Dave Koz And Friends – Summer Horns



Dave Koz And Friends – Summer Horns

Dave Koz è uno tra i più famosi sassofonisti contemporanei di smooth jazz. Nato in California, ha studiato musica, ma si è anche laureato  in scienze della comunicazione alla UCLA. Tra la fine degli anni '80 e i primi anni '90 decide di dedicarsi a tempo pieno alla sua vera passione: il sax. Nel frattempo era stato turnista di Bobby Caldwell, Jeff Lorber e Richard Marx. Nel 1990 ha firmato un contratto discografico con la Capitol Records e ha pubblicato il suo primo album. Ha ricevuto immediatamente ottimi riscontri con due candidature ai Grammy Award. Al contempo si è esibito dal vivo in tournée in varie parti del mondo ed ha fatto anche molta radio, in particolare nel suo show “The Dave Koz Morning Show”, portato avanti fino al 2007. Questo album del 2013, è ispirato dalle classiche band pop, funky e R&B degli anni '60 e '70, caratterizzate da un uso massiccio dei fiati, come i Chicago, i Tower of Power o gli Earth, Wind and Fire. Per questo particolare progetto, Dave, che è ormai una superstar dello smooth jazz ed ha pubblicato molti altri album a suo nome, ha invitato tre famosi colleghi come Mindi Abair, Gerald Albright e Richard Elliot, tutti sassofonisti come lui. Ecco dunque formato una sorta di roboante quartetto di stelle del contemporary jazz. Il risultato di questa alleanza musicale è Summer Horns, una raccolta di covers di brani dell'epoca d’oro delle band prima citate che vuole rendere un tributo a quel particolare modo di fare musica ma cerca anche di evocare lo spirito divertente e spensierato dell'estate. Va detto che i quattro dimostrano un evidente cameratismo: interpretano la partecipazione a questo album con un intento univoco, senza protagonismi, ma come vedremo senza davvero convincere. Tutto il progetto si avvale degli arrangiamenti di alcuni veterani di prim'ordine. C’è molta opulenza in Summer Horns, questo è fuor di dubbio, così come tutto appare perfettamente tirato a lucido e realizzato con competenza. E allora che cosa potrebbe andare storto a fronte di un impegno così professionale? In realtà molte cose non vanno per il verso giusto. Il problema principale di Summer Horns è il suo partire dal presupposto che se “molto” è bene, allora “di più” deve essere meglio. Ma abbondare non è sempre una cosa raccomandabile. In certi casi è solo più di quanto sia veramente necessario. Dunque l’album zoppica principalmente per questo motivo. Una mancanza di personalità che fa pensare che se, per assurdo, sostituite i 4 del progetto con altri sassofonisti presi dal vasto panorama dello smooth jazz,  probabilmente il risultato non cambierebbe di molto. I brani rimarrebbero più o meno gli stessi e gli arrangiamenti di Greg Adams, Tom Scott, Gordon Goodwin, Marco Basci e dello stesso Albright suonerebbero sempre sufficientemente a fuoco senza mai risultare davvero impressionanti. Insomma questo è il classico album formalmente ineccepibile che nella sostanza manca di cuore e convinzione. A questo non sfugge nemmeno la scelta dei brani inseriti nella raccolta. Il concept che prevede solo covers (tranne un pezzo) potrebbe essere stato guidato dal desiderio di far risuonare dei classici familiari a tutti con un abito moderno o più semplicemente è dovuto al fatto che i 4 sassofonisti non avevano il tempo di comporre materiale completamente nuovo e originale. Difficile a dirsi, ma la seconda ipotesi sembra tristemente la più probabile. L'urgenza di compiacere invece di incuriosire l'ascoltatore è ciò che rende Summer Horns un bell’involucro, anche allettante, ma vuoto. È simile a un film di successo con un cast stellare ed effetti speciali strabilianti che vi fa passare un'ora e mezza, ma non lascia alcuna impressione a lungo termine. Il talento dei protagonisti è indiscusso, ma in ultima analisi non lascia il segno. Nell’unione dei quattro musicisti è come se ci fosse una sorta di freddo calcolo commerciale finalizzato al successo nelle vendite: proprio ciò da cui ogni vero appassionato di jazz da sempre cerca di sfuggire. In ogni caso il disco scorre fluido e senza sussulti da un pezzo all’altro: e molti sono brani che non faticherete a riconoscere. Da Take Five di Brubeck a God Bless The Child, da You Have Done Nothing di Stevie Wonder a Hot Fun In The Summertime di Sly and the Family Stone. Non mancano I feel Good di James Brown, Always There  di Ronnie Laws e Reasons degli EW&F. Una parata di ospiti prestigiosi completa il quadro con la sfilata di Brian Culbertson, Michael McDonald, Jeffrey Osborne, Rick Braun e Jonathan Butler. Il momento migliore e forse l’unico interessante di tutto il disco arriva alla fine con "Summer Horns", ma suona quasi come una beffa: fa presagire cosa avrebbe potuto essere questa grande collaborazione se Dave Koz e compagni avessero scelto di osare di più e non giocare in difesa, alla sola ricerca del facile successo. Peccato, è un’occasione sprecata, ma tranquilli… come sottofondo di un viaggio in auto o di una serata in compagnia Summer Horns può andare bene lo stesso.

Mark Etheridge - Connected


Mark Etheridge - Connected

E’ un personaggio particolare Mark Etheridge, di sicuro ha dimostrato di essere molto vario nelle sue scelte artistiche. Dopo un'infanzia travagliata (bullismo e problemi con l'identità sessuale), Mark ha evidentemente incontrato anche molte incertezze esistenziali mentre cercava di scoprire chi voleva realmente essere o meglio che tipo di musica voleva veramente fare. Se ci si basasse solo sull’ascolto di "Connected", il suo ultimo album, il tastierista verrebbe classificato senza ombra di dubbio come un musicista di smooth jazz. Tuttavia, quando ha debuttato circa una decina di anni fa, Mark fu considerato un esponente della corrente denominata "New Age": tutto nei contenuti del suo lavoro portava in quella specifica direzione. Il suo secondo album, uscito del 2102, intitolato Change Coming, vide un nuovo ed inatteso cambio di rotta, dato che Etheridge incise un disco incentrato sulla sua voce attraverso delle classiche canzoni “adult oriented”. Ma eccoci al presente, e ad una nuova svolta nella sensibilità musicale di Mark e probabilmente anche nella sua vicenda personale. "Connected" è puro e semplice smooth jazz: limpido, ottimista, pulito e ben suonato. Niente atmosfere rarefatte New Age o canzoni più o meno sofisticate. Qui si tratta di jazz contemporaneo, ovviamente basato sul piano e sulle tastiere, declinato in 10 brillanti composizioni originali nelle quali Etheridge ha proiettato tutto il suo entusiasmo e la sua competenza. Quindi ora, risolto il suo conflitto artistico interiore, ci dice con chiarezza quale tipo di musica preferisce: Connected celebra l'ottimismo derivante da una positiva connessione umana. Si percepisce questo feeling ritrovato e si gode delle buone vibrazioni proprio attraverso la serenità e l’allegria di questo album. Prodotto dal fantastico Paul Brown, Connected è una raccolta di brani davvero accattivanti. A questo punto e visti i risultati, è naturale pensare che è un peccato che al tastierista ci sia voluto tanto tempo per trovare la sua strada nel variegato mondo dello smooth jazz. Alla luce di questa pubblicazione, è chiaro che l'interesse degli appassionati di jazz contemporaneo di tutto il mondo verso Mark Etheridge risulterà enormemente aumentato. In attesa ovviamente di future conferme, forse non del tutto scontate. In ogni caso questo album è molto piacevole e ben congegnato: non ci si potrebbe aspettare niente di meno con un personaggio come Paul Brown al timone della produzione. La perfetta unità di intenti e la sintonia artistica sono sancite dal fatto che Etheredge e Brown condividono la stessa identica band. Un gruppo che oltre al pianista può contare sul bassista Roberto Vally, il percussionista Richie Garcia e il batterista Gordon Campbell. Un formazione completata dalla tromba del sempre eccellente Lee Thornburg e affiancata dal sax di Greg Vail, ciliegine sulla torta le due apparizioni di Paul Brown stesso alla chitarra. Il risultato è inevitabilmente di ottimo livello. Qui non troverete banali campionamenti ne abusi di sequencer e sintetizzatori, gli arrangiamenti invece fanno leva sui classici strumenti suonati da musicisti di indubbio valore. Inoltre tutto il progetto beneficia della qualità intrinseca delle composizioni di Etheridge la cui mano appare particolarmente ispirata. A partire da "Groovin With My Baby", un brano dal sapore romantico pieno di leggerezza e gioia di vivere. "Be Who You Are" ha una melodia molto accattivante che è immediatamente piacevole ma è bello ascoltare come il piano di Mark riesca ad impreziosire il tutto. "Roger That" vanta un sound sofisticato dai toni contemporanei e jazzati: la brillante batteria e la bella sezione fiati la rendono uno dei momenti clou dell’album. "Connected" è un’altra composizione davvero notevole, ricorda il miglior Bob James e mi ha impressionato il suo andamento melodico, così pieno di luminosità e ottimismo. La sezione fiati ed il sax di "Lost in the Shuffle" conferiscono  a questo pezzo un groove tra i più jazz oriented dell’intero disco. "For Your Love" è un'altra meravigliosa traccia con un bel groove, che è toccante e rilassante allo stesso tempo. E c’è anche la fantastica chitarra di Chuck Loeb ad illuminare il brano. "Rain" è delicatissima, ma non melensa: il ritmo lento e il gioco di pianoforte molto discreto la rendono piacevolmente rilassante. Non manca un’escursione nel ritmo latino con l’intrigante "Cherry Cha". "Bing Bang Boom" si rivela una superba vetrina per il puntuale e pulitissimo tocco pianistico di Etheredge. Infine "Soul Clap Honey" arriva a chiudere nel modo migliore l’album: corroborata dal sax potente di Andy Suzuki. Considerando Connected come una sorta di debutto, quanto meno per il contesto dello smooth jazz, non si può chiedere molto di più a Mark Etheridge. Il pianista ha davvero confezionato una collezione di brani pieni di grazia, buon gusto e positività. In ultima analisi questo è un album che può soddisfare una vasta platea di ascoltatori: dall’appassionato di jazz  in cerca di leggerezza al semplice estimatore della buona musica, vale la pena di dedicargli un po’ di attenzione.

Mattias Roos - It Goes On And On


Mattias Roos - It Goes On And On

Ho parlato qualche settimana fa dei Soweco, un gruppo funky soul svedese molto interessante, salito recentemente alla ribalta con i suoi album curati ed eleganti. Nel segno della continuità vorrei oggi prendere in esame il loro leader e tastierista tuttofare Mattias Roos. Il suo ultimo album si intitola "It Goes On And On": andare avanti  è sicuramente il motto che rispecchia il modo d’essere del tastierista svedese, che ritorna con il suo terzo lavoro da solista grazie a questa bella collezione di dieci tracce strumentali. Ancora una volta troviamo Roos molto ispirato e creativo. Scritto, arrangiato, suonato e prodotto in prima persona, "It Goes On And On" è pubblicato sull'etichetta Skytown Records e segue il suo progetto del 2017 "Movin". In comune con il precedente sforzo, il disco mette in evidenza l'inclinazione di Mattias verso una ben congeniata fusione tra i grooves tipici dello smooth jazz e le atmosfere  della vecchia scuola disco/soul. Oltre ad essere ormai un  consolidato solista ed un tastierista richiesto da molti artisti svedesi di alto livello, molti conosceranno Roos come membro della band Soweco che ha formato nel 2011 con il batterista Peter Gustavsson. Come è lecito attendersi, Roos ha traslato un po' di quel suono distintivo in quella che ora è una fiorente carriera da solista, ma nel farlo ha forgiato un'identità molto personale. Certo non bisogna aspettarsi dei contenuti particolarmente impegnati, si tratta pur sempre di un disco di puro intrattenimento, suonato e prodotto con eleganza, ma senza quella profondità propria di progetti decisamente più ambiziosi. Musica piacevolmente allegra e positiva dunque, sulla quale aleggia un sentore di contemporary jazz che va ad insaporire un piatto fondamentalmente pop. Questo è chiaro già dal numero di apertura, il vibrante "Rising To the Top" che è anche il primo singolo ad essere stato trasmesso alla radio. L’album prosegue con l’orecchiabile "It's A Lovely Day" in cui un il contrappunto di fiati si rivela il perfetto accompagnamento per il piano di Roos. Sulla stessa linea ma con un ritmo ancora più coinvolgente, la title track ricorda da vicino alcuni strumentali degli Shakatak ed in più beneficia della chitarra del bravo U-Nam. Il produttore e chitarrista U-Nam è ormai legato a Mattias Roos da un legame che va al di là del rapporto professionale: i risultati della collaborazione sono evidenti sia qui che sull’ultimo album dei Soweco, ma anche nell’ultima fatica di U-Nam stesso. In tutti i casi i risultati sono affascinanti e, così come avviene su "It Goes On And On", si può dire lo stesso di "Back To You" brano nel quale Roos offre esattamente quello smooth jazz da manuale che sa farsi molto apprezzare. In realtà in tutto l’album il tastierista dispensa vibrazioni positive come ad esempio nel contagioso "Bring It On":  ad un esame più attento  entrambi i brani traggono beneficio dall'eccezionale sound di Samuel Olofsson e della sua chitarra. Olofsson contribuisce a sei delle dieci tracce del disco così come il sax di Greger Hillman, un altro membro dell'entourage di supporto di Roos: ad esempio è eccellente la sua esibizione in "Party In My Backyard" dei Ripingtons. "Magical Nights" rivela il lato più delicato della personalità musicale di Roos così come il suadente "Just Cruising" che è semplicemente delizioso nel suo andamento rilassato. 'Spending My Time With You' si avvale dell’intervento elegante del sax di Andrey Chmut, compagno di scuderia alla Skytown Records. Il programma per così dire “più morbido” è completato dalle suggestive atmosfere di "Beautiful Starlights" nella quale la tromba di Markus Asplund è la classica ciliegina su una torta decisamente gustosa. L'album si chiude con una bonus track che è la versione radiofonica di "Rising To The Top". Mattias Roos  si sta conquistando una folta schiera di appassionati estimatori della sua musica grazie alla sua semplice ma elegante formula di smooth jazz. Complici le sue composizioni accattivanti, un eccellente gusto negli arrangiamenti e la necessaria perizia come tastierista sono sicuro che il ragazzo svedese farà parlare a lungo di se.

Bill Withers – Greatest Hits


Bill Withers – Greatest Hits

Bill Withers è stato un cantante d’eccezione. Essendo scomparso qualche giorno fa, mi è parso doveroso dedicargli un piccolo, personale tributo attraverso una recensione su questo blog. Bill ebbe una carriera piuttosto breve ed i suoi album non sono numerosi, anche per questa ragione ho deciso di parlare del suo Greatest Hits, che condensa in 10 significative canzoni tutto il suo mondo musicale. Per poco più di un decennio, Bill si è fatto interprete di uno stile morbido, fatto di atmosfere calde e avvolgenti, caratterizzate dalla sua bella voce profondamente black. Una sorta di icona del genere soul declinato nella maniera più elegante, garbata e sofisticata che si possa immaginare. Nel 1985, a seguito dei suoi contrasti con l’etichetta Columbia, divenuti insostenibili dopo l’uscita del suo album Watching You Watching Me, prese la decisione di scegliere la strada delle collaborazioni con altri artisti di fama per poi ritirarsi definitivamente dall’industria discografica e dedicarsi ad altri interessi. Nonostante la relativa brevità della sua carriera, (1971-1985) nei non molti dischi che realizzò per la Sussex Records e  poi per la CBS, il vocalist originario di Los Angeles seppe toccare le corde delle emozioni di leggende come Booker T. Jones e Stephen Stills. Per non parlare dei milioni di ascoltatori che nel corso degli anni si sono fatti conquistare da brani diventati immediatamente famosissimi come “Lean on Me”, “Use Me” e”Ain’t No Sunshine”. Personaggio all’antitesi degli scatenati urlatori R&B che imperversavano negli ’70 e ‘80, Withers privilegiò sempre un repertorio più confidenziale, caratterizzato da delicatezza e finezza intrinseche, tutti elementi che hanno costruito la base dei suoi lavori fondamentali come ad esempio questo Bill Wither’s Greatest Hits. Le peculiarità che emergono da questa raccolta di successi si possono trovare nelle sonorità nervose delle chitarre, gli spunti funky del basso, il sofisticato contorno degli archi. Ma vanno sottolineate anche l’ariosità delle armonie di contrappunto e la contagiosa energia della batteria che contribuiscono in modo determinante alla costruzione di un sound come quello di Bill. La musica di Withers accarezza gradevolmente i sensi ed è universalmente apprezzata per la sua sincerità ed il suo fervore: la sua splendida voce è in grado di accompagnare ed intrattenere come raramente accade. Incredibilmente, Withers non ottenne mai risultati di vendite particolarmente eclatanti dai suoi dischi, ma il tempo ha restituito comunque all’artista delle belle soddisfazioni. La sua storia di cantante è particolare: dopo aver ricevuto una proposta dalla Sussex mentre lavorava in una fabbrica di sedili per servizi igienici, Withers venne accolto sotto l’ala protettrice dell’organista Booker T. Jones. Con l’etichetta Stax Records alle spalle, Booker T. Jones convogliò alcuni membri della sua band, tra cui Stills e Jim Keltner, nella registrazione dell’esordio discografico di Bill Whiters. La collaborazione con la Sussex/Stax portò a 4 album. La vicenda con la CBS Records fu invece piuttosto travagliata, 5 album in tutto ed un rapporto, come detto, piuttosto conflittuale che sfociò nel 1985 con l’abbandono del mercato discografico in veste di solista. In Greatest Hits è possibile ascoltare due brani registrati durante le sessioni con Booker T. Jones : il brano vincitore di un Grammy Award, “Ain’t No Sunshine” e lo struggente “Grandma’s Hands”. Entrambe le canzoni consentono di apprezzare l’incredibile controllo della voce, lo stile gradevolmente soul e il brillante fraseggio di Withers. Questo stesso album ci consente di apprezzare anche la spiccata propensione di Withers nel trasformare episodi biografici in brani quanto mai coinvolgenti. Le sue canzoni  riescono a far coesistere brillantemente elementi del pop, del gospel, del blues e del soul in un mix davvero coinvolgente. La prova più eclatante di questa inclinazione di Withers per il crossover non è costituita tanto dai brani che pur entrarono nelle classifiche pop e R&B, ma nello stesso DNA delle sue opere migliori. Tutti i brani contenuti in Greatest Hits meritano di essere ascoltati con la massima attenzione. Riproposta in seguito in brillanti covers, eseguite da artisti di fama internazionale, “Use Me” sfrutta un avvincente riff di clarinetto e un tempo mosso per esprimere le sensazioni contrastanti legate a una relazione problematica. Nell’agile “Who Is He (And What Is He to You?)”, Withers mischia di nuovo sapientemente uno spirito dolce a spunti decisamente più amari. In “Lovely Day”, un brano con un arrangiamento indimenticabile e accattivante, Withers tiene una nota per ben 18 secondi. La canzone ottenne un successo talmente clamoroso da spingere un gran numero di star ad eseguirlo nei loro concerti e a registrarne riuscitissime covers (due nomi? Diana Ross e a R. Kelly). Ovviamente, per quanto mi riguarda, i due momenti top restano Just The Two Of Us e Soul Shadows, i due brani con maggiori affinità verso il jazz. Il primo era contenuto in uno degli album più belli del secolo scorso, ovvero Winelight di Grover Washington, Jr. ed è una canzone semplicemente perfetta: dall’arrangiamento all’assolo di sax, per non parlare dell’interpretazione indimenticabile di Whiters. Il secondo era invece parte di Rhapsody And Blues dei Crusaders: nello stesso modo del precedente risulta uno dei brani più belli degli ultimi decenni, proprio grazie alla splendida voce del nostro Bill. Con “Lean on Me” Withers ha poi creato un capolavoro che da oltre quarant’anni continua a fare parte del classico American Songbook. Bill Whiters è un imprescindibile punto di riferimento per ogni cantante soul contemporaneo, al di qua ed al di là dell’Oceano. Lui è stato e sarà per sempre il portavoce ideale della musica soul e R&B e di tutto quel repertorio di canzoni senza tempo esplorato anche da tanti altri grandi artisti. Qualunque sia il vostro genere preferito il Greatest Hits di Bill Withers non può mancare nella discoteca di nessun amante della grande musica.

Robben Ford & Bill Evans – The Sun Room


Robben Ford & Bill Evans – The Sun Room

Due giganti del panorama musicale contemporaneo uniti da un progetto comune, legati da una visione della musica del tutto simile e da un’amicizia e da una stima reciproca di lunga data. Il duo formato dal chitarrista Robben Ford e dal sassofonista Bill Evans, che hanno spesso condiviso il palco e registrato insieme nel corso degli anni, finalmente pubblica un album ufficiale con materiale inedito. Ne è uscita la cosa migliore che i due musicisti hanno dato alle stampe di recente. La band è stata appositamente assemblata con musicisti di altissimo profilo e presenta l’attuale batterista degli Steely Dan, Keith Carlock e il bassista James Genus, che ha suonato con artisti del calibro di Lee Konitz, Michael Brecker, Branford Marsalis e Chick Corea. The Sun Room è esattamente ciò che ti aspetti di ascoltare quando due leggendari musicisti come questi uniscono le forze. E’ un lavoro che possiede molto stile, vanta un’eccellente qualità compositiva, un grande virtuosismo (ma quello era scontato) e quella vena creativa di cui ha bisogno un album di blues, jazz, soul e funk fusi insieme. Bill Evans inquadra bene la tipologia del disco nella sua presentazione: “Ogni tanto musicisti che la pensano allo stesso modo si uniscono per creare qualcosa che trascende i confini musicali ma che può comunque raggiungere un pubblico più ampio. Secondo me, la musica che abbiamo scritto per The Sun Room è senza tempo. Amo blues, jazz, soul, funk e questo album ha tutto ciò, suonato a livelli altissimi. Non posso essere più felice. L’atmosfera era grandiosa durante le registrazioni ed era una gioia esserne parte”. Non molto diversa la dichiarazione di Robben Ford in merito al progetto: “Avendo lavorato con molti musicisti in diversi ambienti, posso dire che questo gruppo ha un’intesa incredibile ed è in grado di navigare in acque inesplorate, abilità fondamentale per improvvisare”. “Fare questo album e suonare con questi musicisti è stata una delle esperienze preferite di tutta la mia carriera musicale”. Musicalmente parlando l’album appare più vicino allo stile di Evans, ma comunque la classe ed il tocco inconfondibile di Ford sono in evidenza. La sensazione è che il sassofono, di solito tenore, ma anche quello soprano, sia lo strumento principale. “The Sun Room” si presenta come un solido disco d’esperienza, in cui la matrice rock blues traccia delle linee musicali che si intersecano con l’architettura jazz-fusion. Non c'è da meravigliarsi che i due abbiano deciso di convogliare i loro sforzi artistici per creare un suono vincente, così perfetto che sembra realmente nato da un interplay naturale, quasi fisico. Uno dei segreti dell’album sta nell'interpretazione che Ford da al suo personalissimo modo di suonare la chitarra. Da giovane ha studiato il sassofono ed è per questo che il suo sound ed i suoi assoli sono basati proprio su quello strumento ad ancia. Dall’altra parte c’è Bill Evans, cioè un sassofonista che da sempre è molto attento a confrontarsi con lo stile dei musicisti che lavorano con lui. Per Bill il termine fusion ha un significato molto più ampio e variegato della semplice commistione di generi diversi. I brani contenuti in The Sun Room sono tutti di notevole spessore e spaziano con disinvoltura tra le varie anime che contraddistinguono i due solisti. Si va dalla fusion be bop di Star Time al blues di Pixies, dalle complesse e apparentemente improvvisate Stange Days e Bottle Opener; al fascino di un vecchio pezzo jazz traslato all’era moderna come Catch A Ride fino a Gold On My Shoulder, con quel pop jazz cantato tipico di Robben Ford. Molto interessanti anche la trasversale Insomnia (con un altro intervento cantato di Robben) e la jazzata e quasi “Davisiana” Big Mama. I due grandi ed esperti strumentisti insegnano alle nuove generazioni come si possa essere eleganti e concreti, senza tuttavia esagerare con il virtuosismo a tutti i costi, spesso troppo frequentato ai giorni nostri. Inutile sottolineare come Bill Evans dimostri di essere un sassofonista moderno e vario, dotato di una timbrica molto coinvolgente che lungo tutto il percorso del disco dispensi emozioni e calore. Analogamente Robben Ford fa sfoggio della sua chitarra dalla voce piena e tagliente, carica di blues ma sempre pronta a confrontarsi in modo naturale con ogni genere musicale. Una menzione doverosa e meritata va ovviamente alla sezione ritmica nella quale Keith Carlock e James Genus non si limitano a svolgere un ruolo di supporto a Ford e Evans ma si ritagliano un posto di rilievo nell’economia della registrazione. In ultima analisi ci troviamo di fronte ad un album che è vario e tuttavia omogeneo, come raramente capita di ascoltare. Semplicemente fantastico.

Andy Bey – Shades OF Bey


Andy Bey – Shades OF Bey

Il cantante preferito di John Coltrane. Questo è il marchio che Andy Bey si porta appresso: tuttavia lui è uno dei tanti artisti del jazz non abbastanza celebrati e, seppur goda di un piccolo seguito che lo apprezza senza riserve, non è così famoso come dovrebbe essere. Bey è un interprete che possiede una ampia gamma vocale, che parte da una tonalità su base baritonale, ricca e piena, ma può estendersi con naturalezza anche più in alto. Nato e cresciuto a Newark, nel New Jersey, non lontano da New York, Bey ha avuto frequentazioni con il jazz fin da bambino iniziando a cantare di fronte al pubblico già all'età di otto anni. Curiosamente in alcune di queste esibizioni era accompagnato da un grande del sax tenore come Hank Mobley. Incredibilmente Bey aveva solo 13 anni quando, nel 1952, registrò il suo primo album da solista, Mama’s Little Boy's Got the Blues e ne aveva 17 quando formò il gruppo Andy & the Bey Sisters con le sue sorelle Salome e Geraldine. Il gruppo registrò anche tre album (uno per la RCA Victor nel 1961, due per la Prestige nel 1964 e 1965), prima di sciogliersi nel 1967. La voce da baritono di Andy Bey è ovviamente invecchiata con il passare degli anni, ma lo ha fatto con un processo di maturazione e se vogliamo di evoluzione che l’ha persino migliorata. Oggi suona ancora più calda e pastosa che agli inizi della carriera. Sull’album Shades of Bey datato 1998, la bella voce di Andy Bey arde di un fuoco intimo e coinvolgente. Proseguendo con l'atmosfera raccolta e riflessiva iniziata in modo mirabile sul precedente disco per solo piano e voce intitolato Ballads, Blues e Bey, anche qui il cantante afroamericano si esibisce in due brani accompagnato solo da una chitarra (al posto del piano): "Like a Lover", che è un adattamento vocale di "O Cantador" e " Drume Negrita ", che invece è una "ninna nanna afro-cubana". Sul resto delle tracce è viceversa accompagnato da un variegato gruppo di musicisti che assecondano a dovere il talento di Bey durante le parti strumentali, mantenendo una omogenea continuità di atmosfere. Un clima da notte fonda, profondo, caldo ed interiore. Andy non interpreta il canto con un eccesso di variazioni tonali, (anche se in "Last Light Of Evening" fa un uso efficace del suo falsetto) piuttosto  preferisce alternare con parsimonia la sua pur ampia gamma vocale. Predilige usare la voce per creare un'atmosfera intensamente confidenziale, che brilla di passione sincera senza scivolare nell’esagerazione. Tuttavia se vuole può anche essere esuberante, come nel delizioso scat di "Believin 'It". Su quella traccia, così come su "Straight, No Chaser" di Monk (qui chiamata "Get It Straight") Bey mette in atto una particolare interpretazione jazzata del rap che si alterna con una vocalizzazione in tecnica scat. Un modo sorprendente per illustrare a modo suo la continuità tra due tradizioni musicali che a prima vista potrebbero sembrare mondi a parte. Andy Bey è anche un abile pianista, che adatta con sensibilità ed una notevole agilità il suo strumento alla voce. Un buon esempio lo troviamo nelle due ballate "Some Other Time" e "Dark Shadows", quest’ultima con un bellissimo andamento blues. Ma è altrettanto valido nell’accompagnarsi nella romantica "Midnight Blue", oppure in "Believin'It" e  nell'indimenticabile "Blood Count" di Billy Strayhorn (ridenominata "Last Light Of Evening". Geri Allen si siede al piano al posto di Bey in "The Starcrossed Lovers" di Ellington ("Pretty Girl" nella versione di questo disco) e dimostra lo stesso orecchio educato e sensibile del cantante nell’adattarsi agli altri musicisti. Piuttosto sorprendente è la cover di "River Man" di Nick Drake, un brano singolare e appassionato reso con trasporto da un ispirato Andy. Una nota gradita tra i membri della band è la presenza del sax di Gary Bartz, il cui contralto è magnifico in "Midnight Blue" e solamamente un filo più sobrio, ma non meno preciso e fiammeggiante in "Dark Shadows" e "The Last Light of the Evening". Bartz e Bey condividono un destino comune: sono grandi interpreti del jazz che non hanno ricevuto fino in fondo i riconoscimenti che meritavano. Un grande fallo della critica che avrebbe dovuto essere più attenta nei confronti di artisti che invece hanno lasciato un segno tangibile del loro talento. La speranza è che un album bello ed intenso come Shades Of Bey, realizzato con il cuore e con ottima tecnica possa restituire sia a Andy Bey che, di riflesso, a Gary Bartz almeno parte dell'attenzione che meritano.

Wilbert Longmire – Revolution


Wilbert Longmire – Revolution

Torno ad occuparmi di rare grooves andando a ripescare una vera rarità discografica, pubblicata da un musicista che risulterà sconosciuto alla maggior parte di voi. Wilbert Longmire, che purtroppo è scomparso un paio d’anni fa all’età di 77 anni, è stato un rinomato chitarrista soul jazz, attivo sulla scena musicale di Cincinnati fin dai primi anni '60. Fu però solo intorno al 1968 che registrò in quel di Los Angeles, il suo album di debutto Revolution, realizzato con la direzione artistica del grande Joe Sample. Negli anni seguenti lavorò nella Big Band di Gerald Wilson e con l’organista Rusty Bryant. Finalmente nel 1976 uscì un suo nuovo lavoro per un etichetta indipendente, intitolato This Side Of Heaven. Su raccomandazione di George Benson, che era suo amico, fu introdotto a metà degli anni ’70 alla corte di Bob James, che lo mise sotto contratto con la neonata etichetta Tappan Zee, che in quel momento era alla ricerca di nuovi artisti da lanciare. Fu questa la parziale svolta della sua carriera poiché gli fu data l'opportunità di registrare alcuni album con una discreta promozione. Uscirono così Sunny Side Up ed in seguito Champagne, Back Is The Color e With All My Love; dopo di questi però di Longmire non si ebbe più notizia. Dotato di un tocco piuttosto personale e una sonorità estremamente piacevole, Longmire ha fatto della morbida fusione tra soul e jazz un vero e proprio marchio di fabbrica sul quale la tipica, opulenta produzione del Bob James di quegli anni impresse un’impronta molto forte. In questa sede vorrei però parlarvi proprio del suo primo album, Revolution. Prima di tutto perché è quello con il più spiccato orientamento verso il jazz e probabilmente anche perché è il più genuino e spontaneo tra i non molti della sua carriera. Registrato con la lucida produzione di Joe Sample vede la partecipazione di Wilton Felder al sax, Paul Humphrey alla batteria, Leon Spencer, Jr. all’organo e il basso affidato a Larry Gales e Ron Johnson. Gli arrangiamenti prevedono anche una sezione d’archi ed una di fiati per aggiungere un po’ di colore alle sonorità del progetto. Il vinile (dato che non è mai stato riversato su cd) è estremamente raro ed è molto difficile reperirlo. In questo momento è più semplice cercare su YouTube e, se interessati, ascoltarlo direttamente lì. Revolution è un classico esempio di soul jazz strumentale della fine degli anni ’60, dove la voce della chitarra di Longmire è assolutamente al centro della scena, ma non per questo vengono offuscati gli altri solisti che sono Wilton Fleder e Leon Spencer, Jr. E’ interessante notare come ad inizio carriera il bravo Wilbert avesse un tocco decisamente più ruvido e jazzato. L’album si apre con Scaborough Fair / Canticle: il classico conosciuto per la versione di Simon & Garfunkel viene eseguito molto veloce ed è sostanzialmente irriconoscibile anche e soprattutto per l’arrangiamento decisamente soul jazz. Non è l’unica cover presente su Revolution, anzi, per la verità, il disco è totalmente assemblato su composizioni di altri autori ad eccezione di un unico brano firmato dallo stesso Longmire (Movin’ On). Una dopo l’altra troviamo l’evergreen di Burt Bacharach This Guy’s In Love With You, la celebre Revolution dei Beatles, il tema del film The Fox firmato da Lalo Schifrin, lo standard di Rodgers & Hart Bewitched, Somebody Loves You portata al successo dai Delfonics ed infine Give It Up Or Turn It Loose che tutti conosciamo interpretata da James Brown. In ultima analisi è un mix di grandi successi di quel particolare momento storico che va dal 1965 al 1969 che Wilbert Longmire reinterpreta in modo molto personale sotto la puntuale supervisione di un maestro come Joe Sample. Curiosamente è proprio l’originale del chitarrista di Cincinnati ad essere il brano più interessante: Movin’ On si muove su un’architettura blues e l’assolo di chitarra di Wilbert è particolarmente ispirato, allo stesso modo di quello di organo di Leon Spencer. Molto coinvolgente anche il sax di Wilton Felder che possiede proprio quella sonorità soul che si sposa perfettamente con l’andamento del pezzo. Personalmente mi è piaciuta molto anche la versione giustamente swingante di Bewitched, dove Longmire dimostra di avere nelle dita un fraseggio jazzistico davvero convincente, anche su uno standard come questo. Give It Up Or Turn It Loose  vanta un arrangiamento molto potente e pur mancando la voce del grande James Brown riesce ad essere altrettanto coinvolgente, grazie anche ad una ritmica sempre gagliarda. Il passaggio di Wilbert Longmire sulla scena internazionale è stato piuttosto fugace essendosi esaurito nell’arco di soli 10 anni. A livello discografico la sua eredità è tutta racchiusa nei 6 dischi citati, dato che a partire dagli anni ’80 non entrò più in sala di registrazione per alcun progetto solista, limitandosi ad esibirsi nella sua Cincinnati fino al 2005. E’ triste notare che, dopo la sua esperienza con la Tappan Zee, Longmire è praticamente scomparso dai radar degli appassionati per moltissimi anni. Solo recentemente i suoi album più importanti sono stati ristampati nel Regno Unito e in Giappone. Il suo lavoro può inoltre essere ascoltato in una compilation intitolata "The Very Best Of Tappan Zee", che raccoglie alcuni dei suoi brani più significativi ed in un album tutto dedicato alla sua musica intitolato The Best Of Wilbert Longmire. Che sia attraverso le raccolte o, meglio ancora, con un album come Revolution, credo davvero che valga la pena cercare di riscoprire un talento dimenticato come quello di questo originale chitarrista.

Mark Lettieri – Sparks And Echo


Mark Lettieri – Sparks And Echo

Direttamente da quel formidabile laboratorio musicale che conosciamo con il nome “Snarky Puppy” ecco un altro incredibile talento che a partire dal 2011 ha trovato la sua strada solistica, sia pure in parallelo con le avventure dell’acclamata band con sede a Brooklyn. Questa volta vi parlo di Mark Lettieri, un eccezionale chitarrista texano che ha suonato dal vivo o registrato in studio con artisti di ogni genere, tra cui David Crosby, Erykah Badu, Kirk Franklin, 50 Cent, Eminem, Snoop Dogg, Lalah Hathaway, Phillip Phillips e persino Pat Boone. Fin dal primo ascolto ho pensato che Lettieri avesse quella particolare attitudine verso la chitarra elettrica che è in egual misura permeata di jazz, di blues e di rock, come succede ai giganti di questo strumento, quali ad esempio Steve Lukather, Larry Carlton, Buzz Feiten o il conterraneo texano Eric Johnson. Inoltre Lettieri dimostra anche una profonda conoscenza del funk ed un altrettanto spiccato senso del groove. Le sue composizioni, che sono complesse e articolate, quasi matematiche, pur essendo piene di interessanti cambi di accordi ed entusiasmanti progressioni melodiche non dimenticano di colpire il cuore. Una prerogativa che si può certamente attribuire anche agli stessi Snarky Puppy, band di cui Lettieri continua a far parte. Prima di questo Sparks And Echo, Mark aveva già pubblicato un album intitolato Knows ed in seguito un EP che, nella sua brevità, davvero non conosceva punti deboli. Nel 2016 è tornato con Spark And Echo e mi rendo conto che la descrizione data del precedente lavoro si può tranquillamente sovrapporre a quella di questo nuovo disco che quindi è un altro eccellente tassello del mosaico artistico di questo chitarrista. Anche qui ci troviamo di fronte ad un trio formato dalla chitarra del leader con Wes Stephenson che si unisce al basso e Jason Thomas alla batteria. Shaun Martin e Bobby Sparks sono lì per fornire un contributo discreto di tastiere quando occorre. Il bravissimo Mark mostra ancora una volta uno speciale talento per le composizioni, terreno scivoloso, dove lui riesce a fondere molto bene la melodia con un’assoluta padronanza della chitarra. E’ interessante notare che proprio grazie a questo raro mix tra tecnica, complessità della scrittura ed efficacia della melodia Mark Lettieri mantiene alto il livello di tensione e coinvolgimento dei suoi album. "Goonsquad" è un modo perfetto per iniziare un album: un vivace funk venato di rock nervosamente pieno di cambi armonici e fulminanti fughe chitarristiche. Il successivo brano "Little Minx" è decisamente più duro: ma la complessità è di gran lunga superiore a quella di un tipico hard rock. Da ascoltare l’assolo di synth di Shaun Martin sullo stile di Jan Hammer. "Spark and Echo" è in grado di provocare grandi emozioni fondendo un suono quasi metal con momenti di spiccata sensibilità musicale. Sulla particolare "Summer Salt" Mark ci fa apprezzare il suo fingerpicking ricamato sopra una ritmica più swing. Momenti di delicatezza estrema ci vengono regalati dalla lenta "Montreal" che presenta anche un bell’assolo di basso di Stephenson. Verso la fine, Lettieri curiosamente trova spazio per una cover di un celebre brano pop: "Everybody Wants To Rule The World". Sebbene una canzone dei Tears For Fears possa suonare un po’ fuori tema nel contesto di un album come Sparks And Echo la resa strumentale è abbastanza originale, e anche se piuttosto fedele all’originale, non manca del personale tocco del chitarrista texano. Lettieri sfiora il blues in Red Racer declinandolo alla sua maniera ed inserendo momenti di potente rock. Il rock che è presente anche in un brano come Slant, che suona tuttavia più progressive che in altre circostanze di questo variegato disco. Crystal Palace riporta Lettieri sui sentieri della fusion, consentendo una volta di più di apprezzare la sua raffinatezza nel fraseggio. Su Sparks And Echo il bravissimo Mark Lettieri si discosta dalle atmosfere tipicamente jazz rock che fino a qui lo avevano contraddistinto, e pur abbandonando quello stile va ad esplorare un linguaggio più duro e spesso vicino alle sonorità a cavallo tra il metal (molto tecnico, ovviamente), il blues e l’hard rock. Le affinità con gli Snarky Puppy ci sono, ma chiaramente il chitarrista percorre qui una strada personale e per molti versi originale. Coloro che apprezzano i contenuti maggiormente orientati verso il jazz non troveranno molto materiale di cui godere in questo album del 2016. Ma per tutti gli amanti del jazz rock, della chitarra elettrica e della più virtuosa delle sue interpretazioni, Sparks And Echo sarà una vera e propria leccornia da gustarsi ad alto volume.

Shaun Martin – Focus


Shaun Martin – Focus

Gli Snarky Puppy sono una delle realtà più interessanti del panorama internazionale. Oltre ad aver pubblicato degli album eccellenti, nelle fila di questo particolarissimo collettivo musicale militano alcuni musicisti dotati di un grande talento e di un’innata abilità compositiva. Gli Snarky Puppy si sono dimostrati di fatto una vera fucina di artisti pronti a brillare di luce propria. Tra i veterani della formazione spicca il tastierista Shaun Martin, uno di quei musicisti talmente personali da essere riconoscibile anche semplicemente nel ruolo di sideman. Shaun Martin, dopo l'acclamata uscita del suo debutto discografico Seven Summers è tornato in studio per registrare un progetto concettualmente più semplice e sicuramente più agile ed asciutto. Quando c’è Shaun, che sia in una band o che agisca da solista, lo si riconosce subito. Ci puoi percepire il suo stile, la sua influenza, la sua presenza. Diviene subito parte fondamentale di ogni realtà nella quale opera. Ma qui si tratta di un classico trio jazz, con il pianoforte acustico come centro focale, e non a caso l'album s'intitola Focus. Martin opta dunque per il pianoforte anziché mettere mano sulle sue abituali tastiere, dando alla musica nel suo complesso una decisa virata verso il jazz. La band è completata da due suoi collaboratori abituali come AJ Brown e Jamil Byron, ma non mancano gli ospiti speciali nelle figure di Keith Taylor e Robert 'Sput' Searight. A proposito del nuovo disco lo stesso Shaun dice: "Volevo tornare ad innamorarmi del pianoforte". In effetti il pianista sembra trarre una grande ispirazione dal formato del trio: nel cuore e nella mente Martin tiene salde le sue dichiarate fonti d’influenza, vale a dire alcuni grandi maestri come Bill Evans, Oscar Peterson e Keith Jarrett. L'atmosfera particolare del classico trio jazz, nel quale l’interplay fra i musicisti diventa spesso quasi magnetico è per Shaun Martin la base perfetta sulla quale tessere e ricamare uno dopo l’altro i sette brani dell’album. L’ispirazione e la reverenza verso i suoi modelli stilistici è forte ma Shaun Martin, come d’abitudine, si impossessa dell’architettura per lui inedita con grande personalità, esprimendosi in assoluta scioltezza.  Ne viene fuori un jazz scattante, vibrante e moderno, comunicativo ai massimi livelli; in questo caso, mancando i fiati, lo si troverà giusto un po’ meno funky ed arrembante rispetto al modello in formato orchestrale al quale ci hanno abituati gli Snarky Puppy. Nel disco ci sono due standard come Recorda-me e Body And Soul a fare da cornice alle cinque composizioni originali del pianista, che rappresentano il fulcro del progetto. La bella melodia di Joe Henderson "Recorda-me" viene interpretata in modo entusiasmante ed anche la classica "Body And Soul" viene trattata con perizia, delicatezza e molto rispetto per uno standard celeberrimo come questo. "Festina Lente" è ottimista e avvincente, ma anche ipnoticamente attraente nella sua particolarità. "Focus" è un brano che aggiunge molta intensità, sostenuto da una ritmica più marcata che va quasi a sfiorare le dinamiche della fusion. "Triad" è decisamente più compassato ed intimista ma non per questo meno interessante. "Miss Genell" è un pezzo pieno di swing ed ironia che dona un tocco di leggerezza in più. Già durante la sua presenza negli Snarky Puppy sono rimasto molto impressionato dallo stile, dalla grazia e, non ultima, dalla versatilità che Shaun Martin mette in mostra con le sue tastiere, doti qui confermate da un più che positivo ritorno all’uso esclusivo del pianoforte acustico. Peccato che il lavoro abbia una durata complessiva di soli 30 minuti, al giorno d’oggi praticamente un mini-album, francamente troppo poco. Le sensazioni sono così piacevoli che davvero se ne vorrebbe molto di più. Al bravo Shaun Martin probabilmente manca ancora un piccolo step per padroneggiare fino in fondo le complesse sfaccettature del jazz classico e conseguentemente  per arrivare alle vette dei grandi del passato. Tuttavia con questo “Focus” Martin fa capire di essere sulla strada giusta  ed il tempo è di sicuro dalla sua parte. Consigliato.

Gary Bartz – Music Is My Sanctuary


Gary Bartz – Music Is My Sanctuary

Gary Bartz è un sassofonista afroamericano con una lunga carriera alle spalle ed un curriculum artistico pieno di collaborazioni molto prestigiose. Tra queste importantissime furono quelle con Charles MIngus, Art Blakey, McCoy Tyner e perfino Miles Davis. Come solista e specialista del sax alto e del soprano, ha al suo attivo 30 album che spaziano dal bop al free jazz, passando attraverso parentesi nel funk e nel soul-jazz. Mi voglio soffermare su un disco in particolare che vide la luce nel 1977 intitolato Music Is My Sanctuary.  Questo lavoro di Bartz è un interessante esempio di jazz funk e uno dei più indovinati tra gli album prodotti dai Mizell Brothers negli anni '70. Questi ultimi sono stati un team di produzione (erano due fratelli) molto importante nel decennio che va appunto dal 1970 al 1980. Un periodo durante il quale collaborarono con Donald Byrd, i Blackbyrds ma anche i Jackson’s Five, Michael Jackson, Bobbi Humphrey, Edwin Starr e molti altri. I due erano dei formidabili maghi dello studio di registrazione, in grado di concentrare anche su un artista jazz tradizionale, come era Gary Bartz, il loro tocco leggero e funk in un modo intelligente e non banale. Queste produzioni molto curate erano in grado di espandere le possibilità espressive di un artista legato a mondi più conservativi con un uso sapiente delle tastiere, delle percussioni e degli arrangiamenti vocali per arrivare ad un sound soul jazz molto stimolante. In realtà questo album di Gary Bartz è la seconda collaborazione tra il sassofonista ed i Mizell Brothers, probabilmente è anche quella che ha ottenuto più consensi di critica e di pubblico. "Music Is My Sanctuary"  è diventato un classico del funk jazz in moltissime collezioni di dischi, mettendo in mostra il suo connubio tra le caratteristiche tastiere di Mizell affiancate al sax alto di Gary, qui diventato ovviamente più soul che bop. A completare il quadro c’è sempre una parte vocale arrangiata in maniera sapiente. Va sottolineato come Gary Bartz fosse coadiuvato da un gruppo di musicisti disco-jazz-fusion di livello assoluto, cosa che gli consentì di imboccare la stessa rotta di Donald Byrd, portando con se anche un carico di nuovi elementi di funk, soul e una sorta di anticipazione della disco mania che da lì a poco diventerà una realtà in tutto il mondo. Considerata la naturale leggerezza intrinseca di un prodotto come questo è normale allora che i puristi manifestassero la consueta disapprovazione se non addirittura disprezzo per la nuova direzione intrapresa da Bartz (che poi era la stessa che già altri musicisti jazz avevano adottato nello stesso periodo). A fronte delle critiche, tutti quelli che avevano una visione un po’ più aperta del jazz, di fatto meno elitaria, trovarono nell’accoppiata Bartz / Mizell un formidabile motivo di interesse. Certo il materiale era fortemente orientato verso il soul jazz e ovviamente suonava molto più facile e meno impegnato del classico hard bop, ma non per questo non vi si possono trovare spunti di coinvolgimento. E non poco contribuì all’operazione l'aggiunta della bella voce di Syreeta Wright. La guida produttiva del Mizell Brothers portò Bartz in territori inusuali per lui  come per altri  musicisti jazz, anche se molti di loro esploravano con passione vera le stesse strade già da qualche anno. I risultati di questa “sperimentazione” sono stati molto validi avendo generato le pubblicazioni discografiche più raffinate del periodo funky di Gary Bartz. Music Is My Sanctuary è un classico del funky perduto, un revival di suoni vintage e rare grooves tra i migliori degli anni ‘70. Se vi piacciono gli album di Donald Byrd o di Bobby Humphrey di quel periodo, anche questo lavoro di Gary Bartz sarà di vostro gradimento. Si tratta di quel groove jazz funky soul che pur essendo ormai piuttosto lontano dal jazz classico ha pur sempre una sua ben precisa connotazione stilistica ed una affermata personalità. Un sassofonista come Gary Bartz ha saputo trovare una sua collocazione all’interno di questa corrente, attraversando la sua fase di musica funk jazz con profitto, anche se di fatto non abbandonerà mai completamente il jazz mainstream, stile per il quale il musicista è più rinomato. Gli assoli all’interno del disco sono eccellenti, così come è lecito attendersi da un maestro del sax alto come Bartz. Se c’è un punto debole in questo disco è proprio da ricercare nel fatto che Gary non indugiò abbastanza sui suoi momenti da solista, sciorinando con maggiore libertà quei fraseggi brucianti di cui sappiamo che è capace. Gary Bartz è un grande maestro del sassofono contemporaneo ed anche uno dei più sottovalutati. Iniziando da un album leggero come Music Is My Sanctuary si può poi ripercorrere idealmente le tappe della sua lunga carriera, andando ad ascoltare i lavori più classicamente jazzistici, come “Libra” o “Another Earth”. Nella sua discografia c’è sia la qualità che la varietà.

Lindsay Webster – A Woman Like Me


Lindsay Webster – A Woman Like Me

C’è un vasto pubblico che richiede uno stile di musica adulto, sofisticato e piacevolmente orientato verso il jazz contemporaneo. In passato alcune cantanti dominavano con continuità la scena in un contesto di questo tipo: ovviamente il primo nome che viene in mente è quello di Sade. Ma la bravissima star Afro-Londinese non da segni di attività da un po’ di tempo. Ecco allora che la brava Lindsey Webster ha saputo conquistare il suo spazio per soddisfare questa (forse) temporanea carenza. Ho già parlato della cantante di New York in un precedente post (Love Inside) ma mi piace ricordare che nel breve volgere di un paio d’anni la Webster è passata dall’essere pressoché sconosciuta al ruolo di nuova grande protagonista del crossover jazz. E ora, con l’uscita del nuovo album A Woman Like Me, Lindsay sembra potersi prendere una posizione ancora più preminente. Tutto iniziò nel 2016 con un singolo intitolato "Fool Me Once" che inaspettatamente raggiunse il numero 1 della classifica Contemporary Jazz di Billboard. Fatto significativo, visto che parliamo di una hit parade che dopo la Soldier Of Love di Sade, per sei anni consecutivi era stata dominata solamente da brani strumentali. Il successo da quel momento non ha più conosciuto pause e ha dimostrato che la ragazza non era stata solo fortunata, ma la sua bravura e la sua classe erano frutto di talento e lavoro duro. Probabilmente la Webster si è trovata con un repertorio apprezzabile al momento giusto ma la sua rapida scalata è ampiamente meritata. Il motivo è presto detto: parte dalla sua voce che è sensuale, naturale, senza alcuna forzatura. Una vocalità che seduce senza l’uso di una tecnica esasperata, ma piuttosto con un tono confidenziale e amabilmente regolare. Inoltre A Woman Like Me si avvale della presenza di alcuni musicisti di livello assoluto che nei precedenti lavori della cantante non erano nemmeno immaginabili. Avere una sezione ritmica con Nathan East (basso), Vinnie Colaiuta, (batteria) e Luis Conte (percussioni) è una straordinaria base per mettere insieme un disco di valore. Questi autentici fuoriclasse della musica contemporanea non fanno altro che aggiungere un tocco in più alla musicalità complessiva di Lindsay Webster: in sostanza arricchiscono ulteriormente una formula vincente che ancora una volta vede la produzione del suo tastierista ed ex marito Keith Slattery. La brava cantante ha dunque deciso di procedere nel segno della continuità, ponendo A Woman Like Me in un contesto indubbiamente ben conosciuto dai suoi fan e di conseguenza non troppo lontano dai due precedenti dischi registrati per la Shanachie Records. Con coerenza e rimarcando i suoi punti di forza la Webster da oggi alla luce un album molto soddisfacente ed ancora una volta molto accattivante per una vasta platea di ascoltatori. Una canzone come "Feels Like Forever" conferma perché era saggio attenersi alla formula già sperimentata. Come d’abitudine, si tratta di una melodia dagli echi pop ma sostenuta da una tessitura sofisticata di accordi jazz: il tutto è ovviamente eseguito con strumenti reali e degli ottimi cori  (di cui la bella Lindsay si occupa personalmente). I temi trattati sono l’amore ed il romanticismo ma senza banalità, vale a dire la più classica delle basi su cui imbastire una canzone. La coppia Webster-Slattery trae spesso ispirazione dalla premiata ditta Bacharach-David, tuttavia "Close To You" non è una cover ma un bel pezzo funky declinato in mid-tempo. Il brano si avvale di un bell’assolo di chitarra in stile George Benson del chitarrista abituale della Webster, Mike DeMicco. Anche "Running Around" ha lo stesso tipo di groove, ma in questo caso la chitarra di Tony DePauolo ha il morso del rock anziché del jazz. Gli arrangiamenti sono indovinati, puliti, freschi e non invadenti. Interessante anche la base musicale su cui è costruita "Only You": si lascia molto spazio per l’esecuzione della cantante e si mettono in risalto i suoi testi. Ancora meglio è "One Step Forward" pezzo nel quale risultano in evidenza sia Nathan East che Luis Conte, con il piano di Slatterly che delicatamente si adatta al ritmo rilassato della canzone. Se tutto l’album non è obbligatoriamente da considerare jazz contemporaneo, il feeling è però chiaramente orientato su di esso  esaltando così Lindsay Webster, che dimostra di avere una grande confidenza con quello stile. C’è anche lo spazio per gustarci un assolo di basso di Nathan East che tra l’altro ci vocalizza sopra in stile scat. L'album si chiude con l'unico non originale, l'onnipresente "Somewhere Over The Rainbow". "A Woman Like Me" ci dice che la Webster possiede un’innata abilità nel dispensare emozioni, ma non manca di grinta e personalità, dosando perfettamente ogni ingrediente nelle sue canzoni. Non mi dispiacerebbe ascoltare la cantante impegnata in qualcosa di ancor maggiormente orientato verso il jazz, ma non è da escludere che nei prossimi lavori questo possa succedere. Lindsay Webster è una cantante che rifugge la sterile rincorsa alle tendenze attuali, preferisce padroneggiare la sua consolidata ricetta musicale: per lei questo è la garanzia di vedere sulla sua proposta apprezzata sia oggi che tra molti anni. Lindsay sarà la reginetta del palcoscenico del contemporary jazz ancora per molto tempo.

Miles Davis – Rubberband


Miles Davis – Rubberband

Miles Davis è indubbiamente una delle figure più importanti della storia della musica del ‘900. Lui è stato prima di tutto un grandissimo compositore, un innovatore rivoluzionario ed un leader carismatico. Secondariamente fu anche il trombettista che tutti conoscono e che ha praticamente inventato il suono denominato "cool jazz". Un peculiare stile jazzistico che ha scosso la scena musicale tra la fine degli anni '50 e l'inizio degli anni '60. Dal punto di vista estetico ed esecutivo Miles privilegiò sempre il ruolo dello spazio e della sottrazione, quasi a incarnare la frase fatta inglese "less is more" (meno è di più).  Tuttavia, non molto dopo aver pubblicato diversi album storici durante il suo periodo d’oro, tra cui "Round About Midnight e Kind of Blue", Davis abbandonò quella strada per seguire il suo instancabile desiderio di reinventarsi pur mantenendo il sound controllato ed etereo della sua tromba che lo ha reso famoso. Ad esempio abbracciò tra i primi la svolta elettrica nel jazz come nel celeberrimo In A Silent Way, o nel discusso Bitches Brew. Non certo gli unici esempi di ibridazione tra il jazz e l’elettronica, ma sicuramente tra i più significativi. La volontà di Davis di adottare le tendenze contemporanee gli ha fatto attraversare 50 anni di storia della musica stando sempre un passo avanti alla maggioranza dei musicisti jazz. Almeno fino agli anni '80, quando i suoi lavori, forse troppo carichi di sintetizzatori ed altre sofisticazioni non acustiche, finiranno per diventare più pop che jazz, rendendo oggi  tutto inevitabilmente datato. Con la sola eccezione dell’eccellente Tutu del 1986. D'altra parte è nota l'idiosincrasia che l'artista maturò a partire dagli anni '70 verso ogni forma di jazz classico. Miles Davis è mancato nel 1991 e da allora a suo nome sono uscite solo compilation ed antologie. Questo fino al Settembre del 2019 quando inaspettatamente è stato pubblicato un album postumo intitolato Rubberband, la registrazione dimenticata di Miles Davis. Il trombettista iniziò Rubberband nel 1985, quindi prima di Tutu, ma abbandonò il progetto lo stesso anno. Da lì a poco sarebbe passato allo storico album condiviso con Marcus Miller e nessuno pensò più a Rubberband per oltre 30 anni. Ora i produttori originali Randy Hall e Zane Giles, insieme al nipote di Davis, Vince Wilburn, Jr., che suonò la batteria su Rubberband nel 1985, si sono uniti per completare il progetto e pubblicare finalmente il risultato finale. Miles Davis aveva stabilito di inserire le voci di Chaka Khan e Al Jarreau, ma questo non è stato possibile in fase di produzione e così al loro posto sono stati scelti Ledisi, Lalah Hathaway e lo stesso Randy Hall. In più laddove Miles Davis non aveva completato una canzone, Hall, Giles e Wilburn, Jr. l'hanno finita al suo posto. Ebbene, dopo l’ascolto del disco, diciamo subito che, anche se il risultato non convince del tutto, manifestando qualche lacuna di troppo, emana comunque un fascino ipnotico e intrigante. Solo a tratti l'album suona come dovrebbe essere un lavoro di Miles Davis, questo è vero, e tuttavia il discorso cambia parecchio nei pezzi strumentali, quelli in cui possiamo riassaporare le traiettorie della tromba davisiana che emergono da una distesa di suoni sintetizzati. Per fortuna la produzione ha dato spazio anche al leader e sia pure su basi ritmiche funky ed elettroniche ci restituisce le sue improvvisazioni libere e di gran classe. Tra i brani cantati il più convincente è Rubberband Of Life, protagonista la brava Ledisi. Qui c’è il tipico Davis con le sue fulminanti incursioni di tromba: emozioni estreme in poche note. Giudicando l’album senza pregiudizi si sente come Miles interpretasse a modo suo le varie tendenze degli anni '80. E’ risaputo che la musica che lo circondava lo incuriosiva e ne era attratto: "Give It Up" è il jazz visto attraverso l'obiettivo del funk di Prince miscelato con George Clinton, mentre "This Is It" mostra lampi di glam rock alla Scritti Politti (un’altra delle fisse del Miles di quegli anni). Certo il fatto che Davis avesse preferito i sintetizzatori rispetto ai fiati ed i sintetizzatori o i campionamenti rispetto agli strumenti veri è sempre qualcosa di difficile da digerire, ieri come oggi. Le idee musicali, non molte in verità, ci sarebbero pure anche se nel complesso appare tutto piuttosto leggerino, specialmente nei brani cantati. Ascoltare il contributo di Miles a See I See mette a nudo come un singolo assolo del trombettista sia stato tagliato ed allungato per raggiungere i 4 minuti del pezzo. Il timbro della tromba si fa più opaco e fragile, rilevando le sofferenze dell’ultima parte della carriera di Davis, e tuttavia non manca di fascino. La classe in lui non è mai mera tecnica o virtuosismo strumentale, ma piuttosto un raffinato lirismo che si coniuga con geniali intuizioni nell’organizzazione delle idee musicali. "Echoes in Time / The Wrinkle" dura addirittura nove lunghi minuti e pur lasciando trasudare gli echi seducenti della tromba spaziale di Davis, una maggiore sintesi avrebbe giovato al brano. Di sicuro lo stesso Miles Davis avrebbe gradito inserire un proprio esteso assolo, ma dubito fortemente che lo avrebbe confezionato con così poche variazioni. La produzione molto presente e barocca tende a risultare un po' invadente e forse avrebbe beneficiato di soluzioni più agili ed asciutte. Ovviamente i seguaci più estremi di Miles Davis troveranno irrinunciabile Rubberband poichè ci troveranno il tassello mancante dell’ultimo tratto della carriera del genio di Alton. Per gli ascoltatori meno addentro nella produzione del maestro e soprattutto per i più giovani è potenzialmente un punto più facile e contemporaneo da cui partire alla scoperta dell`enorme tesoro davisiano, più lontano nel tempo ma inestimabilmente prezioso. Partire dalla fine non è mai una buona idea, ma a volte può essere uno stimolo per l’esplorazione di nuovi e straordinari territori. Per coloro che amano solo il Miles acustico questo album così come molti altri dagli anni ’70 in poi è praticamente inascoltabile. Trent’anni dopo la sua scomparsa, la tentazione di uscire con un prodotto targato Miles Davis era irresistibile, ed eccoci qui con il Rubberband datato 2019, introdotto da un apprezzabile dipinto del Maestro in copertina. Non è uno dei capolavori degli anni Cinquanta o degli anni Sessanta, questo è certo. In quel periodo si potrebbe scegliere a colpo sicuro e la qualità sarebbe sempre garantita. Potremmo definirla, senza far torto a nessuno, una sofisticata operazione di rianimazione musicale. Niente di più e niente di meno.

Ledisi - Feeling Orange but Sometimes Blue


Ledisi - Feeling Orange but Sometimes Blue

Ledisi Anibade Young meglio conosciuta semplicemente come Ledisi, è una vocalist americana di soul e jazz. Nativa di New Orleans ma trapiantata in California, il suo nome significa "portare avanti" in lingua Yoruba, un dialetto africano. Dopo essere stata una promessa del soul e dell’r&b, si è presto affermata anche a livello internazionale grazie alle sue innegabili doti di cantante e cantautrice. La sua voce è melodiosa e brillante, l’intonazione perfetta così come il suo controllo ed il suo fraseggio. Quando uscì il suo album di debutto Soulsinger, molti critici affermarono, non a torto, che lei apparisse "più una cantante jazz che una vocalist di soul". Concordo con questa valutazione perchè si avvertiva sicuramente un chiaro sapore jazz nell’approccio di Ledisi in Soulsinger. Tuttavia il primo lavoro della cantante era certamente un album soul molto interessante nel quale erano semmai iniettate le giuste quantità di jazz. Con la pubblicazione del suo attesissimo secondo disco intitolato Feeling Orange but Sometimes Blue si può tranquillamente dire che Ledisi diede alla luce un vero e proprio album di jazz. A questo punto tutti coloro che non amano il genere e si aspettano qualcosa di soul, r&b o funk possono passare la mano e optare per le successive uscite discografiche della cantante; a partire magari dal successivo Lost & Found che rientra a pieno titolo nelle più orecchiabili e commerciali categorie sopra citate. Ma qui, su Feeling Orange but Sometimes Blue, il territorio battuto da Ledisi è quello del jazz, magari moderno, forse declinato in maniera contemporanea, l’ambito è profondamente jazzistico. Devo ammettere che sono davvero soddisfatto che Ledisi abbia avuto il coraggio di fare questo non facile passo. Prima di tutto scegliendo una strada così difficile dal punto di vista tecnico ha dimostrato di possedere la personalità ed il talento perfettamente adeguati ad affrontare questa sfida sempre complicata per chiunque. Ed in più Ledisi ha dato a tutte le canzoni quel suo tocco speciale, esattamente quella sorta di magia che solo poche cantanti possono esibire. Tra i classici standard jazz proposti, il top è Round Midnight, in cui Ledisi interpreta meravigliosamente il classico di Thelonious Monk, usando anche lo scat vocal e dando un saggio della versatilità della sua splendida voce. Ma una menzione va fatta anche per l’arrangiamento del brano, dove spiccano Nelson Braxton al basso elettrico a sei corde, autore anche di un breve ma intenso assolo, Brian Coller alla batteria e Sundra Manning al Fender Rhodes. Round Midnight non è certo l’unico standard presente nell’album: ci sono anche Straight No Chaser, In A Sentimental Mood e Autumn Leaves: tutte covers di classici davvero eccellenti. E tutte interpretate molto bene dalla brava Ledisi: con grande personalità ed una accattivante gamma vocale. Anche se non è esattamente uno standard, Ledisi trova posto anche per uno dei pezzi più belli di D’Angelo, vale a dire la sua famosa Brown Sugar che viene proposta leggermente più lenta e appena un filo più jazzata. Curiosamente la canzone di D’Angelo viene mescolata con Sugar di Stanley Turrentine, per una combinazione inusuale e stuzzicante. Meeting Marcus On A Thursday è un originale della stessa Ledisi che ci porta in un’atmosfera di autentico jazz anni ’50: roba da club fumosi con i tavoli addossati al palco e la cantante che ammicca al pubblico. Bellissima canzone ed ottimo arrangiamento con Ron Belcher al contrabbasso e Khalil Shaheed alla tromba che dispensano emozioni. Un’altra traccia degna di nota è la stessa Feeling Orange but Sometimes Blue che è un esempio riuscito di latin jazz con Pete Escovedo e Karl Peraza alle percussioni, e una Ledisi perfettamente a suo agio su questo tipo di groove. Meritano una menzione speciale anche le suadenti ballate soul/jazz inserite nell’album: Land of the Free e il brano di apertura So Right, che ha un moderno stile alla Erykah Badu. Molto bella anche la vibrante I Got it. Feeling Orange but Sometimes Blue nel 2001 riscosse un grande successo presso la critica. E’ stato definito "il miglior album di jazz vocale degli ultimi anni" e ha vinto anche numerosi premi. Sono valutazioni da condividere in pieno perché anche a distanza di quasi venti anni questo rimane effettivamente un piccolo capolavoro di una grande cantante. Quindi è meglio assicurarsi di non perdere questo album semplicemente perché è ormai diventato un vero classico del jazz. E la storia ha poi testimoniato che Ledisi non ha più registrato un disco così schiettamente orientato verso il jazz. Di fatto dal 2002 fino ad oggi la cantante ha optato per una via più commerciale ed indirizzata al soul e all'r&b, lasciando da parte, almeno per il momento il suo impegno nel jazz. Personalmente aggiungo che ciò è un vero peccato: la signora ha le carte in regola per essere una protagonista della musica afroamericana per eccellenza.

Sonny Rollins – Plays For Bird


Sonny Rollins – Plays For Bird

Charlie Parker morì tragicamente il 12 marzo 1955. Fu una grande perdita per il jazz e per la musica tutta. Di Parker non ho ancora scritto, lo farò quando sentirò di poter esprimere le mie idee in modo adeguato al valore del personaggio e dell’artista. Ma nel frattempo vorrei dedicare un pezzo ad un altro gigante del sax: Sonny Rollins. Dopo la scomparsa prematura di Bird (il soprannome di Charlie Parker) ci furono moltissimi tributi al grande sassofonista, sia da parte della critica che da parte di altri musicisti dell’universo jazzistico. Omaggi e dediche che da allora non hanno mai smesso di essere pubblicati con una certa regolarità. Tra i tanti riconoscimenti discografici che furono registrati, probabilmente uno dei più validi ed interessanti fu quello proposto dal sassofonista Sonny Rollins. Pur non utilizzando il sax contralto come Parker, Rollins era forse l’erede naturale del genio di Kansas City. Sonny aveva per certo una perfetta padronanza del linguaggio del be bop, anche se, ancor prima della morte di Parker si stava già allontanando da quell’idioma jazzistico per esplorare nuovi territori. Sonny Rollins raccolse dunque l’eredità di Bird e utilizzando le nuove architetture dell’incipiente movimento hard bop, insieme alla sua raffinatezza armonica, stava già mostrando i prodromi del suo personalissimo stile. Senza alcuna fretta di registrare il suo tributo a Parker, ma con meditata devozione, lasciò trascorrere più di un anno per lanciarsi nel progetto. Fu infatti solo nell'ottobre del 1956 che Sonny entrò in studio per registrare quello che sarebbe stato pubblicato per la Prestige Records come Rollins Plays For Bird. Il colosso del sax si mise alla guida di un quintetto composto da Kenny Dorham alla tromba, il pianista Wade Legge, George Morrow al basso e il formidabile batterista Max Roach. Roach era stato anche il batterista scelto dal Rollins per il suo album capolavoro Saxophone Colossus. Nella scelta del repertorio da inserire nel suo omaggio, Rollins ha deciso di evitare le composizioni originali di Parker, andando a pescare invece tra gli standard storicamente associati a Bird. I brani selezionati sono poi stati eseguiti sotto forma di un mix che riuniva sette standard per la ragguardevole durata di ventisette minuti. Al pianista Wade Legge venne affidato il difficile lavoro di cucire le sette composizioni attraverso delle transizioni da una melodia all'altra senza soluzione di continuità. Inutile dire che Sonny Rollins brilla di una classe cristallina in questa lunga ed emozionante dedica al maestro: i suoi assoli sono stimolanti e vari, e va lodata la personalità con la quale decise di seguire il suo percorso piuttosto che tentare una inutile replica di Parker. Il medley prende il via con Rollins che suona la frase di apertura di "Parker's Mood" e poi, come sottolineato da Ira Gitler nelle note originali della copertina dell'LP, intona la melodia di I Remember You. Ovviamente c’è lo spazio per l’ improvvisazione ed un momento di dialogo con il batterista Max Roach prima che Rollins ritorni sempre al tema. Lo schema è identico per sei dei sette blocchi del medley, fino al diciottesimo minuto circa. A questo punto, Rollins nell’evidente desiderio di concedersi qualche libertà in più, lo fa sul penultimo tassello del puzzle: My Little Suede Shoes. Che è poi l’unica composizione originale di Charlie Parker inserita in questo contesto. "Star Eyes" chiude questa lunghissima cavalcata dove il sassofonista ci delizia con il suo assolo pieno di tutti i connotati tipici della sua meravigliosa tecnica e della sua mirabile creatività. Ogni singola sezione di questo mix di canzoni memorabili è impreziosito dai pregevoli assoli di Wade Legge al piano e Kenny Dorham alla tromba. E sotto a tutto spicca il motore ritmico alimentato dal duo Roach – Morrow, il cui lavoro è sempre di altissimo livello. Il resto dell’album (la side B sul vinile) è composto da un originale di Sonny Rollins intitolato "Kids Know" anch’esso piuttosto lungo. Il brano oltre alla consueta maestria espressa dal sax tenore del leader presenta una splendida esecuzione di Max Roach e il bell’assolo di Kenny Dorham, come sempre rilassato e melodico. Rollins Plays For Bird si chiude con "I Grown Accustomed To Her Face", una famosa canzone tratta dal musical My Fair Lady della quale Rollins propone una cover molto interessante. Il sassofonista rivela in questa ballata il suo apprezzamento per alcuni grandi musicisti come Coleman Hawkins, Lester Young e ovviamente Charlie Parker e fa capire come si fa a dare un tocco bluesy anche ad un pezzo lento e romantico come questo. Il quinquennio tra il 1954 ed il 1959 fu magico e molto prolifico per Sonny Rollins. Aveva già pubblicato numerosi e validissimi album e, da poco, il suo capolavoro Saxophone Colossus. Rollins Plays For Bird è un altro pezzo della storia del jazz. Più avanti, a partire dagli anni ’60, Sonny esplorerà nuovi linguaggi, fino a sfiorare il free jazz, come fecero molti altri suoi colleghi. A chi, come me, preferisce il più confortante territorio del jazz classico (quello che gravita tra Be Bop, Hard Bop e Cool Jazz) non resta che goderselo così come testimoniano le sue registrazioni (quasi tutte straordinarie) di quel periodo. Ancora oggi, a quasi 65 anni di distanza ascoltare questa musica è un grande piacere, che ci spinge ad essere per sempre grati a tutti gli artisti straordinari che furono protagonisti di un epoca irripetibile. Musicisti immortali in grado di regalare splendide e grandissime emozioni. Rollins Plays For Bird è senza dubbio uno di questi album. Sono sicuro che anche lo stesso Charlie Parker lo avrebbe apprezzato. Imperdibile.

Red Garland - Soul Junction


Red Garland - Soul Junction

La storia professionale del pianista jazz Red Garland è piuttosto particolare. Red è un artista dai grandi meriti che, ingiustamente, è rimasto all’ombra dei grandi jazzisti con i quali ha suonato (Miles Davis e John Coltrane in primis, vale a dire i più grandi…), confinato ad un ruolo di comprimario che non ha mai realmente messo in luce il suo valore. Ma se un genio come Miles lo volle con se per almeno un triennio non è difficile capire che ci troviamo davanti ad un musicista di enorme spessore sia tecnico che artistico. In verità Garland è stato effettivamente un talentuoso ed innovativo maestro del suo strumento, in grado di influenzare molti dei pianisti jazz venuti dopo di lui con il suo stile complesso, caratterizzato da un fraseggio articolato e dall'estensivo uso degli accordi  a blocchi. Per Red Garland la notorietà arrivò nel 1955 con l'assunzione nel famoso primo quintetto (in seguito sestetto) di Miles Davis, assieme a John Coltrane, Philly Joe Jones e Paul Chambers, con cui registrò i famosi album della Prestige: Workin', Steamin', Cookin' e Relaxin' with the Miles Davis Quintet. Il suo approccio pianistico impreziosisce tutte queste registrazioni con le sue tipiche sonorità, i trilli, le sequenze di note veloci. Il suo contributo a questa band, così seminale nella storia del jazz, va anche oltre il mero connotato stilistico. Garland figura anche sul primo disco del quintetto per la Columbia 'Round About Midnight inciso nel 1956 quasi in contemporanea con i quattro album Prestige. Poi però il suo rapporto col leader iniziò a deteriorarsi e già nel 1958 la sua partecipazione al quintetto fu più occasionale. Davis finì inspiegabilmente col licenziarlo, per poi riassumerlo nel sestetto (che era composto dalla formazione precedente più Julian Cannonball Adderley) con cui registrò Milestones. Negli anni successivi, dal 1958 in poi Garland si allontanò definitivamente da Davis per formare il suo trio e negli anni successivi si esibì e registrò con molti altri jazzisti di grande levatura. Soul Junction è probabilmente il migliore dei lavori di Red Garland, sia per i contenuti musicali che per la formazione, che vede il pianista a capo della sua nuova band con un giovanissimo Donald Byrd alla tromba, George Joyner al contrabbasso ed Art Taylor alla batteria. Come sideman Garland chiamò niente di meno che John Coltrane, anch'esso come lui reduce dalla militanza (peraltro ancora in corso in quel momento) nel quintetto storico di Miles Davis. Il mitico ingegnere del suono Rudy Van Gelder disse nel 2007 a proposito di quella registrazione, a 50 anni dalla sua pubblicazione: “mi ricordo molto bene quelle sessioni, mi ricordo di come i musicisti volevano suonare e rammento le reazioni quando si riascoltavano. Oggi mi sento di dire che fui il loro messaggero”. Quello era un periodo di particolare fermento per i jazzisti della corrente denominata hard bop. Red Garland, che di quello stile era uno dei massimi interpreti, con questo disco giunge alla sua terza prova da leader, ed il risultato è appunto "Soul Junction", uscito per la Prestige. Un titolo importante, che fa riferimento al collegamento tra le anime dei musicisti e quelle degli ascoltatori.  E così si intitola anche il lunghissimo pezzo che apre il disco, firmato dallo stesso Garland: dal punto di vista compositivo si tratta di un blues classico ma sotto l’aspetto concettuale ed esecutivo è un brano intenso ed espressivo. Emergono le radici sudiste di Garland, che è nativo di Dallas ed ottime sono le interpretazioni di Coltrane e Byrd: i due con i loro assoli fanno sì che un brano di questa lunghezza ed in più relativamente semplice, non finisca per annoiare. In ogni caso dopo la lunga volata di Soul Junction arrivano due bellissimi pezzi di Dizzy Gillespie: numeri che aggiungono immediatamente spessore e varietà a tutto l’album. Prima "Woody'N You", un pezzo molto amato in gioventù da Red Garland nel quale un Coltrane in forma sfoggia un gran fraseggio, potente e rabbioso come la sua interpretazione dell’Hard Bop ci ha abituati. Subito dopo è il turno di "Birk's Works", forse il momento topico del disco, dove il livello si alza ulteriormente per toccare l’apice della creatività. Il brano si presenta con una intro di Garland realizzata con un giro di piano di pregevole fattura per poi sfociare in un accattivante tema esposto all'unisono da uno smagliante Byrd e dal sempre prezioso Coltrane. La continuità del vivace flusso sonoro viene interrotta dall'unica ballad di Soul Junction, "I've Got it Bad" di Duke Ellington: questo è il territorio jazzistico dove Garland può maggiormente dare libero sfogo al suo raffinato tocco. Al contempo anche Coltrane riconferma nelle ballate la sua straordinaria capacità di fraseggio e la bellezza del suo sound, dandone un saggio davvero notevole proprio qui, nel classico del 1941 firmato dal Duca del jazz. L’album si conclude con "Hallelujah", un brano spumeggiante, aperto da uno straordinario Donald Byrd: il giovane trombettista fa sentire in questo numero tutta la sua classe cristallina, che verrà confermata da una lunga e prestigiosa carriera. Soul Junction è un buonissimo disco, con un’ottima scelta dei brani oltreché suonato in maniera superba. La purezza dell’hard bop di questo album va comunque al di là dell'evidente competenza tecnica della band: consente a Soul Junction di brillare di una propria bellezza trascendente. Ed è la conferma che il fin troppo dimenticato Red Garland può davvero essere considerato un vero mito del pianoforte Jazz.

George Freeman - Man & Woman


George Freeman - Man & Woman

George Freeman è un chitarrista jazz americano del 1927, nativo di Chicago, che quindi ha attualmente ben 93 anni. I suoi fratelli Von Freeman ed Eldridge Freeman hanno avuto a loro volta una carriera nel jazz, così come suo nipote, Chico Freeman, probabilmente il più famoso della famiglia. La storia musicale di Freeman iniziò negli anni '40 con il trombettista Joe Morris, e quindi con Tom Archia. In seguito ha lavorato come sideman per Lester Young e Charlie Parker, quando queste star del sassofono passavano in tour da Chicago. Con Charlie Parker ha anche registrato alcune sessioni discografiche. Freeman è uno dei tanti chitarristi jazz che hanno animato la scena nel corso dei decenni dal dopo guerra sino ad oggi, tuttavia è meno famoso e popolare di altri colleghi quali ad esempio Wes Montgomery, Barney Kessel, Joe Pass o George Benson. Probabilmente la sua scarsa notorietà è dovuta al fatto che ha pubblicato solo una decina di album da solista, dedicando gran parte della sua carriera a fare da spalla ad altri jazzisti. Questo è un peccato perché il suo stile è caldo e sobrio, moderatamente orientato al soul jazz e influenzato anche dal funk, sempre tenendo ben saldo il legame con il blues così caro alla sua città natale. Vi parlo di lui perché è un musicista dimenticato e sottovalutato ma anche perché il suo nome è legato ad un episodio che mi capitò moltissimi anni fa. Nel lontano 1978 mi trovavo a New York per la prima volta nella mia vita. Ero deciso a portarmi a casa quanti più album avessi potuto e così entrai da Sam Goody, il famoso negozio di dischi sull’ottava strada, e lì comprai un buon numero di vinili, alcuni senza sapere minimamente chi fossero gli artisti e come suonassero veramente. Uno di questi era proprio Man & Woman di George Freeman: in questi giorni di forzato ritiro casalingo mi sono ritrovato tra le mani questo disco e così ho deciso di riascoltarlo. O forse dovrei dire più precisamente ascoltarlo, perché all’epoca probabilmente non lo misi nemmeno una volta sul giradischi. Come lo stile sexy della copertina potrebbe in effetti già suggerire (l’avrò comprato per quella?) il suono qui è un soul jazz relativamente semplice. La band è comunque di tutto rispetto ed immagino sia più seriamente il motivo dell’acquisto: ci sono Harold Mabern al piano acustico, Kenny Barron al piano elettrico, Bob Cranshaw al basso e Buddy Williams alla batteria. Un gruppo di eccellenti strumentisti tutti votati al sostegno di Freeman e della sua chitarra semiacustica. I ritmi sono delicati, ma non manca il groove tipico di quegli anni. Man & Woman è datato 1974 ed è uno degli album più rilassati di George Freeman. Tuttavia è sufficientemente intrigante da mettere in mostra il lato più dolce del chitarrista di Chicago. Il suono di George è leggermente meno caratterizzato rispetto ad altri dischi, ma è pur sempre innegabilmente personale: è già un segno distintivo rispetto a molti altri chitarristi piuttosto banali. Man & Woman ha un approccio anche più morbido di altre pubblicazioni dello stesso Freeman registrate con l’etichetta Groove Merchant: questo non significa che sia un disco solamente da sottofondo per serate intime, come suggerirebbe la sua copertina. Siamo nel territorio del soul jazz, con meno influenze funk della media dei lavori dello stesso periodo. L’esperto chitarrista fa sua una accattivante preferenza per i ritmi lenti  e per una spiccata sensualità della sua musica. Detto questo i suoi assoli sono fantasiosi come sempre, con quel continuo richiamo al blues che è il suo marchio di fabbrica. Al contempo riesce ad esprimere una coinvolgente sinuosità e una gradevole avvolgenza, non così presente nei suoi precedenti dischi. Man & Woman non è un album essenziale, i capolavori sono un’altra cosa, però è estremamente piacevole e non privo di validi spunti musicali. Nella peggiore delle ipotesi resta un ascolto di sottofondo di gran classe che può avere comunque i suoi estimatori, anche al di fuori del jazz.

Thelonious Monk – Brilliant Corners


Thelonious Monk – Brilliant Corners

Quando, da giovane studente, stavo piano piano scoprendo il jazz, Thelonious Monk sembrava incarnare tutta l'originalità artistica, l'indifferenza verso le regole e l’innocente eccentricità che amavo nella musica afroamericana. Il grande critico musicale Arrigo Polillo e la sua Storia del Jazz me lo decantavano come un gigante, un genio, eppure io faticavo a comprenderlo fino in fondo. Gli assoli di piano di Monk mi apparivano pieni di dissonanze, presentavano dei salti improvvisi oppure si chiudevano in pause inopinate. Era qualcosa di affascinante e al tempo stesso spiazzante, soprattutto paragonandolo allo stile di altri grandi jazzisti dell’epoca.  E ci volle del tempo perché imparassi ad amarlo veramente. Ma le sue sorprendenti composizioni (ora riconosciute come punti di riferimento musicali moderni, indipendentemente dal genere) avevano in sé una strana, inelegante bellezza che reinventava improvvisamente la melodia, ricostruiva il concetto stesso di armonia e anche quello del ritmo. Un jazz tutto particolare, meno pirotecnico e spettacolare di altri e tuttavia straordinariamente creativo. Nel 1956 Thelonious aveva appena perso tutto nell’incendio della casa dove aveva vissuto per 35 anni. Tutto: quadri, arredi, il pianoforte, le partiture, insomma ogni cosa che avesse realmente valore per lui. Era in un momento cruciale della sua carriera in quanto pur avendo già registrato una ventina di album, non era ancora riuscito a conquistare veramente il pubblico. Era considerato troppo duro, troppo spigoloso, addirittura c’era chi lo riteneva un modesto musicista. Ma Monk era un uomo ostinato e caparbio per cui decise di non mollare e tirare dritto, ripartendo da un momento difficile per lanciarsi di petto verso il suo progetto musicale e in qualche misura verso il suo destino di genialità. Nasce così Brilliant Corners, il suo capolavoro. Un album registrato per l'etichetta Riverside nel 1956 con una band di prima categoria che comprendeva tra gli altri il sassofonista Sonny Rollins e l'ex batterista di Charlie Parker, Max Roach oltre che Oscar Pettiford al basso e Clark Terry e Thad Jones alla tromba. Si tratta del terzo disco di Monk registrato per l'etichetta Riverside ed il primo, sempre per la Riverside, ad includere brani di sua propria composizione. Per merito della sua rilevanza storico-musicale, l'album è stato incluso nella Hall of Fame dei Grammy nel 1999. E’ da considerare come la sessione più ambiziosa dal punto di vista compositivo nella decennale carriera jazz del grande Monk. La complessa title track dell'album, richiese più di una dozzina di tentativi di registrazione in studio, ed è considerata una delle composizioni jazz più difficili di sempre a causa dei suoi continui cambi di tempo. Il tema musicale era così infido nel suo inusuale fraseggio e nelle sue variazioni ritmiche che anche una band pur eccellente come quella di quei giorni ebbe grandi difficoltà nell’eseguire il brano, al punto che la versione finale fu possibile solo combinando insieme due take. Di più, tutta la registrazione fu leggendariamente frammentaria a testimonianza della tremenda complessità delle idee musicali di Thelonious. Però va sottolineato che Brilliant Corners non è affatto un mero esercizio di tecnica e virtuosismo, ma è invece un’opera audace ed avventurosa che non ha mai perso il suo potere di sorprendere e sedurre anche col trascorrere dei decenni. Monk introduce il pezzo iniziale con degli accordi che sono come pugnalate, le note scuotono il corpo, le armonie dei fiati sono inusitate, i temi si rincorrono. Brilliant Corners è avvincente, così come le bizzarre e dissonanti improvvisazioni del compositore. Il colosso Sonny Rollins sviluppa le idee con i suoi toni profondi di sax tenore. E poi tutto l’album è caratterizzato da un’accattivante varietà: come il groove urbano di Hornin' In o il rilassato incedere di Let's Cool One. Pannonica con il suo mix surreale tra la schiettezza del piano e la timida sonorità di un glockenspiel. La bellezza sfolgorante del meraviglioso blues Ba Lue Bolivar Ba Lues Are, che è quasi  un richiamo diretto alle radici stesse della musica afroamericana. Questo album arrivava poco prima degli sconvolgimenti del free jazz e delle avanguardie di fine anni '50: quelle di Ornette Coleman, John Coltrane e Cecil Taylor. Era ancora pienamente bop, ma mostrava già quanto potessero armonizzarsi la più semplice forma delle canzoni con un nuovo e più avanzato idioma jazzistico. La grande musica del ‘900 è passata anche dai solchi di Brilliant Corners e molto anche dalle dita quasi impacciate di Thelonious Monk. Vi consiglio di dedicare un po’ di tempo all’ascolto di questo album bellissimo ed importante. Scoprirete un mondo inedito di melodie, armonie e ritmi in grado di parlare direttamente al vostro spirito. Questo è il grande jazz, questa è la inestimabile eredità del genio di Thelonoius Monk. Imperdibile.