Citrus Sun – Another Time Another Space


Citrus Sun – Another Time Another Space

Prendete una parte di musica fusion, una parte di solido funk e due parti di fluido acid jazz, mescolate in un immaginario frullatore e verrà fuori il buon cocktail aromatizzato di jazz di un gruppo chiamato Citrus Sun. Questo particolare insieme musicale è stato creato da Jean Paul Maunick, il padre degli Incognito, come un vero e proprio progetto parallelo (ad oggi sono due gli album pubblicati). Tra i suoi membri c’è anche Jim Mullen, ex componente della Average White Band, la cui chitarra gioca un ruolo importante nel caratterizzare questa registrazione. Anche se “smooth jazz” è il termine che i produttori dell'album hanno usato per classificare questa nuova proposta musicale, bisogna dire che il suono è più jazzato di quanto ci si aspetti. Another Time Another Space si differenzia da molti altri  prodotti di questo genere e lo fa sotto diversi aspetti importanti. La musica ha qui un carattere ed una sostanza inusuali. Non è solo un flusso indefinito di bei suoni senza dinamica e corpo, come invece capita di sentire in alcuni album di smooth jazz. Gli arrangiamenti danno molto più spazio ai fiati di quanto non sia comunemente in uso, fornendo un sound potente e dinamico, un pò come si faceva nella musica degli anni ‘70. C'è ritmo, c’è passione e di tanto in tanto l'ascoltatore si scopre anche a battere il tempo con il piede. Il lavoro non eccede in inutile raffinatezza, ma anzi risulta diretto e sincero. Jean Paul Maunick ha infatti scelto un approccio più “live” per le registrazioni dei Citrus Sun rispetto a quello molto elaborato degli Incognito o della stessa Maysa, lasciando inoltre ampio spazio ai singoli musicisti affinchè tutti potessero dare il loro personale contributo. Ascoltando l’album si scopre che "Where The Wind Blows" è un brano assolutamente jazzy con una melodica tromba suonata da Dominic Glover che dialoga con le trascinanti tastiere di Graham Harvey. "What It Is" ha un favoloso ritmo sostenuto dalla batteria precisa di Richard Bailey che cattura l’orecchio ed è la base propulsiva per un grande interplay tra fiati e tastiere. L'album non è del tutto privo di colori smooth jazz, li troviamo in "Budapest" uno strumentale dove è il sassofono soprano a prendere l'iniziativa. Il pezzo suona in vero stile Grover Washington, Jr. interpretato in modo sublime da Ed Jones. Non manca una traccia come "Mellowed" che mette in campo tutte gli ausili elettronici musicali possibili, ma nei suoi oltre otto minuti, lascia spazio ad un magnifico assolo di Rhodes di Graham Harvey. L’incipit di “Make Me Smile” ricorda subito gli Incognito, tuttavia in luogo della classica voce femminile o maschile, è la chitarra di Jim Mullen a dettare la melodia. Bellissima “Tanya’s Song” canzone in bilico tra acid e smooth jazz guidata ancora dalla morbida e dolce chitarra elettrica di Mullen. Resta da sottolineare il bellissimo lavoro di Julian Crampton al basso che per tutto l’album cesella delle linee estremamente varie e fantasiose. Allo stesso modo una menzione va fatta per il drumming di alto livello del grande Richard Bailey, il batterista di lungo corso degli Incognito, che è sempre una garanzia del miglior groove. La sezione fiati composta da Ed Jones (sax), Fayazz Virgi (trombone) e Dominic Glover (tromba) è quanto di meglio si possa trovare sulla piazza e davvero si può affermare che non sbagli un colpo. Bluey ha scritto personalmente sei delle undici tracce tutte strumentali dell’album, a riprova della sua fama di compositore instancabile e creativo. I Citrus Sun, hanno un sound generale più jazzato della media, e sono senza dubbio una proposta coraggiosa in un mercato dominato da generi musicali molto più commerciali. Non sarà certo una pietra miliare, tuttavia il materiale è sufficientemente interessante e convincente da farmi collocare  il debutto discografico di questo gruppo nella categoria dei consigliati. Per i fan degli Incognito (sono tra questi…) rappresenta un’uscita imperdibile, per tutti gli altri può essere una valida alternativa a tutto quello smooth jazz contemporaneo così piatto e standardizzato del quale il mercato è saturo da tempo.

Cedar Walton – Animation / Soundscape


Cedar Walton – Animation / Soundscape

Cedar Walton si è guadagnato un’ottima reputazione come pianista soprattutto suonando per tre anni nel gruppo hard bop di Art Blakey, i famosi Jazz Messengers. Ciò accadeva nei primi anni ‘60 ma, come molti musicisti jazz, con l’arrivo del decennio successivo, Walton abbandonò il jazz tradizionale alla ricerca di un percorso più fusion che fosse maggiormente consono ai tempi e ad un nuovo e più vasto pubblico. Dopo una serie di album per alcune piccole etichette, nel 1978 Walton è approdato in una grande casa discografica, la Columbia. Con la famosa major è rimasto sotto contratto per due anni e durante la sua permanenza ha registrato due album, “Animation” e “Soundscapes”, che ora sono stati meritoriamente ristampati su un singolo CD dall’etichetta Soul Brother. (I vinili originali erano piuttosto brevi ed è dunque un’ottima idea quella di accoppiarne due per pubblicare un singolo disco di durata consistente) In gran parte trascurati, anche dai più irriducibili fan della fusion, i due album di Cedar Walton per la Columbia sono gemme perdute di questo genere spesso bistrattato dai puristi del jazz. Sono inoltre un perfetto veicolo per l’ascolto del sempre amato piano elettrico Rhodes, del quale il pianista texano si dimostra un interprete assai efficace.  Stilisticamente, hanno entrambe molto in comune con il lavoro del Bob James del periodo con la CTI e la Tappan Zee. “Animation” del 1978 è probabilmente il più forte dei due album, dove spicca “Jacob’s Ladder”, elegantemente arrangiata per valorizzare al massimo il fantastico interplay che il sassofonista Bob Berg e il trombonista Steve Turre forniscono in veste di sezione fiati. Il piano Fender Rhodes di Walton è tremendamente funky ed il suo assolo è da brividi. Molto bella anche la resa strumentale di “Another Star” di Stevie Wonder, allegramente latineggiante, seppur sempre funky grazie alla combinazione della batteria molto propulsiva di Al Foster, del basso slap di Tony Dumas e delle percussioni del grande Paulinho da Costa. Un’atmosfera latina pervade anche la sinuosa “It Could Happen” brano molto orecchiabile con un favoloso tocco di piano elettrico di Cedar Walton. Piena di sano funk groove anche “Ala Eduardo”, dive ancora una volta è da sottolineare quanto Walton abbia confidenza con il suo Rhodes e sappia valorizzarne al massimo le potenzialità espressive. L’altro album si intitola "Soundscapes" ed è invece del 1980, quando fu registrato con una formazione di musicisti quasi identica a quella del gemello Animation. Una sessione che viene arricchita dalla potente presenza di Freddie Hubbard sul brano “The Early Generation” e da quella del cantante Leon Thomas, che aggiunge i suoi caratteristici e morbidi toni vocali nella canzone “Warm To The Touch”. Altre tracce degne di nota sono certamente “Latin America” nel cui titolo sono sintetizzati lo stile e l’atmosfera sudamericana di cui è totalmente intrisa. Notevole è anche la sensuale ed avvolgente “Sixth Avenue”, tra l’altro arrangiata benissimo. Cedar Walton è stato un grande pianista in ambito jazzistico, nel contesto del quale ha scritto ed interpretato pagine memorabili. Ma ha saputo essere creativo e misurato anche nella sua fase più commerciale, mantenendo un livello di produzione musicale decisamente alto. Tutto sommato, questo cd è un’ottima “doppietta” che non dovrebbe mancare nelle collezioni degli appassionati del piano elettrico Rhodes, ma potrebbe risultare di gradimento anche per un più vasto pubblico di seguaci della fusion o dello smooth jazz, compreso quello contemporaneo.

Larry Willis - Inner Crisis


Larry Willis - Inner Crisis

Lawrence Elliott "Larry" Willis è un pianista jazz e compositore afro americano. In carriera ha esplorato una vasta gamma di stili, tra cui la jazz fusion, il rock, il bebop e l’avanguardia. Willis è nato a New York City e dopo il suo primo anno di teoria alla Manhattan School of Music ha iniziato ad esibirsi regolarmente con il sassofonista Jackie McLean. Dopo essersi diplomato ha deciso di concentrarsi sul jazz a causa delle difficoltà che i musicisti di colore avevano nel trovare lavoro nel campo della musica classica. Nel corso della sua carriera ha suonato con un ampio ventaglio di artisti, compreso un periodo di sette anni come tastierista dei Blood, Sweat & Tears (a partire dal 1972). Ha inoltre trascorso diversi anni come pianista per la band di Nat Adderley, così come per quella di Roy Hargrove. Inner Crisis è il secondo album di Larry Willis che fu pubblicato nel 1974 ed è uno dei migliori esempi di jazz-funk elettrico della metà degli anni '70. Una vera delizia per tutti gli amanti del piano elettrico che qui viene copiosamente usato. Con al fianco alcuni eccellenti musicisti, tra i quali il chitarrista Roland Prince, il batterista Al Foster, il sax tenore Harold Vick, il trombonista Dave Bargeron e i bassisti Eddie Gomez (acustico) e Roderick Gaskin (elettrico), Willis registra una sessione profondamente concentrata sulle composizioni e ricchissima di groove. L’accento viene posto sulle cadenze blues e soul quali tratti distintivi di una musica che cammina in perfetto equilibrio su un’ideale linea di confine tra il ritmo pulsante del funk  e le radici del jazz. Larry dimostra anche una grande disponibilità come pianista nel suonare come parte di un insieme piuttosto che come unico solista. Tracce come "153rd Street Theme", offrono una prospettiva più profonda sul funk, con le melodie del sassofono in contrapposizione alle potenti e fantasiose linee di basso. La title track “Inner Crisis” mette in luce la scintillante complessità della scrittura modale di Willis ispirata da "In a Silent Way" di Miles Davis. "Journey's End" mostra un lirismo impregnato di soul, una cosa che fu spesso trascurata nel jazz elettrico di quel periodo. Il richiamo a Sonny Rollins è tutto nell’introduzione e nel finale del brano “Bahamian Street Dance”, mentre la sezione centrale ci offre la possibilità di ascoltare Larry Willis in un magnifico assolo di Rhodes. Come detto, il piano elettrico è il protagonista assoluto di questo album e ne scandisce tempi e ritmi sia che venga usato come accompagnamento per gli assoli di sax o di trombone, sia che si prenda tutta la scena sotto la mutevole forma degli ipnotici e lunghissimi interventi del leader. La sola eccezione è la bella ballata “For A Friend” dove Willis si propone al piano acustico. Tutte le tracce di Inner Crisis offrono una lettura molto ben concepita ed estremamente articolata del genere fusion. Il jazz è presente e non manca di far sentire il suo verbo musicale, concedendo alla contaminazione il solo uso degli strumenti elettrici in luogo dei più tradizionali acustici. L’album è stato tristemente trascurato dalla maggior parte della critica e merita senza dubbio un’attenta rilettura e una doverosa rivalutazione in virtù di una notevole carica espressiva, della modernità delle composizioni e, non ultima, di un’esecuzione assolutamente degna di nota.

Ben Sidran - The Cat And The Hat


Ben Sidran - The Cat And The Hat

Ben Sidran è stato definito, dal Chicago Sun Times, come un "uomo del Rinascimento alla deriva in un mondo moderno" e dal The Times come "il primo rapper jazz esistenziale", tutto in riferimento al suo modo di suonare i moderni grooves mescolati al bebop teso a crerare una sorta di miscela di sapiente umorismo ed colta erudizione. Di certo è un personaggio singolare, un uomo preparato, professore universitario, saggista, scrittore, critico musicale e naturalmente pianista e cantautore jazz. E singolare è anche il suo modo di cantare, non esattamente conforme agli standard che tutti conosciamo, ma quasi una di via di mezzo tra un "parlato intonato ed un cantare raccontato". Come pianista la sua tecnica e il suo approccio sono invece piuttosto canonici, con un’ispirazione che arriva direttamente dai grandi specialisti jazz dello strumento. (Va ricordato comunque che Sidran suona anche l'organo ed i sintetizzatori). The Cat And The Hat, vede la luce proprio all’inizio degli anni ’80, ma risente ancora fortemente dell’influenza del decennio appena concluso. Naturale evoluzione di un lungo periodo di crescita musicale da parte di Sidran, il disco è certamente uno dei migliori della sua vasta produzione e rappresenta anche un riferimento importante per tutto quel movimento jazzistico di crossover sempre in bilico tra tradizione, funk e pop. Un progetto ambizioso ma anche non privo di incognite e difficoltà. L’obiettivo è quello di cercare di amalgamare in modo coerente il jazz e la fusion con dei testi impegnati, senza finire per creare un ibrido senza corpo ne anima. Ciò che consente a Sidran di riuscire nell’intento di concepire qualcosa di originale, senza sbavature o cadute di stile è la sua solida cultura ed il background di profondo e competente conoscitore del jazz. La qualità elevata e costante dei suoi dischi è la prova di un talento indiscutibile e di una curiosità intellettuale che gli permette di varcare i confini dei generi senza snaturarne i contenuti ed anzi proponendo un messaggio artistico nuovo e di assoluto valore. The Cat And The Hat altro non è se non la sublimazione della collaudata formula di riproporre gli standard del jazz arricchiti con le parole, non importa che siano solo aggiunte o  magari ritoccate. Il risultato è che i suoi adattamenti musicali sono così sofisticati che si ha quasi l’impressione di ascoltare delle splendide canzoni nate già come Sidran le propone: due esempi assai virtuosi sono “Ask Me Now” di Thelonius Monk e “Girl Talk” di Neal Hefti. La registrazione è fondata su un manipolo di talentuose star del jazz (Michael Brecker, Joe Henderson, Tom Harrell, Mike Mainieri, Buzz Feiten, Steve Gadd, Abraham Laboriel e Lee Ritenour per citarne alcuni), a garanzia di un'eccellente produzione. Il pianista / cantautore di Chicago manipola e rende suo il materiale con una grande confidenza e con una palpabile creatività, inserendo assoli a piacimento nel contesto favorevole degli ampi spazi insiti nella struttura jazzistica dei brani stessi. “Seven Steps To Heaven”, il capolavoro scritto da Victor Feldman per Miles Davis, è caratterizzato dagli scoppiettanti colpi di batteria di un grande Steve Gadd, che sembra voler dimostrare quanto questo strumento possa essere molto di più di una semplice percussione. La ricerca ed il recupero dei classici prosegue con “Like Sonny”, un brano firmato da Coltrane su suggerimento di Sonny Rollins: qui ci troviamo davanti ad una divertente escursione nel funk colorata da un tema esotico, esempio lampante di grande modernità. “Hi-Fly” e “Give It To The Kids” sono due canzoni ispirate dalle atmosfere degli anni ’70, la prima delle quali è una cover di una famosa composizione di Randy Weston, mentre la seconda è un originale di Mike Mainieri al quale Ben Sidran ha dato il testo. “Blue Daniel” è invece una ballata nel classico stile Sidran dove Randy Brecker piazza un assolo di tromba coi fiocchi. In un campionario di abbondanti spruzzate di jazz, onnipresenti accenni di funk, atmosfere californiane di scuola West Coast e la sua inconfondibile voce, con The Cat In The Hat, Ben Sidran mette in scena un piccolo campionario di gemme tanto sofisticate quanto moderne. Davanti c'è tutto l’ottimismo degli anni ’80, alle spalle un passato forse mai così ricco di grandi sconvolgimenti come i settanta. Il cantautore di Chicago appare lucido e determinato nel perseguire il suo particolare progetto, anticipando il futuro e rendendo omaggio ai grandi musicisti che lo hanno preceduto. Nel farlo ci mette molto talento e tanta passione, regalandoci uno degli album più interessanti del decennio.

Raul De Souza – Sweet Lucy


Raul De Souza – Sweet Lucy

Raul de Souza (nato il 23 Agosto 1934, a Rio de Janeiro in Brasile) è un trombonista che in carriera ha registrato con Sérgio Mendes, Flora Purim, Airto Moreira, Milton Nascimento, Sonny Rollins, Cal Tjader e la band jazz fusion Caldera (di cui ho parlato precedentemente in un post dedicato). Dopo il suo trasferimento negli U.S.A., il compositore, pianista e produttore americano George Duke, da sempre affascinato dalle sonorità brasiliane ed incantato dal suono caldo e corposo di Raul, decise di produrre, a metà degli anni 1970 per la Capitol Records, il primo album di Souza. Il lavoro si intitolava Sweet Lucy ed a questo sono seguiti altri due dischi che però erano quasi completamente privi di contenuti jazzistici. Erano album molto commerciali che probabilmente furono pubblicati per cercare di accodarsi alla tendenza disco soul degli anni ’80, ormai dilagante. Raul De Souza è uno dei grandi misteri del mondo del jazz. All’inizio degli anni ‘70, dopo una gavetta lunga un decennio, era palese che il trombonista brasiliano avesse un sacco di frecce al suo arco. Possedeva un suono caratteristico e accattivante, un grande timbro strumentale, una versatilità fuori dal comune, ed infine moltissimo calore ed una bella sensibilità. Ed allora per quale motivo, negli anni ’80 e '90, è quasi sparito dalla scena? In un mondo ideale, De Souza avrebbe costruito sul suo talento una grandissima carriera ed un catalogo consistente. Purtroppo, la sua storia discografica fu invece di breve durata, e riprese vigore solo dal 2000 in avanti dopo il suo ritorno in Brasile. Una spiegazione potrebbe stare proprio nella natura stessa del suo strumento, il trombone, non esattamente il più popolare tra quelli in uso. Un’altra motivazione potrebbe forse risiedere nelle scelte poco felici a livello di produzione, dove la chimera di un facile successo produsse più danni che benefici. Verosimilmente fu la combinazione delle due cose. Ad ogni modo Sweet Lucy è un album interessante, nel quale si sente la mano di George Duke, ma l’orientamento verso uno stile più commerciale è ancora piuttosto sfumato, e la componente jazzistica è invece ancora molto presente. Non mancano i brani leggeri ed orecchiabili, molto funk vocal oriented come "Wires" e la title track stessa (entrambi scritti da Duke). Ma sono i pezzi strumentali fusion e pop-jazz quelli dove De Souza brilla davvero. Ad esempio quando si distende su  un grande brano come "Bottom Heat", o quando mette in mostra tutto il suo lirismo pieno di feeling sulla ballata "Wild And Shy". In altri pezzi da lui stesso scritti come “Banana Tree”, “At Will” o “A Song Of Love” De Souza mostra un grande potenziale come solista e come compositore. Egli riesce ad infondere di colore brasiliano anche il più moderno schema funk jazz delle sue canzoni, con ottimi risultati. La traccia più debole di Sweet Lucy è un riadattamento della ballata brasiliana Canção do Nosso Amor, che diventa qui "New Love” e dove Raul tenta inopinatamente di cantare. La canzone è bellissima, ma De Souza non gli rende giustizia perché, in tutta onestà, lui semplicemente non può cantare. Sottolineo che oltre tutto non ha bisogno di usare le sue corde vocali perché è in grado di far "cantare" magnificamente il suo trombone, come pochi riescono a fare. Il suo controllo dello strumento, la sua maestria ed il suo caratteristico sound fanno sì che Sweet Lucy sia (quasi tutto) un eccellente e gradevole album. Oltre che per la scoperta di un musicista poco noto è un'ottima occasione per familiarizzare con il trombone e apprezzarne i toni caldi ed avvolgenti.

Sixun – Nomad’s Land


Sixun – Nomad’s Land

I francesi Sixun si sono formati nel 1984 e vantano quindi più di trent’anni di attività. Il nome Sixun è l’unione di due vocaboli che si riferiscono al numero dei membri della band (sei, six in francese) provenienti da varie parti del mondo, che suonano insieme come un'unità (uno, un in francese). Il nucleo del gruppo è costituito da Paco Sery (batteria, percussioni), Jean-Pierre Como (tastiere), Alain Debiossat (sassofono), Louis Winsberg (chitarra) e Michel Alibo (basso) ed infine Jaco Largent (percussioni). Questa formazione è rimasta praticamente invariata nel corso degli anni. I Sixun hanno iniziato la loro vera carriera discografica nel 1985 con l’uscita di un primo album intitolato “Nuit Blanche”, arrivando a pubblicarne fino ad oggi ben dodici.  Il genere di riferimento è senza dubbio la jazz fusion, ma sono fortemente avvertibili delle significative influenze dettate dalle origini multiculturali dei musicisti della band, in particolare quelle caraibiche e africane. Di fatto le costruzioni poliritmiche e le complesse melodie costruite dai Sixun sono molto importanti e ne determinano in larga misura il sound. I Sixun sono spesso paragonati, a ragione,  ai Weather Report, la cui grande influenza pare davvero aver ispirato profondamente questi musicisti francesi. Va detto anche, ad onor del vero, che i membri della band sono tutti indistintamente dotati di una grandissima tecnica individuale e le composizioni non sono affatto prive di una loro originalità e di grande fascino, al punto da rendere i Sixun piuttosto riconoscibili e caratteristici. Un orecchio attento percepirà qua e là gli echi di Zawinul, Pastorius, Shorter e compagni, echi che a volte diventano quasi dei richiami espliciti e diretti, attuati con le tipiche sonorità ben note ai fan dei Weather Report. Non mancano accenni alla musica etnica che attingono sia alla tradizione gitana sia a quella più genericamente mediterranea. Nomad’s Land è il sesto album per il gruppo francese, ed è composto da undici tracce piuttosto omogenee. Il lavoro del 1993 sposta decisamente il baricentro della musica verso un’area più jazz fusion, lasciando  sullo sfondo le influenze afro caraibiche e/o etniche, molto marcate negli album precedenti. Dal mio punto di vista trovo questa scelta azzeccata e vincente dato che Nomad’s Land mi pare un gran bel disco, molto diretto e corposo. Complessivamente risulta ricco, variegato ed interessante, nella consapevolezza che il territorio è quello di una sofisticata architettura musicale di matrice jazz rock, in cui la sezione ritmica lavora in perfetta simbiosi per creare il corretto tappeto sul quale poggiano i virtuosi interventi dei solisti. In questo senso non si può non notare la bravura sia del bassista della Martinica Michel Alibo che del batterista ivoriano Paco Sery. Highlights dell’album sono la super-funky e sincopata “Ali Gogo”, l’atmosferica e rilassata “Parakali”, la veloce e nervosa “James Machine” ed una pirotecnica “Tooklao” che riassume tutti i tratti salienti della band. Ovvero padronanza assoluta a livello tecnico, grandi assoli, buon gusto e bel suono collettivo. Forse non occorre sempre essere americani o inglesi per suonare della buona fusion, anche noi europei (continentali) possiamo farlo in modo egregio: i francesi Sixun ne sono la dimostrazione tangibile.

Vibraphonic – On A Roll


Vibraphonic – On A Roll

I Vibraphonic sono nati nel 1990 per volontà del vibrafonista Roger Beaujolais, Sulla scia del successo piuttosto casuale ottenuto da due brani intitolati “Believe In Me e “I SeeYou”, che vennero pubblicati per la Acid Jazz Records su altrettante di  quelle compilation che erano così popolari all’epoca (Totally Wired). Successivamente hanno prodotto cinque album, tutti con buoni risultati di vendita, soprattutto negli USA. La band, che potrei definire post acid jazz, è caratterizzata da uno stile funky soul che non è altro che l’estensione ideale di quella corrente portata alla ribalta da gruppi molto più famosi, come gli Incognito, i Brand New Havies, Jamiroquai o i Groove Collective. Con un elemento particolare ed inedito: lo strumento principale è proprio il vibrafono del leader. Da notare inoltre che i brani dei Vibraphonic sono per la maggior parte strumentali. Roger Beaujolais è un musicista di formazione jazzistica ed è anche insegnante di vibrafono presso il Trinity College di Londra. Uno dei pochi portabandiera contemporanei di questa affascinante percussione, che nel jazz ha avuto stelle di prima grandezza come Lionel Hampton e Milt Jackson o più recentemente Gary Burton e Dave Samuels. La line up della band è cambiata poco dall'inizio dell’attività e comprende Tony Remy alla chitarra, Nick Cohen al basso, Alison Limerick & Lennox Cameron alla voce, Pete Lewinson o Frank Tontoh alla batteria e Mark Lockheart al sax tenore e soprano. "On A Roll" (del 1997) è il quarto album di Vibraphonic, ed è forse quello dotato del miglior groove complessivo, con il conseguente risultato di essere il loro titolo più funky, quello più raffinato,  in ultima analisi il lavoro più valido fino ad oggi.  Se da un lato le loro inclinazioni jazzistiche qui vengono indubbiamente minimizzate, per contro emerge una sensibilità verso il soul funk aumentata rispetto al passato, così come appare generalmente migliorata l’abilità nel comporre le canzoni e orchestrare gli arrangiamenti. Il disco si distingue in particolare sui brani strumentali come "Chance Meeting" dove è in bella evidenza il vibrafono e l’arrangiamento è ricco e corposo, oppure "Know What I Mean" dal ritmo funky, bei fiati e un gran assolo di Beaujolais. Molto bello anche “Broken Promises”, probabilmente il numero più jazzy dell’intero album, che scorre fluido su un medio tempo mettendo in bella evidenza Mark Lockheart al sax soprano e l’onnipresente vibrafono di Roger.  In generale i pezzi strumentali sono sempre piuttosto brillanti, segno di una buona coesione e della qualità degli interpreti. I pochi interventi cantati si fanno notare su "It Isn’t Magic" con protagonista la brava Alison Limerick e “Be Careful”, nella quale troviamo l’originale voce maschile di Lennox Cameron. Entrambe sono tipiche canzoni soul molto orecchiabili, immancabili in questo genere musicale. Ma è Roger Beaujolais il vero deus ex machina di tutto il progetto ed lui che guida la creatura Vibraphonic attraverso il sapiente uso del suo vibrafono; spesso in veste di solista, talvolta in qualità di comprimario al servizio della band. Così trovano il giusto spazio anche gli interventi dei sax di Mark Lockheart e della chitarra di Tony Remy, senza dimenticare, come abbiamo visto, i due validi cantanti. On The Roll è indubbiamente un disco molto gradevole, dai toni sofisticati senza essere complesso o noioso. Immediato e orecchiabile, strizza l’occhio alla dance ma lo fa con molta discrezione ed è perfetto come colonna sonora di una bella passeggiata in automobile o come piacevole sottofondo di una serata fra amici. Non ha velleità di essere un capolavoro, non c’è alcuna ambizione in questo gruppo inglese di acid jazz. Per una volta si tratta solamente di cinquanta minuti di buon funky soul che coinvolge senza impegnare: non è cosa da poco.

The Eleventh House - Introducing The Eleventh House with Larry Coryell


The Eleventh House  - Introducing The Eleventh House with Larry Coryell

Una solida e pionieristica band di jazz fusion: questo era The Eleventh House. Fondata dal virtuoso chitarrista Larry Coryell all’inizio degli anni '70, si è distinta per il suo suono tagliente, duro e vigoroso. Un perfetto vettore per la chitarra magica di Coryell e di tutti gli altri notevoli musicisti aggregati. The Eleventh House è stato uno dei gruppi più vitali nello sviluppo del jazz rock, guidato da uno degli eroi (purtroppo non abbastanza celebrato) del linguaggio della fusione tra il mondo del jazz e quello del rock.  Insieme al trombettista Randy Brecker (che in seguito sarebbe stato sostituito da Mike Lawrence) e al tastierista Mike Mandel, Coryell aveva messo insieme un collettivo di grande spessore. A completare l’organico c’erano il bassista Danny Trifan e il batterista Alphonse Mouzon. L'influenza dei “soliti” Miles Davis, Weather Report e Herbie Hancock è evidente, ma gli Eleventh House hanno anche saputo elaborare una proposta tutta loro. Gli assoli di tromba di Brecker sono al contempo lirici e scattanti. Coryell e Mandel fondono alla perfezione chitarre e tastiere esponendo sempre le loro spiccate e distintive personalità. Sono i loro primi tre album quelli che hanno mostrato al pubblico ed alla critica il maggior potenziale e quello di cui mi occupo è il debutto assoluto della band: “Introducing The Eleventh House” (1974). L’apertura pirotecnica si intitola “Birdfingers”  ed è uno dei punti salienti del disco, l'interazione tra Larry Coryell e Randy Brecker è pura magia, con i due che si scambiano frasi e sfide sonore. Mike Mandel sullo sfondo delinea con il rhodes un tappeto funky stile Herbie Hancock mentre la sezione ritmica del bassista Danny Trifan e del batterista Alphonse Mouzon spinge il groove a livelli grandiosi. “Funky Waltz” non può non ricordare il Miles Davis elettrico di In a Silent Way, ma si dipana poi su un sound funky rock, dove la chitarra di Coryell fa sentire la sua ruvida voce. “Low-Le-Tah”  ha un andamento ipnotico, basato su un arpeggio di chitarra molto psichedelico sul quale Randy Brecker piazza il suo assolo lucido e pulito. Smaccatamente funky “Adam Smasher” ci regala un Mike Mandel scatenato al piano elettrico ed al clavinet mentre Brecker innesta il wah wah caratterizzando in modo inusuale la sua tromba. Il leader ancora una volta ci mostra quanto originale e diverso possa essere il suo modo di interpretare la chitarra elettrica. Il tastierista Mandel introduce “Joy Ride” che è forse il brano più rock del disco per poi concluderlo con un trascianante solo di synth. “Yin” vede un Alphonse Mouzon forsennato alla batteria coadiuvato dalle linee velocissime del basso di Danny Trifan: difficile star dietro a tale furia se non sei fenomenale come gli altri componenti del gruppo.  L’introspettivo “Theme For A Dream” è un grande cambiamento di ritmo ed atmosfera, molto più rilassato ma pur sempre enigmatico ed affascinante, quasi un oasi di pace in mezzo a tanta foga. Lo stesso vale per “Gratitudine-A-So-Low”, anzi qui siamo in pieno relax poichè il brano è in effetti un assolo misterioso e tagliente di chitarra elettrica senza alcun accompagnamento. “Right On Y’All” è di gran lunga il pezzo più funky di tutto l’album, con un lungo assolo di synth di Mike Mandel. A rendere più interessante il tutto, nella riedizione su cd ci sono alcune  tracce extra, come la minacciosa e intricata “Cover Girl” (che era un pezzo suonato di solito dal vivo), Rocks di Randy Brecker (che venne riproposta nel primo album dei Brecker Bros.) ed un ulteriore saggio di bravura con la chitarra solista di Larry Coryell: “The Eyes Of Love”. Nel momento dell’implosione del progetto Mahavishnu Orchestra ecco che compare questa nuova ed esaltante proposta a perpetuare quello stesso sogno di riuscire a coniugare il jazz con il rock in modo creativo e originale. Meno spiritualizzata della creatura di McLaughlin, certamente più concreta e forse musicale di quella, ma ugualmente pilotata da un chitarrista di grande valore, The Eleventh House ha comunque avuto un suo ruolo importante ed attivo nel contesto storico della metà degli anni ’70. Questo primo album è un debutto lucido e interessante, un chiaro esempio di come si possa prendere il meglio da mondi apparentemente lontani come il jazz, il rock ed il funk e tirarne fuori qualcosa di musicalmente bello e originale.

Caldera - Dreamer


Caldera - Dreamer

Uno dei più innovativi e particolari gruppi di jazz fusion comparsi tra la metà e la fine degli anni '70 risponde al nome, sconosciuto ai più, di Caldera. Combinando jazz, funk e progressive rock con le musiche ed i ritmi di matrice latina crearono un mix molto interessante e suggestivo, oggi si direbbe multi-etnico. I Caldera sono stati influenzati dai grandi pionieri delle contaminazioni tra generi diversi come i Return to Forever e i Weather Report, ma i membri di questa band si sono ispirati anche al funk-soul degli Earth, Wind & Fire, e per l’appunto, alla salsa afro-cubana, al samba brasiliano e perfino alla musica andina/peruviana, senza dimenticare Carlos Santana. Guidati dal tastierista argentino Eduardo del Barrio e dal chitarrista portoricano Jorge Strunz, i Caldera avevano membri provenienti da tutta l'America Latina oltre che dagli Stati Uniti paese natale del bassista Dean Cortez e del sassofonista Steve Tavaglione. Il batterista Carlos Vega proveniva da Cuba mentre il percussionista Mike "Baiano" Azevedo dal Brasile. L’album Dreamer risale al 1979 ed è l’ultima registrazione del gruppo prima dello scioglimento. I pochi fan dei Caldera speravano che fosse proprio questo (il quarto…) il disco in grado di rendere famosa la band lanciandola nel gotha della musica mondiale, ma questo purtroppo non successe mai. I Caldera hanno continuato ad essere un oggetto oscuro, nonostante proponessero la loro avventurosa e affascinante miscela con una scrittura musicale di eccellente qualità, senza banalità.  Ne sono un esempio i contenuti di Dreamer, come il brano di influenza sudamericana "Rain Forest", o "Celebration" dai forti accenti brasiliani.  Non manca il richiamo al flamenco con "Brujerías" così come è facile pensare a Santana ascoltando "To Capture The Moon." Per “Himalaya” l’accostamento ai Return To Forever non è azzardato, così come evocare i Weather Report ascoltando “Dreamer”, però la loro proposta restava davvero unica ed originale. Per i Caldera il termine "musica latina" significava attingere a numerose fonti di ispirazione ed altrettante soluzioni ritmiche e melodiche. Su Dreamer tutta questa contaminazione la vediamo interagire con successo con il jazz, il funk, e soprattutto il progressive in un modo affatto scontato, creando qualcosa di speciale e difficilmente ripetibile. In un mondo ideale una bella realtà come i Caldera avrebbe avuto una lunga vita, ma nessuno dei loro quattro album ha venduto abbastanza per farli sopravvivere all’arrivo degli anni ’80. Il loro suono sofisticato, le loro architetture musicali così particolari avrebbero, in verità, meritato una maggior fortuna, ma le leggi di mercato spesso possono molto di più del talento.

The Crusaders – Chain Reaction


The Crusaders – Chain Reaction

I Crusaders sono uno dei gruppi più popolari dell’intero panorama musicale della musica fusion, della quale possono a pieno titolo essere considerati tra i padri fondatori. Dopo un inizio (con il nome Jazz Crusaders) negli anni ’60 ancorato ad un jazz tradizionale dalle forti tinte blues e soul, è a partire dal decennio successivo che la band svolta decisamente verso uno stile più ellettrico. La loro discografia è piuttosto vasta, tuttavia il periodo nel quale uscirono le cose migliori è quello compreso tra il 1972 ed il 1979. Uno dei più gustosi tra questi album è Chain Reaction del 1976, che trova i Crusaders al top della loro forma. Le composizioni sono tanto memorabili quanto accessibili,  così che l’album risulta essere uniformemente eccellente. Il chitarrista Larry Carlton offre alcune dei suoi più begli interventi “funkyzzando” (se mi è concesso il termine) al punto giusto gli arrangiamenti. Wayne Henderson dimostra che anche per il trombone c'è un posto nella fusion. Wilton Felder incarna un doppio ruolo, offrendo favolose esecuzioni di sassofono e poderosi riff di basso funky. Di Joe Sample non si finisce mai di parlare bene, il suo piano Fender Rhodes fornisce una base fantasiosa e grandissimi assoli. Da non dimenticare in ultimo Stix Hooper che regala un solido groove di batteria. La band sfoggia una interessante capacità di gestire diversi tipi di ritmi e di tempi, ed ogni membro ha molto spazio per mostrare il meglio sia a livello individuale che collettivo. "Collettivo" è la parola chiave di Chain Reaction, testimoniata dal suono da vera band che scaturisce da questi solchi, un suono che resterà un vero marchio di fabbrica, unico ed immediatamente riconoscibile. Si inizia con il sensuale blues di “Soul Caravan” introdotta dalle note della chitarra di Carlton, che andrà poi a chiudere in bellezza il brano. Nella parte centrale la proverbiale esplosione sonora data dalla combinazione tra il sax di Felder e il trombone di Henderson. “Creole” scorre su un tappeto ritmico sincopato, molto originale, il sax tenore è il primo degli strumenti solisti, per lasciare spazio ad una conclusione corale. “Chain Reaction” incanta da subito con il suo accattivante e vivace ritmo e ci offre l’occasione di ammirare Wayne Henderson ed il caldo suono del suo trombone. Carlton torna protagonista, mentre Joe Sample, con il  suo magico piano elettrico, non manca di ricordarci quali siano le solide basi sulle quali debba poggiare un bel pezzo. “I Felt The Love” è una ballata fatta apposta per valorizzare il sound profondo e molto soul del sax di Felder. Stile texano invece per “Mellow Out” allegra e ritmata come vuole la scuola sudista. Il brano probabilmente più bello dell’intero disco è la magnifica “Rainbow Visions”, una canzone dal medio tempo, ideale trampolino per gli assoli di Joe Sample al piano elettrico e nuovamente di Wilton Felder al sax. Suona diversa “Hallucinate” forse per la strana combinazione ritmica e l’atmosfera piuttosto inusuale, ma il rhodes di Sample è come sempre magico. Un insolito synth introduce “Hot’s It” subito seguito dal fluidissimo piano elettrico di Joe Sample che guida i giochi fino all’arrivo dell’immancabile sax. “Sugar Cone” è la classica canzone in stile Crusaders, riff di chitarra ritmica, ritmo rilassato, e melodia suonata all’unisono da fiati e tastiera. Si chiude con l’uptempo di “Give It Up” che ancora una volta suona come un brano d'insieme dove la partecipazione di tutta la band è equamente condivisa. Chain Reaction è stato uno degli album che più hanno contribuito ad attirare i giovani appassionati di rock,  soul e pop ad esplorare anche il più difficile mondo del jazz, un merito che già di per se avrebbe un’immensa valenza culturale. Se a questo sommiamo i contenuti di indubbio spessore dati dalle belle tracce contenute nell’album, insieme ad una fantastica coesione tra i membri stessi dei Crusaders, non è azzardato dire che questo disco appartiene alla ristretta cerchia degli imperdibili. Se poi riuscisse ad innescare la vostra personale “reazione a catena”  a quel punto non potreste fare a meno di andare a cercare anche gli altri bellissimi lavori del periodo dei Crusaders: Free as the Wind, Those Southern Knights, Images o Street Life. Ne varrebbe senza dubbio la pena.

Catalyst - Perception


Catalyst - Perception

I Catalyst furono un quartetto di Philadelphia il cui materiale sonoro ha precorso i tempi, anticipando il lavoro dei successivi artisti di jazz fusion. Il gruppo riscontrò  un discreto successo locale attorno al 1970 e diventò maggiormente conosciuto dopo la riedizione delle loro registrazioni su CD. Tuttavia non raggiunsero mai una reale notorietà, nonostante il fatto che il loro talento fosse innegabile. Il gruppo è stato scoperto dal produttore Skip Drinkwater, che li ingaggiò  per conto della Muse Records dopo averli sentiti suonare in un club di Philadelphia. Drinkwater stesso e Dennis Wilen hanno prodotto il loro omonimo album di debutto, uscito nel 1972 con la seguente formazione: Eddie Green (tastiere e voce), Sherman Ferguson (batteria e percussioni), Odean Pope (sassofono, flauto eoboe) e Alphonso Johnson (basso). I Catalyst  hanno poi registrato e pubblicato un secondo album sempre nel 1972 intitolato Perception, ma il bassista Alphonso Johnson aveva, a quel punto, lasciato il gruppo per unirsi ai Weather Report, ed era stato sostituito da Tyrone Brown. il quartetto, che non faceva certo musica facile ed immediata, fu paragonato agli stessi Weather Report e ai Return to Forever creandosi un piccolo seguito di appassionati. Nel 1974 uscì il terzo lavoro: Unity, sempre su etichetta Muse, che ha segnato l’avvento di Billy Hart alla batteria in aggiunta ai suoi membri principali. Del 1975 infine la pubblicazione del loro ultimo disco, A Tear And A Smile. Le scarse vendite ed una subentrata delusione verso l'industria discografica hanno portato il gruppo a sciogliersi nel 1976. La loro era musica d’avanguardia, non c’era alcuna indulgenza verso contaminazioni popolari perciò, dopo un quinquennio di attività, non ebbe una seconda opportunità. Perception è un album decisamente di jazz elettrico. I brani sono complessi ed articolati, caratterizzati da ritmiche elaborate e da assoli molto interessanti. Si inizia con la title track  di 14 minuti, veicolo ideale per il sax acido, quasi free, di Odean Pope che poi passa al flauto con toni meno nervosi. Bello l’assolo di basso di Tyrone Brown così come il finale di batteria e percussioni di Ferguson. “Uzuri” per contrasto è dolce e melodica, caratterizzata dal bel flauto aulico di Pope, peccato che duri solo tre minuti. Segue “Celestial Bodies” un nuovo numero al confine del free jazz elettrico, dominato dal lacerante sax tenore di Odean Pope a disegnare linee melodiche assolutamente ardite. L’enigmatica ”Ile Ife” ci regala un bell’intervento al Rhodes del pianista Eddie Green. Chiude questo album, probabilmente troppo corto, “Got To Be There” che è di fatto il pezzo più orecchiabile dell’intera registrazione. Come ospite alla chitarra c’è Norman Harris che è l’unico solista, niente sax: tutti gli altri  semplicemente ad accompagnare il chitarrista. Se Perception ha un difetto è proprio quello di risultare quasi incompleto a causa della sua inopinata brevità. Non a caso al momento della riedizione dei quattro album su cd, i primi due lavori sono stati uniti su un unico supporto, così come il terzo ed il quarto. La loro discografia va ascoltata come un unico, monolitico affresco di jazz fusion embrionale, i semi del quale non tarderanno a germogliare, senza che Odean Pope e compagni potessero raccoglierli. In questo modo si può senza dubbio apprezzare meglio il talento e la carica innovativa di questo oscuro gruppo di musicisti afro americani, chiedendosi al contempo come sia possibile che tanta abilità sia passata quasi completamente inosservata. I Catalyst il loro segno nel jazz contemporaneo lo hanno lasciato eccome, sempre senza compromessi verso il rock e con poca affinità anche verso il funk. Le leggi del mercato discografico e la scarsa fruibilità ne hanno comunque decretato l’inesorabile caduta nell’oblio. Il “Bollettino Meteorologico” di Zawinul e compagni così come la svolta elettrica di Miles (Davis) avevano già rubato loro la scena, forse era davvero impossibile competere.

Chase – Pure Music


Chase – Pure Music

Indicando il termine "jazz-rock" tutti probabilmente pensiamo subito a band come i Weather Report, i Return To Forever o la Mahavishnu Orchestra, oppure ad altri gruppi più commerciali come ad esempio i Blood, Sweat & Tears o i Chicago. Ma una band, ormai purtroppo dimenticata, chiamata Chase, nei primi anni '70 rivaleggiava con tutti loro, proponendo uno stile originale e ottenendo anche un discreto successo. I Chase sono una creatura del virtuoso trombettista Bill Chase che nel 1970 mise insieme questo gruppo, in un'epoca in cui  tra gli appassionati di musica cominciava a farsi strada una certo interesse per la fusion ed il jazz-rock. La formazione dava il meglio di se nelle esibizioni dal vivo dove in ogni show sembravano mettere il 100 per cento della loro energia. La loro reputazione varcò così molto presto i confini nazionali statunitensi, e ci furono tour in Europa, Africa e Asia. Alla fine del 1972, Bill Chase rimescolò il gruppo con nuovi musicisti, alla ricerca di un nuovo suono per la band che potesse funzionare musicalmente per lui ma che anche il pubblico potesse accettare con entusiasmo. Un terzo album intitolato “Pure Music”, uscì nel 1974 con questa nuova formazione. Ma l’interesse e l'eccitazione per il  primo album del 1971 si erano esauriti e il nuovo disco ricevette una tiepida accoglienza, in particolare da parte della stampa. Ciò nonostante i Chase non smisero di suonare in concerto in giro per gli States. Sarebbe stato interessante vedere dove sarebbero potuti arrivare se non fosse stato per l'incidente aereo che uccise drammaticamente il leader e mezza band, in quanto Pure Music rappresentava un drastico cambiamento di direzione nella musica di questo sfortunato gruppo. Se i primi due album non erano molto diversi dallo stile dei Blood, Sweat & Tears o dei Chicago, in questo ultimo lavoro la svolta verso la fusion è più marcata ed evidente. Piuttosto che la più semplice formula della canzone,  abbiamo qui assoli di tromba sempre trascinanti, chitarre jazzy,  tastiere pirotecniche e jam session strumentali ricchissime di fiati. Anche su Pure Music troviamo due più che dignitosi brani cantati, (Run Back To Mama e Love Is On The Way) ma è il suono vivo e bruciante dei quattro numeri strumentali che ci racconta la vera storia di questo disco. Fin dall'apertura di "Weird song n °1 " appare ovvio che questa è una band nuova di zecca, pronta a volare in nuove direzioni. L'interazione tra Chase alla tromba elettrificata e Wally Yohn al sintetizzatore è straordinaria e il suono della sezione fiati è vibrante, incredibilmente poderoso. Su "Bochawa", il leader e Jay Sollenberger rivaleggiano in bravura, cercando di superarsi l’un l’altro.  Sul brano conclusivo "Close Up Tight" ci sono ancora Chase e Yohn che duettano facendo saettare tromba e synth in un gioco entusiasmante, con un sottofondo funky che ricorda James Brown. "Twinkles" è invece una ballata rilassata, quasi una possibilità che i Chase danno all’ascoltatore per prendere fiato, visto il contenuto sempre così travolgente del resto del programma. Come una piccola ma efficiente big band il gruppo inonda tutti di note e ritmo, creando un muro sonoro di grande fascino.  In effetti Pure Music è un album inebriante, reso ancora più coinvolgente dal fatto che l’ascoltatore è consapevole che purtroppo questo sarà per sempre l’ultimo passo di questi grandi e sfortunati musicisti.

Joe Farell - Outback


Joe Farell - Outback

All’inizio degli anni ’70 Joe Farrell, uno dei più noti flautisti della storia del jazz, (ma suonava, e bene, anche il sax ed il clarinetto) firmò per la prestigiosa etichetta CTI di Creed Taylor dove rimase fino al 1976, registrando numerosi album. La produzione musicale di quel periodo combinava il suo stile hard bop con alcuni elementi pop e fusion, cosa che  lo fece diventare per un breve momento abbastanza popolare anche presso gli appassionati che non avevano familiarità con il suo precedente lavoro jazzistico. Farrell ha iniziato a suonare il clarinetto all'età di 11 anni e, dopo la laurea presso la University of Illinois nel 1959, si trasferì a New York. Nella metropoli ha avuto numerose e importantissime esperienze come ad esempio con la Maynard Ferguson Big Band (1960-1961) e Slide Hampton (1962). Inoltre ha registrato con Charles Mingus, Dizzy Reece, con Jaki Byard (1965). Senza dimenticare la Thad Jones / Mel Lewis Orchestra (1966-1969) e il gruppo di Elvin Jones (1967-1970).  È stato anche un membro della formazione originale dei Return to Forever tra il 1971 ed il 1972. Joe Farrell ebbe un periodo piuttosto creativo nel corso degli anni ’70 ed i suoi dischi da solista registrati con la  CTI ottennero buone vendite. Purtroppo Farrell è morto di cancro alle ossa nel 1986, a soli 48 anni. Outback è il secondo degli album di Joe per l’etichetta “fusion” di Creed Taylor. Registrato in quartetto nel 1972, con Elvin Jones alla batteria, Chick Corea al piano elettrico, Buster Williams al basso più il percussionista brasiliano Airto Moreira. Farrell non si limita qui a proseguire nella direzione del concettualismo jazzistico, ma sposa anche il più moderno e contaminato stile CTI. Ne esce Outback, che non è propriamente un album funky o fusion con smaccate tendenze commerciali, ma è invece soprattutto un viaggio avventuroso, un esercizio sul filo del rasoio tra composizione e improvvisazione, tra tradizione e innovazione, tra ricerca e concretezza. Sono solo quattro le composizioni registrate sull’album, tutte composte da Farrell. Il set inizia con “Outback” che da il titolo al disco. Incentrato su una serie di accordi di minore, Joe  utilizza principalmente flauto e ottavino per tessere una affascinante serie di melodie ascendenti in contrasto le armonie del piano di Corea.  Elvin Jones suona curiosamente molto più soft di quanto sia solito fare. "Sound Down" è invece un brano più vivace nel quale Farrell decide di esibirsi meravigliosamente al sax soprano. La ritmica vede Buster Williams suonare una breve linea di basso mentre Jones questa volta fa sentire molto più marcatamente la sua batteria. Ogni assolo del leader è accompagnato da una favolosa risposta pianistica di Chick Corea. "Orchid Bleeding" è una sorta di ballata giocata tutta su degli intervalli continuamente mutevoli, contrappuntati pregevolmente da Buster Williams con una serie di pizzicato di basso. I trilli e le armoniche di Farrell combinano classicismo jazz con echi di musica mediorientale. "November 68th ", evoca la "My Favorite Things" di John Coltrane  per come Joe Farrell riesce a sfruttare in profondità il registro medio del sax, donando al brano una splendida raffinatezza blues. Quello di Outback è un Joe Farrell in grande forma, al culmine della sua parabola evolutiva e circondato da eccezionali musicisti che spingono il suo volo sonoro ad un’intensità quasi inimmaginabile. Outback è uno lampo, uno schianto. Breve ed esplosivo, ispirato e affascinante. Insieme al successivo “Moon Germs”, uscito l’anno dopo è  il miglior album che Joe abbia mai registrato.

Bennie Maupin - Moonscapes


Bennie Maupin - Moonscapes

Bennie Maupin è un clarinettista, flautista e sassofonista statunitense nato a Detroit, nel 1940. La relativa fama di Maupin è data certamente dalla sua bravura come specialista del suo strumento, ma la sua notorietà deriva principalmente dal fatto di essere stato a lungo il sassofonista di Herbie Hancock (nel sestetto di Mwandishi e con gli Headhunters). Poi, naturalmente, anche per aver preso parte all'incisione dell'album di Miles Davis Bitches Brew, considerato uno dei primi album di fusion della storia del jazz. Ma sono importanti anche le collaborazioni di Maupin con  numerosi altri musicisti, tra questi Horace Silver e Roy Haynes. Bennie è dotato di uno stile di improvvisazione armonicamente molto ardito ma ha tuttavia un senso della melodia abbastanza diverso da quello di molti dei suoi colleghi. A momenti sembra possedere dei tratti stilistici simili ad esempio ad Eric Dolphy o più ancora al suo riferimento Roland Kirk. Dal punto di vista compositivo è solito creare delle brevi melodie che servono come punto di partenza per più lunghe ed articolate costruzioni improvvisative. È molto suggestivo l’uso frequente che Maupin fa del clarinetto basso, uno strumento mai troppo utilizzato e che ha invece dei colori musicali di grande impatto. Moonscapes è il terzo album solista del sassofonista di Detroit, e nonostante la volontà da parte dell’etichetta discografica di orientarlo verso un prodotto più commerciale, Maupin è riuscito nell’intento di non permettere a quelle pressioni di rovinare irrimediabilmente la sua visione musicale. La pausa di quasi un ventennio che è seguita alla pubblicazione di Moonscapes può solamente lasciare il campo a semplici congetture su quale effetto possa aver avuto, sulla carriera di Bennie, l’aver tirato dritto per la sua strada. Ma certo essersi inimicato le major discografiche deve aver pesato e non poco. L’album suona profondamente diverso dal riferimento dato dal sestetto di Mwandishi di Hancock. Viceversa la presenza di alcuni membri degli Headhunters sembra aver influenzato fortemente le sonorità ed il tenore generale di Moonscapes. In particolare la sezione ritmica, formata dal batterista prototipo del jazz funk Harvey Mason, dallo straordinario bassista Abraham Laboriel e dal percussionista Mingo Lewis contribuiscono ad infondere una maggiore dinamica ed un radicale slancio al lavoro di tutta la band ma anche alle composizioni dello stesso Maupin. Il gruppo è completato dal cristallino talento di un giovane Bobby Lyle alle tastiere e dalla presenza del chitarrista Mike Sembello. Il groove prodotto da questa formidabile riunione di artisti può essere apprezzato fin dall'inizio nei complicati riff  dove si intrecciano basso, chitarra e clavinet, base dell’ipnotico funk del brano d’apertura "Nightwatch". La musica di Moonscapes viene di tanto in tanto completata dall’uso dei synth che, con discrezione, infondono alcuni brani di una atmosfera cosmica, della quale Maupin ha sempre apprezzato le suggestioni. Come succede ad esempio in "A Promise Kept", dove subito dopo l’intro “astrale”, parte un sincopato funk, terreno fertile per il clarinetto basso del leader, che passa quindi al sax soprano per regalarci un assolo assai emozionante. Anche il breve "Crystals" che chiude l’album ritrova un inquietante scenario sottolineato dai synth sul quale il sax tenore di Maupin dipinge una struggente melodia quasi impressionista. "Just Give It Some Time" sorprende per la leggerezza e l’orecchiabilità quasi da smooth jazz e vede curiosamente protagonista anche il chitarrista Mike Sembello, normalmente utilizzato quasi solo come attivo ed ispirato motore propulsivo e ritmico. Il suo assolo non è forse memorabile, probabilmente perché un po’ fuori dal contesto, ma l’impeccabile ed emozionante assolo di sax di Maupin cattura l’attenzione ancora una volta. Bennie ci regala alcuni tra i momenti più salienti nel tributo al grande Roland Kirk con l'intensa "Farewell To Rashaan", dove si percepisce tutta l’autenticità del suo omaggio al maestro ed il trasporto spirituale dell’artista. "Sansho Shima" è un brano già registrato in precedenza che viene reinventato rispetto alla versione presente su Secrets di Hancock. L'effervescenza del drumming frenetico di Mason e le scoppiettanti linee di basso di Abraham Laboriel contagiano tutta la band, consentendo a Maupin un eccellente lavoro al sax soprano. Moonscapes rimarrà per vent’anni l'ultimo album di Bennie Maupin, che solo nel 1998 pubblicherà nuovamente qualcosa. L'ascoltatore troverà qui una raccolta di jazz elettrico molto ambizioso, ricco di suggestioni e spunti estremamente interessanti. Il suo stile molto personale, distribuito tra sax soprano e tenore, clarinetto basso e flauto, in queste sette tracce può essere apprezzato in tutta la sua forza espressiva. Moonscapes è un album che si erge molto al di sopra della maggior parte della produzione jazzistica del 1978. È un disco raro e prezioso da non lasciarsi sfuggire.

Eddie Russ - See the light


Eddie Russ - See the light

Non posso nascondere che molta della musica che mi piace di più sia concentrata nel decennio che va dal 1968 al 1978. E moltissime sono le gemme nascoste e misconosciute che difficilmente vengono alla luce a differenza di tanti successi e di innumerevoli artisti che hanno conosciuto fama e successo proprio in questo prolifico periodo. Sono quei dischi che vengono definiti "rare grooves", album difficili da reperire sia che si cerchi il cd sia che ad interessare sia il vinile. Il tastierista Eddie Russ, nativo di Pittsburgh, è certamente un nome poco noto, quanto meno lo è al giorno d'oggi, ma spero che questo post vi stimoli alla sua scoperta. L'album See the light, che a mio parere è bellisssimo, vide la luce nel 1976 negli United Sound Studios di Detroit, gli stessi dove George Clinton creò e perfezionò la sua perfetta macchina funky: i Funkadelic. Come molti lavori black dell'epoca si respira un'atmosfera vagamente astrale, legata in qualche misura ad una visione cosmologica del mondo e della razza umana. Detto questo siamo qui nel pieno di una scintillante ibridazione tra jazz, funk e disco, genuina e diretta. Eddie Russ ci delizia con un felicissimo e abbondante uso di sintetizzatori e piano elettrico, sorretti da belle e potenti linee di basso e da ritmiche molto interessanti, qualche volta latineggianti, altre volte più smaccatamente disco. Il trombettista Marcus Belgrave e il sassofonista Larry Nozero sono di volta in volta gli altri solisti. L'influenza dell'Herbie Hancock elettrico si fa sentire, così come qualche eco di Lonnie Liston Smith, tuttavia la musica di Eddie Russ resta sorprendentemente originale e non priva di un forte accento afro urbano. I suoi assoli sono trascinanti e mozzafiato, specie con l'immancabile Rhodes. Energia e fantasia, virtuose scale jazzistiche su strati di synth e ritmi quasi disco, fanno di See the light un disco godibile, gioioso, leggero e nello stesso tempo impegnato, senza mai essere eccessivamente difficile o ermetico.
Un bel salto indietro, sebbene molto attuale, a quelle feste black dal sapore psichedelico, ai pantaloni a zampa d'elefante, alle camicie colorate dai colletti improbabili, all'ispettore Callaghan e a Shaft, a tutto quel mondo colorato e un pò pazzo che tanta cinematografia americana ci ha fatto conoscere ed amare. Ma anche un imperdibile balzo verso la riscoperta della grande musica degli anni 70. Consigliato...

Banda Black Rio - Maria Fumaça


Banda Black Rio - Maria Fumaça

Banda Black Rio è uno sconosciuto gruppo funky-samba brasiliano che è stato costituito nel 1976 dal compianto sassofonista Oberdan Magalhães. E’ caratterizzato da un suono molto originale in cui il funk è utilizzato come collante per alcune particolari contaminazioni musicali, quali ad esempio uno stile tipicamente carioca come la Gafieira, ovviamente il samba, ma anche il rhythm & blues ed il jazz. La band ha avuto una formazione molto variabile, i cui protagonisti principali oltre al citato Oberdan Magalhães sono stati il trombettista José Carlos Barroso, il batterista Luís Carlos dos Santos, il tastierista Jorge Valdir Barreto , il chitarrista Cláudio Stevenson Jorge, e il bassista Valdecir Ney Machado. Il loro primo successo fu proprio il brano samba funk intitolato "Maria Fumaça", contenuto nell’album omonimo del 1977, che è l’oggetto di questo post. Il brano è stato anche il tema della popolare soap opera Locomotivas, trasmessa da TV Globo. Il disco contiene materiale originale e cover di brani famosi come "Na Baixa do Sapateiro" (di Ary Barroso) e "Casa Forte" (di Edu Lobo). I Banda Black Rio sono stati spesso accostati dalla stampa specializzata, non a torto va detto, ad altre band soul-funk come i Kool and the Gang e gli Earth, Wind and Fire pur essendo di fatto quasi esclusivamente strumentali. Rimasero sempre un fenomeno principalmente locale, tuttavia ebbero curiosamente un discreto successo nelle discoteche inglesi alla fine degli anni '90. La band ha registrato altri due album:  Gafieira Universal (RCA, 1978) e Saci Perere (RCA, 1980). Alla fine del 1980 si sono sciolti. Nel 1999, Banda Black Rio ha ripreso l’attività con una nuova formazione guidata dal figlio di Oberdan Magalhães. Recentemente si sono esibiti dal vivo anche in Italia, al celebre Blue Note di Milano. Maria Fumaça è dunque il loro esordio discografico, registrato nel 1977. La band propone un ottimo lavoro di crossover tra samba e funk, sottolineato da dei caldi e pieni arrangiamenti di fiati.  Come prevedibile dispone di un’eccellente sezione ritmica, dai colori tipicamente brasiliani, ed i membri non mostrano punti deboli nemmeno nei numerosi, immancabili ed interessanti assoli. Complessivamente ne esce un album che sorprende per la vivacità dei brani, la qualità degli arrangiamenti e una generale sensazione di positiva potenza e sapiente musicalità. La matrice brasiliana del gruppo si sente per l'allegria contagiosa, ma nella sostanza musicale non così tanto come ci si potrebbe attendere, con il risultato che l’album appare molto più vicino al funk jazz come siamo abituati a conoscerlo che non al samba o alla bossa classica. Una connotazione che a mio parere rende l’ascolto molto più piacevole e vario. A tratti può forse ricordare il gruppo funky svedese Mezzoforte (che ebbe fama e successo attorno alla metà degli ’80) e che è parimenti molto “horn drived”. L’esplorazione e la scoperta di artisti anche al di fuori degli Stati Uniti o dell’Inghilterra riserva qualche volta delle gran belle sorprese. Banda Black Rio è un progetto che fonde come nessun altro lo spirito black carioca con quello afro americano, in un sapiente mix di culture e sonorità. Ancora una volta la musica brasiliana dimostra di essere stata (e di essere tuttora) una realtà molto vitale e propositiva nell’ambito del panorama musicale internazionale.

Karma - Celebration


Karma - Celebration


I Karma sono stati una band di jazz funk attiva negli anni ’70 che ha registrato due soli album per la A&M Records. Purtroppo, Celebration e il suo seguito For Everybody sono da decenni fuori stampa, ed è ovviamente altamente improbabile che potranno mai essere ripubblicati su cd o su vinile. I membri della band non sono stati solo dei grandi protagonisti del soul e del funk degli anni’ 70. Essi erano anche artisti completi, in grado di interpretare al meglio quella musica che oggi definiremmo fusion, ovvero un jazz elettrico e leggero, in bilico tra le improvvisazioni e gli accordi più arditi e uno stile più orecchiabile e commerciale. C’era davvero del talento nella band Californiana di base a L.A., il sassofonista Ernie Watts, il trombettista Oscar Brashear, e il trombonista George Bohanon, il tastierista Reggie Andrews, il bassista Curtis Robertson, Jr. ed infine il batterista Joe Blocker. Le voci (femminili) sono di Syreeta Wright e Deniece Williams. Una tale formazione avrebbe dovuto catturare alla grande l’audience dell’epoca con un album come questo Celebration, ma purtroppo nonostante sia davvero un eccellente lavoro non è mai riuscito a decollare sul mercato discografico. La causa può derivare dal fatto che la band non ottenne mai l’attenzione delle importanti radio fm americane che si occupavano di promuovere il soul ed il funk. Questo insuccesso è un vero peccato capitale perchè in buona sostanza, si tratta di una raccolta di grandi pezzi che vanno dalla canzone funk in stile Earth, Wind & Fire come ad esempio "Karma" al passionale blues di "Well", passando per un brano di jazz-pop brasilianeggiante quale "Kwanzaa", che ricorda molto il George Duke di Brazilian Love Affair. Ma il punto davvero caldo del disco, il pezzo dove i componenti della band hanno messo in campo tutto il loro talento sono i quasi 12 minuti dell’ambiziosa mini-suite jazz "Suite Syreeta". Il brano, che si articola in vari movimenti, e che alterna atmosfere rilassate a cambi di ritmo repentini, dà infatti un ampio spazio a sax, trombe e tromboni affinchè i singoli musicisti possano dipanare una serie di magnifici assoli senza i vincoli di una durata standard. “Funk De Mambo” è probabilmente la canzone più commerciale di Celebration, come suggerisce il titolo vuole essere un mix tra funk e musica latina. “So True (Life Should Be)” vede i Karma alle prese con una ballata quasi interamente strumentale arricchita da un bell’arrangiamento e dall’uso del synth insieme ai consueti fiati, tra i quali a distinguersi è il sax del poliedrico Ernie Watts. “Amani” infine chiude l’album con atmosfere un po’ più cupe e spaziali, che ricordano a tratti la “In a silent way” di Miles Davis e questo la dice lunga sulla qualità e la maestria dei musicisti di questa band. Se vi imbattete da qualche parte in questo lp del 1976 , in qualche negozio di rarità o in qualche mercatino, non lasciatevelo scappare perché davvero merita più di un ascolto superficiale. E’ un rarissimo, dimenticato, polveroso scrigno, aprendo il quale usciranno solo delle buonissime vibrazioni.

Lonnie Liston Smith - Expansions


Lonnie Liston Smith - Expansions

Quando Lonnie Liston Smith lasciò la band di Miles Davis nel 1974 per iniziare una carriera da solista, era un artista abbastanza maturo per intraprendere la sua personale avventura musicale, allo stesso modo di tanti suoi colleghi ex allievi del genio di Alton. Ovviamente in quel momento non poteva immaginare che il suo percorso artistico sarebbe stato importante per almeno due decenni ed avrebbe influenzato lo stile musicale delle future generazioni. Il suo catalogo di album è molto vasto e la decade dei seventies è indubbiamente il periodo di massima prolificità ma anche quello con la migliore qualità. Expansions è sicuramente uno dei suoi dischi migliori, e si distingue anche per i contenuti che sono chiaramente jazzistici, ma anche ovviamente ricchi di un funk jazz venato di soul. Delle sette composizioni presenti nell’album, sei sono dello stesso Smith, più una cover del classico di Horace Silver "Peace". La band include il bassista Cecil McBee, il sassofonista soprano David Hubbard, il sassofonista Donald Smith (che si esibisce anche al flauto), il batterista Art Gore, e  i percussionisti Lawrence Killian e Michael Carvin. Lonnie da parte sua utilizza sia il piano acustico che l'elettrico e svariate tastiere. I suoi brani sono molto jazzy, ariosi, aperti, ricchissimi di groove e di tanto in tanto sconfinano maggiormente verso il funk. Ascoltando Expansions oggi, si può forse intuire che Smith non era completamente a suo agio con la direzione presa da Miles Davis nel periodo finale della loro collaborazione e tuttavia gli echi del grande maestro ci sono e non possono essere trascurati. Ma qui Lonnie Liston Smith anticipa di dieci anni lo stile che sarà proprio del cosiddetto "Smooth Jazz" senza la freddezza delle patinate registrazioni degli anni ’80 e soprattutto molto distante dalla diffusa mancanza d’immaginazione ed audacia che caratterizzerà le future versioni commerciali del jazz. Abbiamo qui un pianismo leggero e fluido, dinamico e preciso, ma mai banale, caratterizzato da quella sorta di stile liquido e spaziale che diventerà il vero marchio di fabbrica di Lonnie Liston Smith. Il groove è potente anche per via della ritmica sempre scoppiettante e ricca di colori afro caraibici.  Il disco si apre con la title track, “Expansions”, uno dei tre brani cantati da Donald Smith presenti sul disco (Gli altri sono “Peace” e “My Love”). I testi sono quelli tipici della metà degli anni '70 (amore, pace, fratellanza, gioia, unità ecc.) , ma si percepisce l’onestà e la profondità del messaggio che appare privo di ambiguità o forzature. In ogni caso Expansions è un bellissimo pezzo, in cui in realtà le parti vocali sono ridotte all’essenziale mentre gli inserti strumentali sono eccezionali a cominciare dal flauto di David Smith ma senza tralasciare lo stupendo lavoro di Rhodes di Lonnie stesso. "Desert Nights" è irresistibilmente morbida e sensuale con il pianoforte combinato con un sapiente mix di flauto e percussioni. Smith si prende un assolo fantastico riempiendolo di bellissimi passaggi giocati sul registro centrale della tastiera. Su "Summer Days" e "Voodoo Woman" il piano torna ad essere lo strumento centrale con una grazia ed una misura che risultano irresistibili, sul primo Smith usa quello acustico, sul secondo suona il suo magico piano elettrico pieno di effetti e filtri. Ma anche in questi due numeri sono da sottolineare gli interventi di sax soprano e flauto. “Peace” è invece una classica ballata jazz acustica, molto ben cantata da Donald Smith con la sua voce d'impronta black. “Shadow” mostra chiaramente cosa Lonnie Liston Smith intenda per cosmic funk, su un tappeto ritmico che sembra quasi anticipare certe dinamiche drum’n’bass, scorrono liquidi e spaziali prima il sax soprano e poi le tastiere del leader. Davvero mirabile. “My Love” chiude l’album con un’ultima ballata, che altro non è se non il tema di Expansions riproposto a velocità ridotta. In tutto l’arco della registrazione appare formidabile il contributo al basso di Cecil McBee, che disegna linee originalissime ed imprescindibili ai fini dell’effetto finale. Bravissimo a supportare tutto il progetto anche il batterista Art Gore che non è mai banale nel suo approccio. In questo importante e seminale disco ascoltiamo una vera e propria formula magica che Smith cercherà di ripetere spesso nei suoi lavori a venire. Egli sarà sempre alla ricerca del giusto mix tra funk, jazz, soul e i suoni più dance che sul finire degli anni ’70 troveranno sempre più spazio, Lonnie qualche volta è riuscito nell’intento mentre in altre occasioni è uscito un po’ troppo dalla strada maestra.  Quel che è certo è che la musica di  Expansions resta un grandissimo esempio di soul-jazz magicamente sospeso nel tempo e nello spazio, per questo suona attuale in ogni epoca.

Jerry Peters – Blueprint For Discovery


Jerry Peters – Blueprint For Discovery

Anche in questo caso parlare di rare groove non è sbagliato, anzi si tratta proprio di un disco dimenticato ed oscuro. Jerry Peters è un artista poliedrico: è infatti un produttore, un arrangiatore, un compositore, un pianista ed infine anche un cantante, ma in carriera ha all’attivo un singolo disco da solista pubblicato per giunta nel 1972 dalla Mercury Records. Dopo di che più nulla, a dimostrazione che molte volte il talento da solo non paga. Si tratta fondamentalmente di soul music, sostenuta da sontuosi arrangiamenti ricchi di archi e fiati, una collezione di nove tracce delle quali una sola, "Kuri Monga Nuie" è un brano di chiara impronta jazzistica. Di fatto è questo il brano più interessante dell’album, dal vago sapore afro, dove si può ascoltare un bell’assolo del grande Ernie Watts e dove lo stesso Jerry si esibisce al Rhodes mostrando indubbie capacità anche come musicista. Un disco che può essere visto come una sorta di riassunto sintetico delle passioni personali di Peters: dal blues di “Going In Circles” alla romantiche ballate come “If You Leave Me Now” o Long Before You And I” fino al preludio di stampo classico della stessa If You Leave Me Now, per finire con il gospel di “Lest We Forget”. Una curiosità riguarda la line-up usata per la registrazione: oltre al già citato Ernie Watts, i due batteristi usati sono due artisti che diventeranno delle star come Harvey Mason e Jeff Porcaro ed il chitarrista è parimenti un musicista di grande spessore come Dean Parks. L’album non è forse un capolavoro assoluto ma merita un ascolto. Probabilmente gli appassionati di soul e R&B lo troveranno sicuramente interessante, in particolare quelli che apprezzano la musica degli anni ’70, mentre per i fan più attenti al jazz o alla fusion sembrerà piuttosto una proposta trascurabile. Jerry Peters è molto più conosciuto per il suo talento di produttore ed arrangiatore ed in seguito avrà successo proprio in questa attività del mondo musicale, senza contare le sue collaborazioni da tastierista con molti grandissimi artisti e gruppi quali Earth, Wind & Fire, Aretha Franklin, Quincy Jones, Marvin Gaye, Natalie Cole, The Emotions, The Jacksons, Diana Ross, Deniece Williams, Gladys Knight, Al Green e Lionel Richie. Questo sfortunato esordio resterà invece dimenticato e finirà relegato nell’oblio del tempo, rispolverato solo dalla prepotente richiesta di suoni vintage degli ultimi anni. Se il mercato discografico e probabilmente lui stesso ci avessero creduto di più, forse la carriera di Peters avrebbe preso un’altra piega e ci sarebbero state buone possibilità di  conoscerlo meglio, allo stessa stregua ad esempio di un Isaac Hayes o di un Barry White. Non sapremo mai veramente che cosa avrebbe potuto regalarci, possiamo solo immaginarlo, anche grazie a questo album. Peccato.

Alphonse Mouzon – Mind Transplant


Alphonse Mouzon – Mind Transplant

Ci sono diversi batteristi che hanno contribuito a rendere, nel periodo compreso tra la fine degli anni ’60 e la fine degli anni ’70, la concreta realtà che oggi tutti conosciamo con il nome di jazz rock. In questo decennio, così ricco di ogni tipo di fermento musicale, tra i drummers, il nome che sembra catalizzare in particolare il maggior credito è quello di Billy Cobham, di cui ho già parlato esaminando il suo capolavoro “Spectrum”. Alphonse Mouzon però a mio parere non è da meno sia per la sua indiscussa maestria tecnica, sia per le capacità di composizione. Questi due mostri sacri della batteria quali sono appunto Alphonse Mouzon e Billy Cobham hanno talmente alzato il livello assoluto del loro strumento che tutti i batteristi delle successive generazioni hanno dovuto confrontarsi con la loro innegabile e straordinaria bravura. Mouzon, è doveroso ricordarlo, è stato a lungo il batterista dei Weather Report ed ha pubblicato moltissimi dischi in carriera, collaborando spesso con i più grandi nomi del jazz. Mind Transplant del 1974 è probabilmente il miglior album di Alphonse, un lavoro impegnativo, complesso, a tratti frenetico, è un vero esempio di jazz rock, quasi un manifesto. Molto del materiale è eseguito a grande velocità, frutto di tecnica sopraffina ma anche di una tendenza musicale che nel periodo si era molto affermata e dominava la scena, tuttavia non mancano alcuni momenti un po’ più rilassati. Non a caso Mouzon presenta come attrazione principale il chitarrista Tommy Bolin (lo stesso che figura in Spectrum di Billy Cobham,) un musicista che era in grado di suonare qualsiasi cosa con aggressiva e fulminea rapidità. Le melodie sono sempre nervose, e non certo di facile lettura proprio per la loro intricata struttura, ma l’album appare comunque molto solido e ispirato, carico di tensione. Alphonse Mouzon e Tommy Bolin sono un’eccellente accoppiata e si spingono a livelli di creatività ed abilità che pochi altri possono raggiungere. Cruda e potente, la musica di Mind Transplant è esattamente ciò che ha reso il jazz rock uno stile musicale così vitale, in particolar modo a metà degli anni ‘70. Non è un disco facile, Mind Transplant, come non erano facili gli album della Mahavishnu Orchestra, dei Weather Report o dei Soft Machine, e va necessariamente inserito nel contesto storico nel quale è stato composto e pubblicato. Anche per questo è una registrazione che non ha mai goduto di grande popolarità ma è comunque da considerarsi come una delle migliori opere del genere di tutti i tempi. Il drumming di Mouzon è sempre pirotecnico, si pone ai vertici della tecnica e qualche volta forse li oltrepassa per una sorta di giustificato auto compiacimento, ma siamo al cospetto di un gigante della batteria e qualche indulgenza gliela concediamo volentieri.

Frank McComb – A Tribute To The Masters


Frank McComb – A Tribute To The Masters

La carriera di Frank McComb si è consolidata attraverso un percorso complicato, ma dopo alcune traversie ed incomprensioni con le etichette discografiche “importanti”, questo grande cantante, compositore e tastierista, dal talento cristallino, ha trovato nell’indipendenza dalle majors lo spazio giusto per consegnare ai suoi numerosi seguaci tutta l’arte di cui è capace.  Ed ecco che, all'inizio di questo decennio, in virtù della sua coraggiosa scelta di auto prodursi ed avviare una sua etichetta discografica, Frank ottiene finalmente e meritoriamente un posto di rilievo nella moderna musica soul e nel jazz contemporaneo. "A Tribute To The Master" è il primo album interamente strumentale del pianista di Cleveland ed è anche il suo personale omaggio ai “Maestri” della tastiera: Patrice Rushen, Herbie Hancock, Chick Corea, George Duke, Joe Sample, Ramsey Lewis e Russell Ferrante. Un audace lavoro di impronta jazzistica che è un tributo alle sue più profonde influenze musicali. Attenzione: non si tratta di cover, bensì di tutto materiale originale firmato dallo stesso Frank. E 'estremamente improbabile che una major avrebbe acconsentito alla pubblicazione di un disco di questo genere. Un lavoro che non fa alcuno sfoggio del suo bene più prezioso, la sua voce,  in favore di nove brani jazz strumentali. Con un disco così come avrebbero potuto accontentare i suoi fan e soprattutto le richieste delle emittenti radiofoniche ? Ma è proprio la sfida ed il fascino della strada meno facile da percorrere la motivazione che ha spinto McComb nel perseguire il suo obiettivo. Pubblicare un cd che gli desse la possibilità da un lato di sfidare il suo pubblico, dall’altro mettere alla prova il suo stesso talento creativo. Nasce così un meraviglioso album che ci mostra in modo efficace un diverso approccio musicale di Frank, entusiasmante quanto quello vocale e forse ancora di più. “Diverso" non vuol dire "inaccessibile", nè significa che McComb abbia pubblicato un tipico e scontato album di smooth jazz, anzi. Come sempre, il  suo modo di suonare è meraviglioso e coinvolgente, con il risultato che possiamo così ascoltare una carrellata di memorabili omaggi  musicali dedicati ad alcuni tra gli artisti più leggendari della storia recente del jazz. L’album è tutto suonato, programmato e arrangiato in perfetta solitudine dal tastierista, senza che questo lo renda meno godibile o noioso. E' essenziale, certo, è spartano nella produzione, anche ma è sincero, onesto, appassionato ed anche originale. In ultima analisi questo cd dimostra ancora una volta ciò che è realmente Mister Frank McComb: un compositore di talento ed un musicista straordinario. Posso dire, in conclusione, che questo è un “must” per tutti coloro che apprezzano la musica sofisticata, senza tempo, la musica che riempie il cuore e l’anima di vibrazioni positive; un album da ascoltare tutto d’un fiato lasciandolo scorrere fluido come il Rhodes del nostro bravissimo Frank McComb. Altamente raccomandato.

Walter Bishop Jr. - Soul Village


Walter Bishop Jr. - Soul Village

Walter Bishop Jr. aveva  cinquant’anni quando, nel 1977, ha registrato Soul Village, il suo secondo album per l’etichetta Muse di Joe Fields. Pianista jazz per così dire operaio, nato e cresciuto ad Harlem, visse la giovinezza durante la rivoluzione del bebop e nei primi anni ‘50 suonò con la leggenda del sax Charlie Parker. Ma da ragazzo suonò anche con Art Blakey, Stan Getz e Jackie McLean, prima di debuttare da solista per l'etichetta Black Lion nel 1961. Nei primi anni '70, ha inciso un paio di apprezzati album leggermente colorati di funk, 'Coral Keys' e “Keeper of My Soul”, prima di approdare alla Muse Recors nel 1974. A lungo introvabile perché fuori stampa 'Soul Village' è stato recentemente ridistribuito su cd, facendoci scoprire un gioiello dimenticato, in grado di competere per qualità con le migliori produzioni della CTI dello stesso periodo. Le sei tracce del disco vedono Bishop rinunciare al tradizionale hard bop acustico in favore di una svolta elettrica di carattere  decisamente jazz-funk. Bishop si fa accompagnare dalla tromba di Randy Brecker, dal talentuoso chitarrista Steve Khan e dal bassista Mark Egan, che poi avrà una luminosa carriera in proprio. La band è completata dal dotato  George Young e Gerry Niewood ai sax e dalla precisa batteria di Ed Soph. Soul Village è un album bellissimo, vivo e frizzante come pochi altri, sempre interessante e ricco di spunti e brillanti assoli. 'Soul Turnaround' è un superbo brano jazz funk, magnificamente pilotato dal basso di Mark Egan e con un gran sax solo di George Young. 'Valerie' suona come una morbida ballata dalla bella melodia ed a tratti ricorda Burt Bacharach, mentre “Sweet Rosa' ha una palpabile cadenza caraibica dove Randy Brecker ci delizia con uno dei suoi assoli di tromba. Ancora diverso è il pulsante 'Philadelphia Bright', un numero nervoso e scoppiettante, guidato da un lavoro ritmico/percussivo degno di nota del piano elettrico Fender Rhodes di Bishop, arricchito da alcuni brillanti interventi chitarristici del bravo e originale Steve Khan. Davvero pieno di inventiva l’assolo di basso slap di Mark Egan e ottima la sezione fiati.  'Coral Keys', già registrata precedentemente dal pianista, propone un taglio elegante, con passaggi di fiati sapientemente miscelati ed una deliziosa tromba solista suonata dal solito Randy Brecker. Citazione particolare infine per la title track “Soul Village”, che offre un’emozionante rilettura funky di un bel brano originale, proposto in un precedente album, ma portato qui ad un livello superiore di complessità ed arricchito dal contributo puntuale dei singoli componenti della band. Va detto che Walter Bishop, alle tastiere, è eccellente in tutti i brani, nel contesto di un album che è stato ingiustamente trascurato e che merita certamente l’ascolto di un pubblico più ampio. A mio parere si tratta di un disco intrigante e molto interessante, direi essenziale per avere un quadro corretto e complessivo del jazz elettrico degli anni ’70, ma anche per puntare finalmente i riflettori su un grande pianista assolutamente sottovalutato.

Roy Ayers - He's Coming


Roy Ayers - He's Coming

Il vibrafono è uno strumento molto particolare ed affascinante ma purtroppo non è molto usuale trovarlo nelle comuni registrazioni di musica popolare. E certo non sono molti i musicisti che hanno saputo valorizzare questa incredibile percussione ritagliandosi uno spazio significativo sia nel jazz classico che nel funk. Personalmente trovo che il suo suono sia caldo e coinvolgente, sa essere etereo e spaziale ma anche scattante e nervoso. Un musicista in particolare che ha legato il suo nome al vibrafono è Roy Ayers. Partito dal jazz post-bop ha poi preso la strada del jazz funk, genere del quale è considerato uno dei pionieri. Non a caso è diventato una figura chiave del movimento acid jazz, ed è stato definito da molti come "il padrino del Neo Soul. Anche se Ayers è un artista di fama internazionale, i suoi primi album rientrano tuttavia in quella categoria denominata “rare grooves”, dato che non son in molti a conoscere la sua produzione musicale antecedente l’inizio degli anni ‘80. He's Coming, disco del 1972, cattura un Roy Ayers ancora giovane ma già artisticamente maturo che, affrancatosi dal linguaggio tradizionale, viaggia in piena evoluzione creativa. Un album nel quale Ayers si esprime in un jazz funk carico di tensione e groove e dove l'intensità del suo messaggio musicale crea forse il risultato più vibrante e strutturato della sua carriera fino a quel momento. Profondamente ispirato al musical di Broadway Jesus Christ Superstar, He's Coming è un'esplorazione delle convinzioni spirituali e sociali del vibrafonista di Los Angeles. Ma è anche un’autentica esplosione di quel sound "blaxploitation" che riporta immediatamente a tutta l’iconografia cinematografica afro americana tipica degli anni ’70, Quella di Shaft, Coffy (di cui lo stesso Ayers comporrà la colonna sonora), Superfly o Foxy Brown e molti altri.  Aiutato dal suo gruppo Ubiquity, formato da personaggi di eccellente livello come il sassofonista Sonny Fortune, il bassista John Williams, il tastierista Harry Whitaker e il batterista Billy Cobham, Ayers mette il suo vibrafono in prima linea, da carismatico leader e da virtuoso solista, facendone non il protagonista assoluto, ma lasciando anche spazio alle parti vocali e agli altri musicisti. Un esempio è la fantastica "Sweet Tears": un bellissimo brano, inquietante ibrido di jazz, funk e soul, che mostra chiaramente quale sia l'estetica musicale di Roy Ayers. “He Ain't Heavy He's My Brother” scorre rilassata e sensuale, arricchita da un bellissimo assolo di flauto.”Ain't Got Time” è un brano cantato dallo stesso Roy Ayers, in parte quasi recitato, per sottolineare l’impegno dell’artista nel campo dei diritti sociali. L’omaggio diretto a Jesus Christ Superstar è invece la bella “I Don't Know How To Love Him” il cui tema viene reso in modo molto appassionato dal vibrafono del leader. Un numero che suona quasi psichedelico è “He’s Coming” dominato dal suono acido di un organo hammond su un ritmo ossessivamente ripetitivo e concluso da un altrettanto pungente sax. Molto black, l’iconica “We Live In Brooklyn Baby”: ha un andamento diverso, molto particolare, dove ancora una volta la voce recitata di Ayers fa da contorno ad un arrangiamento molto drammatico. Capofila di un vero e proprio movimento musicale e personaggio di indubbio spessore, Roy Ayers ha innovato il vibrafono inserendolo in un contesto jazz-funk-soul elettrico tra i più interessanti degli anni ’70. He’s coming è un album sconosciuto al grande pubblico ma ricco di importanti suggestioni “acid jazz” e in qualche misura ha avuto il merito di aprire un nuovo e vitale ciclo musicale sia per Roy Ayers che per tutto il movimento jazz funk.

Dexter Wansel - Life On Mars


Dexter Wansel - Life On Mars

Dexter Gilman Wansel (nato il 22 agosto 1950) è un tastierista americano, cresciuto a Philadelphia, Pennsylvania. Ha contribuito allo sviluppo del Philly Sound e ha lavorato con i mitici produttori Gamble e Huff alla Philadelphia International Records. In carriera ha collaborato con la cantante Phyllis Hyman, The Jacksons, MFSB, Teddy Pendergrass, Patti LaBelle, The Jones Girls, Evelyn "Champagne" King, Grover Washington Jr. e Lou Rawls, tra gli altri . Ha anche scritto nel 1981 la famosa canzone diventata una hit internazionale "Nights Over Egypt" delle Jones Girls. Inoltre alcuni suoi brani sono stati più di recente campionati da artisti hip hop e rap. Wansel, a metà degli anni 1970, ha sicuramente esercitato una certa influenza sulla musica pop, sia come produttore che come performer e ha contribuito a portare nuova linfa al movimento jazz funk. Il suo album di maggior successo è stato Life on Mars, pubblicato su etichetta Philadelphia International nel 1976. Dexter ha qui ovviamente suonato tutte le tastiere, Derek Graves il  basso, mentre la voce era quella della turnista Terri Wells, al sax l'eccellente Bob Malach. La band dell’album era completata dalla sezione ritmica formata daI gruppo The Planets e cioè  Darryl Brown, Calvin Harris, Al Harrison. Negli anni ’70 la fantascienza aveva assunto una certa importanza e riscuoteva interesse sia nel cinema che nella letteratura, è quindi abbastanza ovvio che anche la musica risentisse di questa tendenza generalizzata. Ecco allora che per il suo album di debutto Life On Mars, Dexter Wansel decide di cavalcare l’onda, caratterizzando i contenuti del suo lavoro con temi legati alla Science Fiction. Ne esce un album tutt'altro che prevedibile anche se di fatto ciò che si ascolta è solamente ispirato dallo spazio, restando piuttosto lontano musicalmente da quel funk cosmico che invece si può trovare in Lonnie Liston Smith o Eddie Russ o ancora Hubert Eaves.  La traccia “Life On Mars”, che da il titolo a tutto il disco, è un inquietante e sincopato funk dove Wansel fa scintillare il suo Rhodes e scatena i synth in un’atmosfera ricchissima di groove. “A Prophet Named K.G” è ancora veloce e nervosa, con il bell’assolo di sax del bravo Bob Malach, un sassofonista decisamente influenzato da Michael Brecker. Stargazer ci porta in pieno stile Philly Sound strumentale ed è impreziosita di nuovo dal piano elettrico del leader, il cui suono come sempre incanta. Molto bello “Theme From the Planets” brano mid-tempo, molto moderno anche se ascoltato oggi,  dove sono in evidenza i synth e il sax di Malach ed appare magnifico il lavoro di arrangiatore e orchestratore di Wansel. Una citazione d’obbligo infine per “Ring Of Saturn” che è forse il numero più cosmico di Life On Mars ed uno dei più particolari ed affascinati.  Non mancano morbide ballate soul arrangiate nel classico stile di Philadelphia, canzoni probabilmente inserite per stemperare un po’ l’atmosfera jazz funk piuttosto tirata del resto dell’album e non spiazzare così l’ascoltatore più legato alla tradizione. Life On Mars è forse il migliore dei lavori di Dexter Wansel e certamente risulta essere un debutto eccellente, da inserire nel novero di quei rare grooves vintage che caratterizzarono gli anni d’oro del funk afro-americano.