Jason Rebello - Anything But Look


Jason Rebello - Anything But Look

Jason Rebello è stato uno dei più promettenti pianisti inglesi dei primi anni '90 ed il suo talento è ancora oggi un punto fermo nel jazz britannico. Jason ha iniziato a suonare il pianoforte classico quando aveva solo nove anni e all’inizio si interessò di pop e soul ma a 16 anni, dopo aver ascoltato Herbie Hancock decise di lanciarsi nel mondo del jazz. Nel momento di massima espansione del fenomeno acid jazz, conobbe una certa popolarità, e registrò anche alcuni dischi piuttosto interessanti. In seguito, con l’avvento del nuovo millennio, scomparve letteralmente dalla scena discografica per ritagliarsi un importante ruolo come tastierista nei tour al fianco di grandi artisti. Dopo sei anni di concerti e di collaborazioni con il popolare cantante e bassista Sting e altri sei con il chitarrista Jeff Beck, Jason Rebello uscì finalmente nel 2013 con Anything But Look, ovvero il primo album contenente materiale originale dai tempi di Next Time Around del 1999. Staccandosi dal jazz prettamente acustico di quell’album, Rebello ritornò ad un genere di jazz fusion vicino a quello di Herbie Hancock con contaminazioni soul-funk simili a quelle dei suoi album degli anni ’90. L’operazione è riuscita molto bene al pianista poiché questo lavoro è indubbiamente di alto livello. Gli echi Hancockiani conditi da un sentore di Stevie Wonder sono la sintesi di questa bella registrazione, arricchita non a caso dalla presenza di uno dei migliori cantanti soul britannici: Omar. E infatti proprio la voce tenorile di Omar evoca lo Stevie Wonder della metà degli anni '70 sulla notevole "Know What You Need", con il contorno funk del bassista Pino Palladino ed il tocco dello stesso Rebello al piano elettrico. Jason si distende al pianoforte alla fine del brano, ma qui è proprio la melodia ad essere il fulcro di tutto. Parlando di composizioni, la scrittura di Rebello è qui tra le sue migliori di sempre, in un contesto dal sentore commerciale ma non certo banale. "With Immediate Effect"  ricorda in qualche maniera il gruppo di Pat Metheny, poichè il vocalismo di Joy Rose intona una solare melodia accostabile al lavoro del cantante e percussionista Pedro Aznar proprio all’interno del PMG. Anche in “Anything But Look” si risente qualcosa di Pat Metheny, in particolare ascoltando il pianoforte e le tastiere delicatamente liriche di Rebello, che non possono non rimandare al dna del tastierista Lyle Mays. "In the Thick of It"  segue un percorso simile, con i vocalizzi di Jacob Collier che definiscono la melodia e Rebello che si mette in evidenza, attraverso il pianoforte e il synth, negli assoli forse più dinamici dell’intero album. Un altro strumentale, "Without a Paddle",  trova nuova linfa da un'inedita energia neo-latina, punteggiata dal groove del chitarrista Paul Stacey e dall’immancabile pianoforte del leader. "The Man on the Train" è caratterizzato dalla percussionista Miles Bould, ma è il cantante Sumudu Jayatilaka che porta un tocco di soul-jazz a questo brano tinto di samba sul quale Rebello ricama dal par suo al piano. E’ inusuale invece "Dark Night of the Soul", che Jason imposta su una ritmica nervosa, quasi ska, per valorizzare l’intervento vocale quasi classico di Alicia Carroll. Il formidabile cantante Will Downing è invece protagonista di una romantica ballata su "Is This How". "New Joy" vira su atmosfere decisamente neo-soul, attraverso il canto di Joy Rose, per un brano che ha anche avuto un seguito di successo nelle radio. Al cantante Xantoné Blacq è affidato il compito di tornare agli echi di Stevie Wonder su "Lighten up the Road", una ottima melodia ricca di sfumature salsa splendidamente cesellate da un Rebello in piena forma; da segnalare nell’arrangiamento il sapiente uso delle percussioni. Neo-soul, jazz, funk, groove latini ed un ricco contenuto di fusion compongono il cocktail di Anything But Look: il risultato è un album di sicuro fascino stilistico e grande raffinatezza con un moderato, ma non sgradevole, tocco commerciale. Jason Rebello dimostra che la musica può essere sia divertente che sofisticata e lo fa con la maestria compositiva e la tecnica pianistica che sono a lui proprie. Questa è la registrazione che ha segnato il positivo ritorno del pianista e compositore inglese nel panorama discografico internazionale: la sua assenza in verità era durata troppo a lungo.

Joe Lovano & Greg Osby – Friendly Fire


Joe Lovano & Greg Osby – Friendly Fire

Il sodalizio artistico tra i due sassofonisti Joe Lovano e Greg Osby, sull’album del 1999 Friendly Fire, è uno degli eventi di un certo peso scaturiti dal 60° compleanno della storica etichetta Blue Note. Da una registrazione come questa si evince la differenza tra l’epoca del patron Alfred Lion e l’attuale gestione di Bruce Lundvall. Quello che una volta era un accadimento regolare, quasi ordinario, cioè la collaborazione di due o più musicisti di jazz, al giorno d’oggi è possibile solo attraverso la creazione di progetti speciali, legati quasi sempre ad eventi straordinari. Di sicuro, non sono certo Lovano e Osby una coppia di musicisti destinata a collaborare in modo stabile, tanto più per via dei loro temperamenti diversi e delle loro differenze stilistiche. Joe Lovano possiede un feeling hard bop sufficientemente radicato per dare corpo a produzioni mainstream ricche di pathos, inoltre è dotato di un’abilità particolare nel dare cuore e bellezza anche a composizioni di piccolo cabotaggio. Greg Osby è un musicista diverso, che ama vivere borderline le sue esperienza musicali, contaminando la sua matrice jazzistica post-bop con forme musicali moderne come l’hip-hop: la nostalgia non è certo parte integrante del suo bagaglio artistico. Ciò nonostante Lovano e Osby hanno fatto, su questo album, delle ottime scelte sia per quanto riguarda la scelta dei brani sia in riferimento alle loro performance. La band vede la collaborazione del pianista Jason Moran e l'abituale bassista di Lovano, Cameron Brown più la partecipazione del formidabile batterista Idris Muhammad: una combinazione di talenti che produce una chimica ricca di contrasti e confluenze sonore di grande fascino. La sezione ritmica composta da Brown e Muhammad si dimostra sempre in perfetta sintonia con l’agile tecnica pianistica di Moran. Il combo dei tre si muove con disinvoltura dentro il cuore delle composizioni pur senza trascurare l’esplorazione e l’improvvisazione. Jason Moran in particolare sembra avere una particolare sensibilità su quando e come restare un po’ in disparte per consentire a Brown di imbastire le sue precise linee di basso e magnificare al contempo la meravigliosa propulsività della batteria di Muhammad: entrambe possono così emergere in primo piano. Lo stesso Moran mette in evidenza un pianismo fluido e variegato, sempre molto interessante La formula di Firendly Fire è chiara: i due leader contribuiscono pariteticamente nel firmare i brani e nell’esecuzione degli stessi: l’alchimia tra i due funziona a meraviglia e capita di rado di ascoltare risultati di questo livello. Le tre composizioni scritte da Osby sono: "Geo Jlo", un coinvolgente tema ricco di frasi che ricordano Eric Dolphy a formare un affresco musicale effervescente. "Silenos" è invece una bellissima ballad, quasi sorprendente se si pensa alla musica solitamente offerta da Greg Osby. “Truth Be Told” infine mostra ancora un Osby diverso e quasi intimista. I contributi di Joe Lovano comprendono due lunghi pezzi: "Idris" è una composizione complessa ed articolata in cui Joe si esibisce anche al flauto con reminiscenze alla Steve Lacy.  "Alexander The Great", è costruita con uno stile hard bop pungente ed altamente energetico. Infine “The Wild East” che percorre ancora i sentieri del be bop in modo brillante. Il quintetto si cimenta poi in alcune cover, tre le quali c’è una interessante ripresa di "Serene" di Eric Dolphy, una nervosa e affascinante versione del "Broadway Blues" di Ornette Coleman, e un'eccellente versione della famosa "Monk's Mood" di “Thelonius Monk. La rivisitazione di questi classici non fa altro che arricchire il set proponendo alcuni brani di grande spessore molto ben eseguiti dalla band nel suo complesso. Traccia dopo la traccia, Lovano e Osby riaffermano costantemente le loro diverse personalità, ma attraverso i loro scintillanti scambi musicali vanno anche oltre i loro soliti elevati standard artistici. Quella tra Joe e Greg è un’accoppiata di talenti che avrebbe anche potuto avuto un potenziale a lungo termine, ma è figlia di una ricorrenza molto speciale come il 60° compleanno di un’etichetta storica come la Blue Note e proprio per questo unica. Il tempo ha dimostrato che è stata una bellissima eccezione e, in questi vent’anni, di fatto non si è ripetuta; per ascoltare i due sassofonisti suonare ancora insieme ci sono rimasti solo i concerti dal vivo. A testimoniare un ottimo momento creativo per entrambe i musicisti ci resta questo Friendly Fire: da una parte un paladino del post-bop, molto legato alla tradizione, dall’altra un esponente di rilievo della contaminazione con le forme artistiche più recenti. E’ solo un altro tassello nell’incredibile storia del jazz, ma è pur sempre un disco di valore.

Phil Upchurch – Lovin’ Feeling


Phil Upchurch – Lovin’ Feeling

Phil Upchurch è stato un personaggio di primo piano nei circoli musicali di Chicago a partire dalla metà degli anni '50 ed è ancora attivo ai giorni nostri. Chitarrista talentuoso e prolifico egli è in grado di distinguersi con uguale efficacia e disinvoltura con il blues, il soul, l’R & B ed il jazz. Molti lo conoscono soprattutto per il suo lavoro come session man a fianco di un gran numero di artisti (tra questi George Benson, Donny Hathaway e Hubert Laws e anche Michael Jackson, ad esempio) in larga parte la sua fama deriva proprio per il ruolo di chitarrista ritmico tenuto nel corso di queste collaborazioni. Ma Phil è invece anche un grande solista e la sua carriera è corredata da un portafoglio di oltre venti album. Upchurch è un chitarrista dotato di grande sensibilità, dal tocco morbido e vellutato ma capace di slanci funky irresistibili, improvvisazioni molto creative e una innata adattabilità verso ogni genere musicale nel quale si cimenti. All’inizio della sua avventura artistica il suo riferimento fu il jazz classico, ma con la fine degli anni ’60 e i primi anni ’70 il suo stile si orientò sempre di più verso il funk ed il soul-jazz, come testimoniato dai suoi album registrati per l’etichetta Cadet. Lovin’ Feeling, del 1973, è un chiaro segnale di un allontanamento dalle atmosfere acide e nervose del precedente periodo in favore di una svolta verso il più morbido e sofisticato sound jazz della West Coast. Phil aveva lasciato Chicago un anno prima, e, dopo aver registrato Darkness, Darkness con Tommy Li Puma come produttore, decise di stabilirsi in California. Esperienza che evidentemente fu positiva visti i risultati artistici che si possono ascoltare  su quell'album. In questa ulteriore produzione Phil Upchurch brilla particolarmente ispirato, insistendo sul groove ma condendo tutto di un'atmosfera decisamente jazzy: c’è molto funk, si percepisce il soul  ma tutto è tutto miscelato con una vena di morbida scorrevolezza. E’ innegabile che Upchurch sia un maestro della chitarra e in questa circostanza i suoi compagni d’avventura sono stati scelti con grande cura. Phil ha anche inserito il bassista Lucky Scott della band di Curtis Mayfield. Inoltre Lovin’ Feeling segna anche la prima apparizione nel gruppo di Upchurch del suo futuro braccio destro, il pianista e cantautore, Tennyson Stephens. Questo album registrato nel pieno della rivoluzione musicale degli anni ’70  può essere considerato certamente uno dei momenti migliori nella carriera di Upchurch. Il chitarrista mette in mostra la sua profonda sensibilità melodica e il suo lirismo cromatico sia nel lavoro come solista che in quello ben noto di accompagnamento. La sonorità di Phil è talmente originale da rendere il suo stile in qualche modo unico. Sono diversi i brani interessanti e tra gli altri spiccano una rilettura di "You've Lost That Lovin 'Feelin" (che compete con qualsiasi versione vocale, inclusa quella  degli esecutori originali, The Righteous Brothers) e uno standard dello stesso Upchurch, "Another Funky Tune". Laddove gli accordi e gli arrangiamenti di fiati  creano il contesto, come in "I Still Love You" e "Sitar Soul", la sezione ritmica spinge ancor di più Phil Upchurch in stupefacenti evoluzioni chitarristiche ricchissime di groove della miglior specie. In alcuni numeri veloci gli arrangiamenti più complessi vengono relegati in un posto più di seconda linea in favore di un approccio più diretto e pilotato dalle tastiere, come ad esempio in "Washing Machine" o "You've Been Around Too Long" entrambe genuinamente funky. E’ qui che l’ispirato Upchurch si mette in luce con i suoi giochi  di chiatrra wah-wah, dispensando funk groove dentro un cuore soul. Una trasformazione ed un movimento continuo tra arpeggi e assoli  che suonano sempre magnificamente puliti pur nel loro furore ritmico. Atmosfere da club, sensuali e morbide, che avvolgono l’ascoltatore in un abbraccio coinvolgente ed affascinante sia che si tratti di brani veloci, sia che Phil proponga la sua visione delle ballads. Lovin' Feeling è un disco chiaramente orientato verso gli amanti della chitarra elettrica, che qui è sempre in primissimo piano ed assoluta protagonista, tuttavia non mancano spunti per attirare anche coloro i quali hanno un debole per il jazz ed il funk degli anni ’70. Lovin’ Feeling è un album davvero sorprendente dall'inizio alla fine: nell’ambito di una carriera importante e all’interno di una discografia corposa, si tratta di un lavoro tra i migliori in assoluto.

Benny Goodman – Benny in Brussels


Benny Goodman – Benny in Brussels

Ipotizzando un ideale trittico di strordinari musicisti legati al mondo dello swing e delle big band, dopo Duke Ellington e Count Basie non poteva mancare un altro gigante come Benny Goodman. Classe 1909, Goodman nacque a Chicago da poveri immigrati ebrei provenienti dalla Russia, è iniziò a studiare la musica ed il clarinetto in giovanissima età, incoraggiato proprio da suo padre. Nella sua città, nuova capitale del jazz degli anni Venti, il giovane Benny Goodman si distinse subito nelle sue esibizioni per l'eleganza formale e la notevole raffinatezza stilistica, oltre che per l'evidentissimo rispetto delle regole armoniche, di ovvia scuola europea. Cominciò presto a pubblicare dischi sotto il proprio nome ed anche se ancora acerbo non mancò di farsi notare ed apprezzare anche presso il grande pubblico. Negli anni '30 suonò con band di livello nazionale: quelle di Red Nichols, Isham Jones e soprattutto Ted Lewis. Nel 1934 Goodman fondò finalmente la sua propria Big Band che unì per la prima volta musicisti bianchi e di colore: anche questa fu una piccola rivoluzione. Con il suo perfetto fraseggio e la sua tecnica sopraffina raggiunse in pochi anni il riconoscimento non solo del mondo Jazz ma anche di molti appassionati di musica estranei al jazz stesso. Una curiosità: nel 1928 Goodman registrò l'unica testimonianza a noi nota nella quale si cimentò occasionalmente con il sassofono, sia alto che baritono. Il suo strumento elettivo fu per sempre il clarinetto, strumento del quale è probabilmente il solista più famoso della storia del jazz. L’album “Benny in Bruxelles” (Columbia, originariamente pubblicato su due LP separati) è stato registrato durante la Brussels World Fair del 1958, tra il 25 e il 31 Maggio ed in realtà ne esiste una versione ancora più completa con un ulteriore terzo disco. Benny Goodman è venuto in Europa molte volte nel corso della sua carriera, ricevendo sempre un’accoglienza entusiastica, a dimostrazione di una popolarità che anche nel dopoguerra non smise di restare viva. Questa registrazione dal vivo è una delle sue incursioni più note nel Vecchio Continente. In quell’occasione Goodman era accompagnato dalla sua big band (sebbene si sia esibito anche suonando alcune canzoni con formazioni più ristrette), alla quale si era unito come ospite speciale il celebre cantante Jimmy Rushing. Come indicato nelle note di copertina originali, anche in questa occasione la big band fu accolta molto bene dal pubblico europeo. Un successo così travolgente da convincere la Columbia ad acquisire le registrazioni effettuate nell’occasione dalla Westinghouse Broadcasting Company per poi pubblicarle nei due (poi diventati tre) diversi album intitolati per l’appunto “Benny in Bruxelles Vol.1, Vol. 2 e Vol. 3”. Sulla versione tripla sono presenti, come detto, non solo i due album originali, ma ogni altra registrazione conservata di quella incredibile settimana di concerti. Oltre a Benny Goodman, spiccano in queste registrazioni il bravo cantante Jimmy Rushing, lo straordinario sassofonista Zoot Sims, il trombettista Taft Jordan ed il pianista Roland Hanna (che era ancora sconosciuto all’epoca), in seguito protagonista di una bella carriera da solista. Il repertorio copre tutti i classici del clarinettista, catturato in splendida forma e supportato da un’orchestra composta dai suoi fidati elementi, ciascuno dei quali dotato di grande talento. L’amalgama della big band è perfetta, il sound è trascinante e festoso pur non mancando di sfumature ed accenti diversi e variegati che non fanno altro che mettere in luce l’indiscussa qualità del band leader, che sul palco appare come un vero e proprio istrionico mattatore. Sempre in perfetto controllo sul suo clarinetto, capace di voli virtuosistici entusiasmanti ma anche di morbide e sensuali interpretazioni sulle ballads, Benny Goodman è stato di fatto un vero e proprio guru del suo strumento ed al contempo un direttore d’orchestra tra i più competenti e talentuosi dell’intera storia del jazz. La sua stella brilla luminosa nel firmamento della musica del secolo scorso.

Count Basie – Montreux ‘77


Count Basie – Montreux ‘77

Il leggendario Count Basie è da considerare senza dubbio un’altra importante icona nel panorama mondiale del jazz classico. Pianista, compositore e arrangiatore classe 1904, rimase attivo dalla fine degli anni ’20 fino al 1984. Con la sua grande orchestra ha ottenuto grandi successi ed una diffusa popolarità grazie principalmente a due fattori determinanti: un sound dinamico e molto coinvolgente ed un repertorio leggero e fruibile, in grado di guadagnarsi le simpatie di una vasta platea di ascoltatori. A metà degli anni ’30 la trasmissione via radio della musica del gruppo ne decretò il definitivo successo e in breve tempo la Count Basie Orchestra diventò una delle principali big band dell'era dello swing. Con il passare degli anni, ed a seguito delle numerosissime registrazioni, in studio e dal vivo, il “Conte” divenne un punto di riferimento del jazz mondiale e la sua band una sorta di istituzione ma anche una vera scuola per giovani musicisti, tra i quali ad esempio Frank Foster, Frank Wess, Eric Dixon, Eddie "Lockjaw" Davis (sax), Thad Jones, Joe Newman, Sam Noto (tromba), Al Grey e Jimmy Cleveland (trombone), Sonny Payne (batteria). Da segnalare sul finire degli anni '50 e i primi anni '60, le collaborazioni con alcuni grandi cantanti come Frank Sinatra, Sammy Davis, Jr., Ella Fitzgerlad e Tony Bennett: un periodo che risultò sgradito agli appassionati di jazz più integralisti. Una situazione che portò Basie, nella seconda metà degli anni sessanta, al ritorno ad una musica più in linea con la sua storia. Di fatto Basie ha sempre dato la sensazione di avere una marcia in più durante i concerti dal vivo: non a caso questa registrazione relativamente recente effettuata nel 1977 al Montreux Jazz Festival ne è un esempio chiarissimo. Il suono tra l’altro è catturato con una qualità eccellente e consente di apprezzare pienamente anche quei dettagli che nei dischi più “anziani” non si riescono a cogliere. Il produttore Norman Granz ricorda a questo proposito che il pianoforte del Conte è accidentalmente più accentuato del solito a causa della scarsa familiarità dell'ingegnere del suono con i timbri acustici della band. In conseguenza di ciò, tutta la sezione ritmica, incluso l’oscuro lavoro del chitarrista Freddie Green, è esaltata. Risulta così evidente quanto combustibile provenisse proprio dal lavoro del quartetto piano-chitarra-basso-batteria per alimentare la potenza di questa big band. Si tratta peraltro di una formazione composta da musicisti di alto livello, con la presenza di Al Grey, Jimmy Forrest, Charles Fowlkes e, naturalmente, del già citato e bravissimo Freddie Green. Count Basie non era un musicista solito ripetere all’infinito i suoi cavalli di battglia, fossilizzandosi per decenni sugli stessi brani, per questa ragione troviamo anche numeri recenti, come il roboante pezzo d’apertura "The Heat's On" e "Freckle Face", che fu scritto da Sam Nestico. Il sassofonista Jimmy Forrest si mette in evidenza sulla sua ballata originale "Bag of Dreams", brano molto bello ricco di accenti e sfumature interessanti. Ma Basie era anche consapevole della necessità di compiacere il suo pubblico con i grandi successi, perciò mette in prima linea Al Grey in una bella interpretazione di "The More I See You" e il trombettista Waymon Reed in una  valida performance dell’immortale "A Night In Tunisia". Il concerto non dimentica nemmeno un trittico di melodie famosissime da sempre associate a Count Basie: l'elegante "Li'l Darlin" e le brillanti interpretazioni di "Jumpin at the Woodside" così come il gran finale riservato all’orecchiabile e trascinante "One O'Clock Jump". Montreux ’77, pubblicato dall’etichetta Pablo di Norman Granz è un bel disco, una testimonianza di grande vitalità ed energia per un band leader come Basie, all’epoca settantreenne. Attorniato da più giovani ma valenti musicisti il Conte si dimostra ancora gagliardo e perfettamente in grado di intrattenere una platea di appassionati come quelli del popolare jazz festival svizzero con la sua caratteristica e colorata firma sonora.

Duke Ellington – The English Concert


Duke Ellington – The English Concert

Duke Ellington è considerato, a ragione, uno dei massimi compositori del '900 e uno dei più grandi tra i tanti geni del jazz. La sua musica non può restare confinata nell’ambito del jazz stesso ma deve necessariamente essere valutata andando oltre qualsiasi etichetta di genere. Grande è stata e rimane la sua influenza su intere generazioni di musicisti: partendo dalle orchestre bianche di Woody Herman e Charlie Barnet fino a Thelonious Monk e Charles Mingus, per arrivare addirittura alle avanguardie di Sun Ra o Archie Shepp. Ma la verità è che non esiste alcun jazzista che in un modo o nell’altro non abbia un debito artistico nei confronti del “Duca”. La sua epoca d’oro fu quella che a partire dagli ’30 decretò il massimo splendore delle grandi orchestre, tuttavia Duke Ellington rimase attivo anche in epoche più recenti come ad esempio durante gli anni '60 e gli anni '70, nel corso dei quali, praticamente fino alla sua scomparsa, il pianista e compositore portò la sua orchestra in giro per il mondo, ampliando la portata dei suoi viaggi per veicolare il suo personale messaggio musicale praticamente ovunque si potesse organizzare un concerto. Colto, raffinato, intelligente e creativo Duke Ellington ha incarnato l’essenza stessa del jazz per oltre 50 anni, guadagnandosi il rispetto di tutta la comunità musicale, compresa quella classica e diventando un’icona imprescindibile di un genere. Probabilmente è il jazzista più famoso e popolare anche tra i non addetti ai lavori. Questa registrazione del 1999, intitolata “The English Concert” raccoglie la testimonianza di tre diversi concerti, tenuti dalla grande orchestra di Ellington nel corso di una fortunata tournée in Gran Bretagna. Il primo è relativo alla serata svoltasi al Teatro Odeon di Bristol il 22 ottobre 1971; le altre due performance, presumibilmente un matinee e uno spettacolo serale, si sono svolte presso il Birmingham Theatre di Birmingham il 24 ottobre 1971. Originariamente pubblicata dall'etichetta United Artists, che possiedo personalmente in vinile doppio, questa è una testimonianza importante dell’universo ellingtoniano, pur essendo relativamente sconosciuta. L’interesse scaturisce dalla presenza di due dei più smaglianti esempi delle capacità compositive del Duca. L’impressionante e composita "Togo Brava-Brava Togo Suite" (che il compositore spiega delicatamente nell’introduzione al brano descrivendola così"... un centinaio di chilometri di bella spiaggia di sabbia d'argento rivolta verso l'equatore sulla sporgenza occidentale dell'Africa"). E un’altra suite di stampo africano intitolata "La Plus Belle Africaine" estremamente evocativa e articolata. Ellington anche in questo caso spiega al pubblico come questo pezzo sia stato composto in previsione della "prima visita in Africa" dell’orchestra dopo che egli stesso aveva scritto musica ispirata all’ Africa nei precedenti trentacinque anni. I membri della big band sono tutti di altissimo livello, come d’abitudine negli ensemble orchestrati da Ellington: i  trombettisti Cootie Williams, Money Johnson e Johnny Coles; i trombonisti Chuck Connors e Booty Wood; i sassofonisti Harry Carney, Paul Gonsalves e Harold Ashby; gli atri sax e flauti di Harold "Geezil" Minerve e Norris Turney ed il bassista Joe Benjamin, che duetta con il Duca sulla stupenda "Lotus Blossom" di Billy Strayhorn. "Happy Reunion" è eseguito da un quartetto composto da Gonsalves più la sezione ritmica. "Checkered Hat " è il ritratto musicale che Norris Turney fa di Johnny Hodges: si tratta di un omaggio commovente al bravissimo alto sassofonista che era scomparso improvvisamente solo pochi mesi prima. Tutto in queste quattro facciate di grande musica dal vivo trasuda il vero jazz e grandissime vibrazioni positive. Questo è un eccellente album del tardo Duke Ellington, con il grande merito di aver catturato la sua grande orchestra in splendida forma e con il maestro ancora in grado di regalare emozioni con il suo pianoforte e le sue fantastiche composizioni. Un disco che merita senza dubbio un riconoscimento più ampio ed un ascolto appassionato e approfondito. Duke Ellington andò ben oltre gli schemi tecnico-interpretativi del jazz dell'epoca. Più spesso, nel suo caso, si deve parlare di musica espressionista del Novecento, e l'idea che le sue composizioni fossero dei "quadri musicali" o che egli riuscisse a "dipingere con i suoni", fu un concetto più volte espresso dallo stesso Ellington, che non a caso in gioventù aveva lungamente coltivato anche una certa passione per la pittura. La perfetta intesa con ogni singolo membro della varie incarnazioni delle sue orchestre portò il Duca a plasmare il suono secondo i dettami della sua inventiva, ricavandone un risultato musicale unico e inconfondibile, quasi che l'orchestra fosse un unico strumento nelle sue mani. Genio assoluto.

Matt Bianco - Gravity


Matt Bianco - Gravity

E' risaputo che alcune cose sono destinate a migliorare con il tempo, non sempre ma spesso succede. Come ad esempio il vino rosso o la fiducia in se stessi, oppure, perché no, alcuni musicisti: come nel caso dei Matt Bianco. Il gruppo, che ha preso il nome da un’immaginaria super-spia degli anni Sessanta, ma è nato però negli anni '80, ha avuto ed ha tuttora numerosissimi fan in tutto il mondo per alcune canzoni, diventate classici, come 'Half A Minute', 'Get Out Of Your Bed Lazy', Who’s Side Are You On?' e 'Yeh Yeh'. Inizialmente formatisi come quartetto, i londinesi Matt Bianco hanno perfettamente miscelato il pop con i toni del jazz ed i ritmi latini creando uno stile particolare ed originale che li ha portati ad entrare regolarmente nelle classifiche britanniche ed internazionali tra il 1984 e il 1989, collezionando una decina di singoli di successo e almeno tre album diventati famosi. Con l’avvento degli anni '90 il gruppo ha perso un po’ di smalto, diventando un duo (formato dal cantante Mark Reilly e dal tastierista Mark Fisher). Sebbene gli album  continuassero ad essere regolarmente pubblicati da Reilly e Fisher, in quel periodo sembrava che la popolarità fosse solo un retaggio del passato. La prematura scomparsa di Mark Fisher nel 2016, ha spinto tuttavia Mark Reilly a trovare nuovi stimoli per continuare l’attività sotto il premiato marchio dei Matt Bianco. Ecco allora questo nuovo album di studio, intitolato Gravity, un lavoro composto da 11 tracce, nel quale Reilly ha riunito uno straordinario cast di musicisti jazz britannici, tra cui il sassofonista Dave O'Higgins, il bassista Geoff Gascoyne, il pianista Graham Harvey e il trombettista Martin Shaw (che hanno lavorato tra gli altri per Jamie Cullum e gli Incognito). Oltre ai  cantanti MJ Cole ed Elisabeth Troy, è presente anche anche il sassofonista e flautista svedese Magnus Lindgren. I Matt Bianco appaiono in forma in questa nuova incisione, riproponendosi sui livelli degli esordi; l'impegno e l'energia profuse sembrano aver dato i frutti sperati dai loro molti fan. Mark Reilly conferma la formula musicale che ha caratterizzato così bene la band nel cuore degli anni ‘80 e cioè brani accattivanti dal forte contenuto musicale, ritmi in qualche misura ballabili e quel retro gusto jazz sufficientemente sofisticato da rendere il tutto molto elegante. E’ esattamente su queste basi che  Gravity non delude. 'Joyride' ad esempio è un brano subito piacevole, che corre sui suoi ritmi sinuosi e con un Matt Reilly proiettato sullo stile di Georgie Fame, il tutto punteggiato da un fresco e sapiente uso dei fiati. Questi ultimi sono una componente prominente del disco, che risulta particolarmente funzionale su 'Invisible', la cui mescolanza di originalità e leggerezza  incarna l'essenza stilistica dei Matt Bianco. Gravity, con i suoi morbidi fiati, rilascia una più profonda sensazione bluesy, mentre "Heart In Chains" è una bella ballata notturna sull'amore dove la voce di Reilly è contrastata dalle risposte di Elisabeth Troy per creare un effetto “dialogo” molto interessante. Il groove e lo swing sono ugualmente ben presenti su brani come 'AM / PM', o l'elegante 'Summer In The City', con i suoi profumi latini. 'Before It's Too late' si delinea morbida e suadente con alcuni emozionanti interventi di sax di Dave O' Higgins. La bonus track è il remix di "Joyride" firmato da Mark De Clive, che punta più sull’atmosfera che sul ritmo avvolgendo l’ascoltatore con un mood rilassato. L’album è stato registrato tra Stoccolma, Londra e gli studi di Reilly nel Buckinghamshire. Si tratta in ultima analisi di un mix equilibrato e leggero di jazz, pop e musica latina conditi da un adorabile gusto retrò. Nel complesso, quindi, siamo di fronte ad un ottimo ed elegante ritorno dei Matt Bianco, in grado di soddisfare sia gli appassionati di vecchia data che le generazioni più giovani che della band delle origini non conoscono granchè. Si può dire che i Matt Bianco siano maturati nel corso degli anni esattamente come succede ad un buon vino rosso.

Patrick Bradley - Intangible


Patrick Bradley - Intangible

Con Patrick Bradley andiamo a cavalcare l'eccellenza musicale sotto forma di grande fusion, di gagliardo funk e raffinato smooth jazz. Patrick è un artista che mantiene sempre alta la qualità di tutte le sue registrazioni ed il cui talento, seppur non molto conosciuto, è innegabile. “Intangible” è l'ultimo regalo di questo formidabile tastierista e compositore, datato 2017, ed appena uscito sul mercato discografico. Il nuovo album di Patrick Bradley è dunque intitolato come la definizione convenzionale di tutto ciò che non è fatto di sostanza fisica o non può essere toccato. Un aggettivo che ben si adatta a tutte le forme di musica. Un lavoro nel quale Patrick è andato alla ricerca delle sue stesse matrici musicali e con esse si è confrontato a viso aperto con rispetto e spirito di sfida. Accantonando ogni speculazione filosofica o spirituale, si riconosce, nel nuovo progetto di Bradley, l’ennesimo passo in avanti della sua evoluzione di musicista, ancora una volta aiutato dalla leggenda delle tastiere Jeff Lorber. Ci sono poi altri musicisti coinvolti in queste registrazioni e sono tutti di grande livello: Paul Jackson Jr., Adam Hawley e Michael Thompson (chitarra), Jimmy Haslip (basso), Andrew Carney (tromba), Gary Novak (batteria) e David Mann (fiati). Tutte i brani sono stati composti da Patrick Bradley e Jeff Lorber. Come anticipato è un disco nel quale il buon Patrick rende omaggio a tutti i musicisti che hanno influenzato il suo sviluppo musicale, come ad esempio Keith Emerson (ELP), George Duke, Joe Sample, lo stesso Lorber e altri ancora. Sulla base di questa felice intuizione Patrick e Jeff condividono le loro idee e la loro mirabile tecnica tastieristica per produrre un album frizzante e pieno di spunti interessanti. Il groove qui comnicia fin da subito, quindi, mettetevi comodi e lasciate che la musica vi trasporti. Il talento è al top su queste tracce e la musica sembra tagliata esattamente per il feeling ed il tocco magico di Bradley. Mettendo in mostra la sua inimitabile finezza e destrezza, Patrick Bradley lavora con un obiettivo chiaro ed una solida visione, divertire con brio, intrattenere con il ritmo ed il giusto livello di raffinatezza per accendere e mantenere viva la scintilla dell’interesse nell’ascoltatore. Una caratteristica non troppo diffusa in ambito smooth jazz e che invece in questo caso davvero non manca. Le performance di Bradley e Lorber all’organo, su ogni tipo di tastiera, ed al pianoforte sono semplicemente spettacolari. Patrick e il suo amico di lunga data Jeff imperversano in lungo ed in largo per tutto il disco, con naturalezza e gusto, padroneggiando disinvoltamente brani bellissimi come "Funky Greens" e "Tailwind" o il trascinante pezzo d’apertura intitolato “Dear Friends”. I sempre puntuali riff di chitarra di Paul Jackson impreziosiscono un numero ricco di groove come "On Tap",  così come gli interventi del sax di David Mann. Il funk domina la scena deliziando gli appassionati del genere su “Funky Green” all’interno della quale il duello tra gli organi hammond di Bradley e Lorber è entusiasmante. La superiore qualità di questo album è indiscutibile, al pari della costante bellezza dei 10 pezzi che lo compongono. È per questo che è facile ritrovarsi ad andare avanti e indietro un po’ su tutte le tracce come ad esempio "Find the Way", "Destiny" o ancora Out Of Bounds": il groove funky fusion pervade la musica di Intangible come in nessuno dei precedenti lavori di Patrick Bradley. Si nota un sensibile allontanamento dalle atmosfere più patinate dello smooth jazz da radio fm in favore di una musica più ruvida ed essenziale, che pesca nella tradizione degli anni '70, nel soul e nel jazz e perfino nel progressive con un rinnovato slancio creativo ed una buona dose di originalità. Sulle note di copertina il tastierista californiano non manca di fornire una breve descrizione scritta di ogni singolo brano, la sua personale spiegazione su cosa sta alla base delle sue composizioni. Una cosa molto interessante se avete una mente curiosa ed amate informarvi approfonditamente sulla musica che state ascoltando. Se siete dei fan del genere funk-jazz-fusion e di sicuro se siete appassionati di Bradley e di Lorber e, più in generale delle tastiere, questo album non vi deluderà e vi ritroverete ad ascoltarlo sempre con grande piacere. Il miglior disco di Patrick Bradley fino ad ora è maledettamente solido ed accattivante e non può mancare nella discoteca di nessun collezionista. Al giorno d’oggi questo livello qualitativo in una produzione discografica di contemporary jazz è merce rara, da preservare con cura. La partecipazione di Jeff Lorber è già di per se una garanzia di qualità, ma bisogna sottolineare come Patrick Bradley prenda in mano con sempre più autorità il timone dei suoi progetti. In quest’ottica Intangible è da considerarsi in gran parte frutto della sua straordinaria creatività e rappresenta al meglio un modo di intelligente e coinvolgente di fare jazz nel 21° secolo.

MFSB – Love Is The Message


MFSB – Love Is The Message

Nei primi anni settanta si cominciavano a sentire in giro i primi suoni di quello che in seguito sarebbe esploso in tutto il mondo come il fenomeno chiamato disco music. Una città in particolare sembrava essere la culla di un genere che diventerà così universale e trasversale da generare un cambiamento storico nel modo di fruire il prodotto musicale: quella città era Philadelphia. Il Philly Sound aveva connotati molto peculiari e per una lunga stagione determinò le tendenze e diede il via a numerose e variegate correnti. Artisti come Kenny Gamble e l'etichetta Philadelphia International Records di Leon Huff (The O'Jays, Harold Melvin & The Blue Notes e Billy Paul) diventarono presto molto popolari. Tuttavia, nel contesto della Philadelphia International Records c’erano anche molti altri artisti  che suonavano regolarmente negli album prodotti dal premiato duo Gamble e Huff e formavano di fatto una vera e propria famiglia di validi e fidati strumentisti. Nel 1973 questo collettivo prese corpo, per produrre dischi in prima persona, sotto il nome di MFSB, un acronimo che sta per Mother Father Sister Brother. La band fu chiamata così proprio in virtù della coesione dei membri che lavoravano insieme come una grande famiglia. Si trattava infatti di una vera e propria orchestra di oltre 50 elementi che produceva preminentemente disco music strumentale. Tra i componenti dei MFSB c’erano Earl Young (che era anche il batterista ed il cantante per il gruppo The Trammps), Karl Chambers, Norman Harris, Roland Chambers, Bobby Eli, Ronnie Baker e TJ Tindall. Negli anni seguenti la musica dei MFSB diventò molto popolare  e conosciuta imponendosi per le magistrali interpretazioni strumentali di famose hits soul e pop ma anche per le accattivanti composizioni originali. Dopo un primo album uscito nel 1973, l’anno successivo venne pubblicato il secondo disco, intitolato Love Is The Message, il quale ottenne un successo strepitoso, iniziando a tutti gli effetti l’epopea della disco music e diventando il più venduto tra i lavori della band. La copertina, illustrata da Bart Forbes, è un collage di immagini del Vietnam, del Ku Klux Klan, di un’esplosione atomica e di un macabro teschio che indossa un elmetto militare, uomini di colore e cani arrabbiati, svastiche e aerei in picchiata: un quadro quasi apocalittico che doveva veicolare non l’odio e la violenza ma l’esatto contrario e cioè che "l'amore è il messaggio". L'album comincia con un breve brano di meno di un minuto, una sorta di grande intro dell’ orchestra intitolato "Zack's Fanfare". Ma il sound di Philadelphia così come un pò tutta la filosofia musicale della band sono concentrate nella traccia successiva che dà anche il titolo all’album: Love Is The Message. Una combinazione di jazz, soul e disco strumentale in cui domina la partitura orchestrale sospinta dal classico ritmo, caratteristico dei MFSB. Fu un clamoroso successo sia sulle stazioni radio che nelle discoteche di New York per poi conquistare il resto degli States ed infine il mondo. Le parti vocali  di questo pezzo epocale sono da attribuire al gruppo femminile The Three Degrees anche se nella versione dell’album non sono presenti e si possono ascoltare solo sulla versione a 45 giri e su quella da 12 pollici del 1975. Ancora oggi Love Is The Message rimane un classico nei club di tutto il mondo, in particolare in quelli dove c’è più attenzione per la riscoperta dei suoni degli anni ‘70. A seguire troviamo uno straordinario remake di "Cheaper to Keep Her" di Johnnie Taylor, interpretato in chiave molto jazzistica. Il bellissimo strumentale "My One and Only Love" completa, con un’atmosfera molto romantica e dolce, quello che era il lato uno del disco originale. La seconda parte si apre con il famosissimo ed ormai leggendario pezzo intitolato TSOP (The Sound Of Philadelphia), lanciato come sigla del programma televisivo Soul Train. La popolarità del programma e l’irresistibile combinazione di ritmo e melodia furono senza dubbio dei fattori determinanti per l’ascesa inarrestabile del brano verso il primo posto in quasi tutte le classifiche: oltre 1.000.000 di copie e un Grammy per la miglior canzone r&b strumentale nel 1974 sono la testimonianza di uno straordinario successo. E’ invece un numero molto jazzy, suonato in uptempo, "Touch Me in the Morning" portata al successo da Diana Ross: inizia lentamente per poi  trasformarsi in un bel groove ricco di fiati e come sempre sontuosamente arrangiato. La chiusura dell'album è affidata ad un pezzo intitolato "Bitter Sweet" che ricorda a tratti certe atmosfere alla Burt Bacharach e non manca di colpire per l’accuratezza dell’arrangiamento e la varietà dei colori e delle atmosfere. Love Is The Message è stato un grande successo e rappresenta senza alcun dubbio una pietra miliare nella musica commerciale del secolo scorso. Incarna perfettamente il sound e i moods dell’inizio degli anni ’70 ed è, più particolare, una perfetta sintesi della musica dei MFSB, senza dimenticare la sua natura prodromica verso quello che poi diventerà il genere più diffuso al mondo: la disco music. Il movimento disco nasce con i MFSB e con loro da il via ad uno tsunami musicale inarrestabile, anche se va detto che la qualità delle produzioni uscite dai laboratori del Philly Sound o della Salsoul Records di New York resteranno di un livello superiore rispetto alla gran parte di ciò che verrà in seguito. I MFSB, i J.B di James Brown, la Love Unlimited Orchestra di Barry White o la citata Salsoul Orchestra hanno dimostrato come si possa fare musica da ballo di qualità attraverso brillanti composizioni, arrangiamenti curati e brillanti musicisti. Nessuna programmazione elettronica o sintetizzatore può eguagliare la bellezza delle band ricche di talentuosi elementi o delle grandi orchestre arrangiate con gusto e maestria. L'arte della musica “reale” è duratura e permanente: è la base che sta dietro all'idea del collettivo chiamato MFSB: un rapporto tra artisti creativi, uniti e coesi, che non potrà essere mai e poi mai eguagliato premendo un pulsante su una macchina.

Return To Forever - Hymn of the Seventh Galaxy


Return To Forever - Hymn of the Seventh Galaxy

Chick Corea è un musicista eclettico e poliedrico. Con il suo talento e la sua innata curiosità è capace di spaziare con grande disinvoltura e grandi risultati dal jazz alla musica classica, dal funk al progressive, dall’avanguardia alla fusion.  Anche lui come molti altri della sua generazione è uscito da quella grande fucina musicale ed artistica che fu il leggendario "Bitches Brew" di Miles Davis. All'epoca della collaborazione con Miles non era ancora famoso, era anzi più che altro un pianista di ottime prospettive, la celebrità arrivò più avanti, nel corso degli anni '70 grazie ad una band di sua creazione chiamata Return to Forever. Proprio i Return to Forever divennero in breve tempo uno dei gruppi storici del jazz-rock mondiale. La band aveva già posto le sue basi nel 1971 con l’album omonimo e si stava evolvendo lentamente verso quelle ardite soluzioni stilistiche che ne determineranno con chiarezza i contorni negli anni successivi. "Hymn of The Seventh Galaxy" è il loro terzo lavoro di studio, al quale Corea decise all'epoca di dare una svolta radicale con un cambio di formazione: lo scopo era quello di optare per una musica modernissima e di esplicito stampo jazz-rock. Insoma una soluzione perfettamente al passo con i tempi. Per questa ragione pensò di tenere con sé solo il bassista Stanley Clark e ingaggiò un nuovo chitarrista, Bill Connors, e un nuovo batterista, lo straordinario Steve Gadd. Fu con questi elementi che i Return To Forever, profondamente rivoluzionati, si recarono in studio per registrare Hymn of The Seventh Galaxy. Alcuni screzi portarono Gadd ad uscire dal gruppo, così Corea al suo posto scelse l’altrettanto valido Lenny White ed infine il disco fu nuovamente inciso. Delle due versioni dell’album quella che ci rimane è naturalmente la seconda versione, con Lenny White alla batteria. Rispetto alle prime uscite c'è da registrare una netta evoluzione dal punto di vista tecnico ed un allontanamento netto dalle atmosfere quasi ovattate dei primi album, con un Chick Corea  che riesce ad ottenere quella virata così sostanziale che tanto andava ricercando. I contenuti di Hymn of The Seventh Galaxy  hanno anche qualche accenno di latin jazz e financo degli interessanti elementi di fusion che rendono il disco molto accattivante. Ovviamente sono in grande evidenza tutte le eccellenti composizioni di Corea, come sempre estremamente sofisticate e di grande impatto emotivo; ma non va di certo trascurato l'interessante lavoro di chitarra di Bill Connors che apporta un sostanziale sapore rock attraverso un sapiente uso della distorsione. D’altra parte è da sottolineare pure l’energico lavoro di Lenny White alla batteria ed alle percussioni e naturalmente quello iper-tecnico e all’avanguardia di Stanley Clark con il suo basso. In apparenza il grande Stanley sembra meno pirotecnico di quanto siamo abituati a conoscere, ma in realtà il bassista offre un contributo a volte determinante. Quello che ne esce è un muro sonoro frutto di un’amalgama molto densa e dalla granitica solidità creativa, anche se al primo impatto il suono può sembrare ostico. Se analizzato con la dovuta attenzione l’album è invece ricco di sfumature e tanti particolari che lo rendono un lavoro di assoluta eccellenza, uno dei migliori della vastissima produzione di Chick Corea. Non a caso quando si parla di storia del jazz rock è doverosa una citazione di Hymn of The Seventh Galaxy quale esempio formalmente perfetto di come va interpretato questo complesso stile musicale. In un quadro di sostanziale omogeneità delle lunghe composizioni contenute nel terzo album dei Return To Forever spicca in particolare "Captain Señor Mouse" dall’andamento latineggiante e tipicamente Corea style. Un altro brano davvero molto interessante e significativo è certamente "Theme to The Mothership" nel quale sono riassunte tutte le tipiche peculiarità del jazz rock più genuino: chitarra tagliente e velocissima, ritmiche inticate ed il magnifico tappeto sonoro prodotto dalle tastiere di Chick Corea. Una menzione particolare va anche alla title track, che pur nella sua brevità, funge da apertura dell’album come meglio non si potrebbe, dato che sintetizza l’estetica musicale dei Return in soli 3 minuti e mezzo. Ha in qualche modo la funzione di attrarre l'ascoltatore e trascinarlo nel vortice ipnotico del resto dell’opera. "Hymn of The Seventh Galaxy" è probabilmente il miglior disco della seconda incarnazione dei Return To Forever: può essere considerato il momento decisivo nella carriera musicale del gruppo, un album che li condurrà in breve alla definitiva consacrazione. Con l’arrivo della metà degli anni ’70 la band conquisterà una sempre più vasta platea di ascoltatori, “rubandoli” anche ai seguaci del progressive rock e diventando così uno dei più famosi e celebrati tra i gruppi storici del jazz rock.  L'ingaggio del talentuoso chitarrista Al di Meola al posto di Connors aggiungerà un ulteriore importante tassello al mosaico di straordinari musicisti al servizio del genio incontrastato di Armando Anthony Corea, detto Chick. In ultima analisi dietro tutto questo c'è sempre e solo lui.

Weather Report – Misterious Traveller


Weather Report – Misterious Traveller

Quando Joe Zawinul ascoltò per la prima volta la registrazione di Misterious Traveller, prima che questa diventasse un vinile, il tastierista ebbe a dire: ‘This is the baddest shit on the planet!’. La casa discografica CBS lo pubblicò comunque e fu subito uno scossone epocale nel mondo dell’avanguardia jazzistica nonché tra moltissimi appassionati di musica. Era il 1974, nasceva così uno di quegli anelli mancanti tra jazz, funk e progressive ma anche tra la critica ed il pubblico. A quel punto della loro carriera come gruppo i Weather Report avevano già creato tre lavori di grande spessore e di originalità assoluta, ognuno di quei tre memorabili album aveva avuto un grande impatto sulla comunità jazzistica. C’era chi odiava l’approccio elettro-rivoluzionario di Zawinul e compagni anche più di quello operato da Miles Davis, restando arroccato ai vecchi e rassicuranti modelli stilistici. Ma, per contro, era folta la schiera di coloro che invece cadevano in estasi al cospetto dell’onda creativa dei Weather Report, fatta di suoni innovativi e ritmiche inesplorate. “W.R.”, “I sing the body electric” e “Sweetnighter” rappresentarono dunque la rampa di lancio definitiva per Zawinul e Shorter, musicisti che avevano alle spalle una formidabile esperienza, vissuta professionalmente al centro del movimento jazzistico mondiale. Entrambi erano reduci soprattutto dalle storiche sessioni di “In a silent way” e “Bitches Brew” del divino Miles Davis, dove si erano conosciuti. Sia Joe Zawinul che Wayne Shorter erano perfettamente maturi per permettersi di abbattere ogni barriera di stile ed ogni steccato convenzionale del jazz, mantenendo altissima la qualità della loro musica. Merita una considerazione particolare il bassista Miroslav Vitous, il terzo membro, ma in realtà il primo ideatore dei Weather Report. Fu silurato da Zawinul proprio durante la registrazione di Misterious Traveller in quanto ritenuto troppo etereo e sperimentale rispetto alle mutate esigenze ritmiche e di groove di cui, la storia già scritta nel futuro di questo gruppo, necessitava più di ogni altra cosa. E infatti ritroviamo Miroslav solo sulla peraltro strepitosa American Tango: non è difficile capire di che livello fosse questo bassista e forse anche quale direzione avrebbe potuto prendere la musica dei W.R. se lui fosse rimasto. A Vitous, già in questo stesso album, succederà per poi restare in organico per un po’ di tempo, un fenomeno del basso elettrico come Alphonso Johnson. Alla batteria per questa registrazione troviamo invece Ishmael Wilburn, forse il meno famoso tra i drummer che hanno preso parte al progetto Weather Report, prima di lui c’erano stati Aphonse Mouzon ed Eric Gravatt; in seguito arriverà Leon "Ndugu" Chancler, il quale a sua volta suonerà solo su Tale Spinnin’. La ricerca di un batterista stabile è sempre stato un grossissimo problema per W.R. e c’è sempre stato un continuo alternarsi, almeno sino a quando Alex Acuna prima e Peter Erskine dopo hanno contribuito ad una parvenza di stabilità. Analizzando nel dettaglio i brani che compongono lo splendido affresco di Misterious Traveller troviamo per cominciare ‘Nubian Sundance’: una vera e propria danza nubiana virata in forma elettro-jazz. E’ un pezzo complesso e frenetico dove gli strumenti creano un effetto a spirale, con una progressione ipnotica sotto alla quale si sentono i cori e le voci tipiche dei colori dell’Africa. Il piano elettrico carico di effetti, gli unisoni tra sax e tastiere, la melodia fortemente evocativa, le urla lontane, gli interventi vocali di Joe e le percussioni onnipresenti ne fanno un pezzo didascalico all’interno dell’intera discografia dei Weather R. A seguire troviamo la atmosferica ‘American Tango’ che e’ un brano costruito sulla base di un architettura intelligente e complessa, basato sul dialogo frammentato ma perseverante tra il sintetizzatore “spaziale” di Zawinul, il sax di Shorter e il contrabbasso “alterato” dal wah wah di Vitous. Qualcosa di veramente epico ed estremamente originale nel quale non sono così nascoste nemmeno le reminiscenze classiche del pianista austriaco. Uno dei pezzi più famosi tra i tanti del gruppo è ‘Cucumber Slumber’ diventato con il tempo una sorta di icona del funk jazz. Un numero che è stato campionato e saccheggiato da molti rappers, e che fa del suo riff di basso irresistibile uno dei suoi punti forza. Qui le ardite linee di sax e di synth improvvisate sono entrate nell’immaginario collettivo di una folta schiera di appassionati e ne hanno fatto un brano indimenticabile. Cucumber Slumber è nato in un attimo, in studio: il giro di basso ideato da Alphonso Johnson è stato elaborato al momento, una situazione palesata anche dalla dissonanza che si viene a creare tra Zawinul e Johnson, che decise improvvisamente di cambiare il centro tonale del pezzo, salvo ritornare in perfetta armonia dopo qualche battuta. L’effetto finale è stato mantenuto così com’era, tanto bello risultava in conclusione. ‘Mysterious Traveller’ è affascinante e cosmica al punto da rendere perfettamente l’idea di un viaggio misterioso nello spazio intergalattico. Le battute iniziali sono accattivanti e gli accordi che pilotano poi tutta la musica che segue sono probabilmente uno dei momenti più felici del jazz contemporaneo. Il sax di Shorter si distingue per la sua tonalità acida e spaziale, mentre tutta la band è percorsa da un interplay di livello superiore. Un delicatissimo ed assolutamente intimo pezzo a due tra Wayne e Joe, dove protagonisti sono soltanto sax, piano e melodica, prende il titolo di ‘Blackthorne Rose’. Una rarità nella discografia dei Weather Report, che quasi sempre fanno delle ritmiche complesse e sincopate un cavallo di battaglia. Non per questo è un pezzo meno apprezzabile ed anzi alla fine risulta molto suggestivo. Per la bellissima ed enigmatica ‘Scarlet woman’ il gruppo si inventa un incedere maestoso, dettato da un sapiente uso delle pause e del silenzio, in un continuo gioco di toccate e fughe, fino al crescendo finale davvero epico. La composizione  sarebbe di Alphonso Johnson,  in partica però i Weather Report ne utilizzeranno solo la frase iniziale per poi elaborarla come collettivo, con uno sviluppo melodico ed armonico quasi improvvisato: alla fine la paternità verrà attribuita per questo anche a Zawinul e Shorter. Il brano di chiusura è ‘Jungle book’, un solo di tastiere ed effetti vari registrato da Zawinul nella sua casa, sul quale vennero innestate a posteriori sovrapposizioni di percussioni, ocarina e flauto di Pan. E’ molto particolare ed originale nella sua diversità. A tratti ricorda la colonna sonora di un documentario sulla giungla o sulla savana africana ma dove sono presenti anche echi di etno musica indiana. (Una delle grandi passioni di Joe Zawinul). Mi sento di aggiungere una breve considerazione di carattere generale sui Weather Report: se dovessi consigliare altri album, oltre a questo, significativi e imperdibili, suggerirei di orientarsi su Sweetnighter, Heavy Weather, 8: 30, Tale spinnin’ e Black Market. Va detto che sarebbe quasi un’ingiustizia operare una scelta: l’intera discografia è pervasa da talmente tanta qualità e creatività che ogni esclusione diventa un torto. Tuttavia ritengo che le proposte fatte siano oggettivamente una selezione esaustiva di questa straordinaria band, che fin dai primi anni settanta, e per una quindicina d’anni, ha dominato ed influenzato la scena musicale internazionale. Nessun altro musicista è riuscito davvero a carpirne l’essenza, nessuno ha veramente e totalmente decifrato la formula "magica". Con Misterious Traveller possiamo puntare la nostra attenzione sul momento esatto nel quale un cambio di stile, se pur non radicale né tanto meno repentino, si è rivelato essere l’evoluzione più proficua possibile dal punto di vista commerciale per un gruppo di cui oggi ci si ricorda soprattutto l’ultima incarnazione. I Weather Report fin da subito hanno attirato il pubblico e la critica, e dopo un breve periodo di trasformazione si sono proiettati nel futuro con la loro forma più evoluta ed accattivante. Questo è il primo esempio concreto della musica che caratterizzerà i lavori di Zawinul & Co fino allo scioglimento, avvenuto nel 1986. Per qualcuno è addirittura il capolavoro assoluto dei Weather Report. Una cosa è certa: Mysterious Traveller è un pezzo importante della storia della musica.

Sergio Caputo - That Kind of Thing


Sergio Caputo - That Kind of Thing

Il Sergio Caputo che non ti aspetti, ma che, se conosci la sua storia, puoi anche intuire si intitola That Kind Of Thing. Il musicista e chitarrista romano vanta un curriculum di tutto rispetto, offuscato dal suo successo come cantante pop, ma impreziosito dalla collaborazione con alcune stelle del jazz come Dizzy Gillespie, Lester Bowie, Tony Scott, Mel Collins, Tony Bowers, Enrico Rava e Danilo Rea. Dal punto di vista musicale sappiamo tutti che la gamma delle influenze che ne hanno determinato lo stile si estende dal jazz al pop, con una particolare predilezione per lo swing. Nel 2003, ad un certo punto della sua carriera ed in un momento forse non troppo fortunato a livello discografico, Sergio Caputo si trasferì in California dove si mise a scrivere e produrre l’album "That Kind of Thing": una rivoluzione totale nella sua produzione, dato che il cambiamento fu così radicale da condurlo nell’ambito dello smooth jazz strumentale. Lui stesso descrive il suo nuovo progetto come "Cool" e "West Coast Jazz", vale a dire proprio quel tipo di jazz contemporaneo tipico del continente americano che è divenuto così popolare nel corso degli anni. L'album inizia con Everything I Do: Sergio si esibisce in un sobrio ed elegante gioco di chitarra su una struttura latineggiante semplice e piacevole. Charles McNeal lo accompagna al sax. McNeal è un abile specialista di tutti i sassofoni che vive a Oakland e che ha suonato con John Faddis, Wynton Marsalis, Leslie Drayton, McCoy Tyner, Ray Obiedo, Boz Scaggs ed un numero infinito di altri artisti. "Guess I Miss You Again” ricorda un pò una canzone sullo stile di Tom Jones, ma è ovviamente strumentale ed anche in questo caso è evidente l’influenza della musica latina, soprattutto a livello ritmico. Caputo suona, su tutte le canzoni, chitarre, tastiere e basso (tranne Intimacy e Jazzy Girl) ed inoltre provvede alla programmazione delle componenti elettroniche ed agli arrangiamenti. Intimacy vede la partecipazione del trombettista Enrico Rava, uno dei padrini del jazz italiano. Nella sua lunga carriera Rava ha suonato ogni tipo di jazz: dal bebop a quello contemporaneo e la sua tromba è come sempre unica ed impressionante. Serenata Roja, nella sua semplicità e con la sua atmosfera mediterranea, è una fantastica escursione nella musica spagnola, il mood che sembra essere perfetto per una chitarra acustica come quella di Sergio. McNeal, con il suo flauto, è il magistrale accompagnamento di Caputo in questo brano molto suggestivo. Like a Shooting Star fa nuovamente leva sulle radici mediterranee con una romantica melodia tutta incentrata sulla chitarra acustica e con un notevole sostegno delle percussioni. Questa volta è Mike Olmes che dà voce alla tromba con sordina che fa da contrappunto al brano. Waiting For Your Love è una malinconica canzone dove ancora una volta troviamo il trombettista Mike Olmes districarsi con la melodia, alternandosi con la chitarra semi-acustica di Sergio Caputo. My Lost Venues è un'opportunità per ascoltare il sax di Rob Sudduth: un musicista dell’area californiana davvero dotato di grande classe. Sergio è intelligente ed umile nel lasciare a Rob il ruolo di strumento principale e sostenerlo solo con qualche riff di chitarra. In The Madness Of My Dreams è un altro bel gioco di assoli tra la chitarra di Sergio e la tromba di Mike Olmes con un ritmo di bossa nova molto simpatico e perfettamente adeguato alla melodia. Marty Wehner fa la sua gradita comparsa al trombone. Il trombonista è un musicista molto ricercato che ha suonato con alcuni grandi nomi dell'industria discografica e viene regolarmente chiamato per concerti live e negli studi di registrazione come session man. Sulla conclusiva Jazzy Girl ecco nuovamente Enrico Riva alla tromba, in un brano dal sapore molto smooth jazz. Nel 2003 perfino i fan più appassionati di Sergio Caputo restarono spiazzati dal brusco cambio di direzione che il musicista romano aveva intrapreso spostandosi in terra americana, anzi molti nemmeno erano a conoscenza di una registrazione di questo genere, e lo davano ormai per sparito dalle scene. Abituati a Sabato Italiano, Spicchio di Luna e Garibaldi Innamorato, non avrebbero mai capito un album di smooth jazz strumentale come questo. Sergio, tuttavia, non aveva alcuna intenzione di fermarsi ma voleva fortemente una svolta profonda nella sua carriera. E voleva attuare la sua personale, piccola rivoluzione con un disco di jazz contemporaneo basato certamente sulla sua chitarra, ma che fosse anche una piattaforma strumentale adatta alla partecipazione di alcuni interessanti musicisti americani e del suo amico Enrico Rava. Voleva lasciare un segno tangibile della sua capacità di non essere solo un cantante pop di successo ma anche un musicista jazz a tutto tondo, in grado di andare oltre la formula della canzone. Nella sua semplicità, ma con gusto e molto equilibrio, con That Kind Of Thing Caputo ha dimostrato di non sfigurare nel contesto del jazz contemporaneo e di poter stare al passo con i tempi anche come chitarrista. Bravo.

Chester Thompson - Powerhouse


Chester Thompson - Powerhouse

Tra tutti i musicisti che hanno registrato per la tanto innovativa quanto effimera etichetta Black Jazz, ce n’è uno in particolare che merita attenzione ed è l'organista Chester Thompson: solo quattro album all’attivo, e di questi il primo, Powerhouse uscito nel 1971, il secondo pubblicato quarant’anni più tardi. Una carriera singolare, mossa da un notevole talento ma tutta dedicata a suonare in due gruppi storici del rock e del funk quali i Santana ed i Tower Of Power. Organista dotato di dita veloci e grande senso dello swing, Thompson iniziò a suonare in chiesa e, come molti della sua generazione, cadde presto sotto l'incantesimo artistico del pioniere dell'organo jazz Jimmy Smith, cioè colui che è da tutti considerato il migliore specialista del suo strumento. Dopo il suo debutto intitolato, come detto Powerhouse, Thompson è entrato a far parte dei Tower Of Power, svolgendo al loro interno un ruolo cruciale nella originale e creativa formula pop / funk del gruppo, e lavorando con loro tra il 1973 ed il 1983. In seguito, e fino al 2009, Chester Thompson è stato l’organista e tastierista di Carlos Santana, instaurando con il popolare chitarrista una collaborazione lunghissima e straordinariamente ricca di soddisfazioni. Curioso che attorno alla metà degli anni Ottanta, Thompson abbia temporaneamente cambiato il suo nome in Chester "T" Thompson per evitare di essere confuso con il batterista della band, che era suo omonimo (e che tutti conosciamo per aver suonato anche con i Genesis). Dopo aver lasciato Santana, Thompson è tornato alle sue radici jazz, registrando finalmente, nel 2010, un album intitolato Mixology ed esibendosi regolarmente nell'area di San Francisco. L’album porta il numero sei in un catalogo di soli 20 lavori in tutto che rappresenta l’eredità lasciata dalla Black Jazz. L’etichetta nacque proprio nel 1971 ad opera del pianista Gene Russell e dell’ex batterista Dick Schory ed era chiaramente specializzata nel jazz. Condivide con la casa discografica Strata-East di Stanley Cowell e Charles Tolliver, anch’essa fondata anche nel '71, l’onore di essere la prima teichetta di jazz di proprietà completamente afroamericana. Tra gli artisti che hanno registrato per la Black Jazz  vi sono i pianisti Walter Bishop Jr. e Doug Carn. Chester “T” Thompson è un un musicista versatile, che miscela in egual misura lo swing classico del jazz con le radici più profonde del blues con uno stile non lontano da quello di un altro grande dell’organo come Jimmy McGriff. Particolarmente interessanti sono le sue linee melodiche sempre sostenute da valide variazioni armoniche scandite da una gagliarda mano sinistra. Lo stile di Thompson sa essere anche moderno e dinamico, molto vicino al be bop: ed qui che si  avvicina maggiormente al suo idolo Jimmy Smith o a Don Patterson. La title track mette infine in luce un’attenzione anche per le sonorità degli inizi degli anni ’70, influenzate dal funk e dal soul pur mantenendosi saldamente in territorio jazzistico. La band di Powerhouse, in grado di fornire in ogni momento il giusto groove, è composta dal batterista Raymond Pound, fortemente influenzato dal mitico collega Idris Muhammad, mentre le linee di basso sono eseguite come vuole la tradizione dallo stesso organo di Thompson. A completare il singolare quartetto troviamo il sax di Rudolph Johnson e il trombone suonato da Al Hall. Powerhouse è un interessante e riuscito esempio di jazz “organ drived” in cui è l’organo Hammond B3 ad essere l’assoluto protagonista. Chester Thompson ne è certamente un tanto valido quanto dimenticato rappresentante e l’ascolto di un album totalmente calato nella realtà del jazz degli anni ’70 come questo suo debutto discografico non può che essere un’aggiunta di valore per la discoteca di qualsiasi appassionato di jazz.

Lyle Mays – Lyle Mays


Lyle Mays – Lyle Mays

Lyle Mays, ovvero l’alter ego di Pat Metheny, colui che è stato il compagno d’avventura del grande chitarrista per moltissimi anni, ma anche un pianista ed un tastierista di grande livello,  un artista dotato di una personalità straordinaria e distintiva. La riscoperta di oggi vuole rendere omaggio al musicista che ha dato un corpo e un’anima alla singolare miscela del Pat Metheny Group, contribuendo a scrivere pagine di musica davvero memorabile. Lyle ha raggiunto una certa popolarità grazie anche, e soprattutto, alla sua straordinaria capacità di combinare armonie, suoni e melodie uniche nel loro genere, dando così un'impronta subito riconoscibile ai brani del gruppo. Oggi di Lyle Mays si sono praticamente perse le tracce, dato che a livello discografico ha all’attivo solo 4 album, l’ultimo dei quali risale al 2000. Mays è stato considerato una grandissima promessa del jazz, un pianista così dotato che lo stesso Pat Metheny lo definì, forse esagerando un pochino, "il prossimo Keith Jarrett". Beh, quattro decenni dopo, va detto che Mays non è arrivato esattamente allo stesso status di “mostro sacro” di Jarrett, sebbene abbia certamente una grande comunità di appassionati seguaci. Tuttavia, da troppo tempo, i suoi fan si chiedono perché sia sostanzialmente sparito dalla mappa dei musicisti jazz attivi. Una cosa è certa: la collaborazione con il Pat Metheny Group ha garantito a Lyle Mays un posto significativo nella storia del jazz dalla fine degli anni ’70  fino all'inizio del nuovo millennio. Mays è stato dunque co-autore, accanto a Metheny, di molte delle composizioni più belle del PMG e questo sodalizio di due brillanti musicisti può essere definito alla stregua della coppia Lennon & McCartney nel campo del pop. L'importanza rivestita dal tastierista in quella storia è un dato di fatto incontrovertibile. Non a caso sono in molti ad augurarsi che Metheny riporti in azione il PMG, sia in tour che in studio di registrazione ed in quel contesto torni nuovamente ad essere presente l’ineffabile Lyle Mays. Il miglior album della minuscola discografia di Mays come leader è il suo primo, intitolato molto semplicemente “Lyle Mays”. Il disco risale al 1986 e se da una parte fu un esordio positivo e di successo, dall'altro è un vero peccato  che il tastierista, negli anni successivi, non sia stato in grado di dare continuità alla sua produzione musicale. Street Dreams del 1988 è stato sicuramente, per il tastierista, un degno secondo lavoro come solista, ma la sua atmosfera più urbana e fusion è in qualche modo meno affascinante rispetto alla musica cinematica e suggestiva di questo interessante disco di debutto. Fictionary del 1992 è ugualmente un disco di tutto rispetto, dove è forse più evidente la sua vena jazz, ma al contempo suona decisamente più freddo nella sua perfezione formale. Qui, alla sua prima registrazione, Lyle Mays  trova una chimica profonda tra il suo modo di comporre ed il suo stile pianistico, mixando tutto in modo sapiente con le eterogenee personalità artistiche di alcuni grandi musicisti. La band è composta  dal batterista Alex Acuna,  dal chitarrista Bill Frisell, dal sassofonista Billy Drewes, dall bassista Marc Johnson ed dal percussionista Nana Vasconcelos. Pur privo della inconfondibile chitarra di Pat Metheny, il disco offre una sonorità per larghi tratti molto affine a quella del PMG, dando corpo in modo analogo a quella stessa proposta alternativa al linguaggio tradizionale del jazz che riesce a  coniugare la maestria tecnica con una notevole dose di pathos ed emozione. Delicato ed etereo, l’album colpisce immediatamente la sensibilità dell’ascoltatore, risultando gradevole ed accattivante, evocativo e a tratti quasi onirico. C'è molto jazz, ma vi si ritrovano anche echi di new age e qualche sentore di rock progressivo, passando anche attraverso qualche pennellata di musica da camera. Mays mette in mostra il suo talento di pianista ogni volta che colloca il pianoforte acustico in primo piano, ma è altrettanto convincente nel suo ruolo di tastierista quando si destreggia con i suoi synth, che fanno spesso da collante nei raffinati arrangiamenti di cui egli stesso è oviamente responsabile. Lyle Mays è un bellissimo lavoro che consiglio a tutti di ascoltare con attenzione per coglierne ogni più sottile sfumatura. Di certo gli amanti di Pat Metheny non possono farselo sfuggire, ma questa è musica intelligente, suggestiva e di grande spessore artistico. Valica i confini di un genere predefinito: è musica totale che vi entrerà nella testa e nel cuore.

Courtney Pine - Devotion


Courtney Pine - Devotion

Courtney Pine è forse il più enigmatico dei jazzisti britannici degli ultimi vent’anni. Con la sua visione musicale sempre inquieta e avventurosa, anche se a volte discutibile, ha affascinato e al contempo frustrato i critici e gli ascoltatori. Musicista dotato di una curiosità creativa davvero a 360°, ha nel tempo abbracciato la world music, il pop, il reggae, l’elettronica, il funk ed il soul per soffermarsi infine sulla tradizione del jazz. Nato nel marzo del 1964, Pine ha trascorso la sua giovinezza a Londra, imparando a suonare diversi strumenti, tra cui il sassofono (è un esperto di tenore, soprano e baritono), il clarinetto, il flauto ed anche le tastiere. Devotion, del 2004, è il nono album di Courtney Pine ed è anche il suo primo album pubblicato negli USA dal 1999. Coloro che hanno familiarità con l’originale proposta musicale di Pine, in bilico tra le esplorazioni di John Coltrane e Sonny Rollins e la sua relazione d'amore con il reggae, il soul, il  funk, ed il pop, saranno interessati ed appagati da questa registrazione. Con Devotion Courtney ha messo un po’ di ordine nel suo spesso confuso bagaglio artistico, equilibrando tutte le sue passioni e le sue esplorazioni su un album che rimane sempre ai margini del jazz, ma tuttavia compone i pezzi del puzzle in una forma razionale e concreta. D’altra parte va sottolineato come la familiarità al sound delle discoteche ed anche a quello della musica di strada è da sempre nel suo DNA. E’ il feeling che lo contraddistingue fin dal suo disco di debutto del 1986, Journey to the Urge Within. Su Devotion lo studio diventa una sorta di laboratorio dove l’artista affina la sua ricerca, raggiungendo risultati molto convincenti. E’ un lavoro sul quale Pine evidentemente non è più interessato a snaturare le sue fonti d’ispirazione per adattarle alla sua musica. Sta cercando di mettere tutto in un unico meltin’ pot  di stili ed ottenere così una combinazione di diversi generi  sovrapposti l'uno all'altro in un unico progetto d’insieme. Pine qui suona il pianoforte elettrico, l’organo Hammond, ovviamente i sassofoni, l’EWI, il clarinetto ed il flauto, oltre ad occuparsi della programmazione dei bassi e dei loop. Con il sassofonista londinese sono protagonisti anche il chitarrista Cameron Pierre, il bassista Peter Martin, il batterista Robert Fordjour e diversi percussionisti, tra cui Thomas Dyani. L’album inizia con una strana intro fatta di effetti sonori ma subito proietta l’ascoltatore in pieno soul-jazz funky con il successivo "Sister Soul", brano vivace che tocca le corde giuste per risultare accattivante e mettere in evidenza la bravura tecnica di Courtney Pine. “Devotion” è un reggae con forti connotazioni ska e Pine si esibisce qui con il sassofono baritono e il clarinetto basso. Un bel groove, ricco di sfumature e variazioni armoniche interessanti con in evidenza l’assolo di Courtney che ricorda l’Archie Shepp della fine degli anni ‘60. Molto stimolante anche il tributo afro-funk intitolato "Osibisa", un omaggio alla pionieristica band africana degli anni '70. E’ un affresco colorato dai suoni dell’India e dell’Oriente quello di "Translusance", ospiti il sitarista Sheema Mukherjee e le tablas di Yousuf Ali Khan. Molto bello il dialogo in contrappunto tra sax e sitar tra Pine e Mukherjee per un effetto che è originale ed suggestivo. Notevoli I brani "U.K", dal sapore acid jazz,  ed anche "Everything Is Everything", che ammicca al soul jazz degli anni ’60. Ci sono anche un paio di pezzi cantati piuttosto belli. In primo luogo c'è una bellissima cover di "Bless The Weather" di John Martyn con David McAlmont come voce solista. Will Jennings e Joe Sample sono gli autori di "When World Turns Blue", con la splendida voce di Carleen Anderson per una reinterpretazione in chiave drum’n’bass che aggiunge un ulteriore tassello al mosaico di un album molto riuscito. In definitiva Devotion è l’opera di un maturo, ma sempre inquieto, maestro del jazz che sa esattamente ciò che vuole e dimostra di non essere interessato al jazz inteso come un’entità separata dal resto del contesto musicale o una tradizione rarefatta ed elitaria. Piuttosto per Courtney Pine il jazz è una materia vivente, una forma artistica in continua evoluzione e movimento, che abbraccia le differenze come parte integrante della sua missione. Pine guarda ogni forma musicale attraverso la propria caleidoscopica lente e la reinterpreta plasmando tutto attraverso il jazz, per ottenere ogni volta qualcosa di nuovo e interessante.

Prince - Loring Park Sessions 77



Prince - Loring Park Sessions 77

E’ un diciannovenne di belle speranze, di enorme talento e pieno di grande determinazione quello che si può ascoltare (o sarebbe meglio dire gustare) in questa registrazione semi artigianale del 1977: prima del successo planetario, prima della fama, prima della irrefrenabile ascesa nell’olimpo delle star mondiali della musica. Quello di cui sto parlando è un giovanissimo Prince (nome d’arte di Roger Nelson) che anticipa di qualche mese il suo primo album ufficiale (For You) con una sessione tutta strumentale intitolata Loring Park Sessions 77. Si tratta di un contesto inedito nel quale il Principe si mise alla testa di un trio composto da lui stesso alle tastiere (ma anche alla chitarra) e da due dei suoi futuri fedeli collaboratori, vale a dire il batterista Robert B. Rivkin AKA Bobby Z ed il bassista Andre Cymone. Il contenuto di questa registrazione è un piccolo gioiello di funk jazz strumentale composto da otto brani che da un lato evidenziano già molti dei canoni stilistici della musica futura del genio di Minneapolis e dall’altro testimoniano come il Prince ancora ragazzino fosse già un musicista completo e straordinariamente dotato. Grezzo ed essenziale come solo le registrazioni per così dire improvvisate sanno essere, il disco offre una visuale inedita ed estremamente interessante di quello che negli anni a venire sarà senza ombra di dubbio uno degli artisti più influenti del panorama musicale internazionale. Secondo YouTube e successiva verifica tramite il sito Prince.org, questo progetto, è stato registrato nella sala prove del primo direttore artistico di Prince, Owen Husney, a Minneapolis. E’ interessante notare che quella location è a pochi isolati dallo storico nightclub “First Avenue” dove furono girate tutte le sequenze dal vivo del film Purple Rain. L'album cattura un sound molto frizzante ed in parte inatteso, caratterizzato da un brillante funk con chiari sentori di jazz: esattamente quelle sonorità che al tempo erano piuttosto in voga grazie anche al successo di musicisti del calibro di Herbie Hancock,  Bob James o Grover Washington, jr. (e tanti altri). Prince, come detto, si esibisce alle tastiere, in particolare al piano elettrico ed al clavinet, cioè i due strumenti pilastro del jazz funk degli anni ’70 e bisogna sottolineare la sua bravura nel doppio ruolo di accompagnamento e di solista, nonché una certa perizia anche nell’uso degli effetti. Sulla sua maestria alla chitarra c’è ben poco da dire anche perché di lì a poco il mondo imparerà a suon di assoli quanto il piccolo Roger fosse straordinario in tutto quello che faceva. Tutto il materiale è strumentale e valutandolo oggi possiamo ritenerlo come una visionaria anticipazione di alcuni suoi progetti futuri come i Madhouse o il largamente sottovalutato album Rainbow Children e perfino di quell’opera così particolare intitolata North, West, South and East, arrivata nel nuovo millennio. Loring Park Sessions 77  riassume in poco meno di un'ora di musica un periodo incredibilmente prolifico per un ragazzo emergente di soli 19 anni. Nello stesso arco temporale Prince era coinvolto anche in altri progetti meritevoli di essere scoperti come i Sound 80 (dicembre 1976 - estate 1977) o i 94 East. Insomma era già un vulcano di creatività e talento che sarebbero esplosi nel breve volgere di qualche anno, ma Loring Park Sessions 77 ci mostra già chiaramente il genio di uno dei più grandi musicisti di tutti i tempi.

Al Di Meola – Elegant Gipsy


Al Di Meola – Elegant Gipsy

Lo studioso di chitarra Robert Lynch a proposito di Al Di Meola ha dichiarato: "Nella storia della chitarra elettrica, per quanto riguarda lo sviluppo dello strumento dal punto di vista puramente tecnico nessuno ha fatto di più di Di Meola. La sua conoscenza completa dei vari stili e scale è semplicemente incredibile. Mi sento privilegiato nell'aver potuto studiare il suo lavoro in tutti questi anni." Un’affermazione che è certamente il frutto di una particolare ammirazione a livello personale ma che ha, tuttavia, un suo concreto fondamento poiché stiamo parlando di uno dei mostri sacri della chitarra (elettrica ed acustica) di tutti i tempi. Di Meola ha esplorato diversi stili nella sua carriera, in particolare è noto per i suoi lavori jazz fusion con influenze di musica latina e mediterranea. E’ sempre molto stimolante mettersi all’ascolto di un disco di Al Di Meola. Il chitarrista di origini italiane nel corso di oltre 30 anni di carriera ha scritto alcuni tra i migliori esempi di jazz fusion, opere che sia pure di non facilissima lettura, mantengono una invidiabile naturalezza ed una carica emotiva molto significativa. Fino dal suo esordio Al Di Meola mise in evidenza un grande gusto musicale, ma è con il secondo disco "Elegant Gipsy" del 1977 che il chitarrista raggiunse davvero l’eccellenza. Nonostante lo sconfinamento dai canoni del jazz rock, si può tranquillamente ritenere questo album un capolavoro di eclettismo e varietà. Si tratta di una registrazione ricchissima di spunti musicali, dove si sentono anche le influenze del progressive rock inglese, come si può notare in "Race With The Devil On Spanish Highways", un brano dove le strutture armoniche e ritmiche del rock più evoluto degli anni '70 sono ben presenti. La base fusion non viene certo meno, soprattutto nelle partiture delle tastiere, ma il valore aggiunto risiede proprio nella vivace alternanza di atmosfere che svariano tra latino, rock e jazz. Da un album suonato da una formazione d'estrazione prettamente jazz fusion ci si aspetta che il sound rispecchi quello stile: Elegant Gipsy non delude nemmeno sotto questo aspetto. Però colpisce la presenza di un pezzo come "Mediterranean Sundance" che appare contaminata da una forte influenza del flamenco, con i suoi arditi fraseggi chitarristici di derivazione spagnola. Ma per chi predilige il puro jazz rock c’è l’imponente traccia conclusiva, cioè "Elegant Gypsy Suite": 9 minuti e 16 secondi di evoluzioni strumentali assolutamente straordinarie in cui il maestro Di Meola si diverte a mettere insieme stili e tendenze musicali attraverso il filo conduttore della sua magistrale tecnica chitarristica. "Lady Of Rome, Sister Of Brazil" è una breve canzone di un minuto e 46 secondi dalla quale traspare la parte più delicata ed intima del chitarrista italo-americano, che ancora una volta risulta eccezionale anche quando si esprime con la chitarra acustica. Elegant Gipsy è un album che affascina garantendo un’esperienza sonora diversa ed entusiasmante. Dal cuore dei mitici anni ’70 ci arriva un’opera unica fatta di bellissimi brani, costruiti e suonati con grande cura in un contesto molto sofisticato dal punto di vista tecnico. Al Di Meola è un chitarrista, ma forse sarebbe più corretto definirlo un musicista a tutto tondo, che ha dimostrato nel corso della sua trentennale carriera una classe superiore ed una continua ricerca sulle sonorità del suo strumento. Un artista eclettico dotato di uno straordinario talento capace di sprigionare un fascino assolutamente fuori dal comune.

Kurt Elling – The Gate


Kurt Elling – The Gate

È davvero curioso ma anche perfettamente comprensibile come  una piccola differenza di età possa aver influenzato la musica che ha risuonato nella giovinezza di ognuno di noi, determinando i nostri gusti e le nostre passioni. Ogni periodo storico ha i suoi generi di riferimento e di conseguenza ogni generazione vive la musica sulla base di un ampio e diversificato ventaglio di artisti e stili. Per il vocalist e pianista Kurt Elling, le influenze musicali che hanno condizionato i suoi gusti in gioventù, vanno ricercate in diverse fonti come ad esempio gli Earth, Wind & Fire o addirittura i King Crimson degli anni '80 o ancora in quella strana miscela post new wave  rappresentata da Joe Jackson. Ma su tutto, e più di ogni altra cosa, c’è stato il jazz, naturalmente sempre il jazz. E’ da tutte queste suggestioni musicali che viene fuori un album come The Gate. Elling continua nella sua lunga e fruttuosa relazione professionale con il pianista e arrangiatore Laurence Hobgood: un’unione artistica vecchia di 16 anni che è stata ed è il motore di una costante ricerca nell’ambito del jazz vocale, cioè la formula che Kurt Elling ha abbracciato fin da suoi esordi. Viste le premesse, non sorprenderà trovare su The Gate una versione piuttosto fedele di "Matte Kudesai" dei King Crimson resa in modo speciale dalla intrinseca capacità di Elling di rispettare l’originale pur rivisitandolo. E’ il bassista John Patitucci che guida di fatto la melodia, mentre Hobgood offre un delicato accompagnamento di piano ed il chitarrista John McLean impone le sue linee di chitarra simili a quelle originali di Adrian Belew, ma riviste con un tono più etereo. Kurt Elling canta da par suo, con il suo stile personale. Uno dei momenti clou dell’album è senza dubbio la versione swing della popolare "Steppin 'Out" di Joe Jackson, una cover sulla quale il pianoforte di Hobgood si muove leggero dentro e attorno alla struttura della canzone. Il disco si muove nel campo delle reinterpretazioni di brani famosi, quindi è quasi inevitabile che Elling proponga quella di "Norvegian Wood" dei Beatles: qui il già interessante arrangiamento di Elling e Hobgood viene impreziosito dallo straordinario assolo di McLean. E’ un crescendo emotivo notevole, ritmicamente sostenuto dal batterista Terreon Gully. Ma a stupire davvero è la cover di “After The Love Has Gone” la famosa ballata degli Earth Wind and Fire: Elling la propone con un tocco di raffinata eleganza jazzistica, da crooner consumato, con il sassofonista Bob Mintzer che va a riempire gli spazi con le sue evocative linee di sax. Elling sfrutta tutta la sua ampia gamma vocale, ed è affascinante scoprire che una canzone che conosciamo benissimo possa cambiare così tanto. Kurt si prende cura anche di Stevie Wonder con una cover della sempre bella "Golden Lady", in questo caso con un arrangiamento meno divergente dall’originale rispetto ad After The Love Has Gone. C’è spazio anche per una ballata tra le meno conosciute di Herbie Hancock quale “Come Running To Me" tratta da Sunlight e pure per un riedizione di "Blue in Green” di Miles Davis già proposto in passato da Al Jarreau.  "Samurai Cowboy"  vede un imprevedibile Elling in versione Bobby McFerrin crearsi la sua orchestra vocale attraverso la sovra incisione delle linee di basso  e di quelle delle percussioni. La lunghissima "Nighttown, Lady Bright", griffata Don Grolnick, termina l'album su toni più scuri e severi, con una inedita sezione recitata, per finire con una delicata ed atmosferica chiusura affidata al pianoforte di Hobgood magistralmente accompagnato dal Marc Johnson al basso e dalla batteria di Terreon Gully. Si assiste con sempre maggiore frequenza alla pubblicazione, da parte di molti musicisti, di album dedicati alle canzoni che hanno lasciato un segno nella formazione loro formazione artistica: Kurt Elling non fa eccezione e con The Gate ha attraversato i confini tra rock, pop, soul e R & B proprio per rendere omaggio ai suoi miti di gioventù. L’album è piacevolmente accessibile ma mostra al tempo stesso un’interessante e profondo caleidoscopio di interpretazioni e arrangiamenti che si apprezza sempre più mano a mano che lo si ascolta. Ancora una volta Kurt Elling dimostra che la buona musica sta lì, esattamente dove hai l’ardire di cercarla: si tratta solo di metterci sopra un timbro personale senza perdere di vista la propria identità.

Brian Jackson – Gotta Play


Brian Jackson – Gotta Play

Il tastierista Brian Jackson è noto soprattutto per il suo sodalizio artistico con Gil Scott-Heron, il cantante afroamericano  più politicizzato del ventesimo secolo. Sono passati 29 anni tra il 1971 e l’uscita di questo album “Gotta Play” un evento apparentemente inatteso anche per lo stesso Brian Jackson. Brian ha composto ed arrangiato un disco di vero jazz contemporaneo, ricco di eleganza e verve ma anche di funk e di groove. La tentazione di mettere in relazione l'attuale lavoro di Jackson con quello dei suoi esordi è ovvia, ma l’ascolto di  queste 14 tracce colloca Gotta Play su un piano che è  ben al di là del solco lasciato dal suo materiale precedente: di quest’ultimo conserva i forti legami con l’R & B ed una non scontata gradevolezza. Ma l’abilità di pianista e la maestria nell’arrangiamento non sono mai stati migliori di quanto è ascoltabile in questo album del 2000. Jackson ha concentrato le sue energie  creative più sull’intelligenza e la raffinatezza  piuttosto che sull’appariscenza estetica ed i suoi musicisti, anche se giovani, sono stati messi nelle condizioni di dare il meglio di loro stessi. David Mullen ad esempio, con i suoi sax, è un emulo di David Sanborn e Gato Barbieri, e ha una spiccata sensibilità melodica, un pò sul genere di quella del giovane Stan Getz. Il batterista Trevor Holden è un caldo session man di New York in grado di fornire un supporto ritmico adeguato. Lo stesso può essere detto per il bassista Don Martin, abile nel dipingere un mix di accompagnamento  carico di sfumature e colori. Al percussionista Num Her-ur Shutef Amun'tehu è delegato il ruolo di collante tra i vari strumenti e lui si adegua aggiungendo un alto livello di funky groove. Gotta Play apre con una breve intro di soli 39 secondi di tastiere e percussioni che conduce alla title track. E’ qui che si delineano i contenuti dell’album: dal cantato in stile scat all’intervento brillante dell’ospite Roy Ayers con il suo vibrafono, dal sax di Mullen alle tastiere stesse di Jackson il quadro che ne esce contempla molteplici sentori. Stevie Wonder,  i tardi War,  i primi Crusaders, gli Steely Dan, fino ad arrivare alla Midnight Band, tutti intrecciati in un mix che è tanto nuovo quanto familiare. "Kama Sutra" è un brano molto particolare: inizia con il pianoforte jazzato di Brian  e subito dopo vira su atmosfere stranamente mediorientali, per poi tornare nel territorio di un urban jazz contemporaneo sul quale irrompono il piano e  successivamente il doppio assolo di Mullen sia al tenore che al soprano. Le percussioni quasi  parlanti di Ahmun'tehu fanno da sfondo ai solisti per tutto il pezzo in un susseguirsi di invenzioni armoniche in questa che si configura come una fusion bost bop molto innovativa. “Moody Too” è un numero di grande bellezza grazie al synth ed al piano elettrico divinamente padroneggiati da un ispiratissimo Brian Jackson. A completare l’atmosfera anche il sax tenore di David Mullen per una ballata molto emozionale e vibrante. “Feelin’ U” dà una interpretazione personale dell’r&b mixandola con un accenno di rap lasciato però in secondo piano. Ascoltando “Free 4 Fall” scopriamo un Brian Jackson che mette il suo pianoforte al servizio dello smooth jazz, precorrendo un po’ i tempi, ma la sostanza è comunque lontana dalle edulcorate atmosfere a cui siamo abituati da qualche anno a questa parte. Suggestiva "Parallel Lean" con la voce di Jackson, che si dimostra un valido cantante, e un parlato in forma di recitazione di Gil Scott-Heron in persona. Gil non pare in perfetta forma, nonostante la bellezza della canzone, probabilmente a causa dei suoi continui problemi fisici. L’arrivo del pianoforte è, al solito, una delizia: ma tutto suona emozionalmente sofisticato. Robert Glasper deve aver ascoltato a lungo anche Brian Jackson prima di sintetizzare il proprio stile. Un altro punto di forza dell’album è il latineggiante "Yada Yada" dove il pianoforte di Jackson prende il centro della scena mentre la sezione ritmica ritaglia una gagliarda e moderna scansione dei tempi. Al contempo i sassofoni di Mullen scivolano intorno e attraverso le linee di piano, creando una nuova melodia modale. Sulla scia del miglior acid jazz Jackson propone un brano come “Outstanding” che a tratti ricorda gli Incognito e al pari del popolare gruppo inglese vanta una melodia davvero gradevole. La chiusura di Gotta Play è affidata ad un medio tempo funkeggiante il cui ritornello è punteggiato da un cantato scat e dove trovano voce gli assoli straordinari sia di Brian al piano ed al synth che quelli di sax di David Mullen. Una conclusione bellissima che invita ad un nuovo ascolto.  Questo album di Brian Jackson non può essere considerato un ritorno quanto piuttosto la rivelazione, finalmente in primissima persona, di un musicista di grande valore, apprezzabile come compositore, come tastierista ed anche come arrangiatore. Gotta Play è registrazione che merita ampiamente di essere ricercata ed ascoltata con grande attenzione da chiunque ami il jazz contemporaneo e non solo, dato che echi di r&b, di soul e di acid jazz sono parte integrante del progetto. È una cosa assolutamente positiva che anche un album per così dire "commerciale", all’interno del jazz, possa anche assurgere ad un eccellente livello artistico come nel caso di Brian Jackson e del suo Gotta Play.