Oscar Pettiford - The New Oscar Pettiford Sextet


Oscar Pettiford - The New Oscar Pettiford Sextet

Nel jazz ci sono stati musicisti molto bravi, tecnicamente dotatissimi, al limite della perfezione. E poi ci sono stati quelli straordinari, artisti seminali che si possono considerare a tutti gli effetti dei veri geni. Oscar Pettiford è certamente uno di questi. Sebbene dal punto di vista della popolarità Pettiford non abbia goduto di tutta la fama che avrebbe meritato, il suo lascito è tuttavia inestimabile e la traccia da lui lasciata è un’eredità importantissima per tutto il movimento jazzistico. Christian McBride, uno dei contrabbassisti più influenti della nuova generazione, non uno qualunque, dice di Oscar Pettiford: ”probabilmente è tra i bassisti più importanti dell’era del bebop in termini di creazione di un nuovo linguaggio per il suo strumento”. Ed è una grande verità: Pettiford è stato un protagonista del be bop, ma soprattutto è un innovatore incredibilmente moderno e talentuoso per il contrabbasso. Inoltre fu uno dei pionieri del violoncello nel jazz, strumento atipico che egli iniziò a suonare nel 1949, quando i postumi di una frattura al braccio gli rendevano impossibile suonare il più grande e pesante contrabbasso. Il violoncello era raramente usato dai jazzisti a causa dei rischi elevati di stonature e della scarso volume di suono generato, ma Pettiford lo padroneggiò impeccabilmente continuando ad utilizzarlo come strumento secondario per il resto della sua carriera. In breve si impossesò della tecnica del pizzicato che utilizzò poi in vari contesti. Oscar Pettiford è conosciuto e stimato anche come compositore: tra i suoi pezzi più famosi ci sono ad esempio Tricotism, Laverne Walk, Bohemia After Dark e Swingin' Till the Girls Come Home. Parlando nello specifico dell’album The New Oscar Pettiford Sextet, c’è già da subito un motivo sufficiente per precipitarsi ad ascoltare questo disco: la presenza di Oscar Pettiford e Charles Mingus insieme in un’unica registrazione. La possibilità di ascoltare questi due giganti del contrabbasso jazz nella stessa sessione è un'occasione rara, che nessuno dovrebbe lasciarsi sfuggire. Il fatto che il resto dei musicisti coinvolti e la musica che suonano siano di altrettanto alto livello rende questa pubblicazione davvero indispensabile. Pettiford è in ottima forma in tutte le undici tracce raccolte nell’album. Divide il suo tempo quasi equamente tra violoncello e contrabbasso, e presenta il lavoro suddividendolo in due dei suoi ensemble più rinomati. Le prime sette composizioni ruotano attorno a un sestetto alimentato dall’ottima prima linea formata dal sax di Phil Urso e dal corno francese di Julius Watkins. Entrambe i musicisti sono in grado di creare un suono complementare con Urso che mette in evidenza la sua capacità di esprimersi in modo caldo o cool  senza mai compromettere un grammo del suo swing. Da parte loro, sia Mingus che ovviamente Pettiford sfruttano lo spazio offerto dalla dinamica e flessibile batteria di Percy Brice e dal discreto pianoforte di Walter Bishop, Jr. per conversare tra loro in vari ed esaltanti duetti. La combo è pressochè perfetta dal momento che Pettiford gestisce il sound più leggero del violoncello con la sua padronanza del pizzicato, mentre Mingus mantiene da par suo il motore ritmico dei brani. Ecco dunque che il mentore e l'allievo formano una squadra vincente al servizio di uno straordinario risultato. La stessa qualità, dettata dalla classe dei protagonisti, si adatta sicuramente al contesto anche nella seconda sessione di registrazione. Qui Pettiford utilizza un nonetto composto da alcuni dei migliori musicisti della fine degli anni '40. Il super gruppo è presente solo negli ultimi quattro brani ma riesce comunque a distinguersi con un sound corale agile e swingante. La ripresa sonora è un po’ più ruvida, con un la sezione ritmica più indietro nel mixaggio, ma i veloci fraseggi di Pettiford sono sempre ben udibili, ad uso e consumo di tutto il gruppo. Il sax baritono di Serge Chaloff è un'aggiunta particolarmente gradita che aggiunge colore e profondità, in particolare nel suo "Bop Scotch", dove l’interplay con un ancora giovane Al Cohn è molto intrigante. "Pendulum at Falcon's Lair" è un gran bell’esempio di classico bebop. "Tamalpais Love Song" è un perfetto quadro di quanto fosse grande Oscar Pettiford come compositore. Si capisce come Oscar sia proprio nel solco del grande Charles Mingus, con l’evidente influenza della musica classica: un brano tanto bello quanto intelligente. "Jack, the Fieldstalker" è un altro brano pieno di calore e swing. Se forse "Stockholm Sweetnin'" può essere ritenuta l'unica melodia piuttosto standard, come contraltare c’è  comunque "Low and Behold" che è una dimostrazione di quanto efficacemente il contrabbasso possa essere usato per suonare il blues, se a farlo sono due giganti come Pettiford e Mingus. Chiunque abbia una passione per il contrabbasso e sia alla ricerca di un capolavoro del jazz, interpretato per giunta nel migliore dei modi, non deve far altro che mettere le mani su questo storico album. The New Oscar Pettiford Sextet è il concentrato di quella magia unica che è stato il lavoro artistico di Oscar Pettiford.

Kirk Whalum – Epic Cool


Kirk Whalum – Epic Cool

Come ormai avrete capito, non pongo mai dei rigorosi confini tra i diversi stili del jazz. In fondo è proprio questo il focus di questo blog: esplorare le diverse strade che esso ha percorso. Piuttosto cerco di concentrarmi sugli artisti più interessanti di ieri e di oggi. Per il resto è sempre una questione di gusti e di preferenze. Kirk Whalum è sicuramente una delle personalità più interessanti del panorama dello smooth jazz. Al di là delle calde melodie che ne caratterizzano da sempre la produzione, Whalum propone degli arrangiamenti relativamente complessi che colgono l’essenza del soul e del funk. Tuttavia, ascoltandolo attentamente, si possono chiaramente distinguere anche delle profonde influenze jazz. In ultima analisi questo è ciò che distingue il talento di Kirk Whalum, differenziandolo dalla massa dei sassofonisti che affollano il mondo del contemporary jazz. Giusto per ricordare quale sia il background di  Kirk, fu il pianista jazz Bob James che lo “scoprì” a Houston in Texas e lo ingaggiò per le sue tournée, dando poi vita anche a cinque fortunati album, incluso Cache, il primo a raggiungere la vetta delle classifiche specializzate. Dopo essersi trasferito a Los Angeles, Kirk è diventato un session man molto ricercato, lavorando per artisti di punta come Barbara Streisand, Al Jarreau, Luther Vandross, Larry Carlton, Quincy Jones e la compianta Whitney Houston. Suo è infatti l’assolo di sax in "I Will Always Love You". La carriera di Kirk Whalum si snoda attraverso ben 25 album, di cui il nuovo arrivo Epic Cool è l’ultimo in ordine di tempo. Sassofonista elegante e dal suono straordinario, fa del suo sax tenore un veicolo dei suoi sentimenti più profondi, creando con esso melodie che sono la sua forma di espressione più pura. La sua carriera, i suoi precedenti lavori ed i molti anni di lavoro sia sul palco che in studio altro non sono che il viatico per questo nuovo album emozionante e brillante. Si tratta di smooth jazz, certo, ma "Epic Cool" è uno scrigno di ottime composizioni che lo eleva decisamente al di sopra della media. Un album intelligente che ci trasporta attraverso svariate riflessioni artistiche, come il brano "Film Noir", con il suo titolo francese che rimanda ad un'epoca in cui la Francia offriva ancora al cinema dei contenuti interessanti. Whalum propone qui una diversificata carrellata delle sue abilità di compositore: da un brano ballabile come "Bah-De-Yah!" ad atmosfere melodiche e sensuali come "Pillow Talk" e la bellissima “Through the Storm”. Non manca ovviamente il puro funky groove in un brano come “MF” e perfino un personale tributo ai mitici Crusaders nella avvincente Crusaderation. Epic Cool delinea un quadro musicale che rivela un fascino al contempo moderno e trasversale rispetto a vari generi: un lavoro che è tutt'altro che ordinario. Ascoltare Kirk ed il suo sax  non significa solo godersi un po’ di buona musica ma ci porta ad una riflessione più profonda sul presente e sul futuro dell’arte. R&B, gospel, funk, soul e jazz vengono miscelati con gusto ed equilibrio, con un’innata classe, attraverso il robusto e corposo sound del suo sax tenore. Credo che Kirk Whalum sia un musicista molto più importante di quanto non gli venga riconosciuto: è un artista che, senza essere rivoluzionario, è capace di rendere ogni album a suo modo attraente. In un ambito commerciale tutto ciò è davvero un patrimonio di valore.

Jean-Luc Ponty - King Kong: Jean-Luc Ponty Plays the Music of Frank Zappa


 Jean-Luc Ponty - King Kong: Jean-Luc Ponty Plays the Music of Frank Zappa

Jean-Luc Ponty è da considerarsi sia un pioniere che un indiscusso maestro del violino nell’arena del jazz e del prog rock. È un grande innovatore, che ha applicato il suo visionario credo musicale ad una nuova concezione del moderno jazz, contaminandolo con accenti classici e prog rock. Tuttavia all’inizio della sua carriera, il violino si è rivelato addirittura un handicap poiché in pochi all’epoca vedevano lo strumento come un verbo legittimo nel vocabolario del jazz contemporaneo. Ma Jean-Luc Ponty ha caparbiamente applicato le sue idee riuscendo ad imporle e renderle popolari. Ponty ha portato il violino nell’era elettrica/elettronica, trasformandolo in una forza rilevante del movimento jazz-rock. Ha sviluppato uno stile violinistico che imitava essenzialmente i fraseggi del solista bebop e occasionalmente flirtava con il free jazz. Questo stile distintivo, influenzato più dai suonatori di sax che da qualsiasi cosa precedentemente tentata sul violino, ha reso questo strumento un elemento alternativo ma importante nel jazz moderno. Dopo essersi trasferito a Los Angeles, ha iniziato a lavorare con il compositore rock Frank Zappa nel 1968. Questa collaborazione ha portato alla creazione di “Electric Connection” e “King Kong”, due album che hanno esplorato nuovi territori nel jazz-rock. Il genio di Frank Zappa unito al talento di Jean Luc Ponty: una combinazione straordinaria che non poteva che portare alla nascita di un capolavoro. “King Kong: Jean-Luc Ponty Plays the Music of Frank Zappa” fu  pubblicato nel maggio del 1970. L’album contiene selezioni che Zappa aveva precedentemente registrato con i Mothers of Invention o sotto il suo nome. Questo interessante lavoro può essere descitto come un’opera di virtuosismo e creatività mozzafiato che mette in mostra le abilità di Ponty come violinista e l’abilità compositiva emergente di Zappa. Non è solo un album di interpretazioni, rappresenta di fatto una collaborazione attiva tra i due. Frank Zappa ha arrangiato tutte le selezioni, ha suonato la chitarra in una di queste e per l'occasione ha contribuito con una nuova composizione orchestrale di quasi 20 minuti. Realizzate sulla scia dell'apparizione di Ponty nel capolavoro jazz-rock di Zappa Hot Rats, queste registrazioni del 1969 rappresentarono sviluppi significativi nella carriera di entrambi i musicisti. In termini di fusione jazz-rock, Zappa è stato uno dei pochi musicisti dal lato rock dell'equazione a catturare la complessità e non solo il semplice feeling del jazz e questo progetto è stato un indicatore della sua crescente credibilità come compositore. Da parte di Ponty, King Kong segnò la prima volta in cui figurò come leader in un ambiente orientato alla fusion. Del repertorio, tre dei sei brani erano stati precedentemente registrati dai Mothers of Invention, e presto lo sarebbe stato "Twenty Small Cigars". Ponty scrisse poi un tema in stile Zappiano nel suo unico originale "How Should You Like to Have a Head Like That", dove Frank contribuisce con un assolo di chitarra. Il pezzo forte, però, è ovviamente "Music for Electric Violin and Low Budget Orchestra", una nuova composizione in più sezioni che attinge tanto dalla musica classica moderna quanto dal jazz e dal rock. È una vetrina per mettere in mostra l'amore di Zappa per la commistione tra i generi e al contempo la versatilità di Ponty nel gestire qualsiasi cosa, da melodie adorabili e semplici a dissonanze inquietanti, dall'improvvisazione jazz standard fino all'avanguardia. Alla fine, la personalità di Zappa emerge in modo un po' più chiaro, ma King Kong ha saldamente affermato Ponty come un musicista straordinario che ama il rischio e si mette in gioco. Era nata una nuova voce, sorprendentemente originale, per il violino jazz. In effetti, King Kong è il primo album in cui Zappa si propone principalmente nel ruolo di compositore. Ponty, da parte sua, finalmente ottiene dell'ottimo materiale con cui lavorare, peraltro coadiuvato in studio da alcuni grandi musicisti tra cui Ernie Watts, John Guerin, Wilton Felder e Vince DeRosa. King Kong segna anche la prima collaborazione tra Frank Zappa e George Duke, che sarebbe poi diventato una presenza fissa nei Mothers. In ogni modo, questo è un salto di qualità nelle registrazioni di Ponty; niente di ciò che aveva registrato prima era così rivoluzionario. Il violino di Ponty apporta anche un tocco più melodico al materiale. "Idiot Bastard Son" non è mai sembrata così affascinante come qui, e la versione di "Twenty Small Cigars" è semplicemente stupenda. King Kong è un'opera di genio musicale, un punto culminante nel primo catalogo di Ponty e Zappa. Onestamente, nel lavoro precedente di Jean Luc Ponty  non c’era molto che suggerisse una così convincente convergenza di stili tra il prodigio del violino jazz e il geniale compositore, ma non si può negare che l’abbinamento sia magico. L’influenza di Jean-Luc Ponty sul jazz e sulla musica rock è stata significativa da King Kong in avanti. Il musicista francese ha rivoluzionato il modo in cui il violino viene utilizzato in questi generi, introducendo nuove tecniche e approcci che hanno ampliato le possibilità espressive dello strumento, prima tra tutte l’elettrificazione totale dello stesso.

Horace Silver – Song For My Father


Horace Silver – Song For My Father

Horace Silver, il cui vero nome è Horace Ward Martin Tavares Silva, è nato a Norwalk il 2 settembre 1928 e morto a New Rochelle il 18 giugno 2014. È stato un grande pianista e compositore statunitense, particolarmente apprezzato per il suo stile ricco di influenze funky, hard bob e gospel e con uno spiccato interesse verso la musica africana e latinoamericana. Silver ha iniziato la sua carriera come sassofonista, passando poi al piano. È stato scoperto in un club di Hartford dal sassofonista Stan Getz, con il quale ha poi fatto il suo debutto discografico. Successivamente si è trasferito a New York, dove, insieme ad Art Blakey, ha fondato un gruppo guidato da entrambe (che sarebbe poi divenuto il nucleo dei Jazz Messengers), Ha quindi iniziato a suonare con i grandi nomi del jazz, accompagnando tra gli altri Coleman Hawkins e Lester Young. Il suo primo disco con Blakey e la loro storica formazione, “Horace Silver and the Jazz Messengers”, è da molti indicato come uno dei momenti chiave della nascita dello stile hard bop. Nel 1956, Silver ha infine lasciato Blakey per formare il suo quintetto, utilizzando quello che sarebbe diventato il classico organico di un piccolo gruppo: sax tenore, tromba, piano, basso e batteria. Il suo album di maggior successo è stato “Song for My Father”, realizzato con due diverse formazioni del quintetto nel 1963 e nel 1964. A partire dagli anni '70, Silver ha iniziato a registrare per la Blue Note, diventando amico del proprietario Alfred Lion e garantendosi un controllo sulla produzione dei propri album, cosa che allora era inconsueta. Molti dei suoi brani, tra cui "Doodlin", “Peace” e “Sister Sadie”, sono diventati degli standard del jazz che sono ancora molto eseguiti. “Song for My Father” è l’album più famoso e di successo del pianista ed ha ricevuto unanimemente delle recensioni positive dalla critica ed una notevole risposta da parte del pubblico. Il disco è senza dubbio un capolavoro dell’hard bop, caratterizzato da brani dal fascino immediato ma tutt’altro che semplici e banali. Silver d’altra parte è sempre stato un maestro nel bilanciare i ritmi più particolari con armonie complesse per una miscela unica di vivacità e raffinatezza. Song for My Father può probabilmente vantare l’atmosfera più sofisticata tra tutti gli album di Horace Silver. In parte ciò è dovuto ad una sfumatura vagamente esotica che derivava soprattutto dall’interesse crescente di Silver per i ritmi e le tendenze emerse fuori dagli Stati Uniti: la bossa nova del classico "Song for My Father", per esempio, o il tema dal sapore orientale di "Calcutta Cutie". O ancora il sentore tropicale di "Que Pasa?". Sono tutti spunti geniali e sottili che esaltano il sound di Horace Silver quanto basta per far emergere ancor di più la sua classe innata. Le melodie e i fraseggi sono molto briosi ed interessanti. La title track “Song for my father” è stata definita, probabilmente a ragione, uno dei pezzi jazz più incantevoli mai scritti. Una curiosità rispetto al brano è che gli Steely Dan ne hanno fatto la base musicale per la creazione della loro famosa hit "Rikki Don't Lose That Number." Il lavoro possiede un raro e squisito equilibrio tra composizione e improvvisazione, rendendone la fruizione estremamente piacevole. Di fatto è un album che ribolle di idee ed è ricchissimo di contaminazioni: per questa ragione dalle sue tracce si sprigiona un’energia positiva che riesce ad essere rilassante senza tuttavia diventare noioso. All’ascolto risultano particolarmente apprezzabili le parti di sax e tromba, soprattutto quando questi suonano "all’unisono": una costante lungo tutto il lavoro e peraltro caratteristica spesso vincente anche nei Jazz Messengers. Va lodata tra l’altro la qualità della registrazione e dell’incisione, cosa che rende giustizia alla qualità delle esecuzioni permettendone di apprezzare ogni sfumatura. Lo stile pianistico di Silver è secco, fantasioso e profondamente funky: del resto, quella di Silver è una delle pochissime influenze riconoscibili nello stile pianistico di Cecil Taylor: da lì gli vengono i violenti ed espressionistici accenti dislocati sulle ottave basse della tastiera, ma non solo. Silver ha delineato nel tempo un suo «breviario di composizione musicale» che comprendeva: «bellezza melodica, significativa semplicità, grazia armonica, ritmo, e  tutte le varie influenze artistiche». Horace Silver ha lasciato un’eredità importante: in primis il suo ascendente su molti altri pianisti e compositori, ed inoltre la promozione e la crescita degli innumerevoli giovani talenti del jazz che sono apparsi nelle sue band nel corso di quattro decenni. “Song for My Father” è uno di quegli album seminali del jazz di cui non si può fare a meno. Stimato per la sua freschezza e la sua espressività, evidenzia al contempo una rara capacità di evitare l’auto compiacimento che qualche volta emerge in alcuni musicisti di jazz.

Charles Mingus - The Black Saint and The Sinner Lady


Charles Mingus - The Black Saint and The Sinner Lady

Cosa si può dire di Charles Mingus che non sia già stato detto? L’unica evidenza è che lui è davvero uno dei più grandi musicisti e compositori jazz della storia della musica. Non mi dilungherò dunque a parlare della sua carriera, o della sua personalità artistica, piuttosto mi soffermerò su quella che probabilmente è la sua opera più ambiziosa, complessa, profonda e mirabolante. “The Black Saint and The Sinner Lady” è un album che ha lasciato un segno indelebile nella storia del jazz. E’ stato registrato il 20 gennaio 1963 a New York City e pubblicato nel luglio dello stesso anno. La musica che viene eseguita qui è jazz d’avanguardia, ma anche terza corrente (la sintesi tra classica e jazz), in parte con accenni sperimentali e il sound di una big band. L’album ha la particolarità e l’originalità di essere composto da una singola composizione continua, parzialmente scritta come un balletto, suddivisa in quattro tracce e sei movimenti. Questo formato non convenzionale ha permesso a Mingus di esplorare una vasta gamma di temi e stili musicali. Anche per questo “The Black Saint and The Sinner Lady” è considerato uno dei più grandi dischi jazz di tutti i tempi. I critici musicali lo ritengono uno dei due capolavori principali di Mingus (l’altro è “Mingus Ah Um”). Dal punto di vista strettamente compositivo, l’opera del 1963 porta a compimento alcuni dei motivi cardinali della carriera di Mingus, spostandoli però su un piano superiore per impatto, originalità e coerenza. L’album ha spinto in avanti i confini del jazz, incorporando elementi di musica classica e cercando quella sintesi così difficile tra i due mondi apparentemente contrapposti. Mingus ha sperimentato con la struttura e la forma, creando un’opera che è tanto un balletto quanto un album jazz. L’opera, perché questo è il nome corretto che è giusto attribuirgli, presenta un ensemble di undici musicisti che eseguono le complesse partiture con una rara combinazione di precisione e passione. La complessità della musica richiedeva un alto livello di abilità e coordinazione e i musicisti coinvolti seppero fare fronte alla difficile sfida con grande classe. E’ curioso il fatto che l’album sia nato sulle ceneri di uno dei più grandi disastri nella carriera di Mingus. Nel 1962, infatti, un concerto della big band di Mingus alla Town Hall di New York si rivelò un fallimento catastrofico a causa di una serie di problemi, tra cui tempi di preparazione troppo stretti, un periodo di prova insufficiente, una cattiva organizzazione e un equilibrio sonoro terribile. Ma il geniale Bob Thiele, produttore dell’etichetta jazz Impulse!, era presente al concerto e, nonostante il disastro, offrì a Mingus un contratto discografico. Mingus ringraziò poi Thiele nelle note di copertina di “The Black Saint and The Sinner Lady” per aver creduto in lui e nella sua musica.  “The Black Saint and The Sinner Lady” è stato preparato durante una permanenza di tre settimane al Village Vanguard, un mese dopo il fiasco della Town Hall. Inizialmente, Mingus aveva immaginato l’opera proprio come una singola composizione continua, ma è stato spinto a suddividerla in diverse parti per ragioni di marketing e fruibilità. Per la sessione di registrazione in studio, Mingus ha aggiunto il chitarrista classico Jay Berliner ad un ensemble che comprendeva anche il pianista Jaki Byard, dunque una big band composta da due trombe, tre sassofoni, un trombone e una tuba. Nel numeroso gruppo figuravano: Jerome Richardson soprano and baritone saxophone, flute. Charlie Mariano alto saxophone. Dick Hafer tenor saxophone, flute. Rolf Ericson trumpet. Richard Williams  trumpet. Quentin Jackson trombone. Don Butterfield tuba, bass trombone. Dannie Richmond drums. Una scelta davvero controcorrente e, in ambito jazzistico, mai tentata prima. Questo capolavoro monumentale è noto per la sua intensità emotiva. Mingus ha usato la musica per esprimere una gamma di sensazioni, dalla gioia al dolore, dalla rabbia alla speranza. Il titolo dell’album “The Black Saint and The Sinner Lady”, è molto particolare e suggerisce un conflitto interiore tra il bene e il male, la santità e il peccato, l’aspirazione e la tentazione. Questo conflitto è un tema comune nella musica di Mingus e riflette le sue lotte personali e artistiche. Tuttavia, come in gran parte delle espressioni artistiche, il significato esatto del titolo è aperto all’interpretazione e può variare a seconda dell’interpretazione dell’ascoltatore. Anche questo è uno degli aspetti che rende l’album così affascinante. “The Black Saint and The Sinner Lady” è un affresco mastodontico di jazz contemporaneo, un mosaico coerente di virtuosismo, cambiamenti di umore e texture, nonchè una dettagliata costruzione della band di undici elementi voluta da Mingus. L’estrema complessità formale mimetizza una potenza espressiva infinita, una forza che poi è il vero segreto del genio dell’Arizona. Questo album, pur sintetizzando l’epopea di Charles, rappresenta allo stesso tempo un unicum, sia all’interno della sua discografia che nel panorama del jazz in generale, forse anticipato dal solo Duke Ellington. L’album ha avuto un impatto significativo sulla musica jazz e, più in generale, sulla cultura afroamericana tutta e non solo. Giù il cappello per sua maestà Charles Mingus.


 

Eric Leeds - Things Left Unsaid


Eric Leeds - Things Left Unsaid

Eric Leeds è un sassofonista americano, purtroppo non molto conosciuto che ha avuto un minimo di fama soprattutto per la sua fortunata collaborazione con il genio contemporaneo noto con il nome di Prince. Pur avendo suonato e registrato musica principalmente nei generi pop e funk, Leeds è un musicista jazz esperto e talentuoso e di certo meriterebbe una più diffusa popolarità. Avendo un notevole background di studi, nella sua produzione da solista ha sfruttato la sua preparazione per abbracciare con maggiore convinzione il linguaggio jazzistico, molto di più di quanto non fosse a lui consentito all’interno della cerchia di Prince. Il suo idolo personale è David Fathead Newman, il sassofonista storico di Ray Charles, un musicista che Eric ha preso come punto di riferimento per il suo sound fin da giovanissimo. Prince incontrò Eric per la prima volta nel luglio 1984, presentatogli da suo fratello Alan Leeds che fu il tour manager dal Triple Threat Tour del 1982 fino a quello denominato Lovesexy  del 1989. Dopo aver visto la band di Bruce Springsteen dal vivo nel 1984, Prince si era convinto di introdurre la voce di un sassofono nella sua formazione. Il piccolo genio di Minneapolis arruolò immediatamente Eric Leeds, vedendo in lui quel maestro del sassofono perfettamente adeguato agli standard dei suoi The Revolution. Il tour era quello storico di Purple Rain. Fu un successo e l’integrazione del sax nel contesto musicale di Prince contribuì a portare nuove sonorità ed un tocco di jazz in più. A Leeds fu  poi assegnato un ruolo importante anche nei successivi progetti collaterali di Prince, The Family nel 1985 e Madhouse nel 1987. Fu così che Eric Leeds introdusse Prince al jazz ed ebbe una forte influenza sul Sign O' The Times Tour nel 1987. E’ proprio da questa stretta collaborazione che i Madhouse presero corpo. Eric Leeds rimase a pieno titolo un membro della band del cantante fino al 1989. Quando in seguito gli fu chiesto come avesse fatto a durare così a lungo nella band di Prince, la risposta di Eric fu semplicemente: "Suono uno strumento che lui non ha mai suonato". Ma in un’intervista dichiarò anche: “Quella con Prnce non è una collaborazione a cui avrei mai aspirato, ma gran parte di quello che è successo nella mia carriera è avvenuto grazie al mio connubio con Prince. Non è così probabile che diversamente avrei mai conosciuto Miles Davis e questo vale per molte altre relazioni musicali che ho avuto. La visibilità e la notorietà che l'essere associato a Prince mi ha regalato non può essere dimenticata. Non si sa mai dove può andare a finire la tua vita e la tua carriera, ma di certo non rimpiango nulla del rapporto che ho avuto con Prince.” Eric Leeds ha pubblicato due album con l’etichetta Paisley Park Records: Times Squared nel 1991, seguito da quella che a tutti gli effetti è la sua prima pubblicazione davvero da solista, ovvero Things Left Unsaid del 1993. Quest'ultimo album ricevette un solo contributo da parte di Prince in termini di canzoni: “Aguadilla”. Nel 2000 il sassofonista ha poi registrato Now And Again per un’etichetta indipendente. L’ultima collaborazione di Prince ed Eric è stata invece quella avvenuta con l’album, tutto strumentale, N.E.W.S nel 2003. Things Left Unsaid è un buon disco: Il tono del sax di Leeds è forte e maturo, carico di passione ed energia. La struttura melodica, armonica e ritmica di tutti i brani è tematicamente centrata. Pur essendo un album leggero, orientato più allo smooth jazz che al jazz classico in senso stretto, Things Left Unsaid scorre fluido e piacevole dall’inizio alla fine, senza banali cadute di stile, risultando, nella sua relativa semplicità, molto più originale di tante altre pubblicazioni dello stesso tipo. Opportunamente vario nella sua costruzione e tuttavia coerente con il disegno musicale di Eric, è un disco moderno, intrigante e molto orecchiabile, dove l’anima di Prince è velatamente presente, senza oscurare l’identità musicale di Leeds. Un dettaglio non da poco, vista la enorme personalità artistica dell’insuperato fenomeno di Minneapolis. Ascoltare brani come “Two Sisters”, "Commuting" o l’iniziale “Isla Mujeres” che sono gli episodi più audaci del disco, ci fa capire come il sassofonista cerchi di alzare l’asticella avvicinandosi in modo proficuo ad un approccio maggiormente jazzistico. Molto bella è anche la lenta e solenne Things Left Unsaid, che a tratti ricorda i Weather Report di A Remark You Made. Things Left Unsaid è un album di sostanza che esprime solarità e buona musica. Come spesso avviene nei lavori più contemporanei, il jazz qui è più una traccia, un sentore, ma è comunque ben presente nella scrittura dei brani e nelle parti solistiche. Tra i musicisti coinvolti vanno citati Gil Goldstein, Alphonso Johnson, Alex Acuna, Dennis Chambers e Chuck Loeb: artisti di livello che contribuiscono fattivamente alla riuscita dell'album. In conclusione Eric Leeds è un musicista da scoprire, che merita decisamente un ascolto.

Andrew Hill – Passing Ships

Andrew Hill – Passing Ships

Nato nel 1931 Hill cominciò a suonare il pianoforte all'età di tredici anni, incoraggiato dal grande pianista Earl Hines. Durante l'adolescenza suonò in band rhythm and blues ma anche con vari musicisti jazz, tra i quali non due qualunque, ma le icone del jazz Charlie Parker e Miles Davis. Dopo aver lavorato come accompagnatore di altri artisti, in seguito alla sua firma con la famosa casa discografica Blue Note, la sua reputazione crebbe grazie alle registrazioni effettuate come leader di suoi gruppi dal 1963 al 1969. In quel periodo di tempo ebbe modo di collaborare con alcune altri grandi personalità del jazz tra i quali Joe Chambers, Richard Davis, Eric Dolphy, Bobby Hutcherson, Joe Henderson, Freddie Hubbard, Elvin Jones, Woody Shaw e Tony Williams. Le sue composizioni sono molto caratteristiche e originali, così da consentirgli di apporre la sua personale firma su molti brani anche in album non suoi. La qualità musicale dei suoi pezzi e un indubbio talento nell'improvvisazione gli garantirono la stima incondizionata da parte del mondo del jazz e in ultimo convinsero la Blue Note Records a ripubblicare alcune delle sue opere da solista. Dopo gli anni sessanta Hill raramente lavorò come sideman, preferendo sempre suonare e registrare le sue composizioni. Anche a causa di ciò la sua notorietà è meno vasta di quanto meriterebbe. Il jazz di Hill ha un carattere contemplativo, caratterizzato da una grande complessità melodica ed armonica; in più gli viene da sempre riconosciuta una notevole propensione ad un intreccio ritmico non usuale, anche nelle performance live. Andrew Hill continuò a suonare e ad incidere, andando ad abbracciare tendenze diverse, tra cui il jazz d'avanguardia e il jazz modale, fino al 2007, anno della sua scomparsa. L’album Passing Ships vanta una particolarità: è rimasto inedito dal 1969 fino al 2001, quando la Blue Note ritrovò il master tape e decise di ripubblicarlo l’anno successivo. Ed è un’ottima notizia, perché questo non è semplicemente un disco riemerso dal passato, è un piccolo capolavoro per la qualità delle composizioni e per la perfetta alchimia tra i musicisti, che in più sono tutti di altissimo livello. La band impiegata da Hill in questa sessione era un nonetto, con Woody Shaw e Dizzy Reece alle trombe, Joe Farrell al sax, Howard Johnson alla tuba e al clarinetto basso, Ron Carter al basso, Lenny White alla batteria, Julian Priester al trombone e Bob Northern al corno francese. La musica di Passing Ships è senza dubbio ambiziosa ed estremamente variegata e complessa. Le partiture di Andrew Hill per un gruppo come questo, che è una sorta di big band, sono notevoli per l'epoca e mantengono ancora oggi fascino e interesse. In effetti, oltre a questo dimenticato esperimento è stato solo con il suo album A Beautiful Day del 2002 che si è avventurato di nuovo in queste acque. Il pianista prende il classico ensemble del jazz moderno allargandolo ad alcuni inusuali strumenti delle orchestre sinfoniche per creare un’avventurosa tavolozza sonora sulla quale costruisce abilmente le sue intricate architetture jazzistiche. La title track ad esempio è un pezzo davvero straordinario. Joe Farrell all’oboe fluttua su un energico tappeto di onde modali scolpite da trombone e trombe e lasciando infine il posto ai meravigliosi assoli di Julian Priester e Woody Shaw. Il vibrato di quest’ultimo raggiunge stupendi livelli di qualità. Ancora Joe Farrell completa il suo intervento solista con il suo tono duro e brillante, caratteristica peculiare del suo sound. Ma ogni brano del disco è una scoperta e riserva emozioni, suscitando al contempo ammirazione e rispetto per questo grande pianista e compositore. L'opera va ascoltata come un unico meraviglioso quadro sonoro, ricchissimo di sfumature e particolari estremamente stimolanti. “Passing Ships” è una potente metafora del mare e delle navi: scafi che si muovono lentamente spostando enormi quantità di acqua, solcando gli oceani e passando, a volte, in vista l'uno dell'altro. Brevi incontri, incroci di destini diversi. Ogni battello trasporta molte vite con le proprie speranze e i propri sogni, diretti verso destinazioni ignote e diverse. Come la musica, come l’arte, come la vita, come il jazz. Passing Ships è tutto questo, un album stupendo, corale, emozionale ed intenso. Misterioso ed elegante, cupo ma anche ricco di colori. I ritmi sono pulsanti e mutevoli, alimentati dal talento di Ron Carter e Lenny White. I solisti sono tutti splendidamente in forma, orchestrati al meglio dal genio di Andrew Hill. Il quale dimostra tra l’altro una perfetta padronanza del suo pianoforte, sia nel tocco che nel fraseggio, riuscendo perciò ad inserirsi magnificamente nel complesso contesto di una big band. Certo è un album difficile, non è jazz per tutti, ma è una perla rara e dimenticata e vale assolutamente la pena di essere riscoperto ed apprezzato. Consigliatissimo.

 

Al Di Meola – Land Of The Midnight Sun

Al Di Meola – Land Of The Midnight Sun

Il jazz rock degli anni ’70 ci ha regalato davvero molti straordinari chitarristi. Come non ricordare per esempio John McLaughlin, John Scofield, Allan Holdsworth, Pat Metheny o Larry Coryell. Ma ce ne sarebbero tanti altri che per non dilungarmi troppo non nominerò. Tra di loro però c’è un personaggio di cui mi piacerebbe parlare e si tratta dell'italoamericano Al Di Meola. Lui è unanimemente considerato dai critici come uno dei migliori chitarristi di ogni tempo e viene spesso definito a ragione come un vero virtuoso dello strumento. In generale, la discografia di Di Meola può essere suddivisa in una parte elettrica ed una acustica. I due tipi di chitarra sono padroneggiati dall'artista in egual misura anche se, soprattutto dal vivo e di più negli ultimi anni, egli predilige l'utilizzo della chitarra acustica. Al Di Meola è un curioso esploratore di tendenze e generi ed ha saggiato una grande varietà di stili, ma è particolarmente noto per il suo lavoro di jazz rock fusion con influenze derivanti dalla musica latina. Fin dall'inizio della sua carriera, Al riuscì a farsi notare grazie alla sua padronanza tecnica, ai suoi assoli veloci e complessi e alle sue composizioni spesso sofisticate ed eleganti. Nel corso del tempo, ha poi orientato la sua ricerca musicale verso il flamenco, la bossa nova ed il tango. Il trio acustico di fenomeni della chiatrra da lui composto insieme a john McLaughlin e Paco De Lucia rappresenta una formidabile unione di visrtuosismo e di originalità ancora oggi insuperata. Ha anche ricevuto diversi riconoscimenti tra i quali un Grammy Award vinto nel 1976. E’ stato un precocissimo talento della chitarra, che a soli diciannove anni faceva già parte dei Return to Forever di Chick Corea con i quali registrò tre album di successo (Where Have I Known You Before, No Mystery e Romantic Warrior). Nel 1976 decide di intraprendere la carriera solista in seguito allo scioglimento del gruppo. In quello stesso anno Di Meola mette a frutto la sua urgenza creativa pubblicando il suo primo album, intitolato "Land of the Midnight Sun". Il lavoro non fu semplice per lui, che era ancora giovane ed alla ricerca di una sua precisa identità ma probabilmente condizionato anche da una non compiuta abilità compositiva. Di certo fu molto influenzato dall'esperienza con Chick Corea, il quale compare in prima persona nell’album sia in veste di autore che di tastierista, sul brano Short Tales of the Black Forest. Detto che questa è un’opera prima, non bisogna ritenere questo disco come una banale appendice al Romantic Warrior dei Return To Forever. Il talento di Al Di Meola è già cristallino e, sebbene la sua impronta artistica sia ovviamente meno definita di quanto lo sarà in seguito, risulta già evidente ed in ogni caso tre brani su sei sono firmati da lui stesso. L’album vede la collaborazione dei migliori musicisti di quel periodo, tra questi è doveroso citare Jaco Pastorius, Anthony Jackson, Mingo Lewis e gli ex compagni dei Return Stanley Clarke e Lenny White, oltre che, come detto, la partecipazione del grande Chick Corea. Al Di Meola mostra la sensibilità sufficiente per realizzare un lavoro equilibrato e per nulla egocentrico che riesce a far risaltare le sue doti innate. Il chitarrista è infatti tecnicamente competente per cimentarsi in sonate acustiche di stampo classico (Sarabande from Violin Sonata in B Minor di J.S. Bach) ma anche in particolari esperimenti d'atmosfera (Love Theme from Pictures of the Sea). E’ sufficientemente ardito nei brani più strettamente fusion, come la title-track e la suite Golden Dawn, in cui, manco a dirlo spicca il sublime accompagnamento di Jaco Pastorius. Non a caso sono proprio questi due lunghi brani il vero fulcro dell'album, un punto focale in cui il giovane chitarrista, qui ancora nel pieno della sua verve elettrica, si sente libero di dare piena libertà al suo talento. Sono composizioni complesse ed articolate, in cui i passaggi spigolosi e duri tipici del jazz rock si alternano a quieti momenti di intensa espressività. Degna di nota è anche l'iniziale The Wizard, che si presenta risoluta ed energica, e bellissimo è poi il pezzo Short Tales of the Black Forest,  che è un duetto acustico tra la chitarra di Al e il piano di Chick Corea. Decisamente Land Land Of The Midnight Sun è un album calato nel suo tempo, impetuoso e dinamico anche se magari a tratti ingenuo e meno costruito dei capolavori che verranno dopo, tipo Elegant Gypsy o Splendido Hotel. Di Meola suona in modo esplosivo ed nervoso, molto lontano dalle atmosfere maggiormente acustiche e dalle risonanze mediterranee che ne hanno caratterizzato la maturità artistica. E’ un disco di jazz rock fusion, decisamente in linea con i suoni e le tendenze di quel lontano 1976, ma al contempo si rivela essere un passaggio fondamentale nel percorso di maturazione di questo straordinario chitarrista. Land Of The Midnight Sun è dunque tra le migliori uscite di quello straordinario momento creativo, risultando comunque perfettamente godibile anche ai giorni nostri. Un ottimo debutto per uno dei più dotati chitarristi del mondo.

 

Sonny Clark – Cool Struttin’


 Sonny Clark – Cool Struttin’

Sonny Clark,  il cui vero nome era Conrad Yeatis Clark, è stato un pianista e compositore jazz statunitense. Il suo stile risulta profondamente influenzato da Bud Powell, ma Sonny Clark fu egli stesso uno dei più significativi protagonisti dell'hard bop. Oltre agli influssi provenienti dal pianismo di Powell, si colgono spunti delle tecniche di Horace Silver e di Hampton Hawes. Clark però non è mai davvero salito alla ribalta come altri pianisti di quella generazione, quali il già citato Horace Silver o il famoso Herbie Hancock. Il talento del giovane Sonny era cristallino ma la sua carriera solistica come band leader fu piuttosto breve. Il trio da lui guidato con Paul Chambers al basso e Philly Joe Jones alla batteria rappresenta la sua espressione artistica più famosa. Ricoverato per problemi legati alla sua tossicodipendenza verso la fine del 1962, morì a New York nel gennaio 1963, alcuni giorni dopo aver lasciato l'ospedale. Sebbene la causa ufficiale sia stata archiviata come attacco cardiaco, fu probabilmente una overdose di eroina a mettere fine alla sua vita a soli 32 anni. Il suo album "Cool Struttin" è una delle registrazioni più iconiche pubblicate durante l'epoca d'oro del jazz americano. Fu registrato per la Blue Note Records presso gli studi Rudy Van Gelder di Hackensack, nel New Jersey, che hanno visto la nascita di molte delle più grandi registrazioni della storia del jazz. Il pianista aveva all'epoca ventisei anni, ma morì meno di quattro anni dopo. Cool Struttin’ è una delle undici registrazioni a proprio nome di Sonny Clark, ma egli suonò come sideman con molti dei migliori musicisti dell'epoca tra cui Buddy De Franco, Dexter Gordon, Grant Green e Johnny Griffen, solo per citarne alcuni. Nel disco figurano Art Farmer, musicista validissimo e altrettanto abile con la tromba e il flicorno. Inoltre troviamo il formidabile sassofonista Jackie McClean, anche lui ventiseienne al momento della registrazione. Completano la band il leggendario bassista Paul Chambers, uno dei grandi maestri del suo strumento. Infine la sezione ritmica è animata dal mitico batterista Philly Jo Jones, uno dei nomi di punta della rivoluzione hard bop degli anni cinquanta. L'album stesso di Sonny Clark, famoso tra l’altro per la fotografia di copertina, è uno dei più significativi esempi dell'epopea dell'hard bop. La struttura di quasi ogni pezzo è piuttosto convenzionale, con la sequenza tipica composta dal tema d'insieme, il giro di assoli, un breve passaggio di basso, una pausa di batteria e la ripresa del tema. Ma è la qualità della musica, la bellezza del contenuto che ha permesso a Cool Struttin’ di trovare un posto speciale nella storia del jazz. I musicisti della band appaiono in grande forma e nelle registrazioni si percepiscono una vibrazione ed un’energia davvero uniche. Tutto ciò si può apprezzare immediatamente nell’omonima traccia di apertura, Cool Struttin’. Un tema molto forte, che subito dopo l'introduzione del pianoforte di Clark, apre la strada alla poesia di Art Farmer con il suo splendido sound di flicorno, seguita dall'agile contributo di sax contralto di Jackie McClean. La maestria e il tocco personale di Sonny Clark sono tutte nel suo magnifico assolo. C’è un deciso sapore latino nelle battute iniziali di Blue Minor, McClean è evidentemente in gran forma su questo numero, al punto da richiamare alla mente a tratti il maestro Charlie Parker. La tromba di Farmer raggiunge poi livelli notevolissimi. Semmai ci fossero dei dubbi sulle qualità di Clark come pianista consiglio una lettura attenta del suo assolo che è certamente al top per costruzione, dinamica e fluidità. Sippin At Bells è una complessa architettura hard bop, dove il sax di Jackie McClean inventa e modella la traiettoria del pezzo, condividendo la ribalta con un altro straordinario assolo del pianoforte del leader. Deep Night si aggiunge alla selezione delineando, con le stupende improvvisazioni dei protagonisti, un interplay perfetto tra i musicisti, evidentemente in stato di grazia dall’inizio alla fine. Il brano finale è una superba interpretazione dello standard Lover di Rodgers e Hart. Suonato ad un ritmo insolitamente vivace, la cover è introdotta dal batterista Philly Joe Jones con un bell’assolo di apertura che costruisce l’atmosfera per l’avvento dei fiati: il sax veloce e nervoso di Jackie McLean e la tromba sempre eccellente di Art Farmer. All’interno del pezzo son presenti degli stacchi energici di Philly Joe Jones: dei veri capolavori percussivi. Questa versione di "Lover" inizia come un brano bebop standard, poi cambia bruscamente in un tempo di valzer, per poi tornare al veloce 4/4 hard bop. Interessante, creativo, ed in verità alquanto bizzarro. Cool Struttin’ rimane ancora una pietra miliare dell'hard bop e uno dei migliori album del vastissimo catalogo della Blue Note Records. Sonny Clark è uno di quei pianisti che capita spesso di ascoltare come accompagnatore di grandi interpreti dell’hard bop, instillando la curiosità di approfondire la sua conoscenza sia come solista che come leader. Ebbene lo sfortunato Sonny non delude: malgrado non abbia raggiunto la fama eterna di alcuni suoi colleghi, la sua classe è purissima ed il suo pianismo spesso entusiasmante quanto quello di molte star del pianoforte jazz. Parecchi dei suoi lavori da solista sono molto validi e Cool Struttin' è senza dubbio il migliore di tutti. Vale assolutamente un ascolto.

Dexter Gordon - Go


 Dexter Gordon - Go

Il sassofonista Dexter Gordon è una figura della quale bisognerebbe tornare a parlare molto più spesso, a beneficio sia degli appassionati di jazz sia, soprattutto, dei neofiti di questo genere musicale. Per la statura fisica, quasi due metri, e per quella artistica, Gordon fu soprannominato Long Tall Dexter e Sophisticated Giant. Il sassofonista rappresenta una figura emblematica, che raccontata nei suoi vari aspetti consente di ripercorrere un pezzo di storia del jazz: Dexter Gordon è di per sé il racconto stesso del jazz. Il suo retaggio si porta dietro moltissimi spunti e suggestioni. Il punto fondamentale rimane però la sua rappresentazione del bebop, suo stile d’elezione, che lo vide attivo sia nella nativa California sia sulla East Coast e poi in Europa. Citando l’autorevole rivista Musica Jazz, si può tranquillamente dire che nel jazz non esistono le brusche rotture con il passato. La musica dei padri è sempre la fonte d’ispirazione delle nuove generazioni. Charlie Parker, il genio del bebop, aveva in Lester Young il suo riferimento. E così anche lo stesso Dexter Gordon aveva attinto dagli insegnamenti di quel maestro così importante del jazz classico. Lo stile del grande Dexter è però caratteristico e peculiare: si tratta di un certo modo di suonare senza alterarsi quasi mai, senza scaldarsi troppo. Qualcuno lo definì pigro o noncurante. Nei suoi assoli Gordon ha un passo sicuro, tranquillo, eppure imprevedibile. C’è un controllo tale della situazione che a volte il sassofonista si permette alcuni effetti sorpresa: un’imperfetta intonazione e perfino un leggero ritardo sul tempo. Il suo è tutto un gioco che mira a trattenere l’attenzione dell’ascoltatore. Tuttavia il pubblico attento percepirà una straordinaria autorevolezza e un timbro vigoroso, netto, a tratti aspro. Ma la musica di Dexter Gordon dovette poi confrontarsi con la vita. Il travaglio personale di questo musicista lo portò alla dipendenza da droga e alcol, alla galera, alla miseria ed infine all’emigrazione (in Europa). Finalmente, agli inizi dei Sessanta, nel suo periodo di residenza in Danimarca, ricominciò a vivere in modo più sereno e normale, aprendo di fatto la sua più ricca fase creativa. in Europa, proprio in quanto musicista jazz, era rispettato e amato. E’ proprio questo amore e il grande rispetto degli appassionati che è al centro del bel film di Bertrand Tavernier “Round Midnight - A mezzanotte circa” dove il protagonista è proprio Dexter Gordon, che fu talmente bravo da meritarsi una nomination agli Oscar. E’ la storia immaginaria di un grande jazzista, naufrago della vita, e di un giovane fan locale che si prende cura di lui e cerca di salvarlo. Dexter mise nel personaggio un pò di se stesso, di Lester Young e di Bud Powell. Il quadro che ne esce è commovente, intenso, crudo ma vero. La trasposizione visiva dell’essenza stessa del jazz. Ma, tornando alla musica, si può ragionevolmente dire che i sette bellissimi album che l’artista ha registrato per la Blue Note Records negli anni sessanta (Doin' Allright, Dexter Calling..., Go!, A Swingin' Affair, Our Man in Paris, One Flight Up e Gettin' Around) possono essere considerati le sue opere migliori. Go è stato il terzo LP di Dexter Gordon per la Blue Note ed è valutato all'unanimità dalla critica jazz come uno dei suoi più grandi album di sempre. Di fatto sancì il momento della rinascita creativa e professionale nella carriera del sassofonista tenore. Su Go si ascolta grande musica: il jazz che celebra la vita in un album eccezionale, degno della reputazione che lo precede. Gordon, che ancora viveva negli USA, appare davvero in ottima forma mostrando sicurezza e spavalderia nel delineare le melodie e nel cimentarsi negli assoli. L’album inizia in grande stile con l'intro del bassista Butch Warren in "Cheese Cake" che apre la porta all’entrata del sax di Dexter. E’ la sua più famosa composizione, e rende la sessione impressionante fin da subito. Il tema è avvincente e tutti gli assoli, compreso quello di Sonny Clark al piano, sono assolutamente fantastici. Non solo in questo brano ma per tutto l'arco dell'album. Il disco offre due ballate commoventi che creano quella magica atmosfera da club notturno, ma il momento clou dell'intera sessione è la cover di "Love For Sale" di Cole Porter. La versione di Gordon inizia con una sobria introduzione latina. Lo straordinario sassofonista suona poi con amore e convinzione l'irrefrenabile melodia, elargendo momenti di jazz memorabile. Oltre alla voce unica di Dexter Gordon, che dimostra qui tutte le sue potenzialità, troppo spesso soffocate dalle dipendenze, è anche la presenza di Sonny Clark al piano che eleva questo disco al di sopra dell'ordinario. Butch Warren e Billy Higgins fanno brillare meravigliosamente la sezione ritmica, dando a Gordon e a Clark molto spazio per lasciar fluire idee, tecnica e sentimento. Questo gigante del sax tenore reinventa standard come “Three O’Clock In The Morning”,  “Second Balcony Jump” e “Guess I’ll Hang My Tears Out To Dry” dandone una versione personale e molto innovativa. Dexter Gordon una volta dichiarò: "Il jazz per me è una musica viva. È una musica che fin dal suo inizio ha espresso i sentimenti, i sogni e le speranze della gente..." Gordon nel suo momento di massima forma creò davvero del jazz gioioso e trascinante. Non si può chiedere molto di più. In una collezione che si rispetti, questo album è uno di quelli che non può mancare.

Paul Desmond – Pure Desmond

Paul Desmond – Pure Desmond

Giunto alla notorietà con la sua militanza nel Dave Brubeck Quartet dal 1951 al 1967, Paul Desmond è anche l'autore del massimo successo del quartetto, il celebre brano Take Five. È considerato uno dei giganti del sax contralto nel jazz. Non a caso i colleghi di Desmond avevano di lui la più alta considerazione. Charlie Parker ebbe occasione di citarlo come il suo sax alto preferito e Cannonball Adderley, che spesso concorreva con lui per il posto di miglior contraltista nelle classifiche delle pubblicazioni specializzate, ebbe a dire: "Credo che Paul sia, con Benny Carter, il contraltista più lirico. La bellezza della sua musica è profonda". Una curiosità: Desmond in realtà si chiamava Paul Emil Breitenfeld, ma ritenendo il proprio nome inadatto a un musicista, lo cambiò scegliendone un altro da un elenco telefonico. Il suo sound era asciutto, il suo fraseggio rilassato, l'espressione era emozionale: la perfetta icona dello stile West Coast Cool, ovvero un'alternativa più morbida e dolce all'hard bop proveniente da New York, che era invece nervosamente spigoloso. Come detto, Paul Desmond era diventato famoso con il quartetto del pianista Dave Brubeck e, sebbene sia morto troppo giovane all'età di 52 anni per un tumore, ha lasciato un'eccellente eredità di registrazioni, forse relativamente piccola, ma certamente significativa. La sua opera è stata fin troppo trascurata, soprattutto con il passare del tempo. Pure Desmond è uno dei due album che il sassofonista ha realizzato per la CTI (sebbene abbia registrato due album con Creed Taylor anche per la A&M, prima che il produttore fondasse la propria etichetta), ma è il migliore dei due. Desmond aveva provato il tipico, ricco e opulento format di Creed Taylor su un precedente album intitolato "Skylark" ma, non soddisfatto, lo aveva poi ripudiato per la formazione jazz più convenzionale che troviamo in questo album. Ed è davvero un gran risultato quello che si può ascoltare qui, con il contralto di Paul Desmond abbinato alla bella chitarra di Ed Bickert, al basso di Ron Carter e Connie Kay del Modern Jazz Quartet alla batteria. I musicisti di questo quartetto sono tutti molto conosciuti, solo Ed Bickert era all'epoca sconosciuto, ma poiché fu raccomandato dal super chitarrista Jim Hall, questo bastò a Paul Desmond per ingaggiarlo, con il risultato entusiasmante che emerge dalle tracce di Pure Desmond. Nonostante lo stato di salute del sassofonista in quel momento, l’album mostra un Paul Desmond in ottima forma, solo tre anni prima della sua morte, avvenuta nel 1977. Pure Desmond è uno dei migliori dischi del contralto, bello come una brezza di una giornata estiva e secco e aromatico come un buon Martini. Quello che si ascolta qui è una miscela di standard che vanno da Duke Ellington ad Antonio Carlos Jobim, ed è molto interessante anche per apprezzare il talento di un chitarrista come Ed Bickert. Quest’ultimo era originario di Toronto, Canada, ed esibisce una voce calda ed una tecnica sopraffina anche se purtroppo la sua fama misteriosamente non è mai cresciuta come avrebbe meritato, oscurata probabilmente da quella dei più famosi colleghi Joe Pass, Herb Ellis e, in particolare, Jim Hall. Pure Desmond si caratterizza per un rilassato uso della ritmica e tuttavia ribolle di un dinamismo e di un'energia degni di nota: penso in particolare ad un brano di Jerome Kern, "Till the Clouds Roll By", che viene proposto in due versioni: la versione originale dell'album, dove l'assolo di Bickert è l'apice del momento creativo e profuma di blues. E poi una ripresa alternativa leggermente più lunga dove l’assolo di chitarra rigurgita di invenzioni melodiche e fraseggi entusiasmanti con il basso di Ron Carter che sembra suonare con ancor maggior vigore sui toni gravi. Nella sessione non mancano degli accenni ai ritmi latini, come con la cover  dell'allora popolare "Theme from M*A*S*H*" a cui è stato dato un leggero tocco di bossa, così come ovviamente succede con la famosa e suggestiva "Wave" di Jobim, eseguita con grazia ed eleganza. Molto bella è anche la canzone di apertura del disco, "Squeeze Me", e il classico di Django Reinhardt, "Nuages", stupenda nella sua lettura d'insieme della meravigliosa melodia. La selezione dei pezzi aiuta a trarre il meglio da tutti i musicisti, e di certo Paul Desmond era una voce unica nel jazz che si può solo rimpiangere. Ho ascoltato molto del suo lavoro e ho scoperto che più ascolto, più il suo modo di suonare mi affascina e mi convince. Con un gruppo di supporto che chiaramente privilegia il valore del meno rispetto al più, Pure Desmond, si erge come uno dei migliori lavori della carriera solista di questo fantastico sassofonista. Uno dei progenitori del West Coast Jazz ed uno dei più grandi specialisti del sax contralto della storia di quella formidabile arte che è più in generale il jazz. Il valore è assoluto e questo è in ultima analisi un album altamente raccomandato.

 

The Dave Brubeck Quartet – Time Out


The Dave Brubeck Quartet – Time Out

Il pianista Dave Brubeck cominciò a raggiungere una certa notorietà dopo la seconda guerra mondiale con uno stile molto sofisticato ma anche eclettico. Va detto che, nel corso degli anni '50, Brubeck ottenne tutto il successo commerciale che qualsiasi musicista jazz potrebbe desiderare, diventando uno dei più popolari artisti del settore. Famoso soprattutto per i suoi esperimenti con il ritmo, influenzato tanto da Bach quanto dallo swing, le sue composizioni sono caratterizzate da dei sofisticati intrecci di tempo dove non mancano alcuni riferimenti classici. Brubeck aveva un'ossessione per la metrica complicata, una visione del jazz che sia il sassofonista Paul Desmond, il batterista Joe Morello, ed il bassista Eugene Wright, cioè il suo storico quartetto, hanno condiviso in toto ed anche molto ben completato e perfettamente interpretato. Pubblicato nel 1959 dalla Columbia Records, la stessa etichetta con cui aveva firmato Miles Davis, Time Out fu inizialmente accolto male dalla critica, anche se presto ebbe un grosso successo commerciale, vendendo oltre 50.000 copie e raggiungendo infine il numero 2 nelle classifiche di Billboard. E’ indubbiamente il capolavoro definitivo di Dave Brubeck, ma è anche uno degli album ritmicamente più innovativi nella storia del jazz, il primo ad esplorare con perizia e meticolosità i tempi al di fuori del ritmo standard di 4/4 o del tempo di valzer 3/4. Questa era certamente da considerarsi una scelta rischiosa: la casa discografica di Brubeck non era entusiasta di pubblicare un progetto così inusuale e, come detto, molti critici inizialmente lo criticarono per aver manomesso le fondamenta ritmiche del jazz. Ma per una volta il gusto del pubblico risultò più avanzato di quello della critica. Trainato dal successo incredibile della celeberrima "Take Five", scritta dal sassofonista Paul Desmond, Time Out divenne un successo inaspettatamente enorme, ed è ancora considerato uno degli album jazz più popolari di sempre. Perciò questo capolavoro è una testimonianza tangibile della maestria di Brubeck e Desmond come compositori: Time Out è sofisticato, pieno di interessanti spunti nascosti e palesi manifestazioni melodiche. Ma tutto è estremamente fluido e orecchiabilmente gradevole. Analizzandolo in dettaglio scopriamo fin da subito "Blue Rondo à la Turk" che è una sorta di ibridazione tra il folk turco e la composizione classica. La melodia è particolare ed accessibile allo stesso tempo, un marchio di fabbrica dello stile e dell'approccio un po' eccentrici ma sicuramente vincenti di Brubeck. "Strange Meadow Lark" trasporta l'ascoltatore in un viaggio melodico grazie al sassofono contralto di Paul Desmond e al particolare assolo di piano di Brubeck. "Take Five" era e rimane la melodia che la maggior parte delle pubblico associa all'album e, nonostante l'eccessiva familiarità, merita davvero il suo posto come uno dei grandi capolavori jazz mai registrati. Sentire Desmond giocare con il tempo insieme alla batteria poliritmica di Morello è come una raffinata carezza per l'orecchio. L'atmosfera stimolante continua con "Three To Get Ready" che è un sottile gioco tra la batteria suonata con le spazzole e gli intrecci armonici e melodici del duo Desmond-Brubeck. "Kathy's Waltz" è un'altra deliziosa composizione che non lascia indifferenti con il suo orecchiabile ritmo di walzer insaporito splendidamente dall’immancabile duo di solisti. "Everybody's Jumpin” è un brano tanto divertente quanto particolare, e oltre al consueto sound del sax di Desmond, va sottolineata la ritmica e l’uso degli accordi di Brubeck. La traccia finale "Pick Up Sticks" è un altro pezzo elegante, come un potrebbe essere un bell’abito o una automobile d’epoca. Insieme a Kind of Blue di Miles Davis, Time Out contiene alcuni dei brani più riconoscibili e memorabili della storia del jazz. È un album che vibra di raffinata eccellenza. Lo stile di Brubeck era contraddistinto da accordi brillanti e crescendo entusiasmanti, tuttavia le sue esplorazioni pianistiche contaminate dalla musica classica sono tra le più belle che sia possibile ascoltare. Il suono di Paul Desmond, che preferiva le ballad ai brani più mossi, era tenue e limpido e il suo stile improvvisativo era melodico, spazioso e riflessivo: dalla combinazione perfetta dei due è scaturita un’alchimia perfetta, una delle più iconiche della lunga storia del jazz. Time Out è un'esperienza coinvolgente, a volte ipnotica, in cui il talento creativo di Dave Brubeck e del suo Quartetto è davvero in vetrina. Non solo suona sofisticato: è davvero musica sofisticata, che si presta ad un ascolto colto, ma non smette mai di essere anche profondamente swing ed al contempo così familiarmente orecchiabile. Molti musicisti si sono basati sugli esperimenti pionieristici di Dave Brubeck e Paul Desmond e tuttavia la sua opera risulta sorprendentemente accessibile nonostante alla sua radice ci sia molta ricerca musicale ed altreattanta intelligenza creativa: un'impresa rara in qualsiasi forma d'arte. Nessuna raccolta di jazz si può dire completa senza possedere una copia di questo album storico.


 

The Chuck Mangione Quartet – Chuck Mangione Quartet


The Chuck Mangione Quartet – Chuck Mangione Quartet

Nel 1978, per un periodo, non si poteva accendere la radio senza imbattersi in un brano poi divenuto celebre, intitolato "Feels So Good". Il pezzo era di Chuck Mangione, un jazzista convertitosi alla musica commerciale. In quello stesso anno l’orecchiabile brano raggiunse non a caso la quarta posizione nella classifica Hot 100 di Billboard e fu nominato per un Grammy Award in quello successivo, diventando infine disco di platino. Tuttavia all'epoca Chuck Mangione era sconosciuto ai più, ma il trombettista in realtà era già un affermato musicista bop mainstream da oltre dieci anni. Aveva infatti registrato alcuni album per la Jazzland e la Riverside Records (insieme al fratello tastierista, Gap) sotto il nome di The Jazz Brothers. Chuck Mangione Quartet, del 1972, insieme ad un'altra uscita dello stesso anno, Alive, ci presenta il flicornista poco prima che la sua musica prendesse una svolta verso tendenze più pop e decisamente di facile ascolto. Cattura un'atmosfera che era popolare nei primi anni '70, suggerita dalla foto di copertina di un Mangione con i capelli lunghi e la barba, vestito casual con pantaloni a zampa d'elefante, maglietta a maniche lunghe e l'immancabile cappello di feltro. È seduto pigramente su una sedia, con una gamba incrociata sull'altra, mostrando un’immagine di relax, soavità ed tranquillità. Era l’epoca che vide la transizione dalla cultura hippie alla cultura yuppie: dai Jefferson Airplane ed i Grateful Dead ai suoni new age della Windham Hill e del funk. Lo storico Sony Walkman saliva alla ribalta consentendo la fruizione della musica anche in movimento, e la travolgente popolarità della disco music stava per raggiungere il suo apice. Sfortunatamente il bravo Chuck, si adagiò sulla celebrità ed i facili guadagni che accompagnarono il suo successo, e molto raramente ritornò al suo precedente e sicuramente più impegnato stile musicale. Ma i contenuti di Chuck Mangione Quartet sono qualcosa di diverso dallo stile commerciale e rientrano perfettamente nel genere del jazz, pur mantenendo un carattere generale non particolarmente difficile per qualsiasi ascoltatore. È un disco che scorre liscio come la seta. Non c'è un momento ostico in tutto l'album, gli assoli sono eseguiti con gusto, senza alcuna forzatura. Fin dall’inizio il tenore dell’album è ben definito: "Land of Make Believe", è un vivace numero bop dalle sfumature latine con una melodia orecchiabile, un bell'assolo di Gerry Niewood al sax soprano e uno altrettanto stimolante di Mangione con il suo prediletto flicorno caratterizzato dal tipico sound rotondo e suadente. La bella e lunghissima "Self Portrait" vede Niewood esibirsi al flauto sopra un letto di percussioni latine con Mangione che rende omaggio a Miles Davis nel suo assolo. Una virata modale caratterizza “Little Sunflower” firmata dal trombettista Freddie Hubbard: il bravo Chuck ancora una volta cita apertamente Miles Davis. Il sassofonista Niewood rivela una grande devozione verso John Coltrane, sciorinando un sorprendente assolo su un raffinato tappetto di pianoforte elettrico suonato dall’altro Mangione (Gap). Niewood  si mette nuovamente in evidenza con il brano da lui stesso composto intitolato "Floating" dove è proprio il suo sax soprano a deliziare l’ascolto con momenti di puro lirismo, coadiuvato dagli ottimi assoli degli altri membri del quartetto. Il talento di Gerry Niewood è senza dubbio uno dei punti di forza dell'album, come dimostra il suo intervento sulla celebre "Manha De Carnival" di Luis Bonfa. Ovviamente anche Chuck Mangione stesso mette in evidenza tutta la sua tecnica e il suo mirabile fraseggio infiammando le battute con il suo magico flicorno. Lungo tutto l’album il batterista Ron Davis e il bassista Joel De Bartolo forniscono la giusta spinta ritmica e le solide basi dinamiche della musica. Così come appare lucido e privo di sbavature l’apporto al piano (elettrico o acustico) del Mangione meno noto, il fratello Gap. La riedizione in vinile di Chuck Mangione Quartet è stato un grande regalo per i fan del popolare trombettista e più in generale per gli amanti del jazz. Era indisponibile da decenni e, a quanto mi risulta, non fu mai pubblicato su CD. Inoltre la copertina è una riproduzione fedele dell'originale, con la curiosità di un promemoria nelle note dove si avvisa che l'album è disponibile anche su "Musicassetta e Stereo 8" (!). Altri tempi, molto lontani e tuttavia memoria di un’epoca remota ma mai dimenticata. Chuck Mangione Quartet è un buon disco di jazz e di certo ci consegna la fotografia di un artista di grande talento molto diverso da quello a cui ci ha abituato lo show business a partire dalla fine degli anni ’70.

Jazz Holdouts – Summer Nights


Jazz Holdouts – Summer Nights

I Jazz Holdouts sono una smooth jazz band contemporanea, composta da diversi musicisti di grande talento in questo campo. Il tastierista Alan Palanker e il sassofonista Louis Cortelezzi, compongono il duo di formidabili musicisti che sta dietro al progetto, che ha l’obiettivo di produrre qualcosa di ottimo livello nell’ambito del jazz contemporaneo. Spesso coadiuvati da artisti come Michael Thompson e Nathan East, il collettivo può vantare una grande esperienza in campo musicale. La band è stata anche in tournée con molti nomi affermati del pop e dell'R&B negli ultimi anni. Dopo l'uscita del loro album di debutto "Summer Nights" nel 2018, la band ha ricevuto un'ottima accoglienza di vendite e di ascolto. Il loro singolo estratto dall'album, anch'esso intitolato "Summer Nights", è arrivato al numero uno della classifica di genere e da quel momento il successo è stato crescente. I Jazz Holdouts hanno in progetto di continuare nella loro crescita professionale con la speranza di raggiungere un pubblico ancora più vasto nel corso di un processo di costante ricerca della qualità. "Summer Nights" è davvero sorprendente nel contesto un po’ appiattito dello smooth jazz ed è qualcosa di cui questa band dovrebbe essere orgogliosa. Alan Palanker e Lou Cortelezzi hanno lavorato duramente in studio creando dei paesaggi sonori ultramoderni da abbinare alle loro seducenti melodie di tastiera e sassofono. Quello che bisogna aspettarsi da questo lavoro è una miscela sensuale di pulsante musica smooth, notturne sfumature cool e armonie di jazz contemporaneo. Il risultato è certamente fresco e orecchiabile. Musica strumentale orientata al groove, con un tocco di atmosfera e tuttavia molto moderna. Nei Jazz Holdouts gli elementi più tradizionali che si rifanno al 'jazz', come l'improvvisazione, sono secondari rispetto all'effetto complessivo della composizioni. Di certo troviamo una combinazione vincente tra il tastierista Palanker e il sassofonista Cortelezzi, cosa che ha indubbiamente prodotto un risultato interessante. Il gruppo inizialmente puntò su una sorta di AOR music, di cui "Intuition", del 2014 è una testimonianza ormai lontana. Abbandonato il concetto originale i Jazz Holdouts si sono reinventati andando alla scoperta di una più moderna sperimentazione che include anche un tocco di elettronica, qualche spunto dance e soprattutto un uso di sax e tastiere sofisticato e rilassante. Palanker e Cortelezzi sono affiancati dall'asso della chitarra Michael Thompson, dal bassista John Siegler e dal percussionista Walfredo Reyes Jr, più la partecipazione chitarrista fusion Jamie Glaser. I Jazz Holdouts ci danno il suono morbido e ricco che ci aspettiamo dalla musica jazz contemporanea e qualche altro spunto interessante. L'intero album racchiude in sè un forte impatto melodico e la talentuosa band è al centro della scena  con un gusto ed una personalità non comuni in ambito smooth jazz. Niente di veramente rivoluzionario, tuttavia "Summer Nights" è sicuramente il classico album perfetto per sedersi, rilassarsi e godersi serenamente un po’ di buona musica.

Cedar Walton - Mobius


Cedar Walton - Mobius

Cedar Walton è stato senza dubbio un grande pianista jazz e un validissimo compositore anche se purtroppo lo ritengo fin troppo sottovalutato. A lui si devono brani che sono divenuti ormai degli standard tra iquali i più noti sono Ugetsu (conosciuta anche come Polar C o Fantasy in D), Mosaic e Bolivia.  È noto per aver registrato assieme a molti jazzisti di fama mondiale sia come leader che come sideman. Nell’arco della sua lunga carriera è stato un protagonista del jazz ma ha saputo anche sintetizzare al meglio le sue origini blues e bop con alcune delle più innovative tendenze, fino a condurlo negli anni ‘70 ad abbracciare i suoni elettrici del funk e del soul. Walton ha subito mostrato una notevole attitudine all’utilizzo del piano elettrico del quale può essere considerato a tutti gli effetti uno dei più validi specialisti. Nel 1975 registrò come solista un album intitolato Mobius, (e l’anno successivo il suo seguito ideale Beyond Mobius) incentrato proprio sul sound elettrico che all’epoca andava per la maggiore. Questo lavoro di Cedar Walton è brillante, perfettamente calato nel mood del periodo. Una vera e propria incursione nella jazz-funk fusion. Un set elettrico molto interessante anche grazie alla collaborazione di una superband di talenti musicali. Mobius è infatti impreziosito dalla pungente chitarra elettrica di un giovane Ryo Kawasaki, ma anche dalla voce cristallina di Adrienne Albert e Lani Groves. Un tocco in più di ritmo è fornito dalle percussioni di Ray Mantilla e Omar Clay e la band si avvale del prezioso lavoro al sax contralto e al sax baritono di Charles Davis. Alla tromba c’è Roy Burrowes, al basso Gordon Edwards ed infine al sax tenore un gigante come Frank Foster. La sezione ritmica è guidata dal grande Steve Gadd alla batteria. Va detto a scanso di equivoci che Mobius è un album tanto lontano dal classico hard bop quanto sorprendentemente interessante. Troviamo qui un'emozionante sintesi di R&B, funk, blues e hard bop (con un pizzico di rock), il tutto guidato dalle tastiere di Cedar Walton, che si destreggia tra Rhodes e sintetizzatori con la dovuta e consueta maestria. Mobius fu il debutto di Walton per l’etichetta RCA. Il versatile pianista dimostrò le sue abilità sia come musicista che come compositore, ma mise in luce al contempo la sua perizia quale sofisticato arrangiatore. I suoi brani offrirono un trampolino di lancio per le improvvisazioni dei diversi e tutti validi solisti. L’album è un bell’esempio del meglio del jazz elettrico della metà degli anni '70, offrendo una sintesi di stili e tendenze tipiche di quel preciso momento storico declinate con classe ed equilibrio. Senza eccessi di tecnicismo e mantenendo un gradevole contatto con la melodia, la band di Walton ha prodotto un album molto piacevole ed interessante, che anche a distanza di quasi 50 anni dalla sua pubblicazione mantiene la sua freschezza originale e si lascia ascoltare con piacere. L'audio è stato accuratamente rimasterizzato assicurando che suoni al meglio. Inoltre è sempre un piacere ascoltare lo stile pianistico di Cedar Walton che, sia quando si esibisce con il pianoforte acustico, sia quando è alle prese con gli strumenti elettrici, non smette di stupire per il suo tocco e la sua fluidità. Questo è a tutti gli effetti quello che si usa definire un bel “Rare Groove”, cosa che gli appassionati del jazz elettrico e della musica degli anni ’70 apprezzeranno molto. Ai puristi del jazz mainstream di certo piacerà molto meno, a questi ultimi consiglio dunque di orientarsi verso gli album più classici di Cedar Walton che nella sua vastissima discografia di certo non mancano.

The Hidden Jazz Quartett – Raw And Cooked


 The Hidden Jazz Quartett – Raw And Cooked

Forse non abbastanza spesso, ma a volte capita che i manager delle etichette discografiche abbiano una visione chiara e lungimirante di come dovrebbe suonare la loro produzione musicale. Qualche esempio in ambito jazzistico? Manfred Eicher con la sua ECM, Norman Granz con la Verve e di certo Creed Taylor, prima con la Impulse! e poi con la CTI. Lucidità di pensiero unita alla passione ed alla dedizione nel portare a termine un progetto spesso si sviluppano proprio ascoltando gli artisti suonare in contesti diversi. E naturalmente avendo il coraggio di mettere insieme qualcosa di nuovo che abbia un suono particolare, ovvero creando ad hoc una inedita collaborazione musicale. Ed è così che in terra di Germania è nato The Hidden Jazz Quartett. Ralf Zitzmann, capo dell'etichetta Agogo Records, ha messo in piedi il progetto che sta dietro i suoni interessanti e moderni che animano un album come "Raw and Cooked". Come spiega lo stesso Zitzmann: "Una sera, al Calameri Moon Club di Hannover i DJ stavano facendo ascoltare degli interessantissimi suoni neo jazz, e così ho pensato: suona tutto così fresco e vibrante quasi come se ci fosse un quartetto jazz nascosto da qualche parte. "Zitzmann decise di chiamare al telefono il sassofonista Stephen Abel, l'organista Lutz "Hammond" Krajenski, il batterista Matthias "Maze" Meusel e il bassista Olaf Casimir, tutti musicisti che conosceva bene e di grande esperienza, dando vita all'Hidden Jazz Quartett. Fu coinvolto il produttore Christian Decker e l’idea del direttore artistico dell’etichetta divenne presto realtà. "Raw and Cooked" possiede un'energia positiva che risulta immediatamente gradevole e fresca. Ne esce un sound che sembra provenire dai jazz club notturni del passato, ma è calato nel presente e proiettato nel futuro. E’ il jazz a dominare la scena, con i suoi groove dinamici e vibranti, che si alternano a volte anche con momenti più rilassati. L'album presenta tra gli artisti ospiti anche i cantanti Bajka, Omar, Greg Blackman, Anthony Joseph e Tim Hollingsworth. Ciò che è evidente durante tutta la sessione, però, è che il fantastico sound creato dal quartetto non viene mai smarrito o edulcorato, e quando uno dei cantanti prende la scena, è sempre molto in linea con l'etica complessiva dell'album. A dare il via al tutto è la meravigliosamente seducente “Luvlite” con la voce composta e misurata di Bajka. Ne consegue un mix di soul, jazz e R&B moderno, che dà subito il tono all'album. La leggenda britannica del soul contemporaneo Omar alza poi la temperatura con l'eccellente e super cool "High Heels": un classico istantaneo. La band si esprime al massimo in quella sorta di boogaloo intitolato "His Footlocker", dove sfodera un’esibizione  vivace e di gran classe. L’album mette in mostra l’approccio entusiasta con cui questi ragazzi suonano ed è ovvio come i musicisti si divertano e l’interplay risulti sempre centrato. L'organista Lutz Krajenski ad esempio eccelle durante l'intera sessione. E’ Greg Blackman a fornire la voce soul di "Tap on the backdoor" che a tratti ricorda gli Steely Dan. Bajka ritorna protagonista con "Soulsophy" un brano dai toni neo soul. "Kimberley Hotel" è invece qualcosa di diverso, dove il tappeto sonoro è scandito dal parlato del poeta di Trinidad Anthony Joseph e non possono non venire alla mente alcuni passaggi di Gil Scott Heron. “Nardis”, che ha un chiaro tocco fine anni ’60 e inizio anni ’70, suona molto jazz contemporaneo; mentre “Walzer” ha invece un sound da jazz club, rivisto con una sensibilità moderna. La voce calda e suadente di Tim Hollingsworth dà un'atmosfera notturna ed intima all’immortale standard del jazz "Lush Life": la sua è un'interessante interpretazione di questo classico senza tempo. La band chiude infine l’album con 3 bonus track tra le quali la versione strumentale della iniziale "Luvlite". il brano che di fatto può essere considerato la loro firma musicale. Inoltre è un piacere ascoltare ancora Omar in un remix in stile Motown della simpatica High Heels. "Raw and Cooked" è un lavoro che ha le potenzialità per piacere ad un vasto pubblico, forte del suo coinvolgente e moderno mix di jazz, soul e musica da club. Tutto funziona molto bene, a testimonianza della bravura, ovviamente del quartetto stesso, ma anche del produttore Christian Decker, che è riuscito a tirar fuori dal cilindro un quadro sonoro molto interessante, pur rimanendo fedele alla sincerità dei diversi elementi presenti nella musica eseguita. Con i suoi groove sempre equilibrati e rilassati e tuttavia contemporanei e stimolanti The Hidden Jazz Quartett offre un ascolto piacevole ed originale, cosa non da poco nel panorama appiattito della discografia dei nostri giorni.

David Sancious - Transformation (The Speed of Love)


David Sancious - Transformation (The Speed of Love)

David Sancious è un musicista molto difficile da classificare. Lui è un artista a tutto tondo ed un compositore molto versatile, che apprezza sinceramente tutti i generi musicali dalla classica al rock, al jazz, al blues e al funk. Forse anche per questo, al di là della sua carriera come solista si è guadagnato il rispetto di tutti, soprattutto quello inestimabile dei suoi colleghi. Di fatto però la maggior parte degli appassionati di musica conosce David Sancious per essere stato uno dei primi tastieristi di Bruce Springsteen, o per il suo lavoro come sideman con Sting, Peter Gabriel, Bryan Ferry, Jack Bruce, Erykah Badu, Michael Franks, Santana, Youssou N. 'Dour, Hall & Oates, Aretha Franklin, Zucchero e molti altri. Ma in realtà esiste una sua validissima produzione discografica nella quale Transformation (The Speed of Love) rappresenta il secondo album registrato per la Epic Records e pubblicato nell'ormai lontanissimo 1976. Segue l'ambizioso Forest of Feelings dell'anno prima, peraltro prodotto dal grande batterista Billy Cobham. Per quanto già interessante fosse quell'album d’esordio, che combinava in modo ammirevole il jazz, il rock, il funk e la musica classica, Transformation (The Speed of Love) è certamente migliore in termini di composizione, di arrangiamento e financo di esecuzione. L’album si avvale della stessa band denominata Tone, formata dal batterista Ernest Carter e dal bassista Gerald Carboy. Prodotto da Bruce Botnick si basa sugli stessi punti di forza del suo predecessore, ma le tracce sono più lunghe, vanno da sei minuti e mezzo a oltre 18 minuti, e qui ce ne sono solo quattro in tutto. David Sancious suona un ricco setup di tastiere (Rhodes e pianoforte acustico, clavinet, synth, organo, ecc.), ma Transformation (The Speed of Love) è anche una vetrina per il suo modo letteralmente sorprendente di suonare la chitarra, sia elettrica che acustica. Nel lavoro traspare un evidente amore per il soul ed il blues che il musicista riesce ad integrare con una vena di rock progressivo, oltre che con il funk e la jazz fusion. Sin dall’iniziale "Piktor's Metamorphosis", si resta stupiti dalle insolite linee di chitarra, ma soprattutto dagli eleganti intrecci di basso e batteria.  E’ un continuo saliscendi di cambi tonali e fughe ritmiche che non lascia certo indifferenti. "Sky Church Hymn #9", è un tributo a Jimi Hendrix, che utilizza inzialmente una linea blues prima di trasformarsi in una sfrenata cavalcata che abbraccia in un lampo il funky, lo shuffle boogie, fino ad un funambolico jazz-funk. Il brano mette in luce una grande maestria dei musicisti che lo interpretano con una emozionante passione ed un dinamismo pari alla fenomenale tecnica che viene messa in mostra. "The Play and Display of the Heart" è una lunga ballata acustica in cui Sancious si diverte a duettare con se stesso al piano e alla chitarra. Qui i suoni sono folk, classici e evidenziano la conoscenza delle sonorità modali orientali: il risultato è una gradita tregua dopo l'intensità dei due brani precedenti. La title track, che vede anche la partecipazione della bella voce di Gayle Moran, è un brano lunghissimo e articolato che occupa l'intera seconda metà dell’album. Inizia come una sorta di inno prog rock dai toni quasi marziali, per poi stupire per le numerose parti dove abbondano moltissime progressioni di accordi che si intrecciano e si snodano. La sezione ritmica si esalta in un continuo gioco sul tempo fino ad addentrarsi in quello che sembra una sorta di affascinante labirinto musicale nel quale il lirismo della chitarra elettrica e le vampate di organo funky delineano un affresco di grande impatto emotivo. La linea di basso di Carboy offre un favoloso contrasto armonico, con il batterista Ernest Carter che scolpisce il ritmo spingendo questa insolita jam session verso vette inattese. La band Tone esplora molti diversi elementi cromatici e lo fa in modo aggressivo ma melodicamente coerente, senza mai perdere la concentrazione e mantenendo una mirabile compostezza. Sul finire, questa vera e propria suite va ad esplorare degli universi interiori non banali ed appare quasi come una particolarissima metamorfosi musicale, prima di trovare una via quasi trascendente per arrivare alla sua conclusione. Questo Transformation (The Speed of Love) è un album maestoso, un lavoro di jazz-rock progressivo che può a ragione essere considerato iconico come Birds of Fire, Blow by Blow o Hymn of the Seventh Galaxy. Tuttavia David Sancious si distingue per la sua personalità unica e ben definita e in ultima analisi per il suo impatto emotivo, cosa non da poco quando si parla di questo genere musicale, spesso afflitto da un tecnicismo eccessivo e forse fine a se stesso. Chi ha amato la Mahavishnu Orchestra, Chick Corea e altri mostri sacri del genere Jazz Rock non può non ascoltare con uguale rispetto ed ammirazione i Tone di David Sancious.

Gino Vannelli – Brother To Brother


Gino Vannelli – Brother To Brother

Sul finire degli anni ’70 Gino Vannelli aveva già registrato cinque album, ognuno di essi di buon livello. Gino era ormai un artista di nicchia ma riconosciuto e amato, tuttavia nella sua discografia mancava ancora il capolavoro, ovvero il disco in grado di sintetizzare al meglio tutte le sue straordinarie doti di musicista e cantante. Ma proprio nel 1978 esce "Brother to Brother", il lavoro che probabilmente rappresenta l’apice della carriera musicale del cantautore italo-canadese. Le sofisticatissime architetture sonore di questo album storico lo rendono tutt’oggi una pietra miliare, in grado di spaziare magicamente tra jazz-rock, r&b, soul con la stessa, altissima, qualità. Già nei precedenti passaggi della sua discografia  Gino e suo fratello Joe si erano distinti dal resto della produzione per originalità ed innovazione. Di fatto su Brother To Brother si può trovare la consueta, impeccabile musicalità, unita ad una continua ricerca nello sperimentare con i sintetizzatori e le tastiere più all’avanguardia, coniugandole al meglio con il processo di creazione della musica. Alla base resta, fortunatamente, l’amore ed il rispetto per il jazz non più contaminato dalle influenze del progressive rock di qualche precedente capitolo. Anche a distanza di quasi 50 anni dalla sua pubblicazione questo album mantiene inalterata la sua freschezza, ma soprattutto dimostra di non temere il tempo, suonando ancora oggi moderno e pienamente godibile. Fin dall’inizio si capisce che Brother To Brother è un album potente e dinamico: basta ascoltare "Appaloosa" con la sua atmosfera R&B energica e impregnata di funky. Il cambio del batterista Graham Lear presente nei primi album, è stato superato brillantemente dal bravo Mark Craney, così da non avere alcun decadimento a livello ritmico. La produzione è palesemente firmata dal sound della famiglia Vannelli poiché sia i cori che le tastiere sono un marchio riconoscibile anche qui. Il chitarrista Carlos Rios è uno dei principali punti di forza dell’album: i suoi straordinari assoli sono una costante che vale la pena di sottolineare. "The River Must Flow" ha un groove pop contemporaneo che è brillantemente condito da vivaci esplosioni di percussioni ad opera di Manuel Badrena e proprio Carlos Rios sciorina un magico momento di chitarra aggressivo e jazzato. "I Just Wanna Stop" (scritto dall'altro fratello Vannelli, Ross) è la canzone più famosa di Gino Vannelli e non ha bisogno di presentazioni. Sguazza alla grande in quell’universo sofisticato e così fluidamente orecchiabile che stava prendendo piede in quegli anni e che qualcuno ha voluto chiamare AOR (adult oriented rock). È una melodia bellissima, gradevole e penetrante, un successo internazionale che ha finalmente dato a Gino l'attenzione mondiale che aveva faticosamente cercato per anni. Il sassofono solista che si ascolta nel brano è opera di Ernie Watts ed è un momento pieno di pathos. Il fratello Ross Vannelli ha anche scritto la canzone successiva, "Love & Emotion", un brano con qualche accento stile Bee Gees, ma più incisivo e potente, con un ardente assolo di chitarra di Carlos Rios. In Brother To Brother la batteria è tenuta maggiormente in primo piano nel missaggio rispetto al solito, evitando al contempo che le melodie risultino troppo rilassate, in più il canto di Gino non è travolgente come in passato, permettendo alla musica di avvolgere la sua voce in modo più confortevole. Due aspetti notevolmente migliorati della produzione che hanno fatto funzionare meglio tutto il lavoro nel suo insieme. L'aggiunta del basso elettrico di Jimmy Haslip (di solito si affidavano alle linee di sintetizzatore di Leon Gaer per fornire quel servizio) sulla bellisssima "Feel Like Flying" introduce un'aura ancora diversa nel sound. La progressione di accordi ben costruita di Gino, il sottile vibrafono di Victor Feldman e l'elegante giro di sax di Watts spostano il baricentro di questa canzone in un contesto maggiormente legato al jazz. E poco importa se il coro finale è forse un po’ troppo chiassoso. Ma il pezzo clou dell’album è proprio la title track "Brother to Brother": è qui che Gino e la band raggiungono davvero il top. La performance della sezione ritmica di Craney e Haslip risalta splendidamente in questa canzone dall’andamento incalzante di oltre 7 minuti. C’è poi quell’intrigante segmento centrale che interrompe la potenza del motivo principale andando a pescare nelle atmosfere avventurose e stravaganti che Gino aveva sperimentato all’inizio della carriera. In dettaglio va notato come la chitarra elettrica solista di Carlos Rios sia davvero eccezionale ed anche il modo in cui i sintetizzatori e le tastiere di Joe Vannelli spingono la traccia perfino nel territorio del prog e di più ancora del jazz/rock. "Wheels Of Life" è una lussureggiante ballata R&B, che non diventa affatto sdolcinata, e personalmente è un pezzo che apprezzo moltissimo. Sembra quasi teatrale nel suo incedere ed il ritornello ha uno spessore artistico e compositivo notevolissimo. Non a caso ha dato a Gino l'opportunità di interpretarla superbamente quando la portava sul palco in concerto. "The Evil Eye" è l'unico vero rock dell'album dove peraltro Gino sembra rilassarsi quel tanto che basta per divertirsi e non prendersi troppo sul serio. Non si eleva sopra il già altissimo livello dell’album, ma vale la pena di concentrarsi sull'infuocato assolo di Carlos Rios, scoprendo una volta di più quanto questo chitarrista meriti attenzione e rispetto. A chiudere c’è un’altra ballata, "People I Belong To", che pur partendo da una fluidità simile a "I Just Wanna Stop", non è così memorabile come la popolare hit forse perché manca proprio di quell’importantissimo ritornello. Brother To Brother è un capolavoro assoluto e se ha una colpa è che, proprio a causa dell'aumento di popolarità e di successo di massa che questo disco ha provocato, da qui in poi Gino Vannelli adottò un approccio più commerciale. Il cantante canadese forte di un  ottimo riconoscimento di pubblico e di classifica si ritagliò una comoda nicchia nel mezzo di una musica più facile ed easy listening. I suoi giorni da audace pioniere che combinava insieme coraggiosamente rock, jazz, prog e pop erano alle sue spalle, ma di sicuro non si può denigrare mai l'uomo e l’artista Vannelli per aver accettato il destino che gli era stato assegnato nel panorama musicale ed aver fatto ciò di cui aveva bisogno per sopravvivere. Lui e suo fratello Joe sono stati determinanti per la ridefinizione o addirittura la creazione del genere jazz/pop e andrebbero sempre elogiati per il loro coraggio e la loro lungimirante audacia. Loro, nel loro piccolo, hanno fatto davvero la differenza. Brother To Brother non rappresenta solamente il più importante traguardo nell’ottima discografia di Vannelli, è anche una delle più alte vette mai raggiunte dal genere cui appartiene e Gino possiede una delle voci più belle che si possono ascoltare. Imperdibile.