Coleman Hawkins – Desafinado


Coleman Hawkins – Desafinado

Coleman Hawkins, detto anche "Hawk" o "Bean", è stato il primo importante sassofonista tenore della lunga storia del jazz e rimane uno dei più grandi di tutti i tempi. Hawkins è universalmente riconosciuto come il padre del sassofono jazz, e come il musicista che ha contribuito all'identificazione tra jazz e sassofono. Fino all'avvento del suo rivale Lester Young e dei bopper che (in parte) ne seguirono le orme stilistiche, il suono e il fraseggio di questo genio della musica definirono in modo più preciso l’ancia regina del jazz per antonomasia. Giusto per raccontare un aneddoto su Hawk, Lester Young ricorda che la moglie di un musicista che lo ospitava, gli suonava ogni giorno i dischi di Hawkins perché egli imparasse a suonare come lui (cosa che Young non aveva la minima intenzione di fare). Anche negli anni successivi, fino alla sua morte ed oltre, i sassofonisti si differenziarono per la sonorità alla Hawkins o alla Young. La sua interpretazione di Body and Soul del 1939 resta la massima espressione per quel brano e per l'era, alla pari di altri classici come West End Blues di Louis Armstrong. Coleman Hawkins è stato un musicista costantemente al passo con i tempi, la cui conoscenza di accordi ed armonie era semplicemente enciclopedica e che, in un periodo di circa quarant’anni (1925-1965), è stato in grado di tenere testa a qualsiasi altro sassofonista. Che Coleman Hawkins abbia seguito la tendenza musicale della bossa nova, iniziata da Stan Getz nel 1962, è stata forse un po' una sorpresa per i suoi fan, ma che il suo linguaggio artistico ci si potesse ritrovare non è certo un caso. Lui è sempre stato un jazzista in grado di adattarsi a qualsiasi stile nel corso della sua lunga carriera, per questo, per il suo “Desafinado”, il leggendario sassofonista ha scelto i classici della musica brasiliana di maestri come Antonio Carlos Jobim, João Gilberto, Jayme Silva, più un originale di Manny Albam ed un altro composto da lui stesso. C’è da dire che sul finire del 1962, la determinazione nello spingere Hawkins ad affrontare questo progetto  da parte del produttore Bob Thiele e del direttore musicale Manny Albam era fortissima: il risultato è un album di alta qualità e davvero senza tempo. La differenza rispetto ad altri lavori di bossa nova sta nella formazione  e nel relativo dispiegamento di due chitarristi: Barry Galbraith (solista) e Howard Collins (ritmica) vennero registrati in canali stereo separati, niente pianoforte, e la ritmica era composta dal bassista Major Holley ed un inedito set di percussioni latine con Eddie Locke, Willie Rodriguez e anche Tommy Flanagan. Il brano “Desafinado” viene qui eseguito splendidamente e Hawkins mette in mostra tutta la sua tecnica e quel caratteristico e morbido sound che è la sua firma distintiva. "One Note Samba" è altrettanto bella in una interpretazione molto rispettosa dell’originale, Hawkins soffia nella sua ancia emettendo il tipico sospiro ad inizio fraseggio che rende tutto molto sensuale. E’ su "O Pato" (The Duck) che Hawkins diventa però più creativo aggiungendo spunti da "Take the 'A' Train" di Duke Ellington.  L’originale "Stumpy" è adattato in "Stumpy Bossa Nova"  e Coleman lo ha ricavato a sua volta da "Groovin' High" di Dizzy Gillespie, con un piccolo assaggio di "The Man I Love" accennato alla fine. "Samba Para Bean" di Albam è una composizione originale dell’arrangiatore, fresca e brillante, sulla quale Locke  mette in mostra il lavoro con le spazzole sui piatti della batteria. "I Remember You" è uno standard ben interpretato, senza forzature pur se trasposto nel linguaggio della bossa. "Um Abraco No Bonfa" è l’omaggio di Joao Gilberto a Luiz Bonfá,  con un bel intervento di chitarra da parte Galbraith e la solita splendida e profonda voce del tenore di Coleman Hawkins. Incrocio di samba e bossa per "I'm Looking Over a Four Leaf Clover", una canzone melodicamente un pò banale che la band rende più interessante. Desafinado è un album dedicato alla bossa nova ed ha uno stile semplice e diretto, un sound che bada all’essenza stessa della musica carioca attraverso il linguaggio del jazz. Complessivamente è perfettamente adatto all'amabile, bonario, e rilassato modo di suonare di Hawkins che viene esaltato e messo in primo piano dall’architettura sonora degli arrangiamenti e dall‘essenzialità della band. Hawkins ha lasciato in eredità uno stile ed un approccio tecnico che lo rendono uno dei sassofonisti tenori più venerati della storia del jazz, al pari di altri mostri sacri quali Lester Young, John Coltrane o Ben Webster. All’interno della sua lunga discografia questa registrazione di pura bossa nova merita un posto speciale anche per la sua unicità.

Brandon Fields – Fields And Strings


Brandon Fields – Fields And Strings

Brandon Fields è un sassofonista di talento, sicuramente in parte influenzato da David Sanborn, ma che ha la versatilità per destreggiarsi con disinvoltura sia nella fusion che nell’hard bop. Fields è cresciuto nell’Orange County, in California e ha iniziato a suonare il sax alto alto all’età di dieci anni. E’ stato un musicista freelance fin da quando era un adolescente, per poi trasferirsi a Los Angeles nel 1982 e dal quel momento lavorare come session man (ad esempio per George Benson o i Rippingtons) ed infine registrare una serie di album a suo nome. E' risaputo che una delle più grandi eredità culturali del secolo passato sono gli standards della cultura popolare. Fields And Strings è un album di Brandon Fileds del 1999, nel quale il sassofonista si cimenta (da jazzista) con alcuni dei più bei temi della tradizione musicale americana. Non importano l’anzianità delle composizioni o la situazione contingente,già le prime note di uno standard hanno indubbiamente  il potere di regalare emozioni per il cuore e riflessioni per la mente. Un artista ed un musicista come Fields, il cui curriculum personale è tanto stilisticamente valido quanto lo è la sua personale collezione di influenze musicali, non poteva non accettare la sfida di registrare un album ambizioso e particolare come questo. Il sassofonista, a partire dalla metà degli anni 1980, ha costruito un imponente discografia jazz su una miscela entusiasmante di brillanti brani originali e cover ben fatte che spaziano dal be-bop alla fusion fino ai moderni classici R&B. Su Fields And Strings Brandon si accompagna con un'orchestra diretta dalla moglie Gina Kronstadt e usufruisce dei magnifici arrangiamenti di un vincitore del Grammy Awards come Jorge Calandrelli. Il lavoro vuole rendere omaggio ad un'epoca passata della musica moderna con alcune nuove ed ispirate interpretazioni di dodici dei suoi pezzi preferiti di tutti i tempi. Non a caso, il progetto ha preso forma come una sorta di attività di famiglia, con il signor e la signora Fields in qualità di produttori esecutivi e la Kronstadt, che è una violinista veterana, collaboratrice ad esempio di Sarah Vaughn e degli Earth, Wind & Fire in veste di solista e direttrice d'orchestra. Brandon Fields è sempre stato un estimatore della combinazione unica ed intricata tra la raffinatezza armonica e la bellezza complessiva della presentazione, attuata da un arrangiamento sofisticato. Qui una sezione d'archi di quaranta elementi (violini, viole, violoncelli) crea emozioni magistrali e fantastiche atmosfere dietro il quartetto jazz principale che vede Fields al sax contralto, tenore e soprano, Alan Pasqua al piano, Dave Carpenter al basso e Peter Erskine alla batteria. Fields And Strings inizia con "Little Sunflower" e la sua malinconica melodia proposta dal sax soprano, il sassofonista crea un contrappunto onirico sul ritmo crescente degli archi. Su "When Sunny Gets Blue" Brandon Fields esegue la partitura con una vena ricca di soul e sentimento, in “Misty” propone uno stile gentilmente percussivo su un ritmo di valzer, mentre "The Look of Love" si muove dal dolcemente atmosferico al giocoso e viceversa. Interessante la lettura di "Summertime" sorniona, lunatica e sottile, giocata abilmente da Fields sopra i groove ipnotici di Carpenter e Erskine al basso ed alla batteria. Il tono diventa più vivace per la cover di "I’ll Remember April", con lo scoppiettante sax alto di Fields a duettare con il clarinetto di Dan Higgins. "Loverman" da quasi la sensazione di una colonna sonora, ma il suo romanticismo non viene certo sminuito dall’intimistica esecuzione del sax e dall’importante orchestrazione. Come il brano richiede, su "Stolen Moments" il quartetto imbastice una stupenda combinazione tra ritmo e melodia, mentre l'orchestra costruisce un’atmosfera drammatica e suggestiva. Fields richiama alla mente Stanley Turrentine per gusto ed eleganza su "Angel Eyes". Il set si conclude con la sempre magica "What a Wonderful World" sulla quale  il bel timbro del sax di Brandon Fields appare come avvolto in una ricca carezza dell’orchestra. Se è un dato oggettivo che spesso le orchestre non fanno bene ai dischi di jazz, bisogna ammettere che in questo caso l’operazione nostalgia  messa insieme da Brandon Fields, con l’aiuto di un grande ensemble di archi appare come perfettamente riuscita. Il tono è romantico e spesso malinconico ma non risulta mai troppo pesante, ed anzi sembra tagliato su misura per interpretare al meglio questi dodici standard immortali, grazie alla misura ed al buon gusto degli arrangiamenti ma soprattutto per merito della bravura del quartetto jazz di Brandon Fields.

The Cinematic Orchestra – Live At The Royal Albert Hall


The Cinematic Orchestra – Live At The Royal Albert Hall

Il progetto della The Cinematic Orchestra è una brillante creazione del compositore, programmatore e multi-strumentista Jason Swinscoe. Si tratta di un approccio diverso, nuovo e molto originale per abbracciare in un unico contenitore le molte anime della musica contemporanea. Swinscoe,  studente d'arte al Cardiff College, è attivo già dal 1990, inizialmente con una sperimentazione tesa alla fusione del jazz con elementi punk hardcore su basi ritmiche elettroniche. In seguito a queste esperienze il musicista gallese si è impegnato ad esplorare ulteriormente le possibilità delle tecniche di campionamento ed ha anche lavorato come dj in alcune radio. La formula musicale che Swinscoe riuscì a concepire e registrare combinava il jazz degli anni '60 e '70, le colonne sonore cinematografiche orchestrali, i loop ritmici, e la strumentazione dal vivo. Quelle che ne venne fuori erano composizioni di difficile catalogazione, molto particolari e coraggiose. The Cinematic Orchestra è stata costruita proprio su questa architettura musicale, mettendo però al centro di tutto un gruppo di veri musicisti ad improvvisare su dei tappeti sonori campionati. L'Orchestra è stata completata con l’inserimento del sassofonista e pianista Tom Chant, del bassista Phil Francia e del batterista Daniel Howard. Dopo alcuni album molto apprezzati dalla critica Swinscoe e la sua Cinematic Orchestra hanno deciso di confrontarsi con una registrazione dal vivo che fosse da un lato la loro consacrazione quale gruppo di culto e dell’altro la testimonianza tangibile di una crescita artistica e musicale arrivata finalmente al suo apice.  Il prestigioso teatro scelto per la registrazione di un magico concerto non poteva che essere la Royal Albert Hall. La Royal Albert Hall di Londra è una leggenda tra i teatri mondiali. Un palcoscenico così elegante che ispira grandezza negli artisti che vi si esibiscono, così come l'attenzione rapita e solidale del pubblico. Qui sono passati alcuni tra i più grandi, da Frank Sinatra, ai Beatles e i Rolling Stones, dai Led Zeppelin ai Pink Floyd o Bob Dylan, giusto per citarne alcuni. Ecco allora che Jason Swinscoe al fine di realizzare al meglio questa impresa, ha ingrossato le fila del suo gruppo, portandolo a più di 40 musicisti, compresi i 24 membri della Heritage Orchestra. Inoltre sono stati chiamati i cantanti già utilizzati nelle registrazioni di studio: Heidi Vogel, Lou Rhodes, e Grey Reverend, oltre al dj PC, specialista di giradischi e mixing. Da tutta questa abbondanza scaturisce un suono lussureggiante, vivace, bello come ci si potrebbe immaginare, suggestivo ed a tratti onirico. La prestazione vocale della Vogel sul bellissimo brano di apertura, "All That You Give" (originariamente apparso nel 2002), è semplicemente stupenda. Swinscoe accende la serata con la sua formula artistica: sempre emotiva, calda e ricchissima nella sua essenzialità. Le dinamiche e le tessiture sonore che la Cinematic Orchestra crea con gli archi e le sezioni fiati  sono meravigliosamente efficaci,  spingono l’ascoltatore ad evocare un accordo di Gil Evans, un accento di Ryuichi Sakamoto o un fraseggio di Ennio Morricone. Ma alla fine è tutto maledettamente originale ed unico. Ci sono momenti di grande musica in questo live, sprazzi di jazz arioso e pulsante, come su "Flite", introdotto da un piano Rhodes su un tappeto ritmico sostenuto dai break di batteria e da un potente basso. E ogni intervento è misurato, ogni spazio è concesso con parsimonia, sempre in attesa dell’intervento dell'intera orchestra nella quale la sezione fiati diventa il collante per l’amalgama perfetto di tutti i musicisti. Un’architettura sonora spavalda e brillante, a tratti puntellata dal sound tagliente di chitarre funky e da accordi di pianoforte da sogno. Realmente qualcosa di mai sentito. “Child Song” stupisce per l’inizio corale e cantato che improvvisamente si trasforma in un assolo di piano elettrico accompagnato da basso e batteria, per poi richiamare brevemente le voci ed infine sfociare in un finale jazzistico, protagonista il sax. Drum’n bass in piena regola sull'affasciante “Flute”, vetrina perfetta per gli ottoni dell’orchestra, in un crescendo ipnotico sul quale si innestano suoni di chitarre quasi funk, mentre il ritmo è inquieto e vivacissimo. Paesaggi sonori minimi in "Familiar Ground", brano nel quale singoli strumenti astrattamente nascono e scompaiono nell'etere fino a quando la composizione entra nel vivo. Suggestive le voci corali che arrivano inaspettate e surreali creando un effetto spiazzante, ribadito dall’intervento del sax.  C’è astrazione e libertà ma anche ordine e disciplina in questa strana miscela artistica. La canzone "To Build A Home", cantata dal chitarrista Grey Reverend con il sostegno di Heidi Vogel, è concettuale e profonda ed a tratti ricorda le cose migliori dei primi Coldplay o dei Moody Blues fine anni ‘60. Ma anche il tema “canzone” ha il marchio distintivo della Cinematic Orchestra, con un languido, triste e drammatico tipo di tensione, senza tuttavia che mai venga oltrepassato il limite del buon gusto. “Prelude” è invece in sostanza un vero e proprio brano di musica classica magnificamente eseguito dagli archi: onirico e maestoso. La tensione emotiva non manca nemmeno in “Breathe” cantata ancora una volta da solista da Heidi Vogel. The Cinematic Orchestra si rituffa nelle atmosfere del jazz con la stupenda “Ode To The Big Sea” nella quale prima il pianoforte, poi la batteria ed infine il sax prendono i loro spazi con assoli notevolissimi, fino al finale che riporta drammaticamente il tenore del pezzo in un contesto da colonna sonora. Impressionismo musicale allo stato puro. Nella stessa dimensione astratta e fuori da ogni schema è anche “Time And Space”. La sua malinconia è fortissima ma è mitigata da un barlume di speranza, sottolineata dai sognanti e aerei archi e contrastata dai suoni minacciosi di campionatori e giradischi. Estreme sensazioni che vengono coniugate dal pianoforte e dai violoncelli. Un momento di riflessione per il pubblico prima dei 12 minuti della meravigliosa jam session dai toni noir di “Man With A movie Camera” che mettono perfettamente a fuoco tutto ciò che questo collettivo musicale ha da offrire dal punto di vista strumentale. Una composizione ambiziosa e difficile che si incammina pericolosamente in bilico tra la musica da film, il jazz improvvisato, toccando la musica classica, il cabaret e l’elettronica in un folle vortice assolutamente imperdibile di virtuosismi tecnici e sorprendenti soluzioni sonore. Live At The Royal Albert Hall è una dimostrazione davvero convincente delle straordinarie doti della Cinematic Orchestra. Senza dubbio è un album in grado di  lasciare a bocca aperta qualsiasi ascoltatore, anche il più smaliziato: la musica proposta sembra provenire a tratti da un’altra dimensione. E’ modernissima eppure antica, è inquietante e allo stesso tempo rilassante, in una sorta di montagne russe emozionali che non possono non catturare l’attenzione. C’è tutta l’eleganza ed il rigore di un capolavoro qui, ma c’è pure l’imprevedibilità e l’irrequietudine di una creatività da consegnare al futuro.

Nate Herasim – Love's Taken Over


Nate Herasim – Love's Taken Over

Nate Harasim è un giovane pianista che appartiene a quella folta schiera di talenti rampanti venuti alla ribalta, alla fine del decennio scorso, nell’ambito della corrente musicale nota come smooth jazz. Questi abili strumentisti promettevano grandi cose e sembravano presagire una nouvelle vague molto interessante. Ovviamente non tutti hanno mantenuto le attese, ma questo non è il caso di Nate Herasim. Oggi, dieci anni dopo, alle soglie del 2017, la promessa è stata sostituita dalla certezza, la certezza che Nate ha già fatto e farà ancora molta strada. Ma torniamo indietro nel tempo. Poco dopo l'uscita del suo album di debutto, nel 2007, David Chackler (NuGroove Music) dopo aver sentito la registrazione, ha messo sotto contratto Herasim. “Love's Taken Over” (2008) è il primo album di Nate sulla sua nuova etichetta discografica. Darren Rahn, Jay Soto, Mel Brown, Frank Selman, e la cantante Deborah Connors sono i musicisti scelti per questa avventura artistica. L’album comincia subito bene con “NuGroove” ed un vigoroso arrangiamento di fiati che conduce presto all’elegante ingresso del pianoforte di Nate, davvero un brano molto “facile” ed accattivante, per dare fin dall’inizio un’ottima impressione. Darren Rahn convince con la sua brillante performance al sax. Love's Taken Over offre lo spazio a Jason Rahn con la sua tromba e il suo flicorno, mentre Mel Brown offre un bel basso propulsivo. Il piano di Nate Herasim scorre come un fiume, e quando Jay Soto aggiunge il suo assolo di chitarra, il quadro musicale appare perfettamente delineato. “Can Not Get Enough” si basa sul ritmo vivace per veicolare il perfetto show della chitarra e delle tastiere. Il tempo rallenta per la romantica ballata “Dance With Me” che seduce dolcemente cullata dalle note del pianoforte. Su “Taken It Slow” Nate crea la magia attraverso un arrangiamento di archi ma come sempre è il suo puntuale e preciso pianoforte a farla da padrone. Nate Herasim non è solo un pianista di grande talento ma è anche un compositore brillante, con un innato senso della melodia, una dote non comune. Tutti i brani hanno una lunghezza circa tre minuti, ma grazie al calore ed alla bravura dei musicisti le canzoni raggiungono immediatamente il loro obiettivo: emozionare l’ascoltatore. Herasim ha composto tutti i brani di questo album con l'eccezione di “Hallo” che  Lionel Richie scrisse per il suo album Can’t Slow Down del 1983. Una cover che sembra perfettamente tagliata per le stazioni radio di smooth jazz. Che poi anche le composizioni originali di Nate possano reggere il confronto con un tale successo mondiale è ben dimostrato da “Feel The Love”, con la voce seducente di Deborah Connors a fare da ciliegina sulla torta al magnifico piano di Herasim. “What's Happenin'” è un classico brano smooth jazz, caratterizzato dal riff orecchiabile, ma è verso la fine della canzone il momento clou, dove Nate piazza il suo assolo magistrale. Peccato solo che sia fin troppo breve , se ne vorrebbe molto di più. Assolutamente sublime “Love Of My Life” che mostra pienamente il tocco morbido e l’abilità del bravo Nate. Pieno di vitalità e allegro ottimismo “Give It Up”   propone ancora il leader in primo piano con il giusto supporto della sua band L'album si conclude con una versione strumentale di “Feel The Love”. Love's Taken Over è uno dei più interessanti album di smooth jazz pubblicati sul finire del decennio scorso ed è una testimonianza tangibile del grande talento di Nate Harasim. La firma sonora di Nate è accattivante, seducente ed elegante. Ci mostra la faccia più bella del contemporary jazz, quella fresca ed orecchiabile che vorremmo sempre ascoltare, ma priva delle banalità che invece spesso affliggono questo genere di jazz commerciale.

Larry Carlton – Larry Carlton


Larry Carlton – Larry Carlton

Larry Carlton è uno dei chitarristi più famosi del panorama musicale internazionale e anche uno dei più bravi. La sua importante carriera si è dipanata su tre binari principali: l’attività da solista, la collaborazione storica con i Crusaders e quella più recente con i Fourplay. Carlton ha cominciato a prendere lezioni di chitarra quando aveva solo sei anni. Il suo primo concerto è stato in un piccolo club californiano nel 1962. Dopo aver sentito alla radio il grande chitarrista Joe Pass, ha avuto l’ispirazione di impegnarsi a suonare il jazz ed il  blues. In seguito anche Wes Montgomery e Barney Kessel divennero importanti influenze sul suo stile chitarristico, senza dimenticare quale impatto hanno ugualmente avuto personaggi come B.B. King e altri chitarristi blues. Larry ha poi continuato ad affinare la sua abilità tecnica sia dal vivo che nei più importanti studi di registrazione di Los Angeles. La sua fama di session man di alto livello lo portò presto ad essere ingaggiato da molti artisti della scena pop californiana, mentre continuava la sua attività jazzistica nei club della metropoli. Come tanti altri musicisti impegnati per lo più in studio, Larry Carlton ha  dovuto quindi scegliere se coltivare una carriera in prima persona da solista, o continuare nella meno rischiosa, ma redditizia, vita di chitarrista di sessione, sempre al soldo di musicisti di primo piano. Fortunatamente per gli appassionati di musica, Larry non ha rinunciato a nulla ed è diventato una stella di prima grandezza della chitarra. Ha infatti pubblicato album solisti con il proprio nome per la Warner Bros., la MCA Records, la GRP Records ed ha continuato al contempo ad essere uno dei chitarristi più ricercati dai migliori artisti internazionali, non solo di jazz. Come  membro storico dei primi Crusaders ha contribuito in modo significativo a personalizzare il loro sound tra il 1971 ed il 1976. Tuttavia, alla fine del suo rapporto con la popolare band di Joe Sample, sembrava quasi che il gruppo stesse limitando le sue velleità solistiche e forse anche per questo Larry Carlton decise di pubblicare qualcosa a suo nome. A differenza di molti lavori di quel periodo, Carlton mise insieme una piccola band con il bassista Abe Laboriel, il batterista Jeff Porcaro, e Greg Mathieson alle tastiere. "Room 335" è un omaggio allo studio di L.A. in cui questo album è stato registrato, e nel quale il chitarrista aveva lavorato spessissimo in passato, ma è anche la base dello stile di tutti suoi primi lavori da solista. Questo brano è esemplare da questo punto di vista riassumendo perfettamente tutte le peculiarità del sound del chitarrista californiano: velocità di esecuzione, tecnica e sentimento. “Where Did You Come From” è uno dei due numeri cantati (dallo stesso Larry) dell’album, una canzone in tipico stile West Coast, gradevole e sofisticata. Con “Point It Up” si torna su ritmi vivaci e frizzanti, una vetrina per il virtuosismo raffinato di Carlton, che infatti delizia l’ascoltatore con un funambolico assolo. "Nite Crawler" è un brano che originariamente Carlton aveva inciso con i Crusaders sull’album “Free As The Wind”, in questa versione, le linee di chitarra  vanno a sostituire il sax di Wilton Felder ed in ultima analisi questa suona anche meglio dell'originale. Il miglior brano dell'album, la trascinante "Rio Samba" è proposta in modo più muscolare rispetto a quella più morbida di Lee Ritenour: il ritmo brasiliano infarcito di funk rende il brano irresistibile e Carlton colpisce con le sue svisate sorprendenti, aiutato dal lavoro alle tastiere del bravo Greg Mathieson. Altro brano cantato è “I Apologize”, un’ulteriore full immersion nell’inconfondibile suono californiano. “Don’t Give Up” è una sorta di rock and roll profumato di jazz e blues, ma suonato ad alta velocità, dove la chitarra elettrica e l’organo si inseguono in un vortice frenetico di assoli davvero notevoli. Chiude l’album la romantica "(It Was) Only Yesterday", caratterizzata dallo stile inimitabile di Larry che  emoziona con la sua chitarra piena di echi blues malinconici e profondi. Larry Carlton  è un album calato nella realtà musicale della fine degli anni ’70, e testimonia la maturità di un artista ancora giovane (nel 1977 aveva solo 29 anni) ma con alle spalle già una grande esperienza. Sulla tecnica ed il talento di chitarrista di Larry Carlton non si può dire altro che bene, in particolare per la capacità di creare un sound davvero speciale e in qualche misura unico nell’ambito della fusion e del jazz. Ma non vanno dimenticate nemmeno le sue indubbie doti di compositore che emergono in questo suo lavoro vecchio di quarant'anni così come nei successivi album. Larry Carlton è stato un ottimo modo di riprendere il filo di una carriera da solista interrotta cinque anni prima dopo due album piuttosto anonimi.

Robert Glasper Experiment - Artscience


Robert Glasper Experiment - Artscience

Per quasi un decennio, Robert Glasper è stato il portabandiera della fusione tra la musica jazz, l'hip-hop, il soul ed il rock, arrivando a reinventare brani dei Nirvana, come "Smells Like Teen Spirit" o dei Radiohead quale “Packt Like Sardines in a Crushd Tin Box”, e trasformandole in energetici pezzi di elettro-funk. Glasper con la sua band Experiment, formata dal cantante / sassofonista Casey Benjamin, dal batterista Mark Colenburg, e dal bassista Derrick Hodge riesce a scavalcare generi diversi, creando un proprio stile che è però radicato nel jazz e nell’R&B. ArtScience è un riflesso delle qualità e degli interessi musicali dei singoli componenti dell’Experiment, gli stessi che hanno portato alla nascita di questo formidabile gruppo. Un concetto espresso nelle note del nuovo album: "Il mio popolo ha dato al mondo così tanti stili musicali, e allora perché limitarsi a suonarne uno solo? Vogliamo esplorarli tutti”. ArtScience è il seguito di Black Radio 2, del 2013, nel quale la band utilizzò i rapper Common, Snoop Dogg e Lupe Fiasco, e le cantanti Jill Scott e Norah Jones. Sul secondo capitolo così come  sul primo della serie Black Radio, Robert e la sua band erano rimasti per lo più sullo sfondo, dando maggior spazio ai loro ospiti, spesso illustri. La formula ha funzionato: entrambe gli album hanno avuto riconoscimenti di critica e successo di pubblico. Il set è stato registrato a New Orleans in circa due settimane ma, per ArtScience, Glasper ha cambiato rotta e ha deciso di fare tutto in casa, in particolare per quanto riguarda le parti vocali. Il leader e pianista canta da solista su "Thinkin Bout You" mentre Benjamin, che di fatto è il vocalist del gruppo, è al centro di "Day By Day", "Tell Me a Bedtime Story" e "Hurry Slowly". ArtScience non suona come un classico disco di jazz o R&B; vira piuttosto sul funk degli anni ‘80 e sul soul del decennio successivo, senza un riferimento preciso o un territorio definito sul quale soffermarsi. Si percepisce il tentativo di lasciarsi andare ad un progetto completo, non solo su un paio di canzoni come in precedenza. Un tono romantico scorre attraverso l'album, con testi che parlano delle diverse fasi delle relazioni d’affetto e d’amore. "Thinkin Bout You" ad esempio è una dolce ballata in cui la voce di Glasper viene filtrata dai consueti strumenti di elaborazione (vocoder, harmonizer), rafforzando in qualche misura l'aura sentimentale della canzone. Su "You and Me", è Benjamin a cantare, ma in questo caso gli effetti sulla voce sono meno spinti, l’atmosfera però è comunque suggestiva e ipnotica, mentre il tenore è sempre quello della canzone d’amore. Negli anni passati l’Experiment ha certamente avuto un orientamento più groovy, tuttavia i suoni che si ascoltano sono completamente radicati nella firma caratteristica del gruppo. "No One Like You," dura più di nove minuti, ed incarna perfettamente lo spirito di Glasper, essendo il brano più espansivo e completo: qui si fondono i molti punti di forza individuali mischiando mirabilmente diversi generi con la ciliegina sulla torta data dall’eccellente assolo di sax soprano di Benjamin. "Day By Day" è un classico brano da discoteca postmoderno con una bella linea di basso di Derrick Hodge e l’affascinante piano elettrico di Glasper a sottolineare il tutto. La cover della "Tell Me a Bedtime Story" di Herbie Hancock è forse più vicina alla versione pop-soul di Quincy Jones del 1978 anche se non così ricca nell’arrangiamento ed anche in questo caso Robert offre uno splendido assolo di Rhodes. "Find You", con la sua fusione di funk e prog rock, è un classico di Derrick Hodge: avrebbe potuto essere tranquillamente in Black Radio 2, ma qui è il bassista ad essere la voce solista, mentre l’ospite Mike Severson aggiunge un break eccezionale di chitarra elettrica nel bel mezzo di un labirinto di variazioni. La band torna sul binario del jazz con la bella "In My Mind", brano guidato dalle sincopate rullate della batteria di Mark Colenburg. "Hurry Slowly”  gioca finemente su un sottile equilibrio tra l’intricata sensibilità melodica degli Steely Dan ed un arioso indie pop." Written In Stone" (anche questa con Severson alla chitarra) mescola atmosfere alla David Bowie con echi new wave ed il funk. L’album si chiude con una rilettura neo soul  di "Human" degli Human League, sorprendente e molto personale. ArtScience è lo sforzo più compiuto di Robert Glasper e i suoi Experiment, la loro fusione perfetta di jazz contemporaneo, hip-hop, neo-soul, pop, e rock ha trovato probabilmente un nuovo apice ed è sicuro che il loro stile continuerà ad influenzare moltissimi altri artisti. La finestra sul jazz è ridotta all’essenziale e forse si vorrebbe uno sviluppo più esteso in questo senso.  Ma il Robert Glasper Experiment presenta ogni volta un nuovo quadro per le future esplorazioni e la scoperta di nuove frontiere musicali, ArtScience in questo senso è un ottimo ed ulteriore passo in avanti. Sperimentazione e creatività senza sacrificare l’accessibilità: musica di un futuro già scritto.

Alan Hewitt & One Nation - Evolution


Alan Hewitt & One Nation . Evolution

Alan Hewitt è un tastierista di talento, noto come solista principalmente nell’ambito dello smooth jazz. Come produttore ha avuto l'onore di lavorare con Maurice White degli Earth Wind and Fire per oltre mezzo decennio, coronando questa collaborazione con il “Greatest Hits” degli EWF che ha raggiunto il disco di platino nel 2000. E’ stato inoltre tastierista in tour per la leggendaria band rock dei Moody Blues, e l'elenco delle sua partecipazioni sia come produttore che come musicista sono numerose ed importanti. Alan Hewitt è anche il compositore di colonne sonore di una lunga lista di produzioni cinematografiche e televisive. Dal punto di vista musicale Hewitt prende ispirazione con naturalezza dal jazz contemporaneo, dalla fusion ma anche dal pop e dal rock. Il suo ultimo album, "Evolution" è un perfetto esempio di fusione tra rock, jazz e progressive. Alan ovviamente padroneggia il pianoforte e tutte le tastiere e si avvale della collaborazione di JV Collier al basso, Sonny Emory alla batteria, Jamie Glaser e Duffy King alla chitarra e di due ospiti speciali come Orianthi e Alex Boye. La formazione ci dice, prima ancora di ascoltare una sola nota, che Alan Hewitt & One Nation sono una band di musicisti dotati di grande virtuosismo, tutti molto rispettati dai loro colleghi. Abituato alle atmosfere ovattate e forse un pò banali dei precedenti album di Hewitt da solista, non immaginavo questo genere di lavoro e di conseguenza le mie aspettative non andavano al di là di una modesta curiosità. Ora, dopo aver sentito le dodici tracce di "Evolution" mi accorgo di essere incappato in qualcosa degno del massimo rispetto e di grande attenzione. Anche se formalmente piuttosto lontano dal jazz, musicalmente "Evolution" non ha punti deboli, è una raccolta di grandi brani magistralmente eseguiti. È fresco, è potente ed energico, è retro ed è moderno, in due parole: è convincente. Si tratta di una sintesi molto ben riuscita di vari generi musicali tra di loro piuttosto distanti e caratterizzati da strutture sonore alquanto differenti. Qui troviamo infatti la fusion degli anni’70 e molto del miglior progressive dello stesso periodo, ma anche il funk e il rock.  Alan Hewitt è un virtuoso della tastiera, ma stupisce la sua raffinata sensibilità nella creazione di questi sorprendenti paesaggi sonori definiti su una molteplicità di ritmi sofisticati. Si va dalla elastica e pirotecnica fusion di "Devotion" alla variopinta e frammentata atmosfera rock  di "Wunderland", passando per il soul funk latineggiante di "Revelation” (ft. Alex Boye)" e lo scintillante prog-rock di "Utopia” (ft. Orianthi). Dopo i primi brani si intuisce chiaramente che si sta ascoltando uno degli album di crossover più brillanti, lucidi e maturi degli ultimi anni. L’abilità compositiva di Alan Hewitt e la padronanza sulle tastiere sono davvero impressionanti, esemplificate al meglio nella cavalcata progressive di "Into The Eye (ft. Orianthi)" così come sulla jazzistica "Big Bang", dal ritmo sincopato e originalissimo. Alan Hewitt si fa conduttore dei talenti di questa band, composta da veri maestri dei loro strumenti, riuscendo anche a lasciare il giusto spazio a tutti i musicisti ed esaltare le individualità. E così è piacevole ascoltare la bella voce di Alex Boye, apprezzare la chitarra della brava Orianthi, che come sempre, è tecnicamente superba ma senza eccessi. Fantastico è anche Duffy King che affascina con la sua elettrizzante sei corde in alcuni dei pezzi più significativi. Una menzione particolare infine per quel fenomeno di Sonny Emory alla batteria, che per tutto l’album dispensa ritmo ed energia da par suo, adattandosi a tutti gli stili con intelligenza e versatilità. Non ci sono dubbi che Alan Hewitt sia un grande talento della nostra epoca, circondato da un gruppo di musicisti (One Nation) che valorizzano al meglio le sue qualità. Il risultato è "Evolution" un album che mette in mostra una superba tecnica strumentale e al contempo riesce ad emozionare, senza diventare mai freddo o fine a se stesso. E’ ovvio che qui il jazz o la fusion sono solo un piccola parte dell’alchimia e gli appassionati cultori del purismo forse farebbero bene ad evitarlo, tuttavia gli ascoltatori più curiosi, e di sicuro i seguaci del progressive rock, troveranno molti motivi per apprezzare un’opera come questa. In ultima analisi è un disco che dimostra qualora ce ne fosse bisogno, che i veri musicisti, con veri strumenti sono ancora in grado di creare e suonare composizioni stimolanti ed interessanti, come mai potrebbero fare loop, campionamenti e tecnologia.

Jay Graydon - Bebop


Jay Graydon - Bebop

Chissà quante volte ascoltando una bella canzone pop avrete pensato “ma come è arrangiata bene” “come suona ricca ed elegante”. Probabilmente stavate ascoltando una produzione di Jay Graydon. Sconosciuto alle masse, Jay Graydon è un personaggio di grande rilevanza per tutta la musica contemporanea e in particolare per quella particolare corrente della cultura americana che prende il nome di West Coast. Noto principalmente per il suo ruolo di produttore e arrangiatore, si è distinto per il sound caratteristico e sofisticato che ha saputo infondere a tutti gli artisti con i quali ha avuto modo di collaborare. Chitarrista di talento, Graydon ha però portato avanti gran parte della sua carriera ricoprendo un ruolo piuttosto defilato e non da protagonista, dedicandosi con enorme successo sia alla direzione artistica che alle tecniche di registrazione. Un’attività che gli ha fruttato due Grammy Awards e la stima incondizionata di tutto il panorama musicale internazionale. Nato nel 1949, a Burbank, in California, ha fatto il suo incredibile e precoce “debutto” nel mondo della musica all'età di due cantando con il padre nello show televisivo di quest’ultimo. E d’altra parte Jay proviene da una famiglia di musicisti; suo fratello Gary suona la chitarra anche se non professionalmente e suo padre era, come detto, un cantante e cantautore. La sua versatilità lo ha portato ad abbracciare molti stili e correnti che spaziano dall’r&b al pop all’aor al jazz. E’  proprio traendo ispirazione da questa molteplicità di interessi e da un amore nato in tenera età che Jay Graydon ha dato alla luce una imprevedibile e inaspettata raccolta di composizioni originali di jazz in stile bebop. Ed è anche naturale (forse un po’ banale) che l’album in oggetto sia intitolato proprio “Bebop”. Una festa scintillante di musicalità, improvvisazioni solistiche, cambiamenti armonici avanzati e ritmi sincopati, nella migliore tradizione jazzistica ma con un tocco di modernità. Dieci tracce, tra le quali una intro di diciannove secondi estratta proprio da quello "show TV di Joe Graydon del 1951", in cui il piccolo Jay Graydon dice a suo padre che gli piace il bebop. In pratica quarantanove anni dopo Graydon finalmente da alla luce un progetto tutto imperniato sullo stile jazzistico che lo affascinò sin da bambino. Bebop si avvale di una bella registrazione digitale e offre una estesa gamma di frequenza e delle dinamiche molto naturali, a differenza di altri prodotti simili. Questa qualità si sposa magnificamente con il bebop e le sue funamboliche variazioni armoniche, come succede ad esempio con la formidabile batteria di Dave Weckl o con le altre delizie musicali sciorinate dal sassofonista Brandon Fields, dal bassista Dave Carpenter, e dal pianista Bill Cantos. Il disco trasmette all’ascoltatore un alto livello di piacere d’ascolto. Ciò è particolarmente evidente in un brano come "Blow Man" durante il quale il notevole assolo di pianoforte di Cantos e le splendide frasi melodiche e armoniche provenienti dal sax di Brandon Fields vengono esaltate perfettamente. Il progetto è prettamente acustico, e lo stesso Jay Graydon suona quasi sempre una chitarra semi-acustica, approfondendo la sua padronanza dell’improvvisazione solistica e catturando in modo mirabile l'essenza stessa del bebop, in un modo assai convincente per un artista che mai si era cimentato con il jazz puro. Con questo album Jay aggiunge altre e più vivaci sfumature al suo già policromo disegno musicale: non cerca alcuna scorciatoia e nessuna facile soluzione nascondendosi dietro la distorsione, l’alto volume o utilizzando tutti i tipi di gadget elettronici possibili. Bisogna essere un musicista di valore per cimentarsi a questi livelli, e Jay Graydon sicuramente dimostra chiaramente la sua abilità e la sua versatilità proprio su questo tanto atteso lavoro di jazz. Tra i brani, tutti molto divertenti e  interessanti, una menzione particolare va a  “Oh Yes There Will”  che apre di fatto l’album e fa capire subito che qui il jazz c’è eccome. E poi "Go ‘Way Moon", con la sua atmosfera raccolta e rilassata o la bluseggiante “C-Bop”. Simpatica la versione jazzistica dell’inno americano che assume contorni inaspettatamente da ballata jazz. Graydon gestisce il suo ruolo di solista attraverso la filosofia del “less  is more” con gusto e misura, dispensando sottile intelligenza e precisione tecnica senza mai mancare della giusta ironia. Bebop non solo consegna Jay Graydon alla ribalta del jazz contemporaneo con un’idea d’infanzia portata finalmente a compimento ma conferma il suo mosaico musicale arricchendolo con un nuovo e stimolante tassello, per la gioia dei suoi vecchi fan e con l’inaspettato apprezzamento dei jazzofili più appassionati.
(P.S.: L'unica nota negativa riguarda la copertina dell'album che merita senza dubbio una nota di demerito per la sua approssimazione che non rende affatto giustizia ai contenuti che sono viceversa di grande spessore.)

Roy Hargrove – Rh Factor - Distractions


Roy Hargrove – Rh Factor - Distractions

Roy Hargrove è un musicista da sempre fortemente orientato verso l‘hard bop (e anche uno tra i più acclamati "giovani leoni" del jazz). Divenne uno dei trombettisti più in evidenza nell’America della fine degli anni ‘80 e continua ad essere un personaggio di primo piano del jazz contemporaneo. Splendido specialista sia alla tromba che al flicorno, il texano Roy ha incontrato il maestro Wynton Marsalis nel 1987, quando quest'ultimo musicista visitò il liceo di Hargrove a Dallas. Impressionato dal brillante suono dello studente, Marsalis inserì subito Hargrove nella sua band e lo aiutò ad ottenere ingaggi importanti con musicisti del calibro di Bobby Watson, Ricky Ford, Carl Allen, e il gruppo Superblue. Roy  ha anche frequentato il Berklee College Of Music prima di trasferirsi a New York City, dove la sua carriera ha preso definitivamente il volo. Roy Hargrove oltre che talentuoso è anche culturalmente molto curioso e ama a volte spingersi oltre i rigidi stilemi del jazz; si può dire che abbia una doppia anima musicale, ed infatti nel 2006 ha pubblicato due album contemporaneamente. Questo Distractions, (con il marchio Rh Factor a sottolineare una evidente discontinuità) tutto elettrico ed influenzato dal funk e dal neo-soul ed un altro lavoro di matrice post bop, completamente acustico (canonicamente a suo nome). La sua casa discografica, la prestigiosa Verve, si è dimostrata quindi molto collaborativa nel supportare l’artista e assecondare sia il suo lato tradizionale che quello più moderno. Distractions, come Hard Groove fu nel 2003, è una registrazione incentrata sul neo-soul-jazz con una buona dose di funk e fusion inserite nel mix. Hard Groove era il primo esperimento di Hargrove fuori dall’ambito hard bop: quel disco aveva contenuti interessanti e spunti innovativi con in più un sacco di ospiti speciali,  tra i quali D'Angelo, Common, Erykah Badu, Karl Denson, Steve Coleman, Q-Tip, Meshell Ndegeocello, e Cornell Dupree per citarne alcuni. Distractions è stato invece registrato con la sua band, con la presenza del solo D'Angelo nel brano "Bull *** t" ed il grande sassofonista David "Fathead" Newman presente sulla metà delle tracce. Altri musicisti presenti che erano presenti su Hard Groove sono inoltre Renee Neufville, che canta e suona il piano Wurlitzer; Sparks Bobby alle tastiere, il sassofonista Keith Anderson e il batterista Willie Jones III. C'è sicuramente una vibrazione molto più “urban soul” in questo album ed anche il groove generale è più severo e rigoroso. A distanza di dieci anni dalla sua uscita si può affermare che Distractions è un disco visionario e anticipatore di future tendenze, al punto che a tratti ricorda le ultime stimolanti uscite del Robert Glasper Experiment. Tutto è giocato su degli arrangiamenti essenziali e moderni, fatti di un tappeto armonico intrigante, a tratti ipnotico e sui suoni urbani del nuovo millennio, mentre le ritmiche ammiccano al funk e all’hip hop. "Distractions" apre, chiude e si ripete brevemente lungo tutto  l’album come tema ricorrente, tocca Miles Davis, lo cita, ma non si fa portare alla deriva dal Maestro, lo fa con un suono che è tagliente, quasi spigoloso. Come dicevo l’ombra di un onesto e sincero urban soul è particolarmente presente in questo lavoro di Hargrove, in particolare sulla ballabile e swingante "Crazy Race", sul buon funk di "Holdin 'On" e sulla piacevole "On the One". Tutti brani caratterizzati dalla bella voce di Renee Neufville. "Family" è una ballata jazz-soul dal tono impressionista ed entusiasma per il magnifico sound del leader al flicorno. "Kansas City Funk" e "A Place" sono calati profondamente nel funk (quest'ultima alla maniera dei P-Funk e degli Ohio Players), ed è meraviglioso ascoltare Newman, Anderson e Roy Hargrove cavalcare il groove con i loro fiati di gran classe. "Bull *** t" è invece un brano di hip hop elettronico (blip-hop). La partecipazione di D'Angelo (che ha prodotto la canzone) aggiunge struttura e ritmo, ma sorprendentemente risulta essere forse l’unico punto debole dell’album essendo anche l'unica melodia dove in qualche misura manca il lirismo. Aspira al Miles Davis di On the Corner senza averne di quest’ultimo l’intensità. Distractions è comunque un lavoro gratificante, divertente, godibile e moderno. Gli echi di futuro che sono chiaramente avvertibili ne fanno un album di grande fascino e di sicuro interesse. Roy Hargrove si dimostra un trombettista di notevolissima caratura, dotato di un timbro cristallino e versatile, un musicista tecnico e sempre carico del giusto feeling, sia che si immerga nei groove del neo soul jazz come in questo caso, sia che percorra la strada maestra del jazz della tradizione.

Brian Clay - Groove Story


Brian Clay - Groove Story

Se cercate uno stile musicale imparentato con il jazz e tuttavia senza le spigolosità e le difficoltà che quest’ultimo può presentare, finirete per imbattervi inevitabilmente nello smooth jazz. Morbidi suoni, melodie accattivanti, arrangiamenti raffinati contraddistinguono da sempre questo genere di fusion che ormai da tanti anni è diventato popolare. Sono numerosi i portabandiera di questa particolare corrente, in particolare tra i sassofonisti, i chitarristi ed i pianisti. Molti di questi sono artisti affermati e di grande successo, ma ci sono anche tanti giovani emergenti che risultano sconosciuti ai più. Pescando tra i meno noti, vorrei parlare di Brian Clay:  che è un pianista compiuto e maturo, ma anche un vocalist di talento, un ricercato compositore ed un affermato musicista di studio. Brian Clay è uno strumentista di primo piano in una scena smooth jazz come quella di Atlanta, che negli ultimi anni pare sfornare con regolarità alcuni dei migliori prospetti del panorama americano. Brian ha condiviso il palco, come atto di apertura o artista di supporto, con alcune vere e proprie leggende del jazz tra cui George Duke, David Sanborn, Stanley Clark e Gato Barbieri, così come con le star del contemporary jazz Norman Brown, Gerald Albright, The Rippingtons, Rick Braun, Kirk Whalum e Euge Groove. Lo stile di Brian Clay lo mette a  diretto confronto con autentici miti del pianoforte, gente del calibro di Joe Sample e Bob James, che appaiono effettivamente come le sue fonti d’ispirazione più forti. Il suo stile vocale invece ricorda Nat King Cole, Donny Hathaway e Luther Vandross, ma le parti cantate sono davvero poche nelle sue registrazioni. Inoltre la sua presenza scenica è davvero magnetica e le sue performance dal vivo sono estremamente dinamiche. Il pianista ha al suo attivo quattro album, di cui questo Groove Story è il suo ultimo. Uscito nel 2016, è la continuazione di un discorso estetico e stilistico iniziato una decina di anni fa ed evolutosi in maniera costante fino ad oggi.  Brian unisce uno straordinario talento di musicista con una eccellente conoscenza del jazz contemporaneo, certificata da una lunga militanza radiofonica presso la più importante emittente smooth jazz di Atlanta e attraverso la propria piattaforma internet denominata Jazzspirations. I sette brani dell’album catturano l’attenzione per la scorrevolezza e la gradevole vena melodica sottolineata dal giusto groove, profumato di funk. Allo stesso modo il suono del suo pianoforte acustico appare sempre brillante, pulito e preciso, senza eccessi di virtuosismo e senza sbavature. Gli arrangiamenti sono raffinati ma essenziali e sono tesi a valorizzare al massimo il tocco delicato e l’eccellente diteggiatura di Brian Clay. Se gli si può imputare un difetto, forse l’album non brilla per originalità, ma va detto che in parte è lo stesso smooth jazz ad essere per lo più ingabbiato dentro a degli schemi piuttosto ristretti. Groove Story resta comunque un bel disco: ideale per un sofisticato sottofondo domestico oppure per un piacevole viaggio in automobile. A volte può bastare anche così.

Resolution 88 – Afterglow


Resolution 88 – Afterglow

L’album che non ti aspetti, la band che ti sorprende, quella che forse aspettavi da tempo. Questo è in sintesi Afterglow, il secondo lavoro del gruppo jazz funk londinese Resolution 88. Sono nati  nel 2012 con il preciso intento di (ri) creare le sonorità di quella eccitante e propulsiva musica tipica degli anni ’70, registrare dal vivo in studio ed ovviamente esibirsi dal vivo in mezzo alla gente. Obiettivi che la band non ha faticato a raggiungere. Il debutto assoluto è avvenuto nel 2013 con il CD Resolution 88. Un lavoro che già appariva come una vera e propria dichiarazione programmatica. La mente di questo formidabile progetto è Tom O’Grady un giovane pianista/tastierista londinese che ha fatto del piano elettrico Rhodes la sua passione ed il suo credo. Il nome della band stessa fa riferimento al particolare modello di Rhodes denominato eighyeight. Tom è un talento naturale, dotato di quella rara abilità che consente (solo ad alcuni, ovvio) di suonare e trascrivere praticamente qualsiasi cosa egli ascolti. La sua prima fonte d’ispirazione è Herbie Hancock ed infatti il set di tastiere che O’Grady ha messo insieme riflette proprio l’arsenale strumentale che Herbie usava negli anni ’70. (Fender Rhodes mk1 88 model, Hohner Clavinet D6, Solina String Ensemble). Ma ovviamente Resolution 88 non è solo Tom O’Grady, insieme a lui ci sono anche Tiago Coimbra al basso, Ric Elsworth alla batteria, Alex Hitchcok ai sassofoni. Tutti giovani talentuosi che danno il loro contributo a questo ambizioso e non certo facile progetto musicale. Afterglow è un album di puro jazz funk strumentale: una vera prelibatezza a base di complessi groove ritmici come raramente capita di ascoltare e dove il jazz non è solo un profumo lontano ma viceversa è parte vitale di tutte le composizioni. L’interplay fra i quattro musicisti è eccellente, così come la coerenza estetica di ogni traccia. Per gli amanti del piano elettrico è certamente un’opera imperdibile, poiché Afterglow è un vero inno al Rhodes 88 mk1, strumento che Tom O’Grady padroneggia con inventiva e originalità nel rispetto delle sonorità vintage di cui solo questa particolare tastiera è capace. E allora godiamoci questo raffinatissimo jazz funk, non eccessivamente sperimentale, aperto e contagioso. Si percepisce una musica composta e suonata con gusto e capacità musicali davvero al di sopra della norma. Le influenze sono tantissime, come è ovvio: si va dai Weather Report agli Headhunters, dai Level 42 ai Brand X con i mezzo tutti i sapori del groove degli anni ’70. Il piano elettrico è dunque il fulcro intorno al quale ruota tutto il sound di questi ragazzi londinesi, e poi ci sono gli altri strumenti, scattanti ed energici. La registrazione è stata effettuata su nastro per preservare il calore dell’interpretazione, come da tradizione analogica. In Afterglow il viaggio musicale prevede tappe un po’ dappertutto tra echi brasiliani, reminiscenze dei mitici seventies, spruzzate di disco funk anni ’80 e il comune denominatore del jazz nella sua accezione più divertente e leggera. Tutto appare semplice e godibile, quasi naturale, è così che la musica riesce ancora una volta ad ispirare ottimismo e positività ed a regalarci eccellenti vibrazioni. In un panorama artistico appiattito e privo di coraggio i Resolution 88 riportano il barometro dello stile e del groove sul bello stabile. Bravi !

Four80East – The Album


Four80East – The Album

I Four80East sono un gruppo di contemporary jazz di origine canadese. In realtà si tratta di un progetto parallelo (di studio) per Rob DeBoer (pianoforte, chitarra, basso, programmazione) e Tony Grace (batteria, programmazione), che, insieme con il fratello di Grace, Paul, lavorano per la Boomtang Records. I Four80East sono attivi dal 1997 e da allora sono cresciuti artisticamente fino a trasformarsi in un vero e proprio live act, trovando spazio tra i molti impegni di produzione e remix che sia DeBoer che Grace continuano a tenere vivi per conto di altri artisti. I due hanno poi anche una band pop: i Boomtang Boys che producono una musica totalmente disimpegnata e lontanissima da qualsiasi forma di jazz. I Four80East nacquero come un esercizio di puro divertimento finalizzato a suonare una sorta di dance music ispirata al groove inglese degli anni ’80, arricchito dall’improvvisazione di chiara matrice jazzistica. L'altra metà della band sono Jack Trentman alla chitarra e alla tromba, e Jon Stewart al sax tenore. Il primo album della band, intitolato in modo non troppo fantasioso “The Album” è uscito nel 1997 e si è subito ritagliato un notevole seguito a livello radiofonico, sia negli Stati Uniti che in Inghilterra. Un debutto che, a dispetto della banalità del titolo, mostra invece un palpitante ed intenso contenuto musicale, ricco di ipnotici synth, un pianoforte (elettrico ed acustico) sempre puntuale, potenti groove di bassi e piacevoli ritmi che a tratti sfiorano la dance. E’ qualcosa che trova una sua personale strada tra l’acid jazz, lo smooth jazz ed una sorta di urban trance music molto atmosferica ed intrigante. Lo schema è a dire il vero piuttosto ripetitivo: tutto costruito su di un giro di basso insistente sul quale si innestano gli accordi delle tastiere e la ritmica. Su questo telaio rarefatto ed essenziale i vari strumenti solisti giocano il loro ruolo con sufficiente gusto melodico ed una spruzzata di gradevole improvvisazione jazz. Il vero deus ex machina di tutto il progetto è proprio Rob DeBoer con il suo pianoforte, ma il giovane polistrumentista si distingue anche alla chitarra, al basso e alla programmazione degli interessanti loop che sono la caratteristica peculiare di questo gruppo canadese. Importante è anche il supporto di Tony Grace che aggiunge il suo tocco sia in veste di batterista sia nella programmazione delle ritmiche “sintetizzate”. I brani si susseguono piacevolmente fluidi, anche se, come dicevo, un certo senso di ripetitività pervade tutto il lavoro. Gli interventi di pianoforte acustico o Rhodes di DeBoer sanno essere dolci e accattivanti, caratterizzati dai riff spesso cantabili. Il pianista sa anche come mettersi a disposizione degli altri, quando regala il supporto armonico alla tromba di Jack Trentman che mette in mostra un suono sul genere di Chris Botti o Rick Braun. Non mancano gli assoli di sax di Jon Stewart che si possono tranquillamente classificare nel filone del classico smooth jazz style. Considerando che The Album è stato pubblicato quasi vent’anni fa, non si può non riconoscergli una componente di novità ed un tentativo di creare qualcosa di diverso. L’epoca era quella dell’avvento della corrente “chill out” e del “lounge”, e la fase d’oro della “new age” ormai in declino aveva lasciato comunque le sue tracce. I Four80East sono partiti da lì ed hanno cercato una strada alternativa. Pur con l’ingenuità intrinseca in un primo album e con una forse insufficiente varietà ritmico / melodica, questi canadesi trapiantati a New York sono riusciti a proporre un cd che tutto sommato regge bene al passare degli anni e regala ancora qualche positiva vibrazione.

John Coltrane - Ballads


John Coltrane - Ballads

Di John Coltrane si  conosce moltissimo, quasi tutto, è inutile dunque raccontare la biografia di quello che, senza dubbio, è uno dei geni assoluti del ventesimo secolo ed uno dei musicisti jazz più famosi di sempre. Diverso il discorso se ci si addentra nella sconfinata discografia del sassofonista di Hamlet. Tra i numerosissimi album di John Coltrane ci sono molte registrazioni storiche ed importantissime ed una manciata di lavori controversi che tuttavia riescono a dividere in qualche misura anche i suoi stessi appassionati. In generale, le sue opere più discusse sono quelle della parte finale della sua lunga carriera, come Om e Ascension, che si spingono nei territori del free jazz e sono di difficile lettura per chiunque. Per contro, Ballads è un album del 1962 che spesso viene criticato ed etichettato come troppo facile. Forse qualcuno lo può interpretare come una sorta di compromesso tra lo stesso Coltrane, teso verso il linguaggio del free e l’etichetta Impulse! che forse preferiva un approccio più graduale alla modernità. In effetti può essere stato una risposta di Coltrane a quei critici che trovavano il suo jazz  dell’epoca troppo complicato, pieno di note e in generale ostico e spigoloso. Ovvero potrebbe essere considerato quasi una forzatura della volontà ormai maturata nel sassofonista di esplorare mondi nuovi e spingersi oltre le convenzioni del jazz classico. Al di là di queste teorie nate attorno alla pubblicazione di Ballads ed a tutte le speculazioni più o meno legittime della critica, la realtà è che questo è un grandissimo disco di John Coltrane. Trane è qui impegnato a fare quello che ha sempre fatto con passione ed impegno e cioè esplorare nuove strade e nuove modalità, in una ricerca artistica personale inesauribile ed illuminata, sia pure in questo specifico caso nel solco della tradizione. Ballads è un’opera che guarda al lato più passionale della musica, alle sue espressioni più calde e romantiche. Un particolare percorso calato nel mainstream che Coltrane  avrebbe intrapreso sia con Johnny Hartman (su John Coltrane e Johnny Hartman, 1963) che con Duke Ellington (su Duke Ellington e John Coltrane, 1963), nonostante a quel punto il genio si fosse già lanciato verso la musica modale in odore di free jazz. Il formidabile quartetto (oltre a Coltrane ci sono: McCoy Tyner al piano, Jimmy Garrison al contrabbasso e Elvin Jones alla batteria) non aveva mai suonato prima gli otto brani, e li registrò tutti (eccetto All or Nothing at All) alla prima take senza fare alcuna prova. Le esecuzioni sono morbide, avvolgenti e introspettive. In particolare il suono di Coltrane appare malinconico e riflessivo, mentre ampio spazio viene lasciato anche al pianoforte di Tyner che non manca di mettersi in luce senza mai strafare. Elegantissimo nella sua purezza formale, Ballads scorre fluido ed incantato, quasi fosse la colonna sonora di un film in bianco e nero, evocativo e profondo eppure sempre musicalmente leggiadro. Una narrazione musicale continua, sia pure composta da otto distinti capitoli che avvolgono l’ascoltatore in una morbida coperta di note, fatta di melodie penetranti ma sempre garbate, che rilassano, evocano ricordi e danno un senso di serenità e di equilibrio. Qui non ci sono highlights o segnalazioni di un brano piuttosto che un altro, l’album è da ascoltare tutto d’un fiato, da godere in ogni attimo, in ogni fraseggio. Probabilmente i capolavori assoluti di Trane sono altri, tuttavia Ballads rimane un esempio meraviglioso di mainstream jazz ed un momento particolare nella discografia del sassofonista. Con Ballads Coltrane ci regala un gioiello melodico proprio quando è alle porte per lui una svolta talmente radicale da non consentirgli quasi più un ritorno ai linguaggi più accessibili. Forse anche per questo lo apprezzo così tanto. Red Garland, uno dei suoi pianisti storici, disse: “Dopo Parker è arrivato Trane. Poi, quando anche lui è scomparso, è rimasto il deserto. Arriverà un altro messia? All'orizzonte non appare nessuno”. Questo parla della grandezza del Coltrane musicista, ma mi è cara una frase dello stesso John che fotografa soprattutto l’uomo: “Il jazz, se si vuole chiamarlo così, è un'espressione musicale; e questa musica è per me espressione degli ideali più alti. C'è dunque bisogno di fratellanza, e credo che con la fratellanza non ci sarebbe povertà. E con la fratellanza non ci sarebbe nemmeno la guerra”. Cosa dire ? … Immenso.

Tom Browne – Another Shade Of Browne


Tom Browne – Another Shade Of Browne

Tom Browne, è un trombettista che durante il decennio 1979-1989 è stato abbastanza popolare nelle classifiche R&B, un periodo nel quale registrò molto materiale funk/pop-oriented per l’etichetta GRP e per l’Arista. Browne ha iniziato studiando pianoforte per un anno, per poi passare alla tromba all’età di 11 anni. La sua formazione musicale è avvenuta presso Scuola Superiore di Musica e Arte di New York City. Originariamente Tom era interessato alla musica classica,  ma mentre frequentava il college, a metà degli anni '70, Browne scoprì il jazz. In carriera ha lavorato con Sonny Fortune, registrato con Lonnie Smith, ed infine ha firmato un contratto come solista con la GRP di Dave Grusin. Come trombettista è influenzato da Freddie Hubbard e Lee Morgan, ma può vantare un notevole bagaglio tecnico e un’ottima espressività. Tuttavia, anche se occasionalmente ha effettivamente frequentato l’hard bop, la maggior parte della produzione di Browne fino alla metà degli anni ‘90 è stata chiaramente orientata verso il mercato e la musica commerciale. Browne in realtà aveva praticamente abbandonato l’attività musicale ma è tornato nel 1994 con una registrazione per la Hip Bop intitolata Mo’ Jamaica Funk, che risente della popolarità dello stile hip hop ma anche dell’acid jazz in voga in quel momento. Nel 1996 finalmente Tom imbocca senza più remore la strada del jazz ed esce con questo “Another Shade Of Browne” dove, nelle note di copertina dell’album, da un lato rinnega le sue registrazioni precedenti, ma ribadisce al contempo che in fondo lui è sempre stato un musicista di hard bop. Questo lavoro si concentra sul jazz mainstream ricalcando gli stilemi degli storici dischi della Blue Note. Tom concede molto spazio solista al sax tenore di Javon Jackson ed al pianista Larry Goldings mentre il sostegno ritmico è magistralmente offerto dal bassista Ron Carter e dal batterista Idris Muhammad. Una band di tutto rispetto quella messa insieme da Browne con risultati davvero convincenti. La particolarità di Another Shade Of Browne è che, con la sola eccezione di "In a Sentimental Mood", tutti i brani dell’album sono stati composti o sono correlati in qualche maniera ad un trombettista storico, di quelli che hanno lasciato un’impronta importante in ambito jazzistico. Trovo sempre interessante ascoltare dei musicisti che per tutta la carriera hanno suonato “altro” (sfiorando solamente il vero jazz) nel momento in cui decidono di confrontarsi in modo serio e completo con uno stile classico così legato alla tradizione. Per riuscirci bisogna avere la tecnica, il groove e conoscere molto bene ciò che si suona. E queste cose fanno parte del bagaglio di questo sessantaduenne artista nativo di New York. “Bluesanova” di Lee Morgan apre il cd ed è un omaggio ad uno degli idoli di Tom Browne, con il suo sapore latino contaminato dal blues: propone un valido intervento di sax del bravo Javon Jackson e un’assolo del trombettista di ottima fattura. Hard Bop a tutta forza in “Philly Twist” di Kenny Dorham che Tom interpreta con vigore e trasporto, il suo fraseggio ed il suo suono brillante ne fanno uno dei momenti più intensi dell’album. “A Sleepy Lagoon” è una ballata blues che ha nel solo di Larry Goldings al piano un punto di forza e  ci fa sentire un’altra sfaccettatura di Tom Browne, che nell’occasione usa magistralmente la sordina. Non potendo mancare il tributo al grande Freddie Hubbard, ecco “Povo”, uno dei brani più famosi del repertorio del maestro: il quintetto ne da una lettura lucida e tecnicamente eccitante. “Bee Tee's Minor Plea” è invece un classico blues molto swingante, composto da Booker Little. Molto bella anche la cover di “In A Sentimental Mood” di Duke Ellington. Il celeberrimo tema del Duca è reso splendidamente e come sempre resta una delle melodie più affascinanti della storia del jazz anche dopo decenni. Infine Tom Browne lascia spazio anche ad una traccia di Ron Carter con “Eighty One”, brano complesso e intrigante come il colto ed esperto bassista è solito comporre, il trombettista si esibisce in questo caso mostrando un po’ tutte le sfaccettature tecniche del suo strumento in un continuo alternarsi di acuti e suoni profondi tipicamente hard bop. In tutte le sette tracce dell’album va sottolineato l’ineccepibile contributo della sezione ritmica che è sempre puntuale e a disposizione dei solisti valorizzandone il lavoro durante gli assoli. Another Shade Of Browne è un bel disco di hard bop contemporaneo, sempre rispettoso della tradizione e con ottimi spunti individuali da parte dei solisti. Pur non essendo un album basilare è certamente una valida proposta per ascoltare un talento della tromba come Tom Browne che nel corso della sua carriera non aveva mai registrato nulla di così musicalmente serio ed impegnato.

Joe McBride – Looking For A Change


Joe McBride – Looking For A Change

Nato e cresciuto a Fulton, Missouri, il tastierista e cantante Joe McBride ha iniziato a suonare il pianoforte all'età di quattro anni. Suo zio Bake McBride era un giocatore di baseball professionista. Le sue prime influenze furono la musica gospel, il bebop, il jazz classico, lo stile Motown, ed il funk degli anni '70. Da adolescente ha iniziato a cantare e suonare nei club di jazz. Proprio in questo periodo, McBride è stato colpito da una malattia degenerativa degli occhi che alla fine lo ha privato della vista, ma la sua passione per la musica non è diminuita certo per questo. Ha proseguito gli studi musicali presso la Missouri School for the Blind e alla Webster University, nella periferia di St. Louis, dove si è laureato in musica jazz. Al momento ha al suo attivo nove album: sulla base di quello che ha prodotto fino ad ora, non è difficile intuire il motivo per cui Joe McBride ha deciso di intitolare questa release del 2009 “Lookin For A Change”. Sulla maggior parte dei suoi album, McBride si è fatto conoscere come tastierista jazz o soul-jazz, cantando solamente di tanto in tanto (anche se sempre molto bene). Su “Lookin For A Change” si cambia rotta e non ci sono invece brani strumentali; McBride canta in tutte le tracce, esibendosi con il suo sofisticato e grintoso stile vocale che è fortemente influenzato da George Benson e Al Jarreau ma che contiene anche echi di Stevie Wonder. Se Joe voleva un cambiamento dunque, lo ha effettivamente ottenuto e la cosa interessante è che, se da un lato Looking For A Change è più acustico di quanto gli album di McBride siano in genere, è anche il suo lavoro decisamente più r&b oriented. Il suo ultimo album non è quindi jazz strumentale con elementi di soul e r&b ma è in verità r&b vocale con molte sfumature di jazz. Looking For A Change è piacevolmente solido ed accattivante ma per essere valutato nella maniera più corretta il metro di giudizio deve essere necessariamente quello del soul e non quello del jazz tout court. McBride vola sicuro accompagnandosi con il suo piano gagliardo e preciso e deliziandoci con le sue straordinarie doti vocali. Lo fa sul suo materiale originale, che appare ispirato e sempre gradevole, ma allo stesso modo è fantastico nell’interpretazione dei numerosi classici che sono inseriti negli oltre 60 minuti dell’album. E’ intrigante in "1000 Miles" di Vanessa Carlton, resa alla maniera di un Al Jarreau degli anni ’80, vocalizzi e virtuosismi compresi. Entusiasma per come stravolge e reinventa la famosa "Word Up" dei Cameo, che resta funky ma in una modalità “bluesy” piuttosto sorprendente. Lo stupendo pezzo di Seal "Kiss from a Rose" è proposto con molto pathos e nel rispetto dello spirito dell’originale. Joe McBride si prende anche la licenza di sconfinare nel Brit Pop facendo sua la celeberrima canzone dei Coldplay “The Scientist”, rendendola ancora più bella con la sua voce soul e trasformandola in una brillante ballata jazz. Apre il cd “Crazy”, successo del duo Gnarls Barkley (il brano trae origine da una traccia della colonna sonora del western italiano “Preparati la bara!”, firmato dagli italianissimi Gianpiero e Gianfranco Reverberi). Joe la canta con una vocalità alla George Benson ma con il pianoforte che ovviamente sostituisce la chitarra. Non ci sono momenti di debolezza su Lookin For A Change,  che alla fine risulta essere una delle uscite più consistenti nel catalogo di Joe McBride. Lo stile pianistico del musicista è sempre cantabile ma non privo di una sua originalità.  La musica scorre fluida e tutte le canzoni si susseguono senza alcun accenno di noia, essenziali negli arrangiamenti ma perfettamente in grado di colpire la sensibilità e l’interesse dell’ascoltatore. Forse sta proprio nella semplicità della formula voce – piano – basso – batteria il fascino di questo album, che è uno di quei lavori che è bello ascoltare dall’inizio alla fine e che riesce anche a riservare qualche sorpresa.

Jay Rowe – Jay Walking


Jay Rowe – Jay Walking

Oltre ad essere un musicista di smooth jazz, il pianista Jay Rowe è anche un sincero e grande fan di questo genere musicale. Tanto che, quando gli viene chiesto con chi gli piacerebbe lavorare un giorno, l'elenco offerto da questo esperto tastierista potrebbe continuare all'infinito. Nonostante siano moltissimi gli artisti di fama mondiale con i quali ha già condiviso il palco (per citarne alcuni: Peter White, Dave Koz, Russ Freeman and the Rippingtons, Mindi Abair, Chris Botti, Acoustic Alchemy, Steve Cole, Norman Brown  e Richard Elliott) ce ne sono altrettanti con i quali adorerebbe collaborare. E tra questi vengono citati in primis Eric Marienthal e Chuck Loeb. Jay è tuttavia soprattutto un raffinato pianista, dotato di una notevole tecnica.  Per questo motivo è costantemente impegnato in qualità di sideman di lusso. Una sua peculiarità è un uso intensivo della mano sinistra, con la quale è in grado di riprodurre con facilità le linee del basso, testimoniando così una assoluta padronanza dello strumento. La sua scarsa fama come solista non rende però giustizia ai suoi meriti e, nonostante i quattro album registrati fino ad oggi, il vero successo non è ancora arrivato. Così come altri musicisti indie meno noti, con la giusta esposizione mediatica Jay potrebbe diventare altrettanto popolare, presso il grande pubblico, delle sue controparti che registrano per le etichette più importanti. Jay Walking (uscito nel 1997) è il secondo CD da solista di Jay Rowe. Si tratta di un più maturo follow-up del suo primo CD  “A Dream I Had" (uscito nel 1994) e, dato che beneficia della collaborazione di altissimo livello del produttore Chris Parks (Lala Hathaway, Najee), dispone di un migliorato supporto multi-strumentale, nonché di una vena più vivacemente funky. Inoltre i sassofonisti David Mann e Nelson Rangell forniscono un contributo di gran classe su otto dei dieci brani che compongono l’album. Il chitarrista Rohn Lawrence offre una delle le sue performance più convincenti e ricche di feeling con uno splendido assolo su  "Old Friends". Le cover di Smokey Robinson ("Tracks of My Tears") e Brian Wilson (“The Warmth of the Sun") sono classiche versioni strumentali di queste gemme del pop degli anni sessanta. Rowe dimostra tutta la sua bravura nell’interpretarle al meglio. Jay Walking è un album di contemporary jazz positivo e ottimista, tecnicamente impeccabile, pervaso da una melodica e fresca vena funk ma declinato con abbastanza gusto improvvisativo per qualificarsi come vero e proprio (smooth) jazz. Il suono che ne esce è molto simile a quello di quel Bob Mamet, di cui ho già parlato precedentemente, che si avvale però del supporto di una major importante come la Atlantic Records e da questa ottiene esattamente la promozione pubblicitaria che tanto manca ad un artista come Jay Rowe. Allo stesso modo di come Mamet raggiunge i suoi picchi creativi laddove interagisce con il sax di Eric Marienthal, Rowe esprime il suo meglio quando unisce il suo vivace pianoforte al fascino del sax soprano di David Mann, in un connubio molto gradevole di voci strumentali. Si può dire che questo cd ha superato la prova del tempo ed è stato indubbiamente lo standard di riferimento per i più recenti lavori di Jay ("Laugh Out Loud ", pubblicato nel 2001 e "Red, Hot and Smooth", uscito nel 2006). Non sarà forse ne rivoluzionario, ne una pietra miliare dello smooth jazz, ma Jay Rowe e la sua musica meritano comunque un ascolto, in particolare da parte degli appassionati del pianoforte.

Cory Henry – The Revival


Cory Henry – The Revival

Cory Henry, il maestro tastierista noto per la militanza nel gruppo jazz sperimentale Snarky Puppy, ha deciso di mettere al centro del suo nuovo progetto musicale, intiolato “The Revival”, l’organo Hammond B3, il suo primo e forse più grande amore. Accanto a lui il batterista funk (ex di Prince), Taron Lockett, già al suo fianco nell’altra band di Henry, The Funk Apostoli. Il particolare duo ha usato la Union Chapel di Brooklyn, New York per intraprendere una crociera artistica di una notte attraverso una ricca selezione di alcuni tra i brani preferiti di Henry, esplorando ovviamente la musica gospel nelle sue profonde radici, ma anche pescando nel jazz, nell’R & B nel soul e nel pop. Un repertorio variegato ma legato da un filo conduttore, che Henry arricchisce di colpi di scena ad ogni canzone, in risposta ad un pubblico entusiasta e partecipe riunito per l’occasione di una magica serata live. Cresciuto a Brooklyn, Henry ha iniziato a suonare l’organo dall’età di due anni, incoraggiato dal padre e dalla madre corista in chiesa. A sei anni partecipava ai concorsi musicali per giovani di talento all’Apollo Theater di Harlem. In seguito è stato l'organista della Greater Temple of Praise. E’ stata quella la palestra nella quale Cory è diventato, giovanissimo, un vero maestro dell’Hammond. Venti e più anni dopo, nel 2016, quella stessa chiesa è stata scelta come sede proprio per questa sua sensazionale registrazione dal vivo. Probabilmente non poteva esserci luogo più adatto per questo concerto non-stop di due ore in cui lui è assoluto e quasi solitario protagonista. L’album è indubbiamente singolare ed unico nel suo genere: si tratta in sostanza di un lunghissimo assolo di organo declinato in ogni possibile stile e variante, accompagnato solo sporadicamente ed in modo molto discreto dalla batteria e dalle percussioni. Il gospel la fa da padrone, come è lecito aspettarsi da una registrazione effettuata in una chiesa, tuttavia nel corso del concerto Cory Henry non manca di avventurarsi nel jazz (Giant Steps di Coltrane ad esempio, resa in maniera originalissima e sorprendente). O nella musica pop (Yesterday dei Beatles riletta, stravolta, rivista, smembrata e ancora intellegibile nella sua bellezza). Non mancano gli omaggi ai grandi del soul come Marvin Gaye (citato con la sua immortale Inner City Blues), Bill Withers (con una Lonely Day ridotta, smontata e ricostruita su dei riff funambolici e taglienti) ed infine anche Prince (del quale Henry pesca la stupenda When Doves Cry proprio nel corso del bis). Il tributo al funk ed ai paladini del genere, i Parliament, sta tutto nell’eplosione di Give Up The Funk all’interno di “I Want To Be Ready”. Il resto è tutto nelle dita funamboliche del maestro Henry, nella sua incredibile capacità d’improvvisazione, sempre ricca di inventiva e originalità, e nella sua bravura nel  prendere un tema sezionarlo, esplorarlo, snaturarlo ed infine ricostruirlo dandogli ogni volta una nuova luce ed un fascino particolare. Esattamente le doti che lo hanno reso una star anche all’interno di un collettivo di fenomeni come quello degli Snarky Puppy. C’è da dire che gli appassionati fan di questi ultimi non troveranno in questa registrazione le stesse atmosfere e lo stesso genere musicale a cui sono abituati. Questo è un album per amanti dell’organo Hammond B-3 e per coloro che apprezzano in particolare il virtuosismo applicato alla tecnica di questo specifico tipo di tastiera. Chi volesse sentire un Cory Henry più vicino agli Snarky ed impegnato in qualcosa di più vario e magari più jazzistico, dovrebbe andare a cercare il suo primo lavoro del 2014, intitolato First Steps. In ogni caso il talentuoso tastierista di Brooklyn resta uno dei più interessanti e dotati musicisti della nuova generazione, un artista estremamente preparato, che in un prossimo futuro sicuramente regalerà al jazz contemporaneo altro materiale di grande spessore e assoluta qualità.

Chieli Minucci – Night Grooves


Chieli Minucci – Night Grooves

Chieli Minucci è uno splendido chitarrista, dallo stile immensamente versatile. Già vent’anni fa creava e suonava smooth jazz e world beat con il suo compagno George Jinda (poi scomparso) con il nome Special EFX, anni prima che entrambe i generi fossero conosciuti con i nomi che oggi sono popolari. Una forza creativa di allora che ancora oggi si propone in maniera forte e distintiva. Chieli Minucci vive quella rara posizione di essere al contempo un musicista veterano ed influente e un innovatore moderno e propositivo, e lui è davvero grande in questo doppio ruolo,  sia come solista che anche con una grande varietà di collaborazioni con  cantanti pop (tra cui Chaka Khan, Angela Bofill, Jennifer Lopez e Marc Anthony). Attraverso la sua lunga militanza con l’attuale etichetta discografica, la Schanachie, specializzata in musica dal grande impatto radiofonico, è entrato prepotentemente nello smooth jazz, e soprattutto ha potuto cavalcare da par suo, su quello stile funk melodico a cui è davvero difficile resistere. Night Grooves è incentrato principalmente su questo tipo di proposta musicale, sofisticata, trascinante eppure sempre fruibile ed immediata. Dal punto di vista tecnico Chieli è ineccepibile e come sempre sa essere vario ed interessante. Il suo approccio, ampiamente sperimentato con gli Special EFX, consiste in una miscela esplosiva di jazz contemporaneo, funk, ritmi africani e latini e un’evidente tributo al rock e al pop senza dimenticare la passione per le atmosfere new age. Il brano di apertura, "Kickin 'It Hard", è un gioco di aggressive linee percussive,  impreziosite dai tocchi del bravo tastierista Jay Rowe e dal sax rovente di David Mann, mentre Minucci cesella i consueti e sofisticati ricami chitarristici. La title track e "Foolin 'Around Again" sono tracce disimpegnate sulle quali si innesta la fantasiosa capacità improvvisativa jazz di Minucci: il risultato è irresistibile ed il groove (in particolare la miscela di chitarra-fiati della seconda) sono accattivanti. Fortunatamente per gli appassionati che sanno di cosa Chieli Minucci sia veramente capace, l'etichetta lo lascia libero di esplorare anche territori lontani dalle speculazioni di sapore più commerciale. E’ così che in particolare due tracce risultano le migliori del lotto che compone l’album. "Without You" è un brano che ricorda Pat Metheny, inizia come un pezzo acustico  prima di evolversi in una scoppiettante cavalcata elettro fusion dove la chitarra elettrica delizia l’ascoltatore inizialmente esponendo la melodia e in conclusione “sparando" un assolo dai toni epici. E' questo il momento topico dell'intero album. La mistica "Behind The veil" è più incentrata su atmosfere orientali, un’elettrica tensione, effetti sonori strani, e le percussioni intriganti e creative di sottofondo. I fan degli Special EFX potranno godersi appieno la traccia intitolata "Nasir di Nuevo", un pezzo ambient / new age alquanto sperimentale e onirico dove Minucci propone il suo lato più riflessivo e meditativo all’interno di un contesto ricco di strani suoni e percussioni etniche molto particolari. Ma echi del mitico duo degli anni’80 si possono cogliere anche nella delicata e romantica “You’re My Reason” e nella rilassata “Mr. Shady Eyes”. “New Day” e “Don’t Make Me Wait” ci mostrano invece la vena più funky dell’eclettico Chieli. Night Grooves è un album di contemporary smooth jazz molto vario e interessante per una vasta platea di ascoltatori. Può soddisfare sia coloro che apprezzano le forme più attuali del jazz sia gli appassionati di new age e lo fa proponendo una musica sempre intelligente, non banale e suonata benissimo. La chitarra di Chieli Minucci è speciale ed il suo stile è piuttosto originale e riconoscibile. Pubblicato nel 2003, il disco non accusa il peso dei suoi tredici anni e risulta ancora attuale e assolutamente godibile.

Bobby Lyle – The Genie


Bobby Lyle – The Genie

È noto a tutti i seguaci della buona musica il fatto che Bobby Lyle sia un pianista polivalente e un tastierista di tutto rispetto. Musicalmente parlando, egli è stato a lungo in bilico tra il jazz tradizionale e le sue più forme commerciali, per poi affermarsi come esponente di rilievo dello smooth jazz contemporaneo più sofisticato. E' cresciuto a Minneapolis e all'età di sei anni ha preso lezioni di pianoforte da sua madre, che era un organista di chiesa. Lyle ha anche suonato il clarinetto per un breve periodo durante la scuola media, prima di passare di nuovo e definitivamente al pianoforte. Bobby considera i pianisti Oscar Peterson, Ahmad Jamal, Bill Evans, Erroll Garner e Art Tatum come le sue prime e più importanti influenze. Di fatto questi artisti senza tempo sono il meglio che il pianismo jazz abbia espresso dal dopo guerra ad oggi. Nel corso degli anni il lavoro di Bobby Lyle è stato tuttavia piuttosto discontinuo. Il pianista e tastierista ha certamente registrato la sua bella collezione di gemme, ma è anche caduto nella trappola della musica commerciale con alcune deludenti uscite, soprattutto negli anni ‘80. Uno degli album più interessanti di Lyle è The Genie, il suo LP di debutto, datato 1977. (Sebbene in Giappone sia uscito nel 1974 un disco praticamente introvabile “Bobby Lyle Plays the GX1”). Prodotto da Wayne Henderson dei Crusaders, questo lavoro è un esempio tipico della funk fusion jazz che imperversava in quegli anni. Un giovane Lyle mostra qui le sue doti di tastierista, lasciando presagire una luminosa carriera. The Genie contiene alcune vere e proprie chicche elettro-funk tra le quali proprio la fantasiosa traccia che da il titolo all’album, illuminata da un bellissimo arrangiamento di fiati e la simpatica e originale "Pisces" con un magnifico uso del piano elettrico da parte di Bobby. E ancora "Mother Nile" fortemente influenzata dall’afro sound, e le super funky “Magic Ride” e “I’m So Glad (And Thankful)”. Vale poi da sola l’ascolto dell’album la fantastica "Night Breeze" (registrata anche da Ronnie Laws negli anni ‘70 ). Il brano, eseguito con un accattivante medio tempo, è ancora attualissimo a distanza di oltre quarant’anni ed è un punto di riferimento imperdibile per qualsiasi musicista che ami il piano elettrico Rhodes. Non tutto su The Genie è puro jazz funk. "You Think Of Her" ad esempio, è un ballata soul romantica dove Lyle si esibisce discretamente anche come cantante. Lyle fa una sporadica escursione nel jazz con un una sua interpretazione per piano solo dello standard "I Didn’t Know What Time It Was" riuscendo così a mostrare tutta la sua maestria di strumentista. In ogni caso i brani di jazz acustico e le deviazioni nel soul non sono certo gli aspetti per le quali The Genie è diventato un album di culto. Sono la jazz fusion strumentale ed il funk i contenuti che hanno reso questo LP l’oggetto di culto di moltissimi appassionati. The Genie resta uno degli album preferiti nell’ambito del jazz elettrico ed anche se non è perfetto ci consegna uno spaccato esaustivo del tipo di musica che attorno alla metà degli anni ’70 ha prodotto innumerevoli capolavori, spesso capaci di influenzare fortemente intere schiere di artisti venuti alla ribalta in seguito.  La registrazione sarebbe stata ancora più forte se Lyle si fosse concentrato sulla musica strumentale, che è in buona misura la sua vera specialità. Tuttavia gran parte di The Genie è eccellente, e ci ricorda quanto valide erano le premesse di Bobby Lyle all’inizio della sua lunga carriera, ma forse ci fa provare un po’ di rammarico per il contributo che questo artista avrebbe potuto dare al jazz e che probabilmente non è riuscito a  esprimere compiutamente.

Dan Siegel - Indigo


Dan Siegel - Indigo

Il pianista e compositore Dan Siegel è un musicista poliedrico e avventuroso. Dopo aver esordito negli anni ’80 con il suo particolare tipo di smooth jazz, ha sperimentato con curiosità e successo vari generi, spaziando tra diversi stili che vanno dalla new age alle colonne sonore per il cinema fino alle sigle televisive. Indigo è il suo 20° album, il primo del decennio (è uscito infatti nel 2014) e propone dieci nuove composizioni che sono state accuratamente arrangiate ed eseguite da un cast stellare di musicisti comprendente il bassista e co-produttore Brian Bromberg, il sassofonista Bob Sheppard, il chitarrista Allen Hinds (Mike Miller su due tracce), il batterista degli Yellowjackets Will Kennedy, il vibrafonista Craig Fundyga e il percussionista Lenny Castro. Due diverse sezioni fiati si alternano su cinque tracce. Il suono di Indigo è subito sorprendente. Registrato dal vivo nello studio casalingo di Bromberg, è un album caldo, ricco, immediato e completo. I brani sono certamente tra i più fantasiosi tra le numerose composizioni di Dan Siegel ascoltate fino ad oggi. Si tratta senza dubbio di jazz contemporaneo suonato in un modo molto diretto, fruibile e sofisticato. Detto questo, la musica di Indigo travalica i confini tra i generi,  comprendendo al suo interno elementi diversi in un contesto più genericamente jazzistico. Si apre con "To Be Continued", un brano intriso di crossover classico contemporaneo, spruzzate di pop, e anche accenni di musica da film. Ma c'è anche un palpabile groove sincopato nell’inventivo assolo del pianista. “Indigo”  inizia con un’atmosfera blues scandita dalle chitarre, mentre il pianoforte di Siegel evoca lo stile di Ray Charles, quasi R & B, ma presto si evolve in altro con l’arrivo del sound dei fiati ed un ritmo in controtempo di taglio funk. La melodia si muove in più direzioni contemporaneamente ed in ultima analisi va ad abbracciare il jazz. In "Beyond" l’interplay tra pianoforte, contrabbasso e chitarre acustiche è elegante, aggraziato, ed emotivamente profondo. “If Ever" contiene un’agile sfumatura latina e un ricco contenuto in termini di ottoni; la sua struttura impeccabile funge da vettore per gli ottimi assoli di Siegel al piano e Sheppard al sax soprano. Il sapore di "Spur Of The Moment” è vagamente R&B, magistralmente compensato da intricati contrappunti jazzistici che a tratti ricordano gli Steely Dan, ma non disdegnano un sano funky groove. "Consider This" è più smooth ed anche più delicata; ricca di feeling e ammantata da un fascino raffinato, con Siegel che aggiunge un organo Hammond B-3 a sostegno del suo pianoforte e le percussioni di Castro che danno un sapore caraibico al pezzo. Il finale è affidato a "Endless" che è anche uno dei momenti più belli di questo album, grazie anche e non certo in piccola parte, al favoloso assolo di basso di Brian Bromberg. Indigo è un gran bel lavoro per un motivatissimo Dan Siegel che, senza soluzione di continuità, propone da 35 anni la sua personale visione musicale del jazz contemporaneo. Si tratta di un album che testimonia la bravura di un musicista all’apice del suo potere creativo.