Bill LaBounty – Into Something Blue


Bill LaBounty – Into Something Blue

Bill LaBounty è un personaggio schivo. Cantautore e pianista, formò nel 1969 a Nashville, Tennessee, , un gruppo chiamato Fat Chance con l’amico Steve Eaton, per poi tentare la fortuna nel 1972, trasferendosi a Los Angeles: l’esperienza fallì per futili motivi e così il gruppo si sciolse. Da qui nasce la carriera solistica di uno dei migliori cantautori della West Coast, un artista che con la sua sensibilità ed il suo talento è riuscito a scrivere pagine di musica memorabili che purtroppo non hanno avuto il successo internazionale che avrebbero meritato. Come altri musicisti dell’area californiana lo stile di LaBounty è influenzato anche dal jazz contemporaneo, che, pur essendo piuttosto sfumato nella sua musica, resta comunque uno dei punti di riferimento fondamentali. Non a caso i suoi arrangiamenti sono sempre raffinati e complessi e nei suoi lavori si respira un atmosfera di eleganza e compostezza sottolineata dalla presenza dei migliori musicisti sulla piazza, provenienti spesso dall’ambiente jazz/fusion. Bill La Bounty è un vero specialista del piano elettrico, una tastiera che nelle sue opere non manca mai, sia esso il Wurlitzer o il più popolare Fender Rhodes: insieme alla sua caratteristica voce sono questi i suoi marchi di fabbrica inconfondibili. Alcuni suoi album hanno una più marcata radice nella musica popolare americana e negli anni ’90 parte delle sue composizioni furono addirittura decisamente country, soprattutto quelle scritte per altri artisti, ma Bill è da annoverarsi tra quei cantautori che meglio identificano il sound tipico della West Coast. La scarna discografia solistica di Bill in un arco di oltre 40 anni comprende: Promised Love (1975), This Night Won’t Last Forever (1978), Rain My Life (1979, disco a dir poco splendido) Bill LaBounty (il suo capolavoro del 1982 che contiene la celeberrima Livin’ it up). Questi primi 4 album furono incisi per la Warner Bros. Nove anni dopo uscì The Right Direction (1991), e a distanza di ben 13 anni fu pubblicato Best Selection (2004) che altro non era se non un’antologia di successi. Ci vollero la bellezza di diciotto anni perché Bill LaBounty pubblicasse un lavoro inedito, il cui titolo era Back To Your Star (2009): di nuovo un album bellissimo. Nel 2011 la Rhino Records France ha fatto uscire un cofanetto con 4 CD che raccoglievano tutta la produzione di Bill con in più un sacco di inediti: il titolo era Time Starts Now. Il suono era stato ripulito e risultava decisamente più energico rispetto agli originali. Nelle lunghe pause a livello di attività solistica il nostro Bill non è rimasto tuttavia inattivo, componendo canzoni per molti artisti come ad esempio Randy Craword e collaborando con musicisti del calibro di James Taylor, Jeff Porcaro, Larry Carlton, Steve Lukater, Lenny Castro, Steve Gadd e David Sanborn. La lettura attenta delle sue canzoni, delle sue composizioni e dei suoi arrangiamenti fanno affiorare alla mente il paragone con il miglior Donald Fagen di The Nightfly o del Joe Jackson di Night And Day, ma anche con Christofer Cross, Gino Vannelli, Marc Jordan o Michael McDonald. Into Something Blue è il suo ultimo album datato 2014 ed è di questo che voglio parlarvi. Pubblicato a “soli” cinque anni dal precedente inedito è un lavoro molto interessante, un’ideale continuazione del precedente Back To You Stars, probabilmente maggiormente tinto di jazz rispetto alle ultime uscite. Comprende 11 nuove canzoni, tra cui alcune sue meravigliose composizioni ed alcune cover come Funny But I Still Love You di Ray Charles e Subterranean Homesick Blues di Bob Dylan. Nella curatissima versione CD giapponese è inclusa una bonus track intitolata Corporate Rock And Roll che però resta un rock di maniera e nulla più. Quello che dovete aspettarvi sono suoni morbidi, vellutati, arrangiamenti discreti ma concreti e raffinati, sonorità decisamente jazz, colorate spesso di sapori blues. E in più un’inedita carica di energia. E’ il sound della West Coast del terzo millennio con tutto il fascino e la piacevolezza di quello degli anni ’70 arricchita da un tocco di moderna sensibilità. Bill LaBounty è splendido alla tastiere ed i musicisti che lo accompagnano per l’occasione brillano come sono soliti fare tutti gli artisti che anche in passato hanno lavorato con il cantautore americano. Una citazione la merita Mark Douthit al sax tenore, decisamente superlativo ed ancora il famoso Larry Carlton, virtuoso della chitarra, qui presente in vari brani. Ma si sa, Bill nei suoi album utilizza i migliori musicisti disponibili sulla piazza. West-coast sound, cool modern blues, contemporary jazz sound, il tutto condito da delle liriche sempre intelligenti. Into Something Blue possiede un sound adatto alle orecchie più raffinate, perfetto per chi frequenta i territori del pop più raffinato venato di jazz e, perchè no ? per chi ama gli artisti di nicchia. Apre le danze All This Time, superba e dai suoni languidi ma ispirati, seguono e vanno segnalate soprattutto Funny But I Still Love You di Ray Charles, in stile blues, una Lover Man assai apprezzabile così come un classico di Jerry Leiber e Mike Stoller: If You Don’t Come Back. Il brano meno convincente, come forse era prevedibile, è invece la cover di Subterranean Homesick Blues di Bob Dylan. Ma va detto che un po’ tutte le canzoni hanno qualcosa da dire e racchiudono un forte impatto emozionale. L’ultimo lavoro di Bill LaBounty è un album che riserba un ascolto di grande atmosfera che consiglio a tutti coloro che amano quel certo tipo di musica a cavallo tra pop, jazz, blues, soul e West Coast. Aristocratico ed elegante è anche un bellissimo modo per accostarsi ad un grande e misconosciuto musicista che da quasi 50 anni è in grado di regalare al pubblico ottime vibrazioni e grande qualità in tutto quello che fa.

Lindsey Webster - Love Inside


Lindsey Webster - Love Inside

Circa due anni fa avevo già parlato di Lindsey Webster: oggi torno molto volentieri su di lei in occasione dell’uscita del suo ultimo album Love Inside. Giunta al quarto disco, ma ancora relativamente sconosciuta fuori dagli States, Lindsey si ripropone sul mercato discografico con l’intenzione di riuscire ad abbracciare un pubblico finalmente internazionale. La lunga ed articolata title track di questo suo recentissimo lavoro può davvero essere un buon modo per presentare, ad un ascoltatore che non la conosca, il talento di una cantante come Lindsey Webster. Un brano come Love Inside, infatti, mette in risalto i punti di forza di Lindsey: la voce e l'abilità compositiva prima di tutto ma anche la straordinaria sinergia che si è instaurata con suo marito e collaboratore musicale, il pianista e arrangiatore Keith Slattery. Eleganza, divertimento, raffinatezza: questi sono in sintesi  gli aggettivi che meglio descrivono la musica di questa cantautrice americana che è chic e morbidamente sofisticata, nel suo mix di soul e jazz. La Webster, di album in album continua a migliorarsi ed a mostrare un sempre forte interesse per l’r&b e per il soul, declinati con quello stile ricco di classe di cui sono state formidabili interpreti donne come Anita Baker, Phyllis Hyman, Angela Bofill e Angela Winbush e, perché no, la stessa Sade. La Webster attinge dalla tradizione della musica nera americana con rispetto ma senza proporre un’imitazione “artificiale” o forzatamente riverente. E’ innegabile il fatto che, pur pagando il suo tributo al classico,  la bella Lindsey possieda una sua spiccata personalità ed il suo sound, unitamente al suo materiale originale, riescano a delineare un marchio distintivo ben preciso. Canzoni come "A Love Before", "Bad Grammar", "Opportunity" e "Do not Give Up On Me", con le loro melodie orecchiabili e i ritornelli accattivanti, sono piccoli gioielli pronti per una generazione a venire, che nel ricordo delle grandi interpreti del passato, si proietta nel futuro. Siamo di fronte ad un tipo di musica soul-jazz costruita su degli arrangiamenti molto azzeccati e sempre gradevoli, che non possono far altro che indurre l’ascoltatore ad un piacevole appagamento uditivo. Certo l’alchimia è diversa da quella di altri talenti come quelli di Maysa Leak e Lalah Hathaway, ma va tenuto conto del fatto che la Webster non è afro americana, con tutto quello che ciò comporta in termini di timbrica vocale ed impatto interpretativo. In ogni caso Lidsey appare ancora più sicura e carismatica rispetto alle sue precedenti pubblicazioni, e di sicuro non mancherà di sorprendere proprio dal punto di vista vocale. Love Inside sa essere un disco vario, proponendo oltre ai pezzi più smaccatamente soul anche brani di funk jazz ben costruito, sia armonicamente che ritmicamente, come "Free To Be Me” (con ospite il chitarrista Norman Brown). Qui troviamo in risalto la batteria di Lance Comer, ma davvero notevole è anche la performance di Lidsey, intensa per virtuosismo e pathos. C’è pure l'impegno sociale nei testi, come in "Dream", ispirata al discorso del Dr. Martin Luther King del 1963, ed anche qui la brava cantante si esibisce in modo tutt’altro che banale. Lidsey Webster ribadisce tramite questo ultimo album che lei ha la gamma vocale ed il talento di cantante necessario per rivaleggiare con tutte le sue colleghe contemporanee. "One Last Time" ha delle sfumature tipicamente latine, ed è squisitamente eseguita dalla band, mentre la bella "Walk Away" mette in luce anche la bravura di Keith Slattery alle tastiere. La semplice ma inesorabilmente melodica "By My Side" è uno dei punti di forza di Love Inside. Ti cattura dalla prima battuta e non ti lascia andare fino a quando la corsa nel groove non è finita: per questo resta forte il desiderio di riascoltarla. I musicisti si esprimono tutti al massimo livello con la chitarra di DeMicco e la batteria di Marcus Finnie che meritano una menzione particolare tutta per loro. Lindsey Webster possiede quel raro mix di ingredienti che possono renderla una vera protagonista del jazz contemporaneo dei prossimi anni. Sui suoi album troviamo innanzitutto la sua bella voce ma anche l’abilità interpretativa, la capacità di scegliere il repertorio e di arrangiarlo nel migliore dei modi grazie anche al suo compagno tastierista Keith Slattery. La sua scalata creativa verso la vetta ha raggiunto un altro gradino ma non è certo arrivata al culmine delle sue potenzialità. In ogni caso Love Inside è un album molto piacevole: è confezionato con estrema eleganza e molto buon gusto e mi sento di raccomandarlo non solo agli appassionati di soul e jazz contemporaneo ma a tutti coloro che apprezzano semplicemente la buona musica.

Marcus Miller – Laid Back


Marcus Miller – Laid Back

Marcus Miller, ovvero "il basso", nel senso più alto del termine, vogliate perdonarmi il gioco di parole. Per arrivare al suo livello servono una grande mano destra, una prodigiosa mano sinistra (o viceversa), tanto cuore e al tempo stesso una mente fuori dal comune, oltre naturalmente ad un talento straordinario. A quelle vette ci sono arrivati in pochi, e tra questi c’è arrivato senza dubbio lui, il divino Marcus Miller. Il più virtuoso tra i musicisti delle quattro corde, il più funk tra gli specialisti della tecnica slap e, come è noto, il collaboratore prediletto del grande Miles Davis nell’ultima fase della carriera, senza dubbio una delle più avventurose e sperimentali della parabola del genio di Alton. Marcus il campione del mondo del basso elettrico, Marcus il vincitore di due Grammy Awards, dell’Edison Award for Lifetime Achievement in Jazz 2013, del Victorie du Jazz 2010 e nominato artista per la pace dell’Unesco 2013. Marcus Miller non è solo uno strumentista eccezionale ma è anche un fine compositore ed un produttore di gran classe. Insomma Miller è una delle figure più rappresentative della musica contemporanea. La notizia del momento riguarda l’uscita del suo nuovissimo ed ultimo album, intitolato Laid Back: un ulteriore capitolo di una carriera fantastica all’insegna della più totale ecletticità. Miller attinge alla sua conoscenza enciclopedica del jazz, del funk, del soul e dell'hip-hop per accompagnare gli ascoltatori in un viaggio che fa vedere come tutti questi generi, tutti questi stili possano conciliarsi tra di loro. Non sorprenderà a questo punto accorgersi che un album di Miller possa includere tanto le atmosfere del jazz, quanto anche qualcosa di talmente funky da ricordare la musica degli Incognito o dei Parliament. All’insegna di una duttilità e di una varietà di generi senza pari, ancora una volta Marcus regala momenti di puro intrattenimento insieme ad altri più intensi e riflessivi. Ride, Marcus Miller, alla fine di "Trip Trap", il numero dal vivo che apre l’ album Laid Black, e ne ha motivo, vista la sua bravura. Un brano che naviga nell’hip-hop contemporaneo non disdegnando nemmeno le ultime tendenze della musica Trap, innestate in un'ambientazione dai toni delle improvvisazioni jazz. Miller non fa che ribadire il motivo per cui rimane uno degli improvvisatori più creativi nel basso elettrico: Il pezzo live finisce con una strabiliante jam session tra le tastiere ed il sax, fino all’epilogo che lascia il posto agli applausi del pubblico ed alla risata di Miller. La seconda traccia di Laid Black, "Que Sera Sera, è una canzone che Marcus ha sentito nella versione cantata da Doris Day sia sul grande schermo che nella sua sit-com televisiva risalente al 1958 e continuata fino al 1973. Furono Sly and the Family Stone a realizzare la cover funkeggiante che è la strada che il bassista riprende oggi. La versione di Marcus Miller è una combinazione di funk e blues costruita attorno alla voce malinconica del cantante belga Selah Sue. Un altro bellissimo remake di Laid Back è Keep ‘em Runnin’ degli Earth, Wind & Fire: all’epoca dell’uscita dell’album All 'n All fu una vetrina per il lavoro di basso di Verdine White, uno dei fondatori di questo leggendario gruppo. Il bassista di New York trasforma la traccia in uno strano pezzo di hip-hop in cui la percussiva e brillante performance del basso è il punto focale. "Sublimity, Bunny's Dream", riprende un tema del suo progetto del 2015 intitolato Afrodeezia, un album dove ha collaborato con musicisti africani, brasiliani e caraibici per rendere omaggio agli antenati afroamericani deportati dalla madrepatria in America durante il triste periodo della tratta degli schiavi. "Sublimity" mette in campo un leggero swing con un Miller rilassato in perfetta sintonia con le percussioni in stile africano. Non mancano i numeri di puro funk jazz come 7-T’s, No Limit o Untamed nei quali, come è lecito aspettarsi, il virtuosismo di Marcus raggiunge l’apice della sua inarrivabile qualità. Ma Laid Back riserva anche momenti rilassati e romantici come la bella Preacher’s Kid o la lenta ballata Someone To love. Come sempre accade con i progetti discografici di Marcus Miller, Laid Black rivela un artista perfettamente a suo agio con le tendenze musicali del momento ed al contempo attento custode della tradizione e perciò sempre moderno ed innovativo. L’ultimo album del grande Marcus è ancora una volta un momento significativo di una carriera costellata di importanti tappe artistiche. Pur non raggiungendo le vette dei precedenti The Sun Don’t Lie, M2 o Marcus,  Laid Back è un lavoro molto interessante che mi sento di raccomandare caldamente.

Count Basic – More Than The Best


Count Basic – More Than The Best

A partire dalla fine degli anni ’80, Il fenomeno Acid Jazz ha avuto una larga diffusione in tutta Europa e ha trovato il suo punto di massimo splendore con l’avvento del decennio successivo. Anche in Austria il movimento ha avuto seguito ed il migliore esempio proveniente dalla terra della musica classica è stato un gruppo chiamato Count Basic. Nato come un progetto personale del chitarrista Peter Legat, i Count Basic hanno iniziato la loro attività musicale alla fine del 1991. Peter Legat è un musicista di grande talento che tra l’altro ha anche insegnato jazz al Conservatorio di Vienna. I Count Basic hanno sposato fin da subito le sonorità classiche dell’acid jazz, facendo del groove funk/soul spruzzato di jazz il cuore della loro musica. Il leader Peter Legat non ha disdegnato nemmeno delle puntate verso il mondo dello smooth jazz,  inserendo negli album della band degli strumentali dai toni morbidi ed orecchiabili, estremamente graditi alle radio di genere. Di fatto i Count Basic ottennero un successo quasi immediato con il singolo 'All Time High'.  Poco dopo la cantante Kelli Sae divenne una collaboratrice fissa  di Legat ed ancora oggi i Count Basic si avvalgono della sua importante presenza sia scenica che vocale. I successivi due album, intitolati Life, Think It Over e Movin’ In The Right Direction, ottennero un buon successo di pubblico e di critica a metà degli anni ’90, contribuendo a far entrare i Count Basic nel novero delle migliori band di Acid Jazz . Nel corso del tempo numerosi musicisti sono entrati e usciti dalla formazione del gruppo, tra questi Willi Langer (basso), Dieter Kolbeck (tastiere), Dirk Eichinger (batteria), Laurinho Bandeira (percussioni), Christian Radovan (trombone), Martin Fuss (sassofono tenore) e Karl Bumi Fian (tromba). Sebbene in linea generale io non sia particolarmente appassionato delle compilations o  dei greatest hits, ci sono alcuni casi nei quali ritengo possa valere la pena prenderli in considerazione. Ad esempio questo More Than the Best, mette insieme alcune delle canzoni che hanno reso i Count Basic una cult band. Ci sono i singoli di successo del gruppo, da "M.L. in the Sunshine" a "Joy + Pain", passando per "On the Move" e “Trust Your Instinct”, ma in questa eccellente raccolta di composizioni originali e cover troviamo anche ben 5 brani inediti, cosa che la rende particolarmente appetibile. Peter Legat come sempre ha scritto personalmente tutte le canzoni, tranne due e come al solito mostra una perfetta padronanza della chitarra nonché un notevole gusto compositivo. I Count Basic fanno del groove uno dei loro cavalli di battaglia, basando i loro pezzi su un ottimo impatto sonoro caratterizzato da articolate linee di basso e dalla ritmica sofiticata. Come valore aggiunto, la band può offrire un Peter Legat che fa parlare la sua chitarra con un attento uso del wah-wah e la spontanea fantasia dei suoi assoli. "Wes Who?"  è un esempio efficace di questa formula: su un classico ritmo smooth jazz è proprio la chitarra del musicista austriaco a rendersi protagonista del brano. L'apertura dell’album è riservata a "Oceans", cantata dalla dinamica Kelli Sae che con la sua voce profonda ed armonica riesce facilmente ad affascinare l'ascoltatore. La Sae ha una gamma vocale assolutamente degna di nota ed è anche un’interprete molto convincente, potente e sensibile. Non è certo un caso se si resta quasi stupiti dal suo modo di interpretare un brano come "License to Kill", che da una luce inedita ed intrigante ad una delle famose canzoni che hanno fatto da tema per i film di James Bond. E c’è da sottolineare anche l’intelligente arrangiamento di Peter Legat, in grado di offrire alla canzone una tensione emotiva e sensuale con il suo mix tra lo voce solista di Kelli Sae e gli schemi melodici dove non mancano moderni suoni di synth. Quando poi arriva il turno dei brani conosciuti come M.L. In The Sunshine o Joy + Pain ci si rende conto che anche a 20 anni di distanza mantengono un loro fascino e non hanno perso lo smalto di quando sono state pubblicate. Dicevo poco fa che Count Basic ha inserito in questa compilation ben cinque nuove canzoni, e nessuna di queste delude: il groove è rimasto quello dei tempi d’oro. Chi ha apprezzato gli Incognito, i Brand New Havies, gli Jamiroquai non può non fare altrettanto con questo gruppo austriaco dal respiro internazionale. More Than the Best è una raccolta molto interessante che unisce la retrospettiva alle novità. In ogni caso all'interno del disco non mancano precisi riferimenti allo smooth jazz, tuttavia decliinato nella sua forma più essenziale, mai eccessivamente patinata. Un album solido ed anche vario dunque, che ci offre una panoramica esaustiva sul talento di un musicista come Peter Legat, da oltre 20 anni paladino, con i suoi Count Basic, di quel groove accattivante e variopinto che siamo soliti definire acid jazz. 

Unit 3 Deep – Groove Theory


Unit 3 Deep – Groove Theory

Gli Unit 3 Deep sono una nuova band di contemporary jazz formata  dal pianista e tastierista Patrick Cooper, dal bassista David Dyson e dal batterista Duane Thomas. La formazione ha visto la luce nel 2015 ma i membri hanno precedentemente lavorato come turnisti suonando per numerosi musicisti tra i quali Walter Beasley, i Pieces of a Dream, gli Spur of the Moment, i New Kids on the Block, Rahsaan Patterson, Marion Meadows e molti altri. L’attività di supporto ad altri artisti continua anche adesso, nonostante il nuovo impegno in prima persona come solisti. Personalmente sono sempre molto interessato ai nuovi gruppi che salgono alla ribalta e gli Unit 3 Deep hanno attirato subito la mia attenzione. Groove Theory è il loro album di debutto, freschissimo di pubblicazione, dato che è disponibile dal 1 ° marzo 2018. Il gruppo ha pensato di arricchire il suo sound con la presenza di alcuni ospiti speciali: la vocalist Lori Williams, il chitarrista Alvin White, i sassofonisti Walter Beasley, Phillip "Doc" Martin e Craig Alston, il trombettista Dreandre "Re Dre" Schaifer e il percussionista Alfredo Mojica. La maggior parte del materiale è originale ed è stato composto sono dalla band, con l'eccezione di due soli brani. La musica del gruppo è focalizzata su una forma sofisticata e superiore di smooth jazz, rispetto a quest’ultimo sicuramente meno patinata e più stimolante dal punto di vista creativo. Già dopo i primi accordi del primo pezzo intitolato Friday, ci si rende conto che questa formazione possiede una precisa determinazione a spingersi in un territorio ambizioso. Si nota immediatamente il lavoro preminente del basso elettrico di David Dyson che non è affatto subordinato all’architettura complessiva dei brani ma assume un ruolo quasi dominante, mentre tutti gli arrangiamenti suonano molto più contemporanei ed articolati del classico smooth jazz. E’ particolarmente interessante il gioco di contrasti che la band riesce a creare mantenendo il  basso e la batteria su di un piano dinamico e nervoso, mentre la chitarra e le tastiere lavorano egregiamente sulla struttura armonica, spesso declinata su ritmi più rilassati. La tensione e l’emozione nascono proprio dai tempi contrastanti. Sulla notevolissima Friday c’è da notare un esuberante assolo di tromba di Schaifer che sottolinea come la natura di questo disco sia meno commerciale e più jazz oriented della media. Sus City invita l'ascoltatore ad assaporare un’affascinante incursione nei climi latini brazilian oriented: la cantante Lori Williams vocalizza in stile samba/bossa in questo che è un omaggio alla musica sudamericana in piena regola. Moving Forward è un orecchiabile brano dal tempo medio che scorre come un tranquillo ruscello di montagna in cui la melodia sembra quasi seguire il corso naturale delle acque. Il basso resta un fattore primario, ma le tastiere qui si prendono una giusta porzione d’importanza. Ain’t Nobody è la cover della famosa canzone di Rufus e Chaka Khan, pubblicata nel lontano 1983, ma ancora attuale. La canzone nella versione originale ovviamente vive della potenza selvaggia della eccezionale cantante afroamericana. Gli Unit 3 Deep filtrano il pezzo attraverso un’ottica meno sgargiante ma più riflessiva e indubbiamente più jazzata: l’alchimia sta nella capacità di scomporre quanto basta la composizione per poi rimettere insieme i tasselli con una intelligente e coraggiosa dose di innovazione. Molto bello il lavoro della chitarra di Alvin White, che peraltro si fa valere in tutto l’album. La band è in piena ricerca di una nuova strada per il cool jazz del terso millennio e quindi non c’è titolo più adatto di “In Progress”. Ritmicamente è del tutto appropriato e questo numero colpisce l’ascoltatore con il basso elettrico ed il sax che sono gli strumenti che per larghi tratti dominano la scena. In particolare sono proprio la linea del basso e l’assolo di quest’ultimo a lasciare il segno, mentre il piano acustico di  Patrick Cooper ribadisce che la barriera con la musica commerciale è stata abbondantemente superata dagli Unit 3 Deep in favore di qualcosa di più artisticamente evoluto e complesso. Groove Theory è il manifesto programmatico della band: con il basso funky slap che incarna perfettamente l'essenza del groove attorno alla batteria sincopata e sempre molto viva. Un esempio davvero perfetto di moderna fusion jazz della miglior qualità, con un cambio di atmosfera finale davvero sorprendente nel quale entra prepotentemente la chitarra elettrica. E’ un po’ come ascoltare i Return To Forever e la Mahavishnu Orchestra traslate nel 2018. I Do Not Know Why è una canzone del ’99 scritta da Jesse Harris che divenne popolare come singolo della cantante Norah Jones. Questa cover è interpretata da Lori Williams con lodevole perfezione formale. L’appartenenza del gruppo alla cerchia del miglior contemporary jazz è ribadita da un brano come So Good che ha nella tromba “davisiana” con sordina di Dreandre "Dre King" Schaifer il suo punto di forza. Il bassista David Dyson offre ancora una volta una base pulsante e vivace sulla successiva Funk Gumbo, su cui gli altri musicisti espandono il groove come meglio non si potrebbe. Il brano finale è il più lungo dell'album: It Is Not Over Yet è una lenta ballata jazzistica, carica di pathos ed atmosfere notturne e romantiche, sottolineate dagli assoli del pianoforte, del sax e da quello meraviglioso del basso fretless. Il formidabile trio Unit 3 Deep, con la collaborazione di un manipolo di validissimi musicisti, ha confezionato un album di debutto che tiene pienamente fede al titolo: la teoria del groove non sarà un assunto scientifico, ma se la bellezza della musica ha comunque un suo valore specifico, allora questo progetto riesce nell’intento di indovinarne la formula. Gli Unit 3 Deep sono una band da tenere d’occhio, il prossimo album ci dirà di più su dove possono arrivare i loro già notevoli talenti.

Ronnie Foster – Two Headed Freap



Ronnie Foster – Two Headed Freap

La Blue Note è una delle etichette più famose della storia del jazz. I critici musicali, dopo averla a lungo osannata, negli anni ’70 cambiarono completamente registro, osteggiando in modo particolare la svolta funk e soul jazz che la popolare casa discografica aveva intrapreso. Ad onor del vero in quel preciso momento storico la Blue Note stava lottando per la sua stessa sopravvivenza, alla ricerca di una nuova nicchia in grado di catturare qualche successo commerciale. Sì certo, l’epopea dell’hard bop era stata tutt’altra cosa, tuttavia, se si apprezzano anche il soul jazz ed il funk jazz e le relative contaminazioni elettriche, la produzione della Blue Note tra il 1970 ed il 1980 resta una vera miniera d’oro. Il tastierista Ronnie Foster, che era sotto contratto con la Blue Note in quel periodo, fu uno dei più validi interpreti proprio di quel jazz funk elettrico che in seguito diventerà la fondamentale fonte d’ispirazione per il movimento denominato Acid Jazz. Ronnie è di gran lunga più famoso per la sua militanza nel gruppo storico di George Benson che per la sua carriera da solista: una carriera che in effetti ha prodotto solamente otto album in quasi cinquant'anni di attività. La registrazione che segna il debutto di Ronnie Foster, datata 1972, è intitolata Two Headed Freap ed è un insieme di soul jazz funky contemporaneo, qualcosa di stilisticamente molto vicino alle colonne sonore blaxploitation tipo Shaft, Superfly, Black Dynamite o Coffy ed in ogni caso profondamente calata nella realtà musicale del periodo. Ronnie Foster peraltro è un tastierista che ha certamente tratto ispirazione da Jimmy Smith, affinandosi in un modo di suonare che è tuttavia più impegnativo e spigoloso del maestro del soul jazz. Foster mette le sue tastiere al servizio del groove e le fonde con un bel mix di chitarre wah-wah, di ritmi funk, di pulsanti bassi elettrici e tante percussioni. Tutto su Two Headed Freap profuma di groove, ogni suono è al contempo cinematografico, vivace e funky. Non essendo bop è anche vero che qui c'è poca improvvisazione reale e che forse le canzoni hanno tutte un andamento simile, ma l’alchimia funziona davvero bene, così che la musica risulta in definitiva molto attraente per gli appassionati di questo genere. Foster è un virtuoso dell’organo Hammond e Two Headed Freap è quasi un incrocio tra Sly & the Family Stone ed Emerson, Lake & Palmer. In effetti, la title track a tratti suona quasi come un estratto da Tarkus. Ma l’album è pieno di prelibatezze soul-funk, dunque oltre alla citata Two Headed Freap, troviamo "Kentucky Fried Chicken", che è basata su un accattivante riff funk, ma è anche un’autentica orgia organistica che farà la felicità degli appassionati. Molto bello anche "Chunky", brano latineggiante in grado di mettere in luce la virtuosità di Ronnie Foster all’Hammond su una struttura ritmica che potrebbe essere il manifesto del jazz funk degli anni ‘70. Il disco non disdegna qualche puntata più decisa sul soul jazz come ad esempio "Summer Song" che suona come una versione strumentale di una vecchia melodia degli O'Jays, o ancora con la cover di "Let's Stay Together" di Al Green. Ma i brani più interessanti e succosi sono quelli che cavalcano gagliardamente il funk: “Don’t Knock My Love” e “Drawing By The Sea” sono due brillanti esempi di blaxploitation music. Ascoltando canzoni di questo genere è impossibile non pensare alle acconciature afro, alle macchine vistose ed ai pantaloni a zampa d’elefante. L’affascinante e più intima “Mystic Brew” è meno palesemente groovy degli altri brani, tuttavia avrà un gran seguito dagli anni ’90 in poi, al punto da risultare uno dei campionamenti più popolari: A Tribe Called Quest, Madlib, J. Cole tra gli altri hanno attinto da questo pezzo. I puristi del jazz, in particolare coloro che amano l’hard bop dell’epoca d’oro della Blue Note, troveranno forse questa musica un po' monotona e magari fin troppo commerciale, ma i fan del funk vintage degli anni '70 da Sly Stone a Herbie Hancock troveranno Ronnie Foster e il suo Two Headed Freap molto interessante. Foster si destreggia molto bene con l’organo, dimostrando un gran talento: la musica è semplice e diretta, ma sa essere coinvolgente e anche divertente. Eravamo nel 1972 e come detto, la Blue Note stava allontanandosi dalle sue radici: un fatto  che, a mio parere, non può essere descritto come totalmente negativo. A testimonianza della bontà di quei groove, venti anni dopo queste stesse sonorità sono state ereditate dalla stragrande maggioranza dei migliori gruppi dell’Acid Jazz. In ultima analisi Ronnie Foster ci offre un saggio reale della peculiare realtà musicale in voga agli inizi degli anni '70 con dei brani ruvidi e genuini, tecnicamente ben eseguiti e pieni di energia creativa.

Shaun Martin – 7 Summers



Shaun Martin – 7 Summers

Ci sono artisti che lavorano nell’ombra per anni, producendo e supportando altri musicisti e cantanti ma senza sentire l’esigenza di esprimersi in prima persona. Uno di questi è Shaun Martin: un pianista e arrangiatore che durante la sua carriera si è impegnato nella collaborazione con personaggi come Chaka Khan, Erykah Badu, Kirk Franklin e gli Snarky Puppy, garantendo loro delle produzioni vincenti e una innegabile qualità nel prodotto finale. Tuttavia Martin ha sempre covato un desiderio recondito di arrivare un giorno ad essere il protagonista del suo stesso ingegno. Curiosamente si era dato un orizzonte di circa sette anni per arrivare al risultato di produrre finalmente un suo album da solista. E’ evidente che in sette anni possono succedere un sacco di cose, è un periodo di tempo abbastanza lungo perché si verifichi un’inevitabile e significativa crescita personale sia a livello musicale che umano. Ma alla fine, dopo aver lungamente e molto attentamente preparato il suo debutto, Shaun Martin è arrivato alla meta con un lavoro intitolato 7 Summers. Un album che ci offre una prospettiva nuova e più chiara sia sul talento dell'uomo come strumentista, sia sul suo personale viaggio attraverso questi ultimi sette anni di vita e di esperienze. 7 Summers regala una tavolozza particolare, che riflette il lavoro di Shaun Martin nel jazz, nell'hip-hop, nel gospel e financo qualche excursus nel pop e nella classica. L'album è stilisticamente vario, caratterizzato dal modo di suonare originale del pianista di Dallas sempre validamente supportato dalla sua band texana. Si tratta di un approccio "collettivo", dove numerosi collaboratori abituali prendono parte al progetto: tra questi Nikki Ross, Claudia Melton, Adrian Hulet, Mark Letierri e Geno Young. Ognuno di questi ospiti porta un sapore peculiare e distintivo al mix complessivo, dando all'album un ulteriore senso di collegialità. Anche le canzoni sono come raggruppate in sezioni stilistiche che sembrano seguire il percorso musicale e personale di Martin. Dopo "Introduction", in cui il pianista fa una sorta di riassunto recitato del disco innestandolo su un inebriante groove che stuzzica le aspettative dell’ascoltatore, ecco che arrivano le tracce strumentali che mostrano la sua impressionante musicalità. Ad esempio il festoso "One Big Party", nel quale Martin dimostra di non prendersi troppo sul serio e sa intendere la musica come un affare giocoso e scanzonato. Oppure “Madiba” che innesta il funk su una architettura soul, con robuste percussioni, fiati roboanti e grandi assoli. "The Yellow Jacket", è un pezzo che reca alcuni tratti dello stile degli Snarky Puppy, mentre Martin mostra di aver assorbito la lezione di Keith Jarrett personalizzata dal suo tocco leggero e dalla sua sensibilità pop. "Lotus" è invece una bossa nova ritmicamente canonica che precede come tale fino a quando Martin mette mano al suo Rhodes, incantando con un assolo favoloso presto commutato in un altrettanto notevole intervento al piano acustico. Il brano cambia anche il registro ritmico diventando una sorta di ibrido tra fusion e latina dove anche i fiati si fanno sentire sul finale all’interno di un arrangiamento complessivo davvero splendido. Il secondo gruppo di brani segna un cambiamento di stile e l'aggiunta del cantato. "Have Your Chance at Love" fa davvero pensare ad un tema cinematografico e di certo è una transizione piuttosto stridente rispetto alla precedente "Lotus", ma una volta che ci si abitua alla nuova atmosfera, con la parte vocale di Nikki Ross a farla da padrona, la bellezza della canzone traspare, anche se forse con un eccesso di romanticismo. "Love, Do not Let Me Down" ha un'atmosfera più dark ma non meno romantica. Le intense armonie vocali di Claudia Melton riempiono gli altoparlanti con grazia, in un brano che si può definire neo soul. “Lone Gone” è un intermezzo non particolarmente riuscito e, pur essendo una bella canzone d’amore, è sin troppo pop per il contesto dell’album. 7 Summers si chiude con gli ultimi tre brani: uno di puro jazz intitolato “The Torrent”, dove Shaun Martin mette in mostra tutto il suo talento di compositore e di pianista. Un altro a cavallo tra soul, hip hop e smooth jazz minimalista dal titolo "All In A Day's Work". Qui Shaun ritorna a volare sui tasti del piano elettrico riempiendo l’atmosfera di vibrazioni positive e accordi accattivanti. In ultimo un pezzo quasi classico come "Closing Credits (Requiem For Carolyn)" Martin ci da un saggio finale della sua grande versatilità: lui è uno di quegli artisti capaci di spaziare tra i generi più diversi con grande leggerezza ma sempre con estrema competenza. Molti musicisti sognano di pubblicare un album da solista, ma spesso non è così facile come sembra e tante volte i risultati non sono nemmeno quelli sperati. Ma i talenti come Shaun Martin si dedicano con tutta la passione possibile al loro lavoro, perseverano e fanno il possibile per realizzare opere che siano la migliore espressione della loro arte. 7 Summers è esattamente questo: fornisce uno spaccato meraviglioso del talento musicale di Shaun Martin e anche una sua visione del mondo come essere umano. Vario e colorato, intenso e profondo ma anche leggero, è un lavoro molto interessante che spinge a desiderare che non ci vogliano altri sette anni per poter ascoltare un nuovo capitolo della storia.

The Headhunters – Survival Of The Fittest


The Headhunters – Survival Of The Fittest

Herbie Hancock è uno dei più rappresentativi musicisti del jazz contemporaneo. Uno dei momenti più significativi della sua carriera fu la svolta jazz funk, alla quale il grande pianista diede forma e corpo anche attraverso la collaborazione con i musicisti del suo gruppo, gli Headhunters. Ma gli stessi Headhunters, dopo aver garantito un grande successo al mitico Hancock, nel 1975 continuarono la loro carriera pubblicando il loro primo album da solisti. Un album, prodotto dallo stesso Hancock ma senza la sua partecipazione diretta in veste di tastierista, nel quale la line-up della band presenta la stessa formidabile formazione presente sull’album Thrust: Mike Clark alla batteria, Paul Jackson al basso, Bill Summers alle percussioni e Bennie Maupin su ogni tipo di ancia, oltre all’aggiunta del nuovo arrivato, il chitarrista DeWayne "Blackbird" McKnight. McKnight era già stato in tour con Herbie Hancock in precedenza ed era presente negli album Man-Child e Flood. Ci sono inoltre alcuni ospiti: altri tre percussionisti (Zak Diouf, Baba Duru Oshun e Harvey Mason Sr., quest'ultimo era stato il primo batterista degli Headhunters) e il flautista/sassofonista Joyce Jackson. L’assenza di Hancock, nel suo insostituibile ruolo di leader, potrebbe indurre qualche ascoltatore ad una errata valutazione in merito alla qualità del risultato finale ottenuto dagli Headhunters. In realtà anche senza di lui il gruppo ha lavorato molto bene ed infatti Survival of the Fittest è un ottimo album: è uno degli ultimi esempi di quel jazz funk cosmico che tanto era in voga attorno alla metà degli anni ‘70. All’ascolto risulta evidente una fantastica intesa tra tutti i musicisti, specialmente per quanto concerne la sezione ritmica formata da Jackson, Clark e Summers: un formidabile trio di artisti che può affrontare qualsiasi difficoltà muovendosi agile e preciso dentro le architetture complesse orchestrate dalla band. La prima traccia, "God Make Me Funky", segna il debutto di Jackson come cantante solista, un ruolo che purtroppo non riprenderà spesso in seguito. Il suo modo di cantare non è particolarmente sofisticato  ma rende omaggio alla tradizione blues con grande autencità, non a caso, alla fine della canzone, la sua voce ricorda abbastanza quella di Ray Charles. Si tratta di un pezzo funky (l'inizio rimanda molto da vicino al loro precedente "Palm Grease"), nel quale le voci di sottofondo sono quelle delle Pointer Sisters. Da segnalare l’intenso, quasi frenetico assolo di Bennie Maupin che a tratti sconfina nell'atonale. "Mugic" suona inizialmente come la versione funk di "Watermelon Man", e si rivela essere una vetrina per i vari strumenti a percussione di Bill Summers. "Here and Now" è un brano enigmatico che si sviluppa in un groove cosmico, dove Bennie Maupin offre un altro eccellente assolo, accompagnato dai suoni eterei della chitarra. "Daffy's Dance" si mantiene su un tenore simile e pur differenziandosi ritmicamente può vantare una melodia piuttosto divertente. "Rima" è un altro pezzo che dimostra la versatilità dell’offerta musicale degli Headhunters: la chitarra di McKnight funge da sostituto per le tastiere e produce una miriade di suoni bizzarri. Il sax contralto di Joyce Jackson caricato di effetti echo è una valida controparte per il clarinetto basso di Maupin. Summers aggiunge il suo tocco di eteree percussioni in questo pezzo dal tono sommesso. L'ultima traccia, "If You've Got It, You'll Get It", ritorna sugli usuali territori funk, caratterizzati da un bel riff di basso doppiato dal clarinetto basso di Maupin e con un coro in sottofondo: questa volta la chitarra di McKnight entra in gioco in veste di solista. Survival of the Fittest è un album che mantiene costantemente alto il livello di attenzione ed offre l’opportunità di ascoltare le esibizioni di un gruppo di eccellenti solisti. È interessante notare la scelta che fu operata dalla band, decidendo di non sostituire Herbie Hancock con un altro tastierista, optando invece per il giovane chitarrista Blackbyrd McKnight. Blackbyrd è un chitarrista molto originale, un solista pirotecnico che combina il flash rock, la complessità del jazz e i ritmi funky a qualsiasi progetto a cui partecipi. McKnight è una sorta di sintesi tra Steve Vai, Jimi Hendrix e Wah Wah Watson e dopo l’esperienza con gli Headhunters, ha collaborato con molti gruppi tra cui i Parliament di George Clinton e più recentemente i The Red Hot Chili Peppers. Nel complesso Survival Of The Fittest è un intricato e solido progetto di jazz funk che a tratti si spinge verso la fusion. Gli Headhunters possono essere accostati ai The Meters e The JB’s Horns se li si analizza per la loro vena jazz funk, ma per contro sono portatori di una maggiore e meglio definita affinità con il jazz. Si avvalevano di uno straordinario batterista come Mike Clark, in grado di trascinare il funk in territorio jazzistico con uno stile in cui il ritmo cambia continuamente e si sposta in direzioni imprevedibili. Bisogna poi sottolineare che quando, come in questo album, si entra in una sorta  di spirale elettro-jazz-funk, solo il grande Bennie Maupin può eguagliare le bellissime orchestrazioni di Herbie Hancock. In definitiva se siete stati dei fan del lavoro degli Headhunters con il grande Herbie, probabilmente apprezzerete molto anche il loro primo tentativo (riuscito) di andare avanti senza di lui.

Nicola Conte - Natural


Nicola Conte - Natural

Nicola Conte è un personaggio fondamentale nel panorama musicale italiano degli ultimi 20 anni. Ho già parlato di lui quando ho scritto del suo capolavoro Other Directions, e voglio tornare sulla sua musica con un altro album molto interessante del 2016 intitolato Natural. Conte è un musicista di formazione classica, un poli-strumentista ed un arrangiatore di grandissima classe. Nel contesto internazionale è noto soprattutto come DJ e produttore, ma il suo valore trascende questi ruoli e lo colloca tra le figure di rilievo della scena nazionale ed internazionale. E’ risaputo ed è evidente che le sue grandi passioni e le principali fonti d’ispirazione che animano il suo lavoro sono la bossa nova, il jazz, l’acid jazz, le colonne sonore dei film italiani degli anni ’60 e ’70 fino ad arrivare anche alla lounge music. Anche Natural è mosso dalle medesime sonorità, sapientemente miscelate; in questo caso arricchite dalla collaborazione con la cantante Stefania Dipierro. Nicola Conte ha lavorato per la prima volta con la cantautrice Stefania Dipierro nell’ambito del mitico collettivo musicale, attivo negli anni '90, chiamato Fez di cui Conte fu il fondatore e deus ex machina per molto tempo. Quando il gruppo del Fez si sciolse, la Dipierro mise la sua ricca e colorata voce al servizio di altri progetti, mentre Conte pubblicò una serie di lavori di acid-jazz che divennero presto dei veri e propri cult in tutta Europa. Natural riunisce quindi, dopo 15 anni il Nicola Conte chitarrista, compositore e produttore affermato, con la Dipierro in veste di cantautrice e vocalist meno popolare ma talentuosa, in una raccolta di originali, classici del jazz e brani prelevati dal repertorio della bossa brasiliana. L’album si avvale della presenza di alcuni dei migliori musicisti jazz italiani, in particolare il trombettista Fabrizio Bosso e Gaetano Partipilo al sax alto e flauto. Le sonorità di Natural dispensano il caldo e passionale groove della miglior musica brasiliana filtrato attraverso la sensibilità del jazz contemporaneo, con quel gusto unico e modernissimo che il maestro Conte è così bravo ad arrangiare. La voce di Stefania Dipierro è elegante, misurata: intrigante e sensuale eppure potente e limpidissima: lei è un personaggio di nicchia ma meriterebbe certamente una maggior fama. La vocalità della cantautrice barese suggerisce diversi punti di riferimento familiari agli ascoltatori più attenti: ad esempio evoca la classica bossa nova di Astrud Gilberto in "Sofltly As In A Morning Sunrise" o ancora in "Caminhos Cruzados" di Antonio Carlos Jobim. "Ainda Mais Amor" ci rammenta Bebel Gilberto (figlia di Joao Gilberto) su un tappeto strumentale dalle sonorità affini a quelle dei pionieri della fusion brasiliana, gli Azymuth. Stefania fa venire in mente anche le atmosfere di Sade, sia quando accarezza e rimodella la melodia di "Open The Door", sia nel modo in cui si esprime nell’originale di Conte "I Feel the Sun On Me". Per non parlare di “Natural” il brano che da il titolo all’intero album: la canzone parte da un progetto ritmico simile a quello di "Keep Looking" della famosa cantante afro-londinese, pur mantenendo una sua originalità dettata anche dal forte sapore carioca. La tromba di Bosso qui entra in campo con la sua sonorità delicata, sfumata e vivace. L’arrangiamento di Conte di "Meaning Of Love" composta da Steve Kuhn, ci regala una bossa sensuale sulla quale Fabrizio Bosso da un altro saggio di bravura ricamando contrappunti meravigliosi con la sua tromba. E la voce calda della Dipierro fa sognare le assolate spiagge di Rio e i panorami più amati del Brasile. Morbida come un’alba sull’oceano, "Que Maravilha" è la dimostrazione di una perfetta interpretazione dello spirito della bossa nova: la bossa di Bari che non ha nulla da invidiare a quella originale. Inutile sottolineare che la tromba di Bosso è ancora una volta spettacolare. Il sipario si chiude con "Joia", che altro non è se non una riproposizione di un brano della tradizione brasiliana di Airto Moreira e Flora Purim: la Dipierro e le percussioni senza ulteriori strumenti sono i protagonisti di questo inusuale pezzo di musica etnica. Ogni momento di questo album è una piccola gemma e qualsiasi descrizione, così come tutte le spiegazioni possibili, non rendono davvero giustizia alla poesia musicale di Natural. C’è della musica che ti interessa e poi c’è altra musica che ti cattura e non ti lascia più andare. Nicola Conte e la brava Stefania Dipierro semplicemente ti ammalieranno e sarà difficile staccarsene. La sensibilità del maestro Conte è straordinaria: che si tratti di suoi pezzi originali o di arrangiamenti di canzoni di altri compositori il risultato non cambia e la qualità dei suoi progetti musicali resta sempre altissima. Stefania Dipierro sarà per tutti una bellissima scoperta, la sua voce è speciale. La miglior produzione italiana alberga da queste parti, non c'è dubbio. E poi in fondo, come diceva il grande Antonio Carlos Jobim, bisogna tenere a mente: “Que isto é bossa nova, que isto é muito natural”

Justice System – Rooftop Soundcheck


Justice System – Rooftop Soundcheck

Non amo particolarmente ne il rap ne l’hip hop. E di conseguenza non mi piace parlarne, anche per via della mia quasi totale ignoranza in materia. Tuttavia ci sono stati dei gruppi che hanno stuzzicato il mio interesse: erano quei collettivi musicali che provenivano dal circuito hip hop e che sono riusciti a produrre del buon materiale, inventando uno stile che qualcuno ha definito anche jazz rap. I Roots, Guru, ed i Justice System sono i nomi di alcuni di questi. Vorrei parlare in particolare dei Justice System, che furono probabilmente una delle band hip hop più innovative emerse sulla scena musicale dei primi anni '90. Venivano dal Bronx (New York) cioè il luogo che è stato un po’ la culla di questo controverso ed originale genere. Il tentativo da loro messo in atto era quello di cercare di mescolare le proverbiali cascate di parole in rima con dei groove di matrice jazz funk e delle melodie vicine al jazz. I Justice System sono stati spesso paragonati ai Roots: un accostamento che ha avuto su di loro un impatto che può essere considerato al tempo stesso positivo e negativo. Il parallelismo con i Roots infatti ci può stare, ma solo parzialmente: nei Justice System, a mio parere, la qualità degli arrangiamenti e l’abbinamento del rap con le orchestrazioni fatte di veri strumenti sono nettamente superiori all'approccio più essenziale dei loro contemporanei di Philadelphia. Va sottolineato che i Justice System avevano un loro sound peculiare e possono essere considerati a pieno titolo dei veri innovatori dell’hip hop. Il loro debutto del 1994, intitolato "Rooftop Soundcheck" ci consegna un collettivo giovane e se vogliamo anche visionario, in grado di produrre un sound molto originale, corroborato da una produzione molto curata e da una notevole quantità di materiale. Ciò che propongono  i Justice System su "Rooftop Soundcheck" è in egual misura un pò jazzy e un po’ funky: ci sono i groove ritmici che tendono verso il lato del funk e poi ci sono le parti strumentali che hanno un tenore più vicino al jazz. La strumentazione ha un suono molto più corposo e coreografico della maggior parte dell’hip hop che ho avuto modo di ascoltare. Il motore di questo progetto è alimentato dalle solide linee di basso e  dalla energica batteria di Coz Boogie e Eric G mentre la musica è fluida e vivace, caratterizzata da un nitido lavoro di rifinitura effettuato in studio di registrazione. So che alcuni hanno criticato questo album proprio per un presunto eccesso nell’intervento della produzione. Io trovo che il sound del gruppo, così ben bilanciato e raffinato, sia invece un punto di forza: ciascuno degli strumenti e ogni elemento sonoro è chiaramente distinguibile, a tutto vantaggio della godibilità. Ciò che quasi sempre manca nella maggioranza delle produzioni rap e hip hop. Di sicuro un altro degli artefici principali dell’ottimo impatto sonoro dei Justice System è il chitarrista C-Roc che funge da collante per ogni brano con le sue ricche frasi funky, e poi non va dimenticato l'inestimabile lavoro di Mo 'Betta Al che si mette in evidenza sia al sax tenore che al piano elettrico Rhodes. Se anche individualmente ì Justice System sono composti da alcuni musicisti di grandissimo talento, è giusto sottolineare come sia il collettivo a determinare la straordinarietà del loro lavoro. Rooftop  Soundcheck denota un’invidiabile omogeneità qualitativa ed una rimarchevole fluidità di contenuti, una cosa che raramente si trova in una band di hip hop. Da questo punto di vista sono proprio i lunghi intervalli strumentali, così come il groove che corre lungo tutto l’album a  fornire gli spunti salienti nonché il maggior motivo d’interesse. Rooftop Soundcheck è esaltato dal suo stesso suono e dai suoi arrangiamenti, mentre il gruppo dimostra una grande versatilità, esplorando una vasta gamma atmosfere e di stati d'animo. Sono numerosi i brani degni di nota: da "Just Because" a "Soulstyle" da “Due Our Time” a “Summer In The City” la musica è tutta un fermento creativo urbano e contemporaneo in cui gli echi dei quartieri storici di New York si alternano a quelli dei fumosi jazz club. E’ una passeggiata sonora tra il fiume Hudson ed il Bronx, tra il Queens ed Harlem con il sottofondo dei vecchi grandi del jazz come Coltrane, Gillespie e Thelonius Monk, sul quale si innestano le parole in libertà del rap. Folex e Jahbaz celebrano la pura potenza della musica sottolineandola con la loro valanga poetica, animati da uno spirito artistico che li pone in un parallelismo ideale con i cantanti scat dei decenni passati. "Rooftop Soundcheck" è stato ripubblicato in digitale come "Sounds of the Rooftop", che è forse un titolo ancora più azzeccato: le calde ed energiche vibrazioni che scaturiscono dal suo ascolto sono un perfetto viatico per apprezzare anche un genere come l’hip hop, che altrimenti può risultare fin troppo piatto e ripetitivo. Sono i suoni di New York, una città  culturalmente ricchissima ed in continuo fermento. Agli inizi degli anni ’90 i Justice System introdussero un modo nuovo ed intelligente per rivitalizzare il jazz continuando ad esplorare le possibilità del rap in piena libertà. Anche a quasi vent’anni dalla sua pubblicazione questo album è perfettamente godibile e dimostra di essere invecchiato molto bene.

Stanley Jordan – Magic Touch


Stanley Jordan – Magic Touch

L’avvento del chitarrista Stanley Jordan sulla ribalta musicale dei primi anni '80 ha immediatamente allertato la critica ed il pubblico creando grande interesse intorno al giovane talento fin dall’uscita del primo album Touch Sensitive nel 1982. Il virtuoso chitarrista di Chicago si guadagnò in breve tempo una meritata fama nel mondo del jazz ed un buon seguito tra gli appassionati. Dato che Stanley inventò un modo nuovo e rivoluzionario di suonare le sei corde è abbastanza normale che il fatto non passasse inosservato. La tecnica alla base del mirabolante modo di interpretare lo strumento da parte di Jordan è quella del tapping. Il tapping consiste nell'utilizzare la mano ritmica (destra per i destrimani, sinistra per i mancini) per suonare delle note (note legate) direttamente sulla tastiera, generalmente usata per suonare intervalli molto larghi, altrimenti molto difficili da eseguire. La versione più virtuosistica è il tapping a otto dita, che consiste appunto nell'usare tutte e quattro le dita della mano destra, combinandole ovviamente con le quattro della mano sinistra. Ed è esattamente questa quella sulla quale il formidabile Stanley Jordan si è specializzato. Sebbene non sia stato il primo a usare questo metodo, il chitarrista è stato però un pioniere nel suonare due linee melodiche completamente indipendenti sul suo strumento (come se fosse una tastiera) o, addirittura, due chitarre alla volta. Inizialmente studiò il pianoforte, ma passò alla chitarra all’età di 11 anni. Dopo essersi laureato a Princeton nel 1981, Jordan si esibì per un breve periodo in giro per le strade di New York. Ben presto attirò l’attenzione degli addetti ai lavori ed ebbe così l'opportunità di suonare con Benny Carter e Dizzy Gillespie. Dopo aver registrato un primo album come solista per l’etichetta Tangent, firmò un contratto con la Blue Note. Magic Touch, questo è il titolo del secondo disco di Stanley Jordan: il lavoro discografico che vedrà la consacrazione del chitarrista e della sua peculiare tecnica di tapping. Grazie anche ad un repertorio molto variegato ed eterogeneo, l’album ci fa capire quanto sia rivoluzionario l'approccio di Jordan allo strumento: un talento così grande da consentirgli di accedere a possibilità musicali che sono semplicemente fuori dalla portata di altri chitarristi. Nelle sue mani la chitarra raggiunge un livello di auto-accompagnamento precedentemente conosciuto solo da chi suona il pianoforte. Fortunatamente Jordan mette a frutto il suo incredibile talento facendo buona musica. E c’è un'area in particolare in cui Jordan eccelle davvero in modo unico: è la reinterpretazione del materiale pop moderno. La sua versione di "Eleanor Rigby" dei Beatles, ad esempio, accompagnata solo dalle sottili percussioni di Sammy Figueroa, è leggera e vaporosa ma esalta al contempo il lato più giocoso della melodia. Altrettanto impressionante è la cover di "The Lady in My Life" di Michael Jackson, della quale il chitarrista dà una lettura morbida e sensuale. Ma il bravo Stanley non si concentra solo sui classici del pop. Jordan dimostra di non trascurare affatto il mondo del jazz, proponendo delle deliziose versioni di "Freddie Freeloader", "Round Midnight" e "A Child Is Born". Magic Touch non è un disco per sola chitarra ed infatti Jordan è accompagnato in alcuni brani da alcuni musicisti esperti come  i batteristi Omar Hakim e Peter Erskine: gente che ovviamente suona benissimo. Però nell’estetica musicale di Stanley non importa quanto siano validi i collaboratori e quanto siano interessanti le esibizioni di gruppo. Tutto è concentrato sulla scioccante polifonia del formidabile chitarrista. È in quella sottile alchimia, fatta di abili dita che volano sul manico della chitarra creando intrecci impossibili ed arditi che si gioca la magia di questo disco e in ultima analisi la musica di Stanley Jordan. Da quelle sottili e delicate trame, tutte appese ad un talento cristallino, che fa della chitarra un’estensione fisica del corpo e della mente, prende davvero vita un album come Magic Touch. Qui non troverete assoli roboanti e nemmeno chitarre arricchite da effetti speciali, ma soltanto la più pura e pulita espressione di uno strumento a corde che Stanley Jordan plasma e comanda con le sue mani tra eteree architetture sonore e garbate improvvisazioni. Gli album che seguiranno non hanno forse mantenuto completamente le premesse mostrate nelle prime due registrazioni ed in particolare in questo Magic Touch.  Ma il chitarrista ha certamente in sè qualcosa di veramente speciale e non a caso è un musicista che si esprime al suo meglio nei concerti dal vivo, dove è più facile apprezzare fino in fondo tutto il suo talento. Resta il fatto che questo disco di Stanley Jordan è diventato un classico ed è in qualche misura un punto di svolta fondamentale nella storia della chitarra jazz moderna. Se siete appassionati del suono della chitarra elettrica e non avete mai ascoltato questo artista, per certi versi unico, vi consiglio di partire da Magic Touch e farvi sedurre dalle sue suggestioni.

Jimmy Ponder – Illusions


Jimmy Ponder – Illusions

Jimmy Ponder: un nome che ai più risulterà praticamente sconosciuto. In realtà lui è uno dei tanti chitarristi che hanno animato la scena del jazz e del jazz funk fin dai primi anni '70, focalizzandosi in particolare su quello stile musicale di crossover che fu la caratteristica peculiare di quel periodo storico. Al pari di altri musicisti molto più famosi di lui, come Wes Montgomery, George Benson, Grant Green o Boogaloo Joe James, Ponder ha certamente tratto dalle sue registrazioni una fonte di reddito importante ma anche e soprattutto un mezzo fondamentale per mettersi in mostra. Tuttavia, forte di un talento non comune e di una visione artistica genuina, ha dovuto lottare con i produttori discografici per ottenere un minimo di licenza creativa da applicare alle sue opere. E’ noto che esiste un profondo conflitto di interessi nelle dinamiche della produzione discografica che è in grado, a volte, di modellare il prodotto finale. Se l'obiettivo diventa la pubblicazione di un album di successo difficilmente il risultato sarà di valore. Quando invece si punta verso un processo creativo scevro da interessi commerciali sarà più facile arrivare a qualcosa di musicalmente interessante. Nel caso di Ponder, pur esistendo numerosi precedenti che rappresentavano dei modelli di successo, il chitarrista non arrivò mai ad una vera notorietà, anche se Jimmy registrò con etichette di prim’ordine come la ABC Impulse e la Milestone. I due album di Ponder per la Impulse, Illusions (1976) e White Room (1977) sono fortemente influenzati dal funk, e presentano sia brani originali che cover di canzoni popolari. Per quanto mi piaccia molto il soul  jazz ed il jazz funk della fine degli anni '70, posso dire che in questo ambito non sono certo mancate le delusioni. Persino alcuni degli artisti più talentuosi e di buon gusto hanno offerto prove tutt’altro che felici nel tentativo maldestro di piegare la loro inclinazione naturale verso la ricerca di un successo commerciale. L’album “Illusions” sembra inizialmente orientarsi verso questa tendenza. Invece, con un ascolto ripetuto ed attento, mi ha fatto ricredere ed infine la magia della chitarra di questo oscuro musicista mi ha convinto e definitivamente conquistato. Ron Carter, il veterano bassista jazz, già membro del quintetto di Miles Davis della metà degli anni '60, è un importante presenza su Illusions, in grado  di donare una sensibilità jazz più tradizionale ai brani che sono fondamentalmente influenzati dal funk e dal jazz latino. Un bellissimo esempio di questa collaborazione viene dalla ballata "Jennifer" dove Carter e Ponder utilizzano il puro e semplice suono acustico, senza effetti elettronici. Il pezzo ha una durata di nove minuti, e presenta un lungo assolo di Ponder, che riesce a giocare con la melodia improvvisando anche con le ottave. L’album inizia con Funky Butt, un numero soul jazz in cui Ponder indugia sull’uso del wah wah e si avvale di un arrangiamento ricco di archi che rammentano le produzioni della CTI e del Philly Sound. I giochi si fanno più interessanti con la successiva "Energy III" che è costruita su di un ritmo complesso ed eccitante, in pieno stile fusion, il quale si rivela un ottimo veicolo per gli assoli della chitarra e delle tastiere. Probabilmente il pezzo che colpisce di più è la cover di un successo dei Miracles: Do It Baby è resa con un sound jazz funk molto accattivante che ricorda George Benson e mette in evidenza tutta la bravura e l’ecletticità di Jimmy Ponder. Interessante anche Illusions che è una bossa brasilianeggiante tutta incentrata sulla perizia tecnica di Ponder, il quale illumina la scena con una performance equilibrata e di gran classe. L'ultima canzone, "Sabado Sombrero", è un brano che si stacca un po’ dal resto dell’album. Per cominciare è acustica ed è tutta giocata sui tenui colori latineggianti dettati dalle percussioni e dal basso di Ron Carter. Si tratta di un originale dello stesso Carter, che qui si esibisce sostanzialmente in un duo con il chitarrista. La canzone è lenta, con elementi di musica spagnola e brasiliana che si mescolano al blues americano. Spogliato delle tastiere, della batteria e dei fiati, Ponder mostra tutta la sua forza tesa quasi ad impersonare un sorta di mini orchestra condensata nella sua chitarra, spostandosi con disinvoltura tra accordi, ottave e linee melodiche, ma mantenendo un solido controllo dell’atmosfera del pezzo. D’altra parte la capacità di Ponder di rivestire simultaneamente i ruoli di vari strumenti anche quando suonava da solo, è di fatto la chiave del suo talento di chitarrista. Le tastiere presenti nell’album sono firmate da uno dei miei pianisti preferiti, ovvero Ronnie Foster, che non a caso più avanti diventerà un collaboratore irrinunciabile di George Benson. All’apparenza Illusions sembra suonare come un classico album degli anni ’70, legato al jazz funk ed al soul, con i suoi speciali effetti di chitarra ed i ritmi colorati di latino. Ascoltandolo con attenzione però si può trovare di più: un diversificato composito di stili che include il jazz tradizionale, il rock e il pop , mixati in modo impeccabile e sempre piacevole. Jimmy Ponder merita sicuramente maggiori riconoscimenti ed è a mio parere, una valida alternativa ai “soliti noti” della chitarra jazz funk.

Grover Washington, Jr. - “A House Full of Love: Music from The Cosby Show”


Grover Washington, Jr. - “A House Full of Love: Music from The Cosby Show”

Grover Washington, Jr. è uno dei miei musicisti preferiti: ho sempre amato la sua musica ed il suo stile come sassofonista. Anche se non tutti gli album della sua discografia sono totalmente riusciti, nutro un grandissimo rispetto per lui. Oggi mi voglio occupare di una delle sue registrazioni più rare e sconosciute: la colonna sonora de “I Robinson”. Ero a conoscenza da molto tempo del fatto che Grover fosse la voce strumentale del Bill Cosby Show (come viene chiamato negli Stati Uniti) e ricordo di aver pensato più di una volta che i frammenti di funk jazz e ovviamente le sigle di apertura e chiusura che si potevano carpire durante gli spettacoli tv erano tutt’altro che disprezzabili. Detto questo non avevo grandi aspettative riguardo ad un intero album incentrato su di un tv show come quello del popolare comico afro americano. Niente di più sbagliato. “A House Full of Love: Music from The Cosby Show” non è solo una raccolta passabile, è un album davvero convincente, anche migliore di alcune discutibili uscite precedenti di Washington (come ad esempio quelle del periodo con la CTI Records). Registrato nel 1986, si può dire che il disco coglie il sassofonista in quello che è stato il momento più felice della sua carriera, quando era al picco della vena creativa. Certo una buona base di partenza è dettata dalla band di supporto, formata da un manipolo di musicisti di levatura stellare, da tempo nell’orbita del popolare sassofonista di Philadelphia: Richard Tee, Wah Wah Watson, Marcus Miller, Steve Gadd o i fratelli Brecker sono la garanzia certa che quello che ascolterete sarà inevitabilmente un prodotto professionalmente ineccepibile e creativamente interessante. Lo stile è quello usualmente frequentato da Grover Washington, un jazz funk con qualche venatura blues e pop, che tuttavia si mantiene ben lontano da pericolose derive commerciali. Le composizioni sono in parte diverse da quello che ci potrebbe aspettare: sono ritmicamente sufficientemente ardite e al contempo interessanti, varie e piacevoli. Grover e Bill erano entrambe nativi di Philadelphia e la lunga amicizia che li ha legati deve aver in qualche misura influito positivamente sulla buona qualità delle canzoni.  Queste ultime sono quasi tutte composte dallo stesso Bill Cosby, perlopiù con la collaborazione del tastierista e produttore del progetto Stu Gardner. La maggior parte del contenuto di questo album riporta immediatamente, in modo evocativamente diretto, allo show televisivo di Cosby. Ma questa non è esattamente la colonna sonora ufficiale e se anche si riconoscono le melodie che hanno caratterizzato lo spettacolo, come il potente funk "Resthatherian", ci si rende conto che qui suona tutto più grintoso, pur rimanendo familiare. Il groove è ben presente e radicato, essendo nel dna di Grover Washington e dei suoi musicisti. Ci sono anche i brani lenti come "Camille", "Clair (Phylicia)" e "Outstretched Hands (Gloria)" che sono simili a come suonavano in quei brevi momenti dove sottolineavano stati d’animo o situazioni particolari della trasmissione. Da questo punto di vista sono probabilmente i più riconoscibili e, va detto, sono bellissimi proprio grazie alla timbrica del sax di Grover. Possiamo ascoltare la voce quasi rappante di Cosby punteggiare "Love In It's Proper Place", con il suo peculiare stile narrativo comico,  nel contesto di un'altra eccellente jam session di funk dove è un piacere ascoltare gli strepitosi interventi di Washington. I brani dove la musica dell’album è più vicina a quella dei lavori discografici di Grover come solista tuttavia non mancano. Ad esempio "Poppin" o "The Huxtable Kids", ci mostrano proprio quello stile funk jazz degli anni '80 dell’epoca di Winelight, Come Morning o Inside Moves.  Il brano più bello è però, probabilmente, "Kitchen Jazz" (ascoltato nella prima scena dell'episodio pilota dello show): un numero in pieno stile da big band che profuma di retrò, ma sa anche regalare un tocco di modernità con Richard Tee ed il suo uso rivisitato del pianoforte elettrico. "Look At This" è un lento pezzo di soul jazz che è stato usato a più riprese in vari episodi dello show e in questa versione presenta nuovamente un parlato di Cosby, il quale ironizza sulle differenze generazionali. Ma il vero gioiello è il suono morbido e suadente del tenore di Washington che appare più seducente che mai. Il brano finale è cantato da Lori Fulton: si tratta di una romantica ballata soul/funk che da un certo punto di vista definisce l'intera atmosfera dello show televisivo e che anche come canzone a se stante merita attenzione. “A House Full of Love: Music from The Cosby Show” non è  certo un album facile da reperire di questi tempi ma personalmente l’ho trovato un'eccellente raccolta di poderoso funk jazz che ha una sua dignità ed un valore intrinseco che vanno ben al di là della stretta relazione con quello che in Italia era noto come “I Robinson”.  Qui c’è della buona musica, si ascolta una band superlativa e in prima linea troviamo uno dei sassofonisti più talentuosi e tecnicamente preparati del secolo scorso. Naturalmente il disco offre un’opportunità impedibile, per chi ha amato uno degli show televisivi più acclamati e di successo di quel periodo, di rivivere con la musica parte delle atmosfere dello spettacolo tv, ma alla fine quello che conta e, di fatto, ciò che resta è un ottimo album di grande musica che ci proietta in quell’epoca felice che furono gli anni ’80.

MSM Michael Schmidt - Life


MSM Michael Schmidt - Life

Sono passati circa quarant’anni dal periodo d’oro del jazz rock e della fusion: quell’epoca straordinaria vide l’affermazione di gruppi come la Mahavishnu Orchestra, i Weather Report, i Return To Forever e gli Headhunters. Al giorno d’oggi non sono rimasti in molti a portare alta la bandiera della vera fusion: Chick Corea, a 75 anni, ha la sua Elektric Band, sia pure a intermittenza, John McLaughlin, che di anni ne ha 74, è andato in pensione alla fine del 2017, anche se è stato attivo fino all’ultimo con la sua 4th Dimension Band, I Weather sono ormai il passato ed Herbie Hancock si dedica principalmente al jazz tradizionale. Insomma i vecchi leoni sono a fine carriera e solo un pugno di altri musicisti cerca ancora di dare corpo alla visione di un jazz elettrico tecnico e complesso, giocato sul filo del virtuosismo e con poca indulgenza verso derive commerciali. Si può certamente aggiungere a questa lista il nome di Michael Schmidt, o come preferisce essere chiamato, MSM Schmidt. Schmidt è un tastierista e compositore di Brema che da circa dieci anni è attivo nel campo della fusion, avvalendosi di un incredibile stuolo di collaboratori presi dal gotha dei musicisti specializzati nel genere. Il bassista Jimmy Haslip, ad esempio, che ha prodotto o co-prodotto anche le due precedenti uscite discografiche di Schmidt, Utopia del 2015 e Evolution del 2012, è presente anche su questo Life, che è l’ultima fatica di Schmidt, datata 2017. Un album che è uno straordinario esempio di moderna fusion, dove è possibile ascoltare insieme alcuni dei più grandi nomi del jazz contemporaneo. Qualche esempio: i chitarristi Mike Miller e Oz Noy, i tastieristi Scott Kinsey e Mitchel Forman, i sassofonisti Steve Tavaglione, Andy Snitzer e Bob Mintzer, il violinista Charlie Bisharat e una stupefacente squadra di superbi batteristi come Dave Weckl, Gary Novak, Virgil Donati e il tedesco Jost Nickel. Tra l’altro Life è anche un modo per ascoltare le ultime registrazioni del compianto chitarrista Allan Holdsworth, uno degli idoli di Schmidt e qui presente in due brani. Dopo aver iniziato con la batteria, Schmidt passò in seguito alle tastiere, ma sempre da autodidatta: i software e gli strumenti via via più evoluti lo hanno certamente aiutato, ma non sapendo leggere e scrivere gli spartiti, ha sempre bisogno del supporto di musicisti professionisti che siano in grado di mettere la sua musica in una forma grafica canonica. E’ davvero sorprendente che Schmidt riesca a comporre ed a suonare ad un tale livello pur essendo praticamente privo di basi teoriche e di studi scolastici specifici. Tuttavia Life è un album bellissimo: in poche battute conquista l’ascoltatore trascinandolo in vortice affascinante che non può non ricordare i grandi gruppi degli anni ’70. Questa è la vera fusion come dovrebbe essere: tecnica, cuore, passione in un mix energetico e moderno. L'album prende il via con il groove dinamico di "Trance", sottolineato dall'autorevole ed inconfondibile batteria di Weckl e con alcune vivaci linee di sax soprano di Katisse Buckingham, membro della Zawinul Legacy Band. Kinsey offre un assolo di synth esaltante su questo aggressivo numero e Holdsworth contribuisce con uno dei suoi assoli sempre originali e sorprendenti ad elevare ulteriormente il livello del brano. Novak subentra alla batteria sulla più melodica "Saudade City", impreziosita da un assolo di sax soprano di Andy Snitzer ed uno spigoloso intervento di Mike Miller in pieno stile jazz rock. "Vista", vede di nuovo impegnato Allan Holdsworth, che si trova a cavalcare il ritmo imperioso di Donati. John Daversa regala un assolo di tromba ma è Holdsworth a lasciare a bocca aperta con la sua tecnica sopraffina. Da sottolineare anche la batteria suonata con innato furore da Virgil Donati. E’ una vera e propria jam session in 6/8 invece la formidabile "Life", in questo caso alimentata dalla muscolare batteria del tedesco Jost Nickel: in prima linea il sax di Tavaglione, con tanto di flauti sovraincisi. C’è Jimmy Haslip, presenza costante nel disco, che sciorina un meraviglioso assolo di basso fretless a cui fanno seguito Mike Miller e la sua chitarra ed il citato Steve Tavaglione al sax soprano. "Red & Gold" è un groove stuzzicante, animato dal solido batterismo di Donati e dal pianoforte di Ruslan Sirota, un pianista-compositore ucraino salito alla ribalta come membro dello Stanley Clarke Group. Non manca il violinista Jerry Goodman, ex solista della Mahavishnu Orchestra, mentre la ciliegina sulla torta è rappresentata dall’assolo di chitarra di Oz Noy. Fantastica poi anche "Exodus":  è una vetrina per la sezione fiati composta dai sassofonisti Bob Mintzer, Brandon Fields e Andy Snitzer affiancati dai Fowler Brothers (Walt alla tromba e Bruce al trombone, entrambi ex della band di Frank Zappa). Jost Nickel imposta la ritmica sul funk e su queste basi  gli assoli risaltano al massimo: il chitarrista Mike Miller, il tenor sassofonista Mintzer e il sax soprano di Snitzer si esibiscono tutti con assoli davvero molto trascinanti. L’album procede senza soste e senza incertezze con "Rush", per un incredibile intervento di basso slap di MonoNeon (aka Dwayne Thomas, jr.). Il sempre formidabile Dave Weckl sostiene da par suo il groove mentre Ruslan Sirota appare più che convincente al piano elettrico, con un assolo che profuma di Herbie Hancock. Il chitarrista di turno è Larry Koonse ed anche lui contribuisce a questo energetico pezzo con un pregevole solo. "Medusa" è un intreccio di funk-fusion dal ritmo lento, scandito dal formidabile tandem formato da Donati e Haslip e caratterizzato da un potente assolo di Rhodes di Scott Kinsey. Oz Noy aggiunge il suo momento di chitarra distorta e lacerante, mentre Virgil Donati si mette ancora in luce grazie ad una scansione ritmica tanto preziosa quanto impeccabile. C’è tutta l’esuberanza del funk in "RE-Start" guidato nel giusto groove da Novak e Haslip e arricchito del synth propulsivo e atmosferico di MSM Schmidt. Andy Snitzer spinge la melodia al sax soprano ed Oz Noy dimostra come una chitarra quasi metal possa suonare anche il bop. La partitura di piano elettrico è affidata al tastierista Andy Milne che si distende liquido e puntuale. L'album si chiude con una breve ripresa della title track, che rivela una significativa influenza delle ultime tendenze della World Music. Schmidt ha dichiarato che: “la mia musica è definibile come fusion" e le mie influenze vengono da band come i Metro, The Yellowjackets, i Weather Report e gli Steps Ahead ma anche dalle colonne sonore degli anni ottanta”. “Sono inoltre un grande fan del compositore francese Michel Colombier, anche per l’uso intelligente che ha sempre fatto dei synth e delle batterie elettroniche”. Nulla da dire: tutte queste suggestioni sono state assorbite e riunite nel più brillante dei modi nel progetto di MSM Schmidt, in particolare su questo ultimo ed indovinato album Life. La fusion nobile ed alta non è morta e finchè ci saranno dischi come questo e musicisti coreaggiosi, disposti a rischiare come Michael Schmidt potremo continuare a dire “viva la fusion”.

Onaje Allan Gumbs – Return To Form




Onaje Allan Gumbs – Return To Form

Nato ad Harlem e cresciuto nel Queens, il pianista Onaje Allan Gumbs ha iniziato a suonare il piano all'età di 7 anni e si è infine diplomato presso la High School of Music and Art di Manhattan. Dopo un concerto di successo con il chitarrista Kenny Burrell, Gumbs guadagnò consensi tra gli addetti ai lavori, trovando ingaggi come session man al seguito di artisti del calibro di Norman Connors, Buster Williams, Cecil McBee, Betty Carter e Nat Adderley. Inoltre è stato per 2 anni il tastierista e l’arrangiatore della band guidata dal compianto trombettista Woody Shaw. Onaje è un pianista molto apprezzato tra i suoi colleghi musicisti jazz, ed è davvero sorprendente che un artista del suo talento non abbia pubblicato che un pugno di album a suo nome. Il "ritorno" a cui allude il titolo dell’album “Return To Form” è un chiaro riferimento ad un cambio di rotta operato dal pianista verso il jazz classico, cioè una svolta radicale per rompere con lo smooth jazz che è stato lo stile preferito da Gumbs per quasi vent’anni. E’ evidente come Gumbs punti a tornare alle sue radici, tuttavia il musicista di Harlem non ha completamente abbandonato il contemporary jazz commerciale. E va aggiunto che non c’è nulla di scandaloso in questa scelta. I suoi pochi album di pop jazz sono sempre stati realizzati con cura e grande professionalità. Ma ciò che ha funzionato così bene in un ambito più leggero,  diventa una responsabilità quando l’approccio vira, come in questo caso sul jazz serio. In ultima analisi un conto sono i brani originali, ma FM oriented, come So Nice e Quiet Passion, un altro quando si deve affrontare la musica di Coltrane o Billy Strayhorn. Questo album live, registrato al Blue Note,  in ogni caso  trova un Onaje in ottima forma, accompagnato da Marcus McLaurine (uno dei bassisti di prima scelta di Clark Terry), dal batterista Payton Crossley, dal percussionista Gary Fritz e, su alcune tracce, dal sassofonista René McLean. Se si prende a campione l’approccio innovativo che Gumbs fa ad brano complesso come “Equinox” di John Coltrane si intuisce fin da subito la qualità dell’album. Il pianista lo imposta su una ritmica molto particolare, a tratti dal sapore latino, mutuando parzialmente la linea di basso di A Love Supreme, in un gioco di citazioni di Coltrane che lascia intuire anche altre opere del maestro di Hamlet. E sono altrettanto belle le reinterpretazioni in trio di "Daydream" (una ballata stupenda di Duke Ellington e Billy Strayhorn) e di "Dreamsville" di Henry Mancini. Va detto che Gumbs mette in luce anche le sue ottime doti di compositore come su "First Time We Met" che è un classico brano di hard bop ricco di spunti musicalmente interessanti. C’è molta qualità lirica in "Palace of the Seven Jewels" e "Left Side of Right" vede il sax tenore di René McLean suonare potente sul piano funkeggiante di Onaje. "A Breath of Fresh Air" è un pezzo allegro e vivace che suggerisce una passeggiata nel verde in un soleggiato pomeriggio di primavera. Un po’ Wynton Kelly, a sprazzi McCoy Tyner, con Herbie Hancock sempre sullo sfondo: così si potrebbe descrivere il pianismo di Onaje Allan Gumbs. Lui è più efficace quando non si lascia prendere dalla foga, ma è un musicista sempre tecnicamente perfetto e sufficientemente lirico e creativo per farsi apprezzare anche in un contesto come quello jazzistico che è pur sempre il punto di partenza della sua lunga carriera.  Il suono intimo e rilassato di questo album rende comunque bene l’atmosfera del piccolo club di jazz, mettendo l’ascoltatore nella condizione di godersi un bel concerto in un tavolo in prima fila al Blue Note. Il “ritorno” è completo, e se Onaje vorrà continuare ad esplorare la musica afro americana nel suo idioma più classico, il suo contributo al jazz dei giorni nostri sarà senza dubbio un valore aggiunto più che apprezzabile.

Eddie Russ – Fresh Out


Eddie Russ – Fresh Out

Ancora una volta torno a parlare di una mia passione musicale: i rare grooves e il vintage sound degli anni ’70. E ripropongo un artista semi sconosciuto, di cui ho già parlato, che ha all’attivo tre album da solista: Eddie Russ. Eddie Russ è un talentuoso tastierista che in carriera ha lavorato con moltissimi musicisti, nell’arco di diversi decenni: tra questi Sonny Stitt, Sarah Vaughn, Dee Dee Bridgewater, Dizzy Gillespie, Stan Getz, Nancy Wilson, Roland Kirk, Hank Mobley, Cal Tjader, e Clark Terry. Russ ha iniziato a farsi conoscere negli anni '70, quando, nel pieno dell’esplosione del jazz funk, si fece notare per la sua bravura come tastierista e per il suo talento di compositore. In Europa, è stato spesso pubblicizzato come il "Re del Soul Jazz", diventando popolare in particolare in Inghilterra dove il suo successo ha eclissato quello ottenuto negli Stati Uniti. Eddie è nato e cresciuto a Pittsburgh, in Pennsylvania, e iniziò a prendere lezioni di piano all'età di 11 anni, in seguito Russ frequentò il Pittsburgh Musical Institute e trascorse otto anni a studiare musica jazz. Successivamente formò il gruppo The Mixed Bag, che di fatto fu il trampolino di lancio per la sua carriera poiché gli diede l'opportunità di registrare cinque album con il leggendario Sonny Stitt ed i suoi unici tre album da solista per l'etichetta Monument (“Fresh Out”, "Take A Look At Yourself" e "See The Light"). Oggi vi parlerò del suo primo lavoro del 1974, "Fresh Out" (Soul Jazz Records) che conteneva anche un singolo di successo come "The Lope Song", molto gettonato  in Europa. Grazie all’esplosione del fenomeno acid jazz ed al fermento della scena funk jazz britannica, dischi groove oriented come "Fresh Out" hanno contribuito ad un meritato riconoscimento internazionale di Eddie Russ, anche se, per la verità, il suo nome resta ancora circoscritto ai pur numerosi fan dei rare grooves. Tornando a Fresh Out, l'album di debutto di Russ, è stato registrato a Detroit nel 1974. La registrazione vede impegnato il gruppo The Mixed Bag, composto da membri della comunità jazz di Detroit, il luogo dove il tastierista aveva scelto di mettere la sua base. Fresh Out fu originariamente pubblicato sull'etichetta indipendente Jazz Masters, ma è stato ristampato dalla Soul Jazz Records nel 1992, diventando il debutto anche per la neonata casa discografica. Si tratta di un classico lavoro di funk jazz con qualche accenno dance. I suoni sono quelli vintage, ruvidi e genuini nella migliore tradizione blaxploitation. In un attimo si viene trasportati dentro un mondo colorato, fatto di afro americani dalle improbabili pettinature, vestiti con pantaloni a zampa d’elefante, collane d’oro, pellicce e automobili kitsch. Su tutto domina il suono del piano elettrico Fender Rhodes 88, e già questo basterebbe per rendere un album come questo un pezzo irrinunciabile di ogni collezione. Fin dall’inizio con “The Lope Song” la full immersion negli anni ’70 è assicurata: ritmo funky, flauto, basso pulsante e piano elettrico a profusione. Il brano scorre fluido, con il suo riff che entra subito in testa ed i suoi stacchi e riprese perfetti. “All But Blind” ci mostra il lato jazzistico di Eddie Russ, il groove è quello di una morbida ballata jazz declinata con un gradevole medio tempo. Molto accattivante il sax che detta la melodia sulla base armonica creata dal Rhodes di Russ. Non manca un assolo di chitarra e quello sempre puntuale del leader. Dopo la parentesi quasi mainstream si torna subito alle atmosfere da poliziesco televisivo con "Shamading": una bella ritmica funky fa da base per il piano elettrico di Eddie che imperversa dominante su questo numero, che nel complesso suona estremamente dinamico e vivace. “Hill Were The Lord Hides” è il compendio e la sintesi di come dovrebbe essere il funk jazz nella sua migliore accezione. Il groove è fortissimo, gli assoli trascinanti: l’atmosfera è perfetta. Questo è senza dubbio il sound degli anni ’70 al suo meglio. I fan dei rare grooves resteranno estasiati dal sound della band e da come la musica di pezzi come questo si avvicinino all’ideale formula di questo genere musicale. Non manca un’originale cover della celebre “You Are The Sunshine Of My Life” di Steve Wonder. La canzone viene presa come base armonica (e che base, ovviamente!) per costruirci sopra un’architettura totalmente nuova dove c’è ampio spazio per il Rhodes di Eddie Russ che ha modo di esternare tutto il suo talento di pianista elettrico, senza dimenticare il bell’assolo di sax sul finale. L’album si conclude in bellezza con “Watergate Blues” che ancora una volta non delude: non tragga in inganno il titolo, di fatto è un ennesimo groove funk jazz sulla falsa riga dei precedenti. Molto interessante l’arrangiamento con l’intervento dei fiati, un ottimo assolo di chitarra elettrica, e come immancabile ciliegina, l’onnipresente piano Rhodes di Eddie che mette il suo sigillo ad un album davvero molto bello. Eddie Russ è morto all'età di 62 anni nel novembre 1996 dopo una lunga lotta contro un’insufficienza renale cronica. La scomparsa di Eddie ha lasciato un grande vuoto sulle scene del jazz internazionale. Questo album, così come gli altri due della sua concisa discografia sono un omaggio alla sua eredità. Se amate i rare grooves, la musica afro americana degli anni ’70 o più semplicemente avete una passione per l’acid jazz originale, Fresh Out è il disco giusto per voi. Imperdibile. (devo però aggiungere una sola nota negativa: la copertina...davvero orribile).

Miles Davis - Miles Smiles


Miles Davis - Miles Smiles

Senza ombra di dubbio il secondo quintetto di Miles Davis, quello della metà degli anni '60, è stato il motore di un rinnovato e vigoroso interesse per il jazz da parte del famoso trombettista: in quel periodo di fermento creativo, il divino Miles diede corpo ed anima ad una vena musicale ritrovata. Davis fu stimolato dalla giovane band che aveva messo insieme con una vitalità ed un entusiasmo che fecero una grande differenza rispetto al precedente momento buio. Qui è proprio il gruppo che contribuì ad ampliare i confini musicali di Davis, quasi obbligandolo a prendersi dei rischi e trascinandolo verso la sperimentazione, ma la band fu di fatto anche d’aiuto allo stesso Miles per superare un periodo difficile della sua vita personale (la morte dei suoi genitori, i problemi di salute e le battute d'arresto creative). A quel tempo, la band era in una fase di transizione tra il jazz tradizionale e qualcosa che andasse oltre il mainstream: un esempio fu l’album E.S.P. (Columbia, 1964). Miles da parte sua, aveva una forma di repulsione per il free-jazz, cosa che confliggeva con le tendenze avanguardiste del quintetto. Il jazz che venne fuori da questa dicotomia fu dinamico ed imprevedibile, con un approccio molto aperto verso l'armonia che era però sostenuta da una visione molto elastica e moderna dei ritmi. In aggiunta a questo, nei concerti, il repertorio si concentrava ancora sui vecchi classici e ovviamente sugli standard. Ne consegue che grazie all’intelligenza ed al genio di Davis in collaborazione con la duttilità ed il rispetto verso il leader di tutto il gruppo, il quintetto affrontò il repertorio con grande zelo ed un propositivo dinamismo, cosa che rese i brani molto conosciuti più audaci ed in qualche misura nuovi. Miles Smiles è un album in cui si ascolta un jazz acustico caratterizzato da un formidabile spirito d’innovazione, è un lavoro teso all’esplorazione di nuovi orizzonti. Tutto considerato, questo è un disco grandioso, forse insolito ma artisticamente pregnante. E non è certo un caso che le registrazioni dello stesso periodo, sfornate come solisti dai componenti del quintetto, siano di un livello altissimo, al punto che oggi sono considerate anch’esse dei classici. Pensiamo a Maiden Voyage di Herbie Hancock (Blue Note, 1965), Speak no Evil e Juju (Blue Note, 1965) di Wayne Shorter e a Spring (Blue Note, 1965) di Tony Williams. Se su E.S.P. la band era in fase di rodaggio, questa volta è chiaro come i musicisti abbiano affinato l’interplay portandolo sulla soglia di una specie di telepatia musicale: quella che Miles Davis cercava da sempre con ostinazione nei suoi collaboratori. Miles Smiles mostra un gruppo di brillanti musicisti che uniscono i loro talenti per formare un'unità coesa e finalmente votata all’interazione reciproca. Gran parte dell'album è in equilibrio tra il vecchio e il nuovo linguaggio del jazz. Come risultato, si delinea il fatto che queste composizioni sono un ottimo esempio di come mescolare al meglio lo sperimentalismo del free jazz con la tradizione. E’ così, che da qualche parte, tra questi due mondi opposti, il quintetto di Miles ha trovato il suo posto, dando vita a uno dei più eccitanti jazz mai suonati. Tutte le composizioni, a partire dall’iniziale “Orbits”, passando da "Footprints" di Shorter, fino alla finale "Gingerbread Boy" sono pezzi complessi, costruiti su architetture armonicamente polifoniche, dal punto di vista jazzistico declinate sia in forme convenzionali che non usuali. Il quintetto si distende musicalmente come una valanga che spinge verso una continua scoperta e non si accontenta di un ripetersi meccanico di convenzioni. Anche questo suggerisce che i livelli di interazione tra i musicisti sono davvero saliti a uno stadio superiore. La naturale conseguenza di questo stato di grazia artistico è che la magica tromba del leader viene esaltata dal collettivo, che da parte sua prende a sua volta il timbro e la dinamica di Davis come riferimento e stimolo. Nel 1967 questo disco vinse il premio come miglior album dell'anno nel sondaggio di  Down Beat, il Quintetto ottenne il primo posto come migliore gruppo e Miles Davis riguadagnò il primato nella classifica come miglior trombettista. Ovviamente una band formata da Davis, Shorter, Williams, Carter e Hancock non può essere considerata “normale” e di fatto anche Miles Smiles non è certo un banale prodotto discografico post-bop. Anzi, al contrario, la ristampa di questo album storico rappresenta da un lato un richiamo irresistibile per i fan consolidati e fedeli, dall’altro un'introduzione pressochè obbligatoria per i novizi del jazz di Miles Davis. Miles Smiles può probabilmente essere considerato l'apice dell’evoluzione del jazz acustico e una delle migliori testimonianze registrate della vera forza del secondo quintetto storico di Miles Davis. Giusto un soffio prima che il genio di Alton sconvolgesse ancora una volta il mondo del jazz con la sua svolta elettrica: In a Silent Way e Bitches Brew stavano per arrivare.