del suono dello strumento e la sua innegabile importanza storica ben testimoniata dalla bravura e dalla fama dei suoi più famosi esponenti, come Lionel Hampton, Milt Jackson e Bobby Hutcherson, sono relativamente pochi gli artisti che hanno scelto di eleggere il vibrafono come loro principale mezzo di espressione. Fortunatamente, un personaggio come Joe Baione ci dimostra che il retaggio dei grandi del passato è in ottime mani ed anche al giorno d’oggi è possibile godere del fascino indiscutibile del vibrafono. Il musicista di origine italiana ha appena pubblicato un nuovo album, intitolato Vibe Check, che presenta al meglio da un lato il sound del vibrafono e dall’altro propone un jazz vibrante e dinamico nel solco della tradizione. Alcuni dischi richiedono tempo per appassionare, mentre altri catturano fin dal primo ascolto. Vibe Check rientra senza dubbio in quest'ultima categoria. Joe è supportato da una eccellente band con Duane Eubanks alla tromba, Toru Dodo al piano, Marco Panascia al basso e Jerome Jennings alla batteria, insieme alla figlia di Baione, Alexis Baione, ospite in qualità di cantante. Vibe Check offre un mix unico di moderna creatività e fascino nostalgico, riuscendo a trovare un punto di equilibrio tra l’estetica degli anni Sessanta ed una fresca sensibilità contemporanea. Con questa sua uscita, Baione ha creato un album tanto vivace quanto coeso. Vibe Check si apre con "The Journey", che lancia l’ascolto con il suo swing allegro e il suo serrato lavoro d'insieme. La chimica tra i musicisti è evidente in tutto il lavoro, poiché ogni musicista ha il suo momento per brillare. Il vibrafono di Baione è in primo piano, il suo tocco è molto espressivo ed il fraseggio decisamente ricco d’inventiva. Ciò fornisce le basi per una palpitante conversazione musicale. Una traccia di spicco, "Come Close", introduce un groove ispirato al reggae con i testi scritti e cantati dalla figlia di Baione, Alexis. La sua interpretazione vocale e il ritmo irresistibile della canzone creano una traccia che appare fresca e nuova, pur adattandosi perfettamente alla struttura jazzistica dell'album. "Hot Mama" prende una piega diversa, portando con sé un ritmo latino che spinge al movimento ma non manca di destare attenzione. Il suo groove ballabile così come le improvvisazioni evidenziano la capacità di Baione di infondere il jazz tradizionale con un tocco contemporaneo. Tracce come "Lulu" mettono in mostra come l'energia swingante del bop sia nelle corde del musicista. "Lost Control" canalizza invece lo spirito di leggende del soul-jazz come Blue Mitchell e Horace Silver con il suo groove ispirato al boogaloo, forte di una bella melodia. Va detto che un album come Vibe Check delinea in qualche misura un quadro del percorso artistico e professionale di Joe Baione. Dopo 27 anni di carriera come direttore d’orchestra in una scuola pubblica, Baione si è dedicato completamente al suo sogno di produrre un album jazz di livello mondiale. La sua passione e dedizione traspaiono, non solo nel suo modo di suonare, ma anche nelle sue composizioni e nei bellissimi arrangiamenti. Molte delle tracce, tra cui "Lost Control", "Faith Is My Destiny" e "Quiet Ways", sono rivisitazioni di canzoni scritte dal padre di Baione più di 40 anni fa: questo aggiunge un tocco molto personale al disco. La band qui riunita è ugualmente di notevole spessore artistico. Eubanks porta calore e lirismo ai suoi assoli di tromba, mentre il lavoro al pianoforte di Dodo brilla per finezza ed energia. Panascia ancora il gruppo con le sue linee di basso sempre melodiche, e la batteria di Jennings sa essere sia propulsiva che delicata. Insieme, creano un suono innegabilmente moderno ma intriso di tradizioni jazz classiche. Con Vibe Check, Baione dimostra di essere non solo un maestro del vibrafonismo, ma anche un narratore, intrecciando storia personale, legame familiare e passione per il jazz in un album coerente ed accattivante. Sia che lo si giudichi per le sue melodie orecchiabili, sia che si valutino le performance virtuosistiche, o ancora per i nostalgici richiami al jazz di metà secolo, Vibe Check soddisfa tutti i requisiti e non mancherà di risultare molto apprezzato da un vasto pubblico di ascoltatori.

Bill O’Connell - Touch


Bill O’Connell - Touch

Bill O'Connell è un pianista jazz, insegnante e bandleader. È principalmente associato al jazz latino e all'hard bop. Ha studiato pianoforte all'Oberlin Conservatory of Music, ma ha vissuto principalmente a New York o a Long Island. Insegna pianoforte jazz alla Mason Gross School for the Arts presso il campus New Brunswick della Rutgers University, nel New Jersey. Questo album segna il ritorno di Bill O'Connell al formato del trio jazz, il suo primo dopo l’album di debutto, intitolato Searching, della fine degli anni '70. Insieme ai suoi collaboratori di lunga data, il bassista Santi Debriano e il batterista Billy Hart, l'album presenta principalmente composizioni originali di O'Connell, insieme a pezzi notevoli come Maiden Voyage di Herbie Hancock, un contributo di Santi Debriano e selezioni di H. Ruby e B. Kalmar, così come J. Baker, G. Fragos e D. Gasparre. Lo stile compositivo di Bill O'Connell è abbagliante, caratterizzato da una notevole profondità ritmica e da un'estetica calda e passionale. Nonostante la natura intricata delle composizioni e degli arrangiamenti, l'album rimane notevolmente accessibile. In una città come New York, dove il jazz è sia una passione che una tradizione, O'Connell brilla come un vero "musicista dei musicisti". Rinomato per la sua brillantezza armonica, la chiarezza del suo fraseggio e le melodie evocative, suona con una intesità che incarna l'essenza stessa del titolo dell'album, Touch. Per i pianisti, "touch", tocco, si riferisce alla sfumatura e alla maestria con cui si disimpegnano con il loro strumento, una qualità che O'Connell infonde in ogni traccia con squisita finezza e limpidezza esecutiva. L'album evoca un'atmosfera semplice ma al contempo molto stimolante. Si è invitati a sedersi, ascoltare e lasciarsi incantare dall'armoniosa interazione del trio, la cui sinergia risuona gioiosamente in ogni nota. Questa musica vibrante, con la sua energia contagiosa, ci proietta mirabilmente dentro l’alchimia del classico trio jazz. La carriera di Bill O'Connell si snoda attraverso quattro decenni, a cominciare con l'ensemble di  jazz latino di Mongo Santamaria nel 1977 fino a comprendere collaborazioni con leggende come Chet Baker, Sonny Rollins e Gato Barbieri. Anche il suo precedente album in studio, A Change is Gonna Come, è molto interessante ed è stato elogiato dalla critica: vuole essere una risposta musicale alle tensioni sociali dei nostri giorni. Con questo Touch, il suo diciassettesimo album da leader, O'Connell dimostra ancora una volta la sua versatilità, fondendo la padronanza tecnica con uno spirito esplorativo da innovatore, al contempo intimo e dinamico. Questo è senza dubbio uno dei migliori album per trio jazz che si può ascoltare al giorno d’oggi. In Touch, O'Connell crea un linguaggio molto personale, conseguenza di uno stile così distintivo da aver contribuito senza dubbio alla sua fama. Il disco offre alcuni omaggi agli artisti che Bill più ammira, in particolare nella sua interpretazione di Three Little Words. Qui è evidente la sua venerazione per il genio armonico di Thelonious Monk. Un artista che richiede tempo ed attenzione per essere apprezzato fino in fondo, ma che in ultimo rivela la sua grandezza. Allo stesso modo, ci vuole del tempo per apprezzare appieno la ricchezza di questo album. I suoi contenuti regalano una grande soddisfazione dall'inizio alla fine, guadagnandosi così un posto tra i lavori che si possono definire imperdibili e, nel contesto della musica odierna, financo essenziali.

Poogie Bell Band – Get On The Kit


Poogie Bell Band – Get On The Kit

Ebbi modo di ascoltare dal vivo Poogie Bell ad un concerto di Marcus Miller e rimasi incantato dalla sua tecnica e dalla sua energia. Un corpulento e talentuoso batterista capace di proporre ritmi complessi, swing e groove sofisticati, conditi da una tecnica sopraffina. Poogie Bell oltre che un batterista è un compositore, un arrangiatore e un produttore discografico. Ha suonato e registrato con Chaka Khan, Luther Vandross, Herbie Hancock, Marcus Miller, Stanley Clarke, Erykah Badu, John Scofield, David Sanborn, Joe Sample, Al Jarreau, e molti altri. Da tempo guida la Poogie Bell Band, il suo gruppo jazz fusion. Poogie è nato a Pittsburgh nel 1961 e lì ha trascorso i suoi primi anni. Figlio di Charles Bell che era un pianista jazz, si può dire che sia cresciuto con la musica nel sangue. Talento naturale e precocissimo fece il suo debutto in concerto suonando con suo padre alla Carnegie Hall di Pittsburgh quando non aveva ancora compiuto 5 anni. La famiglia di Poogie si trasferì a New York City, dove suo padre divenne professore di musica e continuò a esibirsi con il suo quartetto. A New York Poogie conobbe Max Roach e Ornette Coleman che qualche volta suonavano con suo padre nella loro casa. Il grande bassista Paul Chambers era un loro vicino. Con queste premesse, Poogie iniziò la sua carriera professionale suonando e collaborando con i migliori musicisti dell’epoca ed esplorando un ampio ventaglio di generi. Get On The Kit è il secondo album con la sua band, uscito nel lontano 2006. Un lavoro che fonde tocchi di moderno jazz con le atmosfere delle buone vecchie composizioni fusion in stile anni '70. Il tutto è sapientemente mescolato con un ottimo gusto improvvisativo, sul quale Poogie innesta accenni di R&B, Hip-Hop e Rock. Get On the Kit presenta non solo lo straordinario basso di Marcus Miller, la cui fama è ormai planetaria, ma anche un creativo lavoro di chitarra fusion di Juan Vasquez e la precisa ed intelligente mano di Howie Alexander alle tastiere. La sezione fiati è composta da maestri come Ian Gordon (tromba), Reggie Watkins (trombone) e Tony Campbell (sassofono contralto). Inutile sottolineare come la presenza di Marcus Miller sia di per sè un plus di inestimabile valore, ma va anche ribadito che la personalità di Poogie Bell sia ben delineata, così come il suo formidabile talento batteristico. Poogie è davvero uno dei migliori sulla piazza e probabilmente non gode di tutta la considerazione che invece meriterebbe. Le tracce tendono verso il funk e la fusion soprattutto in alcuni dei primi pezzi dell'album: lo si può sentire in brani come l'introduttiva "Hi There" per sola batteria e nella successiva e dinamica "Dark and Happy". "Jamestown" mette in mostra una brillante sezione di ottoni che aggiunge più peso alla già formidabile linea funk della canzone. La fusion e il jazz animate dal colore degli anni '70 e '80 sono comunque un’influenza evidente in tutto questo album. Un fattore che si può apprezzare dal modo in cui "Adolescence" utilizza i fiati di ispirazione classica in combinazione con il groove dettato dal basso elettrico ed il sound del clavinet. Ritmo e synth caratterizzano "Pay Attention!", mentre il basso è martellante in "Creepin'. "Funky Helmet" esibisce una energetica modernità basata sui sintetizzatori che creano una combinazione molto interessante, qualcosa in grado di ammaliare l'ascoltatore. Purtroppo le note di copertina non forniscono informazioni dettagliate sui musicisti coinvolti: è presente solo un lungo elenco di ospiti ma non c'è modo di sapere in quali tracce si esibiscano. Un piccolo inconveniente di fronte ad un grande risultato sonoro. La Poogie Bell Band offre un programma musicale perfettamente tagliato sulle esigenze di chi ama la batteria, la ritmica e più in generale un suono funk fusion praticamente perfetto. Come detto, Bell è un batterista strordinario, uno dei migliori attualmente in circolazione: creativo, vario, funambolico ma anche raffinato ed intelligente. Get On The Kit è un album da ascoltare ed apprezzare per la tecnica, per la musica e soprattutto per il suo irresistibile e contagioso groove.

Joel Weiskopf – The Search

Joel Weiskopf – The Search

Per il pianista Joel Weiskopf, nell’ormai lontano 1999, dopo i lunghi studi classici e alcune importanti esperienze in ambito jazzistico, giunse il momento di intraprendere il suo viaggio artistico come leader, con questo primo album intitolato The Search. Ad oggi l’artista ha pubblicato sei lavori, tutti di alto livello. Noto per essere il fratello minore del più affermato sassofonista tenore Walt Weiskopf, le esperienze di Joel nella musica includono nove anni di formazione in pianoforte classico, la laurea al New England Conservatory of Music e concerti con Teddy Kotick, George Garzone, Tim Hagans e Woody Herman. Tutto questo in aggiunta ai suoi apprezzati contributi al catalogo del fratello Walt sull’etichetta Criss Cross ed in più alcune tournè dal vivo per la stessa casa discografica. Ciò che colpisce immediatamente nello stile di Joel è il suo totale controllo dello strumento, la sua fluida creatività che trova voce senza sforzo, con naturalezza e spontaneità. A tratti sa essere denso ed incendiario come McCoy Tyner, ma in un attimo può diventare equilibrato e rilassato, scarno e melodico come un Errol Garner o un Ahmad Jamal. Varietà e originalità sono alla base di un indovinato programma di standard e originali che vengono sapientemente mixati in questo album d’esordio, sorprendentemente maturo. Weiskopf  riesce infatti a riempire il suo portfolio di esecuzioni all’insegna della varietà senza trasformare il tutto in un incoerente guazzabuglio di musica. In fondo qui c’è tutto quello che si chiede ad un jazz che rappresenti al meglio il mainstream di oggi: swing, partecipazione emotiva, invenzione, coraggio, empatia. E nessun orpello, Joel va dritto al cuore della musica. Weiskopf è, insomma, un solista pieno e raffinato che sposa la sua connaturata eleganza ad una non trascurabile ricerca dell’imprevedibile. Una cosa che si riflette anche nel suo notevole lavoro autorale. "Edda" di Wayne Shorter fornisce il tipo di composizione che Weiskopf può fare sua con disarmante facilità. È anche abbastanza sicuro di sé da cimentarsi in un brano complesso come "Criss Cross" di Monk e lo fa in modo da mantenere intatto lo spirito del pezzo, lasciando tuttavia trasparire la sua identità poetica. La lunga title track The Search è un microcosmo di gusto e creatività, con l'interazione tra il solista ed il gruppo a rendere l'ascolto particolarmente seducente. In verità il bassista Peter Washington e il batterista Billy Drummond sono entrambi straordinari dall'inizio alla fine. La loro integrità musicale e la capacità di portare ispirazione sono un valore aggiunto che entrambi questi strumentisti di grande talento possono mettere al servizio di qualsiasi altro musicista con cui collaborino. Di certo come solista non si potrebbe desiderare di meglio di due formidabili specialisti come questi che spingono chiunque a dare il massimo. L’album presenta sia alcune ballate che brani ritmati, ma il trio riesce a gestire ottimamente anche il linguaggio più strettamente blues. Ciò è palesemente dimostrato in "Red's Blues". Non manca, in chiusura, una sorprendente lettura di Weiskopf di "My One and Only Love" in perfetta solitudine al pianoforte. E’ un debutto di grande spessore: ovviamente il pianoforte è dominante in The Search, ma va assolutamente sottolineato l’interplay prodigioso che il trio è in grado di spigionare. Joel Weiskopf dimostrò fin dall’inizio della sua carriera solistica che la sua sarebbe stata una voce importante nel panorama jazzistico contemporaneo. Un viaggio cominciato nel 1999 e che Joel prosegue ancora oggi con la stessa autorevole e talentuosa capacità di essere sofisticato, diretto e coerente.

Resolution 88 - Vortex


Resolution 88 - Vortex

Come avevo preannunciato torno a parlare del gruppo jazz-funk britannico Resolution 88, in occasione dell’uscita del loro quarto album in studio, Vortex. Questo nuovo lavoro contiene 8 brani che portano il sound della band in una nuova direzione compositiva. I Resolution 88 mantengono il loro sound distintivo, pilotato sapientemente dal Fender Rhodes e dai sintetizzatori, con uno stile affine a quello di Herbie Hancock e Toby Smith dei Jamiroquai. La band ha registrato questo materiale con l'usuale quartetto ma l'album presenta alcuni artisti ospiti come la cantante Vanessa Haynes e Tom Smith al sassofono e al clarinetto basso. Negli album precedenti, i Resolution 88 hanno aggiunto in post produzione  alcune sovraincisioni orchestrali ispirate ad album come Manchild di Herbie Hancock, ma in questo disco, le uniche aggiunte sono i soli suoni dei sintetizzatori. Il leader della band e principale compositore Tom O'Grady ha fatto di tutto per ricreare il mondo sonoro dei suoi personali punti di riferimento: i Mizell Brothers e chiaramente dell’idolo Herbie Hancock. "The Boss from Boston" apre il disco con uno stile potente: il basso virtuoso di Tiago Coimbra si intreccia con una linea melodica nel solco del grande Marcus Miller, per il quale i Resolution 88 hanno suonato come band di supporto al Ronnie Scott's Jazz Club. L'album passa rapidamente alla versione strumentale di "Love Will Come Around" (che riappare in una versione vocale alla fine del disco). La melodia si libra su una vera drum machine Roland CR78 (come quella usata da Hall & Oates e molti altri). "Sky High (for Larry & Fonce)" è un omaggio ai fratelli Mizell le cui produzioni degli anni '70 sono amate e celebrate in tutto il mondo, ma soprattutto nel Regno Unito. Tom O'Grady si è innamorato della loro musica non appena l'ha scoperta e questa ha avuto un'enorme influenza sulla sua ispirazione di musicista. Comporre una canzone è stato il modo più naturale per ringraziare i Mizell’s per l’influsso sulla sua carriera. Quando Larry Mizell in persona ha ascoltato questa traccia, la sua risposta ha, per così dire, dato un senso profondo all'ossessione per l'utilizzo di strumenti completamente originali. L’ha definita infatti  monumentale, facendo i complimenti a O’Grady anche per la sua abilità tecnica. "Never Ever Ever", si apre con un groove particolare, scarno ed essenziale, prima che un assolo dei synth catturi l'ascoltatore. C’è un crescendo entusiasmante, una vera delizia per gli amanti delle tastiere analogiche vintage. Di seguito si continua con un classico groove jazz funk, "Shriffty". Come suggerisce il nome, questa traccia è ricolma di riff. Tom Smith è l’ospite di questa traccia, nella quale è protagonista della partitura di sax tenore. Il brano finisce proprio con un assolo di sax potente e suggestivo. Da sottolineare, nella sezione centrale, come Tom O'Grady offra a sua volta un assolo di Rhodes molto pecualire, ispirato ai suoi musicisti preferiti Herbie Hancock e Patrice Rushen. "Final Approach" è piuttosto originale e si propone di dipingere in musica le luci che guidano gli aerei di notte sulle piste di atterraggio. Questo pezzo inusuale è un groove rilassato e notturno che evoca l'emozione di volare verso nuove mete. "Vortex" dà il titolo all'album ed è facile capire il perché: è un brano importante, di ben 8 minuti. Il basso iniziale è ripetuto ritmicamente mentre attorno ad esso orbitano tutti i tipi di suoni “cosmici”. Quando entra la batteria, il basso improvvisamente assume tutto un altro senso. Tom Smith suona una semplice melodia al sax soprano e al clarinetto basso aumentando la tensione, il tempo raddoppia e l'ascoltatore viene letteralmente risucchiato nel “vortice”. A completare il quadro sonoro arriva anche un assolo di sax soprano, nello stile di Bennie Maupin, che irrompe in una apparente tranquillità. Infine l'ascoltatore viene nuovamente catapultato al centro da un assolo di Rhodes di Tom O'Grady, accompagnato dall'energia frenetica e trascinante di Ric Elsworth alla batteria, dal basso jazz groove di Tiago Coimbra e dalle percussioni potenti di Oli Blake. All'improvviso, tutto si dissolve e l’atmosfera torna spaziale. "Love Will Come Around featuring Vanessa Haynes" è la versione vocale della seconda traccia dell'album. Vanessa Haynes è meglio conosciuta per aver cantato come solista con gli Incognito, le leggende del jazz funk del Regno Unito. In questo brano porta tutta quell'esperienza e la sua incredibile voce piena di passione e sentimento. Questa canzone (sia la strumentale che la vocale) vuole essere una sorta di riflessione su tutto ciò che sta succedendo nel mondo in questo momento. Di fatto è impossibile ascoltare le notizie oquotidiane senza provare un sentimento di sconforto: Tom O'Grady intende così proporre qualcosa di positivo attraverso un messaggio edificante dal quale trarre, se possibile, il meglio di noi stessi e degli altri. Ancora una volta questi ragazzi inglesi hanno fatto centro, Vortex è un gran bell’album, uno dei migliori usciti nel 2024, merita senza dubbio attenzione.

Hubert Laws – The Laws Of Jazz


Hubert Laws – The Laws Of Jazz

Quando si parla di uno strumento solista molto particolare per il jazz come il flauto traverso, ci sono tre nomi che vengono subito in mente: Eric Dolphy, Herbie Mann e Hubert Laws. Per i puristi del jazz i secondi due si portano dietro una fama non troppo positiva a causa della loro produzione più commerciale degli anni '70. Ma va detto anche che la loro abilità tecnica, il loro sound e la indubbia personalità rappresentano comunque i vertici per quanto riguarda il flauto. Se parliamo di Hubert Laws in effetti viene quasi istintivo associare l'artista ai suoi album per la CTI, ed alcuni di questi hanno effettivamente delle grandi qualità. Tuttavia ascoltando The Laws Of Jazz è altrettanto chiaro che il flautista di Houston (fratello del sassofonista Ronnie) ha uno spessore ed una profondità che vanno ben oltre il suo periodo alla corte di Creed Taylor, facendone davvero un personaggio di spicco del panorama jazzistico internazionale. D’altronde Hubert può vantare una carriera di oltre 40 anni nel jazz, nella musica classica e in altri generi musicali. Considerando l'abilità artistica del compianto Eric Dolphy e la popolarità del già citato Herbie Mann, Laws si trova ad essere in compagnia dei più famosi e rispettati flautisti di jazz della storia (di certo anche uno dei più imitati). Laws è uno dei pochi artisti di estrazione classica in grado di padroneggiare altri generi come appunto il jazz, ma anche il pop ed il rhythm and blues o il soul, muovendosi senza sforzo da un repertorio all'altro. La sua carriera inizia nel 1965 con l'Atlantic Records con la quale pubblicherà tre dischi di qualità, dei quali The Laws Of Jazz è il primo in assoluto. Si tratta di un hard bop piacevole, con Laws che resta molto compostamente in linea con la tradizione e veicola le sue composizioni e i suoi assoli con coerenza e rigore (è ovvio che qui non si può trovare l’ardore e la iconoclastica creatività di Eric Dolphy o Rahsaan Roland Kirk). I brani più accattivanti e memorabili sono in effetti quelli con i connotati più blues: "Bessie's Blues" e "Bimbe Blues", dove Laws si sbizzarrisce davvero con il suo flauto, innervandolo di un anima ricca di soul. Il gruppo che accompagna il leader in questa prima uscita annovera nomi noti ed importanti come Richard Davis, Jimmy Cobb e Chick Corea (qui presentato all'inizio della sua carriera come Armando Corea). Tutti i musicisti aggiungono ottimi assoli ed arricchiscono la sessione con grande maestria. Laws suona l'ottavino in due dei brani, uno strumento che forse funziona meno bene del traverso in questo contesto, probabilmente a causa del suo suono troppo stridente. Hubert Laws è di certo un magnifico strumentista, dotato di talento e di una tecnica sopraffina che gli ha consentito di avventurarsi con  successo con le grandi orchestre di musica classica. Come detto, nei primi anni Settanta ottenne un grande riscontro commerciale (e persino il plauso della critica) con la sua miscela unica di jazz e musica classica, registrando molti album per l’etichetta CTI, della quale divenne uno dei nomi di punta. Alcuni di questi dischi, in particolare Morning Star, Afro Classic e In The Beginning, sono davvero rivoluzionari nel combinare jazz, musica classica e pop in un'unica e coesa presentazione. Tuttavia, la natura easy going e il tenore di brani pop come "Fire and Rain" di James Taylor o il tema del film "The Love Story" hanno via via allontanato molti appassionati puristi del jazz, tanto all’epoca quanto ancora oggi. Non intendo esaltare a tutti i costi il valore di un disco come Laws Of Jazz, che può più o meno essere di gradimento a seconda dei gusti e dell’apprezzamento che si può avere per lo strumento flauto. In generale qualsiasi appassionato dell'hard bop e del jazz moderno avrà modo di godere di The Laws Of Jazz, sia come documento storico (l'esordio di Laws e  di un giovanissimo Corea) sia per la musica piacevole e di valore che offre.

Ramsey Lewis – Taking Another Look


Ramsey Lewis – Taking Another Look

Ramsey Lewis è salito ala ribalta a metà degli anni '60, proponendo una lettura del jazz in chiave strumentale funky e soul, in brani da top 40 come "The In-Crowd" e "Hang on Sloopy". La formula ha fatto guadagnare al suo trio (che includeva il futuro fondatore degli Earth Wind and Fire Maurice White alla batteria) un notevole successo e ha reso Lewis uno dei pianisti jazz di maggior successo di quel periodo. Tuttavia, all'inizio degli anni '70, si stancò del formato del trio acustico e conseguentemente abbracciò la fusion, l’R&B ed il funk più elettrico. All’apice di questa svolta artistica, unendosi nuovamente con Maurice White, raggiunse la sua piena maturazione nel 1974 con l'uscita del classico Sun Goddess. L’album presentava in diverse tracce molti componenti degli Earth Wind and Fire e vedeva il collaboratore di Miles Davis Teo Macero nel ruolo del produttore. Sun Goddess raggiunse il primo posto sia nella classifica di Billboard, nella categoria Black Albums che nella classifica degli album jazz. Di fatto è stato sia l'album di Lewis più venduto degli anni '70, che soprattutto una pietra miliare dell’emergente movimento dello smooth jazz. Chiunque abbia nostalgia di rievocare un po' delle calde sensazioni della metà degli anni '70 non dovrebbe esitare nello scegliere Sun Goddess come punto di partenza. Detto questo se facciamo un salto in avanti di circa 35 anni, scopriamo che in questo periodo Ramsey Lewis negli ultimi tempi non ha quasi mai riutilizzato un sintetizzatore o un piano elettrico Fender Rhodes, privilegiando quindi il jazz acustico. Poi, in modo del tutto casuale, il suo agente gli propose di riunire l'Electric Band e di rivisitare almeno in parte il materiale inciso su Sun Goddess. Inizialmente scettico, Lewis ha effettivamente rimesso insieme il gruppo "solo per vedere come si sente" ma subito scoprì che gli piaceva molto quello che veniva fuori. Così è nato Ramsey Taking Another Look, l'80° album di Lewis. Senza alcuna digressione sul viale dei ricordi, Ramsey Taking Another Look si reimpossessa di tutto ciò che c'è da apprezzare in Sun Goddess e lo traspone con forza qui ed ora. E dunque quattro delle sette tracce di Sun Goddess sono state ri-registrate da Lewis e dalla sua Electric Band con Charles Heath alla batteria, Joshua Ramos al basso, Henry Johnson alla chitarra e Tim Gant alle tastiere (mentre l’immortale "Sun Goddess" è una riedizione dell'originale e non un remake). Inoltre, ci sono cinque nuovi brani concepiti con un mood molto vicino a quello degli anni ‘70. Il brillante anche se anziano Lewis e i suoi complici appaiono comunque in gran forma. Come prova prendete ad esempio la loro versione di "Living for the City" di Stevie Wonder. Se vi è piaciuta su Sun Goddess, qui la adorerete. Ascoltate con attenzione le dinamiche del brano che colpisce immediatamente, con Heath e Ramos che propongono un magnifico groove funk, Lewis che lo fa suo con un assolo carico di blues. Come un Wes Montgomery che ha magicamente fatto sua "Round Midnight" e John Coltrane che ha reso unica la popolare "My Favorite Things", Lewis raccoglie la sfida con il classico di Wonder. Poco da dire anche sull'altro materiale che viene qui riproposto. "Jungle Strut", "Tambura" mantengono il fascino vintage degli anni '70 anche se il sound che ne esce è puro funk aggiornato al 2011. La splendida "Love Song" è quella che vede il restyling più importante tra il materiale di Sun Goddess. Ad alcuni potrebbe mancare la produzione lussureggiante dell'originale, ma una grande melodia è pur sempre una grande melodia. Uno degli aspetti più positivi di Ramsey Taking Another Look è il modo in cui suona fluido nonostante il divario di decenni nella concezione del materiale. Su "Betcha By Golly Wow" degli Stylistics lo Steinway di Lewis non ha mai suonato meglio e si sposa bene con le già citate "Love Song" e "Living for the City", mentre "To Know Her" combina il funk attualizzato con una melodia carica di pathos. Anche il chitarrista Henry Johnson contribuisce grazie ai suoi riff blues-bop. "Intimacy" apre il disco con un intro di Johnson alla chitarra, prima che il pianoforte maestoso di Lewis entri creando un groove melodico molto accattivante. "The Way She Smiles", è un veicolo che Mr. Lewis usa per condurci alle origini vere del funk. "Sharing Her Journey" conclude il tutto con un bel tocco di fusion vecchia scuola, ma se preferite potete chiamarlo smooth jazz. In realtà c'è ancora spazio per la riedizione di "Sun Goddess" (ridotta a cinque minuti dagli otto originali) che resta sempre un capolavoro (quell'assolo finale di Rhodes rimane uno dei punti più alti nel modo di utilizzare il piano elettrico). E tra l’altro ci ricorda che grande band fossero gli Earth Wind & Fire). Ramsey Taking Another Look è un album che pochi pensavano che Ramsey Lewis avrebbe realizzato (forse meno di tutti luistesso) e dimostra che a volte le cose migliori possono capitare dal nulla, quando non te le aspetti. Non a caso dopo la sua iniziale riluttanza a rivisitare il jazz elettrico, è proprio Ramsey Lewis a ritenere questo lavoro tra i cinque migliori che abbia mai realizzato. Bisogna credere al Maestro e ascoltando queste tracce, alla fine non si può che essere d’accordo con lui.

Jaco Pastorious – Jaco Pastorious


Jaco Pastorious – Jaco Pastorious

Jaco: fiume di parole, articoli, biografie, recensioni di ogni genere sono stati scritti sul personaggio Pastorious e sul suo incredibile talento. Ricorderò solamente che lui è stato un bassista, compositore e produttore discografico statunitense di jazz, fusion e funk, ma soprattutto un musicista da annoverare tra i più grandi bassisti di tutti i tempi e tra le figure più iconiche del secolo scorso. Suonava generalmente un basso elettrico fretless, ma sul palco usava anche un basso con i tasti. Nonostante la brevità della sua carriera, ha determinato una rivoluzione totale: col suo stile particolare è riuscito a caratterizzare lo strumento come nessun altro, ridefinendo il ruolo del basso elettrico come solista e suonando simultaneamente melodie, accordi, armonici ed effetti percussivi. Per numerosi bassisti anche non jazz (dal pop al rock) è stato e resta un importante punto di riferimento. Per qualsiasi serio appassionato di jazz fusion, dunque Jaco Pastorious rappresenta un mito di ineguagliata bravura. Per lo più autodidatta, a 22 anni insegnava però già il basso all'Università di Miami, dove strinse una forte amicizia con il chitarrista Pat Metheny, cosa che avrebbe portato i due a registrare insieme, pubblicando un LP poco conosciuto (semplicemente intitolato Jaco) nel 1974. Ma fu solo quando divenne membro dei Weather Report che il giovane virtuoso iniziò a lasciare il segno sulla scena mondiale. L’album di debutto da solista, pubblicato nel 1976, è una vetrina per gli incredibili talenti del bassista, per non parlare della sua maturità come compositore. A unirsi a lui in studio non c'erano altri che alcuni dei musicisti jazz più straordinari dell'epoca: Herbie Hancock, Wayne Shorter, Lenny White, David Sanborn, Hubert Laws e Michael Brecker. Anche le leggende del soul/R&B Sam & Dave fanno una sporadica apparizione. Iniziando l’album con una cover di "Donna Lee" di Miles Davis, Jaco mette subito tutte le carte in tavola, con un'interpretazione molto creativa di questo classico del be-bop. I già citati Sam & Dave contribuiscono con le loro voci al funky "Come On, Come Over", in cui Herbie Hancock e i fratelli Brecker aggiungono un certo colore e una consistenza tutta loro. "Continuum" indica quelli che saranno i suoi giorni futuri con i Weather Report, mentre nella collaborazione con Hancock  intitolata "Kuru/Speak Like A Child" i due si impegnano in una sorta di duello di talenti. Sei violinisti, tre violoncelli e tre viole vengono utilizzati per attirare l'attenzione dell'ascoltatore, ma incredibilmente, il tutto non suona mai troppo ridondante o pretenzioso. La ballata "Portrait of Tracy" è uno dei brani più noti dell'album, in cui Jaco riesce a dipingere un quadro impressionaista con il suo basso elettrico che è tanto tenero quanto intricato. Che si tratti del calypso che incontra la fusion di "Opus Pocus", di "Okonkolé Y Trompa" ispirato a Miles Davis (scritto insieme a Don Alias), con i suoi ritmi complessi di world music, o dell'esteso "(Used to Be a) Cha-Cha", con Hubert Laws al flauto e al flauto piccolo, Lenny White alla batteria e, naturalmente, lo stesso Herbie, Pastorius e i suoi amici non sbagliano mai un colpo, producendo musica che è sia rilassante che stimolante. Quella che era originariamente l'ultima traccia dell'LP, la quasi cinematografica "Forgotten Love", vede Jaco quasi soffocato da una pletora di violini, violoncelli e viole. Sebbene composta da lui stesso, è Hancock che in realtà si prende il centro della scena, offrendo un'esecuzione magistrale al pianoforte. L'edizione del 2000, pubblicata su CD, ha ricevuto la rimasterizzazione completa che l'album meritava, con le eccellenti note di copertina di Pat Metheny, e la sempre gradita inclusione di due tracce inedite. Una registrazione alternativa di "(Used to Be a) Cha Cha" e "6/4 Jam": brani che, a differenza di altri esempi di tracce bonus, in realtà migliorano l'esperienza di ascolto, arricchendola. Se non fosse già chiaro a tutti, Jaco Pastorius fu innegabilmente un grande maestro del basso elettrico fretless. Purtroppo anche a causa degli abusi di sostanze stupefacenti e alcol morì in circostanze tragiche nel 1987 all'età di soli 35 anni, lasciando un vuoto incolmabile. Ciò che questo album dimostra, senza ombra di dubbio, è che Jaco rimarrà per sempre uno dei bassisti più preminenti che il mondo abbia mai conosciuto (e ascoltato). Il solo fatto che avesse 24 anni quando lo registrò lo rende ancora più sorprendente. Da un certo punto di vista è impossibile ascoltare oggi l'album di debutto di Jaco Pastorius con lo stesso feeling di quando fu pubblicato nel 1976. Ma l'opera è comunque grandiosa ed ogni traccia prende una direzione diversa, ognuna è un piccolo capolavoro che rappresenterebbe qualcosa di cui andare fieri per qualsiasi musicista. Ciò che rende Jaco così eccezionale e in qualche modo immortale è il fatto di essere stato un precursore, un genio in grado di cambiare la storia di uno strumento come il basso, rompendo qualsiasi barriera e lasciando così un’eredità inestimabile. Oltre alla sua fenomenale tecnica e alle sue sorprendentemente mature capacità compositive, c'è da tenere conto dell'audacia dei suoi arrangiamenti. Per un uomo con questo tipo di precoce e caleidoscopica creatività, rimanere sano di mente forse era chiedere troppo; la sua graduale discesa nella follia e la sua tragica morte sono ormai una storia familiare, che rende la brillante promessa di questo glorioso album di debutto ancora più agrodolce.

John Patitucci – John Patitucci


John Patitucci – John Patitucci

Gli anni ’80 videro un fiorire di talenti del basso elettrico nel jazz. Complice la tendenza alle contaminazioni con il funk ed in parte anche con il rock ebbero modo di venire alla ribalta diversi musicisti di grande valore e di tecnica sopraffina. Erano un po’ come dei figli artistici, per così dire, di Jaco Pastorius, Stanley Clarke e altri capostipiti di un modo nuovo di interpretare il basso: più dinamico, più muscolare, financo più spettacolare. Da lì in avanti il basso elettrico si trasformò da semplice motore ritmico a qualcosa di diverso, per molti versi sovrapponendosi alla chitarra. Sulla scia dei primi ed insuperati geni, furono in molti ad affermarsi ed a caratterizzare la musica dei decenni a venire. Tra i tanti incredibili interpreti di questo affascinante strumento, del quale controllavano con perizia ogni sfumatura, va senza dubbio annoverato anche John Patitucci. Personaggio particolare con una vocazione quasi maniacale verso il basso fin dalla più tenera età, John aveva ben chiaro quale dovesse essere il suo destino già a dodici anni. Ad una età durante la quale la maggior parte di noi è di solito preoccupato per la scuola o magari fissato con uno sport, Patitucci si dimostrò determinato a diventare un musicista professionista. Non proprio una cosa usuale, in effetti. Ma Patitucci era più maturo della sua età, era consapevole di avere le capacità e la giusta attitudine per la musica. A questa caparbietà aggiunse il duro lavoro, la determinazione e lo studio costante ovvero quelle peculiarità che sarebbero poi diventate il suo vero biglietto da visita. Così John iniziò effettivamente a suonare il basso elettrico, ma a quindici anni unì a questo anche una viscerale passione e dedizione per il contrabbasso acustico. Il risultato è sotto gli occhi di tutti gli appassionati e ha portato il musicista newyorkese ad essere considerato da molti uno dei bassisti più talentuosi del pianeta. Con una nota di merito e di distinzione particolare, se si considera che è tra i pochi a padroneggiare sia l'elettrico che l'acustico con uno stupefacente livello di virtuosismo. D’altra parte ha forgiato la sua preparazione all’interno di un contesto tra i più stimolanti e creativi del secolo scorso: le Elektric e Akoustic band di Chick Corea. E’ proprio uscendo finalmente dall’ombra del gigante Corea e dei suoi formidabili compagni d’avventura che Patitucci ha dato alla luce nel 1987 il suo album d’esordio. Fu un brillante e piacevole debutto da solista, scandito con vigore e classe dal suo brillante modo di suonare il basso. Fuori dalle band di Corea, John espresse subito la sua tecnica sopraffina, caratterizzata da uno stile slap funk, del quale è un fantastico esponente, ma ricamando al contempo linee fluide e sofisticate sul suo basso a cinque corde. Patitucci, non è mai sopra le righe ed esibisce la compostezza ed il rigore di un grande bassista spingendo tuttavia spesso il suo strumento nella gamma della chitarra. Anche dal punto di vista compositivo i brani di John risultano interessanti, molto ben articolati e soprattutto non troppo legati ai cliché del jazz-rock o della fusion. Il jazz è ben presente ed anche se è virato con contemporaneità e sempre elettrico, non è un semplice sentore. Pezzi come Growing, Baja Bajo, Killeen, Searching, Finding o Wind Sprint descrivono in modo eloquente la bravura di Patitucci come solista e, sia pure con qualche influenza evidente derivata direttamente da Chick Corea, testimoniano l’originalità e la creatività del musicista. Di certo in questo suo album d’esordio Patitucci riceve un sostanziale aiuto da parte di un gruppetto di fantastici musicisti, tra i quali lo stesso sorprendente Chick Corea (che è anche il produttore del lavoro) ed un trio di batteristi che si alternano e che rappresentano il gotha mondiale dello strumento quali Dave Weckl, Peter Erskine e Vinnie Colaiuta. La ciliegina sulla torta è rappresentata dal sax tenore di Michael Brecker, che come sempre aggiunge qualcosa in più a qualsiasi progetto musicale. Non c’è alcun dubbio, che questa opera prima di John Patitucci accrebbe in modo esponenziale la reputazione di questo formidabile musicista, lanciandolo verso una luminosissima carriera. Non a caso John ha vinto in seguito molti sondaggi indetti dalle riviste specializzate proprio per le sue indiscusse capacità e lo stile originale che caratterizzano il suo approccio con lo strumento. È risultato tra l'altro "migliore bassista jazz" in un sondaggio dei lettori indetto dalla rivista Guitar Player Magazine nel 1992, 1994 e nel 1995 e "miglior bassista jazz" in quello della rivista Bass Player nel 1993, 1994, 1995 e 1996. Questo album omonimo, il primo da solista di un grande maestro del basso, è un lavoro storicamente importante, che era già avanti a fine anni '80 e tuttora si mantiene attuale ed interessante. E’ un disco per appassionati del basso come strumento, ovviamente è imperdibile per gli amanti della fusion ma risulta apprezzabile anche da coloro che amano il jazz: è sufficiente per consigliarlo caldamente, anche in virtù di una registrazione dalla qualità straordinaria.

Bob Baldwin – Songs My Father Would Dig


Bob Baldwin – Songs My Father Would Dig

Bob Baldwin è un pianista americano che fin dalla più tenera età è stato educato alla musica da suo padre, che era a sua volta pianista e insegnante. Come spesso accade, i suoi riferimenti sono stati le più iconiche tra le leggende del jazz: Miles Davis, Oscar Peterson, John Coltrane. Con un pianoforte verticale in casa, un impianto stereo sempre in funzione e gli insegnamenti paterni ebbe l’opportunità di studiare e suonare apprendendo la tecnica jazzistica, il fraseggio ed il groove della musica afroamericana, affinando così le sue doti ed il suo talento. Dal 1983 ha iniziato a produrre musica abbracciando lo stile fusion/smooth jazz e mantenendo questa connotazione artistica per circa 40 anni. Finalmente alla fine del 2023 ha deciso di registrare un album di rottura con la passata produzione, optando per un jazz moderno ma virato su una forma più tradizionale. Allo scopo ha riunito un trio con il batterista Tony Lewis, il bassista acustico Richie Goods e il percussionista Edson "Café" da Silva per dare alla luce un lavoro in onore di suo padre, nel frattempo scomparso. Il progetto risulta senza dubbio riuscito: da un lato per la scelta del materiale musicale, dall’altro perché consente finalmente di poter apprezzare Bob Baldwin come pianista acustico pieno di talento. L'intero album è stato registrato in un giorno. La scaletta è composta per metà da brani composti da John Coltrane, Miles Davis, Herbie Hancock e Stevie Wonder. L'altra parte è caratterizzata invece da una manciata di composizioni originali di Baldwin con un'eccezione: "To Wisdom, The Prize" che è stato scritta da suo cugino Larry Willis. Willis è stato anche lui un pianista di spessore e qualità, che ha suonato nella band dei Blood, Sweat & Tears e per lungo tempo con Roy Hargrove e Hugh Masekela. Il cool jazz degli anni ’60 fu il periodo preferito dal papà di Bob e ovviamente la parte più importante della sua formazione musicale. Il progetto che sta dietro Songs My Father Would Dig è di grande importanza per il pianista newyorkese perché rappresenta l’apice della sua carriera, ma anche il mezzo che gli ha consentito di rendere omaggio nel migliore dei modi alla sua importante figura paterna, attraverso la scelta dei brani che egli preferiva. Una parte del jazz degli anni '60, ad eccezione del free e dell’avanguardia, aveva anche un leggero tocco soul e pop ed era forse più facile per chi non masticava molto la musica. Era piacevole, a volte leggero e alla fine divenne il trampolino di lancio per il jazz contemporaneo negli anni '70. In una riflessione personale riguardo al suo nuovo album Baldwin ha detto: “Mio padre era un uomo del Rinascimento, un maestro della fotografia, della musica e del biliardo. Da bambino, ho assorbito la sua grandezza, trascorrendo innumerevoli serate nel nostro soggiorno, che era un santuario pieno dei suoni delle leggende del jazz: quello è stato il luogo in cui è sbocciato il mio amore per la musica. Immergendomi in brani classici e standard jazz come "In a Sentimental Mood", "Misty" e "A Night In Tunisia" ho cercato di imparare con naturalezza l’essenza di questo affascinante linguaggio musicale. Questo lungo viaggio artistico mi ha portato ai Samurai Studios, dove ho trovato un pianoforte Steinway di oltre 100 anni con un sound ricco e cristallino, che ha donato alla sessione di registrazione quasi una comunione spirituale con mio padre. Era come se fosse presente, guidandomi attraverso la musica che è diventata Songs My Father Would Dig.” Tutto ciò si riflette appieno in questo bellissimo lavoro di Baldwin, nel quale i 4 musicisti sembrano davvero raggiungere una dimensione trascendente, spinti dai ricordi e dalle esperienze personali. C’è una sorta di abbandono al fluire della musica, uno straordinario interplay tra i musicisti stimolati in ultima analisi anche dallo stupendo materiale scelto. Di fatto è un vero piacere ascoltare un pianista talentuoso come Bob Baldwin alle prese finalmente con il jazz acustico più classico, senza alcuna mediazione elettronica. Solo un pianoforte, un contrabbasso, una batteria ed una spruzzata di percussioni. Tra i brani sono degni di nota tutte le cover proposte, come Equinox di Coltrane, Nardis di Bill Evans, Dolphin Dance di Hancock, Star Eyes di Parker ed una meravigliosa interpretazione di Overjoyed di Stevie Wonder. Le composizioni originali di Bob sono parimenti interessanti e denotano da parte del pianista una notevole padronanza del linguaggio jazzistico. A ribadire lo spessore del personaggio, oltre alla sua prolifica carriera come tastierista smooth jazz, Bob dal 2008 è conduttore e produttore di NewUrbanJazz Radio, un programma radiofonico a diffusione nazionale di grande successo. Songs My Father Would Dig è un bellissimo album, uno dei migliori dell’ultimo periodo: è godibile, fluido e piacevolmente sofisticato. La speranza è che Bob Baldwin continui a proporre questo stesso tipo di musica anche in futuro. Consigliato a tutti.

Rickey Kelly – Limited Stops Only

Rickey Kelly – Limited Stops Only

Non sono poi molti i vibrafonisti che hanno animato il mondo del jazz nel corso della sua storia. Alcuni di loro hanno raggiunto una certa fama, scrivendo anche delle pagine memorabili: Lionel Hampton, Milt Jackson, Gary Burton, Bobby Hutcherson, Mike Mainieri o Cal Tjader, per citarne alcuni. Altri sono rimasti maggiormente nell’ombra, non arrivando mai ad un vero successo. Tra questi c’è senza dubbio il talentuoso vibrafonista di San Francisco Rickey Kelly. Nonostante tutto egli ha tenuto duro nel difficile mondo del jazz, riuscendo anche a registrare tre album a suo nome. Come molti prima di lui, Kelly necessitava di un lavoro giornaliero per sostenere finanziariamente se stesso e la sua famiglia, la musica da sola non bastava. Tuttavia, dopo aver suonato con il leggendario Bobby Hutcherson, Rickey si trasferì a Los Angeles per studiare e perfezionare la sua arte. Fondò il gruppo d'avanguardia Roots Of Jazz ed in seguito decise di oltrepassare l’oceano e approdare ad Amsterdam. La sua prima registrazione da solista “My Kind Of Music” fu pubblicata proprio al suo ritorno negli USA. Al contempo diventò un turnista molto richiesto, lavorando con Sun Ra, Kenny Burrell, The Jazz Crusaders, Billy Higgins, Hubert Laws, Ahmad Jamal e Marvin Gaye. Nel 1983,  pubblicò Limited Stops Only che è probabilmente il suo album più riuscito. Pubblicato per la Nimbus Records, presentava un quintetto con David E. Tillman (piano), Sherman Ferguson (batteria), James Leary III (basso) e Dadisi Komolafe (flauto). L’album è una raccolta tanto di composizioni originali quanto di cover: sei tracce che mettono in mostra il talento unico di Kelly. Il lavoro è incentrato su un classico ensemble jazz e presenta un evidente tocco hard bop. Il primo brano è una vivace composizione originale intitolata “Distant Vibes”, virata nel linguaggio dell’hard bop. Kelly si esibisce subito nel primo assolo mettendo in mostra velocità e tecnica, in perfetta sinergia con la sezione ritmica. Il flauto di Komolafe si libra con freschezza, spinto da un contrabbasso molto incalzante. Tillman, a sua volta si propone con il suo bell’assolo di piano. E’ un inizio molto promettente che dà all'intero album la giusta prospettiva. Si passa poi ad una interessante cover di “Flying Colors”, ricca di swing. Kelly segue il ritmo con un fraseggio sicuro e fluido, giocando con il pianista David Tillman ad un dinamico scambio di assoli. Kelly trasforma il popolare standard di Jerome Kern, “Yesterdays”, in un classico pezzo di jazz puro e semplice, come fatto da molti altri artisti prima di lui, (Charles Mingus, Art Tatum, Bud Powell, Billie Holiday e Sonny Rollins per citarne alcuni) la base melodica e armonica viene trasformata e plasmata con un tocco personale. Dadisi Komolafe offre un assolo di flauto flessuoso per poi dare spazio al bravo James Leary che si esibisce in un vivace assolo di contrabbasso. Alla ripresa Kelly continua la sua performance ribadendo il suo spettacolare talento. Viene naturale constatare che Kelly prenda anche un brano del suo idolo Bobby Hutcherson: "Same Shame" il vibrafonista ne dà una lettura particolare, virata con una risonanza più lenta e atmosferica. E’ un pezzo quasi ipnotico ma Kelly ne cattura le sfumature melodiche proponendo qualcosa di maggiormente etereo. Il contrappunto armonico e i dettagli sonori, come l'eco del vibrafono o il vibrato del flauto, sono accattivanti. Il punto culminante dell’album probabilmente è la lunga versione di “Dolphin Dance” di Herbie Hancock. Ritorna il gioco tra vibrafono  e flauto, il tempo accelerato propone una versione opportunamente libera, sganciata dall’originale ma ugualmente affascinante. Sono due gli assoli offerti da Kelly, entrambi molto interessanti ed il delicato fraseggio del pianoforte di Tillman gioca un ruolo sinergico estremamente efficace. Il gran finale è riservato ad una lenta rilettura della celebre “Lush Life” di Billy Strayhorn: un netto cambio di ritmo che inserisce un tocco di romanticismo e delicatezza al programma. Kelly evidenzia le sue evidenti abilità strumentali nelle ballate, con Leary al basso suonato in maniera tradizionale ed anche con l’archetto. Il batterista Sherman Ferguson lavora con le spazzole per completare l'atmosfera di questo brano che è l’unico registrato in trio. Limited Stops Only è un gran bell’album, invero una gemma nascosta che vale la pena di ascoltare. Sarà apprezzato non solo dagli appassionati di quell’affascinante strumento che è il vibrafono, ma anche dai cultori dell’hard bop, a dispetto della data di pubblicazione, il 1983, ovvero un momento storico nel quale questo stile non trovava più grande spazio. Rickey Kelly è un musicista molto valido e tecnicamente ineccepibile, al quale semmai si può solo rimproverare di non aver registrato molto di più. Tra l’altro dal punto di vista sonoro il lavoro della Nimbus è encomiabile, con un mix uniformemente bilanciato e con una buona separazione stereo e la tonalità e gli effetti del vibrafono che sono resi con chiarezza e profondità. 

Gary Bias – East 101


Gary Bias – East 101

Gary Bias, è noto principalmente per la sua militanza nel mitico gruppo degli Earth, Wind And Fire, con i quali ha scritto pagine importanti della storia della band. Lui è però un musicista con una grande esperienza, che ha avuto una carriera rilevante anche prima di entrare nel famoso complesso dei fratelli White. Ha iniziato a suonare il sassofono all'età di undici anni e con il tempo ha sviluppato un timbro passionale ed evocativo che fluttua in modo intrigante in un mix tra jazz, funk e soul. Nonostante la sua considerevole esperienza ha però all’attivo solamente due album come solista: il primo del 1981 ed il secondo del 1999. Gary infatti ha messo per molti anni il suo sax al servizio di grandi artisti come Stevie Wonder, Quincy Jones e Whitney Houston. Curiosamente Bias è stato compagno di scuola di Gerald Albright, Patrice Rushen e Ndugu Chancler ed in seguito, mentre perseguiva la sua laurea in musica presso la California State University di Los Angeles, fu assunto per un tour con la Quincy Jones Orchestra. Dopo il college si unì al famoso artista di jazz latino, Willie Bobo, e poi andò in tournée addirittura con la Duke Ellington Orchestra. All'epoca aveva solo 23 anni. Un momento culminante nella carriera di Bias fu quando compose la celebre canzone "Sweet Love" portata al successo planetario da Anita Baker nel 1985. La melodia in oggetto gli è valsa un Grammy Award per la canzone R&B dell'anno. Il 1987, fu infine l’anno della vera svolta perché entrò a far parte della leggendaria band degli Earth, Wind and Fire. Il suo passo verso la prima linea, questo veterano del sax, lo fece con East 101, un album dai contenuti piuttosto impegnati e quasi sperimentali, fortemente orientati verso un linguaggio jazzistico moderno e decisamente lontano dalle atmosfere morbide ed orecchiabili delle sue usuali collaborazioni artistiche. La prima traccia dell'album è la straordinaria "Asiki", un brano di atmosfera ma di gran classe con Bias impegnato al sax soprano accompagnato dal vibrafonista Rickey Kelly e con uno straordinario assolo di David Tillman al pianoforte. "Dear Violet" è un brano che Gary Bias dedica a sua nonna: un momento molto spirituale nel suo approccio con il solo sassofono ed il basso nello stile di Pharoah Sanders. Una canzone che sembra quasi non voler mai iniziare veramente. "Arthur's Vamp" inizia con un bel basso: qui Bias mostra un feeling simile alle sonorità di Arthur Blythe (a cui ovviamente è dedicata la traccia). Ogni assolo è di ottima fattura ed è quasi in contrasto con il rilassato antipasto iniziale dell'album. La title track East 101 è invece più leggera e vivace e la band trova spazio per gli interventi dei singoli strumenti. Infine troviamo la jazzistica “As Children Play” dove si può ascoltare il sassofonista suonare il flauto. È un tema impostato su una ritmica di valzer jazz che mette in risalto ancora una volta l’abilità di David Tillman al pianoforte, dello stesso Bias anche al sassofono soprano e del bassista Roberto Miranda. L’album esprime una bellissima e onirica forma di jazz spirituale, registrata in un'epoca in cui questo linguaggio era ormai completamente fuori moda. East 101 di Gary Bias rimane un lavoro poco conosciuto anche per gli standard dei cultori più informati del jazz, forse anche perchè il suo approccio non proprio facile richiede molta attenzione da parte degli ascoltatori. In effetti questo genere di musica cessò di fatto di esistere intorno alla fine degli anni '70, lasciando spazio per altre contaminazioni e suggestioni molto più funk ed elettriche. Registrato con un cast di supporto di tutto rispetto con il vibrafonista Rickey Kelly, il bassista Roberto Miranda, Fritz Wise alla batteria ed il pianista David Tillman, Gary Bias svela qui per la prima volta tutto il suo talento, rimasto nascosto dietro alle collaborazioni con altri artisti. Una manciata di composizioni originali intrise di sentimento e dai grandi orizzonti, molto evocative e profonde in grado di colpire l’ascoltatore. Il suo flauto e il suo sassofono creano un jazz complesso, spesso virato nello stile modale, che rappresenta tanto una sfida quanto un momento confortante e meditativo. Gary è una voce forte del panorama jazzistico che avrebbe meritato senza dubbio una maggiore notorietà.

Kirk Fischer - Friends


Kirk Fischer - Friends

Kirk Fischer è un pianista ed un compositore texano ed è davvero poco noto, soprattutto fuori dagli USA. La sua particolarità sta in primis nel fatto che non è un professionista della musica perchè di fatto per lui la carriera musicale è una sorta di hobby. Kirk è un professore universitario, e solo grazie ad un caso ha potuto registrare un album a suo nome. Fin dagli anni ’90 Fischer ha coltivato la sua passione suonando e registrando nel suo studio di casa ed esibendosi dal vivo praticamente solo a livello locale, nell’area di Austin. La possibilità di produrre un disco è venuta solo dopo essere entrato in contatto con l’affermato trombettista Greg Adams. Fischer mai avrebbe potuto immaginare che il risultato di questa conoscenza sarebbe stato la pubblicazione del suo primo cd: dieci brani che mettono insieme alcune interessanti cover con le sue stesse composizioni. Ma il lavoro è arricchito anche da bellissimi arrangiamenti d’archi, e dalla potenza dei fiati dell’East Bay Soul guidati in prima persona da Greg Adams, la cui sopraffina produzione ha reso “Friends” una delle uscite di jazz contemporaneo più interessanti del 2017. Kirk Fischer ovviamente suona le tastiere, ed è accompagnato da diversi musicisti: Herman Matthews (batteria), Kay-Ta Matsuno (chitarra), Dwayne "Smitty" Smith (basso), Johnny Sandoval (percussioni), Greg Adams (tromba, flicorno) , Lee Thornburg (tromba, flicorno, trombone), Greg Vail (sax) e il ROQ Goddess String Quartet. Tutti dimostrano grande dedizione ed un apprezzabile vigore nel creare un'atmosfera armoniosa, orecchiabile, estremamente godibile. Qualcosa che sta tra i momenti più strumentali di Burt Bacharach, David Foster ed a tratti certa musica da commedia all’italiana degli anni ’70. Spruzzate di jazz, arrangiamenti sontuosi e molto buon gusto. L’esempio lampante è il brano che da il titolo all’album, che viene letteralmente portato ad un altro livello da una un'orchestra magnificamente arrangiata dove gli archi suadenti e i fiati vellutati creano un mood veramente piacevole. Con Dis 'Sup Kirk sceglie un approccio più contemporaneo: la band viaggia gagliardamente groovy con l’orchestra che dà più sapore a tutto il contesto. Se poi parliamo di cover, Fischer fa un ottimo lavoro con una versione innovativa del classico di Hall & Oates "Kiss On My List": morbida e vellutata. Un’altra interpretazione decisamente particolare è quella della celebre "The Way It Is" di Bruce Hornsby, stravolta quanto basta per essere quasi difficile da riconoscere. E poi c’è la vivace e potente "Thunder and Lightning" di Chi Coltrane, che Fischer esegue all’organo Hammond B3 con Greg Vail al sax. Ma in ultima analisi è proprio con i suoi pezzi originali che Kirk centra davvero il bersaglio. Il groove torna sovrano con le atmosfere smooth di "Bast Majority" grazie anche ad un uso impeccabile del sound potente dei fiati dell’East Bay Soul. "Open The Eyes Of My Heart" è costruita attorno ad un'altra performance di classe del sax di Greg Vail, mentre in "Blame It On Your Own Self"  Kirk Fischer mette in piena luce la sua abilità di pianista armonizzando al meglio per la sezione fiati che qui esplode in tutta la sua potenza espressiva. “Shades Of Grey” ha una melodia romantica ed accattivante, suona quasi come una colonna sonora di un film: malinconica ed intrigante. Infine “Reach Into Your Heart” è un po’ la summa di tutto il contenuto di Friends, raccogliendo al suo interno ogni suggestione ascoltata in questo bellissimo album. Anch’essa cinematica ed orecchiabile, non fa che confermare come Kirk Fischer sia riuscito a produrre un lavoro tanto eccellente quanto inatteso. Una rara sinergia traspare attraverso l’intero progetto, cosa che sprigiona entusiasmo e serenità, regalando momenti di musica estremamente godibile. Anche se Kirk Fischer (o forse proprio per questo) è un artista praticamente sconosciuto, mi sento di raccomandare a tutti l’ascolto di Friends.