Modern Jazz Quartet - Django
Modern Jazz Quartet - Django
Pensando alla storia del jazz siamo abituati a ricordare molto bene i grandi solisti che ne hanno segnato profondamente il percorso artistico e stilistico. Tuttavia ci sono stati anche dei gruppi che hanno avuto un ruolo di grande importanza e non vanno dimenticati. Il Modern Jazz Quartet fu uno di questi gruppi musicali: fu fondato nel 1952 da Milt Jackson (vibrafono), John Lewis (pianoforte e direzione musicale), Percy Heath (contrabbasso) e Kenny Clarke (batteria). Clarke fu poi sostituito da Connie Kay nel 1955. Questo atipico e originale ensemble non aveva ne tromba ne sax nel suo organico, ma conobbe ugualmente grande notorietà grazie alla versatilità ed alla indiscussa bravura dei suoi membri, che erano in grado di esprimersi con disinvoltura in diversi stili (bebop, cool jazz, third stream). Il suo tratto distintivo era però un’espressione contrappuntistica e classicheggiante, declinata alla perfezione in famosi brani come Vendome e Fontessa, per citarne un paio. Il quartetto in realtà non fu sempre unanimemente apprezzato, subì anche delle pesanti critiche: i motivi furono certamente da ricercare nello stile molto spesso “accademico”, nelle dichiarazioni di Lewis a proposito della loro stessa musica (lui la considerava quasi da camera) e non ultimo nella loro preferenza per un modo di presentarsi molto formale (il MJQ si esibiva in frac in sale da concerto tradizionali). Era quasi naturale che i componenti del quartetto venissero da alcuni accusati di voler piegare il jazz ad uno stile troppo "bianco", concettualmente lontano dalla musica afro americana. Questo non impedì certo al MJQ di affermarsi come uno dei gruppi jazz più sofisticati dell'era post-bop e la loro carriera durò infatti molto a lungo, dal 1952 al 1974 e poi ancora dal 1981 al 1995. La straordinaria alchimia tra pianoforte e vibrafono, così raffinatamente equilibrata, supportata da una sezione ritmica puntuale e tecnicamente ineccepibile devono però essere le chiavi di lettura di un ensemble unico ed irripetibile nell’intera storia del jazz moderno. Django è un album del 1955 che viene considerato uno dei migliori del Modern Jazz Quartet: è il frutto di tre differenti sessioni di registrazione, effettuate nell’arco di 2 anni, e vede la formazione nella sua composizione primigenia, dunque con Kenny Clarke alla batteria. Django inizia con la bellissima title track di Lewis, dedicata alla memoria dello straordinario chitarrista Django Reinhardt. Un brano che richiama l'enigmatica natura gitana di Reinhardt, particolarmente evidente nelle parti affidate al vibrafono di Jackson che si esprime con un tono raffinato e caldo. "One Bass Hit" è un inusuale omaggio a Dizzy Gillespie, nel quale è Percy Heath con il suo contrabbasso ad occuparsi della intricata melodia dimostrando la sua abilità, spesso sottoutilizzata. La lunare ballata di Lewis "Milano" rivela un accento mediterraneo ed evidenzia quell’approccio classicheggiante che può risultare tanto affascinante quanto controverso, a seconda di come ci si avvicina alla musica di questi artisti. Il pezzo forte dell’album è la lunga "La Ronde Suite" composta da quattro movimenti. E’ la composizione dove probabilmente emerge in misura maggiore l’ispirazione classica del quartetto. La complessa struttura è affrontata dal MJQ con indiscutibile grazia e grande raffinatezza: ogni membro si prende il suo spazio alternandosi con gli altri nel ruolo di solista e accompagnatore e distribuendo il proprio contributo in un perfetto gioco di equilibri. Le restanti quattro tracce sono le più vicine alla data di pubblicazione e risalgono al 1953: "The Queen's Fancy" è una “fuga” al tempo stesso semplice e sofisticata che si porta dietro un'aura definibile di distinta nobiltà, una sorta di firma sonora tipica del MJQ. "Delaunay's Dilemma" cambia un po’ il registro dell’album con una ventata di maggiore freschezza e libertà formale. Il brano consente ai musicisti di scatenarsi con alcuni scambi vivaci e divertenti: un modo per dimostrare come anche il Modern Jazz Quartet fosse perfettamente all’altezza di districarsi tra ritmi sincopati ed assoli di stampo più squisitamente jazzistico. Esemplare è poi lo splendore discreto e misurato di uno standard come "Autumn in New York" e sublime è anche la cover di "But Not for Me": entrambe ci forniscono uno spaccato dell’estetica del MJQ attraverso il quale apprezzare l’abilità tecnica e l’attitudine all’improvvisazione dei quattro musicisti. La musica del Modern Jazz Quartet è strutturata in modo apparentemente rigido. Ma in verità la libera genialità del linguaggio del be bop (e persino del precedente swing) ha notevolmente ispirato la logica compositiva di John Lewis. Gli altri tre membri del gruppo non hanno problemi a dare un corpo alla sua visione del jazz, ma è Milt Jackson che sicuramente merita una citazione, soprattutto per il suo formidabile contributo allo sviluppo del vibrafono nella musica afro americana. Quello di Django è il più classico dei jazz possibili. In definitiva, lo stile stesso del Modern Jazz Quartet è diventato un’icona a sé stante. Di sicuro questo album è il luogo ideale dove apprezzare le molte virtù di uno dei migliori gruppi di jazz di tutti i tempi.
Sonny Stitt - Stitt Plays Bird
Sonny Stitt - Stitt Plays Bird
Sonny Stitt è stato uno dei jazzisti che più strettamente hanno legato la propria carriera allo stile del bebop, di cui fu uno dei più fervidi propugnatori. Fu al contempo un artista tra i più prolifici in campo jazzistico, dato che nel corso della sua carriera registrò oltre 100 album, cosa che lo portò a collaborare con gran parte dei protagonisti della musica afro americana moderna. Il grande critico Dan Morgenstern lo aveva soprannominato "Lupo Solitario" per la sua passione instancabile per i concerti dal vivo ed anche per la sua maniacale devozione al jazz. Stitt nacque a Boston e nella sua famiglia aveva il padre che insegnava musica, suo fratello che era un pianista classico e sua madre che a sua volta era un'insegnante di pianoforte. Fu attivo fin dal 1945, con la prima orchestra be-bop, quella del cantante Billy Eckstine, il cui direttore musicale era Dizzy Gillespie. Agli inizi del suo percorso artistico suonò con Stan Getz, che all’epoca era ancora un illustre sconosciuto. Nonostante le esperienze in alcune swing band, Sonny aveva ben chiaro il percorso che lo avrebbe visto protagonista assoluto del bebop, lo stile che era la sua vera grande passione. E’ noto a quasi tutti gli appassionati di jazz che Sonny Stitt possedesse un suono molto vicino a quello del grande Charlie Parker e che, per questo motivo, con quest’ultimo non volesse essere confuso: un fatto che lo spinse addirittura al passaggio dal sax contralto al sax tenore. Sebbene da allora non siano mai mancate voci false e tendenziose in merito alla mancanza di originalità di Stitt, la verità è che all’inizio degli anni quaranta Sonny comiciò ad evolversi e ad affinare il suo approccio musicale arrivando alla fine ad un purissimo bebop, molto simile a quello di Parker, pur senza averlo mai ascoltato. Queste erano solo dicerie create ad arte, nella speranza di lanciare uno scoop giornalistico. Siamo già nel 1963 ed ormai dalla scomparsa di Charlie Parker erano passati ben otto anni quando Sonny accettò quella che appare come una sfida alle malelingue, registrando questo album, intitolato per l’appunto “Stitt Plays Bird”. Un passaggio che era estremamente importante per Sonny Stitt, che proprio partendo dal confronto diretto con il repertorio classico del mito Charlie Parker intendeva dimostrare una volta per tutte da un lato il suo valore e dall’altro la sua personalità, che era ben distinta da quella di Bird. Per la registrazione dovette rispolverare il suo vecchio e abbandonato sax contralto, sul quale montò anche un diverso tipo di ancia: la Atlantic Records e il produttore Ahmet Ertegun puntavano ad avere un grande ritorno in termini di vendite, in virtù del reperotrio scelto tra i classici del grande Charlie ed alla bravura dello stesso Stitt. Una speranza di successo che non mancò di concretizzarsi. La band organizzata per la registrazione vedeva la presenza di due dei componenti del Modern Jazz Quartet ovvero il pianista John Lewis ed il batterista Connie Kay, ai quali bisogna ancora aggiungere l’intelligente e sensibilissimo contributo di Jim Hall alla chitarra e il coinvolgente impulso ritmico del basso di Richard Davis. Il gruppo di musicisti conferiva ad ogni brano un calibrato melange di delicatezza e di vigore sul quale si innestano le splendide improvvisazioni di Stitt: sull’album ci sono otto grandi successi di Charlie Parker e un brano di Jay McShann. Siamo di fronte ad una raccolta di alto livello dentro la quale non è affatto facile individuare un brano che si possa considerare sopra tutti gli altri, ma “Scrapple From the Apple” è un numero di una tale bellezza da non lasciare indifferente nessuno. Tutti i pezzi in programma sono basati su celebri standard, la cui grande rilevanza nella storia del jazz viene spiegata in maniera magistrale nelle ampie ed esaustive note di copertina, firmate dal rinomato esperto di bebop Ira Gitler. Parker’s Mood, Constellation, Yardbird Suite, Ornithology, Now’s The Time sono titoli che provocano un brivido lungo la schiena a tutti gli appassionati di jazz ed il bravissimo Sonny Stitt ne da una lettura tecnicamente ineccepibile nonché un’interpretazione originale e colma di passione. Se uno degli scopi del disco era quello di mettere Sonny al cospetto dell’icona Bird e dimostrare al mondo di non essere da meno del celebre e sfortunato sassofonista di Kansas City, l’operazione può dirsi perfettamente riuscita. Stitt infatti dispensa lungo tutto l’album una assoluta padronanza nelle improvvisazioni, un perfetto controllo, un timbro agile e brioso ed una tecnica formidabile. E’ coadiuvato in questa non facile operazione da una band di grandissimi musicisti che hanno il merito di mettersi al suo servizio in modo intelligente e raffinato, liberando così la creatività e l’inventiva del solista. La registrazione, che è stata rimasterizzata con tecnica rigorosamente analogica, partendo dai nastri originali, permette di ascoltare i nove brani in tutto il loro splendore sonoro e regala un’esperienza estremamente coinvolgente. Sonny Stitt è stato un grandissimo sassofonista che andrebbe certamente riscoperto e in parte rivalutato: molti appassionati di jazz conoscono benissimo il suo valore, mentre per coloro i quali non avessero confidenza con questo straordinario musicista, Stitt Plays Bird è un’occasione perfetta per assaporare 45 minuti di puro e genuino bebop nella sua forma più brillante.
Afro Elements – Out Of The Centre
Afro Elements – Out Of The Centre
Esplorando qua e là nel web, capita di imbattersi in un gruppo dal nome interessante, ma di quel gruppo non si conosce niente, non si ha avuto occasione di ascoltare nulla. Però la band incuriosisce e allora si cercano informazioni, si approfondisce e con i canali disponibili si scopre anche la musica che fa: ed il sound a volte risulta subito confidenziale, addirittura può succedere che coincida con i propri gusti personali. Questo mi è successo con gli Afro Elements: un collettivo jazz funk britannico di cui ignoravo l’esistenza ma che, dopo un primo ascolto, mi ha convinto e conquistato. La formula è quella classica del groove, dell’acid jazz, del funk: ovvero ritmo, basso pulsante, fiati, piano elettrico, chitarre taglienti, arrangiamenti secchi e qualche indovinato intervento vocale. Ecco perché questi musicisti mi sono sembrati immediatamente familiari. E non solo, leggendo meglio ho scoperto che molti dei membri principali degli Afro Elements hanno avuto esperienze di studio o in tour con i Down To The Bone, i Crusaders, I Brecker Brothers, The Sunburst Band e perfino con gli Incognito. Cioè con il meglio proprio dell’acid jazz e del jazz funk: qui ovviamente il cerchio si chiude. Emergono due cose prima di tutto: questo è il tipo di musica matura, energetica e frizzante e tuttavia mai banale che continua a piacermi molto e poi la qualità della proposta che, per quanto si possa definire leggera, è senza dubbio di prim’ordine, grazie proprio alla bravura indiscussa di chi la suona. Con Out of the Centre, gli Afro Elements rispondono ad entrambe i requisiti: sono dieci solchi, in gran parte strumentali, che faranno la felicità di tutti gli appassionati dei suoni vintage, così in voga negli ’70 e ’80, ma risulteranno di grande attrattiva anche per tutti coloro che sono sempre alla ricerca di qualcosa di nuovo. Come detto, il batterista Phil Nelson, il bassista Simon T. Bramley, il tastierista Neil "Laboratoire" Hunter e i due trombonisti Tim Smart e Jörgen Vedeler sono tutti fantastici strumentisti, e ci sono anche i chitarristi Andreas Haglioannu, Benny Finnerty (Crusaders, Brecker Brothers) e Tommy Emmerton, riescono a regalare qualcosa in più a questo Out of the Centre. Nel disco ci sono cover strumentali tanto inattese quanto originali, come la rielaborazione funk di "Eleanor Rigby" dei Beatles oppure dei bellissimi originali come "Formosa" (di ispirazione EW&F) . Presto ci si accorge che gli Afro Elements suonano con calore e brillantezza ma confezionano tutto con eleganza e rigore, grazie alla proprietà ed alla classe degli arrangiamenti. Una parte importante del merito va al lavoro delle tastiere di Hunter (in particolare il suo piano elettrico non è da sottovalutare) ed il suo contributo è decisivo anche a livello compositivo: la sua scrittura offre lo spazio perfetto al bassista Simon Brmaley e a tutti i chitarristi coinvolti per far volare le loro agili dita. Ma una menzione va data anche alla parte ritmica di stampo afro-latino di Phil Nelson, che con il suo drumming dà una connotazione originale alla band. Come per la maggior parte dei collettivi funk e acid jazz, sono poi i fiati a delineare il sound e gli Afro Elements non fanno eccezione: grazie alla loro insostituibile presenza risulta più chiara la differenza con l’R & B contemporaneo ed il neo soul, aggiungendo quell'incisività e quell’impatto che è esattamente ciò che lo specifico genere richiede. Il trombettista Graeme Flowers, i sassofonisti Mike LeSirge e Andy Ross (già con gli Incognito) si uniscono ai trombonisti Tim Smart e Jörgen Vedeler per formare una completa e potente sezione fiati. Questo non fa che arricchire i brani più veloci come "It Feels So Good", che si avvale anche dei vocalist Cherri Voncelle e Frances Jowle, o dominare la scena come ad esempio nello strumentale "Kamura San", uno dei pezzi più brillanti dell’intero album. Le due canzoni trainanti di Out Of The Centre sono tuttavia quelle cantate dalla bravissima Frances Jowle: "Lift Your Life" rimanda subito agli Incognito grazie alle ricche armonie vocali che l’arrangiamento pone in primo piano davanti ad un poderoso mix di fiati, bassi funky e chitarre accattivanti. L’assolo di sax è seducente e fantastico è anche l’intervento di Rhodes di Neil Hunter. "(You're Just A) Waste of Time" replica le stesse atmosfere, con un ritmo più veloce e un favoloso tiro funky, in un approccio da dance acid jazz di quelli che catturano al primo ascolto. La chiusura dell’album è affidata a “The Sheriff parts 1 e 2” che è un magnifico strumentale pieno di tutte quelle alchimie tanto care alla musica black degli anni ’70. Un compendio di retro jazz funk nello stile dei film polizieschi di quel periodo: clavinet, piano elettrico, synth, fiati e ritmo sincopato si inseguono in un vortice musicale assolutamente irresistibile. Gli Afro Elements sono una fantastica scoperta, ma con un gruppo di musicisti così validi ed esperti era difficile sbagliarsi od anche solo trovare dei difetti. Si tratta di un vero collettivo musicale formato da gente, che nel mondo dell’acid jazz, milita senza dubbio nella massima categoria. In definitiva Out Of Centre è un album caldamente raccomandato.
Under The Lake - Jazz, Groove & Attitude
Under The Lake - Jazz, Groove & Attitude
Che cosa è il groove ? Una domanda legittima per un termine che racchiude in se una sensazione che non è facile definire a parole in modo chiaro. In sintesi e cercando di avvicinarsi il più possibile alla realtà, il groove è quella capacità che hanno alcuni brani di coinvolgere l'ascoltatore tramite il ripetersi di una soluzione a livello ritmico: non a caso in inglese "to groove" significa anche divertirsi. Il jazz è spesso ricco di groove, ma è certamente il funk a detenere il primato di questa particolare “sensazione”. C’è un gruppo americano che con la sua musica delinea con chiarezza il significato groove: sono gli Under The Lake. Una non molto conosciuta band di Portland che coniuga alla perfezione jazz e funk, proprio in quella maniera gioiosa e diretta, a tratti contagiosa e trascinante che ci si aspetta quando si legge un titolo come quello del loro ultimo album. Jazz, Groove & Attitude, per l’appunto è un lavoro che conduce dentro la più classica e familiare delle case del groove e lo fa con un ben bilanciato approccio, declinato tra ritmo, melodia, musicalità e orecchiabilità. Alla base ci sono la classe e la raffinatezza del jazz tradizionale, la grinta e l’energia che tutti riconosciamo nel funk e il morbido e caldo contributo della buona vecchia soul music. Under The Lake mette sugli scudi una coloratissima combinazione tra il sax tenore di David Evans, il trombone di John Monk, e le solidissime tastiere di Jayson Tipp, cioè i tre leader del gruppo. L’approccio è facilmente riconducibile a quello dei mitici Crusaders, dei quali la band dell’Oregon raccoglie l’eredità musicale con il preciso intento di proseguire sulla stessa rotta stilistica, portando nel terzo millennio le medesime prorompenti sonorità. Il gruppo è ovviamente completato da una sezione ritmica composta dalla chitarra di Evan Mustard, dal basso di Kenny Franklin e dalla batteria di Brian Foxworth, i quali sono i responsabili in prima persona dello scoppiettante “groove” di cui ho parlato nell’introduzione. Gli Under The Lake hanno un progetto ambizioso che sembra segnare un ulteriore passo verso il ritorno in auge delle band funky-soul-jazz vintage: sono musicisti al tempo stesso nostalgici e moderni, con la missione di ripercorrere la stessa strada che 50 anni fa ha letteralmente trascinato il jazz contemporaneo verso un radicale cambiamento. Su Jazz, Groove & Attitude ci sono tracce per soddisfare ogni esigenza che comprenda il jazz e il funk. C'è il travolgente “30 November” con la sempre affascinante presenza dell’organo Hammond, si trova il sapore penetrante del soul di "George Is His Name" (ispirato al grande George Duke), non mancano le atmosfere da colonna sonora di una serie tv poliziesca nella iniziale "Breaking Through". Su "Good Things" si cita il cool jazz ma sempre con quell’amabile tocco funky e delle favolose linee di fiati, sottolineate dal corposo basso di Kenny Franklin. Una spruzzata di r&b jazzato caratterizza il sensuale e rotondo "LJT", mentre è votata ad un funk dal medio ritmo il brano "Full of Life" dove spicca l’assolo di Rhodes del bravissimo Jayson Tipp. La batteria robusta e potente, il basso sempre in evidenza, il piano elettrico che condisce il tutto con ben più di pochi semplici cambi armonici e i puntuali riff di chitarra sono la perfetta piattaforma su cui il sax ed il trombone possono liberare la loro creatività contribuendo coralmente ad un sound di grande impatto. Jazz, Groove & Attitude ha fascino e carisma, una personalità intensamente funk eppure legata strettamente al jazz generando nell’ascoltatore un piacevole senso di appagamento. In un momento di proposte musicali patinate e fin troppo costruite a tavolino, la genuina e quasi artigianale energia degli Under The Lake suona davvero come una boccata d’aria fresca. Questi sono musicisti che non hanno dimenticato gli ingredienti per un perfetto mix tra jazz e funk e certo non cercano scorciatoie o facili alchimie. Gli 11 brani di "Jazz, Groove & Attitude" durano in media quasi sei minuti, ma la noia qui non è contemplata. La musica dell’album ha un'energia vivace e coinvolgente: le melodie ed il groove si sviluppano e fluiscono liberamente, con grande spontaneità: in poche parole: ho apprezzato molto la bravura di tutti i musicisti, l’attraente fascino retrò del suono ed il sapore che ci regala. E’ sufficiente immergersi completamente tra queste note e non si resterà delusi.
FKJ - French Kiwi Juice
FKJ - French Kiwi Juice
E' chiaro che in certi casi e per alcuni album parlare di jazz risulta francamente eccessivo. Tuttavia capita sempre più frequentemente di ascoltare, da quelli che sono i nuovi artisti sulla piazza, delle proposte interessanti e scoprire così che anche dove il jazz è solo una suggestione, ci sono degli spunti meritevoli di attenzione. Al giorno d’oggi poi, è piuttosto raro che un giovane musicista esordisca sul mercato discografico con un lavoro tanto promettente quanto maturo. Ancor di più se l’album in questione contiene musica che può interessare una platea di ascoltatori che valica i confini di uno specifico genere. FKJ è probabilmente riuscito nell’impresa: con il suo omonimo debutto, il francese nativo di Parigi Vincent Fenton, (alias French Kiwi Juice) ha portato alla ribalta internazionale un disco molto speciale. Un album di musica elettronica, certo, ma confezionato con equilibrio e talento, intriso di quel fascino che va oltre le etichette ed le categorie. Gli amanti del jazz più aperti e curiosi troveranno materiale interessante, basti ascoltare il sassofono in "We Ain’t Not Feeling Time"! ad esempio. A loro volta, gli ascoltatori avvezzi all'hip hop avranno la possibilità di gioire dei suoni che preferiscono. Ma c’è spazio anche per chi apprezza il neo soul, lo smooth jazz e perfino la lounge music. Il musicista francese offre insomma un variegato ventaglio di sonorità che possono soddisfare molte orecchie. Analogamente ad altri musicisti contemporanei quali Robert Glasper o Alpha Mist, FKJ fa del minimalismo un “plus” che invece che togliere aggiunge. French Kiwi Juice non si esime dall’usare i loop ed i campionamenti, ma il risultato è così strutturato e complesso che diventa riduttivo circoscriverlo solo in quei ristretti confini. Dopo averlo ascoltato è facile capire perché l'album si sta diffondendo velocemente su tutti i social media: FKJ è l'album del momento perché dietro ad esso si percepisce qualcosa di genuinamente vitale, che è al contempo irresistibilmente intangibile e palesemente evocativo. Ciascuno dei dodici brani è in qualche misura unico ed arrangiato in modo originale. Ci sono i synth, utilizzati con giudizio ed equilibrio, i bassi giusti per creare il groove necessario e le parti vocali solo a tratti manipolate, ma sempre con cura. Senza dimenticare la chitarra elettrica spesso in primo piano. French Kiwi Juice è un punto d’incontro ideale tra l’elettronica ed il jazz. Come suggerito dal titolo stesso dell'album, c'è qualcosa di intrinsecamente succoso e maturo in questa musica che tuttavia sa essere anche allo stesso tempo aspro e dolce: il tutto condito dal quel “French Touch” che sa di eleganza formale. Ritmo e atmosfera, groove e delicatezza: un mix di contraddizioni che fonde culture e idee con un approccio molto europeo. L’album inizia con il suono morbido e seducente di "We Ain’t Not Feeling Time" che con la sua introduzione delicata attira subito l’attenzione per condurre verso il perfetto intervento del sassofono, il tutto sottolineato da un organo dal suono onirico. "Skyline" presenta un approccio più tradizionale ma con alcuni spunti sperimentali inseriti in un contesto minimalista. E’ un'atmosfera che si ritrova anche nei successivi brani (Never Give Up e Go Back Home) che evidenziano però un uso diverso e più intenso delle armonie vocali. Ancora un cambiamento avviene con Vibing Out e Ganggu: tracce che danno una sensazione quasi orchestrale grazie ad un groove più marcato basato all’organo, sulle voci ed sul ritorno del sax. Due pezzi di gran musica che sono indubbiamente uno dei momenti migliori dell’intero album. "Blessed" è mossa da un ritmo vivace, sentori di funk e alcuni riff di chitarra molto intriganti. Al contrario "Die with a Smile" ritorna a delle atmosfere lente, quasi pigre, fino ad una seconda parte che è completamente diversa: inaspettatamente torna ad essere ritmata ed arricchita da un nuovo intervento del sax. Preceduta da una breve introduzione, "Lying Together" è una canzone divertente, profumata di funky, con vaghe reminiscenze degli Scritti Politti. La parte vocale non è proprio felicissima, ma si può soprassedere. Anche “Joy” ha un suo personale tocco funky e la conclusiva “Why Are There Boundaries” concede all’album un finale blueseggiante e di grande impatto. Vincent Fenton ovvero FKJ, si è reso protagonista di un debutto davvero notevole, sia per l’originalità delle sue composizioni che per la modernità del suo sound. C’è qualcosa di affascinante in French Kiwi Juice, un feeling che solletica il piacere d’ascolto. FKJ cerca di spingere la musica oltre i confini dell’elettronica, del jazz e del funk. Non significa necessariamente che ciò che fa sia migliore, semplicemente il musicista francese sta cercando una strada diversa e complementare. Questa è musica che può intrigare una vasta schiera di ascoltatori, siano essi semplici curiosi o convinti seguaci. È sicuramente un artista che merita attenzione. Non bisogna sottovalutarlo ne snobbarlo: questo è uno degli album più stimolanti del 2017 e di FKJ sentiremo parlare ancora in futuro, questo è certo.
Jeff Lorber - Bop
Jeff Lorber - Bop
Jeff Lorber è un tastierista capace da sempre di creare un affascinante e armonioso sound che unisce elementi di funk, R & B, rock e jazz elettrico. Nel corso della sua lunga e brillante carriera artistica si è reso protagonista della nascita e dello sviluppo di quel sotto genere del jazz che venne denominato prima fusion ed in seguito smooth jazz o contemporary jazz. Nato a Philadelphia nel 1952, iniziò a suonare il piano all'età di quattro anni, ma la vera infatuazione di Lorber per il jazz iniziò di fatto durante il suo periodo di studio presso il Berklee College of Music: una passione che si estrinsecò con la sua band Jeff Lorber Fusion, la quale tuttavia faceva della contaminazione e del crossover con altri stili il suo tratto caratteristico. In effetti la musica proposta era qualcosa di abbastanza lontano dal jazz tradizionale (pur essendo di questo un derivato). Perciò era difficile, per i suoi numerosi fan, intravedere la possibilità di ascoltare Lorber impegnato nel più classico dei repertori della musica afro americana. Ed invece ecco la sorpresa che non ti aspetti e che non può che stuzzicare la curiosità di chiunque abbia a cuore il jazz ed ogni novità ad esso inerente. Leggere il titolo dell’album e vedere quali nomi sono coinvolti nel progetto accanto alla parola "bop" è sicuramente già un fatto degno di nota, anche e soprattutto perché sono tutti esponenti di rilievo proprio della musica fusion. Ma il legame tra queste superstar ed il jazz è molto più stretto di quanto non si sia abituati a pensare. Basta scorrere le biografie di quasi tutti i moderni paladini dello smooth jazz per comprendere quanto questi talentuosi e versatili musicisti abbiano avuto a che fare con i classici standard del jazz nel corso della loro vita artistica: è proprio su queste melodie immortali che hanno imparato ad improvvisare come Coltrane o a padroneggiare gli arditi accordi di Monk. Si tratta di gente che ha frequentato il Berklee College o qualche altro importante conservatorio studiando alla corte dei grandi del jazz (esempi: Loeb con Stan Getz, Lorber con John Scofield). Come Lorber anche gli altri hanno lasciato il loro segno in un “altro” idioma musicale (o meglio in un altro “dialetto” dello stesso linguaggio). Tuttavia ciò non significa assolutamente che essi abbiano dimenticato la loro origine. Bop è dunque innanzitutto una specie di promemoria (magari per qualcuno potrà essere una rivelazione) che si può riassumere così: questi musicisti possono suonare seriamente il jazz. Nessun dubbio sul fatto che gente del calibro di Harvey Mason, Randy Brecker, John Patitucci, Brian Bromberg, Everette Harp, Eric Marienthal, Rick Braun, Brian Dunne e Till Bronner oltre a Lorber e Loeb abbiano nelle loro corde la tecnica e la preparazione per affrontare una simile sfida. Però ascoltarli per una volta tutti insieme fare del vero, buon jazz è un piacere assoluto ed impagabile. Il programma non prevede altro che classici del bop: i brani sono eseguiti con genuina esuberanza ed un profondo rispetto. Appare chiara fin da subito la perfetta comprensione delle dinamiche degli standard ma soprattutto dei delicati e complessi cambiamenti armonici contenuti al loro interno. Una sessione di jazz classico sottende ad un sound "tutto acustico"; anche qui è quasi esattamente così ma non completamente, poichè Jeff Lorber non rinuncia al suo Rhodes dimostrando che un pianoforte elettrico può funzionare altrettanto bene di uno acustico, quando è nelle mani giuste. Va detto che c’è quasi sempre stato molto jazz nel suo approccio, quindi non è poi così difficile per lui mettere il suo stile al servizio del jazz tradizionale e dell’improvvisazione. Ogni brano di questo album può essere facilmente trovato su qualsiasi libro parli di jazz, dato che la carrellata dei nove classici che compongono Bop è una sorta di breviario della musica Afro Americana del secolo scorso. Tra l’altro può essere considerato già un piccolo miracolo essere riusciti a portare contemporaneamente in studio tutte queste star, sempre estremamente impegnate. Per Bop c’era una piccola finestra di tempo disponibile e nessuna possibilità di post produzione tesa alla ricerca del miglior risultato possibile: nonostante ciò, anzi forse proprio per questa ragione, Bop è un disco schietto, diretto e bellissimo. I brani di Thelonious Monk "Straight No Chaser" e "Round Midnight" dissipano ogni dubbio sulla band e gettano la luce dei riflettori su un ispirato Rick Braun, che non solo dimostra tecnica e buon gusto ma aggiunge qualcosa di personale. Chuck Loeb si disimpegna stupendamente con i suoi gustosi assoli su "A Night IN Tunisia" di Dizzy Gillespie e in "Now's The Time" di Charlie Parker. Ci fa ricordare di Wes Montgomery su "All The Things You Are", che è l'unico brano in cui non compaiono i fiati. Everette Harp mette in evidenza la sua attitudine verso il soul e l’r&b presentandosi in gran forma nel classico calypso di Sonny Rollins intitolato "St. Thomas". Qui anche Rick Braun si distingue per il suo assolo di trombone. Il turno di Eric Marienthal arriva con "Now's The Time" di Charlie Parker: Eric presta il suo sax contralto ad uno dei momenti più intensamente bebop dell’intero album. La band cambia quasi del tutto per la trascinante "Giant Steps" di John Coltrane: a Lorber e Loeb si uniscono per questo numero John Patittucci (basso), Randy Brecker (tromba) e Brian Dunne (batteria). Non sorprende che sia Brecker a piazzare quel genere di assolo di tromba fluido e sicuro tipico di un veterano di lungo corso. Una menzione particolare va senza dubbio allo splendido lavoro di piano elettrico che Jeff Lorber dispensa in ogni singolo brano: chi ha una particolare passione per il suono del Rhodes davvero non dovrebbe perdersi queste nove perle. Bop è un album molto ben riuscito e splendidamente suonato. In parte è una risposta a coloro i quali si pongono degli interrogativi sui musicisti dediti alla fusion ed allo smooth jazz, ma anche se lo si considera semplicemente come una registrazione di jazz “straight ahead” non si resta minimamente delusi. La parte migliore di Bop risiede proprio nella musica, il suo punto di forza sta nella bravura di ogni singolo musicista, ma il disco brilla anche per l’affiatamento e la coesione di tutti nell’agire come una vera band. I proventi del cd sono devoluti alla ricerca sulla Sindrome Policistica Renale (PKD), una malattia genetica che ha come unica via d’uscita il trapianto del rene. Jeff Lorber era affetto da questa malattia ma è guarito proprio con un trapianto e per questo motivo ha deciso di impegnarsi nell’aiutare chi soffre. Bop è quindi doppiamente benemerito: da un lato perché spinge gli ascoltatori di fusion e smooth jazz ad un ascolto più impegnato e maturo, dall’altro per la bellissima ricaduta sulla ricerca per la cura di un grave male.
Max Roach – Percussion Bitter Sweet
Max Roach – Percussion Bitter Sweet
Art Blakey & The Jazz Messengers - Caravan
Art Blakey & The Jazz Messengers - Caravan
Art Balkey è stato uno dei grandi del jazz. Fu per anni tra i migliori batteristi del mondo e rimane tra i più rappresentativi ed importanti ancora oggi. Tra le altre cose fu uno degli inventori di una ben precisa tecnica batteristica applicata allo stile bebop e in seguito a quello hard bop, di cui è a pieno titolo tra i padri fondatori. Parliamo quindi di un personaggio di grandissimo valore come musicista ma anche come compositore, uno di quelli che hanno letteralmente scritto la storia del jazz. Il suo stile alla batteria è stato ed è un punto di riferimento imprescindibile per intere generazioni di artisti che nel suo solco hanno percorso le innumerevoli e variegate strade di questa stupenda e complessa musica. Nella sua consistente discografia, Caravan occupa un posto di rilievo. Registrato nel 1962, si avvale della presenza, nella famosa formazione dei Jazz Messengers, del famoso sassofonista Wayne Shorter, del formidabile trombettista Freddie Hubbard e del magnifico trombonista Curtis Fuller. La band è completata dal pianista Cedar Walton, a suo volta musicista straordinario, e dal bassista Reggie Workman già membro del gruppo di John Coltrane. Rispetto alle precedenti registrazioni, Caravan rivela all’ascoltatore tanto un diverso approccio della nuova etichetta (Riverside Records) all'arte della registrazione, quanto l'evoluzione musicale di questa nuova e rivista formazione dei Messengers. Rispetto ad altre incisioni di jazz acustico, gli strumenti a fiato e la batteria sembrano divorare i microfoni. Qui il kit di batteria di Blakey sembra più pieno, la sua ritmica spumeggiante e puntuale sembra quasi capace di rivaleggiare con i fiati, il suo charleston distintivo picchia come un implacabile martello. Ma anche il suono del piano è catturato in modo definitivo, rendendo giustizia ad un ispirato Cedar Walton. In breve, l'approccio della registrazione è spudoratamente proattivo, porta l'azione del gruppo direttamente al cospetto dell'ascoltatore e sottolinea in grassetto le performance di ciascun musicista. Così è un piacere cogliere in modo nitido il celebre piatto “ride” di Blakey in un flusso sonoro che coinvolge tutti i membri della band. In pratica la tecnica di incisione influisce in maniera sostanziale sull'effetto del suono ambientale costruendo un paesaggio che invita alla partecipazione dell'ascoltatore. Il momento clou di questo album è proprio l’evergreen di Duke Ellington, Caravan. Batteria, fiati e pianoforte lanciano Freddie Hubbard e la sua tromba che si esprime con tutto l'abbandono e la drammacità del suo immediato predecessore, Lee Morgan. Non è da meno Wayne Shorter, che risponde all'intensità del trombettista ispirandosi a John Coltrane. La raffinata arte batteristica di Art Blakey è pregna di energia, ma è anche contenuta, quasi latente, la sua presenza sonora è meno prominente in sottofondo agli interventi solistici e all'improvvisazione collettiva dei tre ottoni. Viene però il turno del batterista nel prendersi il suo assolo che, come sempre, è pirotecnico e punteggiato dai caratteristici versi gutturali: una furia ritmica scintillante ed eccitante al tempo stesso, tecnicamente ineccepebile. "Sweet 'n' Sour" è un valzer di Shorter, proposto in due differenti versioni, seguito da "This Is For Albert" che è un brano dal suono raffinato e dinamico. Ci sono anche due “take” alternativi della complessa "Thermo" di Hubbard, molto ben eseguiti. Lo spazio per la classica interpretazione trombettistica della ballata jazz è affidata allo standard "Skylark" di Hoagy Carmichael, che Hubbard riempie di uno splendore luminoso e cromaticamente variopinto. L'assolo di Curtis Fuller su "The Wee Small Hours" è uno dei suoi momenti più melodici sull’album , incorniciato deliziosamente dal pianismo fluido e discreto di Walton. Molti fan di Blakey insistono sul fatto che i suoi Messengers dei primi anni Sessanta fossero i più consistenti se non addirittura le migliori incarnazioni di sempre di questo straordinario collettivo di musicisti. Di fatto è un’opinione sostanzialmente condivisibile e tuttavia, oltre alle straordinarie registrazioni con la Blue Note, esiste più di un motivo per guardare avanti ed ascoltare anche ciò che è stato pubblicato negli anni successivi. Tra i grandi meriti di Art Blakey, oltre alla sua bravura di batterista, c’è anche quello di aver saputo lanciare, nel corso degli anni, innumerevoli giovani musicisti, molti dei quali hanno successivamente avuto una luminosa carriera da solisti. Quando parliamo dei Jazz Messengers dobbiamo tener presente che si tratta di una delle band più rappresentative e seminali della storia del jazz, guidata nelle sue varie configurazioni da un maestro della batteria il cui lavoro e la cui creatività sono da considerare fondamentali per tutto il movimento afro americano. Caravan è senza dubbio uno degli album più interessanti della corrente denominata hard bop: è un disco imperdibile.
Neil Larsen - Orbit
Neil Larsen - Orbit
“Molto tempo fa in una galassia molto, molto lontana… c’erano gruppi che si chiamavano Weather Report, Crusaders, Mahavishnu Orchestra, Return To Forever, Headhunters.” Suonavano un sorta di nuova musica strumentale che spaziava dal jazz al funk al rock, pescando il meglio tra tutte queste diverse influenze. Neil Larsen è uno dei diretti discendenti di quella meravigliosa epoca musicale. Ho già parlato di Neil Larsen in occasione dell’uscita del suo ultimo cd “Forlana”. Larsen non è sicuramente un nome familiare quando si parla di jazz contemporaneo, a meno che non siate veri appassionati o abbiate conosciuto ciò che lui ha fatto negli anni ’70. Ma Neil è uno straordinario tastierista, che ha trascorso gran parte della sua carriera facendo suonare meglio altri musicisti e sfornando solo una manciata di album a suo nome. Voglio tornare a scrivere su di lui, prima di tutto per il suo grande valore e poi perché, come tutti i grandi artisti, anche per quanto lo riguarda, nella sua discografia c’è un autentico capolavoro. Risale al 2007, è il quinto disco di Larsen ed il suo titolo è “Orbit”: uno dei migliori album di jazz contemporaneo (anche se le etichette sono in questo caso riduttive) del secondo millennio. Neil Larsen ha messo insieme una super band con Robben Ford alla chitarra, Jimmy Haslip al basso, Tom Brechtlein alla batteria e inoltre Gary Meek al sax e Lee Thornburg alla tromba: una concentrazione di talenti davvero stratosferica. Inoltre è difficile trovare una registrazione audio migliore di questa. I proprietari della Straight Ahead Records, Bernie Grundman e Stewart Levine hanno utilizzato tecniche di registrazione allo stato dell'arte ed in più hanno catturato tutto "dal vivo", senza sovra incisioni od effetti, con la tecnica denominata “direct to disc”. Con Orbit Neil Larsen ha creato un’opera che si muove tra Jazz, Blues, Funk, Latino e sicuramente la miglior Fusion (negli anni ’70 si sarebbe detto jazz rock). Il repertorio è solo parzialmente originale perché il tastierista ha avuto il merito e la felice intuizione di inserire anche alcune delle sue composizioni più significative. Brani che vengono dal periodo con i Full Moon e dai più importanti tra i suoi precedenti album. Ovviamente sono pezzi di grande musica che vengono reinterpretati e rivisti profondamente dalla nuova band, ridisegnati con una sensibilità contemporanea e più moderna. Il risultato è stupefacente: Orbit è un disco a cui bastano pochi minuti di ascolto per catturare l’attenzione e far innamorare chiunque ami la buona musica. La title track ad esempio è attraversata da un’atmosfera inquietante, punteggiata dalla chitarra di Ford, che si intreccia e si dipana anche grazie alle accattivanti melodie dei fiati. Il suono purissimo e dettagliato della registrazione aumenta il pathos delle ballate come Arioso e From A Dream, e migliora il groove di Day Train e il ritmo di Sudden Samba. La tecnica di produzione del disco mette tutti d'accordo sul fatto che non si sia mai sentito così bene il suono di Neil Larsen e Robben Ford. Inoltre c’è un batterista fenomenale come Tom Brechtlein che fornisce alla ritmica della band tutto il tiro che ci si aspetta ed anche di più (ascoltare Shing per capire meglio). Le tastiere ed i fiati fanno da guida, la chitarra elettrica incanta in ogni passaggio. Una considerazione particolare va fatta su Robben Ford: qui si può capire quanto bravo sia questo musicista. Non solo quando si mette in prima linea, ma anche se ci sofferma ad ascoltare quello che fa in sottofondo (Jungle Fever e Sudden Samba sono dei buoni esempi). E’ normale ritenere Ford uno dei migliori chitarristi oggi sulla scena. E per quanto a Robben piaccia cantare e suonare blues, lui brilla davvero quando si impegna nel jazz rock: su Orbit è davvero ispirato nel suo modo di suonare non solo per gli assoli meravigliosi, ma anche per gli incredibili giochi sulla ritmica. La stella di questo album è lui, non c’è dubbio. Neil Larsen a sua volta è, ovviamente, uno straordinario tastierista, tra l’altro è uno dei pochi che può vantare un suono immediatamente riconoscibile. Il suo organo, il piano elettrico, le puntate al piano acustico e l’uso dei synth offrono un ventaglio completo di possibilità espressive che esalta la sua fantastica versatilità ed un inventiva fuori dal comune. Ci sono molte cose su Orbit che rendono questo un album speciale. Alludo prima di tutto alle composizioni: tutte e 12 le tracce sono memorabili per vari motivi. E poi la band, che oltre a Larsen e Ford, include, come detto Jimmy Haslip, Tom Brechtlein, Gary Meek e Lee Thornburg. È una formazione formidabile e, cosa non così scontata, funziona veramente bene per coesione, feeling e interplay. Tutti i musicisti trovano il loro spazio nell’architettura dei brani a conferma del perfetto equilibrio tra le varie personalità che compongono la band. La maggior parte dei contenuti di Orbit può essere considerata senza dubbio una forma molto jazzata di fusion. Ma c’è anche il funk jazz declinato in modo molto interessante e c’è pure l’acid jazz con l’organo protagonista e Robben Ford sempre presente a ricamarci sopra. L’organo per Neil Larsen è stato una costante, la sua voce predominante in tutte le registrazioni da solista e, ancora una volta, lo è in Orbit. I nuovi arrangiamenti, gli strumenti aggiornati ai tempi, alternati a quelli vintage, fanno di questo album il lavoro definitivo per accostarsi a Neil Larsen. Di fatto Orbit è un must per tutti gli appassionati di fusion e di jazz contemporaneo: la musica è fenomenale e la qualità della registrazione è davvero mozzafiato: si può chiedere di più ? La fusion, quella buona, si trova in “Orbit”.
Espirito – Peace Of Mind
Espirito – Peace Of Mind
Il tastierista degli Shakatak, Bill Sharpe ed il chitarrista del gruppo svedese Mezzoforte, Friðrik Karlsson nel 2000 formarono un duo che chiamarono Espirito. Il talento di Sharpe ed il sicuro mestiere di Karlsson diedero luogo ad un album di smooth jazz che prometteva di possedere una vibrante atmosfera smooth jazz, ricca di morbidi groove urbani e moderni suoni latini. Il lavoro, che si intitolava Peace Of Mind, rimase un episodio isolato, poiché la collaborazione tra Sharpe e Karlsson non produsse altre uscite discografiche oltre a questa. La band è completata da Andy Pascome al basso, Snake Davies al sax più Linda Taylor e Cathi Ogden in veste di cantanti. Ad una valutazione più approfondita, si scopre che l’album racchiude dieci tracce sufficientemente frizzanti e prodotte con cura e professionalità. Si tratta, in ultima analisi, di un tranquillo esempio di smooth jazz adatto ad un ascolto rilassato e piacevole che certo non si distingue per originalità ed inventiva. Karlsson è un comunque un gran chitarrista: mette in mostra un tocco morbido e delicate finezze, ma anche un eccellente appeal ritmico. Bill Sharpe dal canto suo è, come è noto, un pianista veloce, pulito e sempre fantasioso, sia che si esibisca al piano acustico sia che utilizzi il piano elettrico o i synth. Peace Of Mind è quindi una bella vetrina per la più classica delle incarnazioni dello smooth jazz dell’inizio del millennio. L’atmosfera è solare, orecchiabile e accattivante, dominata dalla precisione e dalla pulizia degli arrangiamenti nei quali tutto le cose sono al loro posto ma manca sempre il guizzo musicale definitivo. Non sono del tutto assenti però gli spunti interessanti: "You're the One" e "So Cool" ad esempio sono due brani che, scostandosi dai clichè del contemporary jazz strumentale più standardizzato, riescono ad offrire qualcosa di stimolante e diverso. Ci sono altri punti salienti nel disco che garantiscono un approccio più stuzzicante: la title track Espirito ad esempio, prende il volo sulla base di un bel groove elettronico sul quale si distende il dolce fluire del liquido pianoforte di Sharpe che si alterna con il sax propulsivo di Snake Davies. Qualcosa di un po’ diverso è anche racchiuso nelle note latine di "Gypsy", un arioso brano sul quale Karlsson mostra la sua bravura anche alla chitarra acustica. Il chitarrista finlandese scivola dolcemente in un'atmosfera in stile flamenco, allontanandosi dai suoni più aspri dell’elettrica, ma dispensando comunque all’album un po' di varietà. "Wonderland" è un altro bel pezzo, con un assolo di tastiera molto trascinante, che è poi la specialità di Sharpe, sempre capace di orchestrare al meglio le sue sortite in prima linea. Allo stesso modo, su "One Time", Karlsson offre vampate di chitarra elettrica veloci e pungenti, instaurando un’elegante "conversazione" strumentale con il sassofonista Snake Davies. Su Peace Of Mind la musica è gradevole, i musicisti sono bravi, ma quello che latita è il groove genuino e magari un po’ ruspante che invece era presente sulle prime incisioni degli Shakatak e dei Mezzoforte, gli storici gruppi dei due leaders. Come dire che l’unione tra due bravi artisti non sempre da come risultato la somma dei loro singoli talenti. Questo è, probabilmente, in gran parte dovuto alla sensazione di appiattimento e ripetitività che è da sempre uno dei punti deboli dello smooth jazz: quando si produce un album dentro ai canoni della musica pensata per l’intrattenimento e le radio il rischio di non riuscire ad elevarsi sopra la media è piuttosto alto. Gli Espirito non mancavano ne di classe ne di raffinatezza, Sharpe e Karlsson hanno messo in campo tutta la loro professionalità, e con ogni probabilità credevano in questo progetto, ma raramente riescono a far scoccare la scintilla. Peace Of Mind si fa gradevolmente ascoltare, può essere una delicata compagnia o un piacevole sottofondo ma per trovare l’emozione forse è meglio rivolgersi altrove.
Nils Landgren Funk Unit - Teamwork
Nils Landgren Funk Unit - Teamwork
Forse molti non sanno che la Svezia è il terzo produttore mondiale di musica. Principalmente musica pop (non solo gli Abba) e rock metal (ma anche progressivo) e in misura minore anche di jazz, funk, soul e acid jazz. Tuttavia vanta una tradizione di musicisti di alto livello che nel corso degli anni hanno saputo interagire con numerosi esponenti del jazz internazionale. Nils Landgren è un trombonista e cantante svedese ed è uno di questi artisti. Ha iniziato a suonare la batteria a 6 anni, e solo verso i 13 c’è stato il suo primo approccio con il trombone. Ha studiato con grandi nomi del jazz di questo particolare strumento (quali Bengt-Arne Wallin e Eje Thelin) che lo spronarono a passare dagli studi classici allo studio dell'improvvisazione. Dopo il 1978 (anno in cui si laureò all'Accademia di musica dell'Università di Karlstad), si trasferì a Stoccolma, dove ben presto iniziò un tour con i Blue Swede (un gruppo rock svedese). Nel 1981 fu invece chiamato da Thad Jones a collaborare come trombonista leader in una sua nuova big band: i Ball of Fire. Da allora, Nils ha partecipato come ospite a oltre 500 album, collaborando dunque con svariati artisti, tra i quali: gli ABBA (poteva essere diversamente?), i The Crusaders, Herbie Hancock, Pat Metheny, gli E.S.T. e altri ancora. Esperienze musicali ed artistiche a parte, il trombonista svedese, con la sua band denominata Funk Unit, ha creato negli anni un sound che è quanto di più vicino si possa immaginare a quello jazz funk degli anni ‘70. Ma pur nel rispettoso recupero della tradizione, Landgren ha sviluppato una sua propria e ben definita identità che fa del groove un connotato centrale e basilare. Esplosivo, divertente, profumato di jazz quanto basta, il progetto musicale di Nils Landgren è piacevolmente caldo e pienamente godibile: certo non fa trasparire in alcun modo le sue origine nord europee. Il prolifico trombonista svedese e la sua band non mostrano un grande interesse nel cercare di reinventare una formula vincente. Perché preoccuparsi di andare a cercare l’innovazione e la sperimentazione a tutti i costi quando il risultato finale è esattamente quell’intramontabile mix di funk e soul-jazz che così tanti seguaci raccoglie da sempre in tutto il mondo? Sul suo album Teamwork, uscito nel 2013, Nils mette in campo tutto il suo talento e conferma l’approccio musicale basato sul suo genuino e gagliardo jazz funk, arricchendo il tutto con la presenza, in veste di ospiti di artisti del calibro di Joe Sample, Wilton Felder e Till Brönner. L'assolo di piano elettrico di Joe Sample sulla bella "Green Beans", uno dei tanti brani dell'album che Landgren ha scritto personalmente è emblematico: sono suoni che piaceranno moltissimo ai fan dei Crusaders o, perché no, a quelli degli Earth Wind And Fire o di James Brown. Wilton Felder fa la sua comparsa al sax su "Mr Masumoto" e Till Bronner e la sua tromba impreziosiscono "Rhythm is Business". Su Teamwork c’è ampio spazio per Landgren e i suoi compagni del Funk Unit per improvvisare e divertirsi sul ritmo funk che è il filo conduttore del lavoro, aggiungendo al contempo dei contemporanei tocchi di hip-hop e di rock. Gran parte della musica è sostanzialmente frutto di continue e stimolanti jam session, perciò prevale su tutto un feeling di grande libertà e giocosa positività. Tuttavia, per i palati più fini, gli arrangiamenti sono attenti e sofisticati sia che la band stia prendendo spunto dalla produzione dei Crusaders che da quella più rustica del padre del soul James Brown. Teamwork è un album solare e orecchiabile che può deludere gli ascoltatori che apprezzano il lato più armonicamente avventuroso della vasta discografia di Landgren, ma questo resta pur sempre un genere di musica coinvolgente e creativo che qualsiasi appassionato di jazz funky dovrebbe ascoltare. E in fondo il jazz non è poi così sfumato come la predominanza della componente ritmica potrebbe far supporre. Nils Landgren suona un jazz fortemente orientato al groove ma lo fa in un modo armonicamente stimolante. Il suo stile mescola con sapienza influenze importanti come quelle dei Brecker Brothers, di Cannonball Adderley, di Donald Byrd, e ovviamente dei Crusaders, di James Brown e degli Earth Wind And Fire. Volete il funk ? Siete nel posto giusto: buon divertimento con il Funk con la F maiuscola ed una sfumatura jazzata. Questo “caldo” album dalla fredda Svezia vi solleverà il morale.
Groove Legacy – Groove Legacy
Groove Legacy – Groove Legacy
La passione per il sound jazz funk degli anni ’70, in particolare per le produzioni di Creed Taylor e della sua CTI, per band come i Meters, gli Stuff o i mitici Crusaders è un sentimento largamente condivisibile. Sono molti i musicisti che si sono ispirati a quelle atmosfere ma c’è un trio di navigati strumentisti che ne ha fatto una missione artistica al punto di mettere in piedi un progetto tutto incentrato proprio su quel peculiare e specifico stile. Loro sono il sassofonista Paulie Cerra, il tastierista Billy Steinway e il bassista Travis Carlton (figlio del leggendario chitarrista Larry Carlton) e Groove Legacy è la band da loro creata, che già nel nome racchiude tutta la sua filosofia musicale. Individualmente hanno suonato con molti grandi nomi, da Al Green a Stevie Wonder a Carrie Underwood, da Ray Charles ad Aretha Franklin a Rickie Lee Jones, ma Groove Legacy è chiaramente un passo in avanti nelle loro carriere. Spiega Billy Steinway: " Mi sono letteralmente innamorato del sax tenore e del trombone sin da quando ho avuto il piacere di lavorare con i Crusaders e non riesco a pensare ad un gruppo di musicisti migliore dei Groove Legacy per catturare quel suono, aggiungendo al contempo un tocco nuovo alla bellezza senza tempo di questa musica prevalentemente strumentale". Il progetto è arricchito dai contributi dei trombonisti Andrew Lippman e Lee Thornberg, dal batterista Lemar Carter oltre ai chitarristi Kirk Fletcher e Sam Meek: come detto, Groove Legacy onora e consolida il sound di quell’epoca gloriosa per il jazz funk, ma lo fa proponendo anche un preciso disegno proiettato nel futuro. Sappiamo bene che, con la recente scomparsa di Joe Sample e Wilton Felder, i Crusaders non torneranno mai più, ma è davvero un piacere poter gioire di una nuova generazione di musicisti, proveniente dalla stessa scena californiana dei Crusaders, che non solo rendono omaggio al genio dei maestri, ma mantengono vivo il loro retaggio con dell’ottimo e soprattutto nuovo materiale originale. L’album omonimo dei Groove Legacy, che poi è il loro debutto discografico, utilizza gli stessi ingredienti di base che hanno reso così irresistibile il jazz funk degli anni ’70: basso e batteria ordiscono la trama del “groove”, mentre è il Fender Rhodes a dare corpo e sostanza alla prima linea, come da tradizione formata dal sax e dal trombone. A completare il tutto ci sono ovviamente anche le chitarre elettriche. Bastano poche note e il salto nel tempo è assicurato: i Crusaders di Southern Comfort e Chain Reaction sembrano tornare davanti a noi. “Sweetness” ad esempio: intro di basso e poi via dritti al succo, ovvero il classico unisono che fa da preludio agli assoli. Anche "Odd Couple" è paradigmatica della padronanza dei Groove Legacy nel leggere il più classico Crusaders sound: un po 'funky e un po' soul, il jazz ben presente e i fiati che prima di distendersi singolarmente agiscono come una voce sola. Il sax tenore di Ceara suona grasso e pastoso così come nitido e morbido è il trombone di Lippman. Il groove giusto è garantito dal bassista Travis Carlton e dal batterista Lemar Carter. "Cornell" presenta come ospite Larry Carlton (il padre di Travis) intento a districarsi su una melodia scritta in onore del leggendario chitarrista Cornell Dupree, uno dei padri storici degli Stuff. La sezione ritmica imbastisce il suo groove in stile Memphis, ma l’inconfondibile chitarra di Larry domina questo pezzo. Un altro ospite illustre dei Groove Legacy arriva su "The Know It All", ed è il chitarrista Robben Ford che ovviamente mette in mostra il suo stile blues-rock. Il classico Memphis sound viene delineato anche e soprattutto attraverso il ritmo e la sensazione che trasmette "Memphis 40 oz. Hang" è proprio quella di trovarsi in una sessione della Stax Records di Booker T. & the MGs con i Memphis Horns. L'anima urbana e blues di "My Someday Girl" ricorda le sontuose melodie di Joe Sample, e di sicuro il tastierista Billy Steinway si dimostra degno erede del talento del grande maestro texano. A proposito di tastiere, va sottolineato come il piano elettrico sia assoluto protagonista della musica dei Groove Legacy: presente sia in veste di collante armonico che in quella solista con la medesima efficacia. L’album è davvero bello in ogni suo brano e scorre fluido ed interessante dalla prima all’ultima nota. Groove Legacy offre tutto ciò che è mancato al jazz contemporaneo da quando si è trasformato in smooth jazz, negli anni '80. Qui ci sono brani con continui ed intelligenti cambi di accordi, assoli traboccanti di una genuina essenza jazz e una coesione tra musicisti che badano al sodo più che appoggiarsi su una elegante produzione per far scattare la magia. I Groove Legacy dimostrano che non è affatto necessario essere artisti di grande fama per realizzare un disco di ottimo livello. Paul Cerra, Travis Carlton e Bill Steinway sono i musicisti giusti per far risorgere dalle ceneri del suo glorioso passato il jazz funk, con tutta la sensibilità e la preparazione di cui c’è bisogno. Le eleganti note di copertina di Frank Malfitano descrivono i Groove Legacy in questo pittoresco ma efficace modo: “è come se gli Stuff e i Crusaders avessero generato come figlia questa band". Probabilmente non c'è descrizione più azzeccata di questa per sintetizzare i contenuti di questo bellissimo lavoro.
Leslie Drayton – Free And Easy
Leslie Drayton – Free And Easy
Chi non conosce gli Earth, Wind & Fire ? Immagino che quasi tutti abbiano una certa familiarità con quello che può essere considerato il più famoso tra i gruppi funk. Tuttavia va ricordato che una band è formata da vari musicisti, nel caso degli E.W.F particolarmente numerosi, e molti di loro, pur avendo una carriera come solisti, non godono certo di una vasta popolarità. Leslie Drayton, ad esempio è sì uno dei membri fondatori degli Earth, Wind & Fire ma in quanti realmente lo conoscono? Leslie è però un musicista molto versatile che ha saputo coniugare il funk, il soul ed il jazz adattandoli al dolce suono della sua tromba. Ma la carriera di Drayton non è solo legata al famoso gruppo di Chicago: ha suonato con Nancy Wilson ed è stato il coordinatore musicale di Marvin Gaye e Sylvester, senza contare la militanza nelle big band di Cab Calloway, Gerald Wilson e Louis Bellson. Leslie è quindi un artista di grande esperienza, molto preparato dal punto di vista musicale e tecnico. Free And Easy è un album del 2014 nel quale si possono trovare molti solidi brani soul jazz, piacevolmente arrangiati e sostenuti da una notevole dose di buon gusto ed equilibrio. Leslie si esibisce sia alla tromba che al flicorno, un ottone che personalmente amo molto per il suoi toni baritonali, profondi e molto morbidi. Le linee di basso e le ritmiche sono sempre un punto di forza, come lecito attendersi da un ex membro degli Earth Wind & Fire ed il tutto è impreziosito dai sapienti ricami fiatistici del leader e dai suoi accattivanti arrangiamenti. Drayton mette sul piatto delle funky jam declinate nelle diverse sfumature del soul jazz, senza eccedere in personalismi inutili ma proponendo un’offerta musicale di grande piacevolezza, in grado di valorizzare il suo stile asciutto così come il suo sound preciso e pulito. Degna di nota è la traccia d’apertura dell’album "Remember When": un’inizio fantastico per un album con molte promesse, che sembrano davvero poter essere tutte soddisfatte; qui è il ritmo in particolare ad essere molto indovinato e non manca di colpire nel segno la stupenda tromba del leader. "Back in the Day" ha un andamento che ricorda Donny Hathaway e la sua mitica "The Ghetto", tuttavia è solo una sensazione, perché il brano ha una sua personalità ed è caratterizzato dalla splendida sonorità del flicorno di Drayton. Ancor più rilassata è la successiva "Alone In The Dark" dove ancora brilla il flicorno del leader, e si distingue la presenza di un ottimo lavoro di basso, davvero incisivo e fantasioso. Il tema della bossa nova è sviluppato in modo sensuale in "Afterthoughts" ed è noto quanto la ritmica brasiliana sappia valorizzare gli ottoni, che in questo brano accarezzano delicatamente l’ascoltatore. E’ invece più funky “Free And Easy”, che riporta l’atmosfera verso una maggiore vivacità, bellissimo l’assolo di piano elettrico in pieno stile vintage. Pigramente seducente, ma convincente e malinconica invece "Mars Landing": una ballata dove è ancora Leslie Drayton a tenere banco con un intervento passionale e molto intenso. Tutto condito da un arrangiamento semplice e sofisticato che non fa che esaltare la bella melodia. Molto carina anche "Jam Groove", con la sua ritmica anni ’80 con tanto di basso synth e batteria elettronica a far da base al solito lungo monologo di tromba e flicorno, interrotto solo dal pianoforte che si prende il suo bell’assolo. Free And Easy è più o meno tutto così: il disco perfetto per intrattenere piacevolmente l’ascoltatore, e non necessariamente solo quello appassionato di jazz. Può deliziare come sottofondo per una cena o una serata tra amici, così come può essere l’accompagnamento ideale per un viaggio in automobile. Sempre misurato e morbido, Drayton è paragonabile ad esempio ad Herb Alpert o al paladino dello smooth jazz Rick Braun, ma forse meglio di questi incarna un approccio accessibile al jazz, che resta sullo sfondo. Anche lui si mantiene ampiamente dentro i confini di una musica di facile ascolto, disimpegnata, molto adatta alle radio e ad una fruizione rilassata. Tuttavia nella sua semplice formula Leslie Drayton sa essere originale e soprattutto dimostra di possedere un fraseggio seducente, molto efficace, in grado di far apprezzare due strumenti ormai un po’ dimenticati come la tromba e il flicorno (in particolare quest’ultimo). Questo suo album è in ultima analisi un’ottima proposta musicale che coccolerà le vostre orecchie e vi intratterà serenamente per quasi un’ora. Per i capolavori ovviamente bisogna rivolgersi altrove, così come se si è alla ricerca della musica più pura ed incontaminata: qui sono il soul, il funk e l’easy listening a farla da padroni e il jazz è solo un sentore che accompagna il tutto. Ma in un mercato discografico come quello attuale, Free And Easy è oro colato. Fatte queste opportune premesse, difficilmente Leslie Drayton può deludere.
Volker Kriegel - Spectrum
Volker Kriegel - Spectrum
Il fermento creativo che alla fine degli anni ’60 portò alla nascita del jazz rock in tutte le sue diverse declinazioni non fu una questione solo americana ma coinvolse anche l’Europa, contando esponenti sia in Gran Bretagna che in altri paesi. Ad esempio la Germania, nazione dalla quale proviene il musicista che è oggetto di questa recensione: il chitarrista tedesco Volker Kriegel è, a buon diritto, considerato uno dei padri del jazz rock europeo e, nonostante non abbia conosciuto una vasta fama internazionale, merita senza dubbio di essere riscoperto, in particolare per i suoi album degli anni’70. Chitarrista autodidatta ma di ottime capacità tecniche e compositive sposò con vigore ed entusiasmo la filosofia della commistione tra il jazz tradizionale ed il funk. Lo fece, come dettato dalla tendenza imperante, attraverso la modernizzazione delle strumentazioni: dunque via libera al Rhodes, ai synth, al basso ed alla chitarra elettrica e ad una scansione ritmica che andava a pescare dal rock e dal funk. Il suo album più significativo come solista è “Spectrum” del 1971, pubblicato per la mitica etichetta tedesca MPS. Il sound di questa registrazione è semplicemente eccellente, come da tradizione per l’MPS che fece della qualità audio un vero marchio di fabbrica. Volker Kriegel era in quel periodo un membro del Dave Pike Set, la band del vibrafonista statunitense Dave Pike, vissuta in Germania verso la fine degli anni Sessanta. "Spectrum" fu concepito come una "vetrina per la chitarra", un vero e proprio "album solista" che doveva soddisfare gli appassionati dello strumento presentando una nuova stella che andasse ad arricchire il firmamento di quegli anni dominato da John McLaughlin, Terje Rypdal e Larry Coryell cioè i maestri di riferimento del jazz rock. "Spectrum" si rivelò qualcosa di più di una mera risposta commerciale, grazie anche alla presenza a fianco di Volker Kriegel di una vera band formata da elementi di grande esperienza musicale quali John Taylor alle tastiere, Peter Trunk al basso, Cees Sede alle percussioni e Peter Baumeister alla batteria. Ne esce uno spaccato del jazz rock tedesco dei Settanta con tutte le caratteristiche tipiche delle produzioni internazionali di quel preciso momento. E tutto si rivela essere qualcosa di molto speciale: un livello generale di abilità musicale elevato, quel piacevole tocco "esotico" e dei contenuti artistici che possono vantare anche una propria originalità. "Zoom" parte subito con il sitar e le percussioni tribali che fanno da apripista ad una feroce esplosione di chitarra elettrica, mentre il brano assume i contorni delle migliori uscite di Deodato. Il seguente "So Long, For Now", riporta il timone verso una ballata in stile jazz con un eccellente solo di piano elettrico e le linee di chitarra di Kriegel maggiormente orientate alla melodia. "More About D" è il jazz elettrico nella sua essenza: cangiante ed imprevedibile, trasmette energia e dinamicità per tutti i suoi dieci minuti di durata e permette a Kriegel di sviluppare un assolo davvero interessante e pirotecnico. A seguire "Suspicious Child, Growing Up ", un blues condotto a lungo dal basso di Trunk in cui il leader fa la sua apparizione solo nel finale. "Instant Judgement" propone affascinanti cascate di suoni, estremamente atmosferici e particolari, qualcosa che potremmo, vista l’origine del chitarrista, definire “cosmico”. Poi si da spazio alle grandi fughe solistiche di tutti i membri della band in un quadro complessivo molto vicino agli Eleventh House di Larry Coryell. Un brano molto originale e diverso è "Ach Kina" che comincia come una lenta ballata notturna per poi animarsi in un ritmo latineggiante e più vivace che però si mantiene crepuscolare nella melodia. Spectrum si chiude con "Strings Revisited" inusuale soprattutto per l’uso che viene fatto del violoncello come fosse una chitarra solista: una doppia linea melodica violoncello / chitarra che produce un effetto simile a quelli che oggi si ottengono digitalmente. Volker Kriegel è stato un chitarrista jazz rock di gran talento, quasi completamente sconosciuto alla maggior parte degli ascoltatori, che tuttavia ha saputo produrre un’eccellente sequenza di album a cavallo tra la fine degli anni ’60 e l’inizio degli anni ’80. Il suo stile, al pari di altri iconici musicisti dello stesso periodo, più famosi ed acclamati di lui, sapeva essere delicatamente jazzistico ma anche raffinatamente rockeggiante. Spectrum e il successivo e più moderno Octember Variations sono due dei migliori esempi europei di crossover tra jazz, funk e rock: oggi mostrano chiaramente i segni dell’età ma riservano anche un ascolto ricco di spunti e suggestioni che non mancheranno di affascinare e di stupire chiunque abbia la curiosità di dedicarsi con interesse a questa variopinta musica di oltre 40 anni fa.
G’S Way - Patchwork
G’S Way - Patchwork
Gérald Bonnegrace, questo è il vero nome del musicista francese che si nasconde dietro al progetto G’S Way. Compositore e multistrumentista in grado di suonare con disinvoltura le tastiere, la tromba, il trombone, il flauto e le percussioni, Gerald ha messo insieme un collettivo musicale completato da Thierry Jean-Pierre al basso, Stefane Goldman alla chitarra, il sassofonista Sylvain Fetis e il batterista Sonny Troupé. G’s Way propone un energetico mix di jazz, funk e groove latini, in grado di soddisfare moltissimi appassionati ma, in particolare, coloro che hanno amato Ray Baretto, Eumir Deodato o gli Earth Wind & Fire. Quasi 3 anni dopo l'uscita del suo primo album "Seventy Seven", G's Way è tornato nel 2014 con il suo nuovo album intitolato "Patchwork". Gli ingredienti sono gli stessi del primo lavoro ma qui c’è anche qualche interessante tocco innovativo: G's Way torna ad animare la scena con una potente ritmica, condita da una bella sezione fiati ed il suo seguito di solisti di talento di provenienza internazionale. Gérald Bonnegrace è sempre influenzato dai suoi idoli come i Fania All Star, Deodato, Fela Kuti e Grover Washington Jr. "Patchwork" ci offre un viaggio colorato che spazia dal funk alla musica latina, attraversa il jazz e tocca l'afro-beat. Questa volta "G's Way" ha invitato anche tre rappers a completare il suo personale quadro musicale, evolvendosi ulteriormente rispetto al precedente Seventy Seven. Il tocco di hip-hop fa di "Patchwork" un titolo perfettamente in linea con i contenuti dell’album, che risultano effettivamente un coacervo di stili e tendenze. Una nota di merito va data anche alla esotica copertina, in grado di colpire l’attenzione ed incuriosire dal primo sguardo. L'eccellente immagine di questa cover è di Clément Laurentin. La musica proposta è un vero inno al meglio del vintage sound degli anni ’70 ed è una piacevolissima sorpresa per chiunque abbia un debole per le sonorità che hanno caratterizzato quel fantastico momento creativo. Once Upon A Time ad esempio non è l’incipit classico delle fiabe, ma si addentra piuttosto nello stile muscolare e funk di Curtis Mayfield o Fela Ransome Kuti. Tocca il jazz, profuma di funk e cita la musica africana. Take It Easy ha quel particolare groove che travalica i confini tra i vari sottogeneri del jazz: Lorenz Rainer brilla particolarmente alla tromba con un bell’assolo. La seguente Manikou vede il gruppo addentrarsi ulteriormente sul sentiero dell’afro beat con un classico ritmo alla maniera di Fela Kuti ribadendo un’eccellente presenza strumentale. Aleksander Terris all’organo è in questo caso il solista in primo piano. Jam Session è il ritratto di una grande vitalità centrata sul jazz funk dove si distinguono i potenti fiati e le esplosive percussioni, queste ultime un vero paradiso per gli appassionati di ritmica. Ottime le performance di Sylvain "Sly" Fetis al sax baritono, Thomas Koenig al flauto e Lorenz Rainer alla tromba. War Games riprende il tema mostrando forse ancora di più la muscolarità dei fiati. La prima incursione nell’hip hop la troviamo in One Nation grazie alla presenza di Kohndo, uno dei migliori esponenti del rap francese. Un sapore di bossa nova è invece il leit-motiv di Sainte-Marie che è costruita attorno alle percussioni con l’aggiunta di piacevoli armonie fiatistiche di corno e impreziosita dall’uso di uno xilofono in stile jazzy. Kim Helped Me ricorda i brani di Curtis Mayfield, poiché la sezione fiati e la chitarra wah wah creano la solida base sulla quale è Trevor Mires ad esplodere il suo trombone trasformando il brano in una cascata sonora funky jazz. La seconda comparsa del rap avviene su Took So Long, ma questa volta è la voce femminile di Melina Jones ad essere protagonista con annesso ritornello cantato dentro la solita puntuale architettura di ottoni e sax. E’ il momento di un po’ di feeling da disco anni ’70 nel bel pezzo intitolato Gotcha, ma tutto è racchiuso all’interno di un involucro funky dove non mancano synth vintage piano elettrico fino all'eccezionale assolo di sax di Fetis. Un’ultima presenza del rap viene da The Perfect Getaway grazie al cantante Bruce Sherfield. Space Invaders chiude l’album nel migliore dei modi: lo strumentale è costruito da G’s Way nello stile degli inarrivabili Incognito, ma la band tiene il passo offrendo una performance entusiasmante. Un’occasione perfetta per il tastierista Gaël Cadoux per diffondere la sua magia sul mitico Fender Rhodes? Patchwork è un gran bell’album che delinea in modo significativo i consistenti contenuti musicali del progetto G's Way. Una miscela di stili che mantiene il suo fulcro sul jazz funk non disdegnando di toccare sapientemente anche i colori dell’Africa e l’energia urbana dell’hip hop. G’s Way mette in campo una proposta musicale a tutto tondo che è in grado di soddisfare gli appassionati dei suoni vintage ma al contempo anche coloro che sono sempre alla ricerca del nuovo. Decisamente un album che consiglio.
Soft Machine - Third
Soft Machine - Third
Tornando a parlare della scuola di Canterbury è impossibile non focalizzarsi sulla band dalla quale tutto ha avuto inizio. I Soft Machine non sono mai stati una band commerciale, semmai sono l’incarnazione dell’esatto opposto. Sia pure con un’ovvia evoluzione il loro spirito pionieristico e la ricerca della sperimentazione sono probabilmente il loro tratto distintivo più evidente. Rimangono un gruppo oscuro e misconosciuto anche a molti ascoltatori che pure hanno raggiunto la maggiore età tra la fine degli anni '60 e l'inizio degli anni '70, quando il gruppo era al suo apice. A modo loro, tuttavia, furono una delle band più influenti della loro era e sicuramente una delle punte di diamante del movimento underground britannico. Inizialmente nati come uno dei complessi iniziatori della psichedelia inglese, furono anche determinanti nella genesi del progressive rock e soprattutto in quella del jazz-rock. Essi furono anche la radice dell'albero genealogico della "Canterbury Scene" con tutti gli artisti ed i gruppi che ne derivarono nel corso degli anni: Caravan, Gong, Matching Mole, Hatfield &The North, National Health, Gilgamesh e Henry Cow per citare quelli più importanti. E poi non si può dimenticare la carriera nel rock di due membri fondatori dei Soft Machine quali Robert Wyatt e Kevin Ayers o ancora le esplorazioni jazz e jazz-rock del sassofonista Elton Dean e del bassista Hugh Hopper. Dopo gli esordi tra sperimentazione, rock e psichedelia, i Soft Machine si buttarono più profondamente nella musica elettronica jazz e nell’avanguardia con l’uscita del loro monumentale doppio album intitolato “Three”. Questa importante registrazione del 1970 può e deve essere considerata una pietra miliare del jazz rock, al pari di altre famose opere venute dagli USA, come In A Silent Way di Miles Davis o quelle di Chick Corea e Herbie Hancock. Si tratta di un doppio vinile (che su cd diventa chiaramente singolo) stracolmo di musica straordinaria, distribuita su solo quattro lunghissimi brani, due dei quali composti dal leader e tastierista Mike Ratledge e uno ciascuno da Hugh Hopper (il bassista) e Robert Wyatt (il batterista e cantante). Le composizioni rispecchiano le personalità musicali dei componenti del gruppo, dando vita ad un insieme stilisticamente variegato. La band è coadiuvata dall’apporto fondamentale di alcuni formidabili musicisti della scuola di Canterbury come Elton Dean ai sax e Jimmy Hastings al flauto ed al clarinetto. Le composizioni di Ratledge sono quelle che si collocano in un contesto più elettro jazz e appaiono misteriose e difficili ma anche estremamente affascinanti. Si tratta di una fusion con effetti particolari e sequenze di tastiera ipnotiche e ripetitive. “Slightly All the Time” e “Out-Bloody-Rageous” si snodano entrambe sfiorando i 20 minuti senza soluzione di continuità, in una spirale sonora dai contorni jazzistici piuttosto cupi sebbene in perenne movimento, in particolare la prima. “Out-Bloody-Rageous” appare più simile alle sonorità che saranno di lì a poco quelle tipiche degli altri gruppi di Canterbury e tuttavia mantiene un feeling jazzistico decisamente marcato. La genialità di Mike Ratledge non risiede solo nelle sue complesse composizioni ma anche nel suo uso del piano elettrico e dell’organo Hammond filtrato attraverso un gran numero di effetti. "Facelift" di Hugh Hopper ricorda a tratti la "21st Century Schizoid Man" dei King Crimson, ma ha una struttura molto più complessa, in cui le diverse sezioni suonano piuttosto eterogenee. I ritmi pulsanti, i suoni a volte caotici di "Facelift" anticipano quello che Hopper fece più tardi come artista solista, ma a distanza di 48 anni questo brano resta un gioiello a cavallo tra jazz e progressive. Robert Wyatt si distingue, stilisticamente parlando, sia da Ratledge che da Hopper: la sua composizione originale "Moon in June" è infatti prima di tutto cantata (dallo stesso Wyatt) ed attinge ad alcune idee musicali pescate nei primi demo del 1967. E’ ovvio quindi che, dal punto di vista musicale, sia alternativa ai contenuti di questo album, avvicinandosi più al rock progressivo ed alla psichedelia di quanto non facciano le altre composizioni. L‘organo di Ratledge, la voce stralunata di Wyatt, il testo satirico ne fanno una piccola suite dall’atmosfera lunare ma assolutamente originale che a suo modo interrompe la rigorosa linea jazz rock dell’album, trasportandoci in un territorio suggestivo ed onirico. Robert Wyatt costruirà la sua carriera da solista proprio sullo stile di questo piccolo capolavoro. Da queste quattro lunghissime composizioni viene fuori uno dei dischi più importanti di tutti i tempi, un'opera che, a quasi 50 anni dalla sua pubblicazione, affascina ancora per l’originalità e la profondità dei suoi contenuti. Non è per nulla facile la musica di questo mitico gruppo: richiede concentrazione e rispetto ma in cambio rilascia vibrazioni di altissimo profilo. C’era la magia nei Soft Machine, ma c’era anche la sperimentazione, la creatività, il coraggio, il pionierismo, una diffusa sensazione di intelligenza, quasi matematica. Qui è dove tutto è cominciato: Canterbury, il jazz rock, la fusion, l’avanguardia, il progressive rock. Qui è dove bisogna andare se si vuole ripercorrere in modo corretto ed esaustivo la storia della musica.
Gilgamesh – Gilgamesh
Gilgamesh – Gilgamesh
Agli inizi degli anni ’70, nel progressive rock, ci fu un momento di grande fermento creativo in grado di creare una scuola, una corrente di pensiero, uno stile che ha lasciato un’impronta importante del suo operato. Questa bellissima parentesi prese il nome di scuola di Canterbury e se ne parlo in questo blog è perché la caratteristica principale e distintiva delle band e degli artisti che facevano parte di quel gruppo era proprio l’affinità elettiva con il jazz e con la sperimentazione. Ovviamente qualcuno di questi musicisti era più orientato verso il rock, ma la maggior parte di essi suonavano, componevano e creavano con un spirito davvero molto vicino al jazz. I Gilgamesh furono uno dei migliori esempi della corrente canterburiana: era il 1975 quando la band ci consegnava l'esordio omonimo, fotografia di un gran bel gruppo, emerso quando la scena britannica della piccola città del Kent stava volgendo al termine. L'album del quartetto del tastierista Alan Gowen, che comprendeva in quel momento anche il chitarrista Phil Lee, il bassista Jeff Clyne e il batterista Mike Travis, fu pubblicato dalla Virgin Records. Verso la metà degli anni '70, il sostegno dell’etichetta Virgin alle band di questo tipo stava per finire, anche perchè ormai il punk e poi la new wave erano prossimi a sconvolgere il mercato discografico. Arrivati dunque in ritardo rispetto al momento clou della scuola di Canterbury, Gowen e compagni avevano connotati simili al super gruppo Hatfield & The North, e in effetti proprio Dave Stewart, il tastierista degli Hatfields, ha co-prodotto questo album. I Gilgamesh avevano perfettamente assorbito la filosofia musicale degli Hatfields e delle loro lunghe suite così come la complessità dell’approccio di Canterbury più in generale. Al contempo la band non era una mera e palese emulazione ma anzi, oltre a proporre una sua personale via, era anche portatrice di un benemerito recupero di quanto fatto ad esempio dai troppo spesso dimenticati Soft Machine. Sicuramente fin dalle prime note di apertura della complessa suite in tre parti "One End More / Phil's Little Dance / Worlds of Zin", i Gilgamesh si dimostrano capaci di agili linee musicali e intricate armonie, pur astenendosi in modo ammirevole da un eccesso di tecnicismo. Inevitabilmente si sentono echi di progressive alla King Crimson con tanto di pianoforte a coda (cit. Keith Tippett su Lizard) e di mellotron. Ma ci sono anche contaminazioni jazz funk suggerite dall’uso del clavinet ed un sentore generale di jazz, poiché non mancano lunghi assoli e una dose d’improvvisazione. Tuttavia una produzione uniforme ed attenta attenua queste eccentriche contrapposizioni, mettendo in risalto la chiarissima appartenenza alla mitica corrente canterburiana. "Lady and Friend" mostra un’atmosfera diversa e molto più rarefatta dove inizialmente il basso di Clyne, simile a una ninna nanna, viene accompagnato da un leggero piano elettrico e dalla chitarra, per poi diventare una sorta di lenta ballata corale. "Arriving Twice" di Gowen è un meraviglioso intermezzo di meno di due minuti: chitarra acustica, pianoforte elettrico e synth delineano una melodia che si ispira al jazz, al folk e al classico ma che alla fine trascende tutte queste etichette. Dove il jazz elettrico si fa più evidente è la prima parte di un’altra lunga suite in tre sezioni intitolata "Island Of Rhodes / Paper Boat / As If Your Eyes Were Open". Il piano elettrico fluttua liquido in un universo notturno che ricorda In A Silent Way così come fa la chitarra elettrica. Il brano si anima progressivamente in una spirale sonora molto intrigante e va infine a compiersi su ritmi più sostenuti dando libero sfogo all’improvvisazione di un ispirato Phil Lee. Un susseguirsi di colpi di scena musicali imprevedibili, che creano un grande pathos. L'album ogni tanto indulge sui suoni cari agli Hatfields di Rotter’s Club, ad esempio in "Jamo and Other Boating Disasters" che presenta la voce da soprano di Amanda Parsons in puro stile Northettes. Resta comunque diffusa una forte sensazione di jazz rock, di raffinatezza e di ottima perizia tecnica. In realtà è lo stesso Alan Gowen che evita la trappola di una eccessiva replica del Canterbury Sound, non abusando dell’organo Hammond carico di effetti in favore dell’uso più massiccio di sintetizzatori dai suoni sinuosi e avvolgenti e del piano elettrico. Insomma si preferisce accarezzare l’ascoltatore invece di colpirlo con le sonorità più acide. Il progetto Gilgamesh durò per un breve periodo di circa 3 anni e produsse due soli album, il secondo dei quali, altrettanto interessante, uscì nel 1978. Presto il gruppo si sciolse, in parte anche a causa dei profondi cambiamenti nelle tendenze musicali e del contemporaneo declino anche dell’epopea della scena di Canterbury. Il movimento canterburiano fu per una decina d’anni un fenomeno unico ed irripetibile all’interno del più vasto mondo del progressive rock. Un collettivo formato da un relativamente ristretto gruppo di musicisti che, collaborando tra loro, sperimentarono, innovarono, crearono qualcosa di nuovo ed originalissimo. Nomi come Soft Machine, Hatfield & The North, Henry Cow, National Health, Matching Mole, Isotope e ovviamente Gilgamesh hanno scritto una pagina indimenticabile nella storia della musica moderna, esplorando una via assolutamente unica per miscelare il rock con il jazz.
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