Lyle Mays – Lyle Mays
Lyle Mays – Lyle Mays
Lyle Mays, ovvero l’alter ego di Pat Metheny, colui che è stato il compagno d’avventura del grande chitarrista per moltissimi anni, ma anche un pianista ed un tastierista di grande livello, un artista dotato di una personalità straordinaria e distintiva. La riscoperta di oggi vuole rendere omaggio al musicista che ha dato un corpo e un’anima alla singolare miscela del Pat Metheny Group, contribuendo a scrivere pagine di musica davvero memorabile. Lyle ha raggiunto una certa popolarità grazie anche, e soprattutto, alla sua straordinaria capacità di combinare armonie, suoni e melodie uniche nel loro genere, dando così un'impronta subito riconoscibile ai brani del gruppo. Oggi di Lyle Mays si sono praticamente perse le tracce, dato che a livello discografico ha all’attivo solo 4 album, l’ultimo dei quali risale al 2000. Mays è stato considerato una grandissima promessa del jazz, un pianista così dotato che lo stesso Pat Metheny lo definì, forse esagerando un pochino, "il prossimo Keith Jarrett". Beh, quattro decenni dopo, va detto che Mays non è arrivato esattamente allo stesso status di “mostro sacro” di Jarrett, sebbene abbia certamente una grande comunità di appassionati seguaci. Tuttavia, da troppo tempo, i suoi fan si chiedono perché sia sostanzialmente sparito dalla mappa dei musicisti jazz attivi. Una cosa è certa: la collaborazione con il Pat Metheny Group ha garantito a Lyle Mays un posto significativo nella storia del jazz dalla fine degli anni ’70 fino all'inizio del nuovo millennio. Mays è stato dunque co-autore, accanto a Metheny, di molte delle composizioni più belle del PMG e questo sodalizio di due brillanti musicisti può essere definito alla stregua della coppia Lennon & McCartney nel campo del pop. L'importanza rivestita dal tastierista in quella storia è un dato di fatto incontrovertibile. Non a caso sono in molti ad augurarsi che Metheny riporti in azione il PMG, sia in tour che in studio di registrazione ed in quel contesto torni nuovamente ad essere presente l’ineffabile Lyle Mays. Il miglior album della minuscola discografia di Mays come leader è il suo primo, intitolato molto semplicemente “Lyle Mays”. Il disco risale al 1986 e se da una parte fu un esordio positivo e di successo, dall'altro è un vero peccato che il tastierista, negli anni successivi, non sia stato in grado di dare continuità alla sua produzione musicale. Street Dreams del 1988 è stato sicuramente, per il tastierista, un degno secondo lavoro come solista, ma la sua atmosfera più urbana e fusion è in qualche modo meno affascinante rispetto alla musica cinematica e suggestiva di questo interessante disco di debutto. Fictionary del 1992 è ugualmente un disco di tutto rispetto, dove è forse più evidente la sua vena jazz, ma al contempo suona decisamente più freddo nella sua perfezione formale. Qui, alla sua prima registrazione, Lyle Mays trova una chimica profonda tra il suo modo di comporre ed il suo stile pianistico, mixando tutto in modo sapiente con le eterogenee personalità artistiche di alcuni grandi musicisti. La band è composta dal batterista Alex Acuna, dal chitarrista Bill Frisell, dal sassofonista Billy Drewes, dall bassista Marc Johnson ed dal percussionista Nana Vasconcelos. Pur privo della inconfondibile chitarra di Pat Metheny, il disco offre una sonorità per larghi tratti molto affine a quella del PMG, dando corpo in modo analogo a quella stessa proposta alternativa al linguaggio tradizionale del jazz che riesce a coniugare la maestria tecnica con una notevole dose di pathos ed emozione. Delicato ed etereo, l’album colpisce immediatamente la sensibilità dell’ascoltatore, risultando gradevole ed accattivante, evocativo e a tratti quasi onirico. C'è molto jazz, ma vi si ritrovano anche echi di new age e qualche sentore di rock progressivo, passando anche attraverso qualche pennellata di musica da camera. Mays mette in mostra il suo talento di pianista ogni volta che colloca il pianoforte acustico in primo piano, ma è altrettanto convincente nel suo ruolo di tastierista quando si destreggia con i suoi synth, che fanno spesso da collante nei raffinati arrangiamenti di cui egli stesso è oviamente responsabile. Lyle Mays è un bellissimo lavoro che consiglio a tutti di ascoltare con attenzione per coglierne ogni più sottile sfumatura. Di certo gli amanti di Pat Metheny non possono farselo sfuggire, ma questa è musica intelligente, suggestiva e di grande spessore artistico. Valica i confini di un genere predefinito: è musica totale che vi entrerà nella testa e nel cuore.
Courtney Pine - Devotion
Courtney Pine - Devotion
Courtney Pine è forse il più enigmatico dei jazzisti britannici degli ultimi vent’anni. Con la sua visione musicale sempre inquieta e avventurosa, anche se a volte discutibile, ha affascinato e al contempo frustrato i critici e gli ascoltatori. Musicista dotato di una curiosità creativa davvero a 360°, ha nel tempo abbracciato la world music, il pop, il reggae, l’elettronica, il funk ed il soul per soffermarsi infine sulla tradizione del jazz. Nato nel marzo del 1964, Pine ha trascorso la sua giovinezza a Londra, imparando a suonare diversi strumenti, tra cui il sassofono (è un esperto di tenore, soprano e baritono), il clarinetto, il flauto ed anche le tastiere. Devotion, del 2004, è il nono album di Courtney Pine ed è anche il suo primo album pubblicato negli USA dal 1999. Coloro che hanno familiarità con l’originale proposta musicale di Pine, in bilico tra le esplorazioni di John Coltrane e Sonny Rollins e la sua relazione d'amore con il reggae, il soul, il funk, ed il pop, saranno interessati ed appagati da questa registrazione. Con Devotion Courtney ha messo un po’ di ordine nel suo spesso confuso bagaglio artistico, equilibrando tutte le sue passioni e le sue esplorazioni su un album che rimane sempre ai margini del jazz, ma tuttavia compone i pezzi del puzzle in una forma razionale e concreta. D’altra parte va sottolineato come la familiarità al sound delle discoteche ed anche a quello della musica di strada è da sempre nel suo DNA. E’ il feeling che lo contraddistingue fin dal suo disco di debutto del 1986, Journey to the Urge Within. Su Devotion lo studio diventa una sorta di laboratorio dove l’artista affina la sua ricerca, raggiungendo risultati molto convincenti. E’ un lavoro sul quale Pine evidentemente non è più interessato a snaturare le sue fonti d’ispirazione per adattarle alla sua musica. Sta cercando di mettere tutto in un unico meltin’ pot di stili ed ottenere così una combinazione di diversi generi sovrapposti l'uno all'altro in un unico progetto d’insieme. Pine qui suona il pianoforte elettrico, l’organo Hammond, ovviamente i sassofoni, l’EWI, il clarinetto ed il flauto, oltre ad occuparsi della programmazione dei bassi e dei loop. Con il sassofonista londinese sono protagonisti anche il chitarrista Cameron Pierre, il bassista Peter Martin, il batterista Robert Fordjour e diversi percussionisti, tra cui Thomas Dyani. L’album inizia con una strana intro fatta di effetti sonori ma subito proietta l’ascoltatore in pieno soul-jazz funky con il successivo "Sister Soul", brano vivace che tocca le corde giuste per risultare accattivante e mettere in evidenza la bravura tecnica di Courtney Pine. “Devotion” è un reggae con forti connotazioni ska e Pine si esibisce qui con il sassofono baritono e il clarinetto basso. Un bel groove, ricco di sfumature e variazioni armoniche interessanti con in evidenza l’assolo di Courtney che ricorda l’Archie Shepp della fine degli anni ‘60. Molto stimolante anche il tributo afro-funk intitolato "Osibisa", un omaggio alla pionieristica band africana degli anni '70. E’ un affresco colorato dai suoni dell’India e dell’Oriente quello di "Translusance", ospiti il sitarista Sheema Mukherjee e le tablas di Yousuf Ali Khan. Molto bello il dialogo in contrappunto tra sax e sitar tra Pine e Mukherjee per un effetto che è originale ed suggestivo. Notevoli I brani "U.K", dal sapore acid jazz, ed anche "Everything Is Everything", che ammicca al soul jazz degli anni ’60. Ci sono anche un paio di pezzi cantati piuttosto belli. In primo luogo c'è una bellissima cover di "Bless The Weather" di John Martyn con David McAlmont come voce solista. Will Jennings e Joe Sample sono gli autori di "When World Turns Blue", con la splendida voce di Carleen Anderson per una reinterpretazione in chiave drum’n’bass che aggiunge un ulteriore tassello al mosaico di un album molto riuscito. In definitiva Devotion è l’opera di un maturo, ma sempre inquieto, maestro del jazz che sa esattamente ciò che vuole e dimostra di non essere interessato al jazz inteso come un’entità separata dal resto del contesto musicale o una tradizione rarefatta ed elitaria. Piuttosto per Courtney Pine il jazz è una materia vivente, una forma artistica in continua evoluzione e movimento, che abbraccia le differenze come parte integrante della sua missione. Pine guarda ogni forma musicale attraverso la propria caleidoscopica lente e la reinterpreta plasmando tutto attraverso il jazz, per ottenere ogni volta qualcosa di nuovo e interessante.
Prince - Loring Park Sessions 77
Prince - Loring Park Sessions 77
E’ un diciannovenne di belle speranze, di enorme talento e pieno di grande determinazione quello che si può ascoltare (o sarebbe meglio dire gustare) in questa registrazione semi artigianale del 1977: prima del successo planetario, prima della fama, prima della irrefrenabile ascesa nell’olimpo delle star mondiali della musica. Quello di cui sto parlando è un giovanissimo Prince (nome d’arte di Roger Nelson) che anticipa di qualche mese il suo primo album ufficiale (For You) con una sessione tutta strumentale intitolata Loring Park Sessions 77. Si tratta di un contesto inedito nel quale il Principe si mise alla testa di un trio composto da lui stesso alle tastiere (ma anche alla chitarra) e da due dei suoi futuri fedeli collaboratori, vale a dire il batterista Robert B. Rivkin AKA Bobby Z ed il bassista Andre Cymone. Il contenuto di questa registrazione è un piccolo gioiello di funk jazz strumentale composto da otto brani che da un lato evidenziano già molti dei canoni stilistici della musica futura del genio di Minneapolis e dall’altro testimoniano come il Prince ancora ragazzino fosse già un musicista completo e straordinariamente dotato. Grezzo ed essenziale come solo le registrazioni per così dire improvvisate sanno essere, il disco offre una visuale inedita ed estremamente interessante di quello che negli anni a venire sarà senza ombra di dubbio uno degli artisti più influenti del panorama musicale internazionale. Secondo YouTube e successiva verifica tramite il sito Prince.org, questo progetto, è stato registrato nella sala prove del primo direttore artistico di Prince, Owen Husney, a Minneapolis. E’ interessante notare che quella location è a pochi isolati dallo storico nightclub “First Avenue” dove furono girate tutte le sequenze dal vivo del film Purple Rain. L'album cattura un sound molto frizzante ed in parte inatteso, caratterizzato da un brillante funk con chiari sentori di jazz: esattamente quelle sonorità che al tempo erano piuttosto in voga grazie anche al successo di musicisti del calibro di Herbie Hancock, Bob James o Grover Washington, jr. (e tanti altri). Prince, come detto, si esibisce alle tastiere, in particolare al piano elettrico ed al clavinet, cioè i due strumenti pilastro del jazz funk degli anni ’70 e bisogna sottolineare la sua bravura nel doppio ruolo di accompagnamento e di solista, nonché una certa perizia anche nell’uso degli effetti. Sulla sua maestria alla chitarra c’è ben poco da dire anche perché di lì a poco il mondo imparerà a suon di assoli quanto il piccolo Roger fosse straordinario in tutto quello che faceva. Tutto il materiale è strumentale e valutandolo oggi possiamo ritenerlo come una visionaria anticipazione di alcuni suoi progetti futuri come i Madhouse o il largamente sottovalutato album Rainbow Children e perfino di quell’opera così particolare intitolata North, West, South and East, arrivata nel nuovo millennio. Loring Park Sessions 77 riassume in poco meno di un'ora di musica un periodo incredibilmente prolifico per un ragazzo emergente di soli 19 anni. Nello stesso arco temporale Prince era coinvolto anche in altri progetti meritevoli di essere scoperti come i Sound 80 (dicembre 1976 - estate 1977) o i 94 East. Insomma era già un vulcano di creatività e talento che sarebbero esplosi nel breve volgere di qualche anno, ma Loring Park Sessions 77 ci mostra già chiaramente il genio di uno dei più grandi musicisti di tutti i tempi.
Al Di Meola – Elegant Gipsy
Al Di Meola – Elegant Gipsy
Lo studioso di chitarra Robert Lynch a proposito di Al Di Meola ha dichiarato: "Nella storia della chitarra elettrica, per quanto riguarda lo sviluppo dello strumento dal punto di vista puramente tecnico nessuno ha fatto di più di Di Meola. La sua conoscenza completa dei vari stili e scale è semplicemente incredibile. Mi sento privilegiato nell'aver potuto studiare il suo lavoro in tutti questi anni." Un’affermazione che è certamente il frutto di una particolare ammirazione a livello personale ma che ha, tuttavia, un suo concreto fondamento poiché stiamo parlando di uno dei mostri sacri della chitarra (elettrica ed acustica) di tutti i tempi. Di Meola ha esplorato diversi stili nella sua carriera, in particolare è noto per i suoi lavori jazz fusion con influenze di musica latina e mediterranea. E’ sempre molto stimolante mettersi all’ascolto di un disco di Al Di Meola. Il chitarrista di origini italiane nel corso di oltre 30 anni di carriera ha scritto alcuni tra i migliori esempi di jazz fusion, opere che sia pure di non facilissima lettura, mantengono una invidiabile naturalezza ed una carica emotiva molto significativa. Fino dal suo esordio Al Di Meola mise in evidenza un grande gusto musicale, ma è con il secondo disco "Elegant Gipsy" del 1977 che il chitarrista raggiunse davvero l’eccellenza. Nonostante lo sconfinamento dai canoni del jazz rock, si può tranquillamente ritenere questo album un capolavoro di eclettismo e varietà. Si tratta di una registrazione ricchissima di spunti musicali, dove si sentono anche le influenze del progressive rock inglese, come si può notare in "Race With The Devil On Spanish Highways", un brano dove le strutture armoniche e ritmiche del rock più evoluto degli anni '70 sono ben presenti. La base fusion non viene certo meno, soprattutto nelle partiture delle tastiere, ma il valore aggiunto risiede proprio nella vivace alternanza di atmosfere che svariano tra latino, rock e jazz. Da un album suonato da una formazione d'estrazione prettamente jazz fusion ci si aspetta che il sound rispecchi quello stile: Elegant Gipsy non delude nemmeno sotto questo aspetto. Però colpisce la presenza di un pezzo come "Mediterranean Sundance" che appare contaminata da una forte influenza del flamenco, con i suoi arditi fraseggi chitarristici di derivazione spagnola. Ma per chi predilige il puro jazz rock c’è l’imponente traccia conclusiva, cioè "Elegant Gypsy Suite": 9 minuti e 16 secondi di evoluzioni strumentali assolutamente straordinarie in cui il maestro Di Meola si diverte a mettere insieme stili e tendenze musicali attraverso il filo conduttore della sua magistrale tecnica chitarristica. "Lady Of Rome, Sister Of Brazil" è una breve canzone di un minuto e 46 secondi dalla quale traspare la parte più delicata ed intima del chitarrista italo-americano, che ancora una volta risulta eccezionale anche quando si esprime con la chitarra acustica. Elegant Gipsy è un album che affascina garantendo un’esperienza sonora diversa ed entusiasmante. Dal cuore dei mitici anni ’70 ci arriva un’opera unica fatta di bellissimi brani, costruiti e suonati con grande cura in un contesto molto sofisticato dal punto di vista tecnico. Al Di Meola è un chitarrista, ma forse sarebbe più corretto definirlo un musicista a tutto tondo, che ha dimostrato nel corso della sua trentennale carriera una classe superiore ed una continua ricerca sulle sonorità del suo strumento. Un artista eclettico dotato di uno straordinario talento capace di sprigionare un fascino assolutamente fuori dal comune.
Kurt Elling – The Gate
Kurt Elling – The Gate
È davvero curioso ma anche perfettamente comprensibile come una piccola differenza di età possa aver influenzato la musica che ha risuonato nella giovinezza di ognuno di noi, determinando i nostri gusti e le nostre passioni. Ogni periodo storico ha i suoi generi di riferimento e di conseguenza ogni generazione vive la musica sulla base di un ampio e diversificato ventaglio di artisti e stili. Per il vocalist e pianista Kurt Elling, le influenze musicali che hanno condizionato i suoi gusti in gioventù, vanno ricercate in diverse fonti come ad esempio gli Earth, Wind & Fire o addirittura i King Crimson degli anni '80 o ancora in quella strana miscela post new wave rappresentata da Joe Jackson. Ma su tutto, e più di ogni altra cosa, c’è stato il jazz, naturalmente sempre il jazz. E’ da tutte queste suggestioni musicali che viene fuori un album come The Gate. Elling continua nella sua lunga e fruttuosa relazione professionale con il pianista e arrangiatore Laurence Hobgood: un’unione artistica vecchia di 16 anni che è stata ed è il motore di una costante ricerca nell’ambito del jazz vocale, cioè la formula che Kurt Elling ha abbracciato fin da suoi esordi. Viste le premesse, non sorprenderà trovare su The Gate una versione piuttosto fedele di "Matte Kudesai" dei King Crimson resa in modo speciale dalla intrinseca capacità di Elling di rispettare l’originale pur rivisitandolo. E’ il bassista John Patitucci che guida di fatto la melodia, mentre Hobgood offre un delicato accompagnamento di piano ed il chitarrista John McLean impone le sue linee di chitarra simili a quelle originali di Adrian Belew, ma riviste con un tono più etereo. Kurt Elling canta da par suo, con il suo stile personale. Uno dei momenti clou dell’album è senza dubbio la versione swing della popolare "Steppin 'Out" di Joe Jackson, una cover sulla quale il pianoforte di Hobgood si muove leggero dentro e attorno alla struttura della canzone. Il disco si muove nel campo delle reinterpretazioni di brani famosi, quindi è quasi inevitabile che Elling proponga quella di "Norvegian Wood" dei Beatles: qui il già interessante arrangiamento di Elling e Hobgood viene impreziosito dallo straordinario assolo di McLean. E’ un crescendo emotivo notevole, ritmicamente sostenuto dal batterista Terreon Gully. Ma a stupire davvero è la cover di “After The Love Has Gone” la famosa ballata degli Earth Wind and Fire: Elling la propone con un tocco di raffinata eleganza jazzistica, da crooner consumato, con il sassofonista Bob Mintzer che va a riempire gli spazi con le sue evocative linee di sax. Elling sfrutta tutta la sua ampia gamma vocale, ed è affascinante scoprire che una canzone che conosciamo benissimo possa cambiare così tanto. Kurt si prende cura anche di Stevie Wonder con una cover della sempre bella "Golden Lady", in questo caso con un arrangiamento meno divergente dall’originale rispetto ad After The Love Has Gone. C’è spazio anche per una ballata tra le meno conosciute di Herbie Hancock quale “Come Running To Me" tratta da Sunlight e pure per un riedizione di "Blue in Green” di Miles Davis già proposto in passato da Al Jarreau. "Samurai Cowboy" vede un imprevedibile Elling in versione Bobby McFerrin crearsi la sua orchestra vocale attraverso la sovra incisione delle linee di basso e di quelle delle percussioni. La lunghissima "Nighttown, Lady Bright", griffata Don Grolnick, termina l'album su toni più scuri e severi, con una inedita sezione recitata, per finire con una delicata ed atmosferica chiusura affidata al pianoforte di Hobgood magistralmente accompagnato dal Marc Johnson al basso e dalla batteria di Terreon Gully. Si assiste con sempre maggiore frequenza alla pubblicazione, da parte di molti musicisti, di album dedicati alle canzoni che hanno lasciato un segno nella formazione loro formazione artistica: Kurt Elling non fa eccezione e con The Gate ha attraversato i confini tra rock, pop, soul e R & B proprio per rendere omaggio ai suoi miti di gioventù. L’album è piacevolmente accessibile ma mostra al tempo stesso un’interessante e profondo caleidoscopio di interpretazioni e arrangiamenti che si apprezza sempre più mano a mano che lo si ascolta. Ancora una volta Kurt Elling dimostra che la buona musica sta lì, esattamente dove hai l’ardire di cercarla: si tratta solo di metterci sopra un timbro personale senza perdere di vista la propria identità.
Brian Jackson – Gotta Play
Brian Jackson – Gotta Play
Il tastierista Brian Jackson è noto soprattutto per il suo sodalizio artistico con Gil Scott-Heron, il cantante afroamericano più politicizzato del ventesimo secolo. Sono passati 29 anni tra il 1971 e l’uscita di questo album “Gotta Play” un evento apparentemente inatteso anche per lo stesso Brian Jackson. Brian ha composto ed arrangiato un disco di vero jazz contemporaneo, ricco di eleganza e verve ma anche di funk e di groove. La tentazione di mettere in relazione l'attuale lavoro di Jackson con quello dei suoi esordi è ovvia, ma l’ascolto di queste 14 tracce colloca Gotta Play su un piano che è ben al di là del solco lasciato dal suo materiale precedente: di quest’ultimo conserva i forti legami con l’R & B ed una non scontata gradevolezza. Ma l’abilità di pianista e la maestria nell’arrangiamento non sono mai stati migliori di quanto è ascoltabile in questo album del 2000. Jackson ha concentrato le sue energie creative più sull’intelligenza e la raffinatezza piuttosto che sull’appariscenza estetica ed i suoi musicisti, anche se giovani, sono stati messi nelle condizioni di dare il meglio di loro stessi. David Mullen ad esempio, con i suoi sax, è un emulo di David Sanborn e Gato Barbieri, e ha una spiccata sensibilità melodica, un pò sul genere di quella del giovane Stan Getz. Il batterista Trevor Holden è un caldo session man di New York in grado di fornire un supporto ritmico adeguato. Lo stesso può essere detto per il bassista Don Martin, abile nel dipingere un mix di accompagnamento carico di sfumature e colori. Al percussionista Num Her-ur Shutef Amun'tehu è delegato il ruolo di collante tra i vari strumenti e lui si adegua aggiungendo un alto livello di funky groove. Gotta Play apre con una breve intro di soli 39 secondi di tastiere e percussioni che conduce alla title track. E’ qui che si delineano i contenuti dell’album: dal cantato in stile scat all’intervento brillante dell’ospite Roy Ayers con il suo vibrafono, dal sax di Mullen alle tastiere stesse di Jackson il quadro che ne esce contempla molteplici sentori. Stevie Wonder, i tardi War, i primi Crusaders, gli Steely Dan, fino ad arrivare alla Midnight Band, tutti intrecciati in un mix che è tanto nuovo quanto familiare. "Kama Sutra" è un brano molto particolare: inizia con il pianoforte jazzato di Brian e subito dopo vira su atmosfere stranamente mediorientali, per poi tornare nel territorio di un urban jazz contemporaneo sul quale irrompono il piano e successivamente il doppio assolo di Mullen sia al tenore che al soprano. Le percussioni quasi parlanti di Ahmun'tehu fanno da sfondo ai solisti per tutto il pezzo in un susseguirsi di invenzioni armoniche in questa che si configura come una fusion bost bop molto innovativa. “Moody Too” è un numero di grande bellezza grazie al synth ed al piano elettrico divinamente padroneggiati da un ispiratissimo Brian Jackson. A completare l’atmosfera anche il sax tenore di David Mullen per una ballata molto emozionale e vibrante. “Feelin’ U” dà una interpretazione personale dell’r&b mixandola con un accenno di rap lasciato però in secondo piano. Ascoltando “Free 4 Fall” scopriamo un Brian Jackson che mette il suo pianoforte al servizio dello smooth jazz, precorrendo un po’ i tempi, ma la sostanza è comunque lontana dalle edulcorate atmosfere a cui siamo abituati da qualche anno a questa parte. Suggestiva "Parallel Lean" con la voce di Jackson, che si dimostra un valido cantante, e un parlato in forma di recitazione di Gil Scott-Heron in persona. Gil non pare in perfetta forma, nonostante la bellezza della canzone, probabilmente a causa dei suoi continui problemi fisici. L’arrivo del pianoforte è, al solito, una delizia: ma tutto suona emozionalmente sofisticato. Robert Glasper deve aver ascoltato a lungo anche Brian Jackson prima di sintetizzare il proprio stile. Un altro punto di forza dell’album è il latineggiante "Yada Yada" dove il pianoforte di Jackson prende il centro della scena mentre la sezione ritmica ritaglia una gagliarda e moderna scansione dei tempi. Al contempo i sassofoni di Mullen scivolano intorno e attraverso le linee di piano, creando una nuova melodia modale. Sulla scia del miglior acid jazz Jackson propone un brano come “Outstanding” che a tratti ricorda gli Incognito e al pari del popolare gruppo inglese vanta una melodia davvero gradevole. La chiusura di Gotta Play è affidata ad un medio tempo funkeggiante il cui ritornello è punteggiato da un cantato scat e dove trovano voce gli assoli straordinari sia di Brian al piano ed al synth che quelli di sax di David Mullen. Una conclusione bellissima che invita ad un nuovo ascolto. Questo album di Brian Jackson non può essere considerato un ritorno quanto piuttosto la rivelazione, finalmente in primissima persona, di un musicista di grande valore, apprezzabile come compositore, come tastierista ed anche come arrangiatore. Gotta Play è registrazione che merita ampiamente di essere ricercata ed ascoltata con grande attenzione da chiunque ami il jazz contemporaneo e non solo, dato che echi di r&b, di soul e di acid jazz sono parte integrante del progetto. È una cosa assolutamente positiva che anche un album per così dire "commerciale", all’interno del jazz, possa anche assurgere ad un eccellente livello artistico come nel caso di Brian Jackson e del suo Gotta Play.
Valeriy Stepanov – New Beginnings
Valeriy Stepanov – New Beginnings
Meno 'dalla Russia con amore' e più 'dalla Russia con groove', questo potrebbe essere lo slogan più adatto a sintetizzare lo straordinario talento del tastierista russo Valeriy Stepanov in occasione del suo debutto discografico intitolato 'New Beginnings'. Gli appassionati di smooth jazz e tutto il mondo della fusion erano pronti da tempo per celebrare l’arrivo di questa ventata di energia e creatività dall’est Europa. Nato sulla rete, attraverso oltre tre milioni di visualizzazioni su You Tube, questo fenomeno approda finalmente al mercato discografico con un album che sintetizza ed esalta le doti di pianista e le capacità compositive di Valeriy. Stepanov è senza dubbio un musicista sopraffino, uno di quelli in grado di coprire l'intero spettro stilistico del jazz, partendo dal mainstream tradizionale, che su "New Beginnings" è decisamente un mero sentore, fino a quello che è il suo vero marchio di fabbrica, ovvero una fusion energetica e vitale. Il pianista russo può essere descritto con precisione delineandolo come un sorta di punto di contatto tra un moderno Chick Corea ed il Jeff Lorber delle ultime uscite. Ciò che rende Valeriy un personaggio musicale unico, in grado di distinguersi dalla massa, è la sua superba padronanza del ritmo e il suo eccellente gusto per la melodia, la sua energia senza limiti e una tecnica eccezionale, solidamente fondata sullo studio e l’applicazione. La sua formazione inizialmente gestita dal padre, è stata in seguito portata a compimento con l’aiuto del violoncellista di fama mondiale Mstislav Rostropovich, il quale grazie alla sua influenza ha dato a Valeriy l’opportunità di usufruire di una borsa di studio alla prestigiosa Scuola Centrale di Musica del Conservatorio di Stato di Mosca. In aggiunta a questi studi musicali prestigiosi, ci sono poi i sei anni di esibizioni e registrazioni con la sua band VSAK. E’ così che Stepanov ha coltivato sempre di più il suo talento: adesso a 27 anni, è assolutamente pronto per unirsi al crescente gruppo di artisti dell'Europa dell'Est che hanno trovato fama e successo musicale sia in Europa che in America. Tuttavia, va detto che il suo viaggio artistico è stato per certi versi più impegnativo della maggior parte dei suoi colleghi. Stepanov è nato nella città di Irkutsk, vicino al confine mongolo e al lago Baikal, un luogo aspro e ostile, dove fare musica ed affermarsi non è proprio un’operazione facile. Lui ha superato i problemi con lo studio e la passione, ponendo così le basi per diventare l'artista che è oggi. Ma la storia di Valeriy Stepanov è davvero sintomatica dei tempi odierni, è una storia in cui internet, combinato con un talento strabordante. può spingere fino alle luci del palcoscenico globale anche un musicista relegato ad una posizione geografica per così dire decentrata. "New Beginnings" è il primo capitolo di questa storia e si apre con l’energetico smooth jazz di "Happy People", alla fine dell’album proposto anche in versione radio edit. Stepanov si presenta con una chiave accessibile e tuttavia illuminante rispetto al suo talento di pianista: pianoforte prima e piano elettrico a seguire. L’intervento del violoncello di Vsevolod Guzov suonato in stile jazz e uno spruzzata di fiati synth sono altri tocchi geniali che si rivelano la ciliegina su una torta già molto gustosa. Il primo brano da servire alle radio è 'Tonight', un'altra incursione nello smooth jazz perfettamente tagliato per i gusti degli appassionati di tutto il mondo. Un pezzo che è ulteriormente rafforzato dall’ inconfondibile contributo alla chitarra dell'unica e sola U-Nam. E’ il sax supremo di Marion Meadows invece che presta la sua voce a "Look At The Stars", una canzone romantica e delicatamente melliflua. 'Walk In The Park' è un altro ottimo modo per gustarsi la brillante destrezza di Valeriy sulla tastiera del pianoforte, in un brano che ha tutti gli stilemi del più classico degli smooth jazz. La festa continua con l'abbagliante groove contemporaneo di "Twilight Sky" che propone un ritmo vivace e una melodia accattivante: un viatico ideale per il favoloso assolo di piano elettrico di Stepanov. Il bel funk jazz di "No Doubt Now" mette in mostra la personalità musicale del tastierista russo, che davvero suona più come un nero di New York che come un siberiano. Ottimo anche l’intervento di sax alto di Andrey Chmut. C’è da aggiungere che Valeriy è anche un ottimo batterista e cita il grande Dave Weckl come una delle sue principali influenze. Non è quindi sorprendente che abbia incluso nel suo primo album una versione di 'In Common', brano proposto nel 1990 da Weckl e originariamente scritto ed eseguito dal Peter Mayer Group. L’inizio evoca le atmosfere dei The Rippingtons al loro meglio e Chmut viene ancora una volta coinvolto per quello che suona come uno dei pezzi più moderni e intriganti del disco. Il groove potente di "Half Moon" vede Valeriy creare magicamente un crescendo sorprendente che sfocia in un assolo di synth da brividi. 'Snowbreeze' è caratterizzato da una superba leggerezza di tocco e da un'atmosfera morbida che è bellezza smooth jazz allo stato puro. Se poi volete restare meravigliati e affascinati dal talento di Stepanov non dovete far altro che prestare la massima attenzione a come il pianista rende omaggio al leggendario Herbie Hancock: il risultato è una sontuosa rielaborazione del classico degli Headhunters 'Butterfly' che stupisce per originalità e gusto. Probabilmente uno dei migliori momenti dell’intero album. “Heartburn” è un ulteriore tassello che va ad aggiungersi a questo bellissimo mosaico fatto di funk, di jazz e di virtuosismo: l’intervento di pianoforte acustico è di quelli che lasciano il segno e così quello di sax. Chi ha conosciuto Stepanov attraverso i filmati su You Tube probabilmente si aspettava un album più coraggiosamente orientato verso il jazz ma è doveroso sottolineare che «New Beginnings» è solo il primo capitolo di quella che, ne sono certo, sarà una lunga e luminosa carriera da parte di un talento cristallino. Un musicista che rappresenta una magnifica vetrina per l'arte, riuscendo nell’impresa di sintetizzare abilità tecnica, scrittura e capacità di produzione in una unica poliedrica personalità. Ben vengano dall’Est Europa fenomeni di questo livello: di novità e di sferzate di creatività ce n’è sempre un grande bisogno.
Gene Harris – In A Special Way
Gene Harris – In A Special Way
Gene Harris può essere classificato, con una definizione un po’ scherzosa, come uno dei più seri musicisti jazz tra quelli “disimpegnati” degli ultimi 50 anni. Infatti è stato sicuramente tra i pianisti più accessibili e leggeri del panorama internazionale; un artista che ha canalizzato la sua superiore padronanza del blues e la sua abilità nel comporre amabili melodie per creare un jazz tra i più fruibili e al contempo più interessanti. E’ anche per questa sua vena, per così dire popolare, che il signor Harris è stato spesso sottovalutato dalla critica ed escluso dal novero dei personaggi importanti del jazz. Gene Harris in qualche misura è sempre stato funky dentro, fin dai suoi inizi con i Three Sounds e ancor di più nel periodo della sua carriera solista durante gli anni '70: ma mai come con In A Special Way egli ha cercato un vero punto di contatto tra il suo jazz ed il funk contemporaneo. E’ proprio da questo album, registrato insieme a numerose star, tra cui Philip Bailey degli Earth Wind & Fire e il chitarrista Lee Ritenour, che Gene Harris delinea uno stile che pesca con decisione tra le tendenze degli anni '70 come il soul contemporaneo, la disco , il Philly sound e ovviamente la fusion. La produzione è lucida e ricca, confezionata con ritmi pulsanti, fiati, coriste e spruzzate di synth vintage a completare il tutto. Al centro di questo contesto c’è lui, Gene Harris, con le sue tastiere: preferibilmente il pianoforte. E Gene suona esattamente come ha sempre fatto, con generosità e passione, con il suo stile blues e soul fatto di improvvise e velocissime fughe con la mano destra e la ricerca continua della musicalità, anche negli assolo. L’album vive di momenti anche bizzarri, ma sempre improntati sull’orecchiabilità ed la leggerezza. L'interpretazione di "Love for Sale" di Cole Porter, ad esempio, ha un arrangiamento molto particolare, piuttosto lontano dallo stile di Eumir Deodato (che parimenti ha spesso reinventato i classici). Nella rilettura in tipico stile Philadelphia Sound, diverte e mette in evidenza al meglio le doti pianistiche di Harris. C’è uno strano synth-bass ad iniziare "Five / Four", un brano piuttosto intrigante che strizza l’occhio allo space funk in auge negli anni ’70: l’assolo di pianoforte che si sovrappone ai cori è molto bello. Gene Harris affronta anche la stupenda "Naima" di Coltrane, coadiuvato dalla chitarra di Lee Ritenour a dalle solite coriste che si fanno carico di delineare la melodia. Ma la cover di Trane è soprattutto un’altra opportunità per il pianista di dimostrare quanto virtuosismo ci possa essere anche volendo essere sempre disimpegnati. Harris suona bene, come sulla funky "Rebop" che è probabilmente il brano più bello dell’album o districandosi al meglio nel medio tempo di "Theme For Relana". “Zulu” è un altro numero dal funky groove che sintetizza molte delle peculiarità artistiche di Harris e alcune delle sue apprezzabili doti di pianista. Certo si ha, a tratti, la sensazione che il suo piano venga in qualche misura sopraffatto dal carico degli arrangiamenti, ma se si pone l’attenzione ai suoi assoli ed al suo groove pianistico si riconosce il segno di un talento senza tempo. In perfetto equilibrio tra il Philly Sound, la disco, il funk e la fusion "In A Special Way" è un album a suo modo brillante, certamente uno dei migliori nella produzione degli anni ’70 e ‘80 di Gene Harris. Si tratta di un lavoro dove si trovano sufficienti scorci della sua unica personalità musicale tali da renderlo un’interessante opportunità per conoscere un musicista spesso trascurato e misconosciuto. Piuttosto resta inspiegabile il significato della curiosa copertina, sulla quale Gene Harris è fotografato attorniato da un schiera di ragazzini. Un particolare trascurabile a fronte di un disco godibile dall’inizio alla fine: una virtù non così comune da trovare non solo nella produzione di quel periodo, ma anche e forse soprattutto in quella odierna.
Hampton Hawes - Northern Windows
Hampton Hawes - Northern Windows
Hampton Hawes è stato uno dei più prestigiosi musicisti di colore fra quelli nati e formatisi artisticamente in California, e ha contribuito come solista e come accompagnatore all'affermazione della corrente denominata West Coast Jazz. Anche se è meno famoso di altri specialisti dello strumento, Hawes è da considerare come una delle figure più importanti nello sviluppo del suono e dello stile del pianoforte nella musica jazz moderna, soprattutto per la sua attività attorno alla metà del 1950. I suoi album di quel periodo sono caldamente consigliati a chiunque non abbia ancora avuto il piacere di ascoltarli. Northern Windows è però tutta un’altra storia: si tratta di una registrazione che segna la fine del periodo di Hampton Hawes con la Prestige Records, durato dal 1972 al 1974. Un breve intermezzo che ci permette di cogliere il pianista nel momento in cui si sentì più libero di esplorare le possibilità che le tastiere elettroniche potevano fornire al contesto del jazz. Venuto dopo gli album Universe, Blues For Walls e il live Playin' In The Yard, questo lavoro rappresenta un’eccellente appendice di un momento unico ed emozionante nella carriera di Hampton Hawes. L’arrangiatore di Northern Windows è David Axelrod, il che significa che, oltre dagli amanti del jazz tradizionale, questo disco potrà tranquillamente essere gradito anche da quelli del funk jazz. Si tratta comunque di un album molto interessante e di grande attrattiva a livello musicale. La produzione di Hawes con la Prestige ha presumibilmente sconvolto i suoi molti fan, che non erano preparati al suo passaggio al mondo dei piani elettrici e delle tastiere. Va detto comunque che Northern Windows è ancora un album in equilibrio perfetto tra le suggestioni “elettriche” e quelle più tradizionalmente acustiche: ci sono brani funk jazz tipici degli anni '70, con il Fender Rhodes in bella mostra, ma ci sono anche alcune fantastiche tracce con Hawes che riabbraccia felicemente il suo pianoforte classico. Ritengo che l'intero album sia di buon livello, con tutte le tracce che si distinguono sia per la qualità compositiva che per l’esecuzione, indipendentemente dal fatto che suonino acustiche o elettriche. Posso però certamente immaginare come i puristi del jazz, aggrappati al sound degli anni '50 e '60, potrebbero essere indifferenti al suo fascino. A fianco di Hawes figurano due musicisti che vanno a formare il trio di base di questa registrazione: Carol Kaye al basso elettrico e Spider Webb alla batteria. I due, che per un periodo furono anche marito e moglie, non appartengono all’elite del jazz, avendo più spesso suonato in altri contesti. Questo non vuole essere certo un giudizio negativo, anche perché si tratta di turnisti dalla grande esperienza che risultano perfettamente funzionali al progetto di Hampton Hawes. In realtà ci sono sei altri musicisti che meritano solo un "ringraziamento" sulle note di copertina, si tratta di una sezione fiati utilizzata per aggiungere spessore ai complessi arrangiamenti di Axelrod. In ogni caso aggiungono piacere d’ascolto e contribuiscono notevolmente alla creazione del giusto groove, specialmente sui pezzi più orientati al soul-jazz e al funk. L’album è piuttosto corto per gli standard odierni, meno di 35 minuti, ma questa non è sempre una cosa negativa per questo tipo di musica degli anni ’70: l’interesse rimane alto e non ci si annoia. Hampton Hawes è uno splendido pianista, la sua tecnica è perfetta ed è stato a lungo un riferimento stilistico per molti musicisti. Northern Windows evidenzia una miscela perfetta di tastiere acustiche ed elettriche e si avventura nell’esplorazione dei nuovi suoni del jazz: sono quelli emersi alla fine degli anni '60 e che nel decennio successivo presero decisamente il largo in varie forme e con risultati spesso contraddittori. Questo album del 1974 ci mostra il maestro al lavoro per colmare il solco tra il vecchio ed il nuovo mondo del jazz.
Quincy Jones – Walking In Space
Quincy Jones – Walking In Space
Siamo abituati a conoscere Quincy Jones per la sua produzione musicale più recente, fatta di collaborazioni di grande successo con i più grandi artisti pop e per un paio di suoi album che hanno raggiunto i vertici delle classifiche negli anni ’80. Ma Quincy Jones è molto più di questo, è una delle personalità artistiche più importanti del secolo e la sua carriera, che ha attraversato praticamente sessant’anni di storia della musica, sta lì a certificare tutto quello che questo straordinario uomo è riuscito a fare. Quincy Jones è una sorta di genio rinascimentale della cultura afro-americana, essendosi distinto come direttore d’orchestra, come musicista, come compositore (anche di colonne sonore), per non parlare della sua attività di produttore, di quella di arrangiatore ed infine di proprietario di un’etichetta discografica. Ma Jones ha anche scritto libri, ha prodotto film e creato serie televisive di successo. Questo quadro sintetico da un’idea dello spessore culturale e dell’importanza a livello musicale che l’ormai ottantaquattrenne Quincy ha avuto dal dopo guerra ad oggi. In una discografia comprensibilmente molto vasta (anche se relativamente contenuta rispetto ad altri) ci sono ovviamente diversi album di grande valore e anche alcuni meno riusciti. Il jazz più tradizionale, declinato spesso nella forma della big band, è stato per lungo tempo il filo conduttore della sua produzione, ma vorrei invece focalizzare l’attenzione su un periodo, quello della fine degli anni ’60, che anche per Jones rappresentò un punto di svolta. Dopo qualche anno nel quale Jones fu impegnato nella composizione di colonne sonore cinematografiche, nel 1969 il direttore d’orchestra di Chicago firmò un contratto con la CTI di Creed Taylor e si impegnò nella registrazione di Walking in Space, un disco stilisticamente molto eterogeneo che esplorava varie forme di jazz: elettrico, acustico, funk e da big band. Avvalendosi di alcuni bravissimi musicisti della scuderia Taylor, come Roland Kirk, Freddie Hubbard, Ray Brown, ma anche Bob James, Jay Jay Johnson e Hubert Laws, Jones conduce, organizza e arrangia una manciata di brani tra i quali non mancano alcuni standard. Quincy pesca dal musical di Broadway "Hair" due pezzi come “Dead End” e la title track “Walking In Space” ed è subito chiaro che l’album cammina in un territorio nuovo, dove il funk fa sentire la sua presenza pur mantenendosi saldamente nel campo del jazz. E tuttavia la presenza degli strumenti elettrici rappresenta un segnale di discontinuità rispetto al passato, così come gli arrangiamenti, davvero particolari e innovativi. Il disco inizia con Dead End in cui il basso di Ray Brown all’unisono con il pianoforte elettrico di Bob James si fa carico dell’introduzione, poi tromba e flauto creano l’accenno della melodia, fino all’ingresso potente della sezione fiati e a quello dell’intrigante chitarra elettrica di Eric Gale. Walking In Space inizia in modo simile, con Fredie Hubbard che soffia delicatamente nel suo flicorno, mentre il sax tenore di Roland Kirk lo circonda di note ed una eterea sezione vocale femminile contribuisce a creare una deliziosa ed intima atmosfera “da salotto”. Il ritmo decolla gradualmente e qui il flauto di Hubert Laws interviene dando un connotato spaziale al brano che, spostandosi verso il funk, consente alla chitarra soul di Eric Gale ed al sax energico e muscolare di Roland Kirk di esprimersi in assoli di rilievo. Il lungo pezzo di oltre 11 minuti vive di continui cambi di ritmo e di una irrequieta altalena di emozioni che lo rendono il top dell’album, soprattutto per l’arrangiamento. E’ molto cool jazz la lettura che Quincy Jones dà della popolare "Killer Joe" di Benny Golson, un brano nel quale è in grande evidenza il flauto di Hubert Laws, mentre il bravissimo Freddie Hubbard piazza il suo assolo di tromba con sordina innestandosi alla perfezione sulla roboante sezione fiati. Bello anche l’uso delle coriste nella parte cantata che riesce a dare un altro tocco particolare a questa indovinata cover. “Love And Peace” inizia con gli ottoni ed un sound subito palesemente orchestrale, funzionale ad una vera e propria sortita nel blues operata da quello specialista del genere che è il chitarrista Eric Gale. Molto bella è anche “I Never Told You”, una lenta e romantica ballata impreziosita da Toots Theilmans e dalla sua malinconica armonica a bocca: l’effetto è molto intenso e ricco di pathos. L'album si chiude con uno standard della tradizione gospel conosciuto in ogni parte del mondo come canto natalizio e cioè la celebre “Oh Happy Day”: il coro canta il ritornello mentre Hubert Laws risponde alle frasi vocali con il suo flauto. Qui si ha l’opportunità davvero rara di ascoltare Ray Brown suonare il basso elettrico in luogo dell’abituale contrabbasso e va detto che il groove non viene certo a mancare. Con Walking In Space, Quincy Jones si affaccia agli anni ’70 con un album che pur mantenendosi nel solco della tradizione anticipa alcuni temi che saranno in seguito approfonditi da un gran numero di artisti. Complessivamente si tratta di un lavoro leggero ed orecchiabile piuttosto lontano dalla complessità di Miles Davis o dei Weather Report di quel periodo, ma non mancano gli spunti interessanti. Il sound è quello tipico delle grandi orchestre, virato su toni quasi lounge: mantiene un’impronta jazzistica ed è corroborato da alcune discrete iniezioni di funky groove. Il maestro è validamente spalleggiato da un cast di musicisti di grande livello, e viene valorizzato dalla produzione perfetta di Creed Taylor. In un contesto creativo come questo, il genio di Quincy Jones ha confezionato sicuramente uno dei dischi più forti dell’intero catalogo della CTI. Non sarà una pietra miliare del jazz ma è pur sempre una valida testimonianza di come andava diversificandosi questo genere alle soglie di un decennio foriero di enormi cambiamenti.
Earth, Wind & Fire - That's The Way of The World
Earth, Wind & Fire - That's The Way of The World
Gli Earth, Wind & Fire: i granitici, eterni, poliedrici E.W.&F. Sono stati (e sono) uno dei gruppi musicali più acclamati da parte dei critici e più amati dal pubblico sia negli anni '70 che nei decenni a seguire, fino ai giorni nostri. Questo favoloso collettivo musicale fu concepito dal batterista, band leader, compositore, e occasionalmente anche vocalist Maurice White. La visione musicale di EWF ha nel funk la sua base, ma incorpora anche jazz, soul, gospel, pop, rock, psichedelia, blues, folk , musica africana, e, in ultimo anche la disco. Insomma un caleidoscopio musicale in grado di attraversare gli stili e le tendenze nel quale gli EWF sono riusciti a sintetizzare un linguaggio unico e originale, mai eguagliato da nessun altro. Il cantante Philip Bailey ha dato al gruppo una dimensione in più con il suo talento nelle ballate oltre che per la sua bravura anche nei brani funk. Questa è una band in grado di suonare qualsiasi cosa: dal soul in stile Motown, al groove bollente e ruvido alla James Brown e perfino improvvisare in ambito jazz-fusion. I loro spettacoli sono sempre stati elaborati e dinamici, diventando nel tempo via via più sofisticati. Espressione di una versatilità e di un eclettismo senza pari, gli EWF erano portatori di un concetto più ampio della sola musica, un’idea pervasa da un alone di spiritualità cosmica e da una sorta di positività mistica in grado di emozionare profondamente l’ascoltatore. In una sconfinata discografia, che inizia nel 1971 ed è ancora in evoluzione, non è davvero cosa facile selezionare un album di cui parlare, tuttavia se si deve fare una scelta, credo che sia giusto occuparsi di quello che potrebbe essere il capolavoro assoluto degli Earth Wind And Fire: "That's The Way of The World". Pubblicato nel 1975 fu il sesto album del gruppo. Bellissimo, energetico, professionale, sincero, elegante. Questi sono alcuni aggettivi che possono descrivere That's The Way of The World. Non è certo un azzardo definire questo lavoro come uno dei punti più alti della produzione funk / soul / R & B degli anni '70 ed è di fatto un compendio di tutto ciò per cui la band è conosciuta. Qualità ed equilibrio senza compromessi. La chiave per apprezzare l'album sta nel vedere questo lavoro come un riassunto sintetico della carriera degli EWF. La produzione è nella tradizione del loro materiale degli anni ’70: come al solito è ricca e variopinta, ma di certo questo è un album dove nel gruppo è palpabile l’esperienza che consente agli Earth Wind And Fire di proporre del materiale lucido, sebbene si sia ancora lontani dalle tendenze soul disco che verranno al termine del decennio. La band è concentrata sulle composizioni, che rappresentano la vera forza motrice del gruppo sin dalla sua nascita, e in effetti la qualità delle canzoni è elevatissima. Dal sapiente uso della sezioni fiati alle gagliarde soluzioni ritmiche per finire con le splendide armonie vocali, ogni aspetto del song writing è curato alla perfezione. Un cantante come Philip Bailey si dimostra all’altezza del compito in ogni situazione, dando così una marcia in più al gruppo che peraltro si distingue anche nelle parti strumentali. L’apertura dell’album è affidata a “Shining Star” il cui riff iniziale di chitarra è di per se già un classico che è in grado di colpire da subito l’ascoltatore. “That’s The Way Of The World” e “Reasons” offrono delle magnifiche armonie guidate dal piano elettrico a far da sostegno alle melodie orecchiabili e immortali di questi che sono due dei brani più famosi degli EWF. Ballate in grado di emozionare senza risultare mai melense o eccessivamente edulcorate. E come sempre anche la sezione fiati è un vero piacere da ascoltare: melodica e discreta sui pezzi più tranquilli, ma assolutamente vigorosa e potente sulle canzoni più veloci ed aggressive. Ad esempio “Yearnin 'Learnin'” vede i fiati innestarsi alla perfezione in un crescendo entusiasmante che regala un quid in più ad una canzone già vivace. “Happy Feelin’” propone il basso di Verdine White in evidenza, un bel cantato carico di soul impreziosito dagli intrecci vocali e da una chitarra che si fa sentire più del solito. Gli Earth Wind And Fire si resero conto proprio con questo album epocale che non dovevano più separare la sperimentazione dalla canzone nella sua forma tradizionale. Ma ad ogni modo uno stupendo strumentale come “Africano” è la dimostrazione che la band può esprimersi ugualmente bene sia che si tratti di una canzone, sia che il brano sia un complesso pezzo di funk jazz. Da questa sintesi tra l’anima jazzistica e quella più melodica nasce un brano vincente come quello che chiude l’album: “See The Light” dispone di una sezione ritmica che si muove su sentieri non ortodossi, spettacolari interventi di Moog, di sassofono e di kalimba, tutto legato da una parte vocale armonicamente incantata, in cui cori e solisti si intrecciano per creare la vera magia. In conclusione si può ritenere, senza sbagliare di molto, che That’s The Way Of The World sia la quintessenza degli Earth, Wind & Fire. Un disco pieno di idee musicali, che riunisce tutte le peculiarità del gruppo in un pugno di canzoni straordinarie. Questo in fondo è sempre stato il punto di forza di questo mitico gruppo: scrivere bellissima musica. Non tutto quello che hanno prodotto negli anni ha funzionato, ma quando si sono espressi al loro meglio, gli Earth Wind And Fire hanno saputo confezionare davvero dei grandissimi album da consegnare al futuro, proprio come That’s The Way Of The World.
Kool & the Gang - Spirit of the Boogie
Kool & the Gang - Spirit of the Boogie
I Kool And The Gang sono uno dei gruppi più famosi e popolari tra quelli che ho trattato fino ad ora. Hanno al loro attivo moltissime hit internazionali e altrettanti album. Molto meno nota al grande pubblico è invece la storia dei loro primi anni di attività. Formatasi come una band di jazz a metà degli anni '60, i Kool & the Gang si sono via via trasformati diventando negli anni ’70 una delle più intriganti ed influenti realtà del funk. Abbandonata quasi completamente anche la fase funky-soul, ecco che negli anni ’80 sono approdati ad una disco-R&B a forte tinte pop che li ha resi una delle band più gettonate, in particolare dopo il loro successo intitolato "Celebration". Allo stesso modo di altri artisti funky come James Brown o i Parliament, i Kool & the Gang hanno a lungo basato la loro musica sulla loro cultura di estrazione jazzistica e sulla consolidata amicizia tra i membri per dare vita ad un collettivo dove l’improvvisazione e l’interazione tra i musicisti fosse al centro del progetto, con in più l’iniezione dettata dall’energia e dalla leggerezza del soul, dell’R & B e, naturalmente, del funk. Parlando dei Kool & the Gang dei primi anni '70, James Brown ebbe a dire: "Sono i secondi più cattivi (il primo era lui, ovvio…) là fuori ... Fanno dei dischi così forti che dovrete fare attenzione quando suonate un loro pezzo... il loro groove è così intenso che potrebbe rovinarvi". Una frase bizzarra detta alla maniera del padrino del soul che però in realtà dice molto rispetto al valore di questo storico gruppo. I Kool & the Gang erano i re del funk nel 1975, e “Spirit of the Boogie” è stato il miglior album che loro abbiano mai registrato. Il culmine del loro processo di sviluppo e maturazione e l’apice della loro evoluzione musicale. Questo è il disco che ha permesso al gruppo di raggiungere per la prima volta la top-five nelle classifiche, ma Spirit of the Boogie è stato prima di tutto un capolavoro di funky music, e forse nascondeva dentro di se anche qualcosa in più. Ed infatti a partire dalla bellissima copertina che riprende mirabilmente l’arte pittorica africana, per finire con la purezza spirituale e musicale di molte delle sue canzoni, questo album non solo appare legato strettamente alla loro tradizione ma dimostra anche una forte consapevolezza del proprio ruolo nella storia della musica. Spirit Of The Boogie avvicina in qualche misura il suono dei Kool And The Gang a quello che li portò in seguito alla grande ribalta internazionale e può essere classificato in ultima analisi come un’opera di disco-funk, dove tuttavia non mancano le complesse trame “quasi jazz” a cui in precedenza ci avevano abituato. L’apertura commerciale è palpabile in questo peraltro sofisticato crossover e probabilmente la formula che ne esce è l’ultima espressione davvero degna di attenzione nella discografia dei Kool. Gli otto brani sono un vero inno al funk più genuino: ritmica martellante, linee di basso incalzanti, fiati potenti (e onnipresenti) ed infine cori e voci declinati nelle più classiche delle interpretazioni. Per gli amanti del genere e per i cultori della musica vintage è una vera chicca imperdibile. D’altra parte non è difficile entusiasmarsi di fronte a pezzi come “Ancestral Ceremony” che richiama i primissimi momenti della band o alla bellissima “Jungle Jazz” animata da un fuoco funky irresistibile condito dallo spirito delle jam session così caro al lato più jazzato dei musicisti dei Kool and The Gang. La title track è la quintessenza di questo collettivo: un groove dal sapore intensamente black che ha tutte le dinamiche adatte a farne quell’hit che scalò le classifiche del 1975. Insieme alla successiva “Ride The Rhythm” questi sono brani che invitano al movimento ed al ballo, con positività e intelligenza, senza rinunciare alla qualità. Eccezionale anche la trascinante “Mother Earth” nella quale i punti di contatto con gli Earth Wind And Fire diventano evidenti e dove, ad una parte cantata gradevolmente orecchiabile, fa da contraltare un sofisticato arrangiamento con il jazz sullo sfondo ed il groove sugli scudi. “Caribbean Festival” si dipana su oltre sette minuti di un’autentica festa latina, riletta in chiave funk e carica di percussioni, di fiati e di un giro di basso ossessivo sui quali si innestano i jazzati assoli di tromba, sax e trombone. Il funk cosmico tipico dell’epoca è ben rappresentato dalla stupenda “Winter Sadness”: una rilettura del classico “Summer Madness” che i Kool avevano inserito in un precedente album e che anche in questa versione suona intrigante e misteriosa grazie alla presenza del piano elettrico e del synth, qui per una volta in primissimo piano. Spirit Of The Boogie è complessivamente un album superlativo. E con un groove così forte è facile perdonare anche un momento di debolezza come "Sunshine And Love" nella quale prevale il lato romantico e svenevole dei Kool & the Gang, che poi sarà il loro marchio di fabbrica nel futuro. Ma bisogna soffermarsi a valutare il contesto storico e sottolineare quanto loro fossero un eccezionale gruppo funk in quel periodo, giusto prima di convertirsi, forse inevitabilmente al sound commerciale delle discoteche. Questo è un disco di grande valore che non può mancare nelle collezioni di tutti gli appassionati.
The Pharaohs - Awakening
The Pharaohs - Awakening
The Pharaohs sono uno dei tesori perduti della musica black degli anni '70, un gruppo di musicisti appartenenti alla comunità artistica di quel periodo che furono fortemente influenzati dal jazz d'avanguardia di Chicago ma anche e soprattutto dal funk e dalla musica africana. The Pharaohs vissero il loro breve momento quasi parallelamente ai mitici Earth, Wind and Fire, andandone in seguito a costituire l’ossatura principale e dettandone i prodromi fondamentali con il loro linguaggio musicale che può essere considerato molto vicino a quello della famosa band dei tanti successi internazionali. Non a caso nella formazione originale di questo collettivo c’era il batterista Maurice White, fondatore degli EWF, il quale subito dopo la registrazione del primo (e unico) album Awakening, ingaggiò i membri più importanti dei Pharaohs che divennero così i Phenix Horns, la giustamente celebrata sezione fiati degli Earth Wind & Fire. La storia dice che The Pharaohs nacquero per iniziativa del trombonista Louis Satterfield, del trombettista Charles Handy, e del sassofonista Don Myrick. Il materiale musicale contenuto in questo album è di un livello paragonabile a quello proposto in seguito dagli stessi E.W.&F. In effetti questa eccellente fusione di funk e jazz è uno dei migliori esempi del genere, ma non deve essere confuso con lo stile degli HeadHunters di Hancock o con il Miles Davis elettrico di On The Corner. The Pharaohs sono infatti probabilmente più vicini ad un genere funk rock con una forte connotazione fiatistica rispetto ad altre correnti più direttamente coinvolte nel jazz. Suonano come una versione etnico africana dei Chicago o magari alla stregua del materiale degli inizi dei Kool & The Gang. Il richiamo ad una misconosciuta band chiamata “Mombasa” è altrettanto pertinente, dato che il sound non appare molto lontano da questa. Con a disposizione una formazione che annoverava fino a otto fiati e cinque percussionisti si può facilmente intuire quanto la loro musica potesse essere colorata e potente, ritmicamente complessa e particolarmente trascinante. Da quest’orgia di pulsanti percussioni, da un basso molto funky e dai fiati di stampo jazzistico molto coinvolgenti scaturiva una musica energetica ed evocativa con un fortissimo impatto ritmico e con una struttura melodica estremamente intricata. Awakening inizia con un breve brano funky intitolato “Black Enuff” che già riassume i contenuti del resto dell’album: sax, trombe e tromboni dettano l’atmosfera su un ritmo fin da subito fortemente influenzato dall’Africa. Il secondo pezzo è il punto forte di questo disco con i suoi otto minuti di afro-jazz chiamato “Damballa”. Un’eccezionale mix di assoli distribuiti tra sax, tromba e trombone intervallati da alcuni brevi interventi di canto tribale su un tappeto ritmico percussivo dal grande impatto emotivo, in contrasto con i temi portati dai fiati che suonano viceversa intrisi di jazz. “Freedom Road” resta in territorio funky soul facendo intravvedere tutta l’estetica propria degli Earth Wind And Fire dei primissimi album. Non meno impressionante è “Lbo”, un numero quasi esclusivamente riservato alle percussioni dal quale traspare una evidente predilezione per le atmosfere africane. “Somebody’s Been Sleeping” va a pescare nella tradizione del blues innestandovi molte delle influenze rock psichedeliche tipiche dell’epoca e che furono uno dei punti di forza anche dei primi Chicago. C’è spazio anche per il rhythm and blues di “Tracks Of My Tears” che è una ballata più romantica del resto del repertorio dei Pharaohs che in qualche misura li avvicina al Motown style ed ai futuri Commodores. La canzone è un pò fuori dal contesto dell'album, ma comunque è intensamente soul e ben eseguita. Straordinaria infine “Great House” che con i suoi tredici minuti e passa è l’altra vera gemma di Awakening: si tratta di un solidissimo groove funky prevalentemente strumentale che mette in mostra una superba interazione tra tutti i musicisti, con un sound che raccoglie ed amplifica i canoni tipici dell’acid jazz. Psichedelico, jazzato, funky e afro quanto basta è il classico pezzo che strabilierà gli appassionati della musica nera degli inizi degli anni ’70. Da un punto di vista estetico e di linguaggio musicale il debutto dei The Pharaohs non si discosta molto da quelli degli stessi EW&F o dei Kool & The Gang, collocandosi in una terra di mezzo che sfiora anche le atmosfere dei primi Funkadelic, ma con un tocco di cultura africana in più. (cosa normale se si pensa che ci sono almeno cinque musicisti africani nel gruppo). Certamente suonerà di primo acchito fin troppo ruvido e diretto, privo di orpelli e con arrangiamenti piuttosto asciutti, ma in realtà, Awakening non ha nulla da invidiare ai più famosi e blasonati dischi dell’epoca. The Pharaohs rappresentano a tutti gli effetti una testimonianza molto interessante, anche se purtroppo dimenticata, del fermento creativo che percorreva la musica black a cavallo tra la fine degli anni ’60 e gli inizi degli anni ’70. Interessante.
Jeff Berlin – Lumpy Jazz
Jeff Berlin – Lumpy Jazz
Jeff Berlin è un’altra delle grandi leggende del basso elettrico. In altre parole, è esattamente uno di quei musicisti che godono fama di essere tra i più bravi al mondo. Non sorprende il fatto che Berlin sia un pioniere della tecnica del basso slap sin da quando, nel 1979, ha introdotto questo stile percussivo e fortemente ritmico per il secondo album di Bill Bruford "One of a Kind". Come se non bastasse l’introduzione di un metodo rivoluzionario nella tecnica del basso elettrico, Jeff ha fatto da battistrada anche per un’altra metodologia singolare e originalissima sullo strumento: quella del tapping a due mani. Un esempio di questo stile è il brano Motherlode sul suo album d’esordio come solista intitolato "Champion”, pubblicato nel 1985. La singolarità di questo musicista è anche da ricercare nel fatto che quando altri bassisti hanno cominciato ad utilizzare le stesse tecniche, Berlin le ha abbandonate. Va detto inoltre che Jeff Berlin è un musicista flessibile ed estremamente versatile, certamente uno dei talenti più cristallini che siano emersi dopo la metà degli anni ’70 nell’ambito del movimento fusion. Le sue collaborazioni artistiche lo videro al fianco di molte personalità di spicco di quella corrente che tendeva a fondere mirabilmente il jazz con altri moderni linguaggi come il funk od il rock: Pat Martino, Gil Evans, Toots Thielemans, Al DiMeola, George Benson, Earl Klugh, Larry Coryell, Bob James, Dave Liebman, Herbie Mann, Ray Barretto, The Brecker Brothers, Allan Holdsworth e Bill Bruford sono tra questi. Jaco Pastorius considerava Berlin un solista migliore di lui mentre Marcus Miller ha affermato che avrebbe voluto essere un Jeff Berlin nero: questo la dice lunga sulla bravura di questo newyorkese classe 1953. Lumpy Jazz è un album del 2006, il sesto in veste di solista da parte del formidabile bassista. Inutile sottolineare che bisogna amare veramente il basso per godere pienamente della musica contenuta in questo lavoro di Jeff Berlin. Gli assoli abbondano in ogni singolo brano e il suo basso elettrico è onnipresente nel mix musicale di Lumpy Jazz, a cominciare dal primo pezzo “Brooklyn Uncompromised” eseguito praticamente in perfetta solitudine, con il solo accompagnamento delle spazzole della batteria. Una sorta di dichiarazione programmatica di tutto il lavoro. Però è sufficiente attendere il secondo brano per vedere il mondo di Berlin con un’ottica completamente diversa. “My Happy Kids” è un veloce e bellissimo pezzo di jazz in grado di soddisfare ogni appassionato. Oltre ad offrire una distribuzione più equa delle parti dei singoli strumenti, dimostra quanto Jeff sia in grado di adattarsi ad ogni situazione e possa interagire magicamente con qualsiasi controparte. “Lien On Me” è un vero piacere per le orecchie perché è una splendida ed orecchiabile composizione che mette in evidenza delle linee di basso di una fluidità straordinaria e una lucidità nella diteggiatura sulle quattro corde che ha letteralmente dell’incredibile. Chi non conosce Jeff Berlin resterà a bocca aperta sentendo ciò di cui è capace. La sua presenza è evidente anche quando è il bravissimo tastierista Richard Drexler a prendersi i riflettori, e resta solo apparentemente in sottofondo anche in "Toot’s Suite", un malinconico brano che è arricchito dalla presenza di un ospite d’onore come l’immortale armonicista Toots Thielmans. L’hard bop più funambolico e tecnico è la caratteristica di “Everyone Gets Old (If They Have The Time)”, un numero che non fa altro che confermare il talento straordinario di Jeff Berlin, ben supportato dalla sua band. Tra i bassisti della stessa generazione di Pastorius, Jeff è quello meno influenzato dalla musica soul o dal funk mentre ha una evidente predisposizione sia per il jazz che per alcune contaminazioni progressive. Lumpy Jazz è il classico album in grado di dimostrare che il basso elettrico può di fatto essere lo strumento solista dominante e non solamente il contorno di registrazioni incentrate sugli strumenti più convenzionali. Nelle mani di Jeff il basso si sgancia felicemente del suo legame imprescindibile con l’estremità inferiore dello spettro acustico per assurgere ad un ruolo solistico dai toni assolutamente naturali ed organici. Lumpy Jazz è un disco dal quale trapela la pura gioia di suonare, basato sulla scrittura intelligente, complessa e lirica di Berlin che, pur rifacendosi a sonorità contemporanee e ponendo il basso al centro della scena, appare sempre in perfetto equilibrio. Molti tra coloro che hanno potuto ascoltare Jeff Berlin dal vivo affermano di non aver mai sentito nessuno esprimersi con un tale livello di fluidità melodica. In effetti questo fantastico musicista continua ad influenzare generazioni di giovani bassisti e i suoi metodi d’insegnamento costituiscono una fonte d’ispirazione e di avanzamento nel linguaggio dell’arte. Jeff Berlin è un grande maestro dei nostri tempi.
Wayman Tisdale - Decisions
Wayman Tisdale - Decisions
Quella di Wayman Tisdale è una storia affascinante e particolare. Quando Wayman aveva dieci anni di età, mise le mani per la prima volta su due oggetti (molto diversi tra loro) che avrebbero determinato il duplice cammino della sua vita: erano un pallone da basket ed una chitarra a sei corde. Gli appassionati di sport sanno dove lo ha portato la prima passione: ad una carriera di successo nella NBA nel corso della quale Tisdale ha totalizzato 5.000 rimbalzi e che lo ha visto giocare con gli Indiana Pacers, i Sacramento Kings e i Phoenix Suns. Inoltre è stato medaglia d'oro alle olimpiadi con il team USA di basket e All-American alla University of Oklahoma. Il secondo grande amore di questo straordinario uomo è stato la musica ed in questo caso sono gli appassionati di contemporary jazz a conoscere le sue doti ed il suo talento in veste di bassista. La combinazione dei successi sportivi con quelli artistici ne fanno un personaggio a suo modo unico. La maggior parte degli atleti che, dopo la carriera sportiva, si sono dedicati alla musica hanno trovato nel rap il loro territorio elettivo, Wayman Tisdale invece no, a differenza di altri si è orientato sul jazz contemporaneo: una scelta non facile e certamente dettata oltre che dai gusti personali anche dal supporto di una abilità tecnica non comune. Nel 2007, a Tisdale fu stato diagnosticato un cancro alle ossa, ma con la sua enorme forza fisica si riprese quanto bastava per pubblicare nel 2008, il suo ottavo album, Rebound. Dopo una lotta contro il terribile male, Wayman Tisdale ha perso la sua ultima partita ed è tragicamente scomparso il 15 maggio del 2009, all'età di 44 anni. Decisions è il suo terzo album, pubblicato nel 1998. Se i primi due dischi potevano dare l’impressione di essere il passatempo creativo di un atleta affermato, non è così per questo lavoro sotto l’etichetta Atlantic. Registrato dopo aver lasciato il basket professionistico, dimostra una maggiore maturità ed un impegno diverso anche nell’approccio stesso con lo strumento "basso elettrico". Insomma, a questo punto, la musica non è più un hobby ma è diventata di fatto il nuovo centro della vita di Tisdale. E non a caso un’indicazione chiara della serietà del progetto ci viene immediatamente data dalla lista degli ospiti presenti su Decisions. Il ragazzone del basket si è infatti conquistato il rispetto e l’amicizia di alcuni tra i migliori musicisti del panorama dello smooth jazz. il tastierista Brian Culbertson, in primis, che sembra rivelarsi l'anima gemella musicale di Wayman, e poi Gerald Albright, Norman Brown, Everette Harp, Marcus Miller, Marc Antoine Downcourt e Lalah Hataway. La prima sensazione che si ha ascoltando questo album è quella di equilibrio e buon gusto: si tratta di un arioso e positivo smooth jazz suonato con classe e basato su dei brani originali per la maggior parte composti dallo stesso Tisdale. “Breakfast With Tiffany” mette le note alte del piano di Brian Culbertson in un piacevole contrasto con la profondità delle linee di basso, in un pezzo che le radio di smooth jazz hanno subito apprezzato. Su "Ain't No Lovin'" Tisdale prende il comando della melodia sia con il basso che il cantato, appoggiandosi agli intrecci delle tastiere di Culbertson (a simulare il Rhodes) e Jerome Harmon (Hammond B-3). Wayman Tisdale si diverte a fare una sorta di uno contro uno musicale (giusto per restare in tema cestistico) con ciascuno dei suoi illustri ospiti e colleghi. "The Wiz" fa un po’ il gioco della chiamata e risposta con il sax di Albright così come "Bass Man" dove si aggiungono le nitide, pennellate in stile Wes Montgomery di Norman Brown con la sua chitarra elettrica. "Fell in Love" è un brano nel quale la morbida melodia del soprano di Everette Harp si fonde perfettamente con il basso di Tisdale e la chitarra acustica Antoine Downcourt. Il sapore latino prende il sopravvento sulla variopinta "Mexicoco" che vede lo stesso Downcourt sfidare Wayman a duellare con la chitarra acustica, mentre il bassista non rinuncia comunque a far sentire il suo basso. Molto bella anche la dolce ballata “Louis” impreziosita dalla voce di Lalah Hataway, ma scandita dal profondo basso del leader che non manca di dispensare un fantastico assolo. L’album continua con il suo tono rilassato con “Ready Or Not” ed il basso resta il protagonista assoluto: limpido e cristallino, Tisdale lo adopera ritmicamente in modo efficace e melodicamente con un ottima predisposizione per l'orecchibilità, quasi fosse una chitarra. Lalah Hataway fa valere le sue doti di vocalist anche su “My Only” che è la classica canzone r&b, sofisticata e sensuale. Il divertimento di un brano inusuale sta tutto nelle note veloci e spiritose di “Take The Lord Along With You” interpretato in solitudine dal bassista con il cajun di New Orleans e il country USA come filo conduttore. L’album si chiude in bellezza con il funk-jazz della dedica a Miles Davis intitolata “Miles Away” che ci ricorda quanto Wayman Tisdale sia un bassista tecnicamente valido e quale livello di qualità compositiva sia stato in grado di raggiungere. Con Decisions l’ex cestista professionista passato alla musica ha compiuto quello che possiamo considerare il definitivo salto verso il gotha dello smooth jazz internazionale. Questo è un album maturo e divertente nel quale Wayman, coadiuvato da un gruppo di brillanti musicisti ha dato libero sfogo al suo talento musicale di bassista e compositore. Solo lo sfortunato insorgere di un male incurabile ha posto fine alla bellissima parabola di un grande uomo che ha saputo lasciare il segno del suo passaggio sia come sportivo che come artista. Un privilegio che solo pochi possono dire di aver avuto.
Abraham Laboriel - Guidum
Abraham Laboriel - Guidum
Abraham Laboriel Sr. si è diplomato in composizione al Berklee College of Music nel 1972. Laboriel, che è nativo di Città del Messico ma è naturalizzato statunitense, è uno dei più leggendari bassisti della nostra epoca, basti pensare al fatto che è accreditato di oltre 4.000 collaborazioni su vari album di artisti del calibro di Stevie Wonder, Michael Jackson, Al Jarreau, Madonna e tantissimi altri. Abraham ha iniziato il suo percorso musicale all'età di 6 anni con la chitarra classica, sotto la guida del padre, a sua volta un musicista di talento. Proprio come chitarrista entrò alla Berklee, ma passò al basso dopo aver scoperto una grande attitudine per questo strumento. Dopo il diploma, incoraggiato dal compositore Henry Mancini, Abraham Laboriel si trasferì a Los Angeles per intraprendere la sua carriera professionale che lo ha portato ad essere uno dei bassisti più ricercati ed acclamati sia in ambito jazz che pop. La rivista Guitar Player non è andata molto lontana dalla realtà quando lo ha definito "il session man (bassista) più utilizzato del nostro tempo". La sua tecnica è assolutamente perfetta, cosa che gli permette di padroneggiare con la stessa naturalezza praticamente ogni genere musicale. Il suo stile pulito e dinamico è tra i più caratteristici del panorama internazionale sia dal punto di vista ritmico che da quello melodico. Questo gigante, che può essere considerato a tutti gli effetti come uno dei più grandi bassisti del mondo, dopo aver registrato un album d’esordio nel 1994, ha pubblicato un anno dopo il suo secondo disco, intitolato Guidum, che è probabilmente il suo capolavoro. Si tratta di un progetto nato in studio ma con l’intento di utilizzare un minima quantità di sovraincisioni e rendere così, attraverso un’atmosfera live, quel senso di fluidità e immediatezza che le produzioni troppo ricche non possono offrire. Semplice e diretto dunque, eppure brillante nella sua splendida varietà. La band è formata da un ristretto gruppo di amici musicisti e collaboratori di Laboriel quali Justo Almario ai sassofoni, Gregg Mathieson alle tastiere ed il figlio Abraham Laboriel, Jr. alla batteria. L’affiatamento e la coesione del quartetto sono perfette, e le composizioni di Laboriel risultano varie e tutte piuttosto interessanti: anche questo contribuisce a fare di Guidum un album di valore, in grado di catturare l’attenzione dell’ascoltatore. Le sue atmosfere di traccia in traccia sanno spaziare tra il funk, il jazz, la musica latina, quella etnica e la miglior fusion. Se si vuole un saggio immediato della bravura di Abraham è sufficiente selezionare l’ultimo pezzo del cd, la famosa “Beakfast At Tiffany” di Henry Mancini suonata in perfetta solitudine dal bassista e cesellata nota su nota tra arpeggi vertiginosi ed una virtuosissima diteggiatura. La title track è una composizione del padre di Abraham, introdotta da un ritmo afro e recitata e poi cantata dal bassista in prima persona fino all’ingresso del sax di Almario e della band: si tratta di un pezzo atipico e inquietante che si discosta da tutti gli altri. "Slippin' And Sliding" è uno dei momenti migliori grazie alla performance di Justo Almario, lucido e vibrante con il suo sax. Molto bello l’assolo di Greg Mathieson al synth mentre la ritmica detta il tempo in maniera irresistibilmente trascinante. Il maestro del basso da un saggio della sua inventiva quando piazza il suo assolo sulla reggaeggiante “Exchange”. Un altro punto di forza è la complessa “Bebop Drive”, una rilettura moderna e aggressiva del classico linguaggio jazz che è la vetrina perfetta per entrambe i Laboriel: Abe al basso ed il bell’assolo di batteria di suo figlio. “You Can’t Hide” è invece una bella ballata smooth jazz sulla quale Justo Almario da sfoggio delle sue capacità liriche esaltando l’orecchiabilità della melodia. Il funk domina in molti dei brani, mantenendosi però saldamente in territorio jazzistico: “Let My People” “Out From Darkness” e “Vamos A Gozar” ne sono un esempio. Guidum è un album raffinato e ricco di musicalità pur non essendo nel complesso per nulla facile o scontato. Si tratta di una formula molto originale di jazz moderno, piena di contaminazioni e suggestioni da altri mondi musicali, che Abraham Laboriel riesce a coniugare con intelligenza e grande creatività. Al centro di tutto c’è il suo basso elettrico senza che ciò risulti in alcun modo ridondante o eccessivo, grazie anche allo spazio che viene lasciato soprattutto al sassofonista/flautista Justo Almario. Tra i migliori esempi di fusion degli anni ’90 Guidum è un ascolto consigliato sia per la soddisfazione dei fan del basso elettrico suonato al top delle possibilità tecniche, sia per l’aspetto squisitamente musicale, che non mancherà di riservare molte gradite sorprese.
Billy Higgins & Charlie Haden - Silence
Billy Higgins & Charlie Haden - Silence
Billy Higgins è uno dei batteristi più importanti e quotati della storia del jazz. In particolare per la sua militanza nel rivoluzionario quartetto di Ornette Coleman, una formazione che ha di fatto sancito la rinascita del movimento free. Di fatto Higgins può essere considerato senza ombra di dubbio un batterista versatile ed intuitivo, di non comune talento, le cui agili strutture ritmiche hanno raggiunto un perfetto equilibrio tra funzione e forma. Il grande trombettista Lee Morgan arrivò ad affermare che: "Billy Higgins non suona mai sopra le righe, ma puoi contare sul fatto che lui è sempre lì”. Silence è un album del 1987, registrato in Italia, con una band formata dal bassista Charlie Haden, dal grande Chet Baker alla tromba (morirà solo sei dopo) e dal pianista italiano Enrico Pieranunzi. Ed è proprio il triste lirismo di Baker ad essere una presenza rilevante in tutti i brani di questo interessante lavoro. E’ cosa nota che il Chet Baker degli ultimi anni non fosse certo quello smagliante degli anni del cool jazz e del sodalizio con Gerry Mulligan, ma la timbrica poetica e controllata della sua tromba è ancora in grado di regalare emozioni ed intense vibrazioni. Di tutto ciò e della classe degli altri musicisti coinvolti si giova “Silence”: Charlie Haden è un contrabbassista tecnico e versatile, sempre in perfetta sinergia con la batteria di Higgins, coadiuvato dalla tecnica sopraffina del nostro Enrico Pierannunzi. Il pianismo di quest’ultimo, ispirato da Bill Evans e tuttavia molto personale, si inserisce in maniera perfetta nel quartetto, risultando la spalla ideale della voce crepuscolare e sofisticata di Chet Baker. "Silence", composta da Haden è una sorta di intensa e malinconica preghiera in forma di ballata jazz, recitata dalla tromba di Baker, qui particolarmente drammatica. Molto interessante la composizione firmata da Pierannunzi intitolata “Echi”, dove trovano spazio sia l’impressionismo trombettistico di Baker che il classicismo formale del pianista italiano. Molto bella la versione proposta dal quartetto di “Visa” di Charlie Parker: un vero tuffo nel be bop degli anni d’oro di questo stile. “Conception” di George Shearing è il brano più vivace ed allegro dell’intero disco, certamente un modo per sdrammatizzare un repertorio altrimenti più orientato alla malinconia. L’impegno di Chet Baker è costante anche sui brani che sono stati nel suo repertorio per oltre 35 anni, come l’immortale "My Funny Valentine" e la meravigliosa "Round ‘Bout Midnight": la dimostrazione che anche dopo una vita difficile e molte cadute rovinose, i suoi ultimi momenti da artista sono stati pieni di qualità ed emozione. Il sussulto finale di un grande e tormentato musicista. Il pianista Enrico Pierannunzi suona in uno stile che abbraccia completamente il jazz, ma richiama echi di musica classica, non diversamente da quanto fatto dal maestro Bill Evans. Billy Higgins, da parte sua, porta con se il bagaglio di una moderna e dinamica sensibilità nel drumming, con uno stile originale, tutto giocato su un tocco leggero e raffinato che si adatta perfettamente alla natura tranquilla di questo album e che tuttavia sa essere incisivo e pulsante quando serve. In ultima analisi Silence è un ottimo album: oltre a darci l’opportunità di ascoltare l’ultimo Chet Baker in uno stato di forma più che dignitoso, propone un gruppo di musicisti affiatati e propositivi nel contesto di un repertorio scelto con cura e suonato con grande professionalità.
Jason Miles – What’s Going On ?
Jason Miles – What’s Going On ?
Jason Miles è un tastierista e arrangiatore americano nato a Brooklyn, New York. Sul finire degli anni ’70, al culmine del rivoluzionario movimento teso a fondere il jazz con altre forme musicali come il funk ed il rock, Miles si ritrovò completamente immerso nella scena artistica della Grande Mela. Si guadagnò gradualmente un buon credito tra musicisti ed addetti ai lavori, in particolare tra quelli più attenti ad un uso innovativo ed intelligente dell’elettronica. Jason Miles riuscì così a far valere le sue creative doti di programmazione dei sintetizzatori così come la sua tecnica nell’elaborazione dei suoni, entrando nel novero degli arrangiatori più richiesti. Il suo primo album, che risale al 1979 e s’intitolava Cosmopolitan, fu realizzato con l’aiuto del bassista Marcus Miller e del trombettista Michael Brecker: era un lavoro grezzo ma molto promettente, ricco di spunti e interessanti composizioni. Il rapporto di collaborazione con entrambi questi due rinomati musicisti è poi proseguito anche in seguito, ma purtroppo le registrazioni di Miles come leader non raggiungeranno più quei livelli. Va poi ricordato che, a partire dagli anni ’80, Miles ha lavorato per alcuni importanti artisti sia jazz che pop, come Miles Davis, Luther Vandross, lo stesso Marcus Miller, Whitney Houston, Chaka Khan, Diana Ross, Aretha Franklin, David Sanborn e Michael Jackson. Dopo il semisconosciuto debutto del ’79 (che comunque non vide la pubblicazione fino al 2005), all’inizio del nuovo millennio Miles ha pubblicato diversi altri album da solista e tra questi i più apprezzati dal pubblico (meno dalla critica) sono stati quelli che rendevano omaggio alla musica di un favoloso quartetto di mostri sacri: i rivoluzionari Weather Report, il brasiliano Ivan Lins, il favoloso Grover Washington, Jr. e in ultimo l’immortale e suo vecchio amico Miles Davis. Questa lista di tributi si ingrossa con un quinto stimolante progetto nel 2006, con la pubblicazione di un lavoro che intende riscoprire i classici di quel grande e sfortunato artista che fu Marvin Gaye. Piuttosto che limitarsi a registrare un album di anonime cover delle canzoni più popolari dell’artista di Washington, la volontà di Jason Miles sembra quella di mostrare quanto moderni e pertinenti restino anche ai giorni nostri i messaggi politici e romantici di Gaye. Quanto queste operazioni discografiche possano realmente approdare a risultati soddisfacenti e soprattutto quanto di nuovo un album così riesca a portare nel repertorio consolidato e famosissimo di Marvin Gaye (e degli altri prima di lui) è difficile a dirsi. Di sicuro si tratta di progetti ad alto rischio di banalità e probabilmente What’s Going On ? non si eleva al di sopra di una elegante e fin troppo patinata rilettura in chiave smooth jazz di undici evergreen del compianto Marvin. Ovvio che l'arrangiamento della title track “What’s Going On ?” sia comunque sexy e d'atmosfera, caldo e avvolgente come richiesto dallo stupendo pezzo, ma in ultima analisi è solo una vetrina perfetta per le belle parole della canzone, interpretata peraltro con grande intensità dall'esordiente Mike Mattison. What’s Going On ? si avvale della presenza di un bel gruppetto di leggende della musica, da Herb Alpert che ascoltiamo interpretare la seducente "Let 's Get It On", a Marcus Miller il cui basso è immediatamente riconoscibile su un altro capolavoro di Marvin come "Heavy Love Affair". C’è Jay Beckenstein che piazza uno dei suoi assoli sulla dolce "Too Busy Thinkin' Bout My Baby", e c’è anche Bobby Caldwell che canta “Distant Lover” con la sua voce pastosa. Tutti bravissimi, tutti perfetti ma al di là della bellezza intrinseca delle composizioni si stenta ad andare. Al contempo Jason Miles appare intenzionato anche a valorizzare alcuni talenti emergenti, la cui presenza dona all’album perlomeno una nota di apprezzabile freschezza ed imprevedibilità. Fa particolarmente piacere scoprire ad esempio che la voce femminile di "I Want You" è quella della cantante romana Chiara Civello, che del famoso brano offre una lettura personale e profonda. Bravo anche James "D-Train" Williams, voce solista di "Heavy Love Affair". il flicorno di Chris Botti brilla sulla cover del jazzato "Trouble Man", ed il chitarrista Nick Colionne impreziosisce "I Heard Trough The Grapevine": nel 2006 loro erano già artisti affermati ed in seguito diventeranno star della fusion a livello internazionale. In conclusione bisogna onestamente ammettere che album come questi sono, tutto sommato, operazioni artisticamente risibili se non addirittura inutili: a fronte di una veste pur sempre elegante e raffinata, senza dubbio piacevole, non corrisponde altrettanta sostanza: diventa difficile andare oltre un gradevole ascolto di sottofondo. Personalmente preferivo la creativa ruvidità del primo lavoro di Jason Miles, Cosmopolitan, dove si respirava un’aria molto più genuina e propositiva. Evidentemente strizzare l’occhio alle esigenze commerciali non giova proprio a nessuno e Jason Miles non fa eccezione. Se ci viene voglia (e la cosa è caldamente raccomandabile) di ascoltare Marvin Gaye, meglio, molto meglio dedicarsi all’originale.
Ansgar Specht - Some Favourite Songs
Ansgar Specht - Some Favourite Songs
Un viaggio a ritroso nel tempo. Una nostalgica serata in un fumoso jazz club. Un bicchiere di bourbon servito da un barman che finge di ascoltare i suoi ospiti con partecipazione, ma in verità indulge nei suoi pensieri. E sul piccolo palco un trio, formato da una chitarra, un organo, ed una batteria: giusto l’essenziale. Alla testa di questo “small combo” un musicista tedesco, Ansgar Specht considerato uno dei migliori talenti della chitarra jazz non solo del suo paese ma anche a livello internazionale. Questo è in sintesi il quadro che scaturisce dall’ascolto delle tracce di “Some Favourite Songs”, l’ultima fatica discografica di Specht. La selezione dei brani è incentrata su alcuni delle composizioni favorite del chitarrista e della sua band, che non necessariamente devono essere quelle più gettonate dal pubblico. Ci sono canzoni dei noti compositori Cal Massey, Wes Montgomery, J.J. Johnson e Antonio Carlos Jobim, ed anche pagine più recenti della produzione jazzistica contemporanea. Lo stile di Ansgar è diretto, conciso, limpido e molto amichevole: si tratta di jazz tradizionale con una spruzzata di blues e qualche influenza latina, il tutto condito da una piacevole leggerezza. La tecnica di Specht è ottima ed attinge alla migliore tradizione dei grandi maestri del passato, ma il chitarrista non è tuttavia un artista egocentrico e lascia un giusto e paritetico spazio all’organo Hammond suonato con perizia dal bravo John Hondorp. Il batterista Marcus Strothmann costruisce la spina dorsale ritmica più adatta al contesto della musica del trio: preciso, mai invadente eppure sempre presente. E’ così che la musica scorre, pulsa e scoppietta intrattenendo con grazia e misura. Compagno ideale di una serata rilassata e piacevole, l’album suona intelligentemente divertente, melodico e colorito. Su Some Favourite Songs non troverete certo eccitazione e frenesia, cose che non si addicono allo stile adottato per questa registrazione dal chitarrista tedesco. Non mancherà invece di stupirvi la notevole cura nei dettagli degli arrangiamenti a partire dal sound sofisticato e fluido della chitarra semiacustica del leader e finendo con l’uso intelligente dell’organo, che a suo modo non fa rimpiangere la mancanza di un contrabbasso. Un esempio è la bellissima cover del classico di Bruno Martino “Estate”: sulla romantica canzone italiana viene dato un grande spazio all’Hammond di Hondrop che crea un’atmosfera rilassata e suggestiva mentre la chitarra riserva il meglio per il finale. Molto bella anche l’interpretazione di uno dei più bei pezzi di bossa nova di Antonio Carlos Jobim intitolato “Fotografia”. Lasciando la ritmica solo alla stregua di un timido sottofondo il brano si concentra principalmente sulla melodia che il trio riesce a valorizzare al meglio. Il jazz più tradizionale viene proposto su “These Are Soulful Days”, canzone di apertura dell’album. Il gioco di questo numero è tutto nell’inseguirsi continuo della chitarra e dell’organo, in un’alternanza di assoli e accompagnamento estremamente piacevole. “Who Can I Turn To?” vira su una maggiore vivacità, dando una versione veloce e nervosa di una canzone nota soprattutto come ballata. L’anima soul jazz emerge prepotente nella rilettura che Specht da della classica “Road Song”, questa suona come un vero e propio omaggio al grande maestro, innovatore della chitarra, Wes Montgomery. La stessa cosa che Ansgar fa subito dopo con la funambolica “Lean Years” di Pat Martino, mirabilmente eseguita dal trio. Questo album del 2016 rappresenta l’ultima fatica di Ansgar Specht ed è anche una decisa svolta verso un jazz più canonico, dopo anni di musica maggiormente orientata verso il jazz rock ed alla fusion piuttosto che al linguaggio tradizionale. Con Some Favourite Songs i tre musicisti confezionano un disco piacevolmente sofisticato eppure talmente spontaneo e naturale da sembrare quasi eseguito senza alcuno sforzo. L’accompagnamento ideale per concludere una giornata frenetica con della buona musica. Che poi ciò avvenga in un fumoso bar, davanti ad un barista falsamente attento o sul proprio divano di casa non importa, l’importante è ascoltare del buon jazz: Ansgar Specht riesce in questa apprezzabile operazione.
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