Ci sono artisti che lavorano nell’ombra per anni, producendo e supportando altri musicisti e cantanti ma senza sentire l’esigenza di esprimersi in prima persona. Uno di questi è Shaun Martin: un pianista e arrangiatore che durante la sua carriera si è impegnato nella collaborazione con personaggi come Chaka Khan, Erykah Badu, Kirk Franklin e gli Snarky Puppy, garantendo loro delle produzioni vincenti e una innegabile qualità nel prodotto finale. Tuttavia Martin ha sempre covato un desiderio recondito di arrivare un giorno ad essere il protagonista del suo stesso ingegno. Curiosamente si era dato un orizzonte di circa sette anni per arrivare al risultato di produrre finalmente un suo album da solista. E’ evidente che in sette anni possono succedere un sacco di cose, è un periodo di tempo abbastanza lungo perché si verifichi un’inevitabile e significativa crescita personale sia a livello musicale che umano. Ma alla fine, dopo aver lungamente e molto attentamente preparato il suo debutto, Shaun Martin è arrivato alla meta con un lavoro intitolato 7 Summers. Un album che ci offre una prospettiva nuova e più chiara sia sul talento dell'uomo come strumentista, sia sul suo personale viaggio attraverso questi ultimi sette anni di vita e di esperienze. 7 Summers regala una tavolozza particolare, che riflette il lavoro di Shaun Martin nel jazz, nell'hip-hop, nel gospel e financo qualche excursus nel pop e nella classica. L'album è stilisticamente vario, caratterizzato dal modo di suonare originale del pianista di Dallas sempre validamente supportato dalla sua band texana. Si tratta di un approccio "collettivo", dove numerosi collaboratori abituali prendono parte al progetto: tra questi Nikki Ross, Claudia Melton, Adrian Hulet, Mark Letierri e Geno Young. Ognuno di questi ospiti porta un sapore peculiare e distintivo al mix complessivo, dando all'album un ulteriore senso di collegialità. Anche le canzoni sono come raggruppate in sezioni stilistiche che sembrano seguire il percorso musicale e personale di Martin. Dopo "Introduction", in cui il pianista fa una sorta di riassunto recitato del disco innestandolo su un inebriante groove che stuzzica le aspettative dell’ascoltatore, ecco che arrivano le tracce strumentali che mostrano la sua impressionante musicalità. Ad esempio il festoso "One Big Party", nel quale Martin dimostra di non prendersi troppo sul serio e sa intendere la musica come un affare giocoso e scanzonato. Oppure “Madiba” che innesta il funk su una architettura soul, con robuste percussioni, fiati roboanti e grandi assoli. "The Yellow Jacket", è un pezzo che reca alcuni tratti dello stile degli Snarky Puppy, mentre Martin mostra di aver assorbito la lezione di Keith Jarrett personalizzata dal suo tocco leggero e dalla sua sensibilità pop. "Lotus" è invece una bossa nova ritmicamente canonica che precede come tale fino a quando Martin mette mano al suo Rhodes, incantando con un assolo favoloso presto commutato in un altrettanto notevole intervento al piano acustico. Il brano cambia anche il registro ritmico diventando una sorta di ibrido tra fusion e latina dove anche i fiati si fanno sentire sul finale all’interno di un arrangiamento complessivo davvero splendido. Il secondo gruppo di brani segna un cambiamento di stile e l'aggiunta del cantato. "Have Your Chance at Love" fa davvero pensare ad un tema cinematografico e di certo è una transizione piuttosto stridente rispetto alla precedente "Lotus", ma una volta che ci si abitua alla nuova atmosfera, con la parte vocale di Nikki Ross a farla da padrona, la bellezza della canzone traspare, anche se forse con un eccesso di romanticismo. "Love, Do not Let Me Down" ha un'atmosfera più dark ma non meno romantica. Le intense armonie vocali di Claudia Melton riempiono gli altoparlanti con grazia, in un brano che si può definire neo soul. “Lone Gone” è un intermezzo non particolarmente riuscito e, pur essendo una bella canzone d’amore, è sin troppo pop per il contesto dell’album. 7 Summers si chiude con gli ultimi tre brani: uno di puro jazz intitolato “The Torrent”, dove Shaun Martin mette in mostra tutto il suo talento di compositore e di pianista. Un altro a cavallo tra soul, hip hop e smooth jazz minimalista dal titolo "All In A Day's Work". Qui Shaun ritorna a volare sui tasti del piano elettrico riempiendo l’atmosfera di vibrazioni positive e accordi accattivanti. In ultimo un pezzo quasi classico come "Closing Credits (Requiem For Carolyn)" Martin ci da un saggio finale della sua grande versatilità: lui è uno di quegli artisti capaci di spaziare tra i generi più diversi con grande leggerezza ma sempre con estrema competenza. Molti musicisti sognano di pubblicare un album da solista, ma spesso non è così facile come sembra e tante volte i risultati non sono nemmeno quelli sperati. Ma i talenti come Shaun Martin si dedicano con tutta la passione possibile al loro lavoro, perseverano e fanno il possibile per realizzare opere che siano la migliore espressione della loro arte. 7 Summers è esattamente questo: fornisce uno spaccato meraviglioso del talento musicale di Shaun Martin e anche una sua visione del mondo come essere umano. Vario e colorato, intenso e profondo ma anche leggero, è un lavoro molto interessante che spinge a desiderare che non ci vogliano altri sette anni per poter ascoltare un nuovo capitolo della storia.
Shaun Martin – 7 Summers
Ci sono artisti che lavorano nell’ombra per anni, producendo e supportando altri musicisti e cantanti ma senza sentire l’esigenza di esprimersi in prima persona. Uno di questi è Shaun Martin: un pianista e arrangiatore che durante la sua carriera si è impegnato nella collaborazione con personaggi come Chaka Khan, Erykah Badu, Kirk Franklin e gli Snarky Puppy, garantendo loro delle produzioni vincenti e una innegabile qualità nel prodotto finale. Tuttavia Martin ha sempre covato un desiderio recondito di arrivare un giorno ad essere il protagonista del suo stesso ingegno. Curiosamente si era dato un orizzonte di circa sette anni per arrivare al risultato di produrre finalmente un suo album da solista. E’ evidente che in sette anni possono succedere un sacco di cose, è un periodo di tempo abbastanza lungo perché si verifichi un’inevitabile e significativa crescita personale sia a livello musicale che umano. Ma alla fine, dopo aver lungamente e molto attentamente preparato il suo debutto, Shaun Martin è arrivato alla meta con un lavoro intitolato 7 Summers. Un album che ci offre una prospettiva nuova e più chiara sia sul talento dell'uomo come strumentista, sia sul suo personale viaggio attraverso questi ultimi sette anni di vita e di esperienze. 7 Summers regala una tavolozza particolare, che riflette il lavoro di Shaun Martin nel jazz, nell'hip-hop, nel gospel e financo qualche excursus nel pop e nella classica. L'album è stilisticamente vario, caratterizzato dal modo di suonare originale del pianista di Dallas sempre validamente supportato dalla sua band texana. Si tratta di un approccio "collettivo", dove numerosi collaboratori abituali prendono parte al progetto: tra questi Nikki Ross, Claudia Melton, Adrian Hulet, Mark Letierri e Geno Young. Ognuno di questi ospiti porta un sapore peculiare e distintivo al mix complessivo, dando all'album un ulteriore senso di collegialità. Anche le canzoni sono come raggruppate in sezioni stilistiche che sembrano seguire il percorso musicale e personale di Martin. Dopo "Introduction", in cui il pianista fa una sorta di riassunto recitato del disco innestandolo su un inebriante groove che stuzzica le aspettative dell’ascoltatore, ecco che arrivano le tracce strumentali che mostrano la sua impressionante musicalità. Ad esempio il festoso "One Big Party", nel quale Martin dimostra di non prendersi troppo sul serio e sa intendere la musica come un affare giocoso e scanzonato. Oppure “Madiba” che innesta il funk su una architettura soul, con robuste percussioni, fiati roboanti e grandi assoli. "The Yellow Jacket", è un pezzo che reca alcuni tratti dello stile degli Snarky Puppy, mentre Martin mostra di aver assorbito la lezione di Keith Jarrett personalizzata dal suo tocco leggero e dalla sua sensibilità pop. "Lotus" è invece una bossa nova ritmicamente canonica che precede come tale fino a quando Martin mette mano al suo Rhodes, incantando con un assolo favoloso presto commutato in un altrettanto notevole intervento al piano acustico. Il brano cambia anche il registro ritmico diventando una sorta di ibrido tra fusion e latina dove anche i fiati si fanno sentire sul finale all’interno di un arrangiamento complessivo davvero splendido. Il secondo gruppo di brani segna un cambiamento di stile e l'aggiunta del cantato. "Have Your Chance at Love" fa davvero pensare ad un tema cinematografico e di certo è una transizione piuttosto stridente rispetto alla precedente "Lotus", ma una volta che ci si abitua alla nuova atmosfera, con la parte vocale di Nikki Ross a farla da padrona, la bellezza della canzone traspare, anche se forse con un eccesso di romanticismo. "Love, Do not Let Me Down" ha un'atmosfera più dark ma non meno romantica. Le intense armonie vocali di Claudia Melton riempiono gli altoparlanti con grazia, in un brano che si può definire neo soul. “Lone Gone” è un intermezzo non particolarmente riuscito e, pur essendo una bella canzone d’amore, è sin troppo pop per il contesto dell’album. 7 Summers si chiude con gli ultimi tre brani: uno di puro jazz intitolato “The Torrent”, dove Shaun Martin mette in mostra tutto il suo talento di compositore e di pianista. Un altro a cavallo tra soul, hip hop e smooth jazz minimalista dal titolo "All In A Day's Work". Qui Shaun ritorna a volare sui tasti del piano elettrico riempiendo l’atmosfera di vibrazioni positive e accordi accattivanti. In ultimo un pezzo quasi classico come "Closing Credits (Requiem For Carolyn)" Martin ci da un saggio finale della sua grande versatilità: lui è uno di quegli artisti capaci di spaziare tra i generi più diversi con grande leggerezza ma sempre con estrema competenza. Molti musicisti sognano di pubblicare un album da solista, ma spesso non è così facile come sembra e tante volte i risultati non sono nemmeno quelli sperati. Ma i talenti come Shaun Martin si dedicano con tutta la passione possibile al loro lavoro, perseverano e fanno il possibile per realizzare opere che siano la migliore espressione della loro arte. 7 Summers è esattamente questo: fornisce uno spaccato meraviglioso del talento musicale di Shaun Martin e anche una sua visione del mondo come essere umano. Vario e colorato, intenso e profondo ma anche leggero, è un lavoro molto interessante che spinge a desiderare che non ci vogliano altri sette anni per poter ascoltare un nuovo capitolo della storia.
The Headhunters – Survival Of The Fittest
The Headhunters – Survival Of The Fittest
Herbie Hancock è uno dei più rappresentativi musicisti del jazz contemporaneo. Uno dei momenti più significativi della sua carriera fu la svolta jazz funk, alla quale il grande pianista diede forma e corpo anche attraverso la collaborazione con i musicisti del suo gruppo, gli Headhunters. Ma gli stessi Headhunters, dopo aver garantito un grande successo al mitico Hancock, nel 1975 continuarono la loro carriera pubblicando il loro primo album da solisti. Un album, prodotto dallo stesso Hancock ma senza la sua partecipazione diretta in veste di tastierista, nel quale la line-up della band presenta la stessa formidabile formazione presente sull’album Thrust: Mike Clark alla batteria, Paul Jackson al basso, Bill Summers alle percussioni e Bennie Maupin su ogni tipo di ancia, oltre all’aggiunta del nuovo arrivato, il chitarrista DeWayne "Blackbird" McKnight. McKnight era già stato in tour con Herbie Hancock in precedenza ed era presente negli album Man-Child e Flood. Ci sono inoltre alcuni ospiti: altri tre percussionisti (Zak Diouf, Baba Duru Oshun e Harvey Mason Sr., quest'ultimo era stato il primo batterista degli Headhunters) e il flautista/sassofonista Joyce Jackson. L’assenza di Hancock, nel suo insostituibile ruolo di leader, potrebbe indurre qualche ascoltatore ad una errata valutazione in merito alla qualità del risultato finale ottenuto dagli Headhunters. In realtà anche senza di lui il gruppo ha lavorato molto bene ed infatti Survival of the Fittest è un ottimo album: è uno degli ultimi esempi di quel jazz funk cosmico che tanto era in voga attorno alla metà degli anni ‘70. All’ascolto risulta evidente una fantastica intesa tra tutti i musicisti, specialmente per quanto concerne la sezione ritmica formata da Jackson, Clark e Summers: un formidabile trio di artisti che può affrontare qualsiasi difficoltà muovendosi agile e preciso dentro le architetture complesse orchestrate dalla band. La prima traccia, "God Make Me Funky", segna il debutto di Jackson come cantante solista, un ruolo che purtroppo non riprenderà spesso in seguito. Il suo modo di cantare non è particolarmente sofisticato ma rende omaggio alla tradizione blues con grande autencità, non a caso, alla fine della canzone, la sua voce ricorda abbastanza quella di Ray Charles. Si tratta di un pezzo funky (l'inizio rimanda molto da vicino al loro precedente "Palm Grease"), nel quale le voci di sottofondo sono quelle delle Pointer Sisters. Da segnalare l’intenso, quasi frenetico assolo di Bennie Maupin che a tratti sconfina nell'atonale. "Mugic" suona inizialmente come la versione funk di "Watermelon Man", e si rivela essere una vetrina per i vari strumenti a percussione di Bill Summers. "Here and Now" è un brano enigmatico che si sviluppa in un groove cosmico, dove Bennie Maupin offre un altro eccellente assolo, accompagnato dai suoni eterei della chitarra. "Daffy's Dance" si mantiene su un tenore simile e pur differenziandosi ritmicamente può vantare una melodia piuttosto divertente. "Rima" è un altro pezzo che dimostra la versatilità dell’offerta musicale degli Headhunters: la chitarra di McKnight funge da sostituto per le tastiere e produce una miriade di suoni bizzarri. Il sax contralto di Joyce Jackson caricato di effetti echo è una valida controparte per il clarinetto basso di Maupin. Summers aggiunge il suo tocco di eteree percussioni in questo pezzo dal tono sommesso. L'ultima traccia, "If You've Got It, You'll Get It", ritorna sugli usuali territori funk, caratterizzati da un bel riff di basso doppiato dal clarinetto basso di Maupin e con un coro in sottofondo: questa volta la chitarra di McKnight entra in gioco in veste di solista. Survival of the Fittest è un album che mantiene costantemente alto il livello di attenzione ed offre l’opportunità di ascoltare le esibizioni di un gruppo di eccellenti solisti. È interessante notare la scelta che fu operata dalla band, decidendo di non sostituire Herbie Hancock con un altro tastierista, optando invece per il giovane chitarrista Blackbyrd McKnight. Blackbyrd è un chitarrista molto originale, un solista pirotecnico che combina il flash rock, la complessità del jazz e i ritmi funky a qualsiasi progetto a cui partecipi. McKnight è una sorta di sintesi tra Steve Vai, Jimi Hendrix e Wah Wah Watson e dopo l’esperienza con gli Headhunters, ha collaborato con molti gruppi tra cui i Parliament di George Clinton e più recentemente i The Red Hot Chili Peppers. Nel complesso Survival Of The Fittest è un intricato e solido progetto di jazz funk che a tratti si spinge verso la fusion. Gli Headhunters possono essere accostati ai The Meters e The JB’s Horns se li si analizza per la loro vena jazz funk, ma per contro sono portatori di una maggiore e meglio definita affinità con il jazz. Si avvalevano di uno straordinario batterista come Mike Clark, in grado di trascinare il funk in territorio jazzistico con uno stile in cui il ritmo cambia continuamente e si sposta in direzioni imprevedibili. Bisogna poi sottolineare che quando, come in questo album, si entra in una sorta di spirale elettro-jazz-funk, solo il grande Bennie Maupin può eguagliare le bellissime orchestrazioni di Herbie Hancock. In definitiva se siete stati dei fan del lavoro degli Headhunters con il grande Herbie, probabilmente apprezzerete molto anche il loro primo tentativo (riuscito) di andare avanti senza di lui.
Nicola Conte - Natural
Nicola Conte - Natural
Nicola Conte è un personaggio fondamentale nel panorama musicale italiano degli ultimi 20 anni. Ho già parlato di lui quando ho scritto del suo capolavoro Other Directions, e voglio tornare sulla sua musica con un altro album molto interessante del 2016 intitolato Natural. Conte è un musicista di formazione classica, un poli-strumentista ed un arrangiatore di grandissima classe. Nel contesto internazionale è noto soprattutto come DJ e produttore, ma il suo valore trascende questi ruoli e lo colloca tra le figure di rilievo della scena nazionale ed internazionale. E’ risaputo ed è evidente che le sue grandi passioni e le principali fonti d’ispirazione che animano il suo lavoro sono la bossa nova, il jazz, l’acid jazz, le colonne sonore dei film italiani degli anni ’60 e ’70 fino ad arrivare anche alla lounge music. Anche Natural è mosso dalle medesime sonorità, sapientemente miscelate; in questo caso arricchite dalla collaborazione con la cantante Stefania Dipierro. Nicola Conte ha lavorato per la prima volta con la cantautrice Stefania Dipierro nell’ambito del mitico collettivo musicale, attivo negli anni '90, chiamato Fez di cui Conte fu il fondatore e deus ex machina per molto tempo. Quando il gruppo del Fez si sciolse, la Dipierro mise la sua ricca e colorata voce al servizio di altri progetti, mentre Conte pubblicò una serie di lavori di acid-jazz che divennero presto dei veri e propri cult in tutta Europa. Natural riunisce quindi, dopo 15 anni il Nicola Conte chitarrista, compositore e produttore affermato, con la Dipierro in veste di cantautrice e vocalist meno popolare ma talentuosa, in una raccolta di originali, classici del jazz e brani prelevati dal repertorio della bossa brasiliana. L’album si avvale della presenza di alcuni dei migliori musicisti jazz italiani, in particolare il trombettista Fabrizio Bosso e Gaetano Partipilo al sax alto e flauto. Le sonorità di Natural dispensano il caldo e passionale groove della miglior musica brasiliana filtrato attraverso la sensibilità del jazz contemporaneo, con quel gusto unico e modernissimo che il maestro Conte è così bravo ad arrangiare. La voce di Stefania Dipierro è elegante, misurata: intrigante e sensuale eppure potente e limpidissima: lei è un personaggio di nicchia ma meriterebbe certamente una maggior fama. La vocalità della cantautrice barese suggerisce diversi punti di riferimento familiari agli ascoltatori più attenti: ad esempio evoca la classica bossa nova di Astrud Gilberto in "Sofltly As In A Morning Sunrise" o ancora in "Caminhos Cruzados" di Antonio Carlos Jobim. "Ainda Mais Amor" ci rammenta Bebel Gilberto (figlia di Joao Gilberto) su un tappeto strumentale dalle sonorità affini a quelle dei pionieri della fusion brasiliana, gli Azymuth. Stefania fa venire in mente anche le atmosfere di Sade, sia quando accarezza e rimodella la melodia di "Open The Door", sia nel modo in cui si esprime nell’originale di Conte "I Feel the Sun On Me". Per non parlare di “Natural” il brano che da il titolo all’intero album: la canzone parte da un progetto ritmico simile a quello di "Keep Looking" della famosa cantante afro-londinese, pur mantenendo una sua originalità dettata anche dal forte sapore carioca. La tromba di Bosso qui entra in campo con la sua sonorità delicata, sfumata e vivace. L’arrangiamento di Conte di "Meaning Of Love" composta da Steve Kuhn, ci regala una bossa sensuale sulla quale Fabrizio Bosso da un altro saggio di bravura ricamando contrappunti meravigliosi con la sua tromba. E la voce calda della Dipierro fa sognare le assolate spiagge di Rio e i panorami più amati del Brasile. Morbida come un’alba sull’oceano, "Que Maravilha" è la dimostrazione di una perfetta interpretazione dello spirito della bossa nova: la bossa di Bari che non ha nulla da invidiare a quella originale. Inutile sottolineare che la tromba di Bosso è ancora una volta spettacolare. Il sipario si chiude con "Joia", che altro non è se non una riproposizione di un brano della tradizione brasiliana di Airto Moreira e Flora Purim: la Dipierro e le percussioni senza ulteriori strumenti sono i protagonisti di questo inusuale pezzo di musica etnica. Ogni momento di questo album è una piccola gemma e qualsiasi descrizione, così come tutte le spiegazioni possibili, non rendono davvero giustizia alla poesia musicale di Natural. C’è della musica che ti interessa e poi c’è altra musica che ti cattura e non ti lascia più andare. Nicola Conte e la brava Stefania Dipierro semplicemente ti ammalieranno e sarà difficile staccarsene. La sensibilità del maestro Conte è straordinaria: che si tratti di suoi pezzi originali o di arrangiamenti di canzoni di altri compositori il risultato non cambia e la qualità dei suoi progetti musicali resta sempre altissima. Stefania Dipierro sarà per tutti una bellissima scoperta, la sua voce è speciale. La miglior produzione italiana alberga da queste parti, non c'è dubbio. E poi in fondo, come diceva il grande Antonio Carlos Jobim, bisogna tenere a mente: “Que isto é bossa nova, que isto é muito natural”
Justice System – Rooftop Soundcheck
Justice System – Rooftop Soundcheck
Non amo particolarmente ne il rap ne l’hip hop. E di conseguenza non mi piace parlarne, anche per via della mia quasi totale ignoranza in materia. Tuttavia ci sono stati dei gruppi che hanno stuzzicato il mio interesse: erano quei collettivi musicali che provenivano dal circuito hip hop e che sono riusciti a produrre del buon materiale, inventando uno stile che qualcuno ha definito anche jazz rap. I Roots, Guru, ed i Justice System sono i nomi di alcuni di questi. Vorrei parlare in particolare dei Justice System, che furono probabilmente una delle band hip hop più innovative emerse sulla scena musicale dei primi anni '90. Venivano dal Bronx (New York) cioè il luogo che è stato un po’ la culla di questo controverso ed originale genere. Il tentativo da loro messo in atto era quello di cercare di mescolare le proverbiali cascate di parole in rima con dei groove di matrice jazz funk e delle melodie vicine al jazz. I Justice System sono stati spesso paragonati ai Roots: un accostamento che ha avuto su di loro un impatto che può essere considerato al tempo stesso positivo e negativo. Il parallelismo con i Roots infatti ci può stare, ma solo parzialmente: nei Justice System, a mio parere, la qualità degli arrangiamenti e l’abbinamento del rap con le orchestrazioni fatte di veri strumenti sono nettamente superiori all'approccio più essenziale dei loro contemporanei di Philadelphia. Va sottolineato che i Justice System avevano un loro sound peculiare e possono essere considerati a pieno titolo dei veri innovatori dell’hip hop. Il loro debutto del 1994, intitolato "Rooftop Soundcheck" ci consegna un collettivo giovane e se vogliamo anche visionario, in grado di produrre un sound molto originale, corroborato da una produzione molto curata e da una notevole quantità di materiale. Ciò che propongono i Justice System su "Rooftop Soundcheck" è in egual misura un pò jazzy e un po’ funky: ci sono i groove ritmici che tendono verso il lato del funk e poi ci sono le parti strumentali che hanno un tenore più vicino al jazz. La strumentazione ha un suono molto più corposo e coreografico della maggior parte dell’hip hop che ho avuto modo di ascoltare. Il motore di questo progetto è alimentato dalle solide linee di basso e dalla energica batteria di Coz Boogie e Eric G mentre la musica è fluida e vivace, caratterizzata da un nitido lavoro di rifinitura effettuato in studio di registrazione. So che alcuni hanno criticato questo album proprio per un presunto eccesso nell’intervento della produzione. Io trovo che il sound del gruppo, così ben bilanciato e raffinato, sia invece un punto di forza: ciascuno degli strumenti e ogni elemento sonoro è chiaramente distinguibile, a tutto vantaggio della godibilità. Ciò che quasi sempre manca nella maggioranza delle produzioni rap e hip hop. Di sicuro un altro degli artefici principali dell’ottimo impatto sonoro dei Justice System è il chitarrista C-Roc che funge da collante per ogni brano con le sue ricche frasi funky, e poi non va dimenticato l'inestimabile lavoro di Mo 'Betta Al che si mette in evidenza sia al sax tenore che al piano elettrico Rhodes. Se anche individualmente ì Justice System sono composti da alcuni musicisti di grandissimo talento, è giusto sottolineare come sia il collettivo a determinare la straordinarietà del loro lavoro. Rooftop Soundcheck denota un’invidiabile omogeneità qualitativa ed una rimarchevole fluidità di contenuti, una cosa che raramente si trova in una band di hip hop. Da questo punto di vista sono proprio i lunghi intervalli strumentali, così come il groove che corre lungo tutto l’album a fornire gli spunti salienti nonché il maggior motivo d’interesse. Rooftop Soundcheck è esaltato dal suo stesso suono e dai suoi arrangiamenti, mentre il gruppo dimostra una grande versatilità, esplorando una vasta gamma atmosfere e di stati d'animo. Sono numerosi i brani degni di nota: da "Just Because" a "Soulstyle" da “Due Our Time” a “Summer In The City” la musica è tutta un fermento creativo urbano e contemporaneo in cui gli echi dei quartieri storici di New York si alternano a quelli dei fumosi jazz club. E’ una passeggiata sonora tra il fiume Hudson ed il Bronx, tra il Queens ed Harlem con il sottofondo dei vecchi grandi del jazz come Coltrane, Gillespie e Thelonius Monk, sul quale si innestano le parole in libertà del rap. Folex e Jahbaz celebrano la pura potenza della musica sottolineandola con la loro valanga poetica, animati da uno spirito artistico che li pone in un parallelismo ideale con i cantanti scat dei decenni passati. "Rooftop Soundcheck" è stato ripubblicato in digitale come "Sounds of the Rooftop", che è forse un titolo ancora più azzeccato: le calde ed energiche vibrazioni che scaturiscono dal suo ascolto sono un perfetto viatico per apprezzare anche un genere come l’hip hop, che altrimenti può risultare fin troppo piatto e ripetitivo. Sono i suoni di New York, una città culturalmente ricchissima ed in continuo fermento. Agli inizi degli anni ’90 i Justice System introdussero un modo nuovo ed intelligente per rivitalizzare il jazz continuando ad esplorare le possibilità del rap in piena libertà. Anche a quasi vent’anni dalla sua pubblicazione questo album è perfettamente godibile e dimostra di essere invecchiato molto bene.
Stanley Jordan – Magic Touch
Stanley Jordan – Magic Touch
L’avvento del chitarrista Stanley Jordan sulla ribalta musicale dei primi anni '80 ha immediatamente allertato la critica ed il pubblico creando grande interesse intorno al giovane talento fin dall’uscita del primo album Touch Sensitive nel 1982. Il virtuoso chitarrista di Chicago si guadagnò in breve tempo una meritata fama nel mondo del jazz ed un buon seguito tra gli appassionati. Dato che Stanley inventò un modo nuovo e rivoluzionario di suonare le sei corde è abbastanza normale che il fatto non passasse inosservato. La tecnica alla base del mirabolante modo di interpretare lo strumento da parte di Jordan è quella del tapping. Il tapping consiste nell'utilizzare la mano ritmica (destra per i destrimani, sinistra per i mancini) per suonare delle note (note legate) direttamente sulla tastiera, generalmente usata per suonare intervalli molto larghi, altrimenti molto difficili da eseguire. La versione più virtuosistica è il tapping a otto dita, che consiste appunto nell'usare tutte e quattro le dita della mano destra, combinandole ovviamente con le quattro della mano sinistra. Ed è esattamente questa quella sulla quale il formidabile Stanley Jordan si è specializzato. Sebbene non sia stato il primo a usare questo metodo, il chitarrista è stato però un pioniere nel suonare due linee melodiche completamente indipendenti sul suo strumento (come se fosse una tastiera) o, addirittura, due chitarre alla volta. Inizialmente studiò il pianoforte, ma passò alla chitarra all’età di 11 anni. Dopo essersi laureato a Princeton nel 1981, Jordan si esibì per un breve periodo in giro per le strade di New York. Ben presto attirò l’attenzione degli addetti ai lavori ed ebbe così l'opportunità di suonare con Benny Carter e Dizzy Gillespie. Dopo aver registrato un primo album come solista per l’etichetta Tangent, firmò un contratto con la Blue Note. Magic Touch, questo è il titolo del secondo disco di Stanley Jordan: il lavoro discografico che vedrà la consacrazione del chitarrista e della sua peculiare tecnica di tapping. Grazie anche ad un repertorio molto variegato ed eterogeneo, l’album ci fa capire quanto sia rivoluzionario l'approccio di Jordan allo strumento: un talento così grande da consentirgli di accedere a possibilità musicali che sono semplicemente fuori dalla portata di altri chitarristi. Nelle sue mani la chitarra raggiunge un livello di auto-accompagnamento precedentemente conosciuto solo da chi suona il pianoforte. Fortunatamente Jordan mette a frutto il suo incredibile talento facendo buona musica. E c’è un'area in particolare in cui Jordan eccelle davvero in modo unico: è la reinterpretazione del materiale pop moderno. La sua versione di "Eleanor Rigby" dei Beatles, ad esempio, accompagnata solo dalle sottili percussioni di Sammy Figueroa, è leggera e vaporosa ma esalta al contempo il lato più giocoso della melodia. Altrettanto impressionante è la cover di "The Lady in My Life" di Michael Jackson, della quale il chitarrista dà una lettura morbida e sensuale. Ma il bravo Stanley non si concentra solo sui classici del pop. Jordan dimostra di non trascurare affatto il mondo del jazz, proponendo delle deliziose versioni di "Freddie Freeloader", "Round Midnight" e "A Child Is Born". Magic Touch non è un disco per sola chitarra ed infatti Jordan è accompagnato in alcuni brani da alcuni musicisti esperti come i batteristi Omar Hakim e Peter Erskine: gente che ovviamente suona benissimo. Però nell’estetica musicale di Stanley non importa quanto siano validi i collaboratori e quanto siano interessanti le esibizioni di gruppo. Tutto è concentrato sulla scioccante polifonia del formidabile chitarrista. È in quella sottile alchimia, fatta di abili dita che volano sul manico della chitarra creando intrecci impossibili ed arditi che si gioca la magia di questo disco e in ultima analisi la musica di Stanley Jordan. Da quelle sottili e delicate trame, tutte appese ad un talento cristallino, che fa della chitarra un’estensione fisica del corpo e della mente, prende davvero vita un album come Magic Touch. Qui non troverete assoli roboanti e nemmeno chitarre arricchite da effetti speciali, ma soltanto la più pura e pulita espressione di uno strumento a corde che Stanley Jordan plasma e comanda con le sue mani tra eteree architetture sonore e garbate improvvisazioni. Gli album che seguiranno non hanno forse mantenuto completamente le premesse mostrate nelle prime due registrazioni ed in particolare in questo Magic Touch. Ma il chitarrista ha certamente in sè qualcosa di veramente speciale e non a caso è un musicista che si esprime al suo meglio nei concerti dal vivo, dove è più facile apprezzare fino in fondo tutto il suo talento. Resta il fatto che questo disco di Stanley Jordan è diventato un classico ed è in qualche misura un punto di svolta fondamentale nella storia della chitarra jazz moderna. Se siete appassionati del suono della chitarra elettrica e non avete mai ascoltato questo artista, per certi versi unico, vi consiglio di partire da Magic Touch e farvi sedurre dalle sue suggestioni.
Jimmy Ponder – Illusions
Jimmy Ponder – Illusions
Jimmy Ponder: un nome che ai più risulterà praticamente sconosciuto. In realtà lui è uno dei tanti chitarristi che hanno animato la scena del jazz e del jazz funk fin dai primi anni '70, focalizzandosi in particolare su quello stile musicale di crossover che fu la caratteristica peculiare di quel periodo storico. Al pari di altri musicisti molto più famosi di lui, come Wes Montgomery, George Benson, Grant Green o Boogaloo Joe James, Ponder ha certamente tratto dalle sue registrazioni una fonte di reddito importante ma anche e soprattutto un mezzo fondamentale per mettersi in mostra. Tuttavia, forte di un talento non comune e di una visione artistica genuina, ha dovuto lottare con i produttori discografici per ottenere un minimo di licenza creativa da applicare alle sue opere. E’ noto che esiste un profondo conflitto di interessi nelle dinamiche della produzione discografica che è in grado, a volte, di modellare il prodotto finale. Se l'obiettivo diventa la pubblicazione di un album di successo difficilmente il risultato sarà di valore. Quando invece si punta verso un processo creativo scevro da interessi commerciali sarà più facile arrivare a qualcosa di musicalmente interessante. Nel caso di Ponder, pur esistendo numerosi precedenti che rappresentavano dei modelli di successo, il chitarrista non arrivò mai ad una vera notorietà, anche se Jimmy registrò con etichette di prim’ordine come la ABC Impulse e la Milestone. I due album di Ponder per la Impulse, Illusions (1976) e White Room (1977) sono fortemente influenzati dal funk, e presentano sia brani originali che cover di canzoni popolari. Per quanto mi piaccia molto il soul jazz ed il jazz funk della fine degli anni '70, posso dire che in questo ambito non sono certo mancate le delusioni. Persino alcuni degli artisti più talentuosi e di buon gusto hanno offerto prove tutt’altro che felici nel tentativo maldestro di piegare la loro inclinazione naturale verso la ricerca di un successo commerciale. L’album “Illusions” sembra inizialmente orientarsi verso questa tendenza. Invece, con un ascolto ripetuto ed attento, mi ha fatto ricredere ed infine la magia della chitarra di questo oscuro musicista mi ha convinto e definitivamente conquistato. Ron Carter, il veterano bassista jazz, già membro del quintetto di Miles Davis della metà degli anni '60, è un importante presenza su Illusions, in grado di donare una sensibilità jazz più tradizionale ai brani che sono fondamentalmente influenzati dal funk e dal jazz latino. Un bellissimo esempio di questa collaborazione viene dalla ballata "Jennifer" dove Carter e Ponder utilizzano il puro e semplice suono acustico, senza effetti elettronici. Il pezzo ha una durata di nove minuti, e presenta un lungo assolo di Ponder, che riesce a giocare con la melodia improvvisando anche con le ottave. L’album inizia con Funky Butt, un numero soul jazz in cui Ponder indugia sull’uso del wah wah e si avvale di un arrangiamento ricco di archi che rammentano le produzioni della CTI e del Philly Sound. I giochi si fanno più interessanti con la successiva "Energy III" che è costruita su di un ritmo complesso ed eccitante, in pieno stile fusion, il quale si rivela un ottimo veicolo per gli assoli della chitarra e delle tastiere. Probabilmente il pezzo che colpisce di più è la cover di un successo dei Miracles: Do It Baby è resa con un sound jazz funk molto accattivante che ricorda George Benson e mette in evidenza tutta la bravura e l’ecletticità di Jimmy Ponder. Interessante anche Illusions che è una bossa brasilianeggiante tutta incentrata sulla perizia tecnica di Ponder, il quale illumina la scena con una performance equilibrata e di gran classe. L'ultima canzone, "Sabado Sombrero", è un brano che si stacca un po’ dal resto dell’album. Per cominciare è acustica ed è tutta giocata sui tenui colori latineggianti dettati dalle percussioni e dal basso di Ron Carter. Si tratta di un originale dello stesso Carter, che qui si esibisce sostanzialmente in un duo con il chitarrista. La canzone è lenta, con elementi di musica spagnola e brasiliana che si mescolano al blues americano. Spogliato delle tastiere, della batteria e dei fiati, Ponder mostra tutta la sua forza tesa quasi ad impersonare un sorta di mini orchestra condensata nella sua chitarra, spostandosi con disinvoltura tra accordi, ottave e linee melodiche, ma mantenendo un solido controllo dell’atmosfera del pezzo. D’altra parte la capacità di Ponder di rivestire simultaneamente i ruoli di vari strumenti anche quando suonava da solo, è di fatto la chiave del suo talento di chitarrista. Le tastiere presenti nell’album sono firmate da uno dei miei pianisti preferiti, ovvero Ronnie Foster, che non a caso più avanti diventerà un collaboratore irrinunciabile di George Benson. All’apparenza Illusions sembra suonare come un classico album degli anni ’70, legato al jazz funk ed al soul, con i suoi speciali effetti di chitarra ed i ritmi colorati di latino. Ascoltandolo con attenzione però si può trovare di più: un diversificato composito di stili che include il jazz tradizionale, il rock e il pop , mixati in modo impeccabile e sempre piacevole. Jimmy Ponder merita sicuramente maggiori riconoscimenti ed è a mio parere, una valida alternativa ai “soliti noti” della chitarra jazz funk.
Grover Washington, Jr. - “A House Full of Love: Music from The Cosby Show”
Grover Washington, Jr. - “A House Full of Love: Music from The Cosby Show”
Grover Washington, Jr. è uno dei miei musicisti preferiti: ho sempre amato la sua musica ed il suo stile come sassofonista. Anche se non tutti gli album della sua discografia sono totalmente riusciti, nutro un grandissimo rispetto per lui. Oggi mi voglio occupare di una delle sue registrazioni più rare e sconosciute: la colonna sonora de “I Robinson”. Ero a conoscenza da molto tempo del fatto che Grover fosse la voce strumentale del Bill Cosby Show (come viene chiamato negli Stati Uniti) e ricordo di aver pensato più di una volta che i frammenti di funk jazz e ovviamente le sigle di apertura e chiusura che si potevano carpire durante gli spettacoli tv erano tutt’altro che disprezzabili. Detto questo non avevo grandi aspettative riguardo ad un intero album incentrato su di un tv show come quello del popolare comico afro americano. Niente di più sbagliato. “A House Full of Love: Music from The Cosby Show” non è solo una raccolta passabile, è un album davvero convincente, anche migliore di alcune discutibili uscite precedenti di Washington (come ad esempio quelle del periodo con la CTI Records). Registrato nel 1986, si può dire che il disco coglie il sassofonista in quello che è stato il momento più felice della sua carriera, quando era al picco della vena creativa. Certo una buona base di partenza è dettata dalla band di supporto, formata da un manipolo di musicisti di levatura stellare, da tempo nell’orbita del popolare sassofonista di Philadelphia: Richard Tee, Wah Wah Watson, Marcus Miller, Steve Gadd o i fratelli Brecker sono la garanzia certa che quello che ascolterete sarà inevitabilmente un prodotto professionalmente ineccepibile e creativamente interessante. Lo stile è quello usualmente frequentato da Grover Washington, un jazz funk con qualche venatura blues e pop, che tuttavia si mantiene ben lontano da pericolose derive commerciali. Le composizioni sono in parte diverse da quello che ci potrebbe aspettare: sono ritmicamente sufficientemente ardite e al contempo interessanti, varie e piacevoli. Grover e Bill erano entrambe nativi di Philadelphia e la lunga amicizia che li ha legati deve aver in qualche misura influito positivamente sulla buona qualità delle canzoni. Queste ultime sono quasi tutte composte dallo stesso Bill Cosby, perlopiù con la collaborazione del tastierista e produttore del progetto Stu Gardner. La maggior parte del contenuto di questo album riporta immediatamente, in modo evocativamente diretto, allo show televisivo di Cosby. Ma questa non è esattamente la colonna sonora ufficiale e se anche si riconoscono le melodie che hanno caratterizzato lo spettacolo, come il potente funk "Resthatherian", ci si rende conto che qui suona tutto più grintoso, pur rimanendo familiare. Il groove è ben presente e radicato, essendo nel dna di Grover Washington e dei suoi musicisti. Ci sono anche i brani lenti come "Camille", "Clair (Phylicia)" e "Outstretched Hands (Gloria)" che sono simili a come suonavano in quei brevi momenti dove sottolineavano stati d’animo o situazioni particolari della trasmissione. Da questo punto di vista sono probabilmente i più riconoscibili e, va detto, sono bellissimi proprio grazie alla timbrica del sax di Grover. Possiamo ascoltare la voce quasi rappante di Cosby punteggiare "Love In It's Proper Place", con il suo peculiare stile narrativo comico, nel contesto di un'altra eccellente jam session di funk dove è un piacere ascoltare gli strepitosi interventi di Washington. I brani dove la musica dell’album è più vicina a quella dei lavori discografici di Grover come solista tuttavia non mancano. Ad esempio "Poppin" o "The Huxtable Kids", ci mostrano proprio quello stile funk jazz degli anni '80 dell’epoca di Winelight, Come Morning o Inside Moves. Il brano più bello è però, probabilmente, "Kitchen Jazz" (ascoltato nella prima scena dell'episodio pilota dello show): un numero in pieno stile da big band che profuma di retrò, ma sa anche regalare un tocco di modernità con Richard Tee ed il suo uso rivisitato del pianoforte elettrico. "Look At This" è un lento pezzo di soul jazz che è stato usato a più riprese in vari episodi dello show e in questa versione presenta nuovamente un parlato di Cosby, il quale ironizza sulle differenze generazionali. Ma il vero gioiello è il suono morbido e suadente del tenore di Washington che appare più seducente che mai. Il brano finale è cantato da Lori Fulton: si tratta di una romantica ballata soul/funk che da un certo punto di vista definisce l'intera atmosfera dello show televisivo e che anche come canzone a se stante merita attenzione. “A House Full of Love: Music from The Cosby Show” non è certo un album facile da reperire di questi tempi ma personalmente l’ho trovato un'eccellente raccolta di poderoso funk jazz che ha una sua dignità ed un valore intrinseco che vanno ben al di là della stretta relazione con quello che in Italia era noto come “I Robinson”. Qui c’è della buona musica, si ascolta una band superlativa e in prima linea troviamo uno dei sassofonisti più talentuosi e tecnicamente preparati del secolo scorso. Naturalmente il disco offre un’opportunità impedibile, per chi ha amato uno degli show televisivi più acclamati e di successo di quel periodo, di rivivere con la musica parte delle atmosfere dello spettacolo tv, ma alla fine quello che conta e, di fatto, ciò che resta è un ottimo album di grande musica che ci proietta in quell’epoca felice che furono gli anni ’80.
MSM Michael Schmidt - Life
MSM Michael Schmidt - Life
Sono passati circa quarant’anni dal periodo d’oro del jazz rock e della fusion: quell’epoca straordinaria vide l’affermazione di gruppi come la Mahavishnu Orchestra, i Weather Report, i Return To Forever e gli Headhunters. Al giorno d’oggi non sono rimasti in molti a portare alta la bandiera della vera fusion: Chick Corea, a 75 anni, ha la sua Elektric Band, sia pure a intermittenza, John McLaughlin, che di anni ne ha 74, è andato in pensione alla fine del 2017, anche se è stato attivo fino all’ultimo con la sua 4th Dimension Band, I Weather sono ormai il passato ed Herbie Hancock si dedica principalmente al jazz tradizionale. Insomma i vecchi leoni sono a fine carriera e solo un pugno di altri musicisti cerca ancora di dare corpo alla visione di un jazz elettrico tecnico e complesso, giocato sul filo del virtuosismo e con poca indulgenza verso derive commerciali. Si può certamente aggiungere a questa lista il nome di Michael Schmidt, o come preferisce essere chiamato, MSM Schmidt. Schmidt è un tastierista e compositore di Brema che da circa dieci anni è attivo nel campo della fusion, avvalendosi di un incredibile stuolo di collaboratori presi dal gotha dei musicisti specializzati nel genere. Il bassista Jimmy Haslip, ad esempio, che ha prodotto o co-prodotto anche le due precedenti uscite discografiche di Schmidt, Utopia del 2015 e Evolution del 2012, è presente anche su questo Life, che è l’ultima fatica di Schmidt, datata 2017. Un album che è uno straordinario esempio di moderna fusion, dove è possibile ascoltare insieme alcuni dei più grandi nomi del jazz contemporaneo. Qualche esempio: i chitarristi Mike Miller e Oz Noy, i tastieristi Scott Kinsey e Mitchel Forman, i sassofonisti Steve Tavaglione, Andy Snitzer e Bob Mintzer, il violinista Charlie Bisharat e una stupefacente squadra di superbi batteristi come Dave Weckl, Gary Novak, Virgil Donati e il tedesco Jost Nickel. Tra l’altro Life è anche un modo per ascoltare le ultime registrazioni del compianto chitarrista Allan Holdsworth, uno degli idoli di Schmidt e qui presente in due brani. Dopo aver iniziato con la batteria, Schmidt passò in seguito alle tastiere, ma sempre da autodidatta: i software e gli strumenti via via più evoluti lo hanno certamente aiutato, ma non sapendo leggere e scrivere gli spartiti, ha sempre bisogno del supporto di musicisti professionisti che siano in grado di mettere la sua musica in una forma grafica canonica. E’ davvero sorprendente che Schmidt riesca a comporre ed a suonare ad un tale livello pur essendo praticamente privo di basi teoriche e di studi scolastici specifici. Tuttavia Life è un album bellissimo: in poche battute conquista l’ascoltatore trascinandolo in vortice affascinante che non può non ricordare i grandi gruppi degli anni ’70. Questa è la vera fusion come dovrebbe essere: tecnica, cuore, passione in un mix energetico e moderno. L'album prende il via con il groove dinamico di "Trance", sottolineato dall'autorevole ed inconfondibile batteria di Weckl e con alcune vivaci linee di sax soprano di Katisse Buckingham, membro della Zawinul Legacy Band. Kinsey offre un assolo di synth esaltante su questo aggressivo numero e Holdsworth contribuisce con uno dei suoi assoli sempre originali e sorprendenti ad elevare ulteriormente il livello del brano. Novak subentra alla batteria sulla più melodica "Saudade City", impreziosita da un assolo di sax soprano di Andy Snitzer ed uno spigoloso intervento di Mike Miller in pieno stile jazz rock. "Vista", vede di nuovo impegnato Allan Holdsworth, che si trova a cavalcare il ritmo imperioso di Donati. John Daversa regala un assolo di tromba ma è Holdsworth a lasciare a bocca aperta con la sua tecnica sopraffina. Da sottolineare anche la batteria suonata con innato furore da Virgil Donati. E’ una vera e propria jam session in 6/8 invece la formidabile "Life", in questo caso alimentata dalla muscolare batteria del tedesco Jost Nickel: in prima linea il sax di Tavaglione, con tanto di flauti sovraincisi. C’è Jimmy Haslip, presenza costante nel disco, che sciorina un meraviglioso assolo di basso fretless a cui fanno seguito Mike Miller e la sua chitarra ed il citato Steve Tavaglione al sax soprano. "Red & Gold" è un groove stuzzicante, animato dal solido batterismo di Donati e dal pianoforte di Ruslan Sirota, un pianista-compositore ucraino salito alla ribalta come membro dello Stanley Clarke Group. Non manca il violinista Jerry Goodman, ex solista della Mahavishnu Orchestra, mentre la ciliegina sulla torta è rappresentata dall’assolo di chitarra di Oz Noy. Fantastica poi anche "Exodus": è una vetrina per la sezione fiati composta dai sassofonisti Bob Mintzer, Brandon Fields e Andy Snitzer affiancati dai Fowler Brothers (Walt alla tromba e Bruce al trombone, entrambi ex della band di Frank Zappa). Jost Nickel imposta la ritmica sul funk e su queste basi gli assoli risaltano al massimo: il chitarrista Mike Miller, il tenor sassofonista Mintzer e il sax soprano di Snitzer si esibiscono tutti con assoli davvero molto trascinanti. L’album procede senza soste e senza incertezze con "Rush", per un incredibile intervento di basso slap di MonoNeon (aka Dwayne Thomas, jr.). Il sempre formidabile Dave Weckl sostiene da par suo il groove mentre Ruslan Sirota appare più che convincente al piano elettrico, con un assolo che profuma di Herbie Hancock. Il chitarrista di turno è Larry Koonse ed anche lui contribuisce a questo energetico pezzo con un pregevole solo. "Medusa" è un intreccio di funk-fusion dal ritmo lento, scandito dal formidabile tandem formato da Donati e Haslip e caratterizzato da un potente assolo di Rhodes di Scott Kinsey. Oz Noy aggiunge il suo momento di chitarra distorta e lacerante, mentre Virgil Donati si mette ancora in luce grazie ad una scansione ritmica tanto preziosa quanto impeccabile. C’è tutta l’esuberanza del funk in "RE-Start" guidato nel giusto groove da Novak e Haslip e arricchito del synth propulsivo e atmosferico di MSM Schmidt. Andy Snitzer spinge la melodia al sax soprano ed Oz Noy dimostra come una chitarra quasi metal possa suonare anche il bop. La partitura di piano elettrico è affidata al tastierista Andy Milne che si distende liquido e puntuale. L'album si chiude con una breve ripresa della title track, che rivela una significativa influenza delle ultime tendenze della World Music. Schmidt ha dichiarato che: “la mia musica è definibile come fusion" e le mie influenze vengono da band come i Metro, The Yellowjackets, i Weather Report e gli Steps Ahead ma anche dalle colonne sonore degli anni ottanta”. “Sono inoltre un grande fan del compositore francese Michel Colombier, anche per l’uso intelligente che ha sempre fatto dei synth e delle batterie elettroniche”. Nulla da dire: tutte queste suggestioni sono state assorbite e riunite nel più brillante dei modi nel progetto di MSM Schmidt, in particolare su questo ultimo ed indovinato album Life. La fusion nobile ed alta non è morta e finchè ci saranno dischi come questo e musicisti coreaggiosi, disposti a rischiare come Michael Schmidt potremo continuare a dire “viva la fusion”.
Onaje Allan Gumbs – Return To Form
Onaje Allan Gumbs – Return To Form
Nato ad Harlem e cresciuto nel Queens, il pianista Onaje Allan Gumbs ha iniziato a suonare il piano all'età di 7 anni e si è infine diplomato presso la High School of Music and Art di Manhattan. Dopo un concerto di successo con il chitarrista Kenny Burrell, Gumbs guadagnò consensi tra gli addetti ai lavori, trovando ingaggi come session man al seguito di artisti del calibro di Norman Connors, Buster Williams, Cecil McBee, Betty Carter e Nat Adderley. Inoltre è stato per 2 anni il tastierista e l’arrangiatore della band guidata dal compianto trombettista Woody Shaw. Onaje è un pianista molto apprezzato tra i suoi colleghi musicisti jazz, ed è davvero sorprendente che un artista del suo talento non abbia pubblicato che un pugno di album a suo nome. Il "ritorno" a cui allude il titolo dell’album “Return To Form” è un chiaro riferimento ad un cambio di rotta operato dal pianista verso il jazz classico, cioè una svolta radicale per rompere con lo smooth jazz che è stato lo stile preferito da Gumbs per quasi vent’anni. E’ evidente come Gumbs punti a tornare alle sue radici, tuttavia il musicista di Harlem non ha completamente abbandonato il contemporary jazz commerciale. E va aggiunto che non c’è nulla di scandaloso in questa scelta. I suoi pochi album di pop jazz sono sempre stati realizzati con cura e grande professionalità. Ma ciò che ha funzionato così bene in un ambito più leggero, diventa una responsabilità quando l’approccio vira, come in questo caso sul jazz serio. In ultima analisi un conto sono i brani originali, ma FM oriented, come So Nice e Quiet Passion, un altro quando si deve affrontare la musica di Coltrane o Billy Strayhorn. Questo album live, registrato al Blue Note, in ogni caso trova un Onaje in ottima forma, accompagnato da Marcus McLaurine (uno dei bassisti di prima scelta di Clark Terry), dal batterista Payton Crossley, dal percussionista Gary Fritz e, su alcune tracce, dal sassofonista René McLean. Se si prende a campione l’approccio innovativo che Gumbs fa ad brano complesso come “Equinox” di John Coltrane si intuisce fin da subito la qualità dell’album. Il pianista lo imposta su una ritmica molto particolare, a tratti dal sapore latino, mutuando parzialmente la linea di basso di A Love Supreme, in un gioco di citazioni di Coltrane che lascia intuire anche altre opere del maestro di Hamlet. E sono altrettanto belle le reinterpretazioni in trio di "Daydream" (una ballata stupenda di Duke Ellington e Billy Strayhorn) e di "Dreamsville" di Henry Mancini. Va detto che Gumbs mette in luce anche le sue ottime doti di compositore come su "First Time We Met" che è un classico brano di hard bop ricco di spunti musicalmente interessanti. C’è molta qualità lirica in "Palace of the Seven Jewels" e "Left Side of Right" vede il sax tenore di René McLean suonare potente sul piano funkeggiante di Onaje. "A Breath of Fresh Air" è un pezzo allegro e vivace che suggerisce una passeggiata nel verde in un soleggiato pomeriggio di primavera. Un po’ Wynton Kelly, a sprazzi McCoy Tyner, con Herbie Hancock sempre sullo sfondo: così si potrebbe descrivere il pianismo di Onaje Allan Gumbs. Lui è più efficace quando non si lascia prendere dalla foga, ma è un musicista sempre tecnicamente perfetto e sufficientemente lirico e creativo per farsi apprezzare anche in un contesto come quello jazzistico che è pur sempre il punto di partenza della sua lunga carriera. Il suono intimo e rilassato di questo album rende comunque bene l’atmosfera del piccolo club di jazz, mettendo l’ascoltatore nella condizione di godersi un bel concerto in un tavolo in prima fila al Blue Note. Il “ritorno” è completo, e se Onaje vorrà continuare ad esplorare la musica afro americana nel suo idioma più classico, il suo contributo al jazz dei giorni nostri sarà senza dubbio un valore aggiunto più che apprezzabile.
Eddie Russ – Fresh Out
Eddie Russ – Fresh Out
Ancora una volta torno a parlare di una mia passione musicale: i rare grooves e il vintage sound degli anni ’70. E ripropongo un artista semi sconosciuto, di cui ho già parlato, che ha all’attivo tre album da solista: Eddie Russ. Eddie Russ è un talentuoso tastierista che in carriera ha lavorato con moltissimi musicisti, nell’arco di diversi decenni: tra questi Sonny Stitt, Sarah Vaughn, Dee Dee Bridgewater, Dizzy Gillespie, Stan Getz, Nancy Wilson, Roland Kirk, Hank Mobley, Cal Tjader, e Clark Terry. Russ ha iniziato a farsi conoscere negli anni '70, quando, nel pieno dell’esplosione del jazz funk, si fece notare per la sua bravura come tastierista e per il suo talento di compositore. In Europa, è stato spesso pubblicizzato come il "Re del Soul Jazz", diventando popolare in particolare in Inghilterra dove il suo successo ha eclissato quello ottenuto negli Stati Uniti. Eddie è nato e cresciuto a Pittsburgh, in Pennsylvania, e iniziò a prendere lezioni di piano all'età di 11 anni, in seguito Russ frequentò il Pittsburgh Musical Institute e trascorse otto anni a studiare musica jazz. Successivamente formò il gruppo The Mixed Bag, che di fatto fu il trampolino di lancio per la sua carriera poiché gli diede l'opportunità di registrare cinque album con il leggendario Sonny Stitt ed i suoi unici tre album da solista per l'etichetta Monument (“Fresh Out”, "Take A Look At Yourself" e "See The Light"). Oggi vi parlerò del suo primo lavoro del 1974, "Fresh Out" (Soul Jazz Records) che conteneva anche un singolo di successo come "The Lope Song", molto gettonato in Europa. Grazie all’esplosione del fenomeno acid jazz ed al fermento della scena funk jazz britannica, dischi groove oriented come "Fresh Out" hanno contribuito ad un meritato riconoscimento internazionale di Eddie Russ, anche se, per la verità, il suo nome resta ancora circoscritto ai pur numerosi fan dei rare grooves. Tornando a Fresh Out, l'album di debutto di Russ, è stato registrato a Detroit nel 1974. La registrazione vede impegnato il gruppo The Mixed Bag, composto da membri della comunità jazz di Detroit, il luogo dove il tastierista aveva scelto di mettere la sua base. Fresh Out fu originariamente pubblicato sull'etichetta indipendente Jazz Masters, ma è stato ristampato dalla Soul Jazz Records nel 1992, diventando il debutto anche per la neonata casa discografica. Si tratta di un classico lavoro di funk jazz con qualche accenno dance. I suoni sono quelli vintage, ruvidi e genuini nella migliore tradizione blaxploitation. In un attimo si viene trasportati dentro un mondo colorato, fatto di afro americani dalle improbabili pettinature, vestiti con pantaloni a zampa d’elefante, collane d’oro, pellicce e automobili kitsch. Su tutto domina il suono del piano elettrico Fender Rhodes 88, e già questo basterebbe per rendere un album come questo un pezzo irrinunciabile di ogni collezione. Fin dall’inizio con “The Lope Song” la full immersion negli anni ’70 è assicurata: ritmo funky, flauto, basso pulsante e piano elettrico a profusione. Il brano scorre fluido, con il suo riff che entra subito in testa ed i suoi stacchi e riprese perfetti. “All But Blind” ci mostra il lato jazzistico di Eddie Russ, il groove è quello di una morbida ballata jazz declinata con un gradevole medio tempo. Molto accattivante il sax che detta la melodia sulla base armonica creata dal Rhodes di Russ. Non manca un assolo di chitarra e quello sempre puntuale del leader. Dopo la parentesi quasi mainstream si torna subito alle atmosfere da poliziesco televisivo con "Shamading": una bella ritmica funky fa da base per il piano elettrico di Eddie che imperversa dominante su questo numero, che nel complesso suona estremamente dinamico e vivace. “Hill Were The Lord Hides” è il compendio e la sintesi di come dovrebbe essere il funk jazz nella sua migliore accezione. Il groove è fortissimo, gli assoli trascinanti: l’atmosfera è perfetta. Questo è senza dubbio il sound degli anni ’70 al suo meglio. I fan dei rare grooves resteranno estasiati dal sound della band e da come la musica di pezzi come questo si avvicinino all’ideale formula di questo genere musicale. Non manca un’originale cover della celebre “You Are The Sunshine Of My Life” di Steve Wonder. La canzone viene presa come base armonica (e che base, ovviamente!) per costruirci sopra un’architettura totalmente nuova dove c’è ampio spazio per il Rhodes di Eddie Russ che ha modo di esternare tutto il suo talento di pianista elettrico, senza dimenticare il bell’assolo di sax sul finale. L’album si conclude in bellezza con “Watergate Blues” che ancora una volta non delude: non tragga in inganno il titolo, di fatto è un ennesimo groove funk jazz sulla falsa riga dei precedenti. Molto interessante l’arrangiamento con l’intervento dei fiati, un ottimo assolo di chitarra elettrica, e come immancabile ciliegina, l’onnipresente piano Rhodes di Eddie che mette il suo sigillo ad un album davvero molto bello. Eddie Russ è morto all'età di 62 anni nel novembre 1996 dopo una lunga lotta contro un’insufficienza renale cronica. La scomparsa di Eddie ha lasciato un grande vuoto sulle scene del jazz internazionale. Questo album, così come gli altri due della sua concisa discografia sono un omaggio alla sua eredità. Se amate i rare grooves, la musica afro americana degli anni ’70 o più semplicemente avete una passione per l’acid jazz originale, Fresh Out è il disco giusto per voi. Imperdibile. (devo però aggiungere una sola nota negativa: la copertina...davvero orribile).
Miles Davis - Miles Smiles
Miles Davis - Miles Smiles
Senza ombra di dubbio il secondo quintetto di Miles Davis, quello della metà degli anni '60, è stato il motore di un rinnovato e vigoroso interesse per il jazz da parte del famoso trombettista: in quel periodo di fermento creativo, il divino Miles diede corpo ed anima ad una vena musicale ritrovata. Davis fu stimolato dalla giovane band che aveva messo insieme con una vitalità ed un entusiasmo che fecero una grande differenza rispetto al precedente momento buio. Qui è proprio il gruppo che contribuì ad ampliare i confini musicali di Davis, quasi obbligandolo a prendersi dei rischi e trascinandolo verso la sperimentazione, ma la band fu di fatto anche d’aiuto allo stesso Miles per superare un periodo difficile della sua vita personale (la morte dei suoi genitori, i problemi di salute e le battute d'arresto creative). A quel tempo, la band era in una fase di transizione tra il jazz tradizionale e qualcosa che andasse oltre il mainstream: un esempio fu l’album E.S.P. (Columbia, 1964). Miles da parte sua, aveva una forma di repulsione per il free-jazz, cosa che confliggeva con le tendenze avanguardiste del quintetto. Il jazz che venne fuori da questa dicotomia fu dinamico ed imprevedibile, con un approccio molto aperto verso l'armonia che era però sostenuta da una visione molto elastica e moderna dei ritmi. In aggiunta a questo, nei concerti, il repertorio si concentrava ancora sui vecchi classici e ovviamente sugli standard. Ne consegue che grazie all’intelligenza ed al genio di Davis in collaborazione con la duttilità ed il rispetto verso il leader di tutto il gruppo, il quintetto affrontò il repertorio con grande zelo ed un propositivo dinamismo, cosa che rese i brani molto conosciuti più audaci ed in qualche misura nuovi. Miles Smiles è un album in cui si ascolta un jazz acustico caratterizzato da un formidabile spirito d’innovazione, è un lavoro teso all’esplorazione di nuovi orizzonti. Tutto considerato, questo è un disco grandioso, forse insolito ma artisticamente pregnante. E non è certo un caso che le registrazioni dello stesso periodo, sfornate come solisti dai componenti del quintetto, siano di un livello altissimo, al punto che oggi sono considerate anch’esse dei classici. Pensiamo a Maiden Voyage di Herbie Hancock (Blue Note, 1965), Speak no Evil e Juju (Blue Note, 1965) di Wayne Shorter e a Spring (Blue Note, 1965) di Tony Williams. Se su E.S.P. la band era in fase di rodaggio, questa volta è chiaro come i musicisti abbiano affinato l’interplay portandolo sulla soglia di una specie di telepatia musicale: quella che Miles Davis cercava da sempre con ostinazione nei suoi collaboratori. Miles Smiles mostra un gruppo di brillanti musicisti che uniscono i loro talenti per formare un'unità coesa e finalmente votata all’interazione reciproca. Gran parte dell'album è in equilibrio tra il vecchio e il nuovo linguaggio del jazz. Come risultato, si delinea il fatto che queste composizioni sono un ottimo esempio di come mescolare al meglio lo sperimentalismo del free jazz con la tradizione. E’ così, che da qualche parte, tra questi due mondi opposti, il quintetto di Miles ha trovato il suo posto, dando vita a uno dei più eccitanti jazz mai suonati. Tutte le composizioni, a partire dall’iniziale “Orbits”, passando da "Footprints" di Shorter, fino alla finale "Gingerbread Boy" sono pezzi complessi, costruiti su architetture armonicamente polifoniche, dal punto di vista jazzistico declinate sia in forme convenzionali che non usuali. Il quintetto si distende musicalmente come una valanga che spinge verso una continua scoperta e non si accontenta di un ripetersi meccanico di convenzioni. Anche questo suggerisce che i livelli di interazione tra i musicisti sono davvero saliti a uno stadio superiore. La naturale conseguenza di questo stato di grazia artistico è che la magica tromba del leader viene esaltata dal collettivo, che da parte sua prende a sua volta il timbro e la dinamica di Davis come riferimento e stimolo. Nel 1967 questo disco vinse il premio come miglior album dell'anno nel sondaggio di Down Beat, il Quintetto ottenne il primo posto come migliore gruppo e Miles Davis riguadagnò il primato nella classifica come miglior trombettista. Ovviamente una band formata da Davis, Shorter, Williams, Carter e Hancock non può essere considerata “normale” e di fatto anche Miles Smiles non è certo un banale prodotto discografico post-bop. Anzi, al contrario, la ristampa di questo album storico rappresenta da un lato un richiamo irresistibile per i fan consolidati e fedeli, dall’altro un'introduzione pressochè obbligatoria per i novizi del jazz di Miles Davis. Miles Smiles può probabilmente essere considerato l'apice dell’evoluzione del jazz acustico e una delle migliori testimonianze registrate della vera forza del secondo quintetto storico di Miles Davis. Giusto un soffio prima che il genio di Alton sconvolgesse ancora una volta il mondo del jazz con la sua svolta elettrica: In a Silent Way e Bitches Brew stavano per arrivare.
Joe Sample – Rainbow Seeker
Joe Sample – Rainbow Seeker
Nel 1978, quando questo album fu registrato, la prima fase del jazz rock (ovvero la miscela di improvvisazione jazz con i ritmi funk-rock) era in lento declino. Il tastierista Joe Sample, famoso per il suo lavoro con i Crusaders, stava per diventare uno dei fondatori del cosiddetto "jazz contemporaneo", un idioma musicale che in seguito sarà più universalmente conosciuto come smooth jazz. Sample In quel momento aveva sostanzialmente abbandonato il jazz classico, elaborando la sua formula e attualizzando il jazz attraverso l’uso di melodie orecchiabili, di leggeri ritmi funk, il tutto condito dai suoi accattivanti cambi di accordi e da una nuova sensibilità pop. Si può dire che Rainbow Seeker sia il primo album da solista di Joe nel quale il tastierista usa il linguaggio dello smooth jazz in modo aperto e dichiarato. In realtà è il suo terzo lavoro da solista, ma i due precedenti sono ancora legati alle dinamiche della musica afro americana di stampo più palesemente mainstream. In questo album, Sample è affiancato dal leggendario chitarrista Billy Rogers, dal bassista Pops Popwell, dal suo vecchio batterista dei Crusaders Stix Hooper, più una sezione fiati e diversi altri chitarristi ospiti. Tutti gli otto brani (che includono "Fly with the Wings of Love" e "Islands in the Rain") sono composizioni di Joe, che per l’occasione sfoggia tutta la sua vena melodica, creando una serie di groove leggeri ed orecchiabili ideali per un ascolto di sottofondo di livello superiore. Se non si fosse a conoscenza di cosa esattamente sia lo smooth jazz, basterebbe ascoltare uno qualsiasi degli album di Joe Sample della fine degli anni ‘70, in particolare proprio questo Rainbow Seeker, e verrebbe spontaneo pensare che il termine sia stato inventato per questo tipo di registrazioni. Sono quasi sicuro che quando fu pubblicato non fu considerato un lavoro particolarmente innovativo, tuttavia questo disco, vecchio ormai di 40 anni è un incredibile esempio di come le composizioni e gli assoli possano essere felicemente costruiti intorno all’idea che oggi abbiamo dello smooth jazz. Qui Joe suona maggiormente in primo piano rispetto alle uscite più recenti: la sua tecnica perfetta e la liquida fluidità del suo tocco sono proprio per questo ancora più riconoscibili. Alternando il pianoforte elettrico e quello acustico, Sample elabora la sua magia tastieristica su una colorata varietà di tempi e di groove che spaziano dal latino alle ballate, dal funk al soul. Joe Sample è una sorta di jolly delle testiere: ha un grande senso della melodia e del ritmo, cose che per lui sono probabilmente la stessa cosa. Ha il suo stile personale, il suo "linguaggio", e quando senti Sample suonare un riff o un accordo, è il “suo” dannato riff o accordo. E non va dimenticato anche il suo tocco: si appesantisce solo per le punteggiature più drammatiche, ma possiede un tocco felpato e, se si è affascinati dalla velocità, può fornire tutta la destrezza che ci si aspetta. Ma Joe è soprattutto un fantastico compositore in grado di costruire armonie tanto sofisticate quanto ingannevolmente semplici. Tutte queste qualità sono quelle che possono essere trovate anche su "Rainbow Seeker", nel brano specifico e poi in tutto l’album omonimo. Come in "Fly With the Wings of Love", dove la sua abilità tecnica resta al centro dell'attenzione: con un accompagnato di archi, gli accenti di synth ed un semplice giro di basso elettrico. Oppure nell’'intramontabile lirismo di una canzone come "Melodies Of Love" che conquista e rimane incastonata tra testa e cuore. O ancora con il groove brasiliano di "Islands In The Rain" che Sample ha costruito ingegnosamente con le sue tipiche figure di accordi in progressione ascendente. Nel complesso, i classici suoni degli anni '70 sono ancora tutti lì, con meno ruvidezza e forse una maggiore eleganza. Un album come Rainbow Seeker ci consente di toccare con mano una importante transizione stilistica, a cavallo tra due decenni, quel momento in cui l’estetica musicale stava assumendo un ruolo più dominante, ma prima che l’elettronica ed i campionamenti cambiassero nuovamente le carte in tavola. E non è affatto sorprendente che tra queste note si possa percepire tutta l'influenza che Joe Sample ha esercitato su moltissimo del jazz contemporaneo che è venuto dopo. Piuttosto è sorprendente come tutto sommato pochi musicisti citino Sample come fonte d’ispirazione. Lui come Bob James, Don Grolnick, George Duke, Dave Grusin o Eumir Deodato sono tastieristi che hanno dato una spallata in avanti alla loro musica così come al jazz contemporaneo. Joe Sample suonerà sempre come Joe Sample, tuttavia le sue ultime produzioni prima della prematura scomparsa in particolare quelle acustiche, sono la testimonianza di una evoluzione che non si è mai fermata. Un musicista come lui è unico, forse irripetibile, certamente era ed è destinato a durare. Nessun altro sarà Joe Sample nello stesso modo in cui nessun altro potrà mai essere Miles.
David Sanborn – Time And The River
David Sanborn – Time And The River
David Sanborn è senza dubbio uno dei migliori sassofonisti degli ultimi 40 anni. Nato con l’esplosione del movimento fusion alla fine degli anni ’70, è uno dei padri di quel nuovo linguaggio del jazz con il quale la musica afro-americana ha creato un ponte verso forme musicali più accessibili e moderne. Oggi chiamiamo questo genere smooth jazz o contemporary jazz, ma Sanborn non è accostabile solo a questi stili, in quanto la sua proverbiale versatilità, così come la sua tecnica sopraffina, gli consentono di spaziare dal jazz classico al rock con assoluta indifferenza. A dimostrazione di questa sua duttilità ci sono centinaia di apparizioni negli album dei più disparati artisti, di ogni genere musicale. Il suo sax alto ha un timbro sonoro che è tra i più riconoscibili dell’intero panorama jazzistico mondiale. In occasione del 40° anniversario della sua carriera da leader e solista ha pubblicato un album intitolato Time And The River, il venticinquesimo della sua personale discografia. Per celebrare al meglio la ricorrenza David ha pensato di richiamare a se il suo amico bassista e produttore Marcus Miller, con il quale ebbe un lungo e fruttuoso sodalizio negli anni ’80. Erano ormai 15 anni che i due non lavoravano insieme ad un progetto in comune: per la registrazione la coppia di fenomeni ha assemblato una notevole band, formata dai chitarristi Yotam Silberstein e Nicky Moroch, il tastierista Roy Assaf, l'organista Ricky Peterson, Peter Hess ai sax e al flauto, Marcus Baylor alla batteria, e Javier Diaz alle percussioni. A questi si aggiunge una sezioni fiati estesa su alcuni dei brani dell’album. Ma cosa ha tirato fuori dal cilindro il mitico David Sanborn per la sua ultima fatica discografica ? Ebbene Time and the River è un assortimento assolutamente coinvolgente di musica jazz contemporanea, energico funky, R&B di gran classe e tanto groove. In un attimo il disco ci riporta ai magici momenti di album storici come Straight To The Heart, Hideway, As We Speak, Closer o Backstreet. Ovviamente il sax del leader è l’assoluto protagonista di questa bella registrazione, è la vera voce narrante di queste 9 storie in musica che compongono Time And The River. Ora acido e potente, talvolta dolce e sinuoso, David pilota il suo strumento con la sua proverbiale maestria e passione in un percorso che non è semplicemente quello dello smooth jazz: si ha la netta sensazione che riesca ad essere sempre più profondo e concreto di quanto non sia abitualmente il jazz commerciale. Un contributo importante e significativo viene anche dal magnifico basso di Marcus Miller che aggiunge sempre qualcosa a tutte le produzioni in cui è coinvolto. Marcus rappresenta l’eccellenza mondiale del basso elettrico, ma è molto più di questo, dato che è un fantastico compositore e un altrettanto valido produttore. "A La Verticale" da il via all’album in modo inusuale: il brano è originale per ritmica e arrangiamento, al punto che è difficile catalogarlo: le percussioni in primo piano, la chitarra funky, Miller che con il basso suona due linee distinte mentre a Sanborn tocca dipanare una complessa melodia. Il tutto è molto affascinante e la ciliegina sulla torta è rappresentata dall’assolo di chitarra elettrica, molto suggestivo. L'assolo di David è emblematico della sua timbrica unica così come della sua tecnica perfetta. Un groove che inizia il disco come meglio non si potrebbe. Ma la seguente "Ordinary People" non è da meno e, con l’organo, le percussioni ed il magnifico sax di Sanborn, la band confeziona un brano dal sapore vagamente latino davvero intrigante. C’è lo spazio per una ballata delicatamente swing come "Drift", per poi passare alla più vivace cover di "I Can not Get Next to You". Sanborn arruola il vocalist dei Tower of Power, Larry Braggs per lanciare il suo sax alto, che attorniato dalle chitarre, dal piano elettrico e dalle ritmiche da libero sfogo alla sua creatività. Marcus Miller usa al meglio il suo basso nel suo terreno naturale: il funk. "Oublie Moi" è invece un brano sensuale, l’andamento è quello della ballata incentrata sul ritmo delicatamente dettato da batteria e percussioni dove è la voce del sassofonista ad interpretare il ruolo del cantante. "Seven Days Seven Nights" si avvale di un arrangiamento che prevede l’uso di una sezione fiati estesa: il pezzo unisce groove latini e caraibici a vampate di jazz contemporaneo. La cantante Randy Crawford si aggiunge alla band con la sua voce brillante per una lettura sensuale della bella "Windmills of Your Mind", il finale è tutto concentrato su un magnifico assolo di Sanborn. "Spanish Joint" esprime nel titolo la sua essenza, ovvero un intreccio tra il funk afro-latino e il soul-jazz per una combinazione tanto affascinante quanto originale. Marcus Miller delinea i suoi intricati ricami al basso con grande raffinatezza ed un intrinseco senso del groove, giusto per sottolineare il teso e acido urlo del sax alto di Sanborn. "Overture" è tratto dalla colonna sonora originale di The Manchurian Candidate, si tratta di un malinconico tema in cui Sanborn è affiancato dal solo Assaf al piano. Un breve intervento in duo per chiudere delicatamente in bellezza un album le cui trame musicali sono tanto particolari quanto diversificate. Da un gigante come David Sanborn ci si aspetta sempre qualcosa di bello, e ogni nuova uscita discografica rappresenta un tassello in più nella luminosa carriera di questo strepitoso protagonista della fusion degli ultimi 40 anni. Time And The River non delude affatto le attese, grazie anche alla presenza di un altro genio come Marcus Miller, che per l’occasione si è riunito con Sanborn per dare vita ad un album di contemporary jazz molto interessante ed originale. Più intimo e crepuscolare se confrontato con le pubblicazioni degli anni ’80, forse meno appariscente ma indubbiamente più maturo e tuttavia ancora una volta sofisticato e ricco di contenuti. Non è il solito prodotto di smooth jazz commerciale, è un lavoro intenso in grado di soddisfare anche i palati più raffinati.
Peter Erskine & The Dr. Um Band – Second Opinion
Peter Erskine & The Dr. Um Band – Second Opinion
Se sei stato il batterista dei Weather Report e degli Steps Ahead, se sei considerato uno dei migliori esponenti del tuo strumento da moltissimi anni, insomma se godi della stima di tutti i musicisti e di uno stuolo di appassionati ascoltatori, una ragione ci sarà. Se ti chiami Peter Erskine le ragioni sono tutte quelle enunciate perché sei un’icona della batteria moderna, un artista a tutto tondo che si può certamente definire, senza tema di smentita, “uno che ha scritto la storia del jazz”. Dopo anni di relativo allontanamento dal mondo della jazz fusion, Peter si è recentemente riavvicinato al genere che lo ha reso famoso insieme ai mitici Weather Report. Ha dato vita ad una band che ha chiamato Dr.Um che nel giro di poco più di un anno ha pubblicato due album, uno più bello dell’altro. L’uscita di questo Second Opinion tra l’altro non fa che confermare il fatto che il suo ritorno al genere jazz fusion non è stato un episodio isolato, ma piuttosto l’inizio di una nuova e stimolante avventura musicale. Quindi, con un occhio al passato ma sfidando il futuro con passione ed ottimismo, il grande Erskine ha trovato una seconda giovinezza in questo progetto, grazie anche al supporto di una band formata da John Beasley alle tastiere, Bob Sheppard ai sassofoni e al flauto e Benjamin Shepherd al basso. Quest’ultimo ha sostituto Janek Gwizdala, presente invece nel disco precedente. Siamo di fronte ad una grande qualità tecnica e compositiva da parte di tutti i musicisti, che non fa che esaltare il suono raffinato ed elegante di Dr.Um, come è lecito attendersi. Ogni componente contribuisce al risultato finale con interventi misurati ed intelligenti. Ne esce un album suggestivo che è la perfetta sintesi di quello che è oggi il jazz contemporaneo più colto ed interessante. Dr.Um propone una suggestiva fusione di jazz e funk in ognuno dei nove brani che compongono Second Opinion, ma non manca di abbracciare anche le sonorità del bop, sia pure reinterpretandolo in chiave contemporanea. Appare evidente come il quartetto si sia impegnato ad assemblare un programma vario, completo e profondamente emozionale. Il rimando ai Weather Report è inevitabile ed in parte è avvertibile qualche eco anche degli Steps Ahead, tuttavia Dr.Um suona meno freddo e forse più spontaneo di entrambe: c’è una venatura di soul in questo modernissimo e ispirato jazz funk. Un esempio perfetto viene dell’iniziale Hypnotherapy, dove la performance al pianoforte di Beasley è esemplare, così come quella di Sheppard al sax, in un dialogo musicale brillante e perfettamente costruito sulla potente sezione ritmica. Il drumming di Peter Erskine sembra perfino rinvigorito da questa nuova esperienza, come sempre è elegante e formalmente perfetto ma pare anche più incisivo di qualche anno fa. Fin dalle prime battute l’album suona accattivante, con un’architettura sonora complessa e tuttavia perfettamente godibile. Un pezzo come Eleven Eleven è semplicemente magnifico: una cartolina da consegnare a futura memoria di come dovrebbe essere la fusion. L’introduzione e poi l’assolo funk del basso di Shepherd, ma anche le tastiere di Beasley ci riportano immediatamente a tutte quelle sonorità elettriche tanto care al compianto Joe Zawinul. Se si parla di reminiscenze dei Weather Report, ascoltando Lida Rose è l’intro di basso che ci porta subito alla mente Jaco Pastorius. D’altra parte sarebbe un grave errore considerare Second Opinion come ad un mero tributo ai Weather Report, senza una sua specifica personalità. Al contrario, pur tenendo a mente che quel sound è nel dna di Erskine da una vita, il batterista parte da quelle basi sviluppando in chiave attuale e moderna le sue idee musicali per il jazz contemporaneo del terzo millennio. Peter Erskine e The Dr.Um Band hanno fatto tesoro del retaggio delle band di Joe Zawinul o di Wayne Shorter, non hanno certo dimenticato il contributo di Don Grolnick e degli degli Steps Ahead ma tuttavia non ne sono rimasti imbrigliati. Second Opinion è pervaso invece da un fermento creativo straordinario, in esso si coglie tutta la storia del jazz elettrico passato, arricchita e in qualche maniera sublimata da una grande competenza e molto talento. La fantasia e l’inventiva della band vengono esaltate da tanti eccellenti brani come le delicate Street Of Dreams scritta da Victor Young e Dreamsville composta da Henry Mancini: sono forse questi i due momenti più sofisticati e suggestivi dell’intero album. "Not So Yes" è quel tipo di crossover jazz che Don Grolnick amava creare ma qui la dose di funk è più sostanziosa grazie alla premiata fabbrica del ritmo firmata Erskine / Shepherd. "Did It Have to Be You?" è essenzialmente un tuffo nel be bop con un tocco di soul-jazz anni ’70: L’ottimo sax di Sheppard, il fluidissimo e liquido organo di Beasley e il basso elettrico di Shepherd si alternano sul ritmo innescato dalla formidabile batteria di Erskine. "Solar Steps" è una versione aggiornata e modernissima dell’hard bop che mette in luce le trame morbide del basso in perfetta simbiosi con le complesse architetture poliritmiche di Peter Erskine ed il piano elettrico di Beasley. Il sax di Sheppard, nel suo ruolo di solista, ricorda quello prestigioso di Michael Brecker. Una cover più nota delle precedenti, "Willow Weep For Me", termina l'album con la stessa finezza funky con la quale era cominciato: Beasley si esibisce nuovamente al piano acustico. Second Opinion non è solo un album eccellente ed una felicissima continuazione del lavoro iniziato sul precedente lavoro dei Dr.Um: è una splendida lezione di vero jazz, esattamente come dovrebbe essere nel 2018 (contemporaneo o elettrico o fusion che dir si voglia non ha importanza). Dr.Um e Peter Erskine propongono una formula che dovrebbe essere presa ad esempio da tutti i musicisti che si accostino al jazz, ma anche da tutti coloro i quali hanno necessità di trovare nuovi spunti creativi. A quanto pare Peter Erskine ha trovato nei Dr.Um una seconda vita artistica nella quale sembra divertirsi di più di quanto non abbia mai fatto in precedenza: se i risultati resteranno quelli dei primi due dischi, non ci resta che sperare che la magia duri ancora a lungo.
Lonnie Liston Smith – Mama Wailer
Lonnie Liston Smith – Mama Wailer
Di Lonnie Liston Smith ho già parlato in un post di qualche tempo fa riguardante un suo album del 1975, intitolato “Expansions”. In questo caso faccio un ulteriore salto indietro nel tempo, fino al 1971, per analizzare “Mama Wailer”. Il lavoro in oggetto è la quintessenza dello spirito e della filosofia dell’etichetta discografica CTI / Kudu del mitico produttore Creed Taylor. Inoltre questo è un album che è stato fuori catalogo per molti anni nella versione originale in vinile, ma nel 2003 è tornato nuovamente disponibile nel formato CD, tra l’altro splendidamente rimasterizzato. Come altri dischi dello stesso periodo è parte di un ambizioso progetto di recupero e rivisitazione del vecchio catalogo della Kudu Records, cioè l’etichetta satellite della CTI, specializzata in soul jazz. Ha una durata di soli 35 minut, ma pur nella sua brevità, risulta essere un ascolto molto soddisfacente. Gli originali di Lonnie Smith sono due: la title track e "Hola Muneca", poi ci sono le cover di "I Feel the Earth Move" di Carole King (con l’arrangiamento di Grover Washington) e quella di ben 17 minuti di "Stand" di Sly Stone. Un brano che è così funky e intrinsecamente complesso che risulta quasi irriconoscibile rispetto all'originale. In verità questo è un gran pezzo dato che consente a Smith di distendersi fluido e sicuro con i suoi riff di organo funky, e al bravissimo Grover Washington di partecipare alla festa con un meraviglioso assolo di sax. Se questo già ricco programma non bastasse ad allettare gli ascoltatori, ci pensa la band stellare a disposizione di Smith a completare il quadro. Billy Cobham è il batterista, Ron Carter il bassista e Airto Moreira si aggiunge per dare colore con le sue percussioni. Grover suona anche il flauto su alcuni brani, e Lonnie Smith si cimenta con ottimi risultati con il clavinet sul brano Mama Wailer. E’ una formazione di grande talento ed ovviamente messi insieme, questi grandi musicisti suonano in modo sensazionale. Lonnie Smith è anche responsabile di tutti gli arrangiamenti tranne uno. Su Mama Wailer le tastiere di Lonnie sono le protagoniste assolute, in particolare l’organo: sporche, ruvide con un sound originale e davvero vintage. Interessante anche l’inusuale uso del clavinet, uno strumento fino a quel momento poco utilizzato ma che diventerà presto un marchio di fabbrica di molti tastieristi funky come Herbie Hancock o George Duke. Il groove è ai massimi livelli: a volte con risvolti latini come su "Hola Muneca", mentre in altri momenti emerge maggiormente l’anima funk. Sono bellissimi i giochi ed i contrappunti tra il classico Hammond B3 di Lonnie ed il basso di Ron Carter che disegna linee che varrebbero già da sole l’ascolto. Inutile sottolineare che il lavoro di Billy Cobham alla batteria rappresenta un valore aggiunto ed è fantastico lungo tutto il percorso dell’album. Mama Wailer è uno splendido esempio di musica dei primi anni ’70, ovvero quando il soul e lo spirito latino incontrano il jazz ed il funk. Le improvvisazioni sono piene di inventiva, ipnotiche, quasi psichedeliche. Gli echi dell’Hard Bop si mescolano con le sonorità elettriche, proprio all’alba di una nuova luminosa era per il jazz. Incredibile cosa viene fuori dalla lunghissima cover della canzone di Carole King, I Feel The Earth Move: in un susseguirsi di assoli, il soul-jazz regna sovrano mentre l’organo tiene sotto controllo la sfida del ritmo con l’infallibile terapia del groove. Altrove, come in "Stand", L’organo sovrainciso su più tracce di Smith crea una melodia meravigliosamente complessa mentre la band si muove sicura dentro al ritmo. Dopo poche battute sulla tema (in tutto sono circa 20 minuti di musica), l'ensemble prende il controllo totale in un crescendo nel quale è possibile improvvisare di tutto e di più. E’ una vera e propria jam session quella che si svela, con una profonda grinta soul-jazz e un genuino spirito funky che scorre fluido e trascinante, con un continuo rimbalzo da un musicista all'altro. Per chiunque abbia mai avuto riserve sull'abilità di Grover Washington in veste di improvvisatore, è sufficiente ascoltare attentamente questo brano per poi doversi scusarsi con il suo fantasma. Mentre le chitarre si intrecciano intorno a quelle linee di basso sinuose e complesse che caratterizzano da sempre il jazz funk, Smith e Washington si scatenano con i loro assoli. Infine il chitarrista Jimmy Ponder fa parlare la sua chitarra per accoppiarsi all’organo di Lonnie Smith in un tumulto musicale soul funk alla James Brown and His Famous Flames. Gli appassionati di funky jazz degli anni '70, in particolare dell’organo Hammond, non potranno fare a meno di un album come Mama Wailer. Partendo dalla produzione di Creed Taylor, passando per la maestria della band e concludendo con il talento di un genio come Lonnie Liston Smith qui c’è materiale in abbondanza per ritenere Mama Wailer un ascolto irrinunciabile.
Urbie Green – Senor Blues
Urbie Green – Senor Blues
Se, cercando in giro, trovo un album dell’etichetta CTI che non possiedo o che non conosco, senza troppe esitazioni di solito decido di ascoltarlo. Anche se non ho grande familiarità con l'artista in questione, perfino quando non sono pienamente convinto di quello che ne verrà fuori, do sempre una chance alle produzioni di Creed Taylor ed agli artisti che con lui hanno collaborato. In questo specifico caso conoscevo già Urbie Green, dato che possiedo il suo precedente album per la CTI, The Fox. Ma chi è Urbie Green ? E’ un trombonista jazz americano che in carriera ha suonato tra gli altri con Woody Herman, Gene Krupa, Jan Savitt e Frankie Carle. E’ considerato un esperto e quotato veterano che vanta la partecipazione ad oltre 250 registrazioni di ogni genere musicale ed inoltre ha pubblicato più di due dozzine di album come solista. Urbie è dunque un musicista di spessore, e, a dispetto della sua scarsa popolarità, è molto rispettato dai suoi colleghi trombonisti: una cosa ampliamente giustificata dalla sua bravura. Il suono del trombone di Green è noto per il suo tono caldo e morbido, anche quando si esprime nei registri più alti del suo strumento, che riesce a gestire in modo fluido e sicuro proprio là dove altri sembrano fermarsi. La sua tecnica è considerata impeccabile da praticamente ogni addetto ai lavori in campo musicale. Urbie fin dagli anni '70 ha poi costantemente cercato di sperimentare ed innovare attraverso il suo strumento. Ha progettato un bocchino per la Jet Tone e ha collaborato con la Martin Brass al fine di migliorare il design del trombone, sia dal punto di vista funzionale che per quanto concerne il suono. In ogni caso è cosa nota che non capiti spesso di trovare un album jazz guidato da un trombonista, un fatto che mi induce ancor di più ad approfondire la sua conoscenza. Venendo dunque a questo lavoro, intitolato Señor Blues, che è poi il secondo album di Green per la CTI, c’è subito da notare che si può avvalere di due eccellenti bonus quali la presenza di Grover Washington Jr. come sassofonista e l’accompagnamento della Big Band di David Matthews. L'album si apre con "Capitan Marvel" di Chic Corea, in passato già proposto da Stan Getz. È un grande brano di jazz ed offre ampie opportunità sia per Urbie Green che per Grover Washington Jr. di mettersi in evidenza nelle vesti di solisti. Il numero sprizza energia e vigore ed in qualche misura vi si ritrova il seme di ciò che sarebbe sbocciato nei Return To Forever. Gli arrangiamenti di Matthews sono altresì davvero convincenti così come il sound della big band. Il timbro di Urbie è particolarmente efficace e lo stesso Grover Washington lascia da parte la sua anima leggera per padroneggiare il sax tenore con grande forza espressiva. A seguire arriva la ballata di Billy Preston "You Are So Beautiful" resa famosa da Joe Cocker: una grande opportunità per far sì che il trombone del leader si prenda completamente la scena. Se da un lato può apparire un po' troppo sdolcinato, dall’altro la voce di Green è così meravigliosa che alla fine non ci si fa nemmeno troppo caso. Urbie si cimenta anche con un complesso brano di Mingus intitolato "Ysabel's Table Dance". Questo pezzo, che è tratto da Tijuana Moods, ha un feeling messicano, ma anche un curioso groove mediterraneo, quasi nord africano. Se l’originale di Mingus era una suite al limite del free jazz, la copertina offerta da Urbie è molto più semplice, ma non per questo meno profonda. La title track è un pezzo di Horace Silver, che nella versione di Urbie Green sembra avere un respiro più ampio. Grover Washington Jr. è straordinario e molto intenso, ma l'assolo di Green non è da meno e diventa quasi un duetto con il bassista. "I'm In You" è originariamente una canzone pop di Peter Frampton: da qui Urbie Green estrae alcuni spunti melodici e la trasforma in un funk piuttosto accattivante. L'album si conclude ancora con il funky, attraverso la cover della celeberrima “I Wish” di Stevie Wonder. Il groove di base è piuttosto fedele all'originale di Stevie, ma qui ovviamente il trombone parlante di Green sostituisce la voce del cantante. Dopo l’assolo dello stesso Green c’è da rilevare la presenza di un allora giovane John Scofield che si prende il suo spazio con la chitarra elettrica. La sezione fiati che accompagna tutto il pezzo è particolarmente brillante. L'album, nella sua essenza, si inserisce perfettamente nel contesto della produzione di Creed Taylor con la CTI e più in generale in quello storico della metà degli anni ‘70. La formula è quella della miscela equilibrata di elementi di jazz, molto funk e qualche spruzzata di pop. Un modo per rendere più facile l’ascolto del jazz senza scadere nella musica commerciale o nel kitsch. Tornando all’argomento con cui ho esordito, un album come Senor Blues è uno dei motivi per cui mi piace esplorare nel catalogo di questa mitica etichetta: in fondo non è poi così difficile scoprire dei preziosi reperti musicali degli anni ’70 come questa registrazione del 1977 di Urbie Green. Bella perché il trombone è protagonista ed interessante perché i suoi contenuti sono comunque di valore.
Stix Hooper – The World Within
Stix Hooper – The World Within
I Crusaders sono stati un gruppo storico molto importante nell’evoluzione del genere fusion. Dopo anni e anni di produzioni jazzistiche, alcune di un certo pregio, i membri fondatori trovarono una formula di compromesso a cavallo tra il jazz, il funk ed il soul che condusse la band alla popolarità ed al successo. Un successo planetario che culminò nel 1979 con l’album Street Life e con l’omonimo singolo cantato da Randy Crawford. Fu a quel punto che i tre musicisti superstiti della band, Joe Sample, Wilton Felder e Stix Hooper decisero di pubblicare, in rapida successione, i loro personali lavori da solisti. Tutti i dischi, Voices In The Rain di Joe Sample, Inherit The Wind di Wilton Felder e The World Within di Stix Hooper avevano la medesima firma di produzione e l’organico di registrazione in comune tra loro, così come ognuno dei tre leader compariva sugli album dei colleghi. In seguito i brani contenuti in tutti questi album entrarono a far parte del repertorio dei Crusaders nei concerti dal vivo. Se Joe Sample e Wilton Felder avevano già una carriera in proprio, lo stesso non si poteva dire per il batterista Stix Hooper, per il quale The World Within rappresentò il debutto assoluto come leader. A Stix Hooper viene attribuito il merito di aver contribuito a creare quello stile originale di batteria che in estrema sintesi può ragionevolmente essere definito come il motore del "Jazz Funk". Da sempre è inoltre un uomo immagine per le batterie della mitica Pearl, da lui usate fin dagli anni ‘60. Il suo è un batterismo dinamico, fortemente incentrato sulle percussioni, in grado di adattarsi facilmente a vari sottogeneri: dal jazz mainstream fino ai groove più propulsivi e moderni. Inoltre, bisogna ricordare il forte contributo che Stix Hooper ha dato molto al mondo della musica ed in particolare della Comunità Jazz con il suo benemerito lavoro con la National Academy of Recording Arts And Science. Questo album è, in verità, una registrazione non proprio felicissima da parte di Stix, nella quale appaiono evidenti più le ombre che le luci. I pochi brani validi del disco ne giustificano l’ascolto senza però compensare completamente quelli più deboli. Brazos River Breakdown è sicuramente il pezzo migliore di The World Within, quello con il groove più smaccatamente jazz funk ed anche l’episodio con l’arrangiamento più vicino al sound dei Crusaders. Rum Or Tequila è invece un orecchiabile numero dal sapore latino in cui è la marimba lo strumento guida: tutto sommato, nella sua leggerezza, suona ancora abbastanza serio ed in linea con quello che ci si potrebbe aspettare. Cordon Bleu è uscito addirittura come singolo, a testimonianza di un occhio puntato alla disco che si riflette sul tenore complessivo del brano. La ritmica in effetti è adatta alle piste da ballo (quanto meno a quelle della fine degli anni ’70) piuttosto che ad un ascolto di stampo jazzistico. Di originale qui c’è l’uso della fisarmonica “musette” come voce solista per dare corpo ad una linea melodica di un certo fascino, ma non particolarmente spettacolare. Ci sono anche due tracce di vera e propria World Music come African Spirit e Jasmine Breeze: entrambe sono brani che mettono in luce l’uso molto creativo che Hooper ha sempre fatto delle percussioni. Hanno il merito di andare a cercare sonorità afro e ritmiche inusuali, con un minimo di senso della sperimentazione, ma il jazz funk o il groove sono completamente assenti. La ballata Passion è addirittura piuttosto scontata e finanche noiosa, un momento che francamente si sarebbe potuto evitare. Meglio la cover di una canzone come The Little Drummer Boy, che nella resa strumentale proposta da Stix Hooper, se non altro ci guadagna in groove, rimanendo in un territorio non troppo distante dal feeling jazzistico, ovviamente sempre contaminato dal funk. The World Within è uno dei primi esempi di album idealmente concepiti come vicini al jazz (fusion) ma in pratica orientati e volutamente guidati da uno spirito dance. Non si può certo definire un esperimento riuscito nel migliore dei modi, poiché gli si può imputare prima di tutto una mancanza di omogeneità tra i brani ed in secondo luogo una evidente debolezza delle composizioni, che traspare maggiormente proprio nel momento dell’ascolto. Se anche volessimo giudicarlo di fatto come un lavoro commerciale non potremmo che trovarlo comunque incompiuto. Tranne un paio di episodi palesemente orchestrati sulla falsa riga della musica dei Crusaders, il resto è di un livello più modesto di quanto non sarebbe lecito attendersi ed alla fine la sensazione prevalente è la delusione. Dai dischi solisti dei membri originali dei Crusaders è naturale aspettarsi qualcosa di interessante. Se nel caso di Joe Sample e in parte anche di Wilton Felder questo obiettivo è stato raggiunto, dell’album del batterista Stix Hooper non si può dire altrettanto. The World Within non va al di là di un compitino appena sufficiente, che tra l’altro non riesce nemmeno a mettere in luce le straordinarie doti di batterista dello stesso Hooper, come normalmente avviene quando i grandi percussionisti pubblicano i loro album in prima persona. E’ un album che può essere interessante per i fan accaniti dei Crusaders, cioè di coloro i quali non vogliono privarsi di niente di ciò che la mitica band ed i suoi componenti hanno pubblicato. Per tutti gli altri, in particolare per i puristi del jazz è un disco che si può tranquillamente evitare.
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