Seawind - Seawind


Seawind - Seawind

Provate ad immaginare un soggetto musicale di questo genere:  una band hawaiana in grado di sviluppare e proporre da un lato un funk jazz grintoso,  alla maniera dei Tower of Power, dall’altro una bella fusion strumentale arricchita da degli arrangiamenti sofisticati ed accattivanti. I Seawind si adattano perfettamente a questa descrizione, e per questo si sono guadagnati un piccolo ma fedele stuolo di fan. Originariamente chiamato 'Ox', il gruppo di musicisti isolani divenne noto come 'Seawind' nel 1976 quando si trasferì dalle Hawaii a Los Angeles. Il passaggio in terra californiana fu opera, in gran parte, del grande batterista Harvey Mason. Il quale procurò loro anche un ingaggio fisso per suonare al “Baked Potato”, a Studio City,  appena a nord di Hollywood. Harvey Mason si adoperò anche affinchè firmassero un contratto discografico con la CTI, cosa che portò la band a registrare prontamente due album in due anni (nel '76 e '77). Una lunghissima serie di  tour in giro per gli States ritardarono invece l’uscita dei successivi due album fino al 1979 e 1980. Lo scioglimento della band avvenne nel 1982. Nel 2009 con l’uscita dell’album “Reunion” fu sancita la rinascita della band.  I Seawind purtroppo non diventarono mai famosi come era lecito attendersi viste le loro indubbie doti artistiche, ma gli accaniti seguaci che potevano vantare non smisero mai di interessarsene. Anche se il jazz qui è solamente un profumo, una remota fonte d’ispirazione, questo gruppo ha creato comunque una sintesi davvero felice tra funk, pop, fusion e West Coast Music, e di sicuro meritano una riscoperta.  Prodotto dal batterista Harvey Mason nel 1976, Seawind è un superbo esordio discografico, vario, completo ed eclettico come raramente capita nei debutti.  Una parte notevole del suono della band è dettato dal set di fiati  denominato "Seawind Horns" (composto dal trombettista Jerry Hey, dal sassofonista e flautista Kim Hutchcroft, e dall’altro sassofonista, flautista e tastierista Larry Williams), che in seguito si è guadagnato una grandissima reputazione sia in ambito fusion che nel pop. Negli anni hanno fornito arrangiamenti ed accompagnamento per artisti  come gli Earth , Wind & Fire, George Benson, Michael Jackson (Thriller, Off the Wall e Bad), Quincy Jones e Mika. Magnifico è stato poi il lavoro svolto per conto del grande arrangiatore Jay Graydon negli anni ’80, con la creazione di un sound inconfondibile, immediatamente riconoscibile (vedi album di Al Jarreau: This Time, Breakin’ Away, Jarreau). I Seawind avevano (ed hanno ancora) nel loro organico la cantante Pauline Wilson  che si dimostra eccellente nei brani funky come "Make Up Your Mind", "We Got A Way," e "You Gotta Be Willin' To Lose (Part II)". Ma lei è altrettanto espressiva sui numeri più jazz-oriented come "The Devil Is A Liar" e "He Loves You.  L’album è completato da alcuni brani strumentali di jazz fusion molto belli come "Roadways (Parts I & II)" e "Praise (Part I)". L’edizione Giapponese di Seawind contempla anche due bonus track: “Can't Wait” che è un medio tempo funkeggiante e il lento e romantico “Please Say Yes”. La particolare combinazione musicale dei Seawind li portò ad un discreto successo sulle radio FM americane senza tuttavia riuscire a sfondare su quelle di matrice più black. Inoltre non incontrarono mai, come è facile intuire, i favori della comunità jazz più purista. Era un sound forse un po’ troppo commerciale anche se, in questo caso, il termine commerciale non va inteso in senso dispregiativo. Riascoltato al giorno d’oggi, se ne può forse apprezzare pienamente il valore e la grande godibilità. Nel 1976 i Seawind erano perfettamente consapevoli di quello che stavano facendo, la loro ricetta era solare e positiva, la loro visione della musica virava più sui colori tropicali e sul divertimento che verso le atmosfere più seriose imperanti attorno alla metà degli anni ‘70. In fondo sono collocabili a buon diritto in quella corrente che era più vicina alla fusion nel contesto della grande famiglia della West Coast Music. Vale la pena di possedere tutti gli album dei Seawind, o quanto meno di dedicarvi almeno un ascolto. Questo debutto però è senza dubbio la loro registrazione più importante ed è a mio parere imperdibile.

Stefano Torossi - Feelings

Stefano Torossi - Feelings

Chi è Stefano Torossi ? Vediamo di fare luce su questo musicista italiano davvero oscuro ma dotato di un grande talento compositivo. Classe 1938, ha effettuato studi classici di contrabbasso al conservatorio di Roma. Dal 1957 al 1959, grazie ad una borsa di studio, si è trasferito negli Stati Uniti, dove ha  studiato presso il Williams College di Williamstown, in Massachusetts e la Brandeis University a Boston. Tornato in Italia, si è iscritto alla SIAE, è entrato nel gruppo The Flippers e con loro ha suonato il contrabbasso dal 1959 al 1961. Dopo aver abbandonato il complesso, ha iniziato l'attività di compositore per la RAI e per il cinema, scrivendo numerosi commenti sonori e musicali per rubriche, filmati e documentari di ogni genere. Ha scritto anche canzoni per altri artisti e come musicista ha realizzato molti dischi di musica strumentale: tra questi il più memorabile,  quello che è diventato un vero cult è l'album Feelings. Nella ristampa dell’etichetta Easy Tempo è stato distribuito con una copertina psichedelica piena di colori che ben ne rappresenta il contenuto musicale, che è un originale connubio tra la musica psichedelica  degli anni '60, il funky in stile Motown e il sound delle colonne sonore dei film polizieschi. Feelings è un capolavoro della scena italiana degli anni '70: il maestro Torossi concepì nel 1974 questa straordinaria proposta funky jazz corredata da un grandioso mix di archi, fiati e sostenuta dalla più classica e tradizionale delle strumentazioni elettriche (piano elettrico, basso e batteria).  Il risultato è una registrazione  così ricca di groove che può rivaleggiare tranquillamente con i migliori lavori made in USA. Un sound intriso di vibrazioni blaxploitation, una library music sexy ed avvolgente dove la vera protagonista è l’orchestra, che davvero riesce a colpire le corde giuste per ammaliare ed ipnotizzare l’ascoltatore.  Ciò non toglie che anche gli strumenti solisti possano avere il loro spazio e ritagliarsi momenti di esaltante protagonismo.  Come ha detto di recente lo stesso Torossi,  l'album "è stato interpretato solo da musicisti di studio ... i migliori che abbiamo trovato in quel momento, ed i risultati si sentono". L'album vede la partecipazione di Sandro Brugnolini, Giancarlo Gazzani, Puccio Roelens e Stefano Torossi stesso. Se arrivati a questo punto vi state giustamente chiedendo cos’è la library music di cui prima ho parlato, provo a rispondervi per sommi capi e senza addentrarmi nei complicatissimi distinguo che pure andrebbero fatti. Prendete le musiche «di servizio» che trovate in documentari, notiziari, sceneggiati radio, film TV, e via di questo passo. Ecco, quella è library music ovvero, per dirla all’italiana, musica per sonorizzazioni. La differenza con le «colonne sonore» vere e proprie è sottile, addirittura risibile in taluni casi. Esponenti della library music furono Ennio Morricone e Piero Umiliani, giusto per fare due nomi… Una curiosità su questo album è che fu pubblicato inizialmente sotto gli pseudonimi di Jay Richford e Gary Stevan, una scelta necessaria dettata da vincoli contrattuali che impedivano ai due veri protagonisti ed autori, Brugnolini e Torossi, di comparire in altre produzioni discografiche. Il susseguirsi delle dieci tracce è un piacere ed una scoperta continua. La musica scorre meravigliosamente fluida, ora frenetica e nervosa, ora malinconica e dolce. Impossibile non ripensare agli anni ’70, alle commedie sexy, ai polizieschi all’italiana, alle immagini in bianco e nero della televisione, allo stadio di San Siro avvolto nella nebbia o ad una Roma senza traffico e ancora bellissima. E mille altre ricordi che ognuno di noi vedrà emergere dalla propria memoria trascinati allo scoperto dal potere di suggestione di questa gemma musicale. Definitela come volete: jazz funk, lounge o library music:questo è un disco particolare, diverso, unico: è un ascolto che consiglio a tutti.

Bob Mamet - Adventures In Jazz


Bob Mamet - Adventures In Jazz

Nativo di Chicago, Bob Mamet ha iniziato a suonare il pianoforte all'età di cinque anni, ma era ben lungi dall'essere l'unico membro della sua famiglia dotato di talento creativo. Suo fratello, David Mamet, è un drammaturgo e sceneggiatore ben noto; un altro fratello, Tony, è un musicista rock; e la sorella, Lynn, è una sceneggiatrice anche lei. Dopo gli studi universitari ha suonato professionalmente con una band fusion, i Panacea, poi ha deciso di concentrarsi sulla carriera di compositore, scrivendo le musiche per spettacoli televisivi e spot pubblicitari. Ha anche composto colonne sonore per numerosi film. Infine nei primi anni '90, Mamet ha spostato la sua attenzione sullo smooth jazz, sia come solista che come session man per i sassofonisti Gerald Albright e Eric Marienthal. Nel 1997 arriva la collaborazione con il famoso e già affermato collega pianista David Benoit che affianca Mamet nella produzione di questo Adventures In Jazz. Caratterizzato da melodie accattivanti e da arrangiamenti molto diretti e semplici, i contenuti di questo album devono aver ricordato a Benoit i primi tempi della sua stessa carriera, e la cosa non sorprende visto che lo stile dell’emergente allievo Bob Mamet ricorda moltissimo quello del suo mentore. Al centro della scena oltre al pianoforte c’è il sax di Eric Marienthal con il suo tono confidenziale e dolce come si ascolta sulla title track o  sulla bella “Conversation At 29 st.” La partecipazione di David Benoit non si limita alla produzione ma si palesa anche negli interventi ai synth, che non fanno altro che sottolineare le malinconiche riflessioni pianistiche di Mamet. Certo si può disquisire sulle somiglianze stilistiche trai due, ma per fortuna,  nel seguire le orme di uno dei migliori come Benoit, Mamet dimostra di essere un magistrale pianista e un abile compositore. E lo è sia nel jazz che nelle divagazioni più pop.  Il titolo dell’album “Adventures In jazz” sembra tuttavia abbastanza ingannevole, dato che le prime otto tracce sono facilmente collocabili in un contesto tipicamente circoscritto allo smooth jazz. Quindi si parla di pezzi fluidi, morbidi, sofisticati ma orecchiabili e molto adatti alle radio fm. Tutto cambia quando si arriva alla coppia di brani consecutivi "Six Stories 1-3" e "Six Stories 4-6", in cui Mamet vira decisamente su un jazz contemporaneo di ben altra fattura, utilizzando il bassista Derrick Murdock e il batterista Johnny Friday per dare respiro ad un colorato trio acustico. Una dimostrazione di talento che lascia intravedere grandi potenzialità.  Non manca un pezzo per piano solo come "Nightsong" che sconfina nelle eteree e delicate atmosfere della new age. Attingendo stilisticamente sia al pianismo jazz classico che a quello contemporaneo e creando melodie piuttosto facili ed orecchiabili, Bob Mamet ha attirato una platea decisamente vasta di ascoltatori, principalmente appassionati di smooth jazz. E’ di sicuro un compositore brillante che dà ai suoi collaboratori un terreno musicale intelligente, riflessivo, e vibrante in cui lavorare. Certo, non si può negare che Mamet prenda spunto da altri pianisti più rinomati di lui,  ma lo fa in un modo così piacevole e raffinato che questo Adventures In Jazz alla fine risulta una delle realtà discografiche più gradevoli della fine degli anni novanta.

Gerry Mulligan - The Complete Pacific Jazz Recordings With Chet Baker


Gerry Mulligan - The Complete Pacific Jazz Recordings With Chet Baker

Gerry Mulligan è stato uno dei grandi maestri del jazz e senza dubbio il più famoso tra gli specialisti dell’affascinante sax baritono. Un gigante quindi, un personaggio storico e musicalmente molto influente. Mulligan fu un vero rivoluzionario, riuscì a dare una luce nuova al baritono, utilizzato fino ad allora solo come "colore" nella sezione dei sassofoni, facendolo assurgere a vero e proprio strumento solista. Ogni musicista che collaborò con questo genio ha qualcosa di speciale da raccontare su di lui e la cosa ancor più interessante è che sembra che Gerry Mulligan detenga il primato di collaborazioni con i più svariati artisti. Ha suonato infatti, come solista o sideman con quasi tutti i grandi del suo tempo: Paul Desmond, Duke Ellington, Chet Baker, Ben Webster, Johnny Hodges, Billie Holiday, Stan Getz, Thelonious Monk, Quincy Jones, Miles Davis, Astor Piazzolla, Count Basie, Dave Brubeck e perfino Charles Mingus. Sposato con un italiana, conosciuta al “Capolinea” di Milano, visse a lungo nel capoluogo lombardo dove negli anni cinquanta appariva spesso all'improvviso nei jazz club e cominciava ad improvvisare con i musicisti che incontrava, così per il semplice gusto di partecipare ad una jam session. La componente umana era per Mulligan dunque estremamente importante. Trattava i suoi collaboratori, quando si dimostravano all'altezza, quasi come membri della famiglia e li spronava a fare sempre meglio. Era davvero quello che si può considerare un maestro. Mulligan era alla costante ricerca del proprio miglioramento, per questo aveva bisogno di fondersi, umanamente e musicalmente, con i maggiori esponenti del jazz e non solo. Perciò aveva rapporti di amicizia con moltissimi di loro e non disdegnava di suonare con musicisti non troppo affermati del panorama internazionale. Mulligan fu un protagonista assoluto della corrente cool fin dai primi tempi. È importantissima la sua partecipazione  come compositore, arrangiatore e strumentista (6 brani su 9 sono sue composizioni) al celebre nonetto di Miles Davis, ai cui concerti, documentati dal famoso disco "Birth of the Cool" del 1949, si fa generalmente risalire la nascita del movimento. Questa impronta stilistica rimarrà poi sempre presente nelle improvvisazioni e nelle composizioni di Mulligan, che non se ne allontanò mai troppo, malgrado l'avvicendarsi di nuove tendenze nel panorama jazzistico. Il quartetto privo di pianoforte di Gerry Mulligan del 1952 / 1953 con l’amico trombettista Chet Baker è stato uno dei gruppi più popolari del periodo e una delle forze più influenti del West Coast Jazz. Gerry perfezionò l’interazione con Chet Baker guardando indietro verso l'improvvisazione collettiva del Dixieland ma reinterpretandola con armonie ed arrangiamenti moderni e rivoluzionari. il pianoforte fino al quel momento veniva usato nelle band per tenere l'armonia di fondo. Batteria, contrabbasso e piano costituivano quindi la spina dorsale di un gruppo jazz, ma Mulligan e Baker decisero di fare a meno del pianoforte in un gioco sottilissimo di armonie, di frasi che si scavalcano in continuazione e momenti di incontro unici, tanto da non far sentire affatto la mancanza di uno strumento d'armonia. La formazione durò però poco tempo interrotta dalle continue liti fra i due e soprattutto dall'arresto per uso di sostanze stupefacenti di Gerry Mulligan, che se la cavò con tre mesi di reclusione ritrovando all'uscita, con grande sorpresa, l'amico Baker divenuto famoso per le proprie doti canore. Questo è un box di quattro album che raccolgono proprio le registrazioni dello storico quartetto di Mulligan nel suo periodo iniziale, quando il genio di New York stava gradualmente formando il suo gruppo senza pianoforte (per la verità utilizzando in due tracce anche un pianista: Jimmie Rowles). Al suo interno troviamo anche alcune sessioni dal vivo in cui il sax alto di Lee Konitz faceva diventare la band un quintetto ed anche il brano di grande successo "My Funny Valentine". Da notare che nonostante entrambi i musicisti siano rimasti attivi per oltre 30 anni,  Mulligan e Baker dopo queste storiche incisioni, si riunirono solo un’altra volta in occasione di un concerto alla Carnegie Hall, nel 1970, pubblicato  dalla CTI.  La musica che si ascolta in queste registrazioni di oltre sessant’anni fa è sempre deliziosa, affascinante, misurata e raffinatissima. Per tutte le quattro ore e quarantuno minuti di durata dell’intera raccolta si respira un’atmosfera di grandissima classe ed per questo che nel termine “cool”, che caratterizza lo stile di Mulligan, va letto il vero significato di “giusto e rilassato” e non quello più comunemente diffuso di “freddo”.  Quello che deve essere rimarcato è che Mulligan pensava soprattutto a suonare, suonare e ancora suonare, o per essere più precisi, ad esprimersi musicalmente, trasformando le sue note in frasi artistiche di grande impatto emotivo. Sono ben ottandue (82 !) i brani presenti nel set, tra i quali anche moltissimi standards:  uno spaccato estremamente  esaustivo su uno dei sodalizi più significativi che il jazz abbia conosciuto, quello tra il genio di Gerry Mulligan e la sensibilità artistica di un altro grande come Chet Baker. Imperdibile.

George Braith - Extension


George Braith - Extension

George Braith è un sassofonista nativo di New York, noto per la sua capacità di suonare due strumenti contemporaneamente, in modo analogo a quello sperimentato per primo dal maestro Roland Kirk. Ha anche inventato il Braithophone:  una singolare combinazione di sax alto e sax soprano uniti insieme da connessioni, valvole ed estensioni. Braith è attivo fin dai primi anni ’60 e come musicista è saldamente ancorato ad uno stile hard bop con profonde radici nel soul-jazz.  Extension del 1965, è il suo terzo album ed è stato registrato con il supporto di Billy Gardner all’organo, Grant Green alla chitarra e Clarence Johnston alla batteria, ovvero il classico combo che caratterizza il soul jazz groove. E’ in questo lavoro che George Braith estende al massimo l’idea di suonare più ance contemporaneamente, facendo di Extension la sua opera più significativa ed importante e dell’originalità della sua tecnica strumentale un vero e proprio marchio di fabbrica. Braith si spinge nell’esplorazione delle zone più estreme della sua musica e pur restando fedele ai canoni del soul jazz si avventura felicemente in un ambito più complesso ed articolato con risultati senza dubbio gratificanti. Le sue composizioni risultano pienamente compiute attraverso una sapiente esposizione melodica, stratificata e complessa quanto basta per offrire a se stesso e a due pilastri come Grant Green e Billy Gardner il più favorevole dei background di opportunità solistiche. Quando Braith si propone con la tecnica del doppio sax, come ad esempio nella title track “Extension”,  ci troviamo di fronte ad un sound impressionante, quasi ultra terreno, che ben si adatta a questo tipo di avventurosa ricerca musicale. Lo standard "Ev'ry Time We Say Goodbye" di Cole Porter suona forse un pochino più goffo attraverso la voce sdoppiata delle due ance insieme e tuttavia anche questo numero è valorizzato da degli ottimi assoli. Ma va detto, ad onor del vero, che il quartetto da il meglio di se nelle composizioni originali, mettendo in mostra nei cinque brani composti dal polistrumentista di New York un invidiabile interplay nonché una perfetta coesione di gruppo. “Nut City” è un esempio perfetto: ritmo veloce, l’azione dell’organo che recita la doppia parte del basso e dell’armonia e ovviamente il sax del leader che si prende con autorità il suo assolo, senza tralasciare di proporre nell’intro e nel finale la strabiliante tecnica del doppio sax. “Ethilyn’s Love” ci riporta nella classica e calda atmosfera delle ballads, mentre Braith usa il suo tenore sulla vena di Ben Webster e Coleman Hawkins.  Approccio nervoso e muscolare per “Out There” che scatta, si ferma e riparte  complessa e frenetica come richiesto dallo stile hard bop . Certo è inevitabile fare accostamenti con Rahsaan Roland Kirk, però un confronto diretto non è nemmeno onesto, in quanto il maestro Kirk davvero non ha paragoni. Alla circolarità ed alla tecnica di respirazione che arrivarono a vette mai più eguagliate, Braith risponde con il suono dei suoi due sax strettamente allineato, unisono eppure stranamente dissonante. In alcuni momenti l’album diventa più rilassato e rassicurante, ma il senso di mistero insito in una tecnica così particolare è sempre presente. Extension è il punto più alto della carriera di George Braith, senza dubbio il suo personale capolavoro. Ritengo che per gli appassionati sia un aggiunta necessaria in una collezione di jazz che ambisca ad essere un minimo completa. Per tutti gli altri ascoltatori può invece rappresentare una stimolante curiosità, in grado di suggerire spunti e suggestioni molto interessanti.

Azymuth - Azymuth


Azymuth - Azymuth

E' certo che in Brasile, prima del 1975, ci siano state altre band e altri album di jazz-funk che offrivano più o meno gli stessi contenuti degli Azymuth, nessuno di questi era però altrettanto vario e composito quanto il loro storico debutto discografico. Uno strano e particolare mix di psichedelia tropicale, funk,  jazz, musica popolare brasiliana,  samba, e disco che i membri della band soprannominarono "samba doido ", che si traduce come "samba pazza". Gli Azymuth si erano formati come trio nel 1973 con José Roberto Bertrami (tastiere), Alex Malheiros (basso, chitarra), e Ivan Conti (batteria, percussioni): la stessa formazione che li contraddistinguerà per tutta la loro lunghissima carriera (tuttora in corso). Tutti e tre erano stati session man molto attivi negli anni ‘60. Dopo aver suonato in alcune esibizioni live ed aver svolto un’intensa attività di supporto di altri musicisti sia sul palco che in studio, gli Azymuth hanno iniziato la registrazione del loro primo album omonimo nel 1974, completandolo nove mesi più tardi, sarà solo il primo di una lunghissima serie. Il lavoro, vista la premessa, appare fresco, spontaneo e ricco di suggestioni e si articola su dieci tracce piuttosto eterogenee.  La registrazione comincia morbida e delicata sul sognante "Linha do Horizonte", dove il piano elettrico, gli archi synth più il sintetizzatore Moog, la chitarra acustica, la batteria, e il basso  fretless forniscono il giusto contesto a Bertrami per intonare languidamente la bella melodia di Paulo Sergio. Esordio felice dunque, ma questa è solo una piccola parte di ciò che gli Azymuth propongono in questo album. "Melo Dos Dois Bicudos",  che è stato usato da decine di dj per animare le piste da ballo,  è contemporaneamente nervosa e marziale,  è funky samba brasiliano al suo meglio. Ritorno all’atmosfera eterea sul dolce "Brasil", però il groove c’è ed è influenzato non solo dalla jazz bossa brasiliana dei sessanta, ma anche da certo soul-jazz stile Crusaders. "Seems Like This " è invece un ipnotico jazz-funk con le tastiere insinuanti di José Roberto Bertrami, una linea di basso molto incisiva di Alex  Malheiros, e l’esplosivo mix di percussioni di Ivan Conti: come mischiare in parti uguali la disco-soul e il samba psichedelico. "Estrada Dos Deuses" viene introdotta da un synth che suggerisce i suoni che verranno negli anni successivi, per poi lasciare spazio al Rhodes come sempre molto intrigante. Le due tracce finali  sono diventate dei classici che i dj di tutto il mondo non hanno mancato di utilizzare a piene mani per il loro campionamenti. "Manha"  è molto brasilianeggiante ma anche sufficientemente jazz nelle parti di piano elettrico da renderla un brano davvero contagioso. "Periscopio" è invece sette minuti e mezzo di puro funky groove. Il ritmo accellera e rallenta, tutto si arrotola attorno all'ascoltatore come un serpente che non lascia la presa fino a quando un organo irrompe acidissimo. Un riff di clavinet, le percussioni etniche e la batteria funky riconsegnano in ultimo lo stesso organo e la classica linea di basso al finale. Nel corso degli anni gli Azimuth produrranno molti altri bellissimi album, sempre fedeli alla loro formula, sempre coerenti con la filosofia del “samba pazzo”, diventando sempre più raffinati senza mai dimenticare le loro origini. Dagli anni ’80 otterranno anche un discreto successo internazionale culminato con il brano “Jazz Carnival” che fu per anni la sigla del programma televisivo di Rai 2 Mixer . In ogni caso questo loro debutto del 1975, nella sua scarna essenzialità, pur con le ingenuità che le opere prime si portano sempre dietro, si pone come una pietra miliare ed un punto fermo nella storia della band ed è quindi un ascolto caldamente consigliato.

Yuji Toriyama – Silver Shoes


Yuji Toriyama – Silver Shoes

È risaputo che i Giapponesi nutrono una grande passione per la musica. E sono molti gli artisti di livello internazionale che la terra del Sol Levante ha dato al jazz e soprattutto alla fusion. La loro notorietà è tuttavia piuttosto limitata e spesso la critica (ma anche il pubblico) hanno guardato con troppa sufficienza al fenomeno del jazz nipponico probabilmente a causa di una diffusa mancanza di vera originalità.  Un atteggiamento sbagliato che è condivisibile solo in parte: è vero che molta produzione manca di una sua peculiarità ma dal Giappone è arrivata anche della buona musica, bisogna solo saperla cercare. Casiopea, Sadao Watanabe, Kazumi Watanabe, Stomu Yamash’ta  sono solo alcuni tra i più rinomati artisti giapponesi (Ryuichi Sakamoto non l’ho inserito perché considero il suo genio “fuori quota”). In ogni caso, andando a scavare con più attenzione si possono scoprire altri nomi molto interessanti, tra questi ad esempio c’è il chitarrista e compositore Yuji Toriyama. Nato nel 1958, ha iniziato la carriera auto-producendosi il primo album nel 1981 e dopo questo debutto ne sono seguiti molti altri, tutti collocabili nel genere fusion.  Parallelamente Yuji Toriyama si è dedicato alla composizione di colonne sonore per video games e film animati. (Final Fantasy XII, Street Fighter II). Come chitarrista è dotato di una buonissima tecnica e di un suono che possiede una sua personalità, anche se, come vedremo, l’influenza dei grandi esponenti del movimento chitarristico internazionale ne hanno marcato fortemente la produzione. La sua è una fusion solare, molto orecchiabile ed il feeling che emana è riconducibile al sound del famoso gruppo di suoi connazionali Casiopea.  Silver Shoes è il suo secondo album: pubblicato nel 1982, è totalmente strumentale, registrato con il supporto di una band che di nipponico non ha proprio nulla. Si tratta di Neil Larsen (tastiere), Buzz Feiten (chitarra), Art Rodriguez (batteria), Jimmy Haslip (basso) e Lenny Castro (percussioni). La produzione è affidata allo stesso Yuji Toriyama e a Neil Larsen, la cui mano è chiaramente avvertibile e fa sì che a tratti il sound assomigli a quello della sua propria band di fusion: gli americani Full Moon.  Il disco è quasi tutto incentrato sulla chitarra del leader che con grande impegno e passione si prende carico del suo ruolo di solista sciorinando assoli  in lungo e in largo e sostenendo al contempo anche le principali  linee melodiche. Il sound viene di tanto in tanto diversificato dagli interventi puntuali delle tipiche e molto riconoscibili tastiere di Neil Larsen ma non solo, visto che anche il formidabile Buzz Feiten duella con il collega nipponico per arricchire ulteriormente la proposta musicale. Dal punto di vista ritmico l’album è estremamente vivace, praticamente tutto giocato su tempi veloci che danno una grande sensazione di dinamismo ed energia. Un effetto che trovo davvero piacevole e che a mio parere rende l’atmosfera generale simpatica e brillante. Siamo nel 1982, un’epoca di ottimismo e benessere: la fusion di quel periodo sembrava abbeverarsi di questa positività e Yuji Toriyama non si sottrae certo alla tendenza. Certo Silver Shoes è forse anche troppo “leggero” ed autenticamente ingenuo, tuttavia non è nemmeno  così privo di spessore e di un minimo di sostanza.  Ovviamente, tra echi di un Lee Ritenour, l’ombra di un Larry Carlton, il fantasma di un Hiram Bullock, più qualche altra mezza dozzina di “già sentito” chitarristici, l’album non brilla per originalità, tuttavia l’ascolto resta scorrevole per tutta la sua durata e non mancano momenti di pregio. In un alternarsi di ritmi latineggianti,  spunti a tratti jazzistici e fusion a palate,  “Area Code 213”, “S.O.B.A.”, “Miles Away” e “Secret #36” sono i brani più interessanti. In generale il supporto della band americana è di primo livello in ognuna delle otto tracce presenti su Silver Shoes e spesso si ha quasi l’impressione di ascoltare un disco del premiato duo Larsen e Feiten, il che è chiaramente un punto di forza di questa produzione.  Silver Shoes è un album indirizzato in particolare agli amanti della chitarra elettrica e naturalmente ai cultori della fusion più classica. Qui non si possono trovare impennate di creatività o sperimentalismi d’avanguardia;  solo una quarantina di minuti di sincera e sofisticata musica di intrattenimento, molto diretta, piuttosto orecchiabile e quasi sempre contagiosa. Per i capolavori rivolgersi altrove ma per dare una sferzata al vostro viaggio in automobile o per liberare la mente da stress e impegni, ascoltate tranquillamente  Yuji Toriyama,  sarà un’esperienza piacevole.

Mike Mainieri - Wanderlust


Mike Mainieri - Wanderlust

Continuando ad esplorare il mondo del vibrafono non posso non soffermarmi a parlare anche di uno specialista di grande talento e dai tratti artistici molto originali come Mike Mainieri  La sua diversificata e prolifica carriera parla da sola, così come la sua  eccelsa sensibilità esecutiva. Va detto in primo luogo che ha iniziato a suonare il vibrafono professionalmente all'età di 14 anni andando in tour con Paul Whiteman in un trio jazz chiamato Two Kings and One Queen. Si è poi esibito  con la band di Buddy Rich per un lungo periodo (dal 1956 al 1963) ed è quindi diventato un turnista molto richiesto,  apparendo in moltissimi dischi pop. Nel jazz Mainieri ha avuto la possibilità di lavorare con Benny Goodman, Coleman Hawkins e Wes Montgomery tra molti altri. All’inizio degli anni ’70  ha creato un collettivo di giovani talenti chiamato White Elephant che comprendeva i Brecker Brothers ed altri musicisti di studio che in seguito avrebbero raggiunto la notorietà. Infine nel 1979, ha formato il gruppo fusion Steps Ahead composto da alcune star internazionali del calibro di Mike Brecker, Don Grolnick, Eddie Gomez e Steve Gadd. Gli Steps hanno avuto negli anni  numerose reincarnazioni con una grande rotazione di artisti, rigorosamente di grande spessore. Curiosa ma interessante anche la sua collaborazione con i Dire Straits e con Pino Daniele.  E’ stato tra i primi a suonare il vibrafono elettronico o synth vibe.  Wanderlust è uscito nel 1981, il momento d’oro della fusion più aristocratica, quella contrassegnata da una particolare confidenza con il jazz ed è uno dei suoi lavori da solista più riusciti. Si tratta di un set che ha dei contorni più cupi rispetto ad alcuni dei suoi precedenti album, ma il caldo tocco del vibrafono del maestro Mainieri non viene mai a mancare così come la sua perfetta tecnica strumentale. L’album è ricco di contenuti musicali e spunti diversificati,  a volte anche difficili eppure mai davvero ostici.  Un lavoro curatissimo dove l’equilibrio compositivo e la ricerca timbrica sono uniti in una formula assai suggestiva, alternando brani di grande respiro ad assoli carichi di tensione. Wanderlust ripropone la tendenza di Mainieri a suonare i temi delle composizioni in simbiosi perfetta col sax di Michael Brecker ed a creare i corretti spazi per i suoi assoli nel contesto della partecipazione corale di tutti gli altri musicisti. Gli amici Steps Ahead innanzitutto: Michael Brecker, Peter Erskine e Warren Bernhardt . Un giovanissimo Marcus Miller già impegnato con la band di Miles Davis, Don Grolnick  e il percussionista Sammy Figueroa.  Le tracce sono gradevoli, fluide, misurate e incredibilmente fresche.  Alcuni brani sono composti con la volontà di spingersi fino ai confini estremi della fusion allontanandosi così dal jazz, ma mai in modo da risultare sgradevole. Si va dalla ritmata “Bullet Train” con il suo sapore brasiliano e funky insieme, alla world music jazzata di una lunghissima “Bamboo” ipnotica e circolare. Troviamo “Flying Colours” dai toni jazzistici più marcati o ancora un brano rilassato in stile quasi new age come “L’Image”. In un sapiente gioco di alternanze arriva “Pep’s” che scava più di altri nella tradizione, mettendoci un po’ di blues in un atmosfera noir e sensuale. Orgia elettronica in “Crossed Wires”, enigmatica e quasi progressive, in quello che probabilmente è il momento meno felice dell’intero album. Un momento romantico come “Sarah’s Touch” non poteva mancare, la bella melodia è scandita dal sax di Brecker e poi magnificamente esposta in molte variazioni dal vibrafono del leader. Chiude i giochi l’inusuale e riflessiva “Wanderlust”, un numero di Mike Mainieri suonato in perfetta solitudine tra echi e riverberi, quasi a voler suggerire un viaggio onirico nelle possibilità espressive del vibrafono. Mainieri, con Wanderlust, ha confezionato un album eccellente, vario e stimolante, nonché meravigliosamente suonato da tutti i musicisti coinvolti nel progetto. Il vibrafonista mette in mostra una assoluta padronanza strumentale, abbondanti dosi di buon gusto ed equilibrio e la sapienza di sapersi districare nella complessità della sua stessa musica con grande naturalezza e competenza.

Al Jarreau – We Got By


Al Jarreau – We Got By

Al Jarreau possiede uno stile vocale unico: è da considerare uno dei tesori più preziosi del jazz. Le sue innovative acrobazie musicali fanno di lui uno degli artisti più interessanti ed acclamati dalla critica e dal pubblico del nostro tempo. Cinque Grammy Awards, decine di premi musicali internazionali e riconoscimenti in tutto il mondo oltre ad una serie impressionante di successi discografici lo hanno reso assai popolare. Non è sorprendente che Al abbia via via perfezionato la sua tecnica fino a  raggiungere quello stato dell’arte che è per tutti un punto di riferimento inimitabile. Un uomo abituato a primeggiare in nostro Al: nella scuola, nello sport e poi nell’arte. L'album We Got By è l’essenza della vera anima di Jarreau. Qui c’è  l'artista, ci sono le sue canzoni e c’è, nuda e cruda, la sua magica voce. La sua voce, appunto: non ancora influenzata dal successo, non già limitata dalle pressioni delle etichette discografiche pop e r&b, per il momento nemmeno caricata di grandiosi arrangiamenti, un vero strumento tra gli strumenti. We Got By è infatti il meno strutturato, il più diretto, il più melodicamente vario e  quello mediamente più orientato al jazz tra tutti i suoi lavori E’ forse il suo album che preferisco (escludendo quell’autentico capolavoro che è Jarreau del 1983). Poichè nasce meno commerciale di altre proposte di Al, il suono di We Got By rientra in una dimensione quasi “senza tempo” rispetto agli album successivi. Questo è un disco che potrebbe essere stato registrato da poco tempo (ma è del 1975) e se così fosse, sarebbe stato ben accolto dalla critica come un ritorno alle radici jazz / blues / gospel. Autentico, sincero e pieno di sentimento. Se qualcuno pensa che Al Jarreau sia solo  una meravigliosa voce dietro a tanti successi oppure la ciliegina sulla torta per le produzioni urban jazz-pop del pur bravissimo Jay Graydon, We Got By è un buon punto di partenza per farsi una opinione diversa. Al ha scritto tutte le canzoni di questo album e presentato delle storie che raccontano genuinamente l'amore e la quotidianità della vita. I testi sono a volte struggenti, a volte divertenti e abbastanza spesso non dipendono solo dalla scelta delle parole, ma anche dalle stesse intonazioni vocali di Al. Ogni occasione viene sfruttata per mostrare le sue impressionanti doti di cantante: a tratti è tradizionale, in altre circostanze mostra il suo personale ed unico stile. “Spirit”, "You Don’t See Me", "Letter Perfect", il fantastico "Sweet Potato Pie" e "Raggedy Ann" sono la vetrina del perfetto lavoro svolto da Al in ambito jazz-funk: brani con potenti linee di basso, piano elettrico e fiati che potrebbero essere quelli di James Brown o Sly Stone. Il funk è solo una parte di questa eterogenea raccolta di canzoni, ma va detto che quello che di questo stile emerge qui è assolutamente degno di nota. Canzoni come “We Got By”, "Lock All The Gates", "Susan’s Song" e "Alladin’s Lamp" mostrano invece l’altra faccia della medaglia dell’artista di Milwaukee: quella di un Al Jarreau molto più intimista, sostenuto garbatamente dalle note di un pianoforte e con un tono inaspettatamente cupo e spirituale. Su tutto si staglia la sua incredibile voce, un sorprendente otto volante fatto di bassi profondi che in un attimo possono arrivare agli acuti estremi con grande naturalezza; a questo si unisce una espressività ed una intonazione di rara bellezza. Anche se in seguito la sua musica è diventata molto più morbida e sicuramente più commerciale, ciò che Al Jarreau ha registrato da questo punto fino a metà degli anni '80 è stato sicuramente di grande impatto ed ha lasciato un segno importante nella musica. Su We Got By tutto scorre meravigliosamente fluido e vitale e alla fine lascia un messaggio positivo utile per arricchire ed illuminare di ottimismo chiunque lo ascolti.  Di sicuro è un’imperdibile testimonianza del grande talento di quel fantastico personaggio che risponde al nome di Al Jarreau.

Patrice Rushen – Prelusion / Before The Dawn


Patrice Rushen – Prelusion / Before The Dawn

Considerata una delle migliori pianiste jazz del mondo, Patrice Rushen ha suonato e prodotto musica per moltissimi artisti di fama mondiale come Stevie Wonder, Herbie Hancock, Prince, George Benson, Dianne Reeves solo per citarne alcuni. Ha partecipato ai più prestigiosi festival jazz in giro per il mondo ed ha inoltre organizzato e diretto eventi musicali di ogni tipo, oltre ad aver raccolto un’impressionante numero di riconoscimenti e premi. Patrice si è formata attraverso lo studio della musica classica, ma giovanissima è rimasta folgorata dal jazz che è diventato il suo vero riferimento e la sua grande passione per almeno parte (la prima) della sua lunga carriera. La Rushen ha debuttato discograficamente all'età di vent’anni per l’etichetta Prestige, lavorando con il  grande sassofonista Joe Henderson. Nonostante il primo amore fosse il jazz, analogamente ai suoi contemporanei George Duke e George Benson, Patrice Rushen ha compiuto però, ad un certo punto del suo cammino artistico, un importante passaggio dal serio e rispettato jazz ad un approccio diretto alla fusion prima, per poi addirittura abbracciare l’r&b e la disco. Ed ecco che, una tastierista incredibilmente talentuosa, con una voce un po’ limitata ma dolce e gradevole, nel giro di pochi anni, è riuscita a piazzare i suoi spensierati e sofisticati singoli di successo in cima a tutte le classifiche internazionali. Il più famoso di questi è stato “Forget Me Nots” che nel 1982 è diventato una delle hit più suonate dalle radio. Patrice Rushen ha continuato a pubblicare album r&b anche in seguito, in qualche caso con un maggiore tasso di impegno ed una maggiore vicinanza con la funk più impegnato in altre situazioni restando ben ancorata alla musica più facile. In realtà non ha mai completamente dimenticato il mondo del jazz, collaborando a più riprese con grandi esponenti di questo genere o creando piccoli gruppi come ad esempio “The Meeting” che pur, suonando musica parzialmente contaminata, restavano impegnati. Questo cd riunisce in un unico album le prime due registrazioni di Patrice Rushen come leader. Prelusion uscì nel 1974 e Before The Dawn nel 1975. I due lavori ci rivelano che la Rushen aveva effettivamente un grande potenziale per il futuro, una promessa che fu purtroppo disattesa, almeno per quello che riguarda il mondo del jazz, dato che la ragazza come detto si lanciò ben presto nel prosperoso mare della musica commerciale. I due dischi dell’esordio sono molto belli: la musica è essenzialmente un avanzato hard bop elettrico con dei sapienti tocchi di fusion, non c’è quasi alcuna indulgenza verso il soul o il pop, poiché evidentemente, a metà degli anni ’70, la ragazza era ancora lontana dalle tentazioni da hit parade. Infatti le composizioni sono piuttosto complesse ed articolate, mediamente molto lunghe, sorprendentemente mature per una musicista di soli vent’anni. La pianista si esibisce indifferentemente sia al piano elettrico sia su quello acustico. Certamente Patrice suona ispirandosi al maestro Herbie Hancock ma lo fa mettendo in mostra una grande personalità ed anche una certa dose di originalità. Su Prelusion, il più jazzistico dei due album, ad accompagnare la Rushen è un settetto che comprende il sassofonista Joe Henderson (il solista più importante), il trombettista Oscar Brashear, il trombonista George Bohanon e il flautista Hadley Caliman, oltre alla sezione ritmica composta da Leon "Ndugu" Chancler alla batteria e Tony Dumas al basso. Qui appare forte l’ispirazione agli ensemble estesi di Oliver Nelson o a talune produzioni della CTI dello stesso periodo. Before The Dawn ammicca più palesemente al fusion jazz e si avvale di un gruppo quasi identico (senza Henderson) con ospiti prestigiosi quali il flautista Hubert Laws, il chitarrista Lee Ritenour e anche Harvey Mason alla batteria. L’atmosfera richiama vagamente agli Headhunters di Hancock, con il funk che scorre copiosamente tra le tracce. La cantante Josie James compare su "What’s The Story" che è una sorta di anticipazione della direzione che Patrice Rushen avrebbe preso in futuro: cioè dritta verso l’r&b ed il soul, per quanto il brano sia ancora tutt’altro che orecchiabile.Nel complesso questi due lavori di debutto, che avrebbero dovuto rappresentare solo un brillante viatico per la carriera della giovane tastierista, sono di fatto l’inizio ed il punto più alto della sua carriera artistica. Nel 1976 uscirà Shout It Out e la svolta commerciale per quanto sofisticata, sarà sotto gli occhi di tutti; non ancora sfacciatamente disco-oriented, ma di sicuro tendenzialmente molto più easy. La transizione definitiva della Rushen a cantante soul e r&b avverrà con i successivi quattro album, registrati per la Elektra Records: il vasto successo di pubblico che otterranno sancirà in modo inequivocabile la sua consacrazione a star internazionale e l’affievolirsi progressivo ed inesorabile dell’impegno nel jazz.

Bobby Hutcherson - Happenings


Bobby Hutcherson - Happenings

Bobby Hutcherson può senza dubbio essere considerato uno dei più grandi vibrafonisti della storia del jazz. Egli ha interpretato il suo strumento in stretta relazione con il periodo in cui è emerso come musicista, nello stesso modo in cui Lionel Hampton ha fatto con lo swing o Milt Jackson con il be bop. Tuttavia Hutcherson non è noto come i suoi due citati predecessori, forse perché quando venne alla ribalta, agli inizi degli anni ’60, si dedicò all’esplorazione dei territori più cerebrali e meno accessibili del jazz, quelli che per intenderci spesso rasentarono l'avanguardia ed il free jazz. Insieme con Gary Burton, l'altra fondamentale figura del vibrafono degli anni '60, ha contribuito a modernizzare il suo strumento, ridefinendo il concetto stesso di cosa si può fare con esso, aprendo ancora di più le porte dell’espressività di una percussione che in fatto di sonorità è davvero unica. Lo ha fatto dal punto di vista sonoro ed anche tecnicamente, melodicamente, ed emotivamente. In questo lungo, laborioso e rivoluzionario processo, è diventato una delle voci fondamentali nel glorioso “roster” della magnifica etichetta Blue Note. Hutcherson a poco a poco convertì il suo stile in un più tradizionale post-bop modale che, anche se non avventuroso come suoi primi approcci, ha conservato intatta la sua reputazione di essere uno più avanzati maestri del vibrafono. Happenings fu registrato nel 1966, con il presupposto di elaborare un nuovo stile meno strutturalmente audace e avanguardista. Per questo motivo viene piuttosto ingiustamente considerato meno importante rispetto al lavoro che è venuto immediatamente prima (intitolato Components). A mio parere è invece un’opera di grande spessore sia dal punto di vista compositivo che per le singole prestazioni  dei musicisti coinvolti, che sono eccezionali. Happenings è anche il primo album a presentare Hutcherson come un classico solista che fronteggia una sezione ritmica jazz convenzionale. Nel dettaglio: Herbie Hancock al pianoforte, Bob Cranshaw al contrabbasso e Joe Chambers alla batteria. Tutti i brani dell’album sono dello stesso Bobby Hutcherson ad eccezione dello stupendo "Maiden Voyage" del pianista Herbie Hancock, e sono da inserire nel contesto di un moderno hard bop: sono combinati con sapienza in un indovinato mix di ballate, sapori latini, qualche spruzzata di avanguardia e classici e veloci up tempo. “Aquarian Moon” è l’apertura del disco e anche il punto culminante della musica espressa dal quartetto: Hutcherson fa viaggiare il suo vibrafono al top della tecnica e così fa anche il divino Hancock con il pianoforte nel suo scattante e suggestivo assolo. La resa di “Maiden Voyage”, che già di per se è un capolavoro a livello compositivo, è a dir poco sensazionale, il vibrafonista mette tutta la sua maestria operando di concerto con la proverbiale bravura di Herbie Hancock in un connubio tra i due strumenti che suona etereo ma al tempo stesso evocativo e pieno di passione. Da sottolineare il lavoro di batteria di Joe Chambers, metronomico ma così magicamente propulsivo, pur se giocato principalmente sui piatti. "When You Are Near Me" è una ballata di grande classe ed è senza dubbio il più forte tra gli originali di Hutcherson su Happenings, peccato duri meno di quattro minuti che è quasi una perversa beffa dato che la si vorrebbe di ben altra lunghezza per goderne appieno. “The Omen” ha invece velleità da musica d’avanguardia ed è senza dubbio l’esperimento meno riuscito di tutto l’album che invece è molto ben completato dalle altre tre tracce “Bouquet”, “Rojo” e “Head Start”. Brani che spaziano dalla lenta ballata al ritmo latino fino al tradizionale bop.  Raramente la storia del jazz può essere interpretata come una linea completamente diritta. Dopo gli iniziali e forse incompresi sforzi nel free jazz, Bobby Hutcherson, con il suo vibrafono, ha cambiato direzione e si è rivelato come un musicista straordinario ed un formidabile compositore proprio nel campo delle correnti più tradizionali della musica afro americana. Happenings e in seguito anche il favoloso “Oblique” sono delle testimonianze imperdibili di uno dei più sottovalutati talenti del jazz e meritano un ascolto attento ed una profonda rivalutazione complessiva.

Michael Brecker - Nearness of You: The Ballad Book


Michael Brecker - Nearness of You: The Ballad Book

Il fratello minore della famiglia Brecker, Michael con il suo sax tenore, ha dimostrato fin da giovanissimo di padroneggiare una notevolissima  capacità tecnica e di possedere una sonorità davvero unica. Non a caso in seguito diventerà uno dei musicisti più influenti del suo strumento dai tempi di Wayne Shorter. Nonostante il suo strabordante talento Michael Brecker ha però trascorso gran parte della sua carriera facendo il session man di alto livello per artisti pop, soul o r&b, inducendo così molti ascoltatori e parte della critica a trascurare le sue doti di jazzista e le sue capacità di improvvisazione. In realtà aveva un suono robusto e intenso, e alcune delle sue frasi alludevano a Coltrane. La sua lunga consuetudine con la musica pop, dove gli assoli devono essere concisi e incisivi, faceva sì che Brecker fosse soprattutto inimitabile nel concentrare le emozioni in spazi ristretti. Riusciva a dispiegare l'intera estensione dello strumento in unico assolo, dalle note più basse ai sovracuti, e a collegare concetti rarefatti a fraseggi ricchi e pieni di soul. Il suo stile musicale fu dunque influenzato anche dalle sue frequentazioni pop. Brecker, seguendo la lezione di Miles Davis e dei primi Weather Report, era un jazzista che vedeva il rock come una possibilità in più. Nulla di più lontano tuttavia dal suo ottavo album da solista, intitolato Nearness of You: The Ballad Book. Michael Brecker decise in questo caso di dare vita ad un progetto di jazz classico, privo di contaminazioni, tutto dedicato alle ballads. Per allestire l’album  mise insieme una band di all star composta da Herbie Hancock al pianoforte, Pat Metheny alla chitarra, Charlie Haden al basso, Jack DeJohnette alla batteria, e un ospite speciale come James Taylor, impiegato come cantante nella sua hit "Don’t Let Me Be Lonely Tonight" e nel classico  standard "Nearness of You". Brecker ha aggiornato queste grandi canzoni con una rilettura personale e l'aggiunta dell’ottima produzione di Pat Metheny, come ad esempio in "Midnight Mood" di Joe Zawinul e "My Ship" di Kurt Weill e Ira Gershwin. "Midnight Mood" è sensuale e seducente, con un fantastico assolo di pianoforte di Herbie Hancock nella sezione centrale. Hancock esalta la bellezza della melodia portata magnificamente dal tenore di Brecker. James Taylor si esibisce in una delle migliori interpretazioni della sua "Don’t Let Me Be Lonely Tonight", e questo è chiaramente dovuto all’accompagnamento degli eccellenti musicisti di questo cd. Pat Metheny eccelle come chitarrista di jazz con il suo arrangiamento di "Nascente", ispirato dal classico del 1948 ideato da Gil Evans per Miles Ahead di Miles Davis. “Chan’s Song” è suonata in modo dolcissimo e appassionato sia da Michael Brecker che da Pat Metheny. Brecker si propone come compositore nella bella “Incandescence” dimostrando di essere ben di più di un semplice per quanto bravissimo esecutore: c’è tutta l’essenza del jazz più genuino nel richiamo diretto alla tradizione ed alle sonorità di John Coltrane. “Something I See”, composta da Metheny prosegue sulla stessa direttrice, dispensando atmosfere da sofisticato night club ed esaltando il timbro pieno e scuro di un Michael in stato di grazia. Emozionante come sempre l’intervento dello stesso Pat con la sua magica chitarra. Su “My Ship” lascia senza parole il pianoforte di Herbie Hancock, ma non è da meno il sax del leader, capace ancora una volta di interpretare con grande trasporto un classico standard come questo. Irving Berlin è l’autore di una bellissima canzone come “Always” in cui la melodia immortale è terreno fertile per le improvvisazioni di tutta la band. Si chiude in bellezza con due brani scritti dai principali protagonisti di questa incisione: Michael Brecker e Pat Metheny. Sia “Seven Days” che “I Can See Your Dreams” sono due ballads contemporanee in grado di appagare pienamente l’orecchio dell’ascoltatore attento, riproponendo in chiave moderna i canoni estetici e le melodie tipiche degli standards degli anni 40.  E’ straordinaria la somiglianza, pur con le evidenti diversità, che questo progetto del 2001 riesce ad avere con il Coltraniano “Ballads” registrato circa 40 anni prima. Qui Michael Brecker ha chiaramente riconfermato il suo status di geniale interprete aggiungendo una notevole ispirazione in veste di autore. E’ stato uno dei migliori sassofonisti della scena jazz e questo suo “libro delle ballate” entra alla grande nel campionario della sua personale storia di eccellenza musicale ma anche in quella più vasta della tradizione jazzistica di tutti i tempi. La sua prematura scomparsa avvenuta nel 2007 ha lasciato un enorme vuoto e oltre alle sue purtroppo non numerose incisioni ci resta il rammarico di non poterlo mai più ascoltare dal vivo, ne il piacere di scoprire cosa avrebbe potuto proporci negli anni a venire. Dobbiamo necessariamente accontentarci della grande bellezza di album come questo Nearness of You: The Ballad Book.

Randy Brecker – Randy In Brasil


Randy Brecker – Randy In Brasil

Randy Brecker, insieme al fratello sassofonista Michael, è considerato uno dei migliori trombettisti/flicornisti sulla piazza da moltissimi anni. Talento indiscusso, tecnica sopraffina, una grande versatilità unita ad una continua ricerca nel campo di ogni genere di musica (ma soprattutto nel jazz) lo hanno consacrato come uno dei mostri sacri del suo strumento. Esplorando ogni corrente artistica inclusa la fusion, l’r&b, il rock ed il pop non poteva farsi sfuggire l’occasione di accostare la sua tromba anche al Brasile ed alla bossa nova. Ecco allora che nel 2006 è volato in Brasile e, in una settimana, ha registrato Randy  in Brasil, un album interamente dedicato ai colori della musica brasiliana che è stato prodotto da Ruriá Duprat. Ne è uscito un bellissimo disco, tra i migliori della vasta produzione di Randy realizzato con la collaborazione di artisti locali di ottima reputazione come Robertinho Silva, Paulo Calazans, André Mehmari, Teco Cardoso, Gilson Penranzzetta, Sizão Machado, Ricardo Silveira, João Parahyba, Rogerio  e Edú Ribeiro. Per quanto sia fortemente influenzato dal jazz contemporaneo, è pur sempre intriso dell’intenso sapore carioca, dove samba e bossa nova sono le strade maestre che percorrono tutto il lavoro. Un album che fonde l’etnica esuberanza brasileira con un vena di funk mai troppo intrusivo. Tutto questo attraverso una spiccata liricità,  degli arrangiamenti contemporanei, e una serie di brani molto belli. Il samba si presenta subito con il brano di apertura, "Pedro Brasil": la chitarra acustica pizzicata di Silveira detta con insistenza il ritmo, su cui vari strumenti a percussione via via si manifestano e la tromba di Brecker espone magnificamente il tema. L'effetto è in qualche modo simile a certe escursioni brasilianeggianti di Pat Metheny. Altri punti forti sono "Me Leve": dall’atmosfera funk latineggiante, con le tastiere, il sax soprano e l’immancabile tromba sugli scudi, più un bell’intervento di chitarra elettrica. Strano, insolitamente complesso è invece "Malasia", caratterizzato da un bel lavoro al flauto di Cardoso e dall’assolo di Brecker davvero atmosferico e sognante. "Sambop" è esattamente quello che pretende di essere, dato il titolo, con un tempo sbarazzino, una struttura armonica post-bop, ma soprattutto spirito carioca sparato a profusione nelle orecchie dell’ascoltatore. “Olhos Puxados” sembra il manifesto della bossa nova, e qui il magico flicorno di Brecker regala momenti di rotondità e morbidezza incomparabili. La splendida e enigmatica "Fazenda Hora" con la sua melodia spagnola, viene interpretata con il giusto calore da Randy che si concede un momento intimo e riflessivo. Ma c'è un'eccezione che inopinatamente chiude l’album, un brano che semplicemente non ha quasi nessun legame con il resto del lavoro. Il jazz viene lasciato ai margini su "Aiaiai di Ivan Lins   e così manca la bella sezione ritmica brasiliana presente in tutti gli altri brani. Sostituita da batteria programmata, percussioni elettroniche e basso synth. Una scelta sbagliata che potrebbe lasciare una falsa impressione di un disco che invece è di fatto estremamente lucido e coerente. Detto questo, nulla di Randy In Brasil suona innaturale, tutto è perfettamente calibrato, tutto suona caldo e sincero. E’ un album che si rivolge al mercato del jazz contemporaneo, ma è molto appagante su molti altri livelli. Potranno apprezzarlo gli amanti del sound brasiliano, sarà gradito agli appassionati di fusion, non sarà disdegnato nemmeno da chi lo volesse utilizzare come piacevole sottofondo. C’è da essere molto soddisfatti di questa sorprendente aggiunta al vasto catalogo di Randy Brecker, una discografia variegata ed  in continua espansione quella del trombettista di Cheltenham, che ci ha spesso regalato momenti di grande emozione e qualità.

The Brecker Brothers - The Brecker Bros.


The Brecker Brothers - The Brecker Bros.

Prendete due fratelli, uno trombettista e l’altro sassofonista, entrambe dotati di un talento non comune, di una incredibile quanto poliedrica tecnica e di una curiosità musicale spiccatissima. Ora immaginateli come due dei session man più richiesti dai colleghi jazzisti ma anche da moltissime star del pop. E per finire pensate a cosa potrebbe essere un duo fusion jazz prodotto, arrangiato e suonato da due tali fenomeni. Avete davanti a voi i Brecker Brothers: Randy e Michael Brecker. The Brecker Bros. (Arista Records, 1975) è il loro debutto discografico, un album che  potrebbe essere un esordio quasi perfetto per qualsiasi band, a prescindere dal genere suonato. Buona parte, se non tutti i segni distintivi del sound del duo di fratelli più famoso del jazz contemporaneo sono qui già ben delineati. Ad esempio il fortissimo impatto dei fiati (a tre voci con l’aggiunta del sax alto di David Sanborn), la chitarra e le tastiere a sostegno in grado di fornire con creatività ulteriori contrappunti ed un incrollabile, gagliardo groove sviluppato dal bassista e batterista uniti in un sodalizio efficacissimo. Questa è musica fusion d.o.c. ma una tale perfezione non poteva che provenire da un collettivo con una solida preparazione nella tradizione jazz. E quando si tratta di assoli, al di là del virtuosismo intrinseco di tutti i soggetti coinvolti, ci troviamo al cospetto di una band veramente elettrica ed esaltante che compie un’inebriante viaggio nell’esplorazione della melodia e del suono. Già con le prime note appare chiara la personalità di Michael Brecker: lui è già una forza con cui fare i conti (qui aveva 26 anni); un musicista che influenzerà schiere di future generazioni di specialisti del sax. Il fratello “piccolo” dimostra subito una straordinaria capacità di navigare dentro ogni forma espressiva con un incredibile aplomb in un crescendo di maturazione artistica che non conoscerà più soste. E se Michael, in ultima analisi, è emerso come il più carismatico dei fratelli, è giusto sottolineare quanto il maggiore, Randy Brecker, con la sua tromba, abbia nei decenni successivi dimostrato di essere un artista a tutto tondo dal tratto altrettanto distintivo e forse ancor più diversificato. Inoltre è proprio Randy che ha prodotto il disco e ha contribuito alla  composizione della maggior parte della musica su The Brecker Bros, un plusvalore che non va assolutamente sottovalutato. L’album è potente e molto solido: non ci sono punti deboli nelle nove tracce che lo compongono. "Some Skunk Funk" e “Sponge” sono i due brani d’apertura e raccontano da subito la storia di un lavoro di purissimo jazz funk coinvolgente e pieno di energia positiva. Un vero paradigma di come dovrebbe essere la fusion di alto livello. Ma non è da meno il programma che segue: “A Creature Of Many Faces” ad esempio consente ai due fratelli di confrontarsi con i rispettivi assoli con risultati di assoluto valore, allo stesso modo del conclusivo e trascinante D.B.B. Il resto della band è di una categoria che non esiterei “fuori serie”: Don Grolnick alle tastiere, Harvey Mason alla batteria, Will Lee al basso, Ralph McDonald alle percussioni, Bob Mann alla chitarra e David Sanborn a completare il trio dei fiati. Tutti dispensano a piene mani talento ed esperienza al servizio dell’ottimo risultato finale. I fratelli Brecker hanno pubblicato altri otto album nel corso degli anni, con alterni risultati e probabilmente non sono più riusciti ad eguagliare il livello raggiunto con il loro formidabile debutto. Le carriere dei due leader sono andate avanti anche come solisti portando ad entrambe la fama di essere tra i migliori strumentisti al mondo per molti anni consecutivi. Il sodalizio famigliare è stato invece interrotto dalla scomparsa del sassofonista Michael avvenuta nel 2007 in seguito alla leucemia. Una perdita che ha lasciato un vuoto incolmabile nella comunità del jazz e della musica tutta. Randy continua la sua attività di solista ed ha anzi recentemente organizzato una riunione per rendere il giusto tributo alla musica dei Brecker Bros. Forse la sua creatura più amata.

Tarika Blue – The Very Best Of Tarika Blue


Tarika Blue – The Very Best Of Tarika Blue

Tarika Blue: un nome enigmatico e sconosciuto (e nemmeno troppo indovinato...). Erano un gruppo jazz fusion che ha avuto un piccolo seguito (per lo più sulla costa orientale degli USA) a metà degli anni '70. Guidati dal session man newyorkese Phil Clendeninn, i Tarika Blue hanno sviluppato uno stile musicale ricco di  richiami jazz e soul, funk e pop ma anche cosmico e mistico. Clendeninn era affascinato  dai mostri sacri della composizione modale post-bop come John Coltrane, McCoy Tyner, Pharoah Sanders, Charles Lloyd e Yusef Lateef. Una passione che in qualche misura accomuna il suono dei Tarika Blue a quello di Lonnie Liston Smith & The Cosmic Echoes, e non a caso infatti, Smith e Clendeninn sono entrambi pianisti/tastieristi che sono stati influenzati dal modo di suonare di McCoy Tyner. Tuttavia sia l’uno che l’altro non erano dei puristi del jazz ed entrambi scelsero di utilizzare prevalentemente strumenti elettrici e di dare libero sfogo alle contaminazioni tra generi diversi. I Tarika Blue, ben consapevoli delle strade che anche il jazz stesso aveva intrapreso in quel contesto storico, scelsero la strada di proporre dei brani strumentali jazz fusion articolati e complessi ma certo anche piuttosto accessibili. L'album in oggetto non è altro che la combinazione delle sole due testimonianze discografiche che il gruppo ha lasciato: Tarika Blue e The Blue Path. Il primo era completamente strumentale, il secondo introdusse alcuni brani cantati; non registrarono mai un terzo lavoro e dopo poco tempo si sciolsero. L’atmosfera generale è brillante e funky, un po’ sul genere dei Crusaders e naturalmente affine a quella proposta da Lonnie Liston Smith. Per tutti gli appassionati di piano elettrico è importante sapere che il mitico Fender Rhodes è protagonista in molte tracce, così come altre tastiere. La chitarra elettrica stridente di Ryo Kawasaki dona un tocco di aggressività, ma sa essere anche leggera e raffinata, ed i sax incisivi di Marvin Blackman e Justo Almario garantiscono il giusto sapore jazz a questo interessante gruppo. La contaminazione tra jazz e funk è evidente, ma non è affatto banalmente commerciale cosicchè le tredici tracce suonano ricche di interessanti suggestioni e di momenti estremamente godibili di pura vintage fusion. Ad esempio “Blue Neptune” è un brano figlio della sua epoca, caratterizzato da sonorità cosmiche e molto evocative. “Charlie” ha un tono più funky disco suggerito dalla batteria scandita e dalla melodia che a tratti ricorda i pezzi dei giapponesi Casiopea (i quali devono aver ascoltato ed essersi ispirati ai Tarika Blue). Si prosegue con “Downtown Sound” che invece appare colorato da una sfumata atmosfera latina e dove si mette in luce il chitarrista di origine giapponese Ryo Kawasaki con un bell’assolo. “Dreamflower” è probabilmente il pezzo più significativo dell’album: morbida e suadente ballata dall’andamento rilassato, si avvale ancora una volta di un sofisticato assolo di sax e di un sinuoso basso che disegna linee potenti lungo tutta la lunghezza del brano. “Jimi” nasce tra le dita della chiatarra elettrica di Kawasaki, con un andamento da progressive rock che intriga subito. Il primo degli interventi vocali si trova su “Love It”,  canzone che probabilmente sarebbe stata meglio se lasciata solo strumentale e dove è il piano elettrico a mostrarsi ancora protagonista. La replica viene data subito dopo in “My Love Is So Fine” che non fa che confermare la sensazione precedente e cioè che le parti strumentali sono molto meglio di quelle cantate. Inusuale per i Tarika Blue l’uso, per una volta, del piano acustico. Jazz rock classico e di ottimo livello quello offerto in “Revelation” che anzi a tratti lascia intendere quasi un ammiccamento ad una specie di hard bop elettrico, fantastico l’assolo di rhodes e notevole l’intervento al sax tenore di Justo Almario. L’andamento decisamente jazzistico è ripetuto nella successiva “Sun Thru Winter” che è pezzo dalla ritmica intricatissima e caratterizzato dal positivo protagonismo di sax e chitarra. Si torna in tema cosmic funk con “Sunshower”, tra echi dei “Return to Forever”, il Santana più jazzistico e Lonnie Liston Smith. Un energico brano come "Things Spring" suona divertente e scanzonato, con il suo bel sax soprano in evidenza ed una bella ritmica vivace. Fino all’avvento del rhodes che s’impone all’attenzione per la qualità dell’assolo del leader Phil Clendeninn. La raccolta si chiude con altri due numeri cantati, sui quali valgono le considerazioni fatte precedentemente e cioè che i Tarika Blue danno decisamente il meglio di loro stessi nei numeri strumentali e comunque all’interno dei brani vocali sono le sezioni suonate quelle che pesano positivamente sul giudizio. Una curiosità riguardo a questo misterioso gruppo è che la cantante Eryka Badu nel 2001 ha utilizzato il brano "Dreamflower", (di cui parlo sopra)tratto proprio dal debutto discografico della band di New York, per confezionare "Didn't Cha Know" che divenne una hit e fu nominata ai Grammy Awards come miglior canzone r&b dell’anno. In conclusione i Tarika Blue e i loro due album sono una positiva e piacevole sorpresa, la musica espressa dalla band di Phil Clendeninn è complessa ed affascinante ma resta pienamente godibile. Si avverte un profondo legame tra la loro proposta e l’epoca nella quale fu composta e suonata (la metà degli anni ’70). Forse non è necessario conoscere tutta la storia per godere di questo piacevole tuffo nel passato, ma di sicuro aggiunge un po’ di colore a tutta l'esperienza di ascolto.

Freddie Hubbard – Red Clay


Freddie Hubbard – Red Clay

Uno dei più grandi trombettisti jazz di tutti i tempi, Freddie Hubbard.  Il musicista di Indianpolis ha forgiato il suo suono nella scia della tradizione di maestri come Clifford Brown e Lee Morgan, e dai primi anni '70, è stato indubbiamente uno dei battistrada più significativi del jazz. Tuttavia, una serie di album palesemente commerciali pubblicati più avanti nel decennio hanno danneggiato la sua reputazione e proprio quando Hubbard, nei primi anni '90, (con la morte di Dizzy Gillespie e Miles Davis), sembrava potersi definitivamente prendere il ruolo di maestro veterano della tromba, la salute ha cominciato a dargli gravi problemi. Fu praticamente obbligato ad abbandonare il suo amato strumento per dedicarsi, con molta parsimonia, al solo flicorno. Questo importante album del 1972, Red Clay, può essere considerato il momento più bello di Freddie Hubbard come leader, in quanto incarna perfettamente la sua dirompente personalità artistica  e mette in risalto tutti i suoi punti di forza come compositore, solista e frontman. Su Red Clay Hubbard combina il glorioso passato hard bop con le innovazioni degli anni ‘60, e rilegge il tutto attraverso la modernità dell’elettro fusion funk dei '70s. Questa sessione vede il trombettista in compagnia di autentici giganti come il sassofonista Joe Henderson, il pianista Herbie Hancock, il bassista Ron Carter e il batterista Lenny White: praticamente un super gruppo. Le cinque composizioni di Hubbard provengono tutte dal territorio della cultura blues, sono splendidi retaggi che si innestano su delle moderne strutture funky hard bop degne della migliore tradizione jazzistica. Su di essa si stratificano avvalendosi anche delle nuove e calde tendenze del soul jazz. La title track “Red Clay” è un brano di oltre 12 minuti introdotta da un lacerante urlo di sax e tromba che di seguito prende un ritmo 4/4 sul quale Hubbard prima, Hancock ed il suo rhodes dopo ed infine Henderson con il suo sax inanellano una splendida e suggestiva sequenza di assoli. Una sorta di vero e proprio manifesto programmatico. "Delphia" inizia come una ballata dalle lente e morbide linee di flicorno per poi aprirsi in un mid-tempo, con un inusuale organo hammond a sostegno, ed infine si snoda nei meandri tenebrosi del blues. Il brano forse più rappresentativo di questo album però è "The Intrepid Fox" con la sua apertura alla maniera di Miles Davis  e un Freddie Hubbard che nuota perfettamente a suo agio nel mare magnum delle muscolari e complesse architetture dell’hard bop. Suona splendente il lavoro in background del divino Herbie Hancock al piano elettrico così come straordinario è il suo assolo. Iconici infine Hubbard e Henderson nel loro gioco di sfida tra tromba e sax nel quale su tutto vincono il talento ed il cuore. La ristampa del cd prevede un brano aggiuntivo che è la versione live della title track: un ottimo modo per comprendere quanto i musicisti di questo quintetto di star fossero al loro meglio anche dal vivo. In alcuni passaggi non mancano echi al limite del free jazz, a testimonianza di una grande libertà espressiva e dell’ambiziosa integrità musicale di Freddie Hubbard, che qui nulla concede alle tentazioni commerciali. Attenzione: sarà anche elettrico, contaminato, fusion quanto si vuole, ma questo è un classico del jazz, giù il cappello. Red clay è un grande album. E Freddie Hubbard è stato un grandissimo maestro della tromba e del flicorno, impossibile negare l’evidenza.

Donald Byrd – Black Byrd


Donald Byrd – Black Byrd

Donald Byrd era considerato a ragione uno dei più bravi tra i trombettisti hard bop dell’era post Clifford Brown, un solido stilista dal tono limpido, dall’articolazione musicale eccellente, dotato inoltre di un fraseggio e di una melodicità fuori dal comune. Anche per questo i puristi gridarono allo scandalo quando Donald Byrd, nel 1973, pubblicò Black Byrd. Era una manifesta e sacrilega incursione nel soul jazz da parte di uno dei più stimati trombettisti dell’ambiente. Byrd fu bollato come un traditore viste le sue credenziali hard bop, e di più, come un musicista finito perché svendutosi alle strategie commerciali a discapito del suo indubbio talento. Di fatto Black Byrd è diventato l’album più venduto della storia dell’etichetta Blu Note, ma va detto che l’avvicinamento del trombettista ad un genere più “contaminato” non ha scalfito affatto  le sue doti artistiche. Inoltre la ricerca di strade “diverse” non è certo un caso isolato e sporadico tra i musicisti del jazz mainstream. In realtà Black Byrd marca il momento in cui Byrd esce dal cono d’influenza (ingombrante per la verità) del suo maestro Miles Davis per trovare una propria voce nel campo della fusion. Mai prima di allora un musicista jazz aveva abbracciato il suono e lo stile del funk contemporaneo in un modo più completo di quanto lo abbia fatto Byrd con questo album. Nemmeno Davis stesso, il cui oscuro, complicato e cerebrale approccio al funk era in netto contrasto (si intenda “in contrasto” come opposto, differente e non come migliore o peggiore) con quello luminoso e ballabile proposto su Black Byrd. Per operare una tale rivoluzione nel suo modo di produrre musica, Donald Byrd dà libero sfogo alle direttive del produttore/arrangiatore/compositore Larry Mizell, affidandosi quasi completamente a lui, che confeziona di conseguenza una serie di pezzi ben focalizzati su uno stile melodico, spesso influenzato dalle orchestrazioni estese tipiche di Isaac Hayes e Curtis Mayfield. Se da un lato questo approccio annacqua ogni vicinanza residua con il jazz classico, quanto meno dal punto di vista ritmico, non si può nemmeno sostenere che questo sia davvero completamente assente. Di base le tracce sono costruite sui ritmi funk più semplici che Byrd abbia mai affrontato, e se le strutture musicali non sono così complesse come era il suo precedente materiale fusion, c’è da dire che sono così pervase di genuino e solare funky groove da risultare irresistibilmente gradevoli e trascinanti. Da qui probabilmente parte il successo di questo disco. Gli assoli di Byrd, spesso bellissimi, sono per lo più di stampo melodico e quasi cantabile, in modo che sia il soul jazz stesso a prendere il centro della scena. Certo l’onnipresente piano elettrico, o il flauto di Roger Glenn, o anche l’arrangiamento orchestrale uniformano l’impatto musicale su schemi molto diffusi in quel periodo, ma tutto questo è davvero anche parte del suo stesso fascino. Era una caratteristica peculiare di grande parte della musica degli anni ’70 ed in ultima analisi l’essere calati nella realtà del proprio tempo non può essere una colpa. Nel 1973 Black Byrd era lo stato dell’arte nel campo della fusion, ed ha fissato un nuovo standard per tutte le future generazioni di musicisti che hanno sperimentato il crossover tra il jazz, il soul, l’r&b, ed il pop. Donald Byrd continuerà a perfezionare il suo sound con altri album ugualmente essenziali come Street Lady ed il fantastico Places And Spaces, ma Black Byrd resta senza dubbio il suo più importante manifesto artistico e la sua firma  musicale più distintiva.

Eumir Deodato – Deodato 2


Eumir Deodato – Deodato 2

Eumir Deodato de Almeida è nato a Rio de Janeiro il 22 giugno del 1942 ed è un pianista, compositore, arrangiatore e produttore discografico brasiliano di origini italiane. Premiato con il Grammy Award, è principalmente impegnato nel genere jazz ma è storicamente conosciuto per le eclettiche fusioni tra big band e gruppi jazz oltre a quelle con diversi esponenti della scena pop, rock, R&B/funk, latina e brasiliana. Fondamentalmente la sua musica può essere considerata una sorta di pop/jazz o crossover. Deodato, dopo una lunga gavetta in Brasile, si guadagnò un’ottima reputazione lavorando come arrangiatore per conto di grandi artisti locali come Antonio Carlo Jobim e internazionali quali Frank Sinatra o Wes Montgomery. Approdato negli States in pianta stabile all’inizio degli anni ’70, fu ingaggiato da Creed Taylor per la sua scuderia CTI. Questo fu il vero inizio della sua notorietà internazionale, che conobbe l’apice con l’uscita dei primi 2 album: Prelude e Deodato 2. Il debutto per la CTI,  Prelude, ha decretato il successo quasi immediato dell’artista di Rio, rendendolo repentinamente non solo un vero e proprio guru della musica funky fusion, ma anche una star internazionale.  Il motivo principale fu una particolare e spiazzante cover  in versione funky groove di "Così parlò Zarathustra", il celeberrimo tema classico usato da Stanley Kubrick per lo storico film 2001: Odissea nello spazio. Il brano, a dispetto del fatto di non essere esattamente una canzoncina di facile ascolto, finì in tutte le classifiche mondiali, compresa la hit parade italiana, tra un Battisti e un Baglioni, tra Mia Martini e Elton John… Qualcosa di inimmaginabile al giorno d’oggi.  In Deodato 2, il compositore e arrangiatore brasiliano si immerge ancora nella formula della fusion, questa volta più riccamente condita di funk. Ne esce con un disco più completo e consistente rispetto al suo predecessore. Arrangiato, diretto, e suonato da Deodato stesso e non dagli specialisti tradizionali di casa CTI, Don Sebesky o Bob James, il maestro ha prima di tutto messo insieme un orchestra di musicisti esperti nel campo del jazz rock tra cui il batterista Billy Cobham, il bassista Stanley Clarke, e il flautista Hubert Laws, senza dimenticare l’eclettico John Tropea alla chitarra. È presente inoltre un vera e propria orchestra allargata che comprende ottoni, legni, ed archi. Tra questi il trombettista Jon Faddis ed il corno francese di Jim Buffington. L’album prende il via con "Super Strut", ed è un grande inizio. Sono subito gli accordi di piano elettrico di Deodato ad aprire le danze. La sua caratteristica percussività delinea il groove, dove la chitarra ritmica, il basso e la batteria sincopata di Cobham trasformano questo quattro quarti in un’incredibile ed esplosiva orgia jazz funky. Il prolungato assolo di Deodato è un pezzo di bravura che farà scuola.  Dopo un inizio tanto roboante segue una rilettura molto personale ma comunque meravigliosa della "Rhapsody in Blue" di Gershwin. E’ interessante il lavoro fatto sull’arrangiamento: da un brano quasi classico riesce ad estrarre un fantastico funky groove . Ancora una volta il lavoro di Rhodes di Deodato non perde colpi ed anzi si tira dietro la sezione ritmica per il fraseggio dei fiati e degli archi. La rilettura di "Nights in White Satin" dei Moody Blues è un po’ meno felice delle altre cover di Deodato, forse un po’ troppo sopra le righe. "Pavane for a Dead Princess” è un brano di musica classica di Ravel, ma è francamente un filo noiosa. Sono questi due i pezzi meno riusciti dell’album. Album che si chiude ufficialmente con "Skyscrapers", bellissimo, uno dei capolavori del pianista brasiliano: un altro gioiello di jazz-rock dal caratteristico andamento up-beat introdotto dal pulsante basso di Stanley Clarke e poi meravigliosamente completato da Deodato con la sue tastiere in costante duello con la chitarra di Tropea. Ricchissimo di straripante e contagiosa energia mette in risalto anche l’orchestrazione satura di fiati ed archi. Dicevo che il disco originale finiva con Skycrapers, ma la versione rimasterizzata su cd include tre tracce bonus che migliorano la qualità assoluta e portano la durata ad un livello accettabile. Sono un pezzo latin-bossa, "Latin Flute" piuttosto interessante soprattutto per l’assolo di piano elettrico. Quindi troviamo “Venus” che è invece stucchevole e priva di ritmo.  Il terzo brano aggiuntivo è una cover di "Do It Again” degli "Steely Dan caratterizzata dalla chitarra wah wah suonata in controtempo da John Tropea che poi piazza la sua zampata con un suo personale e bellissimo assolo. Si tratta di una riproposizione del celeberrimo classico del duo Fagen/Becker che risulta particolarmente riuscita; perché questo numero non sia stato inserito direttamente nell'album originale è un vero mistero. Anzi mi permetto di dire che se un disco come Deodato 2 fosse uscito con al suo interno anche due famosi estratti da Prelude, (il primo lavoro di Deodato) e cioè Also Spracht Zarathustra e lo stupendo September 13, ci troveremmo di fronte ad un vero e proprio capolavoro del jazz rock. La storia racconta un’altra storia, ovviamente, ma resta il fatto che agli inizi degli anni ’70  Eumir Deodato mise in atto una piccola rivoluzione e con la pubblicazione dei suoi primi dischi segnò un svolta molto importante per il jazz. Per la prima volta questa musica mai del tutto popolare entrò nelle classifiche, venne proposta a grandi masse di ascoltatori ed ottenne una visibilità ed una risonanza mai conosciute prima. Al di là di qualche modesta caduta di tono, (da leggersi come eccessiva indulgenza alla melodia e/o attenzione per dei contenuti non del tutto coerenti) Deodato 2 e il suo predecessore Prelude sono album molto belli, soprattutto il secondo. A distanza di oltre quarant’anni dalla pubblicazione sono ancora pienamente godibili da un vasto pubblico e se esaminati con attenzione appaiono ricchi di spunti, di idee e di anticipazioni del futuro.

Exodus Quartet – Way Out There


Exodus Quartet – Way Out There

Exodus Quartet è una sorta di non gruppo, di loro esiste un solo album. È il frutto della volontà e della passione di un ex dj e musicista di nome Eric Hilton (ora Thievery Corporation). Attorno al 1991 Hilton mieteva successi a Washington D.C. organizzando delle serate a base di acid jazz nel suo club Exodus. Un appuntamento musicale fisso che per anni ha stupito tutti i frequentatori della movida della capitale americana, che non perdevano l’occasione per assistere agli infuocati set di Eric e del socio Farid Ali. Durante quel periodo l’Exodus ha attirato grandi folle di appassionati ogni Venerdì sera. Jan Kinkaid dei Brand New Heavies  presenziando ad una di queste serate durante il primo tour negli Stati Uniti  disse: "Non ho mai pensato che qualcosa di simile esistesse al di fuori di Londra. O forse dovrei dire non credo che questo esista nemmeno a Londra". Hilton decise dopo qualche anno di registrare un disco che rendesse omaggio alla musica e all'atmosfera che si respirava nel leggendario club ed così che Exodus Quartet ha avuto inizio. L’ispirazione di Way Out There oltre che dall’acid jazz,  trae le sue fonti dalle passioni musicali dell’ex dj: le colonne sonore dei polizieschi degli anni ’70, il funk, la bossa nova, il latin jazz, la fusion. È percepibile una certa familiarità con il sound di un altro musicista americano di matrice acid jazz di nome Fishbelly Black (al secolo George Mitchell) che non a caso figura tra i collaboratori di questo album. La maggior parte delle tracce sono state scritte, prodotte e suonate da Eric Hilton stesso, con il grande contributo di David Yilvisaker che compare in veste di tastierista e vibrafonista in numerosi brani e di alcuni è anche co-autore e co-produttore. Ai due si aggiunge poi una folta schiera di ulteriori musicisti a completare la sessione: Topaz (sax), Butch Jackson (congas), Kaze (voce), David Hanbury (chitarre), Rene Ibanez (percussioni), Al Williams (flauto), Ray Gaskins (sax), Jim Sivard (flauto), Greg Grainger (batteria), David Bach (vibrafono), David Jernigan (basso), Pamela Bricker (voce), Wayne Wilentz (Rhodes piano), Jesse Rodefer (percussioni). Il focus dell’album si concentra sulla matrice acid jazz, in particolare quella dei primi periodi dell’esplosione inglese del fenomeno. E quindi l’atmosfera che si respira è decisamente minimalista, caratterizzata dai classici groove di basso e batteria (spesso elettronica o campionata) sui quali si innestano, di volta in volta, gli assoli di piano elettrico, vibrafono, organo, sax, flauto o chitarra. Tutto piuttosto grezzo ed in qualche misura quasi artigianale, che non è necessariamente un difetto se i musicisti sono di buon livello come in questo caso. Certo resta sempre la sensazione che una produzione più sontuosa e raffinata avrebbe garantito a Way Out There ben altri risultati. Tuttavia non si può non apprezzare la sincera passione e anche l’ecletticità  profusa dall’Exodus Quartet nel mettere insieme un programma di quattordici brani piuttosto eterogenei. Le varianti dell’acid jazz ci sono tutte: si va dal jazz di ispirazione latina tipo “Los Gatos” o “Our Man In Havana”, alla più classica delle bossa nova come “Corcovado” (unico brano cantato). C’è il funk Hammond-drived alla James Taylor Quartet di “18th Street” e un brano come “Perfect Vibe” che suona molto alla maniera di Fishbelly Black. Il pezzo forse più stimolante è “Groove Gumbo”, un lungo loop ossessivo sul quale si alternano a turno i solisti. Non manca una traccia di stampo smooth come “Orbit”. Il limite più grosso di questo album risiede probabilmente nella sensazione di ripetitività della parte ritmica, dovuta all’eccessivo uso dei campionamenti e dei loop. Per contro gli assoli sono abbastanza convincenti, in particolare quelli di piano elettrico ad opera di David Yilvisaker. Way Out There uscì nel 1996 cioè circa dieci anni dopo la nascita ufficialmente ritenuta l’inizio del movimento acid jazz. E' encomiabile lo sforzo compositivo, ed è suonato discretamente bene, con attenzione al sound caratteristico del genere. D'altro canto non aggiunse nulla che non si fosse già ascoltato e rappresenta una curiosità più per il fatto di essere americano (cosa rara nell’acid jazz) che per i suoi reali contenuti. Penalizzato forse da una produzione davvero elementare e troppo asciutta è un disco consigliato agli appassionati più devoti del genere acid jazz, che con Exodus Quartet completeranno la loro collezione con una rarità. Gli inguaribili curiosi alla ricerca di qualcosa di sconosciuto (o quasi) possono tentare un ascolto, non troveranno nulla di troppo impegnativo. Tutti gli altri musicofili possono tranquillamente rivolgersi altrove.

Crimson Jazz Trio - The King Crimson Songbook, Vol. 1


Crimson Jazz Trio - The King Crimson Songbook, Vol. 1

Un trio jazz composto da pianoforte, basso e batteria che reinterpreta ed esegue in puro linguaggio jazzistico  le canzoni del gruppo progressive rock King Crimson? È possibile? Qualcuno ha davvero tentato? E con quali risultati? Al giorno d’oggi molti musicisti jazz provano a rileggere la musica degli artisti pop, così forse era inevitabile che prima o poi qualcuno avrebbe deciso di dare un'occhiata da vicino al meglio del progressive rock. Se un pianista come Brad Mehldau può rimodellare i Radiohead, allora perché non riesaminare i King Crimson che sono un gruppo fondamentale della storia della musica? Le legittime domande che ci si può porre davanti ad una simile possibilità hanno dal 2005 una risposta: questo è esattamente ciò che il Crimson Jazz Trio è riuscito a fare con questo intrigante e bellissimo album: The King Crimson Songbook, Vol. 1 (cui seguirà nel 2009 il Vol. 2). Spesso il jazz riserva delle sorprese, ma tra le tante possibili questa è forse la più inattesa ed incredibile. Con un’opera di riarmonizzazione della particolare e complessa struttura musicale di Fripp e compagni, gli arrangiamenti sofisticati ma essenziali tipici di un trio ed una encomiabile dedizione verso gli originali,  i tre musicisti inglesi sono riusciti letteralmente a trasformare i brani scelti. Così, da inni prog rock, le celebri mini opere dei King Crimson diventano qualcosa di totalmente nuovo. Rinascono come veicoli ideali per le improvvisazioni tipiche del jazz, quasi si colorano delle tonalità pastello dei quadri impressionisti per quanto la musica diventa suggestiva. Tim Landers con il suo basso elettrico divide lo spazio solista con il pianista Jody Nardone. Il trio comprende anche il batterista Ian Wallace che fu un membro dei Crimson ai tempi dell’album “Island” e dunque conosce molto bene la materia. I tre collaborano in stretta sinergia creando una coesione formidabile che si rispecchia non solo nell’interpretazione di nuove ed inaspettate versioni del materiale originale, ma mostrano di aver sviluppato un proprio validissimo sound di gruppo. Nel dettaglio dei brani troviamo i toni vivaci e swinganti di "Ladies OF The Road". L'intensità “industrial” di "21st Century Schizoid Man", da In The Court Of The Crimson King, che viene reinventata prima come una sorta di sofisticato lounge contemporaneo, poi declinata in un lungo, onirico ed infuocato assolo di piano. "I Talk To The Wind" originariamente sullo stesso album, conserva tutta la sua bellezza pastorale, acquisendo i connotati di un’autentica ballad jazzistica.  È il blues il protagonista di "Catfood" tratta da In the Wake of Poseidon, sulla quale Nardone evoca molto bene l’intricato gioco pianistico di Keith Tippet. Landers con il suo basso prende il comando delle operazioni su "Matte Kudesai," da Discipline, dando alla melodia un'interpretazione in stile “Pastorius”. Red, dall’album omonimo,  fa riferimento in modo chiaro agli elementi che definiscono l'originale, scremati dello spirito metal ma con una maggiore attenzione ai dettagli. Una riproposizione stile funky della originaria sezione orchestrale centrale fa brillare un potente assolo di batteria di Ian Wallace. Infine Starless, in cui è il basso di Landers ad introdurre l’arrivo del piano che ricalca fedelmente le struggenti note di una melodia che nel brano originale è una delle più suggestive della storia del rock. Fino alla enigmatica parte seconda che, rispettando lo schema Crimsoniano, diventa improvvisamente nervosa e drammaticamente caotica. The King Crimson Songbook, Volume One, non solo è sorprendentemente fedele all'essenza delle otto canzoni che copre, ma riesce nella non facile impresa di ricollocare delle composizioni prettamente rock nel contesto del jazz e di farlo talmente bene da non far minimamente trasparire quale sia la reale genesi di quei brani. Questo album del 2005 è caldamente consigliato, in particolare per gli ascoltatori che hanno familiarità con le registrazioni dei King Crimson, ma bisogna sottolineare che il lavoro è in assoluto davvero stupendo. Di fatto The King Crimson Songbook Vol. 1 è decisamente in grado di soddisfare appieno anche i puristi del jazz. Si tratta di una delle più riuscite operazioni di recupero di alcuni dei più belli tra i classici immortali del progressive rock. La base era indubbiamente valida ma il rischio di rovinare un’idea eccellente con un pasticcio privo di gusto era dietro l’angolo. Il trio inglese non solo ha centrato l’obiettivo ma ha scritto con sapienza e tecnica sopraffina un nuovo ed esaltante capitolo dell'infinita e sempre mutevole storia del jazz.