Eliane Elias - Quietude


Eliane Elias - Quietude

Bambina prodigio nata a San Paolo in Brasile e diventata fatalmente una grande pianista jazz e magnifica interprete della bossa nova, Eliane Elias è senza dubbio una delle donne musiciste più talentuose dei nostri giorni. Con Quietude, il suo 31° album come leader, che segue il suo lavoro Mirror, Mirror (Candid Records, 2021), vincitore del Grammy Award,  lascia momentaneamente il jazz e ritorna ancora alle sue radici musicali. Registrato proprio nel suo Brasile, “in casa” a San Paolo, ma anche a New York, in questo album Elias propone undici delle sue canzoni preferite del repertorio della bossa nova. Aveva già percorso strade simili in passato e quindi questo Quietude non è da considerare come un episodio isolato. Semmai la Elias ribadisce il suo grande amore per la bossa e per le sue origini e l’artista ne approfitta per mettere maggiormente in mostra la sua sensuale voce, cantando esclusivamente in portoghese. Forse stupisce di più l’aver relegato il suo talento al pianoforte ad un ruolo più secondario, tranne che in brani come " So'Tinha Que Ser Com Voce" e la commovente "Brigas Nunca Mais". Riconosciuta come la regina brasiliana contemporanea della bossa nova, Elias presenta la musica di alcuni dei grandi nomi del genere, tra cui le composizioni di Antonio Carlos Jobim e Vinicius de Moraes, Haroldo Barbosa e Dori Caymmi, che partecipa con un suo intervento sulla canzone "Saveiros". L'album non avrebbe potuto essere pubblicato in un momento più appropriato per gli appassionati del genere, poiché il 2022 segna il 60° anniversario del classico "Jazz Samba" (Verve Records, 1962) di Stan Getz e Charlie Byrd, ovvero di quello che è considerato il punto d’inizio del genere bossa nova jazz. Ovviamente questo Quietude non è un omaggio diretto a quella registrazione, ma il contributo della Elias al popolare sound brasiliano resta palese ed anche molto importante. Il programma dell’album inizia con "Voce e Eu" (You and I) di Carlos Lyra/Vinicius de Moraes: la cantante è ben accompagnata dalla chitarrista Lula Galvão e dal percussionista Emilio Martins con un delicato arrangiamento per una classica canzone d'amore. Il tenore romantico continua con un altro brano caldo e morbido come "Marina", a ribadire una cifra orientata verso il lato più tranquillo e leggero della bossa nova. Non a caso la Elias ha cercato di mantenere il medesimo feeling molto carioca per tutta la registrazione, avvalendosi della collaborazione degli amici Oscar Castro-Neves, Marcus Teixeira e Lula Galvao: tre autentici maestri della chitarra acustica. In "Eu Sambo Mesmo (I really Samba) va in scena un intimo duetto tra la chitarra di Teixeira ed il pianoforte di Eliane Elias: uno dei molti raffinati e garbati momenti  che si trovano in questo album. Tuttavia non tutto è così pacatamente tranquillo. Non manca infatti un mini medley di due pezzi del repertorio della bossa: nel Bahia Medley ci sono le allegre “Saudade da Bahia” e “Você Já Foi á Bahia” dove Eliane canta come sempre benissimo, accompagnata semplicemente da una chitarra. "Bolinha de Papel" (Little Paper Ball) presenta la cantante e la sua band in uno dei pochi pezzi veloci del set, un classico esempio della migliore bossa nova contemporanea. A seguire ci sono altri due brani vivaci ed orecchiabili come "Tim-Tim Por Tim-Time" con Paulo Braga alle percussioni e Castro-Neves alla chitarra acustica e il delizioso "Brigas Nunca Mais" (No More Fighting). Su quest’ultimo abbiamo anche il piacere di ascoltare il talento della Elias al pianoforte, strumento che, come è noto la cantante padroneggia in modo davvero notevole anche in ambito jazzistico. La canzone finale riporta l'artista al tema principale dell'album, con una bellissima ballata d'amore brasiliana in cui è affiancata dalla voce profonda di Dori Caymmi, per uno splendido epilogo di questa collezione delle migliori canzoni romantiche carioca. Quietude tiene fede al suo titolo con il suo suadente andamento pigro e rilassante così  tipicamente brasiliano. Con grande garbo e la sua seducente voce la bella Elaine Elias è il veicolo perfetto per trasmettere i sentimenti d’amore, le malinconiche emozioni e l’autentica atmosfera brasiliana catturati con classe ed eleganza da una delle migliori artiste dei nostri tempi. Per gli appassionati della bossa nova e della musica brasiliana in genere Quietude è un album da non perdere e piacerà anche ad una platea più vasta in cerca di un sottofondo rilassante ma sofisticato. Per gli irriducibili del jazz probabilmente è meglio cercare altre gemme nella discografia della Elias, come ad esempio Cross Currents, Portrait of Bill Evans, So Far So Close oppure l’album d'esordio dello storico gruppo Steps Ahead, di cui Eliane è stata tastierista per un breve periodo. In ogni caso, che si tratti di jazz, di fusion o di bossa nova l’eclettica Eliane Elias è un riferimento di qualità importante in mezzo all’anonimo panorama musicale odierno.

Herbie Hancock – Fat Albert Rotunda


Herbie Hancock – Fat Albert Rotunda

Herbie Hancock non ha certo bisogno di presentazioni. E’ un’icona della musica moderna che travalica i confini del jazz. C’è un momento nella sua carriera, ovvero gli anni tra il famoso album Maiden Voyage del 1965 e il classico funk-jazz Head Hunters del 1973, durante i quali Hancock registrò alcuni tra i lavori meno conosciuti e forse sottovalutati della sua grande discografia. E’ stato un lungo viaggio musicale quello che ha condotto Herbie da “Dolphin Dance” a “Chameleon” ma forse il percorso in sé è spesso più interessante della destinazione. In mezzo al processo evolutivo di Herbie Hancock, che lo ha trasformato da importante jazzista post-bop ad icona del jazz funk, ad un tratto è arrivata una sorta di colonna sonora composta per un cartone animato di Bill Cosby,  initolato "Fat Albert". Ad un primo ascolto sembra che il tastierista si sia improvvisamente innamorato dei groove in stile Motown e Stax, lasciandosi alle spalle i lavori più difficili, cerebrali e smaccatamente non commerciali come Empyrean Isles. Approfondendo la disamina di questo album, tuttavia, sono più propenso a pensare che Fat Albert Rotunda del 1969 sia per molti versi una progressione naturale dei suoi ultimi due dischi Blue Note, ovvero Speak Like a Child e The Prisoner. Infatti in Fat Albert Rotunda, Hancock ripropone la stessa formula tromba/trombone/sassofono con Johnny Coles, Garnett Brown e Joe Henderson. Il cambio di direzione di Hancock è avvertibile dall’allontanamento dalle complesse strutture precedenti in favore di strutture melodiche più semplici e dirette. Questo è probabilmente il momento che ha contribuito a spianare la strada alla sua transizione verso il rock e soprattutto verso la fusion. E di certo non si può ignorare il fatto che Hancock era stato parte integrante dei due album di Miles Davis in cui avvenne lo storico passaggio dal jazz classico a quello elettrico: Filles de Kilimanjaro e In A Silent Way. Così, quando nel 1969 ricevette la chiamata da Bill Cosby per la stesura  della colonna sonora di “Fat Albert”, Herbie Hancock era già pronto. L’album piacque molto alla Warner e sembrava che Herbie fosse destinato a diventare subito una star del crossover, ma in realtà Fat Albert Rotunda fu una falsa partenza. Il vero successo commerciale arrivò molto più avanti, con il citato Head Hunters. Ma va sottolineato un altro importante dettaglio, Herbie Hancock ha qui optato per il piano elettrico Fender Rhodes per la maggior parte dell'album, segnando la prima volta in cui le tastiere elettroniche sono entrate nei suoi dischi. Si può dire che non ne siano più uscite. A tutto ciò aggiungiamo che Buster Williams suona il basso elettrico sulla quasi totalità dei brani, contribuendo ulteriormente alla sensazione di un cambio di rotta. "Wiggle-Waggle" è il brano d’apertura e subito propone una caratteristica chitarra elettrica a dettare il ritmo. Joe Henderson e Joe Newman (alla tromba per questa traccia) si esibiscono in assoli spumeggianti prima che Hancock si palesi sul suo nuovo piano Rhodes. Ciò che dà a "Wiggle-Waggle" la sua peculiarità sono comunque i fiati. È funky un pò come lo sono molti brani di James Brown. Il pezzo finale "Lil Brother" è un altro numero fortemente influenzato dalla Motown, con l'incomparabile Eric Gale che fornisce alcuni formidabili tocchi di chitarra. "Fat Mama" ha un groove potente, sostenuto dalla chitarra e dal basso per una volta acustico. "OH! OH! Here He Comes" è un brano funky mid-tempo pilotato dal groove del basso elettrico di Williams e Hancock suona tutto fluidamente col piano Fender. La title track è un altro momento dell’album illuminato dal solito eccezionale lavoro al sax di Henderson. "Jessica" ritorna ad una forma più gentilmente acustica rievocando i due album precedenti. È una melodia adorabile che ha un po’ il sapore di una breve tregua dalla cifra musicale orientata al ritmo che impera quasi ovunque in Fat Albert Rotunda. Probabilmente la traccia più notevole di questo disco è "Tell Me a Bedtime Story", che è poi anche il brano di gran lunga più conosciuto dall'era "perduta" di Herbie Hancock. Guidata dal flauto di Henderson e dalla dolce tromba di Coles, è forse una delle canzoni più melodiche nella discografia di Herbie. Il tema viene ripetuto più e più volte e la sezione dei fiati gli conferisce un'atmosfera maestosa, non troppo dissimile da "Speak Like a Child". "Tell Me a Bedtime Story" è  un piccolo paradosso, diversa dalle altre tracce ma tuttavia sembra essere davvero il fulcro dell'intero album. Il materiale registrato in quel lontano e forse dimenticato 1969 contribuisce a rendere Fat Albert Rotunda un oggetto unico nel grande e diversificato catalogo di Herbie Hancock. Le incursioni nell'R&B e soprattutto nel funk sono un territorio che il pianista avrebbe visitato più assiduamente e con più convinzione solo quattro anni dopo, perciò si può dire che hanno un sapore completamente diverso. Inutile dire che l’album è suonato molto bene e anche se i contenuti non raggiungono le vette di Maiden Voyage, resta una testimonianza molto importante di una transizione epocale che di lì a poco sconvolgerà i già alterati equilibri del jazz contemporaneo. Herbie Hancock sembra essersi divertito moltissimo in questo lavoro, forse mai così tanto dal suo disco di debutto del 1962 “Takin’ Off”. E in fondo lo sappiamo bene: quando Herbie Hancock si diverte in prima persona, di solito è un grande piacere anche per tutti gli ascoltatori.

Ramon Morris – Sweet Sister Funk


Ramon Morris – Sweet Sister Funk

Ramon Morris è stato un eccellente sassofonista e flautista che nella sua carriera ha suonato anche con Art Blakey e Woody Shaw, ma di lui purtroppo non abbiamo alcuna registrazione ad eccezione di un singolo album pubblicato per l’etichetta Groove Merchant nel lontano 1972. Ebbene, questo straordinario e rarissimo lavoro ufficiale da solista che ci rimane di Ramon Morris è uno dei dischi jazz funk più notevoli del suo tempo. Il sassofonista tenore, dal sound agile e passionale, si dimostra perfettamente a fuoco nell’interpretare al meglio l'idioma del jazz-funk, e Sweet Sister Funk (il titolo del disco) raggiunge un equilibrio quasi perfetto tra le sue due anime artistiche: quella più tradizionale e quella  maggiormente sperimentale. L’album è forgiato su una serie di formidabili groove che suonano tanto fantasiosi quanto accessibili. Si tratta di una vera gemma nel vasto archivio dei rare grooves e del vintage sound. La band di supporto scelta per questa registrazione include il trombettista Cecil Bridgewater e il percussionista Tony Waters, il bassista Mickey Bass, il chitarrista Lloyd Davis, il batterista Mickey Roker ed il tastierista Albert Dailey. L'album, come spesso succedeva in quei favolosi anni ’70 irradia un’energia positiva ed è pervaso dal ritmo e dal groove. Viene immediatamente da pensare che sia un vero peccato che Ramon Morris non abbia mai più registrato un singolo lavoro come solista, perché Sweet Sister Funk fa intuire delle enormi potenzialità. Questo gioiello dimenticato e tra l’altro molto difficile da reperire, è stato registrato durante quello che viene considerato il periodo d’oro per questa particolare evoluzione del jazz, a cavallo tra il funk ed il soul. Ramon Morris entrò nella scuderia Groove Merchant non molto tempo dopo la sua militanza con Art Blakey e i suoi famosi Jazz Messenger e quella immediatamente successiva nel gruppo di Woody Shaw. Sweet Sister Funk è ricco di interessanti spunti melodici ed arrangiamenti molto indovinati, frutto di un'alchimia perfetta tra il jazz ed il funk, tali da poterlo considerare un disco di riferimento del suo tempo. Il sound di Morris è una miscela del soul-jazz dello Stanley Turrentine dell'era CTI e del pirotecnico Joe Henderson, con in più una palpabile propensione ad esplorare anche sonorità al limite del free. Il suo breve assolo in "First Come, First Served" (scritto dal tastierista Albert Dailey) ad esempio è una chiara dichiarazione di intenti. Il trombettista Cecil Bridgewater, che ha molte affinità con il mito Freddie Hubbard, è eccellente in tutto l'album. La musica appare molto cinematografica senza però sconfinare in una mera clonazione del famoso blaxploitation sound (le colonne sonore dei film black di quel periodo). Certo il tenore generale rispecchia una evidente propensione al funky con in più uno spessore ed una creatività non comuni. La band denota quanto questi musicisti siano sintonizzati su delle coordinate artistiche condivise. Un esempio è un brano come "Wijinia" dove l’eccellente interplay di gruppo è particolarmente in evidenza, cosa che in realtà sottende poi alla buona riuscita dell’intero album. Come sottofondo ad una scarna e diretta melodia, le trame di chitarra e piano elettrico si distinguono per la loro brillantezza. E’ molto interessante anche "Sweat", una sorta di ibrido boogaloo/funk che rimanda subito a Fat Albert Rotunda (1970) di Herbie Hancock. C’è anche del jazz più tradizionale con la swingante "Don't Ask Me" che è un omaggio alle composizioni di Wayne Shorter del suo periodo alla Blue Note della metà degli anni Sessanta. Il momento clou dell'album è probabilmente "Lord Sideways", un'altra composizione di Albert Dailey. E’ fantastico come Ramon Morris danzi sulle variazioni armoniche con grande ispirazione, rilasciando vibrazioni evocative, mentre l'assolo di Rhodes dello stesso Dailey è sfolgorante nella sua semplice bellezza. L'album si chiude con un'eccellente cover del classico del popolare gruppo soul The Stylistics, 'People Make The World Go 'Round': il brano gode di per se di una piacevole orecchiabilità ma in questa esecuzione strumentale di Morris resterà in testa al primo ascolto. Sweet Sister Funk è un piccolo capolavoro davvero da scoprire: l’unico problema con una registrazione di questo livello è che se ne vorrebbe ancora e rendersi conto che invece resterà un episodio unico ed irripetibile lascia l’amaro in bocca. Questo è il vintage sound nella sua espressione migliore.

Wes Montgomery - The Incredible Jazz Guitar of Wes Montgomery


 Wes Montgomery - The Incredible Jazz Guitar of Wes Montgomery

John Leslie "Wes" Montgomery è stato uno dei chitarristi jazz più influenti del ventesimo secolo. Iniziò il suo percorso di musicista nel 1943, lavorando per molto tempo come accompagnatore di artisti come Lionel Hampton, almeno fino alla fine degli anni Cinquanta. Poi finalmente iniziò una vera e propria carriera da solista. Innovatore eccelso della chitarra, al punto che tutti i musicisti venuti dopo gli devono certamente qualcosa, Wes può vantare un modo di suonare davvero unico. Invece di usare un plettro, Wes suona con il pollice, il che crea un tono caldo e avvolgente come nessun altro possiede. Proprio quel magico sound insieme ad una maestria tecnica senza pari, crea una combinazione meravigliosa: un misto di dinamismo, velocità e delicatezza. Ecco dunque che ogni singola nota che esce dal suo strumento è suonata perfettamente, con chiarezza e perfezione. E anche quando sostituisce il pollice con un plettro questo non ostacola affatto la sua tecnica. Wes può padroneggiare la partitura e l’improvvisazione con proverbiale velocità mantenendo il medesimo approccio all'uso delle ottave e degli accordi anche nei suoi assolo. The Incredible Jazz Guitar of Wes Montgomery, del 1960, è il primo album da solista di Wes  e fu registrato per l'etichetta Riverside: è considerato come uno dei suoi migliori lavori. Un’affermazione che non può che essere confermata. Qui il Wes Montgomery Quartet è così composto: Wes Montgomery – Chitarra, Tommy Flanagan – Pianoforte, Albert "Tootie" Heath – batteria, Percy Heath – Basso. In tutto l'album appare chiaro come lo stile di Wes Montgomery sia straordinariamente originale ed unico. Il disco si compone di quattro originali e quattro cover, che mantengono una grande coerenza stilistica e che pervadono di un sapore particolare e stimolante tutta la registrazione. I brani più veloci e allegri sembrano avere una struttura simile tra di loro, con il ripetersi piuttosto canonico di una melodia o di un riff, poi un assolo di chitarra, quindi un assolo di piano, ancora un assolo di basso o un breve assolo di batteria, ed infine nuovamente la melodia. Tuttavia tutto ciò non deve essere interpretato come ripetitivo o noioso. Questi sono album che non invecchiano mai, forti di una classe ed una creatività così palpabili da essere diventati dei classici senza tempo. Airegin, la composizione di Sonny Rollins che apre l'album, ne è un esempio. Wes modifica l’orecchiabile melodia apportandovi alcune piccole variazioni. Molto bello il momento alla fine degli assoli, quando Wes suona ripetutamente brevi frasi, poi si ferma, lasciando una o due misure ad Albert Heath per mostrare le sue abilità suonando alcuni stacchi di batteria. Anche in D-Natural Blues troviamo un altro esempio della tecnica compositiva di Montgomery. È una canzone più dolce, dove il blues gioca un ruolo importante nel segno del buon gusto e della misura. Polka Dots and Moonbeams, una delle due ballate dell'album, è ovviamente un pezzo più tranquillo e morbido. Il pianoforte ha un suono molto delicato e nell'assolo Tommy Flanagan si destreggia splendidamente. E’ evidente l’interplay tra Tommy e Wes in una sorta di mutuo completamento. In Your Own Sweet Way, la seconda delle ballate dell'album, segue una struttura simile a Polka Dots e Moonbeams ma è un po' più decisa. L'album raggiunge il suo apice con le due tracce centrali Four on Six e West Coast Blues. Questo sembra essere davvero il momento clou della creatività di Montgomery. Four on Six inizia con un vivace riff di basso, con Wes che entra e suona una melodia. L'assolo di Mr. Montgomery è bello e scorrevole. Dopo la fine della parte di chitarra, Tommy Flanagan si prende la scena scaricando sul pianoforte tutta l'energia della canzone. Prima che la melodia ritorni sul finire del brano, c'è un breve assolo di batteria in cui Albert Heath mostra il suo talento. West Coast Blues, il brano successivo, è probabilmente la traccia più interessante. La band è perfettamente a fuoco e Wes sembra molto a suo agio su questo tempo in ¾ moderatamente veloce. Il suo assolo non è solo uno dei migliori dell'album, ma uno dei migliori che abbia mai sentito. La scelta delle note è straordinariamente azzeccata ed è fenomenale  come il chitarrista sia perfetto alternando delicatezza nel tocco  e puntuali e rapidi accordi o ottave. Mr Walker differisce leggermente dagli altri pezzi dell'album. Ha un'atmosfera latina ed è caratterizzato da un ritmo più marcato. La band risponde benissimo, mentre l'assolo di Wes è ancora una volta magistrale. L'album si conclude poi con Gone With The Wind, brano con un piacevole tocco swing che è il modo migliore per chiudere un disco. Nel complesso, The Incredible Jazz Guitar of Wes Montgomery è un lavoro fantastico, in primo luogo per gli amanti della chitarra e ovviamente per gli appassionati di jazz. Se invece non mastichi il genere o non lo capisci, questo è comunque un album caldamente consigliato. Accattivante ed accessibile, resta una pietra miliare nella storia della chitarra e pur nella sua integrità e purezza jazzistica è una registrazione in grado di soddisfare un ampio ventaglio di ascoltatori.

George Coleman - Amsterdam After Dark


George Coleman - Amsterdam After Dark

Sono molti i musicisti di valore che nella storia del jazz sono stati troppo spesso sottovalutati.  George Coleman è probabilmente uno di questi. Giunto in questi giorni all’età di 88 anni, questo grande sassofonista statunitense nato a Memphis l’8 marzo del 1935 è noto soprattutto per le sue collaborazioni con Miles Davis e Herbie Hancock negli anni sessanta, ma vanta anche una carriera da solista di tutto rispetto. Miles Davis disse di lui che era "perfino troppo perfetto" e gli album da lui incisi con Davis (messi ingiustamente in ombra da quelli registrati nel periodo del secondo quintetto) lo fanno risaltare come un sassofonista di indubbia qualità. E infatti nella sua tardiva carriera da solista ci sono opere di valore tra iquali l’album del 1998 I Could Write a Book, dove si cimenta anche al sax soprano, oltre che al contralto e al tenore, oppure il suo secondo disco intitolato Amsterdam After Dark, di cui vi parlo oggi. La bellezza della vita notturna nella capitale d’Olanda era rimasta presumibilmente nella mente di Coleman, che ha però registrato Amsterdam After Dark, a New York City  (città nata col nome di New Amsterdam), dopo aver vissuto per un periodo proprio ad Amsterdam alla fine degli anni settanta. Come altri grandi musicisti jazz americani, ad esempio Don Byas, Dexter Gordon, Johnny Griffin, Benny Bailey, Coleman era innamorato dei Paesi Bassi, paese ricco di club e abitato da un pubblico appassionato e competente. Amsterdam After Dark è stato registrato nel 1978. All'inizio della sua carriera George Coleman avrebbe dovuto registrare molto di più come leader, ma piuttosto inspiegabilmente, considerando il suo talento e la sua reputazione, godette di un ritardato debutto solo nel 1977. Ovviamente, Coleman è di gran lunga più conosciuto per la sua collaborazione con Miles Davis, che reclutò il sassofonista nel 1963 come parte integrante della sua band di giovani leoni: gli altri membri erano infatti Herbie Hancock, Ron Carter e Tony Williams. In proposito, Coleman in seguito disse che era stato il magro stipendio della band di Miles Davis a giustificare la sua fuoriuscita dal quintetto. Resta il fatto che George Coleman era ed è un musicista di enorme talento, di un livello paragonabile a quello dei suoi compagni dell'epoca. In particolare è un artista capace di giocare magnificamente sull’equilibrio, dove la sostanza della tradizione e la furia creativa rivoluzionaria della fine degli anni Sessanta riescono a convivere in uno splendido connubio. Un sassofonista eccellente, un misconosciuto punto fermo della storia del jazz e ancora oggi della scena musicale di New York City,  con una grande influenza sui musicisti contemporanei. Coleman si è sempre diviso tra la musica più all'avanguardia e quella più tradizionalmente legata alle radici del jazz, suonando ad esempio con alcuni dei più grandi organisti quali Jimmy Smith, Reuben Wilson, Charles Earland e Brother Jack McDuff. Amsterdam After Dark è un album ricco di groove,  ma è anche stratificato e variegato su più livelli  creativi diversi. C'è il ritmo latino della title track, in cui il batterista Billy Higgins mostra le sue doti. Vi si possono trovare gli echi immancabili del John Coltrane Quartet in un brano come  New Arrival, composto dal bassista Sam Jones. Le melodie sono fantastiche e la mescolanza di armonia e ritmo, pause e riprese, e non ultimo del giusto swing è particolarmente eccitante in tutto il disco come su Apache Dance composta dallo stesso Coleman. L’altro membro della band, il pianista Hilton Ruiz è al top della forma e si abbina alla perfezione con il sound del sassofono di Coleman. Amsterdam After Dark ha uno sviluppo molto articolato, declinato da staccate sul ritmo e frasi vorticose che mantengono alta l’attenzione: efficace come solo un colpo da maestro può essere. Il timbro, il fraseggio ed il lirismo di George Coleman sono quelli di un vero genio del sax  tenore. L’invito è dunque quello di riscoprire questo misconosciuto sassofonista a cominciare da questo bell’album per poi esplorare in profondità la sua discografia sia come leader che come session man.

Nimbus Sextet – Forward Thinking

Nimbus Sextet – Forward Thinking

I Nimbus Sextet sono uno dei gruppi di maggior talento della nuova scena jazz britannica e attualmente sono sotto contratto con l’iconica etichetta Acid Jazz Records. Questo giovane gruppo di jazz contemporaneo fonde influenze jazz, world, hip-hop e funk in una potente miscela melodica che li distingue dalla maggior parte dei loro contemporanei. Il nucleo del sound della band è principalmente frutto della vena artistica del leader della band Joe Nichols (tastiere/armonica). La formazione completa include Euan Allardice (tromba), Michael Butcher (sassofono), Honza Kourimsky (chitarra), Stephen Jack (basso) e Alex Palmer (batteria). I Nimbus Sextet sono  ovviamente tra i principali protagonisti dei festival jazz in Scozia ma si esibiscono anche nei migliori locali jazz del Regno Unito e d'Europa. Il loro primo tour in Inghilterra si è svolto  tra febbraio e marzo del 2020 ed ha riscosso un grande successo, terminando con un'esibizione da tutto esaurito al Servant Jazz Quarters di Londra. Va sottolineato che mentre molte band promettono di possedere influenze variegate e multi-genere, poche in realtà possono realmente dire di averle davvero. I Nimbus Sextet offrono invece un’esperienza d’ascolto che non solo affonda le sue radici nel jazz, ma riesce a trovare il giusto ed equilibrato mix tra quest’ultimo e le più moderne declinazioni che la musica esprime al giorno d’oggi. Il secondo album del gruppo, "Forward Thinker" arriva meno di due anni dopo il suo predecessore, quel "Dreams Fulfilled" che suscitò già nel 2020 un discreto clamore. Quello era in qualche misura un progetto introduttivo che però mostrava già tutti i prodromi di una band di valore, supportata da una maturità artistica inusuale. I membri dei Nimbus non si sono adagiati sugli allori: sull’onda creativa del primo album e di una serie di singoli e remix di notevole qualità i ragazzi di Glascow  hanno dimostrato anche in questo frangente la loro eccellente professionalità, che li ha condotti a pubblicare questo nuovo "Forward Thinker”. I sette brani dell'album hanno il comune denominatore del jazz nella sua declinazione più contemporanea e tuttavia non rinunciano ad introdurre contaminazioni ed influenze diverse. I punti salienti  dell’album includono lo stile neo-soul del primo brano, "High Time", con l'unico intervento vocale dell’ospite Charlotte de Graaf. C’è il jazz-funk in stile HeadHunters di "To The Light" che è un’esplosione di energia che rimanda agli anni ’70. La title track dell'album, Forward Thinking, in poco più di otto minuti, attraversa magistralmente i regni sonori  che richiamano ancora una volta la scintillante estetica del jazz-funk con spruzzate di elettronica. Nel lavoro ci sono anche composizioni che accarezzano corde più introspettive come "From The Shadows", un brano davvero ispirato ed emozionale. "Forward Thinker" porta con se molti degli elementi che erano presenti anche nel precedente "Dreams Fulfilled", ma Nichols e compagni, partendo da quegli stessi presupposti si lanciano ora in un viaggio verso nuove ed entusiasmanti direzioni. Sulla base di quanto espresso fino a questo punto possiamo ipotizzare un futuro molto interessante per i Nimbus Sextet: questi ragazzi scozzesi sono destinati a stupire ancora. Anche nel 2023 l'acid jazz di qualità ha qualcosa da dire.


 

Wayne Shorter – Speak No Evil


Wayne Shorter – Speak No Evil

Wayne Shorter è stato un leggendario sassofonista jazz e compositore americano, nato a Newark, New Jersey, nel 1933. E’ mancato a 89 anni lasciando un grande vuoto nel mondo del jazz e non solo. Wayne è giustamente considerato uno dei musicisti più importanti e influenti nella storia del jazz moderno. E’ incontestabile la rilevanza di Wayne Shorter tra le figure di spicco del jazz della fine del XX e dell'inizio del XXI secolo, sia come compositore che come sassofonista. Figlioccio artistico del genio John Coltrane, con il quale si esercitò a metà degli anni Cinquanta, Shorter sviluppò presto una propria voce e un proprio stile con il sax tenore, ma anche con il sax soprano. Conservò per molto tempo l'intensità e la sonorità del suo sound puro, per poi in anni più recenti, aggiungere elementi di funk e un afflato di modernità. Al soprano, incredibilmente, Shorter è quasi completamente un altro musicista. Il suo timbro diventa delicato ed intimo, la sua scelta di note più scarna e sembra quasi essere più in sintonia con i momenti lirici e meditativi che la sua fede buddista probabilmente gli hanno trasmesso. Come compositore, scriveva melodie complesse ed articolate, decisamente originali, molte delle quali ora sono standard. Shorter ha iniziato a suonare il sassofono all'età di 15 anni, per poi avviarsi alla carriera professionale negli anni '50, quando si trasfertì a New York City. Ha lavorato con alcuni dei più grandi nomi del jazz dell'epoca, tra cui Art Blakey (Jazz Messengers), Maynard Ferguson e Miles Davis, con il quale ha registrato alcuni degli album più iconici del jazz, come "Kind of Blue", In a Silent Way e "Bitches Brew". La sua partecipazione nello storico gruppo dei Weather Report lo ha consacrato anche ad un pubblico più vasto, complice la formula che la band ha sintetizzato in anni di attività, contaminata dal funk e dal rock progressivo. Shorter è anche conosciuto per la sua carriera solista, durante la quale ha pubblicato numerosi album come leader, spesso in collaborazione con altri grandi musicisti jazz. Tra i suoi album più famosi si possono citare "Speak No Evil", "The All Seeing Eye", "JuJu" e "Native Dancer". Oltre al suo lavoro come sassofonista, Shorter è anche un prolifico compositore ed è egli stesso autore di molte delle sue canzoni più famose, tra cui "Footprints", "JuJu", "Nefertiti" e "Speak No Evil". Shorter ha ricevuto numerosi premi e riconoscimenti per la sua carriera, tra cui dieci Grammy Awards, il NEA Jazz Masters Award, e la medaglia di merito della città di New York. "Speak No Evil" è l’album di cui vorrei parlarvi, rendendo a modo mio a Wayne Shorter un doveroso omaggio a seguito della sua scomparsa: fu pubblicato nel 1966 dalla Blue Note Records. È stato uno dei primi album di Shorter come leader ed è uno dei suoi lavori più importanti. L'album presenta un'atmosfera misteriosa e sognante, con melodie fortemente influenzate dal blues e dall'hard bop. La band che accompagna Shorter è formata da alcuni dei migliori musicisti dell'epoca, tra cui il pianista Herbie Hancock, il bassista Ron Carter, il batterista Elvin Jones e il trombettista Freddie Hubbard. Giunto alla sua terza registrazione per la Blue Note nel corso stesso anno, Wayne Shorter decise di cambiare il gruppo dei precedenti dischi, riuscendo finalmente a convincere i critici ed i fan di jazz del suo talento come sassofonista. Forse per le sue precedenti collaborazioni con McCoy Tyner, Elvin Jones e Reggie Workman, Shorter era stato ingiustamente etichettato come "solo un altro discepolo di Coltrane", nonostante le sue composizioni fossero molto originali e insolite. Niente di più sbagliato e riduttivo. Infatti qui su Speak No Evil, con il solo Elvin Jones rimasto ed i suoi nuovi compagni del Miles Davis Quintet, Shorter finalmente trovò la consacrazione che meritava. Da qui scaturì un'importante rivalutazione anche del suo lavoro precedente. Il primo brano, "Witch Hunt", inizia con un ostinato basso di Carter, seguito dalle note inquietanti di Shorter al sax tenore. La melodia è scandita da brevi pause e da un ritmo lento ma deciso, con assoli di Hancock e Hubbard che si alternano con il sassofonista. Le strane strutture armoniche utilizzate per comporre "Fee-Fi-Fo-Fum", con la sua architettura da ballad nella quale il blues e l’hard bop sono sviluppate secondo schemi modali, creano l'illusione di una band molto più grande. "Dance Cadaverous", è caratterizzato da un'atmosfera sognante e da un'armonia complessa, con un interplay impeccabile tra tutti i musicisti. Nella title track, la linea melodica orientata al post-bop  e costruita su un'ampia tavolozza cromatica di accordi minori in unione con il pianoforte di Hancock ad occuparsi dei contrappunti, ci dimostra come Shorter (qui al sax soprano) riesca ad unire l'avanguardia con l'hard bop degli anni '50. "Infant Eyes", il brano successivo, ha un'atmosfera delicata e intima, con un tema semplice ma toccante che sembra cullare l'ascoltatore. Il set si conclude con la bellissima "Wild Flower", una ballata cadenzata dagli accenti spigolosi di Hancock al piano. Lo swing è gentile ma evidente e permette di cogliere appieno il singolare lirismo di Shorter sia come sassofonista che come compositore. In generale, "Speak No Evil" è un album eccezionale che rappresenta uno dei capolavori di Wayne Shorter. L'atmosfera misteriosa e sognante dell'album, insieme alla grande abilità dei musicisti coinvolti, lo rendono un must-have per tutti gli amanti del jazz. Inutile dire che il grande Shorter ci mancherà: è il ciclo della vita, ma la sua musica ci accompagnerà per sempre. Ha continuato a suonare ed a registrare fin quasi all’ultimo e la sua influenza sulla musica jazz e sulla cultura musicale in generale è straordinaria. Nam Myoho Renge Kyo, Wayne.

Ulf Wakenius – First Step


 Ulf Wakenius – First Step

Ulf Wakenius è un chitarrista svedese rinomato per il suo virtuosismo e la sua versatilità musicale. Nato nel 1958 a Halmstad, in Svezia, ha iniziato a suonare la chitarra all'età di 11 anni e ha studiato al conservatorio di Göteborg. Wakenius è noto soprattutto per il suo lavoro con il bassista svedese Niels-Henning Ørsted Pedersen, con cui ha suonato dal 1997 fino alla morte di Pedersen nel 2005. Insieme hanno registrato diversi album, tra cui "Live at Montmartre" e "Friends Forever". Oltre al lavoro con Pedersen, Wakenius ha collaborato con molti altri musicisti di fama internazionale, tra cui il pianista Esbjörn Svensson e il batterista Billy Hart.  Importantissime sono poi le sue collaborazioni con Oscar Peterson e Ray Brown. Ha anche pubblicato numerosi album da solista, tra cui "Notes From The Heart" e "Love Is Real". Il suono di Wakenius è caratterizzato da una grande tecnica e uno spiccato gusto melodico, e spazia dal jazz alla musica classica, passando per il pop e il funk. Ha una grande abilità nell'improvvisazione e nella creazione di melodie coinvolgenti, ed è considerato uno dei chitarristi più talentuosi della sua generazione. L'album "First Step" è il quarto lavoro solista del chitarrista, pubblicato nel 1993. Oltre al leader vi figurano anche altri due solisti: il sassofonista Ove Ingemarsson ed il pianista e organista Lars Jansson. Il disco presenta nove brani, tra cui cinque composizioni originali di Wakenius e quattro cover di brani jazz classici. Il brano di apertura, "First Step", è una composizione originale che presenta una melodia energica e ritmi sincopati. La chitarra di Wakenius si fonde con il basso e la batteria per creare un sound jazz contemporaneo e pieno di groove.  "Blame It On My Youth" è una ballata jazz classica scritta da Oscar Levant e Edward Heyman. Wakenius esegue una versione lirica e delicata della canzone, con un'interpretazione intensa e commovente. "Don't Be Shy" è un'altra composizione originale che presenta un sound jazz moderno e raffinato. La chitarra di Wakenius si sposa con l’organo Hammond per creare un'atmosfera rilassante e meditativa. "I Want To Talk About You" è una ballata jazz classica scritta da Billy Eckstine. La versione di Wakenius è un'interpretazione intensa e appassionata, con la sua chitarra accompagnata perfettamente dal piano elettrico del collaboratore Lars Jansson. "When Inspiration Starts Rational Thinking Stops" è un'altra delle composizioni originali e presenta un'atmosfera eterea e sognante. La chitarra di Wakenius si muove delicatamente sulla sezione ritmica, creando un sound molto avvolgente e meditativo. "Fatima" è un'energico pezzo che presenta un groove funk jazz. Anche in questo caso Wakenius si distingue per il suo stile preciso e tagliente, ben supportato dal basso e dalla batteria, per un effetto d'insieme molto ritmico e coinvolgente. "Bb City" si presenta con un mood moderno e sofisticato, con accenti fusion. La chitarra di Wakenius si muove fluidamente sulle ali della gagliarda sezione ritmica. "So What" è un classico  e celeberrimo brano di Miles Davis. La versione di Wakenius è un'interpretazione delicata e intimista ma al contempo molto particolare, quasi inusuale. Sorprendentemente la scelta è caduta su una chitarra semi-acustica accompagnata da un tappeto di basso e batteria a creare un'atmosfera rilassante e meditativa. Infine troviamo "This Is My Time" che è l'ultima composizione originale dell'album, e propone, per chiudere in bellezza, ancora un feeling energico e propulsivo, dove il jazz si colora di funk, grazie anche al suono del piano elettrico. La chitarra di Wakenius non manca ancora una volta di suonare molto precisa. In generale, "First Step" è un album di jazz moderno e sofisticato, che presenta una miscela di composizioni originali di Wakenius e cover di classici. La chitarra di Wakenius è al centro del progetto, come è normale che sia, ma è anche perfettamente integrata con il resto della band, che asseconda e accompagna le cavalcate solistiche del leader nel migliore dei modi. L'album è un ottimo ascolto per gli amanti del jazz contemporaneo ed in particolare per gli appassionati del suono della chitarra jazz.

Manhattan Jazz Quintet – Manhattan Jazz Quintet


Manhattan Jazz Quintet – Manhattan Jazz Quintet

Il Manhattan Jazz Quintet (MJQ) è un gruppo jazz strumentale che si è formato a New York nel 1983. Il gruppo è composto per precisa scelta da cinque musicisti altamente qualificati a formare il classico quintetto: Lew Soloff alla tromba, George Young al sax, David Matthews al pianoforte, Charnett Moffett al contrabbasso e Victor Lewis alla batteria. Inizialmente tra i membri figuravano anche Eddie Gomez al basso, Steve Gadd alla batteria e Andy Snitzer al sax, poi sostituiti. Dal punto di vista jazzistico può essere considerato a tutti gli effetti un super-gruppo, la cui longevità è testimoniata da decine di album e che ha fatto della coerenza estetica uno dei suoi punti di forza.  La musica del Manhattan Jazz Quintet è caratterizzata da un forte senso di interazione e di dialogo tra i musicisti, e da un approccio virtuosistico alla musica. Il loro repertorio comprende sia composizioni originali che standard jazz, interpretati sempre con grande rigore e maestria. Il loro album di debutto, intitolato semplicemente "Manhattan Jazz Quintet", è stato pubblicato nel 1984 e ha ricevuto recensioni entusiastiche da parte della critica musicale; qui è ancora Steve Gadd a suonare la batteria. Da allora, il gruppo ha pubblicato numerosi album di grande successo, tra cui "My Funny Valentine" e "Manteca". Il loro stile musicale distintivo e la loro capacità di creare un'atmosfera intima e coinvolgente attraverso la loro musica li ha resi uno dei gruppi jazz più apprezzati e rispettati al mondo. Il Manhattan Jazz Quintet continua ad esibirsi in ogni parte del globo e non ha mai smesso di registrare nuova musica, dimostrando di essere un gruppo che non solo ha lasciato un'impronta importante nella storia del jazz, ma anche una band che continua ad innovare e ad ispirare la scena musicale internazionale. L'omonimo album di debutto del Manhattan Jazz Quintet è una gemma del jazz strumentale degli anni '80. Pubblicato nel 1984, l'album mostra una grande maturità musicale e un'abilità incredibile nel creare un suono omogeneo e coinvolgente. Il quintetto si presenta con una grande coesione e una perfetta sintonia tra i musicisti, in un album che contiene un mix di brani originali e standard jazz. La caratteristica peculiare del MJQ è esattamente quella che in termini jazzistici si definisce “interplay”. L'album si apre con "Summertime", una reinterpretazione del celebre standard di George Gershwin, che viene eseguita in modo lirico e intenso dal quintetto. A seguire troviamo "Rosario" che è invece un brano originale scritto dal pianista David Matthews: dimostra l’abilità compositiva di questo musicista e la capacità del quintetto di eseguire brani originali con grande maestria. "Milestones", un celebre pezzo di Miles Davis, viene reinterpretato dal quintetto con un'energia contagiosa e con soli improvvisati di grande virtuosismo. "My Favorite Things" è un altro standard che viene reinterpretato dal quintetto in modo originale e coinvolgente, con un'intensa improvvisazione di George Young al sax tenore. L’album prosegue con "Airegin", un brano di Sonny Rollins, il quale viene eseguito con notevole dinamicità e con un groove incalzante, mentre "Summer Waltz" è una ballata originale scritta ancora una volta da David Matthews. Viene suonata in modo delicato e malinconico dal quintetto, in una manifestazione di pathos molto coinvolgente. In definitiva, "Manhattan Jazz Quintet" è un album che dimostra la perizia dei cinque musicisti nel creare il loro sound e la loro capacità di eseguire brani originali e reinterpretazioni degli standard del jazz con grande cura e sensibilità. In sintesi, l'album di debutto del Manhattan Jazz Quintet è un must-have per gli appassionati di jazz classico, nel segno dell'hard bop. I cinque musicisti dimostrano un'eccellente intesa musicale, una grande abilità tecnica e una profonda conoscenza del genere, creando un suono sofisticato e coinvolgente che cattura l'attenzione dell'ascoltatore dall'inizio alla fine.

Snarky Puppy – Empire Central


 Snarky Puppy – Empire Central

Degli Snarky Puppy ho già parlato qualche tempo fa. Loro sono una band jazz e fusion guidata dal bassista, compositore e produttore Michael League. Il gruppo si è formato a Denton in Texas nel 2004. La maggior parte dei membri attuali sono stati studenti della University of North Texas, il luogo dove si sono conosciuti ed hanno iniziato l’attività.Il nome del gruppo deriva da una definizione di "snarky" che significa "cinico" o "irriverente", mentre "puppy" significa "cucciolo", quindi il nome può essere interpretato come "cucciolo irriverente".
Gli Snarky Puppy sono noti per le loro esibizioni dal vivo, che spesso includono numerosi musicisti ospiti e improvvisazioni estese. Il gruppo ha vinto tre Grammy Awards per il proprio lavoro, inclusi due per "Miglior album strumentale contemporaneo" nel 2014 e 2016 e uno per "Miglior performance R&B" nel 2019. La loro musica è stata definita come "fusion" o "jazz-rock", ma in realtà è difficile da classificare in un unico genere, perché il gruppo incorpora così tante influenze diverse da diventare di fatto un genere a se stante.
Gli Snarky Puppy sono diventati molto popolari tra gli appassionati di jazz e di musica strumentale in generale, ma la loro musica è stata anche apprezzata da un pubblico più ampio per la sua energia contagiosa e la sua originalità. Più che una band sarebbe corretto definirli un collettivo musicale, nel quale attorno ad un nucleo storico, ruotano entrando e uscendo un gran numero di musicisti di grande levatura. Grazie alla loro indiscussa bravura ed anche all’originalità del progetto, gli Snarky Puppy hanno ricevuto la gratificazione di un notevole successo di critica e di pubblico, caso assai raro per un collettivo che non indulge minimamente alla musica commerciale. Sono tornati dopo tre anni dal precedente lavoro con il  loro tredicesimo album, Empire Central  registrato del 2022. Registrato dal vivo a Dallas presso la Deep Ellum Art Company, il disco, doppio, è un omaggio al loro luogo di origine. L'album vanta 16 brani strumentali che sono certamente un piatto ricchissimo da gustare per i numerosi fan del gruppo. La formazione questa volta è di 19 musicisti coordinati dal leader e bassista Michael League. Come sempre, la sfida degli Snarky è ambiziosa e variegata, con elementi di funk, soul classico, jazz, nu-soul, rock e molto altro ancora.  Una amalgama di sonorità che riesce a produrre ancora una volta una serie di affascinanti paesaggi  musicali decisamente contemporanei. Tanto di cappello per questi favolosi musicisti in grado ogni volta di stupire ed esaltare, raggiungendo di uscita in uscita vette sempre più elevate. Empire Central come detto è un cd doppio: una vero caleidoscopio di tutte le prerogative caratteristiche del collettivo, all’interno del quale trovano spazio magistrali parti corali e magnifici assoli. E’ un’opera impegnativa all’ascolto e tuttavia mai banale o stancante, che lascia la sensazione che ci si possa aspettare sempre qualcosa a seguire, cosa che puntualmente gli Snarky Puppy fanno. "Keep It On Your Mind" apre le danze, lanciando immediatamente la dichiarazione programmatica della sostanza dei 2 cd.  La chitarra vibrante prima che entrino i fiati, il riff all'unisono, la linea di basso portano l'ascoltatore direttamente nella galassia Snarky. Gli impressionanti assoli che puntualmente arrivano sono una gioia per gli appassionati. "Cliroy" è il primo pezzo scritto dal trombettista Jay Jennings, un omaggio agli iconici colleghi Clifford Brown e Roy Hargrove. La tromba risplende con toni blues, seguita dalle tastiere e successivamente dai fiati. Il tutto è intervallato da una serie di assoli che creano un'atmosfera simile a una ballata. Uno dei brani più funky dell'album non ha a caso ha come ospite il compianto Bernard Wright (Miles Davis, Chaka Khan). Intitolato "Take It!"  è un esempio di musicalità, senza esibizionismo ma semmai con misura e gusto fino al finale dove tre batterie chiudono il pezzo in un’esplosione di ritmo. "Pineapple" mette subito in evidenza la competenza della sezione fiati della band, il groove è fantastico così come la ritmica e i vari assoli. Molto interessante anche la fluidissima "Honiara": anche qui le sezioni eseguite in assolo non lasciano spazio a pause. L'intero album si distingue per una perfetta combinazione tra la batteria ed il basso, in particolare nella finale "Trinity" dove l'intensità della composizione raggiunge livelli davvero altissimi. L'elevata tecnica esecutiva dei singoli musicisti degli Snarky Puppy è frutto certamente del loro talento ma soprattutto è il risultato della loro perfetta sinergia. Siamo al cospetto di una formazione dove ogni artista coinvolto rappresenta al meglio il suo strumento, ma il cui impatto d'insieme è d'altra parte assolutamente straordinario. Ogni album di questo eccezionale collettivo musicale, unico nel suo genere, è un salto in avanti nell’evoluzione della loro estetica.  Empire Central sarà subito considerato un lavoro imperdibile dai fan della band, mentre per tutti gli altri appassionati della buona musica, che ancora non li conoscessero, sarà di sicuro amore al primo ascolto. Gli Snarky Puppy sono fenomenali e non posso che consigliare caldamente di seguirli con interesse, andando anche a ripercorrere le tappe musicali che ci hanno regalato in questi 17 anni di carriera.

Kamasi Washington - Harmony of Difference


 Kamasi Washington - Harmony of Difference

Ascoltare un album di Kamasi Washington ed approcciarsi con il suo stile e la sua estetica musicale è un’esperienza piuttosto singolare. Il personaggio è di sicuro eccentrico e particolare, ma la sua essenza di musicista jazz e di sassofonista sono di fatto il suo migliore biglietto da visita. Lodato da molti critici come uno dei nuovi guru del jazz, Kamasi non si è mai perso al cospetto di un’aspettativa che peserebbe sulle spalle di qualsiasi giovane artista. Anzi, per tutta risposta ha avuto l’ardire di pubblicare nel 2015 un CD di 170 minuti, intitolato in modo appropriato The Epic: ambizioso ed eclettico, richiama ai grandi del jazz spirituale come ad esempio Pharoah Sanders. Un opera monumentale e complessa che ha tuttavia attirato nuovi ascoltatori verso il jazz, andando a rinfoltire la new wave contemporanea già iniziata da altri artisti come Robert Glasper, Flying Lotus, Thundercat e Kendrick Lamar. Dopo due anni, nel 2017 è uscito il seguito di the Epic: Harmony of Difference. Quasi per contrappasso si tratta di un EP di soli 30 minuti. Il mini album nasce per incarico del Whitney Museum of Art di New York, come sottofondo musicale di un'installazione. E’ lo stesso Washington a descrivere i brani come un esercizio di contrappunto ovvero "l'arte di bilanciare le somiglianze e le differenze per creare l’armonia tra melodie diverse". Sorvolando sull’analisi musicale del contrappunto, appaiono comunque chiari i messaggi filosofico/sociali verso la fretellanza tra gli uomini e la celebrazione in positivo delle differenze. Nelle note di copertina Washington estrinseca il suo intento in termini di speranza: "ascoltare la meravigliosa armonia creata dall'unione di diverse melodie musicali aiuterà le persone a realizzare la bellezza pur nelle differenze". Ma qui parliamo di musica e quindi passiamo ad analizzare il contenuto di Harmony of Difference. L’EP è composto da 6 tracce, i primi cinque pezzi sono più brevi, mentre l'ultimo "Truth" dura circa tredici minuti. Si inizia con "Desire" che accoglie l’ascoltatore con una dolcezza inattesa, quasi come un tema lounge da film degli anni ’70.  A seguire c’è la splendida "Humility": riff caldissimo e fiati corposi e scattanti per un brano che ricorda Charles Mingus, e forse dura fin troppo poco. Il ritmo cala leggermente con la più dolce e riflessiva "Knowledge", che presenta un ottimo lavoro di tromba di Dontae Winslow e un assolo sontuoso dello stesso Washington. "Perspective" inizia come proprio come un pezzo di jazz spirituale, un po’ A love Supreme, un po’ il già citato Pharoah Sanders. Poi si passa ad un ritmo più inclazante, in uno stile che ricorda i Crusaders. L'ultimo dei quadri musicali brevi è "Integrity", un ritmo di samba ben costruito, arricchito da una bella melodia. Il gran finale dell’EP è "Truth": 13 minuti che sono il momento più intenso di Harmony of Difference. Il sound è quello che più si avvicina al precedente The Epic ed anche il brano dove le idee musicali di Kamasi meglio spiegano il suo concetto di contrappunto. Truth è costruito su una serie di stratificazioni strumentali attorno ad una melodia relativamente semplice che tuttavia riesce a dimostrare come le armonie correlate e tuttavia diverse possano coesistere. Il brano vanta un notevole contributo da parte di Thundercat al basso e  di 4 violini, 2 viole e 2 violoncelli a colorare il tutto. Aggiunte che donano peso e complessità alla composizione, proiettandola verso un futuro ormai prossimo per il jazz. Questa breve raccolta di 30 minuti di musica potrebbe superficialmente essere bollata come inferiore rispetto all’album di debutto, ma non è così. Di sicuro qui c’è il dono della sintesi ed in ultima analisi rappresenta in modo conciso i notevoli talenti di Kamasi Washington come compositore e come sassofonista. Harmony Of Difference offre una raccolta di moderna musica jazz di ottima qualità, senza orpelli o eccessiva autoindulgenza, è complesso ma sempre godibile. Non si può ignorare un musicista di uno spessore artistico come quello di Kamasi Washington. Questo è senza dubbio un grande album che, anche se valutato con la massima severità, resta tra i migliori di questi ultimi tempi. E come tale vale, a mio parere, una raccomandazione senza riserve.

Tom Scott - Cannon Re*loaded


 Tom Scott - Cannon Re*loaded

Cosa caratterizza l’inconfondibile motivo principale del film Taxi Driver o il sassofono che suona così struggente nel tema d'amore dell’iconico Sci-Fi Blade Runner? La risposta sta nel sax del musicista che li esegue, che risponde al nome di Tom Scott. Tom è stato quello che si può definire un ragazzo prodigio. Nato in una famiglia di musicisti, fin dall’adolescenza si è rivelato essere un talentuoso sassofonista. Ha cominciato la carriera principalmente come session man e turnista dimostrando di poter padroneggiare senza difficoltà tutti i tipi di strumenti ad ancia. Si è esibito con le band Don Ellis e Oliver Nelson, ed in seguito la band da lui fondata, L.A. Express, è diventata uno dei gruppi pop-jazz di maggior successo degli anni '70. Non si contano le partecipazioni ad incisioni di ogni tipo e genere tra le quali quelle di Joni Mitchell, Carole King, Steely Dan, Quincy Jones, Frank Sinatra e Whitney Houston sono solo alcuni esempi. Figura anche nella prima formazione dei Blues Brothers. Venendo ora all’album oggetto della recensione,  Cannon Re*loaded, il suo sottotitolo è "All-Star Celebration of Cannonball Adderley”, ma non bisogna immaginarsi un omaggio di routine, a fini commerciali. Questo è invece un sincero ma concreto tributo ad un musicista il cui meraviglioso modo di suonare è tanto straordinario quanto ancora oggi sottovalutato (anche se è stato protagonista in due dei migliori dischi di Miles Davis). Tom Scott lo chiarisce nelle note di copertina, che riassumono in modo eloquente la figura di Cannonball Adderley: "Cosa ha reso Cannonball così speciale? Tanto per cominciare, aveva un suono eccezionale ed unico al sax contralto e in più possedeva una tecnica strepitosa, sorretta da passione e cuore. Tom Scott ha di certo le qualità per rendere il giusto omaggio ad Adderley, poiché anche lui possiede un timbro altrettanto pieno ed un fraseggio molto caldo. Cannon Re*loaded onora uno dei silenziosi giganti del jazz, reinterpretando i suoi cavalli di battaglia con rispetto, ma con una bella dose di originalità. In questo album si può apprezzare in diversi brani Tom Scott nel suo lato più funky ed il suo approccio più lirico in altri, come nella celebre Stars Fell on Alabama. Il trombettista Terence Blanchard interpreta in modo adeguato il ruolo del fratello di Cannonball, il trombettista Nat Adderley che spesso lo affiancava. Gli altri musicisti meritano decisamente l'appellativo di "All-Star": sono infatti un gruppetto di eccellenti interpreti (o meglio star a loro volta) tra cui il tastierista George Duke, il bassista Marcus Miller, il batterista Steve Gadd, più una vera diva del jazz, la cantante Nancy Wilson. Il disco è prodotto dal batterista Gregg Field e dallo stesso Tom Scott. Anche se Cannonball Adderley sarà per sempre legato al suo lavoro con il trombettista Miles Davis, la sua eredità personale si trova nelle sue stesse registrazioni che sono figlie ed estensione diretta del bop, del gospel e della musica soul. Tutti i dieci brani selezionati sono reinterpretazioni dei suoni del passato ma ancora oggi sono in grado di regalare delle ottime vibrazioni e grandi emozioni. La band non si approccia alle composizioni di Adderley con stile prettamente jazzistico, quanto piuttosto attinge maggiormente al funk, come i protagonisti in effetti lascerebbero immaginare. "Jive Samba", "Work Song", "Mercy, Mercy, Mercy" e "Sack O 'Woe" riflettono tuttavia l’iconica presenza di Cannonball e un feeling intatto anche se contemporaneo. Complice l’esecuzione piena di sentimento ed un contagioso senso di dinamismo. La tromba di Blanchard è impeccabile in "I Should Care" e il sax di Scott è perfetto in un'altra melodia di Zawinul, "Country Spirit", una ballata dall'innegabile fascino. "Inside Straight" è un brano vivace ed orecchiabile che  viene introdotto  da Marcus Miller con  il suo caratteristico basso elettrico, George Duke inserisce tocchi di tastiera, mentre Gadd fornisce la base ritmica da par suo. Come afferma lo stesso Scott, Nancy Wilson è poi davvero la "ciliegina sulla torta" dell’album: la cantante rivisita due pezzi come "Save Your Love for Me" e "The Masquerade is Over" da una storica registrazione proprio con Cannonball Adderley del 1961. La sua voce è ancora sublime, caratterizzata dal suo stile e dalla sua grazia. Nel corso degli anni ci sono stati sicuramente altri omaggi all'unico ed irripetibile Cannonball Adderley, tuttavia il materiale contenuto in Cannon Re*loaded di Tom Scott si distingue come un tributo davvero accorato e speciale che oltre che per il suo valore musicale ed artistico fa sperare che possa suscitare un rivitalizzato interesse per uno dei veri grandi sassofonisti della storia del Jazz. Tom Scott d’altra parte si conferma una voce strumentale tra le più notevoli dell’epoca contemporanea. Pur mantenendo una certa distanza dal jazz classico, in favore di sonorità di certo più contemporanee, è musicista in grado di trasmettere sempre, con il suo fedele sax contralto, emozione e groove.

Craig Pilo - Unsupervised


Craig Pilo - Unsupervised

Batterista americano sconosciuto ai più, Craig Pilo è un musicista, compositore e produttore di grande talento che merita senza dubbio di essere scoperto ed apprezzato. Sebbene già nel 2007 rimasi molto colpito dall'album di debutto di Craig, Just Play, devo dire che le composizioni, gli arrangiamenti ed il suo drumming, nell'album più recente, Unsupervised, mi hanno davvero convinto. Il bellissimo secondo lavoro da solista del batterista si presenta più essenziale del precedente, praticamente con un trio di musicisti: Ed Czach al piano elettrico, Jim King al basso, ed ovviamente lo stesso Craig Pilo alla batteria. I tre sono coadiuvati in alcuni brani anche da qualche ospite. Il disco è incentrato sulla musica di Stevie Wonder, Keith Jarrett, Billy Cobham, David Leonhardt, Randy Brecker, Jose Bertami e su quattro composizioni originali del leader. La maturità musicale e la crescita di Pilo negli ultimi anni, sotto tutti i punti di vista è stata eccezionale, una concreta testimonianza del suo duro lavoro, della sua creatività e di una grande professionalità. L’album si apre con un meraviglioso arrangiamento di "Spiral Dance" di Keith Jarrett, un brano trascinante nel quale al contrabbasso, alla batteria ed al piano Rhodes è affiancato un sax. Bellissima la ritmica dettata dai controtempi delle percussioni. "Whispers of Contentment" è invece una dolce ballata ricca di pathos: Pilo si mette in mostra in particolare negli ultimi due minuti del pezzo con un sapiente uso delle spazzole. "HGH" è  una composizione di Craig, con quell’irresistibile suono jazz-fusion stile anni '70 ricco di sferzate poliritmiche. La celebre canzone di Stevie Wonder "As" è rivista con un approccio singolare, sia nel groove che nell'arrangiamento, molto originale grazie alle interruzioni segnate da brevi ma incisivi assoli di batteria. Il coro verso la fine completa piacevolmente la canzone, rimandando all’originale. "One a Day" è un'altro degli originali di Pilo, con alcuni interessanti unisono suonati dal trio. Chi conosce gli Azymuth e la jazz fusion brasiliana, apprezzerà molto il classico "Partido Alto", fedele all’originale ma con un'interpretazione ritmica personalissima del batterista. La terza composizione di Pilo intitolata "One for DLS", è un bel blues con un sofisticato tocco fusion. Interessante anche l'approccio del trio al celeberrimo brano di Billy Cobham "Stratus". Un classico del jazz-rock  reso qui molto bene, con un ampio spazio lasciato al batterista per testimoniare sul campo quanto il nostro Craig Pilo abbia attinto dall’oggi 79enne fenomeno di origine panamense. Stilisticamente il batterista deve molto proprio al guru mondiale dello strumento Billy Cobham. "Mulberry Sky", è una bellissima ballata nella quale oltre al trio troviamo il sax e la tromba. A chiudere questo fantastico cd c’è "Some Skunk Funk" ovvero una meravigliosa interpretazione del classico brano dei Brecker Brothers. Pilo sembra divertersi molto proponendo un vertiginoso assolo di batteria con alcuni stacchi e  molte rullate che non passano certo inosservate. In veste di produttore del disco, Craig Pilo ha poi svolto un lavoro favoloso nel selezionare i brani per l'album e arrangiarli nel migliore dei modi. Ogni traccia di Unsupervised ha la sua personalità e una sua convincente originalità e tuttavia si ha una gradevole sensazione di coesione e omogeneità. E’ una bella cavalcata di jazz contemporaneo sull’onda di diverse e variegate emozioni. Ciò che Craig Pilo ha fatto benissimo in questo album è suonare proprio ciò di cui i brani necessitano senza troppa autoindulgenza verso un uso eccessivo della batteria a discapito del risultato finale. E’ una visione moderna del jazz, adeguata ai tempi, che non strizza l’occhio alla musica commerciale, ma che propone al contrario un repertorio complesso, suonato con una mirabile tecnica ed una indubbia passione.

Samara Joy – Linger Awhile


 Samara Joy – Linger Awhile

Nel jazz le cantanti vantano una lunga tradizione, costellata di grandi nomi che sono diventati leggenda: Ella Fitzgerald, Sarah Vaughan, Billie Holiday, Bessie Smith, Dinah Washington, Carmen McRae o Nina Simone tra le altre. Tutte artiste che hanno vissuto le loro carriere nell’era d’oro della musica afroamericana.  Capita che di tanto in tanto una nuova vocalist stupisca tutti irrompendo sulla scena jazz internazionale con il suo stile personale, il suo fascino e la sua bravura. Samara Joy è una di quelle inedite voci che sono destinate ad illuminare la  musica del ventunesimo secolo. Già l'anno scorso, la 22enne ha pubblicato il suo album di debutto omonimo, che ha immediatamente attirato l’attenzione della critica e del pubblico, non solo quello degli appassionati di jazz. I tour internazionali hanno affinato le sue già evidenti doti ed il suo talento sembra crescere in modo esponenziale. La prova più evidente della clamorosa maturazione musicale della bravissima Samara la si può trovare nel suo nuovo album Linger Awhile. Si tratta di una nostalgica escursione sonora nell’affascinante mondo degli standard jazz: alcuni noti, altri più oscuri. Un lavoro che si delinea con la caratteristica di creare un mix di brani più swing abbinati a melodie più delicate e riflessive. In pratica una miscela di romanticismo e dinamica energia che attrae ed incanta. Samara Joy McLendon seppur giovanissima possiede uno straordinario talento, una ricchezza timbrica innegabile ed infine una grande espressività a livello emotivo. In questo nuovo album pubblicato dall'iconica etichetta Verve, rende  subito omaggio ad una delle sue influenze più significative (Sarah Vaughan) con 'Can't Get Out Of This Mood', che la Vaughan registrò nel 1950 con George Treadwell. Per restare in tema di grandi del passato, Samara non dimentica Nancy Wilson con "Guess Who I Saw Today", uno straordinario esempio di canto jazz che mette in evidenza la sua abilità nell’interpretazione di una classica canzone d’amore. La Joy rispolvera poi la dimenticata "Social Call", scritta da Gigi Gryce con i testi della leggenda del vocalese Jon Hendricks. La cantante presenta inoltre due bellissimi brani come "Nostalgia (The Day I Knew)" di Fats Navarro e "I’m Confessin' (That I Love You)”, quest'ultimo reso famoso da Lester Young nell'album con l'Oscar Peterson Trio registrato a New York esattamente 70 anni fa, nel 1952. Samara Joy accompagna con grazia gli ascoltatori anche cantando la spigliata "Sweet Pumpkin", con il chitarrista Pasquale Grasso, il cui lavoro è anch’esso un elemento di spicco dell'album. La punta di diamante dell’album è probabilmente la meravigliosa cover di 'Round Midnight' di Thelonious Monk (qui nella versione con i testi di Hendricks) arricchita per l’occasione da un trio di fiati ospiti (il trombettista Terell Stafford, il trombonista Donavan Austin, il tenore Kendrick McCallister). Se si vuole apprezzare in pieno il magnifico timbro vocale di questa giovane cantante va ascoltato con attenzione l’ultimo brano dell’album: "Someone To Watch Over Me". Qui Samara è accompagnata solo dalla chitarra di Pasquale Grasso e proprio per questo si possono cogliere tutte le sue sfumature cromatiche ed il suo incredibile virtuosismo. La band che accompagna la Joy è altrettanto degna di nota della stessa cantante, assecondando e fornendo il supporto discreto ma incisivo e qualitativo di cui la giovane talentuosa ha bisogno. Il pianista Ben Paterson, il bassista David Wong, il chitarrista Pasquale Grasso e il batterista Kenny Washington sono gli ideali compagni d’avventura per consentire a Samara Joy di perseguire il suo obiettivo: regalare agli ascoltatori un album bellissimo, basato su un repertorio senza tempo. C’è molto da ascoltare su Linger Awhile, il paragone con Ella Fitzgerald potrebbe in futuro non essere affatto azzardato. Consigliato.

Stan Getz – Getz Meets Mulligan In Hi-Fi


 Stan Getz – Getz Meets Mulligan In Hi-Fi

Stan Getz è stato senza dubbio uno dei più grandi sassofonisti nella storia del jazz. Nato nel 1927 a Filadelfia, Getz ha iniziato a suonare musica all'età di 10 anni ed è stato fortemente influenzato dal leggendario sassofonista Charlie Parker, noto per il suo stile sofisticato e per le improvvisazioni funamboliche. La carriera di Getz ha attraversato quasi quattro decenni e si snoda attraverso dozzine di album. Ha raggiunto la fama internazionale guidando il famoso Stan Getz Quartet, che fondeva bebop e cool jazz. Il suo sassofono tenore ha brillato particolarmente proprio nel fortunato periodo del cool jazz: per il suo lirismo e  per lo straordinario calore del suo suono. L'influenza di Getz sulla musica americana è innegabile. La sua musica ha avuto un grande ascendente sul jazz e su altri generi musicali. Inoltre va citato il suo esperimento più famoso e riuscito e cioè la fusione tra il jazz e la bossa nova. Quello creato da Getz non è solo jazz suonato su una base ritmica "esotica". È vera interazione tra l'improvvisazione e l'essenza della musica brasiliana. Farà scuola, appunto, non solo nel jazz, ma anche nella bossa nova, che rimarrà perennemente influenzata dall'approccio avuto da questo gruppetto di musicisti americani. Ma, dopo questo lungo preambolo, veniamo al disco oggetto della mia analisi. Nel 1957 il grande produttore Norman Granz decise di far registrare il nostro Stan con un altro gigante del jazz come Gerry Mulligan. Il risultato fu il bellissimo album intitolato Getz Meets Mulligan In Hi-Fi, un lavoro strutturato tra l’altro in un modo anche inusuale, poiché i due grandi artisti, (su suggerimento di Gerry Mulligan) nelle prime tre tracce si scambiarono i loro strumenti elettivi. Dunque possiamo eccezionalmente ascoltare Mulligan al sax tenore e Stan Getz a quello baritono. Ed allora ecco che il sax baritono prende la dolcezza tipica di Stan Getz, mentre il sax tenore si colora del sound graffiante di Mulligan. Forse d’acchito l’esperimento potrebbe sembrare sbagliato, ma dopo un po’ comincia a funzionare. Se è vero che entrambi sembrano non essere completamente a loro agio, dato che il baritono non suona così imponente come al solito e il tenore non è così arioso e dolce come lo conosciamo, in qualche modo lo scambio ha motivo d’interesse. E’ una novità stimolante che sui brani Let's Fall in Love, Anything Goes e Too Close for Comfort, ti costringe ad ascoltare i due strumentisti in modo diverso. Ovvero, finisci per apprezzare il feeling di Getz al baritono e quello di Mulligan al tenore. Chiuso l’esperimento, interessante, ma ovviamente non al top, dalla quarta traccia, That Old Feeling, i due tornano ai loro rispettivi strumenti per il resto dell'album. Ed è proprio da qui che questo album inizia davvero a splendere, illuminato dal talento dei due grandi jazzisti. Getz sfodera il suo sound morbido e sontuosamente controllato mentre Mulligan fa cantare la profonda voce del suo baritono con impeccabile tecnica e precisione. L'abbinamento di questi due giganti intriga e entusiasma. E come potrebbe essere diversamente? Dopo Lester Young, entrambe sono da considerare tra i più fluidi e lirici musicisti degli anni '50. Grazie ad un tecnica di simulazione della stereofonia (inventata di fatto circa due anni dopo) Getz Meets Mulligan in Hi-Fi consente di ascoltare i due sassofoni in modo più distinto e apparentemente in due punti diversi nello spazio. Sia Mulligan che Getz hanno significato moltissimo per il movimento jazzistico, soprattutto nel decennio dal 1955 al 1965, ascoltarli insieme è un piacere che va oltre la passione per un genere o una corrente. Mulligan resta il re incontrastato del poco diffuso sax baritono e ne ha delineato in modo indelebile la strada ed il lascito. Per parte sua l’eredità di Stan Getz è tutta incentrata nel suo lirismo e nel suo calore, le caratteristiche che hanno reso il suo modo di suonare così speciale. La sua musica ha toccato il cuore di moltissimi musicisti ed ascoltatori e continuerà ad essere apprezzata per le generazioni a venire.

Herbie Mann – Sultry Serenade

Herbie Mann – Sultry Serenade

Herbie Mann, è stato un flautista americano, in verità uno dei massimi esponenti di questo affascinante e non troppo diffuso strumento. Nato nel 1930,  nel corso della sua carriera ha percorso diverse strade stilistiche all’interno dell’idioma jazzistico, all’insegna di una tecnica sopraffina ed una capacità interpretativa di livello assoluto. Inoltre può a ragione definirsi un precursore di quella che più avanti sarà conosciuta come World Music per via delle sue sperimentazioni con la Bossa Nova prima e con la Africana, il Reggae e la Mediorentale poi. All'inizio della sua carriera suonava anche il sassofono tenore e il clarinetto (anche il clarinetto basso), ma va detto che Mann fu tra i primi musicisti jazz a specializzarsi proprio nel flauto, facendone il suo strumento per eccellenza. A differenza di molti suoi colleghi jazzisti, Herbie riscosse un notevole successo commerciale quando, dopo aver abbandonato il jazz mainstream passò ad una musica decisamente più popolare. Piazzò molti dischi nelle classifiche di vendita pop ed un un suo singolo intitolato "Hi-Jack" diventò addirittura una hit dance in grado di arrivare al n. 1 nella graduatoria di Billboard per ben tre settimane. nel 1975. Un processo quello della svolta funky soul che Mann intraprese già alla fine degli anni ’60, facendo proprie le sonorità elettriche ed enfatizzando un approccio decisamente più groove nel suo repertorio. Era qualcosa che il flautista sentiva dentro, pensando con convinzione che la ritmica racchiudesse l’essenza stessa della sua musica. Tuttavia, lasciando da parte la svolta commerciale più recente di questo straordinario musicista, il meglio della sua produzione artistica va ricercato negli anni dell’hard bop, tra il 1955 ed il 1965. Ed è proprio a quel periodo, per così dire aureo, che appartiene questo bellissimo album intitolato Sultry Serenade. In cinque degli otto pezzi registrati nel 1957 per la Riverside Records, Mann guida un sestetto che mette in mostra una sonorità estremamente intrigante: il suo magico flauto si affianca ad alcuni grandi e sottovalutati maestri come il sassofonista baritono/clarinettista basso Jack Nimitz, il trombonista Urbie Green e il chitarrista Joe Puma. In più c’è da sottolineare la presenza di uno dei più grandi bassisti della storia del jazz come Oscar Pettiford, che infatti non manca di entusiasmare con le sue linee originali, pulite e tecnicamente perfette. La sezione ritmica è completata dal batterista Charlie Smith che si dimostra eccellente in ogni passaggio. L’album è composto anche da tre tracce registrate in quartetto senza Green e Nimitz, dove ovviamente il massimo spazio è dedicato al flauto di Herbie Mann, il quale si conferma un gigante del suo strumento. Un disco che è decisamente un ottimo esempio di moderno jazz post-bop, con più di una pennellata melodica ed una fluidità invidiabile. Herbie Mann plasma il suono del suo flauto con grande maestria, rendendolo delicato o aggressivo, a volte dolcissimo altre più ruvido, eppure sempre tecnicamente perfetto nella sua ricerca di un lirismo mai banale. Gli altri musicisti sono un magnifico contorno alla voce del solista, essendo a loro volta degli straordinari interpreti del verbo jazzistico: Nimitz, Green e Pass sono tre esempi di quell’era fantastica per la musica jazz che andrebbero senza dubbio rivalutati. Il genio di Oscar Pettiford merita infine un discorso a parte: la sua tecnica sopraffina fece aumentare di molto gli standard contrabbassistici dell'epoca e molti strumentisti ancora oggi imitano il suo stile. Se amate il flauto e vi piace il jazz in stile Hard Bop  non dovreste perdervi questo album: Herbie Mann è uno dei più grandi specialisti dello strumento e Sultry Serenade è tra le sue incisioni più significative.

Eastern Rebellion - Mosaic


 Eastern Rebellion - Mosaic

Gli Eastern Rebellion sono di fatto un super gruppo jazz: una creatura musicale nata da un’idea del formidabile pianista Cedar Walton e dell’altrettanto straordinario batterista Billy Higgins. Dopo aver iniziato l’attività nel 1974 la band ha continuato nel corso degli anni ad essere operativa  in modo piuttosto irregolare, mantenendo tuttavia il marchio Eastern Rebellion con la leadership nelle sapienti mani di Cedar Walton. La formazione originale della band era a dir poco sbalorditiva annoverando oltre a Walton, il bassista Sam Jones, il batterista Billy Higgins e il sassofonista tenore Clifford Jordan. Nel 1975 registrarono il loro primo album ufficiale ma al sax c’era in quel momento un nuovo sassofonista: il bravissimo George Coleman. In seguito, gli Eastern Rebellion cambiarono spesso formazione ed ebbero tra i membri anche il trombonista Curtis Fuller, trasformandosi per l’occasione in un quintetto. Altri musicisti che furono coinvolti negli anni successivi furono il bassista David Williams, il sassofonista Bob Berg, ed infine negli anni ‘90 Ralph Moore sempre al sax tenore. Questo album, intitolato Mosaic, presenta la band nella versione del 1992, con i membri fondatori Cedar Walton e Billy Higgins rispettivamente al piano e alla batteria, David Williams al basso e Ralph Moore al sax tenore. I musicisti, la cui classe è fuori discussione e le cui brillanti carriere dicono già tutto, danno vita ad un lavoro che è notevolissimo nella sua eccellenza. L'affiatamento  del quartetto è un vero piacere da ascoltare, sia che la band suoni una ballata classica come "My Old Flame", sia che si cimenti in un jazz-waltz come "Josephine". Gli Eastern Rebellion sono spettacolari nell’interpretazione di "I've Grown Accustomed to Her Face" (dal musical My Fair Lady) e brillanti in mezzo ai complessi intrecci di un brano difficile come Mosaic. Particolarmente degna di nota è l’interazione con la quale Walton e Moore giocano con i reciproci spunti musicali. Il primo ricama mirabilmente al pianoforte con l'immaginazione e l'arguzia per cui è famoso, elaborando abilmente le citazioni a lui care nel suo modo posato ed intelligente di creare gli accompagnamenti. Tocchi sapienti e accordi indovinati che lasciano sempre un segno distintivo. Il tenore di Moore, per parte sua, possiede un sound rotondo, profondo e nitido. Una sonorità che trasuda entusiasmo, estasiando sui brani più ritmati e risultando poi sempre passionale, misurato e commovente nelle ballate. La band è perfettamente supportata dalla ritmica di un solidissimo David Williams al basso: il musicista mette in mostra uno stile invidiabile ed una tecnica sopraffina mentre il formidabile Billy Higgins suona la sua batteria con la consueta eleganza, usando il suo genio per delineare passaggi che sembrano semplici ma che nascondono una enorme complessità ritmica. In Mosaic, oltre al bel lavoro del quartetto nel suo insieme, ogni membro trova lo spazio per esprimere la propria personalità di solista. Ed ecco allora Cedar Walton suonare magnificamente la bellissima "I'll Let You Know". Williams guida "One for Kel"  con il suo avvincente pizzicato al contrabbasso. Billy Higgins dimostra una volta di più il suo talento con le complicate poliritmie di "Shoulders". Moore profonde la sua avvolgente sonorità di sax tenore attorno ad una melodia immortale come "My One and Only Love". Questo album, e soprattutto questo gruppo jazz sono vivamente consigliati per qualità, tecnica, talento e passionalità nell’esecuzione del repertorio scelto. In conclusione sia che li si valuti come band che come solisti, gli Eastern Rebellion offrono su Mosaic e nella loro intera discografia una cifra artistica che molti altri possono solo sognare di possedere.

Str4ta - Aspects


Str4ta - Aspects

Forti di un'amicizia vecchia di oltre 40 anni,  due dei più importanti protagonisti della scena Brit-Funk si sono ritrovati per dare vita ad un nuovo progetto musicale. Il re del panorama acid jazz del Regno Unito e mondiale Jean-Paul "Bluey" Maunick e il produttore e DJ Gilles Peterson si sono dunque riuniti dopo molto tempo per pubblicare l’album di debutto, intitolato Aspects, della loro nuova creatura artistica chiamata STR4TA. L’intento, nemmeno troppo nascosto, è quello di dare nuovo smalto ad un genere musicale ultimamente un po' dimenticato, ed è per questo che Aspects si focalizza sulla scena funk britannica degli anni '80 ispirandosi ad essa e dando vita ad un disco intrigante e vivace. Il riferimento è senza dubbio quello di alcuni gruppi di quel periodo come gli Atmosfear, gli Hi-Tension o i Light of the World (di cui Bluey era, guarda caso, un membro fondatore). Aspects si estrinseca in modo autentico nello stile e nello spirito vintage operando più sul fronte dell’energia che sulla quello della produzione, che risulta essenziale e diretta. Bluey, Gilles Peterson e tutti i loro collaboratori semplicemente aprono una finestra temporale su un’epoca della quale loro stessi erano i protagonisti ed autentiche forze trascinatrici. In quel momento i due erano personaggi emergenti  del movimento underground jazz-funk, ma in seguito diventeranno grandi artefici a livello globale del neonato acid jazz. Tuttavia, ciò che è interessante è che il duo riesce contemporaneamente ad attingere a un periodo musicale caratteristico che è certamente passato, ma al contempo cattura anche le giuste vibrazioni contemporanee. Aspects non rimanda semplicemente ad un periodo ormai lontano, è molto più complesso e variegato di così. L’album è caratterizzato da ritmiche tese e secche grazie al lavoro di Richard Bull, collaboratore di Bluey fin dagli inizi dell’epopea degli Incongito, la cui programmazione risulta davvero incisiva. La title-track di apertura mette subito le cose in chiaro, disegnando una fitta rete di fraseggi di chitarra ed un feeling asciutto ma energico. Va sottolineato che in tutto il lavoro un gran merito va attribuito anche al basso elettrico sempre pulsante e fluido di Francis Hylton. "Rhythm in Your Mind" rimanda al primissimo album degli Incognito, con un groove dinamico sottolineato dall’essenzialità della parte vocale. Ritmicamente e melodicamente più inusuale è certamente "Dance Desire" che è anche sicuramente uno dei punti salienti dell’album, piena di energia ed impreziosita da un interessante gioco di tastiere. "Steppers Crusade" è un altro bel momento di Aspects, un brano che è costruito su ritmi brasiliani e molti suoni di archi sintetici, ma rimanda anche alle colonne sonore delle serie tv poliziesche. Forse ad essere una delle tracce più importanti è proprio il finale dell'album: "Vision 9". Probabilmente complice un andamento leggermente più discostato dal funk britannico e magari più orientato verso un sound fusion alla Lonnie Liston Smith, Donald Byrd o The Blackbyrds. il modo in cui il pezzo si snoda nel suo incedere strumentale è assolutamente coinvolgente. La sensazione che scaturisce in generale da queste tracce è che siano nate con grande passione e suonate con altrettanto trasporto. In tutto ciò entra in gioco di sicuro l'amore dei due leader per il genere funk /acid jazz, così come traspare evidente l’amicizia e il rispetto che Gilles e Bluey provano l'uno per l'altro. Un interplay talmente intenso da essere percepibile in ogni aspetto dell’album. Il sound della musica funky  è qualcosa di radicato del nostro passato, e che, tuttavia, è ancora vivo dentro di noi: questo è probabilmente il motivo per cui lo amiamo così tanto. Ascoltando Aspects, tutto questo è palese perché la complessità ritmica e la ricchezza strumentale che si trovano in questo genere non possono essere facilmente trovati in altri stili. Nato in piena pandemia Aspects irradia l'energia luminosa e potente che tutti desideriamo, rispecchiando in un unico album il passato e il presente. Il recupero di questo funk ruvido ed essenziale, arricchito da una intelligente ventata di modernismo, crea un effetto finale coinvolgente e gioioso. La buona riuscita di un lavoro come Aspects fa presagire qualcosa di più dell’ipotesi che ci sarà un seguito. Se un secondo album per Str4ta sia solo una supposizione o una concreta possibilità sarà solo il tempo a svelarcelo, ma in verità un po’ tutti ci speriamo.

Louis Armstrong & Duke Ellington - The Great Summit


 Louis Armstrong & Duke Ellington - The Great Summit

Nessun altro musicista ha caratterizzato la prima metà del Secolo del Jazz (il '900) più di Duke Ellington e Louis "Satchmo" Armstrong. Louis Armstrong e Duke Ellington erano (e sono) due delle più importanti e principali radici del jazz. In qualsiasi modo la si guardi, quasi tutto ciò che è venuto dopo riconduce direttamente o indirettamente a loro. Entrambi questi grandi uomini sono nati tra il XIX e il XX secolo e tutti e due si sono affermati come solisti e band leader durante la metà degli anni '20.  Duke era l'affascinante ed elegante folle genio della composizione, un Mozart nero che è riuscito ad impregnare il jazz di una raffinatezza emotiva e di un'arguzia melodica che non saranno mai superate. Louis rese popolare praticamente da solo l'arte dell'assolo, liberando il jazz dalle rigide regole dell'ensemble e dando così ai singoli musicisti la possibilità di esprimersi finalmente in modo compiuto. Inconfondibile nel suono, la presenza di Satchmo definiva fortemente ogni sessione a cui partecipava. Le ragioni sono semplici: quando Satchmo si portava la tromba alle labbra e suonava, un luminoso raggio di sole si irradiava dalla sua anima, inondando il mondo della sua luce abbagliante. Armstrong era un uomo positivo traboccante di sentimento, e la sua suprema bontà si può percepire in ogni nota che suonava ed in ogni verso che cantava. Duke Ellington è da considerare uno dei massimi compositori del '900, oltre le etichette di genere: grande è stata e rimane la sua influenza su tutte le generazioni di jazzisti venuti dopo. Quindi non dovrebbe sorprendere che la collaborazione di Duke & Louis si traduca in queste registrazioni di enorme calore e umanità. Ecco dunque uno dei più grandi accoppiamenti nella storia della cultura popolare: il jazz nella sua essenza più pura. Certo il buon Satchmo resta al centro della scena, un destino di “prima linea” che lo accompagnerà per tutta la sua carriera. E’ lui che apre l'album, dando il dovuto riconoscimento al grande Ellington, sottolineando che la musica che risuona la trovi “solo” a "Duke's Place". Duke dal canto suo fa sentire Satchmo come a casa, fornendo un accompagnamento sublimemente swing, ma di tanto in tanto emerge per mostrare a tutti la sua maestria. Pochi secondi di ascolto e non si può fare a meno di cogliere il feeling unico che ha pervaso queste preziose sessioni. Naturale che eseguire il songbook di Ellington con il maestro in persona fu uno stimolo eccezionale per Satchmo, abituato ad eseguire all'infinito i suoi più grandi successi, notte dopo notte, nei club di tutto il mondo davanti a un pubblico in adorazione. Il suo entusiasmo traspare nel suo spettacolare assolo di tromba in "Black and Tan Fantasy". Satchmo rivela anche un lato profondamente introspettivo in molte delle ballate dell'album, in particolare in "Solitude", "I got It Bad And That Ain't Good" e la rara "Azalea". Suonare con Satchmo è stato di grande ispirazione anche per il Duca, che ha composto e registrato per l’occasione "The Great American", direi opportunamente intitolato in questo modo. Queste registrazioni straordinarie contengono alcune versioni impareggiabili di molte delle canzoni famose di Ellington. Un classico jazz che non è difficile definire essenziale, l'album vola sulle note del vero genio musicale di due colossi del secolo scorso. La cosa curiosa ed in qualche misura incredibile, è che, sebbene le loro strade si fossero incrociate di tanto in tanto nel corso degli anni, nessuno era mai riuscito a portare Armstrong ed Ellington in uno studio di registrazione per realizzare un album insieme. Il 3 aprile 1961, è quindi una data storica, poiché il produttore Bob Thiele riuscì in quella che dovrebbe essere considerata una delle sue più grandi vittorie. Ha organizzato e supervisionato una sessione di sette ore e mezza allo Studio One della RCA Victor sulla East 24th Street a Manhattan, utilizzando allo scopo un sestetto che metteva insieme Duke Ellington con Louis Armstrong e i suoi All-Stars. Questo gruppo comprendeva l'ex clarinettista di Ellington Barney Bigard, il trombonista Trummy Young, il bassista Mort Herbert e il batterista Danny Barcelona. Una seconda seduta ebbe luogo nel pomeriggio del giorno successivo. Come detto la musica risultante dall'ispirata ed unica iniziativa di Thiele è inequivocabilmente eccezionale ed assolutamente essenziale. Ciò significa che tutti dovrebbero ascoltare questo album almeno una volta, e chi lo farà non si stancherà di suonarlo moltissime altre volte: questa è una delle collaborazioni più intriganti della storia del jazz. Armstrong suonò la sua tromba con autorità e dolcezza, inoltre cantò da par suo magnificamente e con la proverbiale energia positiva di cui era capace. Ellington tirò le fila del progetto ma diede anche il suo apporto al pianoforte, dimostrando una volta di più la misura, il controllo, la tecnica per quale è passato a sua volta alla storia.  La band nel suo complesso suona perfettamente nel mood,  immersa in un “interplay” di livello elevatissimo, dando luogo ad uno di quei momenti magici che accadono solo poche volte in uno studio di registrazione. A completare il quadro va detto che la qualità audio è eccellente e consente di apprezzare molto bene il sound di due artisti che, avendo sviluppato la loro carriera in un epoca tecnologicamente carente, furono in parte penalizzati da questo aspetto. Coloro che amano e rispettano Louis Armstrong e Duke Ellington e più in generale la musica jazz si godranno con immenso piacere ogni singolo momento di The Great Summit. Un album storico ed imperdibile.