Bill Laurance - Aftersun
Bill Laurance - Aftersun
Bill Laurance è un pianista, compositore, arrangiatore e produttore inglese, probabilmente sconosciuto alla maggior parte del grande pubblico. La sua formula musicale è un complesso intreccio di jazz e fusion con echi di elettronica e classica. Dopo aver studiato presso l'Università di Leeds, Laurance ha lavorato con diversi artisti tra cui il trio hip-hop Morcheeba, il sassofonista Chris Potter e il chitarrista africano Lionel Loueke. Come attività parallela, guida il duo elettronico Fix ed è soprattutto uno dei membri fondatori dell’eclettico collettivo jazz di Brooklyn Snarky Puppy. Nel 2014, Laurance ha pubblicato il suo primo album da solista, Flint, per l’etichetta GroundUp. A cui ha fatto seguito l'anno seguente con Swift. Aftersun del 2016, è quindi il terzo album da solista di Laurance. Ispirato dal suo interesse per l'astronomia e l'esplorazione dello spazio, l'album è caratterizzato dalle partecipazioni dei suoi colleghi Snarky Puppy: Michael League e Robert "Sput" Searight, e da quella del percussionista Weedie Braimah. Quelli di voi che hanno seguito questo blog negli ultimi mesi, sapranno quanto ogni attività correlata al gruppo degli Snarky Puppy rappresenti per me un motivo di grande interesse. Aftersun è di fatto il progetto più essenziale di Bill Laurance, a differenza dei suoi due dischi precedenti che sono stati invece concepiti come lavori di ampio respiro, pensati per restituire una grande atmosfera e un forte impatto. Laurance ha ridimensionato le sue ambizioni per questo nuovo album, lasciando da parte archi e ottoni, in favore di un semplice quartetto, con il deus ex machina degli Snarky Puppy Michael League al basso, Robert 'Sput' Searight alla batteria e Weedie Braimah alle percussioni. Aftersun rappresenta dunque una nuova direzione nello stile compositivo di Bill. Il suo obiettivo principale è fondere i ritmi dance, un certo fusion groove e le percussioni africaneggianti con l’approccio originale che Laurance applica da sempre al jazz. Questi cambiamenti hanno portato ad un prodotto finale che è veramente speciale. Nessun album è perfetto, e questo ha certamente qualche neo, ma ciò che in ultima analisi ne esce è la creazione di un suono che è del tutto nuovo ma al contempo intrigante e familiare. Il disco si apre con “Soti”, un brano che introduce benissimo il sound complessivo di Aftersun. Un bizzarro effetto di fade-in (che ritroveremo più volte nel corso della registrazione) produce una sorta di emersione della musica, quasi come se provenisse dalle profondità degli abissi. Ma ciò che è immediatamente evidente, è l'uso massiccio di ritmi sincopati che, combinato con la forte presenza delle percussioni e delle potenti linee di basso di League, contribuisce a dare quella sensazione dance che sembra pervadere il progetto. Un altro degli elementi più divertenti di Aftersun è la mirabile manipolazione delle texture musicali. Tuttavia, a mio parere è nelle tracce incentrate sul pianoforte, come “The Pines” e “Madeleine” che questo disco esprime il meglio. In questi brani la propensione di Laurance per la fusion raggiunge l’apice della sofisticazione e della qualità, unitamente ad uno slancio emotivo impressionante. Sulla trascinante The Pines sia il basso che le percussioni sono meno abrasive e più rotonde, mentre il pianismo di Laurance è chiaro e pulito, ricco di sfumature, ma certamente non manca di dinamica e virtuosismo. Madeleine è invece tutta giocata sul contrasto: il piano elettrico sale alla ribalta su una ritmica persistente dal sapore afro e l'uso di suoni elettronici si fa più evidente. Tutto questo apre la strada per un ottimo assolo di basso di Michael League. E’ molto particolare la sensazione contrastante che questi brani suggeriscono all’ascoltatore; suonano quasi come brani dance, ma non si percepiscono come tali. Non sono mai prevedibili: sono chiaramente disseminati di sensibilità jazzistica ma al contempo ci si rende conto che non sono facilmente codificabili. Madeleine è l'esempio perfetto di ciò che Laurance ha creato qui: un jazz ibrido, pieno di contaminazioni e suggestioni diverse che richiede la massima attenzione per essere veramente compreso. L’album è pieno di bei ritratti musicali e vi si coglie una vena positiva e serena, quasi impressionista. “Time To Run” è il brano più lungo del disco ed è indubbiamente una traccia dallo stile quasi minimalista: è ripetitiva, ma contiene un sacco di elementi complessi che mantengono vivo l’interesse, come ad esempio la ritmica ed i particolari riff di tastiere e clavinet. Purtroppo, anche un album accattivante come Aftersun ha qualche difetto. Ad esempio il brano “Bullet”, che ad onor del vero è fin troppo ripetitivo e banale, un pezzo che suona molto meno “cool” del resto dell’album. Ma il livello non tarda a risalire con la successiva “Aftersun”, un numero particolarmente evocativo e d’atmosfera con una bella progressione armonica ed un enigmatico e affascinate uso del moog. “First Light” suona ancora una volta spiazzante ed originale, con le tastiere del leader a giocare tra loro ed un intervento anche del vocoder. Il tema della ballata è svolto in modo mirabile con “Golden Hour” dove a prevalere è la bella melodia suonata dal piano acustico e nella quale l’atmosfera è rilassata e sognante. La traccia finale dell'album “A Blaze” è una canzone fantastica, che potrebbe essere la colonna sonora di un film thriller con il suo andamento nervoso ed irregolare: Bill Laurance usa i synth per simulare la chitarra distorta mentre la ritmica sincopata sottolinea energicamente la complessa struttura del brano. In ultima analisi, Aftersun è un gran disco che nasce da una sintesi tra l’esplorazione del nuovo e la tradizione a noi più familiare. Bill Laurance ha realizzato un progetto creativo di grande fascino e concretezza mutuando in questa sua ultima fatica anche l'esperienza della collaborazione con gli Snarky Puppy. Aftersun è la dimostrazione che Laurance è un musicista molto intelligente da tenere in grande considerazione: egli non è solo il tastierista del gruppo cult del momento ma è senza dubbio una delle voci più interessanti del jazz britannico di oggi.
Al Jarreau – My Old Friend (Celebrating George Duke)
Al Jarreau – My Old Friend (Celebrating George Duke)
Di Al Jarreau ho già parlato qualche tempo fa, quando ho scritto del suo bellissimo album We Got By. In realtà sul personaggio c’è poco da aggiungere dato che è senza dubbio uno degli artisti più popolari ed amati anche al di fuori del circuito jazzistico. Posso però sottolineare il fatto che Al è l'unico vocalist nella storia ad essersi aggiudicato tre Grammy Awards in tre diverse categorie (jazz, pop e R & B, rispettivamente). Al Jarreau è nato a Milwaukee, Wisconsin, il 12 marzo del 1940 ed è figlio di un prete protestante, ragione per la quale ha avuto le sue prime esperienze canore come membro del coro della chiesa del padre. Dopo aver conseguito una laurea in psicologia, Jarreau ha in realtà iniziato una carriera professionale come assistente sociale, ma alla fine ha deciso di trasferirsi a Los Angeles e lanciarsi nel mondo dello spettacolo, esibendosi in piccoli club qua e là in tutta la California. Ed è esattamente così che Al Jarreau ha iniziato a cantare accompagnato da un trio jazz guidato proprio dal grande pianista/tastierista George Duke, contesto nel quale è nata una profonda amicizia. E’ quindi naturale che Jarreau abbia sentito la necessità e forse anche l’obbligo morale di rendere omaggio al suo collega ed amico Duke, scomparso nel 2013, con questo suo album “My Old Friend: Celebrating George Duke” pubblicato l'anno successivo. La storia racconta che Jarreau abbia dato il via alla sua collaborazione artistica con il trio di Duke sul finire degli anni '60 mentre lavorava come consulente di riabilitazione vocale in un ospedale di San Francisco. Le leggendarie carriere soliste di entrambe sono probabilmente decollate anche grazie al successo di questi primi spettacoli, oltre che per l'innegabile talento di tutti e due gli artisti. Su My Old Friend: Celebrating George Duke, Jarreau compie un’operazione di approfondimento e reinterpretazione di una serie di composizioni di Duke utilizzando un gruppo selezionato di ospiti, molti dei quali hanno avuto a loro volta in carriera dei contatti con il formidabile pianista. È così che Al si ritrova ad essere supportato da una nutrita schiera di fenomenali musicisti e cantanti, tra i quali Gerald Albright, Lalah Hathaway, Jeffrey Osborne, Dianne Reeves, Marcus Miller e molti altri. Nel corso degli anni Jarreau si è sempre circondato di un superbo gruppo di grandi esponenti del mondo della musica jazz e fusion che puntualmente appaiono tra i protagonisti di questa accalorata celebrazione del genio di George Duke. Il bassista Stanley Clarke ad esempio (che ha anche prodotto l'album), i tastieristi John Beasley e Patrice Rushen, il chitarrista Paul Jackson, Jr. e il batterista John "J.R." Robinson. In realtà, Duke stesso fa la sua inaspettata apparizione in questo album attraverso l’utilizzo delle meraviglie della tecnologia moderna su un brano: la languidamente romantica "Bring Me Joy" sulla quale suona anche Boney James. Tutto il lavoro è ovviamente incentrato sulle composizioni di George Duke, che oltre che essere un pianista di livello eccezionale, era un compositore raffinato e sensibile non solo in ambito jazzistico ma anche nel soul, nell’r&b e nel funky, tutti terreni molto congeniali agli infiniti colori ed alle raffinate sfumature della vocalità unica di Jarreau. L’album risente molto positivamente di questo feeling profondo tra i due grandi artisti e si alimenta della passione e del sincero trasporto con il quale il cantante celebra il suo amico prematuramente scomparso. Le canzoni di Duke sono tutte molto belle, orecchiabili ed immediate: è un repertorio vocale in parte dimenticato e non popolare ma estremamente sofisticato, che riesce a spaziare attraverso vari stili mantenendo ben saldo il timone della qualità e andando dritto al cuore dell’ascoltatore. Il tributo comincia con la stupenda “My Old Friend” che apre l’album con il suo perfetto arrangiamento e la partecipazione del sax di Gerald Albright a dare quel tocco in più. E cosa dire della successiva “Someday” ? Un brano nel quale l’ospite d’eccezione è la grande cantante Dianne Reeves: il duetto con Jarreau è magnifico e valorizza al meglio una melodia soul jazz senza tempo. Churchyheart (Backyard Ritual) si avvale della presenza di Marcus Miller (al clarinetto basso) ed è un brano diverso e quasi irregolare ma proprio per questo molto affascinante. George Duke era un appassionato cultore della musica brasiliana e “SomeBossa (Summer Breezin’)" è il perfetto esempio di come il compositore interpretava la cultura carioca. “Sweet Baby” è la classica ballata r&b ma è anche una delle canzoni più famose di George Duke, alla quale viene data nuova vita dalla calda voce di Lalah Hataway in duetto col maestro Jarreau. L’album insiste molto sulla formula del duetto tra cantanti, dove Al rappresenta il punto fermo e l’ospite è di volta in volta diverso. Così è sulla delicata “No Rhyme, No Reason” con Kelly Price o su un'altra hit del passato come “Every Reason To Smile” dove a duettare è uno dei re della black music degli anni ’80: Jeffrey Osborne. Il secondo brano di atmosfera brasiliana è Brazilian Love Affair (brano che dava il titolo ad un album storico di George Duke). In ultima analisi, My Old Friend: Celebrating George Duke è un sentito e commosso omaggio ad un grande musicista e ad un amico di vecchia data di Jarreau: come molti altri album del cantante di Milwaukee e tanti anche dello stesso George Duke suona meravigliosamente scorrevole, caldo e pieno di amore e passione. Al è una garanzia, difficile che sbagli il colpo.
Steve Gadd - Gadditude
Steve Gadd - Gadditude
Considerato uno dei batteristi più importanti ed influenti di tutti i tempi, è conosciuto soprattutto per la sua raffinatezza ed il suo gusto, oltre che per la sua notevole capacità tecnica. Da anni è uno dei più richiesti e pagati session man ed in carriera ha partecipato a moltissimi dischi di successo. Ecco in sintesi chi è Steve Gadd, l’uomo che nel corso di una vita dedicata alla musica ha dettato il ritmo per quasi tutti: dagli Steely Dan a James Taylor, da Chick Corea a Paul Simon. Un’attività molto intensa, spesso alla corte di altri artisti, così predominante da oscurare le proprie legittime velleità da solista. Una cosa che evidentemente deve aver toccato anche la sensibilità dello stesso Steve, perchè un po’ a sorpresa, in un arco di soli tre anni, il batterista è riuscito a dare alla luce ben quattro album in grado di mettere in risalto tanto la sua versatilità quanto una mai sopita vena compositiva. Gadditude, del 2013, è il titolo (non bellissimo) di questo lavoro che vede la partecipazione della stessa band che è stata di supporto ai tour di James Taylor per molti anni. Un gruppo di musicisti in grado di offrire un programma che è al tempo stesso ricco di divertimento, di atmosfera e di intensità. Il bassista Jimmy Johnson, il trombettista Walt Fowler, il chitarrista Michael Landau e il tastierista Larry Goldings sono tutti specialisti estremamente dotati e condividono gli stessi valori musicali, cosa che li rende ideali per questo progetto del formidabile Steve. Il quintetto agisce in scioltezza su un brano divertente e orecchiabile come "The Windup" ma è in grado di mostrare estrema sensibilità e delicatezza quando la musica richiede una diversa e specifica colorazione del suono come ad esempio su "Scatterbrain". Gadditude si sposta con apparente facilità dal terreno della musica ariosa e brillante a quello più complesso e intimo dei brani più impegnati. All’inizio dell’album, troviamo la fusion illuminata di "Africa", brano scritto da Michael Landau che colpisce subito per la struttura armonica e ritmica molto complessa ed intrigante. Il chitarrista mette in mostra tutta la sua qualità in questo pezzo atmosferico che a tratti ricorda il Miles Davis di In A Silent Way. "Ask Me Now" resta nell’ambito di una jazz fusion molto misurata ma sempre interessante ed intensa dove è in bella evidenza il suono caldo del flicorno di Walt Fawler, senza dimenticare lo stupendo assolo di piano elettrico di Larry Goldrings, davvero degno di nota. Ancora più riflessiva l’interpretazione della bellissima "Country" di Keith Jarrett dove Gadd e la sua band entrano nel cuore della composizione con grandissima sensibilità e misura. "Cavaliero", è invece una strana composizione di ispirazione latina venata di tango impreziosita dal gran lavoro di chitarra di Landau. Da sottolineare come il prezioso e raffinato lavoro di batteria del leader si mantenga sempre in sottofondo, senza manie di protagonismo o eccessi virtuosistici. Gadditude non può prescindere dalla forte impronta blues che ha caratterizzato tutta la carriera di Steve Gadd, ed infatti la troviamo ben espressa in "Green Foam", che tuttavia rilegge lo stile classico con originalità. Un pizzico di vecchia scuola soul fa capolino in "The Mountain" firmata dal pianista Abdullah Ibrahim ed anche in questo caso non si può non notare quanta misura ed equilibrio vengano usati per approcciarsi alle tematiche del soul jazz. Si ritorna al blues con il brano “Who Knows The Blues” per poi chiudere con i due numeri più jazzistici di tutto l’album quali sono le già citate “The Windup” e la sorprendente “Scatterbrain” dei Radiohead, che la band rivisita stravolgendone lo spirito rock ma esaltandone il valore compositivo. Steve Gadd con il suo Gadditude non riempie le orecchie dell’ascoltatore con roboanti e tecnicissimi assoli, ne va alla ricerca di facili soluzioni pop. Semplicemente propone quello che sa fare meglio: creare dei perfetti groove ritmici con raffinatezza e senso della misura, partendo con classe dalle imprescindibili fondazioni che sostengono tutta la musica e sottolineano i concetti fondamentali di ogni genere, sia esso il jazz, il blues, il soul o la fusion. Gadditude è sufficientemente vario, intelligentemente suonato ed ispirato quanto basta per farne un album degno di attenzione e rispetto.
Frank Zappa – The Grand Wazoo
Frank Zappa – The Grand Wazoo
Se Frank Zappa viene considerato da molti uno dei più grandi geni musicali del '900, nonché uno dei maggiori artisti contemporanei una ragione ci sarà. Nel corso della sua prolifica carriera il mitico musicista di Baltimora ha spesso sfiorato il jazz e la fusion, ma nella sua produzione si staglia una sorta di ideale trilogia jazzistica che è composta da tre album: Hot Rats, Waka Jawaka e The Grand Wazoo. In occasione dell’anniversario della sua prematura scomparsa (4 Dicembre 1993) voglio dedicare qualche riga proprio a lui e ad uno dei suoi capolavori: The Grand Wazoo cioè l’album che probabilmente è entrato di più e meglio nelle dinamiche e nelle architetture musicali del jazz. L'impianto strumentale di The Grand Wazoo è costituito in gran parte da un ibrido tra una big band orchestrale ed il classico combo rock-progressive. Diciamo che è una produzione imponente che vede un ampio uso di ottoni, ma anche di altri strumenti quali la marimba/vibrafono e un variegato set di tastiere. Si tratta del terzo disco della trilogia jazz zappiana e fu pubblicato in un periodo nel quale Zappa era confinato su una sedia a rotelle a seguito dell'aggressione subita sul palco da un fan che lo aveva scaraventato nella buca dell'orchestra durante un concerto a Londra. A dispetto del suo incidente, con The Grand Wazoo Zappa decise di avventurarsi in un nuovo progetto stilistico, e in un ulteriore tour di otto date, con concerti da tenersi principalmente in Europa. Zappa utilizzò dunque una grande orchestra con molti musicisti, la maggior parte dei quali provenienti dalla scena jazz, come il sassofonista Ernie Watts, Anthony Ortega, e il trombonista Billy Byers. Il suo biografo Alain Dister scrive in proposito: «Zappa scelse questo assetto di formazione da big band per le ampie possibilità di sfumature musicali che gli avrebbe permesso, infinitamente più sottili e sofisticate rispetto al gruppo limitato con cui di solito si esibiva». Frank Zappa stesso è il vero e proprio direttore d’orchestra in questo singolare lavoro che, nonostante contenga pezzi quasi del tutto strumentali, narra in musica una sorta di bizzarra e fantasiosa epopea bellica. Un esercito di 5000 strumenti d'ottone, 5000 diversi percussionisti, e 5000 svariati strumenti elettronici è impegnato in un'eterna lotta contro l'esercito delle forze della mediocrità musicale, in una rappresentazione surreale della realtà del mondo dello show business. Un mondo, quello della musica commerciale, che Zappa odiava profondamente. Il brano che da il titolo all’album, “The Grand Wazoo” è una summa stilistica del meglio della creatività di Frank: sulle ali degli arrangiamenti complicatissimi ideati dal maestro si ascolta quasi stupefatti i vari assoli alternarsi uno dopo l’altro mentre la grande orchestra di ottoni sottolinea ogni passaggio, accentuando il pathos e l’epicità del brano. Il tema rimane impresso nella memoria, il giro è un rock-blues e due splendidi assoli caratterizzano questa mini suite. Bill Byers al trombone e Sal Marquez alla tromba con sordina. Due interventi differenti per approccio e filosofia: morbido e di matrice be bop quello di Byers, acido e più moderno quello di Marquez. Totalmente avulso dal concept del resto del disco è l'unico brano a contenere una traccia vocale sull'album, “For Calvin (and His Next Two Hitch-Hikers)”, che però concede comunque spazio ad un lungo sviluppo orchestrale. Lo Zappa compositore-arrangiatore si esprime qui con grande perizia e genialità, ponendo le percussioni, il trombone, il Mini-Moog, la sezione fiati, e il rullante della batteria a creare una sorta di affresco impressionista di grande suggestione. “Cletus Awreetus-Awrightus” riprende il filo del discorso proiettando l’ascoltatore nelle sonorità di uno stralunato jazz al confine tra l’avanguardia ed il cabaret, ironico e davvero molto originale, in un pezzo che non potrebbe che essere stato scritto da Zappa. Da notare il breve assolo di piano di George Duke, l’energetico intervento di Ernie Watts al tenore ed il consueto vivace contrappunto della sezione fiati. Una intro di Rhodes distorto (George Duke) conduce alla successiva “Eat That Question” che vede l’esplosivo ingresso della ritmica, cui fa seguito un nuovo assolo di piano elettrico ad opera di quel genio che è George Duke. La spinta potente della batteria di Dunbar e del basso di Erroneous ci trasporta all'assolo di Zappa con la chitarra elettrica, giusto per ricordarci che Frank non era solo un grande compositore ma anche uno splendido chitarrista. Per concludere al meglio ecco il finale “Blessed Relief” che è il mio brano preferito in assoluto. Si apre con una breve introduzione che prosegue esponendo il tema la cui cristallina melodia appare quasi cantabile ed è meravigliosamente orchestrata in puro stile jazzistico. Magnifico l’assolo di flicorno di Sal Marquez e fantastico il lavoro di piatti di Ansley Dunbar. Poi tocca a George Duke, di nuovo al piano elettrico, che sciorina una performance delicata ed intensa, davvero da brividi, che risulta perfettamente propedeutica all'assolo di Zappa, qui impegnato alla chitarra semi-acustica. Frank sembra pervaso da una certa riflessiva malinconia, con l’uso del wah wah che a tratti lascia apparire quegli strani passaggi di "tarantella lenta" tipici del musicista. La coda strumentale è impreziosita nuovamente dai fiati mentre la melodia sembra dissolversi nell'aria. Con questo lavoro concettuale Zappa diede continuità alle sue precedenti produzioni discografiche che già risentivano di forti influenze jazzistiche ed il suo linguaggio si fece in questa circostanza più delineato, distanziandosi almeno temporaneamente dal rock e orientandosi verso una formula molto sofisticata di fusion jazz. Questo esperimento, però, fu di breve durata, i musicisti che parteciparono alla registrazione di questo album, erano diversi da quelli che andarono in tour nello stesso anno, e Zappa avrebbe poi proseguito su altre strade stilistiche. Il linguaggio compositivo di The Gran Wazoo raggiunse nuove ed altissime vette, in grado di valorizzare gli arrangiamenti e la fantasiosa e policroma strumentazione che il maestro mise insieme per l’occasione. The Grand Wazoo ci consegna il genio di Frank Zappa all’apice della sua vena creativa, qualcosa che probabilmente nessun musicista rock riuscirà mai più ad eguagliare.
Vinnie Colaiuta - Vinnie Colaiuta
Vinnie Colaiuta - Vinnie Colaiuta
Vinnie Colaiuta è un musicista statunitense di lontane origini italiane (la sua famiglia proviene da un paesino in provincia di Cosenza) ed è tra i più apprezzati e richiesti batteristi al mondo. Ha cominciato a suonare da bambino riuscendo però ad avere una sua batteria solo a quattordici anni. Dotato di estrema versatilità e di tecnica ineccepibile, ha i suoi maggiori punti di forza nella straordinaria potenza e velocità di esecuzione. Riconosciuto come uno dei pochi batteristi in grado di suonare indifferentemente ogni stile con un linguaggio appropriato e la giusta tecnica, passa dal jazz al progressive, dal metal al rock, dal latin alla fusion con estrema naturalezza. E’ uno dei session man più presenti nelle registrazioni nella storia della musica moderna. Dopo aver frequentato il Berklee College of Music a Boston per un anno, Colaiuta si trasferì a Los Angeles (dove risiede tuttora), arrangiandosi a suonare dove c‘era la possibilità di farlo. Nell'aprile del 1978, all'età di ventidue anni, ebbe l'opportunità di fare un provino per Frank Zappa, eseguendo tra l'altro l'assolo di “The Black Page” (scritto in origine per Terry Bozzio) che è estremamente difficoltoso. L'audizione ebbe successo e Colaiuta lavorò con Zappa, sostituendo lo stesso Bozzio, dimissionario, come batterista principale nelle esibizioni dal vivo e in studio fino al 1982. Ma Colaiuta ha anche collaborato con una lista sterminata di altri illustri artisti: un elenco di celebrità e talenti infinito che sarebbe troppo lungo citare in dettaglio. Vinnie Colaiuta, è l'unico prodotto da solista del grandissimo batterista. L'album risale al lontano 1994 e leggere da quali musicisti è stato suonato è già un indizio della sua qualità. La registrazione contiene nove tracce piuttosto eterogenee e non certo di facile ascolto che richiedono l’attenzione di orecchie fini e preparate. La struttura musicale è complessa e non manca un certo gusto per i tecnicismi sperimentali. L’album inizia con un forte accento progressive: “I'm Tweeked/Attack Of The 20lb Pizza” è un favoloso brano che richiama alcune sonorità dei King Crimson, ma reinterpretati da una batteria che sembra agire contro tempo, con uno strano effetto che però si rivela una scelta ritmica del tutto voluta dal grande Colaiuta. Non inganni l’inizio roboante e piuttosto rock, l'album è molto interessante proprio per la varietà dei generi proposti nelle varie tracce. Un retaggio della lunghissima carriera di Vinnie attraverso quasi tutti i generi musicali esistenti. “Private Earthquake: Error 7” è un ottimo brano fusion che riesce a mescolare in un unico contenitore funky, psichedelia, jazz, e sperimentazione, il sound del sax non può non ricordare i Weather Report mentre la ritmica riporta alle sonorità cosmic jazz degli anni ‘70. Un sound che continua anche sulla successiva “Chauncey” in cui una batteria dal ritmo monotono è sostenuta da una strana sonorità di basso per un effetto fusion-psichedelico piuttosto inquietante, ma echi di Joe Zawinul e dei Weather Report sono comunque presenti. “John's Blues” suona quasi angosciante e molto strana, uscendo da qualsiasi canone stilistico. Probabilmente il brano più bello e articolato è “Slink”, un numero jazzistico elaborato e vivacissimo quasi scoppiettante per via del suo complesso apparato ritmico e del mirabile fraseggio tra le tastiere ed il sax. Colaiuta è semplicemente mostruoso per velocità, tecnica ed inventiva, una prestazione la sua che lascia letteralmente stupefatti. “Darlene's Song” arriva come una sorta di oasi rilassante, anche se la sua solo apparente semplicità nasconde in realtà un pezzo molto complesso, musicalmente evoluto ma anche emozionante. A spiazzare ancora una volta l’ascoltatore ci pensa l’enigmatica “Momoska (Club Mix)” che è una sorta di escursione nella tecno-fusion-latina: qualcosa di davvero inusuale e tuttavia piacevole e convincente. Fantastico e grintoso, pulsante e scattante il brano intitolato “Bruce Lee”, quasi una didascalia in musica della dinamicità del maestro del kung fu. “If One Was One” chiude l’album nello stesso modo di come era cominciato e cioè con un pezzo di progressive rock geniale e molto “Zappiano”. Una complessa struttura di tempi e ritmi sincopati che è un’evidente citazione del genio di Baltimora. Vinnie Colaiuta non ha solo messo in mostra tutta la sua monumentale e pirotecnica bravura ma ha anche dato vita ad un album innovativo, che mette insieme il jazz e la fusion contaminandola con quella parte più progressiva del rock che fa capo ai King Crimson ed a Frank Zappa. Su tutto si delinea la favolosa sperimentazione che il grande Vinnie fa con la sua batteria: questo suo unico lavoro (ad oggi) rappresenta un vero must per ogni batterista, ma risulta molto interessante per ogni appassionato della grande musica. E' lecito attendersi al più presto un nuovo album.
Sonny Emory - Hypnofunk
Sonny Emory - Hypnofunk
Nativo di Atlanta, Georgia, Sonny Emory era ed è un predestinato: ebbe in regalo il suo primo set di batteria all'età di quattro anni e mostrò immediatamente di avere un talento innato. Meno famoso a livello globale di altri mostri sacri del drumming, è tuttavia a mio parere uno dei più bravi in assoluto. Dopo la laurea presso la Georgia State University in “Jazz Performance”, Sonny si è lanciato nel mondo del professionismo arrivando presto a suonare con Joe Sample e i Crusaders. Sonny vanta oltre 20 anni di duro lavoro sia dal vivo che in studio, dove continua ad essere impegnato come richiestissimo session man sia in ambito jazzistico che in molti altri contesti. Di fatto Emory è conosciuto principalmente per la sua militanza, lunga tredici anni, con i mitici Earth Wind And Fire, ma la verità è che, grazie alle sue doti, si è esibito con un numero enorme di artisti della musica leggera e del jazz tra cui Stanley Clarke, David Sanborn, Bette Midler, Al Jarreau, Paula Abdul, Jean-Luc Ponty, gli Steely Dan e Boz Scaggs. Sonny è anche noto per il suo pittoresco ed innovativo uso di alcuni spettacolari numeri di abilità con le bacchette durante le sue esibizioni dal vivo, che includonoanche le tecniche di back-sticking (gergo tecnico che significa battere il tamburo con il manico della bacchetta in luogo della testa). Emory ha vinto un Grammy Award, ed è considerato dagli addetti ai lavori uno dei più grandi batteristi degli ultimi 15 / 20 anni. Stile inconfondibile, grande competenza, tecnica sopraffina ed un groove feeling fantastico sono il marchio di fabbrica di questo straordinario musicista. Nel 1996 ha finalmente dato alla luce il suo progetto solista: un album di puro funk jazz intitolato Hypnofunk, prodotto dal fondatore degli EW&F e batterista a sua volta, Maurice White. Hypnofunk è la perfetta vetrina per mettere in mostra la bravura, il senso del ritmo e l’inventiva di Sonny Emory alla batteria, ma anche un certo talento per la composizione ed il buon gusto musicale. Diciamo subito che si tratta di funk contaminato a sprazzi da atmosfere jazzistiche, da un tocco di hip hop e da una qualche venatura di smooth jazz. E poi naturalmente c’è quell’ispirazione che viene direttamente dal retaggio degli Earth Wind And Fire, palpabile in più di un’occasione. Su tutto domina il sound della batteria di Emory, sempre precisa, pulita e potente eppure mai sopra le righe. Dopo un brevissimo brano introduttivo, l’album inizia con “Hypnofunk”: un funk che più funk non si può. A seguire un altro brano dal groove profondissimo ed irresistibile intitolato appropriatamente “Funky Swing” in cui un riff di fiati ripetuto ossessivamente sottolinea una ritmica trascinante. “Scratch” rimanda ad atmosfere quasi da acid jazz intervallate da un bel rap. Anche la successiva “In The Pocket” si configura come un sofisticato hip hop all’interno del quale trova posto un bell’assolo di piano di matrice jazzistica. “Travellin’” ha grande affinità con le ritmiche degli EW&F e la cosa non sorprende di certo. Tranquilla e rilassata è invece “Be Still My Beating Heart”, caratterizzata da un bellissimo sax soprano e dai toni tipici dello smooth jazz. “Mo Go Go” riporta tutto al cuore del funk, in un numero tutto ritmo scandito quasi esclusivamente da un bel basso slap e dai favolosi fraseggi e stacchi della batteria di Sonny. Il pezzo più bello dell’album è però “Napoleon’s Run” che, alla consueta favolosa batteria del leader, affianca una struttura armonica e melodica davvero notevole ed è impreziosita dai puntuali interventi dei solisti: sax, piano e tromba entrano splendidamente in gioco sul magnifico tappeto ritmico di Sonny. “Tribal Phunk” è un brevissimo intermezzo per sola batteria e percussioni. Orecchiabile e fluida “Mimosa” rientra nei canoni dello smooth jazz più leggero tenendo sempre ben in evidenza il drumming sofisticato di Emory. Funky/rap colorato di Earth Wind & Fire infine per “Let Me Talk”. Entrare nello “showroom” di Sonny Emory con questo suo Hypnofunk non vi porter al cospetto di un capolavoro, tuttavia vi consentirà di scoprire tutta la maestria, la capacità tecnica e la creatività di un batterista dal talento cristallino e dalla tecnica sublime. Emory è in grado di suonare con nonchalance e naturalezza tutti i generi musicali siano essi il jazz, il funk, la fusion, l’r&b o il rock poco importa, la sua grande versatilità lo fa passare sopra gli stili in scioltezza. Qui offre anche un saggio delle sue ottime doti di compositore: il risultato è un album piacevole che non delude e tra l'altro è ancora attuale nonostante siano passati vent'anni. Il suo ascolto sarà un piacere per qualsiasi appassionato della batteria e della buona musica.
Dave Weckl - Transition
Dave Weckl - Transition
Dave Weckl è uno dei più acclamati batteristi del mondo, un vero fenomeno dal suo strumento per tecnica, velocità, precisione ed inventiva. Weckl è un vero e proprio punto di riferimento per chiunque si voglia confrontare con la batteria ed è da annoverare senza dubbio tra i migliori cinque drummer contemporanei al mondo. Di sicuro questa fama è figlia di una lunga gavetta e di un perfezionismo maniacale ma la sua reputazione è maturata anche per merito della sua celebrata militanza, durata sei anni, con le band di Chick Corea. Weckl è nato a St. Louis ed è cresciuto ascoltando soul e jazz; ha ricevuto il suo primo set di batteria all'età di otto anni e ha quindi forgiato il suo inconfondibile stile attraverso l'ascolto di un mito della batteria jazz come Buddy Rich, ma anche prendendo a piene mani dalle ritmiche del funk e dell’R&B. Diplomatosi in musica jazz presso l'Università di Bridgeport, si è poi spostato a New York per godere delle grandi possibilità offerte dalla metropoli. E’ qui che si è unito ad un gruppo fusion chiamato Nitesprite, attirando finalmente l'attenzione di un grande batterista e produttore quale Peter Erskine. L’ex Weather Report è stato determinante per il prosieguo della carriera di Dave Weckl, che ottenne da quel momento in poi un forte slancio verso il successo. Transition è il terzo album di Dave Weckl per l'etichetta Stretch Records e come indica lo stesso titolo riflette una nuova direzione nella proposta musicale del batterista, un momento di transizione e di passaggio foriero di inediti approcci tecnici ed di una band aggiornata. Sono sette i brani che compongono questa registrazione del 2000, nella quale il batterista si avvalse della presenza di un amico di lunga data come il bravo sassofonista Brandon Fields. Insieme a quest'ultimo, con il quale Dave aveva ed ha un rapporto di amicizia ed un intenso e proficuo interplay, l’album vedeva la partecipazione del bassista Tom Kennedy e della più recente acquisizione della band in quel momento, il formidabile tastierista Steve Weingart. Weckl si presenta in grande spolvero e si cimenta con nuove tecniche percussive che prevedono ad esempio un inusuale utilizzo dei bongos e di varie percussioni metalliche che arricchiscono e colorano la nuova configurazione della sua già ricca batteria. Transition mette in mostra la mostruosa abilità tecnica del leader, il quale come d’abitudine fornisce generose dosi di ritmo ad altissima energia ed una raffinata gestione della velocità e del controllo: un marchio di fabbrica che ha caratterizzato Dave Weckl sia nella Elektric Band che nella Akoustic Band di Chick Corea. In questo album vediamo che i due approcci (elettrico e acustico) vanno nella direzione di una certa convergenza. Se da un lato infatti il drumming di Weckl resta potente e carico di groove, dall’altro è evidente anche una ricerca stilistica orientata ad una maggiore leggerezza. "Mild Hysteria" ad esempio propone la batteria in un veloce poliritmo sul quale la band suona con un tempo diverso: così la melodia sembra cambiare ad ogni singola sezione solistica. "Group Therapy", scritta da Brandon Fields, mette in luce la sua bella voce di sax ed un ottimo funky groove di tutto il gruppo. Strutturalmente molto interessante è anche la sinuosa "Passion" con Steve Weingart e le sue magnifiche tastiere a giocare in tandem con la delicata atmosfera percussiva di Weckl. Fields è ancora affascinante nel suo assolo che contribuisce ad accrescere l'impatto sull'ascoltatore. "Crossing Paths" è un altro grande pezzo dalla melodia orecchiabile, in questo caso contrassegnato dalla prominente presenza del potente basso di Tom Kennedy. Nel suo insieme, la Dave Weckl Band è un gruppo jazz rock piuttosto particolare, per certi versi unico nel suo genere. La sua identità musicale fatta di tecnica sopraffina e tanta energia sembra aver felicemente abbattuto il confine tra solista e accompagnatore creando una stratificazione sonora molto intrigante e di grande suggestione. Una formula che può appagare in egual misura sia gli appassionati di jazz che quelli più orientati verso la fusion.
Fertile Ground - Perception
Fertile Ground - Perception
La band soul-jazz chiamata Fertile Ground è probabilmente tra i collettivi musicali più visionari, originali ed innovativi che possa capitare di ascoltare. La ragione? I Fertile Ground fanno quello che vogliono e non pagano tributo ad alcuna delle correnti o delle tendenze in voga. Sono afrocentrici, politicamente impegnati nella comunità, esteticamente evoluti ed artisticamente avanzati. Non sono ascrivibili a nessuna delle attuali "categorie" (leggi: prigioni) della musica nera fin dal lontano 1998. Facciamo dunque un passo indietro e vediamo che la band fu fondata a Baltimora dal tastierista James Collins nel 1998 come un mini gruppo di tre elementi con la vocalist Navasha Daya ed il batterista Marcus Asante. Il progetto era implementare la canzone soul americana con i ritmi di varie parti del mondo senza canoni precisi e restrizioni. Nel 1999 alla band si sono aggiunti il percussionista Ekendra Das, il veterano trombettista Freddie Dunn e il virtuoso sassofonista Craig D. Alston. Collins creò anche un’apposita etichetta discografica, la Blackout Studios ed i Fertile Ground ebbero la possibilità di auto prodursi così i primi due album (Field Songs e Spiritual War). Nel 2000, il proprietario dell'etichetta Counterpoints Records, Jake Behnan, scoprì la band e ne divenne un fan entusiasta, al punto da voler riunire il meglio dei primi due album in una compilation intitolata “Perception”. Fu un successo immediato in Asia ed in Europa. Seguirono un cambio di batterista (il nuovo fu Mark Prince), un lungo tour e anche due nuovi album, entrambe molto interessanti (Seasons Change del 2002 e Black is… del 2004). Successivamente a livello discografico ci furono solo un album di remix (Remixed) e una riedizione del primo storico album Field Songs Revisited. All'inizio del 2010, i membri di Fertile Ground decisero di prendersi una pausa per concentrarsi sui loro progetti personali, il risultato è stato una disdetta per tutti gli appassionati perché da quel momento di fatto il gruppo non ha pubblicato più nulla. Sarebbe bello se questa stasi creativa dei Fertile Ground finisse al più presto. Nel frattempo non ci resta che goderci quello che è il segno più tangibile e completo del loro talento e cioè questa compilation intitolata come detto prima Perception. Un mix indovinato dei primi singoli della band e molti brani selezionati dai loro primi due album. Il set si apre con il canto/poesia afro di "Libations" sostenuta solo da percussionisti. Un inizio che non deve ingannare sulla natura musicale del gruppo che infatti è seguito dal brusco cambio di stile di “Spiritual War”, un profondo groove soul-jazz che, pur se pilotato da un ritmo afro, mette subito in evidenza la splendida vocalità di Navasha Daya ed evidenti echi di jazz e blues. Un brano che è influenzato sia da Gil Scott-Heron che dalla musica più matura di Marvin Gaye ed anche dai primi lavori di Jon Lucien. Con un sound però decisamente moderno. “Broken Branches” è una canzone molto accattivante, arricchita da un arrangiamento funky soul ricco di fiati su un medio tempo molto articolato. Bellissimi gli assoli di sax di Alston e di Freddie Dunn alla tromba. Una strana ritmica ci accoglie in “Be Natural”, anch’essa dominata dai fiati e dalla convincente voce di Navasha. Atmosfera latineggiante per la veloce “Peace & Love” con le percussioni ancora sugli scudi. Bellissima poi “Let The Wind Blow” una canzone sofisticata e di ampio respiro che corre, si ferma, riparte e mette nel cocktail anche un altro bell’assolo di sax. Groove latino e linee di basso ipnotiche per “Colors Of The Night” che Freddie Dunn impreziosisce con un intervento di tromba di stampo jazzistico. “Patches In The Shade (Stay Strong)” è invece uno funky shuffle molto black: bello l’assolo di synth di James Collins. Altri punti salienti dell'album sono i brani più jazz-oriented proposti dai Fertile Ground: "Ghetto Butterflies", "Homage (Yesterday)" e "My Friend the Moon" tre canzoni che esaltano le ottime doti vocali afro black di Navasha Daya, ma soprattutto le qualità strumentali dei musicisti. In realtà, nelle 16 tracce contenute in Perception, non c'è un vero momento di debolezza. La profonda anima soul, la presenza di un filo conduttore jazzistico, lo spirito world/afro genuino unito alle atmosfere semplici e dirette ma originalissime rendono questa compilation in qualche misura l’album definitivo dei Fertile Ground. Questa band è un segreto molto ben custodito della scena soul-jazz. La speranza è che tornino presto a farsi sentire con produzioni attuali per confermare le stesse fantastiche vibrazioni che hanno saputo trasmettere in passato ma proiettandosi nel 21° secolo con nuovo slancio e la medesima passione. Se riuscissero ad avere più risonanza a livello mediatico il (meritato) successo questa volta potrebbe essere davvero planetario.
Eric Gunnison - Voyageur
Eric Gunnison - Voyageur
Quando non ascolto musica dalla mia personale discoteca mi piace molto esplorare il web a caccia di novità, artisti sconosciuti e giovani o meno giovani talenti di cui la rete è davvero piena. Qualche volta si fanno degli incontri interessanti e ne esce materiale anche per questo blog. E’ questo il caso del pianista e compositore Eric Gunnison, di cui ignoravo l’esistenza ma che, dopo un ascolto su You Tube, ha attirato la mia attenzione e mi ha spinto a cercare maggiori informazioni e testare la sua produzione discografica. Nativo di New York, ma con residenza stabile nella città di Denver in Colorado fin dal lontano 1980, Eric ha portato avanti una brillante carriera musicale durante la quale si è affermato come uno dei pilastri della vibrante scena jazz della Mile High City in veste di strumentista, di bandleader e di educatore. Attivo da più di 30 anni come sideman e pianista/tastierista di studio, Gunnison è stato anche un insegnante presso la Lamont School Of Music di Denver e al Conservatorio del Colorado. Gunnison grazie alla sua competenza ed alla sua bravura ha avuto l’opportunità di esibirsi con artisti jazz di fama internazionale con una particolare specializzazione per le cantanti. Dopo due album di estrazione jazzistica tradizionale, pubblica ora questo nuovo lavoro che vede una sterzata decisa verso una fusion raffinata e non commerciale, caratterizzata da un sound che recupera atmosfere vintage e fa uso del piano elettrico e del sintetizzatore. Voyageur, questo è il titolo dell’album, resta comunque un disco di jazz, sia pure jazz elettrico. Le contaminazioni con il funk o se volete con la fusion sono evidenti, dettate anche dalla scelta della strumentazione, ma il cuore della musica di Eric Gunnison è prevalentemente radicato nel contesto della migliore tradizione sia per quanto riguarda la tecnica dell’improvvisazione, sia per la struttura armonica dei brani. Per questa registrazione il pianista è affiancato da un gruppo di musicisti piuttosto sconosciuti ma non per questo meno validi. Bijoux Barbosa, Matt Houston, Christian Teele, Randy Chavez, Kirwan Brown, Mike Marlier sono i compagni d’avventura scelti da Gunnison per questo progetto. Il disco inizia con quello che probabilmente è il brano più fusion di Voyageur: ”Journey To Akumal” è dominato dal synth che detta la melodia su un ritmo latineggiante. L’atmosfera è un mix affascinante di new age, fusion e progressive e l’assolo centrale di Eric è assolutamente degno di nota per inventiva e originalità. Come il titolo lascia presagire “G-Funk” si sposta più decisamente verso il funk groove, mentre la melodia è condotta prima da un magistrale piano acustico e poi, sempre in pieno territorio jazzistico, da un Rhodes che farà la gioia dei molti seguaci del piano elettrico. “Tribute” affronta il tema della ballata jazzistica in modo piuttosto canonico, il trio piano – basso – batteria è la formula scelta da Gunnison per questo rilassato brano, etereo e molto gradevole. Il pianista di Denver si cimenta anche con un numero in stile bossa con “Midnight Samba” ed anche in questo caso la scelta cade sul classico pianoforte. Su di una base ritmica brasilianeggiante, Gunnison si esibisce in uno splendido assolo, dimostrando una notevole padronanza di questo particolare stile. Il pezzo forse più interessante dell’album è “Lodo Blue”, veicolato da una ritmica sincopata e scoppiettante, Eric fa sfoggio di talento e tecnica con il piano elettrico, ricreando un feeling jazz rock da anni ’70 che al mio orecchio suona irresistibile. Evidenziando una predilezione per le ritmiche latin funk, Gunnison si mette nuovamente al pianoforte acustico per proporre un altro bel brano intitolato “Five Years Ago”, colorato da un ulteriore saggio di bravura e fantasia nell’improvvisazione. “Eurasian Lullaby Redux” è animata da una particolare tensione emotiva, con continui cambi di ritmo e di atmosfera, ma a fronte di un’eco quasi new age suona come una rilassata ballata jazzistica. A chiudere questo album ci pensa un brano per piano solo intitolato “Lost Soul”, perfetto per le indubbie doti strumentali di Gunnison. Una menzione particolare deve però essere doverosamente assegnata anche al bassista Eduardo “Bijoux” Barbosa ed al batterista Matt Houston che si distinguono in tutto l’album per la ritmica puntuale ed alcuni assoli piuttosto pregevoli. Voyageur è decisamente una proposta interessante ed una bella scoperta nel mare magnum delle pubblicazioni musicali di questi ultimi tempi. Eric Gunnison dimostra di essere un pianista di tutto rispetto, che oltre ad un’ottima tecnica individuale, riesce ad esprimere anche delle notevoli doti di compositore. Senza particolari ambizioni o manie di protagonismo offre del buon jazz contemporaneo colorato di forti tinte fusion. Al giorno d’oggi può bastare così.
Bob Mintzer – All L.A. Band
Bob Mintzer – All L.A. Band
Bob Mintzer è uno dei più straordinari ed importanti sassofonisti in attività. Il suo sound pieno e vigoroso, il suo fraseggio sapiente e la sua fluida espressività ne fanno certamente uno degli esponenti più in vista del sassofono contemporaneo a livello internazionale. La “voce” degli Yellowjackets, è un musicista super impegnato: è quasi sempre in tour con la popolare band fusion, con il proprio quartetto, o magari con le big band, formula jazzistica di cui è diventato un vero e proprio punto di riferimento. Nonostante ciò Mintzer non perde occasione per scrivere musica jazz di qualità per tutte le situazioni che lo vedono coinvolto. Mintzer è anche docente di composizione presso la University of Southern California a Los Angeles, ruolo che condivide con gli amici di lunga data Peter Erskine, Alan Pasqua, Vince Mendoza e Russell Ferrante. Partecipa anche a laboratori musicali in tutto il mondo, scrive libri su una varietà di argomenti inerenti la musica, è presente in molteplici registrazioni in qualità di solista ospite o direttore artistico. In sostanza Bob è uno di quei musicisti che vivono la loro professione a 360 gradi con una grande passione e con encomiabile impegno. “All L.A. Band” è la sua ultima fatica come direttore della più recente versione della sua Big Band: quella che ha sede a Los Angeles e annovera tra i suoi membri tutti musicisti dell’area Californiana. Anche se il nome del sassofonista Bob Mintzer figura quale titolare solitario del progetto, l'All L.A. Band è in realtà una reciproca collaborazione con il celebre batterista Peter Erskine, ovvero quella che fu la ritmica dei Weather Report. Oltre al ruolo di batterista, Erskine ha prodotto l'album, mentre Mintzer si è occupato delle dieci belle composizioni e degli arrangiamenti. Tra gli stili musicali più vicini al cuore di Bob ci sono l’afro-cubano ed il funk, ed è naturale che vi sia abbondanza di entrambi su All L.A. Band. Per questo album Mintzer ha scelto la crema dei musicisti ed i risultati sono prevedibilmente eccellenti. Basti sapere che la sezione trombe è affidata a Wayne Bergeron, mentre quella dei tromboni è sotto la supervisione di Bob McChesney. È interessante notare che, Mintzer ha scelto di utilizzare solo tre sassofoni: il contralto di Bob Sheppard, il baritono di Adam Schroeder e lui stesso stesso al tenore. Per quanto riguarda la sezione ritmica, troviamo il pianista Russell Ferrante, il chitarrista Larry Koonse, il bassista Edwin Livingston ed il percussionista Aaron Serfaty pilotati abilmente dalla batteria del navigato e sempre straordinario Peter Erskine. L’apertura dell’album è affidata ad un primo omaggio di Mintzer alla musica cubana, il latin jazz solare e contagioso di "El Caborojeno" ci porta subito in atmosfera caraibica, nello stesso modo in cui più avanti la big band ci delizia con brani come "Ellis Island" e "Latin Dance". Virata funk per "Slo Funk" che fu scritta una quarantina di anni fa per la band di Buddy Rich, e poi anche per "Home Basie" e "New Rochelle", composta in origine per gli Yellowjackets. Tutti brani che se da un lato evidenziano una ritmica più marcata e aggressiva, nella sostanza restano intrinsecamente jazzistici per quanto concerne gli arrangiamenti e gli assoli. "Havin 'Some Fun" è un numero in pieno stile Count Basie, ed è un piacere ascoltare un big band dei giorni nostri esibirsi in uno swing orchestrale così magistralmente suonato. "Original People" ricalca ugualmente le orme dei classici dello swing. Straordinaria la veloce, roboante "Runferyerlife", (precedentemente ascoltata in Old School dello stesso Mintzer) dove è possibile ascoltare uno dei migliori assoli di Mintzer ed uno scoppiettante intervento di trombone di McChesney. L'album si chiude con "Tribute", un sentito omaggio al trombettista Thad Jones ed ai molti altri eccellenti musicisti che hanno militato nella mitica big band di Count Basie. E’ evidente che il fulcro di questo album e dell’intera orchestra sia proprio Bob Mintzer con il suo sax tenore: i solisti più in evidenza oltre al leader sono sicuramente Bob Sheppard, Adam Schroeder, Bob McChesney e Russell Ferrante al pianoforte. Tuttavia al di là dei singoli è il suono della L.A. Band che riesce nell’intento di affascinare l’ascoltatore con un repertorio vivace e sempre interessante, mai noioso o eccessivamente pesante. Nel solco della migliore tradizione ma con un tocco di modernità e leggerezza che non stonano affatto, Bob Mintzer e Peter Erskine hanno messo insieme un progetto straordinario, condensato in questo bellissimo album che può vantare tra le altre cose una coerenza impressionante. Questo è jazz di alto livello che dovrebbe catturare sia l’appassionato che l’ascoltatore occasionale. A mio parere All L.A. Band è una delle migliori pubblicazioni del 2016.
Don Sebesky – Giant Box
Don Sebesky – Giant Box
Don Sebesky è un nome che alla maggior parte dei lettori non dirà quasi nulla, ma agli appassionati più attenti risulterà invece molto più popolare. Sebesky fu infatti l’arrangiatore di fiducia del produttore Creed Taylor e dunque il responsabile del sound di molti degli album della Verve, della A & M, e della quasi totalità delle produzioni della CTI/KUDU. Don è il musicista la cui maestria orchestrale ha contribuito a rendere artisti come Wes Montgomery, Paul Desmond, Freddie Hubbard, e George Benson più popolari e meglio accettati al pubblico al di fuori del jazz. Pur avendo subito critiche per il suo approccio particolare verso un genere che non ha mai amato l’uso delle orchestre, va detto senza remore che Don Sebesky è un musicista e compositore tra i più eleganti e completi del suo campo, un artista con una solida conoscenza dell'orchestra ed una coraggiosa visione dell’uso che se ne può fare nel jazz e nella fusion. Sebesky ha letteralmente creato uno stile, attingendo con intelligenza dal grande jazz delle big band, dal rock, dalla musica etnica, da quella classica di tutte le epoche, e perfino dall'avanguardia. Egli stesso ha citato Bela Bartok come suo compositore preferito, ma nel suo lavoro si sentono anche forti echi di Stravinskij. Don Sebesky ha iniziato la sua carriera professionale come trombonista mentre era ancora studente alla Manhattan School of Music, lavorando con Kai Winding, Claude Thornhill, Tommy Dorsey, Maynard Ferguson, e Stan Kenton. A partire dal 1960 ha lasciato il trombone per concentrarsi sull’arrangiamento e la conduzione d’orchestra. La svolta decisiva nel suo percorso artistico fu l’incarico di arrangiare l’album di Wes Montgomery “Bumpin'” (1965) che resta uno degli esempi più interessanti del suo lavoro nel jazz insieme a “The Shape of Things to Come” di George Benson, “From the Hot Afternoon” di Paul Desmond, e “First Light” di Freddie Hubbard. Tuttavia fu proprio questo originale ed articolato album intitolato “Giant Box” che attirò i riflettori di pubblico e critica: infatti il cast messo a disposizione da Creed Taylor per l’occasione consente di ascoltare all’opera un vero concentrato di star. In effetti Giant Box può essere considerato il più ambizioso tra i numerosi progetti di Taylor per la CTI ed è indicativo il fatto che fu affidato in prima persona al prezioso lavoro di Don Sebeky. Il successo planetario della 2001 Space Odissey di Deodato (arrangiata proprio da Don) aveva fatto affluire copiose ed impreviste quantità di denaro nella casse della CTI e Taylor decise di utilizzare quasi tutti i migliori musicisti che aveva a disposizione nel suo “roster”, mettendo alla guida di tutto Don Sebesky. La all-star band era così composta: Freddie Hubbard, Randy Brecker, Hubert Laws, Paul Desmond, Joe Farrell, Grover Washington, Jr., Milt Jackson, George Benson, Bob James, Ron Carter, Jack DeJohnette, Billy Cobham, Airto Moreira, Jackie Caino e Roy Kral, una cosa mai vista su un unico album. Il risultato è una vera e propria opera di ampio respiro che condensa e sublima tutto il sound distintivo e l’identità unica che ha caratterizzato la storia dell’etichetta CTI. Un album che propone degli adattamenti classici (Firebird di Stravinsky ad esempio è unita in modo sorprendente con "Birds of Fire" di John McLaughlin), alcune orchestrazioni elaborate ed ardite, delle cover di brani pop, ed il giusto spazio per i solisti per mostrare tutto il loro talento. Ed infatti tutte le stelle riunite in questa registrazione riescono a brillare al loro meglio. Desmond suona particolarmente ispirato in una scintillante e romantica "Song To A Seagull" che esprime al contempo, in modo chiaro, il concetto di orchestrazione jazz che il maestro Sebesky ha nelle sue corde artistiche. Hubbard e Washington si esibiscono da par loro sul brano, appropriatamente intitolato, "Free as a Bird": lo stile è quello delle big band e qui sono i fiati a caratterizzare il sound. Sebesky fu lasciato libero di sperimentare ed il suo talento nell’arte dell’arrangiamento orchestrale si delinea splendidamente (e con grande inventiva) ad esempio sulla citata "Firebird/Birds Of Fire" o sulla particolare "Fly/Circles" che vive le sue due anime contrastanti in modo molto originale. “Semi-Touch” va toccare il cuore del jazz dei seventies attraverso un sound funky quasi da blaxploitation ed è un tripudio di ritmica e groove. Che si tratti di atmosfere jazzistiche, di rivisitazioni di brani classici o che l’atmosfera viri sulla fusion, Sebesky riesce a mantenere un perfetto equilibrio, sintetizzando in modo magistrale le molteplici anime della musica moderna. L’album uscì in origine come doppio LP all’interno di un elegante box, con all’interno un libretto di fotografie e un'intervista esclusiva a Don Sebesky, mentre la ristampa su CD condensa tutto in un singolo disco, in accordo con la maggiore capacità di registrazione del supporto più recente. Giant Box rappresenta ancora oggi un’opera musicale in qualche misura sensazionale e mantiene viva la memoria di quanto forte ed importante fosse la CTI all’apice della sua parabola.
Joe Beck - Beck
Joe Beck - Beck
Il chitarrista Joe Beck ha goduto di un grande credito nell’ambiente fusion fin dall’inizio degli anni ’70. Le sue credenziali come session man comprendono anche le collaborazioni con artisti del calibro di Miles Davis, James Brown, Paul Simon, Frank Sinatra e Gil Evans. Durante gli anni '80 ha poi realizzato una serie di ottimi album fusion e pop-jazz per la DMP, e successivamente ha proseguito la sua carriera continuando a produrre numerosi cd, fino al 2008 quando gli fu diagnosticata una grave malattia ed in seguito morì a soli 62 anni. Beck ottenne il suo vero, primo successo nel 1975 con questo album omonimo concepito in stretta collaborazione con David Sanborn e registrato per la CTI, l’etichetta del produttore Creed Taylor che dominava la scena fusion dell’epoca. “Beck” non è mai stato pubblicato su CD, e risulta disponibile solo attraverso il canale dell’importazione giapponese. Il disco è sicuramente un capolavoro di metà degli anni '70, il cui focus artistico è incentrato su un formidabile mix tra funky jazz e fusion. Fondamentale per la riuscita della registrazione furono senza alcun dubbio i musicisti coinvolti, che vanno da un giovane David Sanborn al sax al grande Don Grolnick alle tastiere, passando per il basso di Will Lee e la batteria di Chris Parker. Tutte le otto tracce dell'album sono state registrate in solo due giorni di sessioni di studio. (In origine sul vinile erano solo sei, mentre la versione cd prevede due inedite bonus tracks). Alcune sovraincisioni sono state inserite in un’ulteriore giornata di lavoro ed infine ci fu l’aggiunta di un minimo di archi arrangiati da Don Sebesky. "Star Fire" apre il set con un bell’unisono tra la chitarra di Joe Beck ed il sax di Sanborn: il sound è inequivocabilmente fusion e il dipanarsi del brano mette in risalto l’alto livello di interplay tra i due solisti ed il resto della band. Il groove è potente in un inseguirsi di stretti fraseggi di sax e cavalcate chitarristiche. Bellissima ed intensa “Cactus” firmata da Don Grolnick, un brano che diventerà un classico con il quale si cimenteranno molti chitarristi in seguito. "Texas Ann" è un altro pezzo originale di Beck, dove Sanborn si mette in luce con un sentore di blues mentre lo stesso chitarrista sciorina un assolo di pregevole fattura sulla base delle tastiere di Don Grolnick. In "Red Eye" si respira aria di funk: su un medio tempo la discreta orchestra d’archi di Sebesky offre uno splendido sottofondo per l’assolo del sax acido di David Sanborn, il quale dimostra di essere già il fenomeno che in un decennio conquisterà le classifiche internazionali di contemporary jazz. La chitarra di Beck è al solito un misto di psichedelia, rock e jazz tanto affascinante quanto originale. Il brano più funk dell’album è "Café Black Rose", un numero che mette in mostra l'impegno del gruppo nel produrre un groove jazz graffiante ed energetico sulla base di una ritmica estremamente sincopata e nervosa. L’ospite Steve Khan aggiunge un tocco particolare con la sua slide guitar, incrementando la sensazione di funky alla Sly Stone. “Brothers And Others” gioca su tre distinte fasi: l’iniziale e la conclusiva molto blueseggianti e la sezione centrale che con un cambio di ritmo sposta repentinamente il baricentro nel territorio della fusion; sia la chitarra di Joe che il sax di David ben si adattano alla situazione. Chiude i giochi l’altra bonus track “Spoon’s Theme”, un brano suonato ad alta velocità che è un vero concentrato di puro jazz elettrico anni ’70, il feeling è esattamente quello delle serie tv poliziesche di quel periodo che tanto ci entusiasmavano. “Beck” è un ascolto essenziale per chiunque sia interessato al funk jazz della metà degli anni '70. Gli ingredienti classici sono tutti lì, in bella mostra: la tecnica, le idee e le composizioni sono proprio come dovrebbero essere. E di più, Joe Beck conduce al meglio l’amico David Sanborn e tutta la band in un viaggio fantastico tra vibrazioni positive, arrangiamenti essenziali ma efficaci ed un genuino spirito funk fino al cuore del tipico CTI sound. Quello di cui personalmente sono un ammiratore incondizionato.
Idris Muhammad – Power Of Soul
Idris Muhammad è stato un ottimo batterista che in carriera ha avuto molteplici esperienze musicali: dal jazz al soul, dal funky alla fusion il barbuto drummer ha attraversato con disinvoltura e padronanza ogni variante stilistica. Tecnicamente ineccepibile e famoso per la potente e precisa scansione ritmica ha trovato il suo momento di maggior splendore durante la sua militanza con CTI di Creed Taylor. Diventato professionista a soli sedici anni, Muhammad ha suonato principalmente soul e R & B all’inizio degli anni ‘60 per poi passare al jazz dopo il 1965, quando divenne membro della band di Lou Donaldson. In seguito, sotto contratto per la Prestige Records tra il 1970 e il 1973, è comparso come sideman su moltissimi album registrati dalla famosa etichetta jazz. Idris Muhammad, dopo essersi ritirato a New Orleans nel 2011, è venuto a mancare nel luglio del 2014 all'età di 74 anni. Power Of Soul, insieme con un pugno di altre registrazioni per la CTI è una delle ragioni per cui Idris Muhammad è passato alla storia come uno dei batteristi più dotati di genuino groove feeling. La band è tra le migliori che si possano desiderare: alle tastiere Bob James, al sassofono Grover Washington, Jr., alla chitarra Joe Beck, alla tromba Randy Brecker, ed infine alle percussioni Ralph MacDonald. La magnifica produzione di Creed Taylor, così tipicamente seventies è la ciliegina sulla torta: l'anima jazz sublimata da un genuino funky groove. Ed è proprio il funk a volare veloce e potente su tutto il disco, in particolare sulla title track (brano di Jimi Hendrix), con gli stupendi assoli di Grover Washington e Bob James, perfettamente a loro agio sulla ritmica scandita da Idris Muhammad. Particolare ed entusiasmante l’assolo di chitarra di Joe Beck che è speciale anche per il suo andare in leggero controtempo. Quattro brani per soli 34 minuti complessivi sono fin troppo pochi per i contenuti di Power Of Soul: ma è una sorta di concentrato emozionale di quello che era capace di esprimere Muhammad in quel particolare momento storico. Siamo a metà degli anni’70 (1974), questo album rappresentava il debutto del batterista per l’etichetta parallela KUDU all’interno del più vasto universo della CTI, un esordio che non avrebbe potuto essere più felice. Non c’è una traccia debole in Power Of Soul: “Loran’s Dance" di Grover Washington è dark ed intensa, perfino inusuale per gli standard compositivi del grande sassofonista a ribadire che da lì in avanti il suo ruolo nella musica internazionale sarà di primo piano sia come compositore che come straordinario esecutore. Bellissima “Pieces Of Mind” di James che suona fantasiosa e leggera ma non banale, ed è da incorniciare l’assolo di soprano di Grover Washington, come il successivo intervento di tromba offerto dal magico Randy Brecker. Se siete appassionati di piano elettrico è imperdibile anche il solo di James. “The Saddest Things” con la sua atmosfera rilassata ed orecchiabile non fa che confermare la sensazione di qualità e ottime vibrazioni che pervade tutto l’album. Ogni musicista ha qui piena libertà creativa e Idris Muhammad mantiene saldamente la barra del ritmo con quel suo stile sobrio ed asciutto da metronomo vivente. Power Of Soul è un approccio al jazz che è sì leggero e abbordabile, ma al contempo è anche musicalmente complesso. C'è una grande forza in queste quattro tracce: può intrattenere, può far riflettere o semplicemente farvi battere il tempo con il piede con un sorriso di soddisfazione sulle labbra. Questo è il luogo dove il jazz ed il soul si incontrano, si uniscono e si esaltano, spinti da un’anima funk, e a me piace moltissimo.
Hank Crawford - Wildflower
Hank Crawford - Wildflower
Hank Crawford, ovvero un sax alto dalla voce inconfondibile, piena di emozione ed intensità, che interpreta in modo completo ed esaustivo entrambe le anime della tradizione afroamericana: quella jazz e quella blues. Nato a Memphis, Crawford è cresciuto nel segno del blues fin dalla più tenera età. Ha iniziato suonando il pianoforte, ma è passato al sassofono contralto quando suo padre gliene regalò uno. Tra le sue principali influenze lo stesso Hank cita Louis Jordan, Earl Bostic, e Johnny Hodges. Le sue registrazioni degli anni '60 per la Atlantic Records lo hanno reso a buon diritto uno dei sassofonisti più importanti del genere soul-jazz. Grazie ad un fraseggio di classe cristallina e ad un feeling unico, Hank Crawford è indubbiamente da considerare alla stregua dei grandi maestri del suo strumento. Ed infatti quando il grande produttore Creed Taylor lanciò la sua rivoluzionaria etichetta CTI nel 1970, volle ingaggiare immediatamente proprio un fuoriclasse come Crawford. Wildflower, registrato nel 1973, è uno degli otto album pubblicati a suo nome tra il 1971 e il 1978, ed è probabilmente il migliore per la CTI e uno dei più rappresentativi della carriera di Crawford. Come spesso accade quando si tratta di produzioni della CTI, i puristi del jazz potrebbero non apprezzare completamente un album come Wildflower, a causa delle sue evidenti contaminazioni con il funk e la fusion, ma questa opinione non è a mio parere del tutto condivisibile. Il disco è infatti di pregevole fattura e validi contenuti ed in ogni caso non nasconde affatto la sua natura soul funk. Prodotto e arrangiato da Bob James con un cast stellare di musicisti che comprende Joe Beck, Idris Muhammad, Richard Tee e Bob Cranshaw e supportato da una straordinaria sezione fiati di specialisti newyorkesi di altissimo profilo, Wildflower è un album che Crawford aveva cercato di fare fin dal suo arrivo nella scuderia di Creed Taylor. Registrato in soli due giorni, tutta la band offre una perfetta tavolozza per le variopinte pennellate melodiche di Crawford, il quale affonda le sue radici proprio nella sapienza e nel controllo del fraseggio. Ne esce un lavoro fresco e moderno che ancora oggi risulta perfettamente godibile, nonostante i quarantatre anni trascorsi. Si inizia con "Corazon" e subito il groove domina la scena, su un ritmo latino, i fiati roboanti introducono Crawford ed il suo sax; immediatamente dopo è il turno del magnifico Rhodes di Richard Tee, infine rientra Hank per piazzare il suo irresistibile assolo. Sulla bella title track troviamo un accattivante coro in sottofondo sul quale Crawford trasforma una semplice melodia pop in un torrente di emotività e ottime vibrazioni soul. "Mr. Blues" dice tutto già nel titolo, infatti l’atmosfera è profondamente bluesy sia per l’arrangiamento che per la tipica ritmica. Il buon Hank nuota nel suo elemento naturale con fluidità e disinvoltura rendendo il brano davvero molto piacevole. Gli arrangiamenti di Bob James sono grandiosi ma mai invadenti, misurati al punto giusto e soprattuto puntano in una sola direzione: evidenziare la bellezza del suono soul blues del contralto di Crawford. Fantastico il modo in cui Hank dispone a piacimento della melodia in "You’ve Got It Bad Girl" di Stevie Wonder, supportato dal suono di una grande band. Come si fa a non apprezzare il tipico sound delle produzioni di Creed Taylor? Oltre al talento di goni singolo musicista sono gli arrangiamenti che fanno la differenza e rendono tutto così unico e spettacolare. Chiude l’album la romantica "Good Morning Heartache", con un Crawford intimista e passionale a ricamare fraseggi raffinati. Questo Wildflower è un disco così caldo e ricco di groove che l'unica forma di soul-jazz contemporaneo che gli si può accostare è quella altrettanto valida del Grover Washington, Jr. di Feels So Good e Mister Magic. In altre parole, è un album indispensabile, in particolare perché rappresenta, al meglio, un fulgido esempio di quello che era il vero jazz groove degli anni '70.
Victor Bailey – That’s Right !
Victor Bailey – That’s Right !
Questa è una recensione che oggi appare più doverosa di quanto non avrebbe dovuto già essere. Il grande bassista Victor Randall Bailey, nato il 27 Marzo 1960 a Philadelphia, è scomparso l’altro ieri a 56 anni a causa di complicazioni dovute alla SLA di cui soffriva da tempo. Bailey è cresciuto in un contesto fortemente caratterizzato dalla musica. Il padre, Morris Bailey, scriveva canzoni pop negli anni '60 e '70 per artisti come Patti LaBelle e gli Stylistics, e suo zio, Donald Bailey, ha suonato la batteria con il trio di Jimmy Smith. Non sorprenderà quindi che Victor iniziò a suonare il pianoforte all'età di sette anni, passò alla batteria tre anni più tardi, per poi dedicarsi definitivamente al basso elettrico all'inizio della sua adolescenza. Da giovanissimo si trasferì a New York e fu da subito un ammiratore della tecnica bassistica del grande Jaco Pastorius che per lui era un vero e proprio idolo. Nel giro di un anno del suo arrivo in città, la reputazione di Bailey come bassista era tale che fu assunto dai Weather Report proprio per sostituire Jaco. Da questo punto in poi, la fama di Victor ebbe un’impennata su scala globale e si guadagnò la stima incondizionata dei musicisti sia nell’ambiente jazzistico che al di fuori di questo. Una reputazione altissima che è stata senza dubbio aiutata dal suo eclettismo. Bailey infatti non si limitò a suonare nei gruppi jazz fusion ma collaborò anche con numerosi artisti provenienti dal mondo dell’R & B, dell’hip-hop e del pop, tra i quali Mary J. Blige e Madonna. Alla fine degli anni '80 Bailey registrò un album solista che fu accolto con entusiasmo dalla critica, ed ai fan piacque ancor di più, dato che raggiunse il numero 1 nella classifica di jazz contemporaneo di Billboard. Dal punto di vista tecnico Bailey è un vero maestro del basso elettrico e dimostra costantemente la sua abilità musicale e la sua intelligenza artistica, sia che sia impegnato nel funky e nello slap, sia che assuma toni più lirici e passionali suonando in modo più convenzionale. Non a caso Bailey è un musicista che gode dell’ammirazione della totalità dei suoi colleghi. “That’s Right” del 2001 è un album che coglie Victor Bailey nel pieno della sua maturità artistica, quando era ancora lontano dalla degenerazione della terribile malattia che lo costrinse in seguito ad abbandonare l’attività. Ed è una prova convincente: pochissimi improvvisatori sarebbero in grado di trovare il potenziale jazzistico in due classici dei Funkadelic, ma questa è un’operazione che riesce benissimo a Victor. Uno dei nove brani di questo eccellente album infatti è un medley di “Knee Deep" e "One Nation Under a Groove". Bailey non reinterpreta questi brani della fine degli anni ’70 mantenendo la loro struttura vocale, ma lo fa arrangiandoli come pezzi di jazz fusion strumentale e la cosa funziona benissimo. C’è molto materiale pregevole sull'album: si spazia dalla delicata "Joey" (una canzone che Bailey ha scritto in memoria di un cugino che è stato ucciso in una rapina a Philadelphia) alla super funky "Goose Bump". "Black on Bach" è influenzata dal funk e dalla musica classica allo stesso tempo e Bailey riesce a tirare fuori il meglio di due mondi opposti senza mai apparire banale o pretenzioso. Non manca il lucido omaggio a Pastorius nella strana “Where’s Jaco”. La title track ci riporta prepotentemente nelle atmosfere dei Weather Report. “Nothing But Net” è un numero di jazz contemporaneo vivace e nervoso nel quale è concentrata tutta la tecnica bassistica di cui Victor è capace. L’eclettismo di Bailey emerge anche in “The Rope-A-Dope” un numero che resta in bilico tra jazz rock e fusion regalando momenti di groove e di grande virtuosismo. That’s Right riassume in un album quello che Victor Bailey è stato. Ci dice ad esempio che, nonostante lui avesse la mentalità e la preparazione tecnica di un improvvisatore jazz, era però lontano da essere elitario e snob. Ci dice anche che come musicista padroneggiava il jazz, il rock ed il funk con grande disinvoltura ed una brillante apertura mentale. Victor Bailey si rendeva perfettamente conto, con grande umiltà e lucidità, che anche i più grandi musicisti jazz possono imparare e trarre beneficio dalla varietà degli stili e delle tendenze. That’s Right ! è un gran bel lavoro, consigliato a tutti coloro che apprezzano la fusion intelligente e la musica vera, onesta e sincera. Victor Bailey è stato un grandissimo bassista e la sua scomparsa purtroppo lascia un importante vuoto nel panorama musicale internazionale.
Tony Williams - Young At Heart
Tony Williams - Young At Heart
“Il centro attorno al quale girava il suono del gruppo” Questa è la definizione che il grande Miles Davis diede di Tony Williams: una frase che non lascia spazio a dubbi, a ribadire che questo è uno dei più grandi batteristi del ventesimo secolo. Non sorprende, quindi, che la morte di Williams, avvenuta nel 1997 per un attacco cardiaco dopo un banale intervento chirurgico sia stato un grande shock per tutto il mondo del jazz. A solo cinquantuno anni, Tony era così giovane, in buona salute ed in forma, che la sua prematura scomparsa sconvolse tutto l’ambiente. Quasi come se i trentacinque anni di carriera già trascorsi non fossero che un istante, e rappresentassero solo l’antipasto di quello che avrebbero potuto essere altri decenni di musica in sua compagnia. Lo stile così caratteristico e particolare che Tony Williams ha creato nel corso della militanza nel Miles Davis Quintet, alla metà degli anni '60, è da considerarsi uno dei più influenti ed importanti della storia del jazz. Ma anche nei tre decenni successivi il batterista nativo di Chicago dispensò musica e registrazioni di grande livello, ferfino quando, spinto dalla sua curiosità intellettuale si spinse nei territori della fusion e della contaminazione con il rock. La storia artistica di Tony nasce con il padre che era un sassofonista, il quale diede l’opportunità al figlio di provare a confrontarsi con l’ambiente dei professionisti e di mostrare fin dalla più tenera età il suo potenziale ed il suo innato talento. Quindi prese lezioni da Alan Dawson, e a misura del sua precocità, a quindici anni lo si poteva già ascoltare nell’area di Boston (dove si era trasferita la famiglia), impegnato in varie jam session. Alla fine degli anni ‘50, Williams suonò spesso con il sassofonista Sam Rivers per poi spostarsi a New York nel 1962 (quando aveva appena diciassette anni), e suonare regolarmente con un altro grande del sax come Jackie McLean. Questo fu il suo trampolino di lancio e nel giro di pochi mesi si unì a Miles Davis, che lo trovò perfetto per la sua capacità di sostenere ritmi complessi con grande rigore, mantenendo una notevole libertà espressiva ed ispirando al contempo tutti gli altri musicisti. Era nata, insieme a Herbie Hancock e Ron Carter, una delle sezioni ritmiche più straordinarie della storia del jazz. “Young At Heart” è l'ultima incisione del batterista, registrata sei mesi prima di morire, ed il titolo (giovane nel cuore) suona oggi quasi tristemente ironico. L’album ci mostra Williams in uno stato d'animo più morbido, quasi più conciliante rispetto ai ruggenti e ruvidi passaggi precedenti. Una sorta di sublimazione del suo drumming eccezionale in favore di uno stile carico di sfumature ma più leggero e dunque idealmente perfetto per supportare il pianista Mulgrew Miller ed il bassista Ira Coleman. Tutto senza che nemmeno per un attimo venga meno il suo infaticabile swing, il suo tipico “muro” ritmico. Questo trio è stato anche l'ultimo gruppo con il quale Williams è andato in tour, a conferma del fatto che il batterista si trovava in quel momento perfettamente a suo agio con la formula piano / basso / batteria. La formazione a tre è un contesto nel quale Williams non si era mai veramente impegnato nei suoi anni di leadership, ed appare evidente quanto in questo caso la fonte d’ispirazione sia stata lo storico sodalizio con Herbie Hancock e Ron Carter all'interno del quintetto di Miles Davis. Delle undici tracce presenti in Young At Heart, sei sono standard del jazz e su questi Mulgrew Miller brilla particolarmente con il suo pianismo ricchissimo di sfaccettature, un perfetto terreno per le sue brillanti idee musicali: suggestioni che corrono liberamente sul tappeto dei ritmi scoppiettanti forniti dalla magica batteria di Tony Williams. E’ bellissimo ad esempio come il pianista si cimenti nella riarmonizzazione della classica ballata "Body and Soul". Favolosa anche la composizione "Promethean" di Tony Williams stesso, così intensa e forte, nella quale lo straordinario Miller cesella al piano frasi melodiche e armoniche di puro stampo bop come se un gioco da ragazzi. Tony è monumentale per tecnica e groove su questo brano ed altrettanto avvincente appare su "You And The Night And The Music" che vede protagonista anche il contrabbasso di Ira Coleman con uno stupendo assolo. L’interplay eccellente del trio è in piena evidenza soprattutto sulla reinterpretazione di "On Green Dolphin Street" dove a fronte di un tappeto ritmico raffinatissimo, Mulgrew Miller delizia gli appassionati di pianoforte con un saggio di virtuosismo senza pari. "Neptune For Nothing" è un’altra perla di Tony Williams che qui viene letta in modo più riflessivo rispetto alla registrazione precedente del batterista ed ancora una volta va sottolineato quanto siano straordinarie le estrapolazioni degli accordi modali di cui si fa carico Mulgrew Miller. Young At Heart potrebbe anche non essere considerato dai numerosi fan come portatore del tipico sound di Tony Williams, ma in realtà si tratta di una logica conclusione di una brillante ed unica carriera nel jazz. E’ la testimonianza finale (e per questo ancora più importante) del valore di un artista straordinario, dotato di una tecnica inarrivabile e di un talento sopraffino e tuttavia sempre vicino al cuore dell’ascoltatore. Caldamente consigliato.
Lindsey Webster – You Change
Lindsey Webster – You Change
Fin dal primo ascolto Lindsey Webster riesce ad attirare l’attenzione e ci accorge presto che è una gran bella rivelazione. La sua voce soul, ricca e particolare, affascina combinandosi con il talento naturale di musicista ed un bella presenza scenica. La giovane Lindsey si considera fortunata per essere cresciuta a Woodstock, dove già da bambina ha potuto coltivare la sua passione per la musica. Frequentava una scuola elementare dotata di un programma di educazione musicale ed è qui che la Webster imparò a suonare il violoncello. Dopo aver studiato per 10 anni questo inusuale strumento, la musicista si traferì a New York per frequentare la “Fiorello LaGuardia School Of Music”. In seguito scoprì che la sua vera aspirazione era quella di cantare e, complice la sua maturazione artistica, decise di puntare tutto sulla propria vena cantautoriale. Nel 2009 Lindsey incontrò il suo partner, il tastierista Keith Slattery, e con lui al fianco finalmente iniziò una vera carriera professionale. In tandem con il suo compagno, ha lavorato nei club, nei bar e nei piccoli teatri del circuito newyorkese arrivando ad auto produrre un album che ha raccolto rapidamente diversi premi musicali indie. Già in questa prima registrazione si potevano ascoltare brani di ottima fattura, nei quali erano presenti tutte le caratteristiche peculiari sia della cantante sia degli degli arrangiamenti e delle composizioni. Naturale quindi che non tardasse ad arrivare un contratto con l’Atlanta Records: il viatico ideale per poter finalmente registrare le dieci tracce di questo You Change. Anche questo disco ottenne subito ottime recensioni da parte della stampa indipendente e molti critici lo giudicarono una delle migliori pubblicazioni del 2015 in ambito soul. Non si può non essere d’accordo, dato che l’album è davvero notevole. L’atmosfera sonora è generalmente rilassata e piacevole, immediatamente accattivante. Il tono è sofisticato senza essere appariscente, sincero senza essere sentimentale e ciascuna delle dieci canzoni taglia un vestito perfetto per la notevole voce di Lindsey. Alcuni recensori hanno paragonato Lindsey a Sade ed anche ad Anita Baker. E certamente ci sono effettivamente echi di Sade, forse più nello stile compositivo che nella vocalità vera e propria, e magari potrebbe ricordare qualcosa anche di Miss Baker. Tuttavia Lindsey Webster non ha bisogno di ricorrere alla potenza vocale o ad una tecnica vocale pirotecnica in quanto si concentra piuttosto su uno stile semplice ed essenziale, ma non per questo meno interessante e originale. E tanto per trovare un riferimento, sarei tentato di accostarla in modo particolare a Norah Jones. Le canzoni dell'album sono tutte gradevolmente arrangiate ed interpretate con passione e trasporto dalla brava Lindsey. “Fool Me Once”, “I Found You”, “In Love” e la title track “You Change” sono i punti forti di questo lavoro. Leggero e delicato, il disco scorre fluido e piacevole ed è percepibile una chimica positiva tra il pianoforte di Keith Slattery e la vocalità della Webster, a tutto vantaggio di un ottimo risultato finale. Ogni brano può vantare una bella melodia che è in grado di emozionare ed intrattenere al di là delle aspettative. Alla fine You Change lascia soddisfatti e questo è quello che conta.
Niels Voskuil - On Her Return
Niels Voskuil - On Her Return
C’è molto talento in giro per il mondo. Spesso purtroppo resta nell’ombra, qualche volta, con molti sacrifici, riesce ad emergere ed a farsi strada. Nel competitivo ambito dei batteristi mi è capitato di ascoltare un ragazzo olandese che ha attirato la mia attenzione. Niels Voskuil, è un batterista ventieseienne, nato in un piccolo villaggio nel nord dell'Olanda, dove ha iniziato a suonare la batteria all'età di tredici anni. In seguito ha continuato a perfezionarsi con lo strumento, specializzandosi principalmente nel jazz e in particolare nella jazz fusion, un’esperienza che lo ha portato molto presto ad essere un musicista a tutto tondo. Oggi vive a L'Aia e nel 2011 si è anche diplomato al Conservatorio di Amsterdam. Niels tra la sua ispirazione da batteristi come Vinnie Colaiuta, Gary Husband e Tony Williams, ma ha a suo volta uno stile originale: forte, energico e crudo, il giovane olandese lascia un sacco di spazio per l'improvvisazione. Anche nella composizione dei brani Voskuil si distingue per una sua marcata originalità, infatti trae inaspettatamente la sua ispirazione creativa dalla musica classica di Bach, Palestrina ed Eric Satie, ma una grande influenza sul suo sviluppo musicale sembrano averla anche artisti come il chitarrista Allan Holdsworth ed altri grandi esponenti della fusion. Quando è invitato a definire se stesso, Niels non pensa in termini di generi o stili, vuole essere visto come un musicista piuttosto che come un mero batterista e per questo non classifica i diversi tipi di musica in stili differenti. Niels ha un unico sogno, che cerca di perseguire con tutte le sue forze: creare musica sincera ed onesta, possibilmente con i migliori musicisti del mondo. Nel 2012 viene pubblicato il suo primo album, On Her Return che è davvero un debutto discografico degno di nota. Diversi sono i musicisti che hanno contribuito alla registrazione di questo primo lavoro, come il bassista olandese Frans Vollink (Randy Brecker, Richard Hallebeek), il bassista americano Ernest Tibbs (Allan Holdsworth, David Garfield), il sassofonista Andy Suzuki (al Jarreau, Chick Corea) e il pianista americano Steve Hunt (Allan Holdsworth, Stanley Clarke). Fondamentalmente On Her Return è un album di sofisticata jazz fusion dove tutte le composizioni sono originali, e nel quale si respira un’atmosfera inusuale per questo tipo di genere musicale. Il tono è estremamente rilassato, mai nervoso: Voskuil si ritaglia giustamente uno spazio di primo piano ed il suo drumming non manca di attirare l’attenzione, creando un intrigante contrasto con l’etereo, quasi rarefatto suono che la band produce. Il brano “9° North” è da subito un perfetto esempio del suo modo di intendere la musica: ritmo sincopato, tecnicamente complesso ed in continuo mutamento sul quale la band si esibisce in un paio di assoli degni di nota in particolare con il sax di Andy Suzuki ed il bel pianoforte di Steve Hunt. Da notare anche la pulsante energia fornita dal bassista Frans Vollink che contribuisce alla fluidità della composizione. “South Sweden” mette subito in primissimo piano proprio il basso di Vollink, mentre la batteria del leader continua a fornire una ritmica inusuale, spesso in controtempo. L’intervento di Suzuki con il suo sax soprano è da applausi per intensità e pathos. La formula si ripete anche sulla bella title track, che ci porta dentro atmosfere eteree e spaziali, grazie in particolare al bell’intervento di synth di Steve Hunt. “Sue” ricorda momenti del miglior progressive al confine con il jazz rock ed è un’escursione felice e gradita. La stessa cosa può descrivere il successivo “Inner Mirror”, brano che sui ricami del basso e le sferzate della batteria dipinge un quadro impressionista e suggestivo. Sugli scudi ancora una volta il magnifico uso del synth da parte del bravissimo Steve Hunt. “Triangles, Square And Water” inizia con l’immancabile assolo che ogni batterista inserisce nei propri album, ma presto lascia spazio ad un cambio repentino di sensazioni dato che la band entra in gioco spostando il baricentro verso una sorta di space jazz estremamente intrigante. On Her Return è un bellissimo ed originale debutto per questo giovane batterista. Ricco di atmosfere particolari e non privo di una sua evidente personalità che pare destinata a crescere di pari passo con la naturale maturazione di Niels Voskuil, dal quale è lecito aspettarsi grandi cose in futuro. Un album che si distingue in mezzo a tanti altri e al quale se proprio si vuole trovare un difetto, si potrebbe addebitare con dispiacere una eccessiva brevità.
Herbie Hancock – Man Child
Herbie Hancock – Man Child
Per Herbie Hancock il 1973 fu un anno di radicale cambiamento di rotta. Dopo aver registrato qualche album per la Warner Bros. nel triennio 1969-72, in cui si palesavano i prodromi della contaminazione con il linguaggio fusion, il pianista svoltò decisamente verso un più accessibile jazz-funk strumentale. In primis con Headhunters e poi con i successivi album per la Columbia, come Secrets e Man Child. Confrontare il gruppo di Hancock di Sextant con gli Headhunters sarebbe come paragonare il quintetto di Miles Davis di fine anni ‘50 con il cast ascoltato in seguito su Bitches Brew. A dire il vero, non sono stati pochi quelli che hanno rifiutato sdegnosamente il sound di Man Child, bollato troppo superficialmente come un prodotto eccessivamente commerciale. In compenso ci furono folte schiere di appassionati di jazz funk (e non solo) che apprezzarono immensamente il groove irresistibile di brani come "Hang Up Your Hang Ups", "The Traitor" e "Steppin' In It". Inoltre, a rendere Man Child un album imperdibile, Hancock si esibisce qui in assoli memorabili, così come fa anche il sassofonista Bennie Maupin. Man Child è senza dubbio uno degli album più spavaldamente funk della carriera di Herbie Hancock, un lavoro dove i brani sono caratterizzati da brevi, ripetuti riff da parte della sezione ritmica, dei fiati e del basso inframmezzati dagli assoli straordinari di Herbie al piano elettrico ed ai synth. L’album vede infatti una minor partecipazione della band nelle improvvisazioni per dare il maggior spazio possibile a Hancock che mette in mostra una formidabile confidenza con questo stile più leggero, valorizzato da un arsenale di tastiere che, per l’epoca, era qualcosa di eccezionale . Ma la vera specificità del nuovo suono di Man Child sta nell'aggiunta della chitarra elettrica, affidata alle mani sapienti di Melvin "Wah-Wah Watson" Ragin, DeWayne "Blackbyrd" McKnight e David T. Walker. L’ampio uso del wah-wah è esattamente ciò che contribuisce a dare all'album un’impronta molto funky, unitamente come è ovvio alla sezione ritmica nel suo insieme. La sezione fiati dal canto suo gioca ad alternarsi con il piano elettrico, il sintetizzatore e la chitarra in un innovativo ed ipnotico botta e risposta. Paul Jackson, Bill Summers, Harvey Mason, Bennie Maupin, e Mike Clark formano il nucleo del gruppo degli Headhunters con cui Hancock aveva registrato per i tre anni precedenti e questo rappresenta il loro ultimo album come band. La classe del maestro Hancock non conosce confini, sia che si tratti di jazz mainstream, sia che si cimenti in divagazioni di carattere più accessibile, il grande pianista riesce (quasi) sempre a produrre musica stimolante ed originale. "Hang Up Your Hang Ups" da il via all'album con quel suono di tastiera e chitarra così caratteristico a cui accennavo precedentemente. Hancock galleggia dolcemente sopra i riff funk del wah wah di Watson, mentre i fiati di tanto in tanto si incuneano nella tessitura musicale. Fondamentalmente il brano è una sciolta jam session in stile Headhunters, ma è al tempo stesso un’orecchiabile funky disco. “Bubbles” è molto calma e rilassata pur essendo interessante ed organica. La dimostrazione che gli Headhunters possono cimentarsi anche in toccanti numeri d’atmosfera con la stessa scioltezza con la quale affrontano il funk più estremo. Stupendo l’assolo di sax Wayne Shorter. “Sun Touch” ci trasporta nel cuore dello space funk degli anni ’70 e gli amanti del piano elettrico ameranno alla follia ciò che Herbie riesce a proporre qui. E’ un suono etereo e rilassato pur rimanendo energico e vivace. Con la ritmata “Steppin’ In It” torniamo nel territorio del groove elegante e propulsivo, in uno dei pezzi più genuinamente funk che Hancock abbia mai scritto. Simpatico l’intervento di armonica di Stevie Wonder. Si tratta di un’interpretazione della black music esattamente come dovrebbe essere. Allo stesso modo “The Traitor” mette in mostra tutta l’anima funk degli Headhunters, tra ritmiche complesse, linee di basso irresistibili e gli immancabili assoli di Hancock, tra i quali si distingue quello di synth. Se siete alla ricerca dell’Herbie Hancock più orientato verso il jazz puro allora è meglio non guardare da queste parti. Ma se siete interessati al funk o agli altri mondi esplorati da questo gigante della musica Man Child è un ottimo album per iniziare, dal momento che ciò che propone è un ascolto accessibile, colorato ed energico nel contesto della più alta qualità artistica. Man Child altro non è se non un classico, un album che è, senza dubbio, uno dei migliori dischi jazz funk mai realizzati. Coloro che amano il jazz contaminato da un abbondanti iniezioni di funk non dovrebbero assolutamente perdersi questo eccellente lavoro di Herbie Hancock.
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