Sam Rivers - Contours


Sam Rivers - Contours

Quella tra il ’60 ed il ’70 fu una decade di cambiamenti rivoluzionari. Nel mondo, certo ma altrettanto nel jazz. In questo periodo, probabilmente, è stato dato troppo poco risalto ad una intera generazione di musicisti che hanno sommessamente ma molto concretamente trasformato l’idioma del be bop e del post bop in qualcosa di diverso, senza arrivare però alle estreme soluzioni del free jazz. Non si può definire esattamente questo movimento come avanguardia ma di certo alcuni di questi jazzisti ci sono andati molto vicino. Il sassofonista Sam Rivers, ad esempio, va ad inserirsi in questo contesto, nel quale la rivoluzione del jazz parte dal punto di vista della tradizione. Il suo modo di suonare sa essere caldo e liricamente melodico ma al contempo può sconfinare in sonorità inusuali e ardite, senza dimenticare le sue provocatorie capacità compositive. Lo stile di Rivers aveva dunque le sue radici nel bebop,  anche se soprattutto negli anni sessanta e settanta, egli prese parte, seppur non facendone espressamente parte, al movimento del free jazz, adottandone esteriormente i dettami. Il suo album Fuchsia Swing Song, ad esempio è considerato un capolavoro dello stile “dentro e fuori”. Ciò significava introdurre elementi nuovi nel tradizionale uso bebop dell'armonia: in questo Rivers fu meno radicale di altri solisti suoi contemporanei e mantenne nei suoi lavori una struttura narrativa (ciò che Lester Young chiamava la capacità di raccontare una storia). Figlio di un cantante gospel, Samuel Carthorne Rivers. Arrivò a registrare la sua musica piuttosto tardi, poiché solamente nel 1964 firmò per la Blue Note Records di New York, cioè quando aveva 41 anni. Il musicista è di assoluto rispetto considerando che Sam Rivers suonava, con identica abilità, il sax soprano, il sax tenore, il flauto traverso, il clarinetto basso ed il pianoforte. Decisiva fu la collaborazione con Miles Davis per un tour in Giappone. Il divino Miles ebbe a dire più tardi: "Ha cambiato il suono del gruppo", “Ha portato un nuovo suono nella band. Ha reso le figure ritmiche e le armonie del gruppo più libere di prima”. Vincolato da altri impegni musicali, Rivers rimase con Miles solo per il tour giapponese  tuttavia l'associazione di Rivers con il grande trombettista, nonostante la sua brevità, aumentò la sua credibilità nella comunità jazz e, di conseguenza gli fu offerto un contratto discografico. Il risultato fu Fuchsia Swing Song, pubblicato nell'aprile del 1965. Poco dopo l'uscita di quell'album, nel maggio 1965 Alfred Lion ingaggiò Rivers per dare un seguito al primo album: quella registrazione sarebbe diventata Contours, l’album di cui parliamo oggi. Sam Rivers scrisse tutto il materiale e si avvalse del famoso trombettista Freddie Hubbard, oltre a Herbie Hancock e Ron Carter della band di Miles Davis, mentre alla batteria sedette Joe Chambres.  Alternando i sassofoni soprano e tenore più il flauto, su Contours Rivers ha ampliato il concetto musicale precedentemente usato in Fuchsia Swing Song e si è lanciato in un approccio molto più libero dai dettami del post bop, in cui le armonie e i ritmi erano più avanzati ed innovativi. Il suo stile musicale unico e molto personale è vividamente dimostrato dall’entusiasmante 'Point Of Many Returns'. Troviamo qui un nervoso riff interpretato all'unisono da Rivers al sax soprano e dalla tromba di Hubbard che fluttua sopra un feroce incedere swing alimentato da Ron Carter al contrabbasso e dalla cinetica batteria di Chambers. E’ Hubbard a prendersi il primo assolo, seguito da un lungo intervento di piano di Herbie Hancock. Il pianista mette in vetrina quella formidabile tipologia di improvvisazione spaziale e fluida che aveva già fatto sentire nel Quintetto di Miles Davis e nei suoi LP da solista per la Blue Note. L'assolo di sassofono soprano di Rivers è straordinario perchè pervaso da una sorta di rabbiosa libertà espressiva, sempre in bilico tra tradizione e avanguardia. "Dance Of The Tripedal" vede Sam Rivers imbracciare il sax tenore per un brano che dopo l’introduzione iniziale, si interrompe per un crudo ma emozionante assolo che è disseminato di urla e grida strane e angoscianti. È tutto ferocemente all'avanguardia ma sotto questo forte lamento, la sezione ritmica mantiene un senso di elegante normalità. Il solo di Hubbard è una lezione di virtuosismo. Quello di Hancock crea un inquietante senso di suspense. E’ ancora il gentile pianoforte di Herbie Hancock ad iniziare "Euterpe" che è un pezzo più lento, dal sapore orientale, costruito su una ripetuta figura di basso e un sommesso lavoro di batteria. Presenta un Rivers questa volta al flauto e Freddie Hubbard che suona la tromba con sordina. Sam dispensa idee a piene mani e al contempo cambia umore passando in un niente da selvaggio a lirico. Il brano fluisce ipnotico mentre la musica diventa sempre più morbida. Poi il volume aumenta gradualmente, consentendo a Rivers di mostrare tutta la sua abilità con il flauto. Il quarto e consclusivo pezzo di Contours si intitola"Mellifluous Cacophony", il quale dopo un'introduzione al limite del free jazz, si trasforma in un brano animato da un groove pulsante che ritrova Sam Rivers al sassofono tenore. Il lavoro ritmico di Carter e Chambers è delizioso per vivacità e precisione  e letteralmente spinge i solisti, Rivers, Hancock e Hubbard a nuove vette di creatività. Contours non fu pubblicato subito ma rimase al palo per oltre un anno per vedere la luce finalmente nel 1967. L’album mostrò l'indubbio progresso di Sam Rivers come compositore, come strumentista e anche come innovatore del jazz. Contours accese la luce, senza mezzi termini, sul genio di Sam Rivers, facendo avanzare il linguaggio del jazz post-bop e contribuendo a costruire un nuovo modo di pensare alla melodia, all’armonia ed alla struttura stessa delle composizioni. Questo non è un album facile, anzi è spigoloso e complesso. Richiede attenzione ed impegno, se lo si capisce a fondo è in grado però di regalare momenti di grande musica.

Bud Powell – The Insible Cage


Bud Powell – The Insible Cage

Earl Rudolph "Bud" Powell (New York, 27 settembre 1924 – New York, 31 luglio 1966) è stato uno dei più grandi pianisti e compositori della storia del jazz. La sua più grande fonte di ispirazione fu un altrettanto geniale pianista come Art Tatum. Insieme ad altri mostri sacri come Charlie Parker, Thelonious Monk e Dizzy Gillespie, Powell è stato un musicista centrale e imprescindibile per la nascita e lo sviluppo dello stile denominato be-bop e più in generale di tutto il jazz moderno. Bud Powell è stato uno splendido virtuoso del pianoforte ma al contempo anche un notevolissimo compositore: senza ombra di dubbio il suo pianismo e le sue creazioni hanno dato uno slancio grandissimo a tutta l’espansione del concetto di armonia nel jazz. In verità gran parte del pianismo moderno gli è enormemente debitore: da Hank Jones a Bill Evans, fino a Herbie Hancock e Chick Corea. Ci sono due aspetti importantissimi che riguardano la musica di Bud Powell che spesso vengono confusi. In primo luogo abbiamo visto come sia stato un musicista originale, un innovatore ed un autorevolissima fonte d'ispirazione per generazioni di pianisti. Il secondo aspetto è che tra tutti i grandi del be bop, egli fu senza dubbio il più spiritualmente vicino a Charlie Parker. Powell non a caso interpretò il ruolo del pianoforte alla stregua di quello di un sax o di una tromba, smarcandosi dalla schiavitù dell’uso della mano sinistra in funzione ritmica e delegando a questo ruolo la coppia basso e batteria. In più era affascinato dalle dissonanze, dalle alterazioni, sostituzioni ed estensioni delle sequenze di accordi. Ed è proprio da queste pionieristiche esplorazioni che sono venute fuori le frasi poi divenute il clichè dello stile be bop. Sfortunatamente la mente di Bud Powell era pericolosamente ed inesorabilmente instabile. Lui era ed è rimasto un enigma: tanto brillante musicalmente quanto minato profondamente per tutta la sua vita da una malattia mentale che lo costrinse a lungo in ospedale.  Era come se fosse separato dal mondo da una gabbia invisibile. Ecco perché uno dei suoi ultimi album porta il titolo The Invisible Cage: una sorta di riassunto del suo stato mentale sintetizzato in tre parole. E’ proprio di The Invisible Cage che vorrei parlarvi dopo aver speso qualche parola in più per descrivere doverosamente il personaggio e l’uomo. Il disco, registrato nel 1964 a Parigi poco prima della scomparsa di Bud Powell, è noto anche con un altro titolo: Blues for Bouffemont. E’ stata una delle sue ultime registrazioni, probabilmente l’ultima davvero valida. A causa dei suoi problemi di salute mentale infatti i suoi album possono essere piuttosto incoerenti e spesso deficitari. Considerando quindi che The Invisible Cage è arrivato praticamente alla fine della sua carriera, è sorprendentemente buono, anche se  forse non esattamente una rappresentazione di Bud Powell al suo meglio. Tra i lati positivi, Powell qui suona molto rilassato e la sua esibizione mostra anche, a tratti, quella bizzarra follia che si percepisce ugualmente in altre registrazioni e che lo rende ancora più unico. Questa vaga sensazione di tranquillità nelle sue esecuzioni è una sorpresa gradita rispetto ad alcune quasi schizofreniche registrazioni passate, ma allo stesso tempo, sembra quasi togliere a Powell la vetrina per le sue straordinarie abilità nei tempi ultraveloci e il gusto per la ricerca delle frasi complicate. Stilisticamente parlando The Invisible Cage regala molta varietà: si va dal be bop veloce alle ballate,  dallo swing al blues per arrivare persino al calypso jazz. Blues For Bouffemont parla da sola: è blues ma di più è anche quello che il blues dovrebbe sempre essere. Bud Powell mostra il suo umorismo nero su di un classico sentimentale come "Like Someone in Love" e ascoltare la sua folle sequenza di accordi è un buon modo per cercare di comprendere il suo talento impareggiabile. Una Noche Con Francis mostra una grande flessibilità ritmica, ma è sulle classiche gemme del bop come Moose The Mooche e Little Willie Leaps che il pianista ci delizia con le sue linee di note fluide e velocissime che enfatizzano i suoi assoli. In una ballata come My Old Flame possiamo poi apprezzare la profondità e la grande intensità con la quale in maturità Powell interpretava i brani lenti e romantici. Quasi una vivisezione armonica delle composizioni da cui il maestro traeva poi la linfa per trasformare e reinventare qualsiasi partitura. Per l'ascoltatore è quasi inevitabile percepire una sorta di tensione creativa e godere di una conseguente soddisfazione musicale: un fatto raro non solo nel jazz. Proprio come Jimmy Smith e Keith Jarret, Bud Powell è conosciuto per il suo "canticchiare" le frasi musicali in sottofondo, non lo faceva sempre e in molti album non compare, ma in questo lo si percepisce chiaramente.  Anche se qualche critico ha rimarcato che in alcuni brani il pianista sembra quasi svogliato, in realtà l’album non è affatto male e forse l’unico vero punto debole è l’esecuzione di "Relaxin at Camarillo", dove probabilmente Powell non era del tutto sobrio. Il trio che registrò questo album è completato da Michel Gaudry al contrabbasso e Art Taylor alla batteria. Il mondo di Bud Powell purtroppo era fatto di continui alti e bassi, addirittura durante una stessa sessione, di conseguenza così erano anche le sue registrazioni. Un momento poteva essere sublime, un attimo dopo sconfortante. The Invisible Cage appartiene alla via di mezzo, tuttavia se si pensa alle sue condizioni di salute può essere considerato un buon disco. L’arte di Powell volava altissimo e il suo prodigioso talento spesso riusciva a fare altrettanto, però nello stesso modo, la sua mente lo imprigionava in una “gabbia invisibile”, inchiodandolo alla più triste delle condizioni umane.

Fred Wesley - Amalgamation


Fred Wesley - Amalgamation

I puristi del jazz sostengono da sempre che il jazz ed il funk siano scarsamente compatibili ovvero che nel momento stesso in cui si inseriscono elementi funk o soul, quello che ne esce non sia più il vero jazz. E’ una considerazione che dal punto di vista strettamente formale non è sbagliata. Tuttavia il jazz è anche, per elezione, un genere aperto, libero e quel dogma così stringente è stato confutato molte volte, a partire dalla fine degli anni '60, da svariati e autorevoli musicisti. Elencarli tutti sarebbe impossibile, però citare alcuni  nomi significativi aiuta a capire meglio: Lou Donaldson, Eddie Harris, David Sanborn, Grover Washington, Jr., Charles Earland, The Crusaders, Ramsey Lewis per arrivare a Miles Davis, Herbie Hancock o Bob James. Tutti questi hanno dimostrato negli anni che si può fare jazz miscelandolo con il funk e farlo pure bene. A questa nobile parata di stelle che hanno fatto della contaminazione del jazz una sorta di marchio di fabbrica, si può aggiungere anche un personaggio come Fred Wesley, dato che anche lui è un musicista che ha dimostrato quanto possano essere valide ed interessanti le fusioni tra le correnti musicali. Se la qualità delle composizioni è elevata, se la musica è genuina e sincera, in effetti, i generi risultano solo apparentemente distanti e si completano magnificamente a vicenda. Nato a Columbus, Georgia, figlio di un insegnante e direttore di big band, da bambino prese lezioni di pianoforte e tromba, passando poi definitivamente al trombone all'età di 12 anni. Il suo stile molto ritmico e preciso lo ha consacrato come uno dei trombonisti funk di riferimento: insieme a Maceo Parker e Pee Wee Ellis era una delle colonne della sezione fiati dei gruppi di James Brown. Il suo album del 1994 Amalgamation è un mirabile esempio di un felice crossover tra il jazz ed il funk. Wesley è qui affiancato dal trombettista Hugh Ragin, dal sassofonista Karl Denson, dal tastierista Peter Madsen. Completa la band la sezione ritmica formata dal bassista Dwayne Dolphin e dal batterista Bruce Cox. Amalgamation è il classico album in cui la fruibilità e l’immediatezza del groove, intrinseco nel funk, non sacrificano nulla ad una solida struttura jazzistica. La spontaneità prevale e c'è ancora molto spazio creativo per l'improvvisazione, la quale è chiaramente marchiata a fuoco con il sigillo del jazz. L’album è dunque una bellissima corsa nei più coinvolgenti groove ritmici tesi ad alimentare le parti soliste che si alternano paritariamente. Il mood funky ovviamente imperversa: in particolare con i primi due brani No One e Peace Power.  Quest’ultimo in particolare risulta irresistibile anche per il riff molto orecchiabile, ma soprattutto per un arrangiamento ritmico praticamente perfetto e davvero accattivante. Il repertorio di Wesley non manca di deviare nel territorio afro-caraibico con un brano festoso e divertente come “Neighbourhood", mentre il lato romantico del trombonista si afferma con la cover del celeberrimo "Careless Whisper" dei Wham. Herbal Turkey Breast rimanda direttamente a quel sound dei mitici anni ’70 che ha riempito i polizieschi tv e i film della blaxploitation. Se qualche estremista del jazz mainstream non potesse fare a meno di ritrovare almeno un brano composto e suonato alla maniera della vecchia scuola, Wesley mette sul piatto una bellissima ballata dal titolo The Next Thing I Knew. La sonorità calda e pastosa del suo trombone trova qui un terreno fertile per dimostrare quanto il buon Fred possa soddisfare ogni gusto musicale. Trick Bag è l’unico brano cantato ed è una sorta di via di mezzo tra un tributo a James Brown e una citazione del Frank Zappa più leggero. La sintesi perfetta tra le due anime di Wesley, il jazz ed il funk, trova la sua chiave di volta nella lunga e articolata Soft Soul and All That Jazz. Il pezzo conclusivo del disco  propone una perfetta integrazione tra i due stili che si mischiano e si separano continuamente per un entusiasmante effetto finale. Quando Fred Wesley suonava con James Brown, era praticamente obbligato a fare le cose alla maniera del popolare cantante soul. Ma da solista ed in particolare in questo Amalgamation, afferma la sua grande personalità di compositore e trombonista con risultati spesso molto coinvolgenti e assolutamente convincenti. Ancora una volta è dimostrato che jazz e funk possono coesistere felicemente ed a volte (magari non sempre) lo fanno con ottimi risultati.

Karl Denson - The D Stands For Diesel


Karl Denson - The D Stands For Diesel

Ho da poco parlato dei Greyboy AllStars quindi resto, per così dire, all’interno della stessa scuderia ed anche nell’ambito del genere acid jazz. Vorrei quindi proporre alla vostra attenzione un musicista molto interessante che risponde al nome di Karl Denson. Lui è un sassofonista e flautista funk-jazz americano, nativo di Santa Ana in California che di fatto del gruppo The Greyboy Allstars è fondatore insieme al più noto DJ Greyboy. Forse la sua collaborazione più popolare è la militanza nella band di Lenny Kravitz, ma nel corso della sua carriera Denson ha suonato anche con artisti del calibro di Jack DeJohnette, di Dave Holland e con le star del rock The Rolling Stones. The D Stands For Diesel secondo me è uno dei migliori album di questo sassofonista, anche se è praticamente sconosciuto al di fuori della peraltro ristretta cerchia dei fan dello stesso Denson. Il motivo per cui un pur valido disco come questo non ha conosciuto una vasta popolarità va ricercato in parte nel fatto che è stato pubblicato su un'etichetta indipendente come la Greyboy Records e dunque non ha avuto la promozione di una major importante. In realtà questo album, insieme al suo “gemello” Dance Lesson # 2 rappresenta il top della produzione discografica di Karl Denson. I due lavori sono molto simili nelle sonorità ed anche le composizioni rispecchiano uno stile omogeneo. Da notare che la band impegnata su The D Stands For Diesel è composta principalmente dagli stessi musicisti che lavorano con Denson nei The Grey Boy Allstars ovvero Zak Najor alla batteria, Chris Stillwell al basso elettrico, Elgin Park alla chitarra e il grande Robert Walter alle tastiere. Un gruppo indubbiamente di alto livello in grado di fornire al sassofonista americano il supporto ottimale per le sue velleità da solista. Forse la differenza più marcata tra i due album è che su questo si percepisce un maggior senso di libertà e una spiccata tendenza alla jam session rispetto al più controllato e sofisticato Dance Lesson # 2. E’ quel tipo di sound che interessa coloro che apprezzano il grande soul jazz registrato negli anni ‘70 per l'etichetta Prestige, sotto l’egida del produttore Bob Porter, da  musicisti come ad esempio Melvin Sparks, Johnny "Hammond" Smith, Bernard Purdie, Rusty Bryant e Leon Spencer Jr. Ma il richiamo c’è anche verso gli Headhunters dei primi anni '70, e perché no, alle band più contemporanee come Medeski Martin e Wood. Karl Denson è un sassofonista che mette in mostra un suono di sax tenore piuttosto grasso e caldo, ma anche scuro e ruvido: probabilmente la sua caratteristica migliore come strumentista. Ogni tanto non disdegna di utilizzare anche il sax contralto col quale si destreggia altrettanto bene, ma con meno personalità. L’album vede la partecipazione in veste di ospite del cantante Andy Bey, un esperto pianista e vocalist che può vantarsi della stima di un genio come John Coltrane. Bey presta a Karl Denson la sua voce profondamente soul-blues in due brani. 8 sono i brani che compongono The D Stands For Diesel:si inizia benissimo con il titolo d’apertura Louis & Co in cui il sax tenore è in evidenza con tutto il suo sound caratteristico su un tappeto ritmico davvero molto stimolante. Bouganvillea è il primo dei pezzi cantati da Andy Bey: sulle prime suona come un brano blues, ma presto il ritmo funk si impossessa del mood grazie ad un bellissimo tappeto ritmico ed un valido arrangiamento. Si può apprezzare Karl Denson al flauto nel successivo The Grind e va sottolineata una certa personalità del musicista californiano anche con questo strumento. Sunday School è una nota più allegra e divertente, in stile soul-boogaloo. Russian Qualude vede di nuovo Denson impegnato al flauto con un atmosfera forse un po’ più smooth jazz. Il funk torna padrone della scena sulla bella Jam Sandwich, ottima anche per apprezzare una volta di più il grande Robert Walter al Rhodes. Steamed Waters ci porta in un territorio quasi fusion in cui sia la ritmica che i solisti danno un saggio di grande vigore. Il lungo assolo di sax e quello altrettanto bello di piano elettrico galleggiano su una base di batteria e basso impressionanti. L’ultimo brano è anche il secondo cantato da Andy Bey, il cui punto di forza è tuttavia soprattutto la parte di sax tenore di Karl Denson e l’arrangiamento di fiati del finale. The D Stands For Diesel è un bell’album di funk jazz, apprezzabile soprattutto da tutti i fan delle sonorità vintage e ovviamente dagli appassionati di acid jazz. Alimentato splendidamente da una band il cui affiatamento e la cui coesione rasentano la perfezione, suona asciutto, potente e schietto come la voce del sax di Karl Denson. Non mancherà di riservare piacevoli sorprese a chiunque sia alla ricerca di qualche nome diverso per staccarsi dall’appiattimento del contemporary jazz di questi ultimi tempi.

Greyboy Allstars - West Coast Boogaloo


Greyboy Allstars - West Coast Boogaloo

DJ Greyboy (nome d’arte di Andreas Stevens) è un Disk-Jokey californiano che può essere collocato a pieno titolo nel genere Acid Jazz. Le sue influenze musicali abbracciano l’hip hop, il soul, il funk, ed il jazz. È anche il co-fondatore del gruppo The Greyboy Allstars insieme al sassofonista Karl Denson. Oggi vorrei parlarvi proprio di questo collettivo. Greyboy ha pubblicato diversi album con questa band che annoverava tra i suoi componenti alcuni dei musicisti soul-jazz più interessanti della scena musicale americana. Per il suo debutto discografico il DJ si è ispirato alla sua musica preferita (funk, soul, jazz, r&b vintage) e gli Allstars lo hanno coadiuvato nell’intento di fondere il tipico suono acid jazz della nuova scuola con una sensibilità più vintage come quella soul/boogaloo. L’album fu registrato nel 1994 con alcuni strumentisti d’eccezione, come l’eccellente tastierista Robert Walters, il flautista Harold Todd (probabilmente uno dei più talentuosi specialisti della sua generazione), l'incredibilmente versatile chitarrista Elgin Park e l'infaticabile e poderoso sassofonista Karl Denson. Ospite d’eccezione per l’occasione fu Fred Wesley, membro storico della sezione fiati di James Brown, il quale contribuì in modo determinante a dare credibilità a tutto questo progetto. Molti di questi musicisti hanno poi intrapreso carriere soliste, pubblicando a loro volta degli album piuttosto interessanti. Dal punto di vista musicale West Coast Boogaloo è saldamente incentrato sul groove di riferimento di Greyboy, sul quale vengono sapientemente inserite delle intense sfumature jazz: insomma questo non è un semplice disco messo insieme con un po’ di funk e molte campionature. E’ senza dubbio molto di più ed è un ascolto che sa essere brillante e pieno di energia positiva. All’epoca della sua pubblicazione passò forse inosservato ma è invece un album eccezionale per tutti gli appassionati di Acid Jazz e può trovare estimatori anche tra i seguaci di un jazz più tradizionale e conservatore che siano in cerca di novità. La formula “più jazz meno funk” funziona a meraviglia nel caso dei Greyboy Allstars. La band trae ispirazione dal funk jazz della fine degli anni '60 e dei primi anni '70: questo lo si evince al primo ascolto. Così come appare evidente quanto il loro amore per questa musica sia totale: però i Greyboy non hanno paura di dare al loro progetto un’impronta moderna anche se giustamente rispettosa. L’idea non solo ha preso forma e concretezza ma riserva un’esperienza molto gratificante e in qualche misura sorprendente anche  grazie anche alla produzione pulita e alle performances davvero eccellenti dei musicisti. Oltre ai contributi dei vari solisti, molto del fascino è incentrato sulla straordinaria sezione ritmica fomrata dal bassista Chris Stillwell e dalla frizzante batteria di Zak Najor. Sono loro due a prendersi spesso la scena, in particolare il drumming pirotecnico di Najor che riempie di energia ogni solco. Nel disco ci sono delle bellissime cover, ad esempio le stupefacenti versioni del classico "Fire Eater" di Rusty Bryant, "Miss Riverside" di Leon Spencer e "Let The Music Take Your Mind" dei Kool & The Gang. Gli Allstars sono abili con le cover ma non sono certo da meno quando si parla di composizioni originali: molto interessante sono appunto "Soul Dream", la super funky "Fried Grease", che ricorda i Tower of Power o la potente e ritmata "Gravee". In tutti questi brani il leggendario Fred Wesley si distingue per l’apporto del suo fiammeggiante trombone, un plus che dà corpo e vigore a tutto il progetto. Chi ha potuto ascoltarli dal vivo parla di uno spettacolo formidabile. Probabilmente non li vedremo più su di un palco, almeno in questa formazione, ma ne abbiamo testimonianza attraverso un’ottima registrazione live e ovviamente con questo West Coast Boogaloo e gli altri album fin qui pubblicati.

McCoy Tyner - Sahara


McCoy Tyner - Sahara

Il maestro McCoy Tyner, ovvero uno dei più grandi pianisti jazz del dopoguerra, è mancato pochi giorni fa: voglio quindi rendergli il giusto tributo parlando di uno dei suoi album più importanti. La scelta non è stata facile, ma alla fine ho deciso per Sahara: cerebrale, intenso, quasi selvaggio nella sua creatività esplosiva. Probabilmente è questo l’apice della produzione discografica di questo formidabile pianista. Dopo la morte di John Coltrane, McCoy Tyner si venne a trovare in una sorta di dilemma artistico/musicale. Cercare di rimanere al passo con gli insegnamenti del suo mentore, continuando con le incredibili esplorazioni dei primi anni '60, o svoltare decisamente per affrancarsi dall’ingombrante personalità di Trane. Tyner in verità sembrava avere qualche difficoltà nel navigare in territori espressivi ancora più estremi di quelli esplorati nei due o tre anni prima della scomparsa di Coltrane, avvenuta nel 1967. I suoi album successivi come leader erano certamente solidi, validamente ancorati al linguaggio del jazz ma fin troppo tradizionali, quasi come se il pianista avesse bisogno di più tempo per interiorizzare e riorganizzare l’eredità che gli era stata tramandata. Nel 1972 arriva però il punto di svolta: con Sahara, McCoy Tyner trovò la sua "via di mezzo" sulla quale costruire il suo idioma, con tutta la forza del tardo Coltrane, ma espandendosi con una ferocia e una libertà di suono straordinarie. Per questo Sahara è semplicemente una delle più grandi registrazioni jazz pubblicate dopo il 1970. E non a caso nessuno degli altri membri del suo quartetto ha mai suonato così ispirato, così libero e creativo come avviene qui. Ascoltare il sax di Sonny Fortune ad esempio è già di per se una conferma di una dirompente e quasi rabbiosa vena artistica. Calvin Hill al contrabbasso è più solido di una roccia, sempre profondo e ispirato. E infine un giovane Alphonse Mouzon fa capire quanto fosse incendiario il suo modo di suonare il jazz giusto un soffio prima della sua conversione alla fusion. Ma è concentrandoci su Tyner che ci si accorge di quanto il pianista riesca ad esprimere energia pura, controllata ed incanalata con una precisione straordinaria e però al contempo quasi fisica, come un assalto al pianoforte. Insomma, per dirla in poche parole, Sahara è quel che si definisce un capolavoro. Lo stile di Tyner ricorda un fiume in piena o un vortice da cui è difficile sottrarsi. Una sorta di incredibile esperienza a cavallo tra la spiritualità e la concretezza terrena. Il disco prende il via alla grande con l’energia di "Ebony Queen", un brano modale il cui ritmo propulsivo è alimentato dal classico stile percussivo di Tyner, accentuato qui dai piatti di Alphonse Mouzon e dal frenetico lavoro di contrabbasso di Calvin Hill. "A Prayer for my Family" è un pezzo meditativo per solo piano che si sviluppa come un autentico flusso di coscienza, una sorta di sfogo emozionale canalizzato attraverso le due mani del maestro. "Rebirth" è piena di accordi fragorosi e improvvisazioni di alto livello, così complesse e veloci che fa quasi impazzire. Da sottolineare come Sonny Fortune sembri quasi far esplodere i polmoni sul suo sax contralto, costringendolo ad urlare e gemere come se stesse incanalando lo spirito stesso di John Coltrane. "Sahara", nel corso dei suoi 23 minuti, copre un vasto territorio musicale, replicando la maestosità e la miseria di quell’area geografica con uno spettro di sonorità tali da renderla una delle migliori composizioni di Tyner in assoluto. "Valley of Life", trasuda fascino e mostra una grande compiutezza nella forma. Qui stranamente Tyner rinuncia al suo pianoforte e utilizza il Koto (uno strumento tradizionale giapponese a corde) delineando una trama esotica sulla quale il flauto di Sonny Fortune e le percussioni di Mouzon fluttuano come sospesi nella nebbia. McCoy Tyner continuerà a pubblicare album di qualità nel corso degli anni, ma non raggiungerà più queste vette. Sahara è un’opera jazz incredibilmente valida e dovrebbe trovare un posto nella collezione di ogni appassionato di jazz. Intenso e cerebrale, è probabilmente uno degli album acustici definitivi dell’era post-bop e sicuramente è un ascolto consigliato anche se non vi piace il jazz. R.i.P. Mr. Alfred McCoy Tyner (Filadelfia, 11 dicembre 1938 – Filadelfia, 6 marzo 2020)

Vibes Alive - Vibrasonic


Vibes Alive - Vibrasonic

Al giorno d’oggi utilizzare il vibrafono e la chitarra come principali voci strumentali di un album non è solamente un insolito abbinamento per il jazz contemporaneo, ma è soprattutto una combinazione che sa essere tanto intrigante quanto seducente. C’è un gruppo, o meglio un duo chiamato Vibes Alive che fa di questo connubio di strumenti il proprio manifesto musicale. Ho già parlato tempo fa del precedente album dei Vibes Alive, After Hours, e oggi analizzerò il loro tanto atteso terzo album: "Vibrasonic": la copertina del lavoro è già abbastanza esplicita, dato che raffigura un vibrafono ed una chitarra. Ancora una volta ci troviamo di fronte ad un ascolto fresco e stimolante: il sound è quello di una fusion percorsa da forti influenze smooth jazz, dove la presenza di Jeff Lorber e delle sue tastiere si fa chiaramente sentire tra la chitarra ed il vibrafono. Ed in più l'impalcatura sonora è sorretta dalle basi  ritmiche più solide che si possano desiderare. Vibrasonic è scritto e prodotto dal vibrafonista Dirk Richter e dal chitarrista Randall Crissman, ovvero le due anime di Vibes Alive. Ma questo duo è praticamente un trio di fatto, dato che il citato Jeff Lorber, è stato (ed è) una presenza costante in tutti e tre gli album del gruppo. I Vibes Alive realizzano i loro album con la frequenza di un'eclissi totale, di conseguenza ogni uscita è carica di aspettative e in qualche misura speciale. E va sottolineato come la formazione del gruppo viene completata da altri 3 personaggi d’eccezione: infatti il leggendario batterista Vinnie Colaiuta alimenta ancora al meglio la sezione ritmica con Jimmy Johnson al basso e Luis Conte alle percussioni. Vibes Alive è un progetto che nasce principalmente dall'amicizia tra i due membri, iniziata ai tempi del college tra chitarre e organi. Ma con l’avvento del vibrafono nelle sapienti mani di Richter, le sue particolari sonorità, le sfumature uniche e le conseguenti possibilità di potenziamento armonico, il duo si è presto catapultato verso un livello più elevato. I Vibes Alive non nascondono la volontà di creare una musica viva, spontanea e creativa ma al contempo poggiata sull'idea di armonia con l’universo come pure sull'amore per il pianeta e per il prossimo. Ogni album dei Vibes Alive richiede anni per essere costruito, in parte anche perché Randall Crissman è un rinomato e prolifico compositore di colonne sonore televisive ed i suoi impegni condizionano la produzione discografica della band. Questo è confermato dal fatto che c'è stato un divario di 11 anni tra il loro omonimo debutto del 1997 e l'uscita del loro secondo set, “After Hours”. Ma oggi, 13 anni dopo, nel 2020, ecco che possiamo goderci un nuovo capitolo di questo gruppo che è un vero “must” per tutti gli amanti del vibrafono e più in generale del jazz contemporaneo. Sono 10 i brani che compongono Vibrasonic, tutti tesi ad un sound caratteristico e fluidissimo, sempre dinamico, mai banale e ricco di groove. "Sweet Vibes" è il pezzo d’apertura e va a chiarire subito il tenore del disco: il minimoog di Lorber si intreccia al vibrafono di Richter, aggiungendo dimensioni spaziali ad un atmosfera soul-jazz. "Vibrasonic" è un propulsivo brano gagliardamente lanciato dalla ritmica e concentrato sull’unisono tra vibrafono e chitarra. "Windchime" rallenta un po’ i ritmi con  Crissman e Richter a ricamare una melodia magnetica fino a che tutto si conclude con il bel synth di Jeff Lorber. Il vibrafono di Richter incanta e pervade "Earthtones", su una base batteria/basso firmata Colaiuta e Johnson che cattura subito l’attenzione dell’ascoltatore tanto quanto lo strepitoso intervento di Rhodes del meraviglioso Lorber. Per finire l’assolo di chitarra di Crissman sposta l’accento su toni jazz rock. E’ lo stesso Crissman ad usare una chitarra acustica per inondare di tonalità delicate e riflessive la successiva "Waterfall". "Going Home" è un brano rilassato e ottimista dalla melodia accattivante. Ancora il vibrafono e la chitarra sono impegnati in una fantasiosa e sofisticata composizione in stile smooth jazz intitolata "Daydream". Stesso tenore per la contemplativa "Rainy Day" dove una volta di più si apprezzano tutte le possibilità tonali del vibrafono e la qualità della tecnica chitarristica di Crissman. "Spy" è un divertente gioco "vibrafonico" che si rifà ai film di spionaggio e regala anche un meraviglioso stacco di puro e swingante jazz: qui l’organo di Lorber non manca di elargire momenti puro groove. Non è da meno l’energico assolo di chitarra elettrica. Spy è a mio parere il brano migliore di tutto il pur bellissimo disco. Album che si chiude con "Guitar Noir", pezzo dal sapore ipnotico, scritto da Crissman, declinato su un clima jazzistico, seppure più intimo. Anche questa volta Richter e Crissman sperimentano con successo  la connessione con i musicisti con cui collaborano per creare un interplay affascinante e ricco di contenuti. Questa è la migliore direzione per la musica, in un mondo dominato dal facile successo e dall’egemonia delle esigenze commerciali. Questi sono i Vibes Alive: buone vibrazioni e gioia di vivere nel rispetto della musica di qualità.

The Big Cheese All Stars – Prawns


The Big Cheese All Stars – Prawns

Era la fine degli anni ’80 quando lo stile denominato Acid Jazz si affacciò per le prime volte al pubblico. I londinesi probabilmente ne avevano ascoltato un assaggio nei club della capitale britannica, tuttavia il resto del mondo avrebbe conosciuto questo nuovo genere soltanto a partire dai primi anni ’90.  L’Acid Jazz partendo dal jazz incorpora elementi funk, soul e in parte r&b, unendoli alla musica elettronica, rielaborando così il concetto di fusion e puntando all’integrazione di numerosi elementi musicali contemporanei. Facciamo dunque ancora una volta un salto indietro a quel periodo fortunato, più precisamente al 1996 per ritrovare una gemma musicale tra le più straordinarie e al tempo stesso dimenticate. I responsabili di questo bel capitolo della storia dell’Acid Jazz sono i The Big Cheese All Stars: un gruppo inglese che proprio a metà degli anni ’90 diede alla luce un meraviglioso album intitolato Prawns. Per tutti coloro che hanno amato questo genere musicale Prawns è sicuramente un “must have” da non perdere. Caratterizzato da tutto quell’insieme di sonorità peculiari che vanno dalle ritmiche funk ai fiati, dal piano elettrico all’organo hammond, per arrivare alle chitarre wah wah ed alla classica voce black, Prawns è davvero un piccolo capolavoro che ha l’unico difetto di non aver avuto un seguito. Con una formazione estesa e ricca di ogni possibile colore, i Big Cheese All Stars sono composti da: Paul Soden batteria, Dr Gregory Rowland piano elettrico, Neil Yates flugelhorn e tromba, Andy Ross flauto e sassofono,  il leader Orlando "The Don" Lund alle chitarre e tastiere, alle percussioni Philip Harper e Simon "Palmskin" Richmond e ai fiati Woody, Chris Bowden, Martin Slattery, Isaac, Matt Coleman, Gilles C'Freak, Ralph Lamb. Per finire c’è la presenza della magica voce femminile di Sharon Scott che contribuisce anche alla scrittura di alcuni pezzi. Insomma quasi una big band. Partendo da una tale potenza sonora è lecito attendersi un risultato interessante ed infatti il disco non delude affatto. Anzi è una grande rivelazione. Se vi piace il groove della musica funk / soul / jazz, non si ha bisogno di cercare oltre, qui troverete esattamente ciò che desiderate. I brani strumentali sono la parte più importante e significativa di Prawns. Numeri come "Noo Improved Felcher", "Cheese Omelette", “10”, “Jurrassic Pig” o “Hovel Zombie” sono quelli che colpiranno di più gli appassionati di jazz. Ad una possente carica funk, peraltro sempre presente in tutto l’album, uniscono infatti una serie di assoli di pregevole fattura ed una complessità melodica molto apprezzabile. Atmosfere vintage che, per la gioia di chi vuole riassaporare il gusto ed il sound dei film e delle serie tv degli anni ’70, sono una vera manna. C’è una grande energia ed un senso di positività che pervade Prawns, probabilmente il riflesso tangibile della freschezza e della vitalità del movimento Acid Jazz in quegli anni d’oro. Però i Big Cheese All Stars non sono solo questo ed anche le melodie soul più lente come "I’Ve Got Mine" o la bellissima cover del classico di Barry White "I’m Gonna Love you" e Don't You Know" suonano alla grande. Sharon Scott è una bravissima vocalist e il suo apporto è determinante in questo contesto. Anche se questo gruppo purtroppo oggi non esiste più e questo è rimasto il suo unico album, la sua gagliarda ed originale proposta artistica sopravvive nel tempo ed il mio consiglio è quello di scoprirla senza esitazione. Una menzione particolare va alla copertina e soprattutto all'illustrazione interna che riproduce un caotico e fumoso party in stile blaxploitation dove i protagonisti sono tutti gamberetti (prawns in inglese) antropomorfi...bellissima.

The Phil Collins Big Band – A Hot Night In Paris



The Phil Collins Big Band – A Hot Night In Paris

Phil Collins che suona il jazz in stile big band? E’ successo davvero! Per una breve stagione dopo il 1996 il buon Phil percorse anche questa strada. Sì, proprio lui, il simpatico, poliedrico, formidabile batterista che ha fatto la storia del progressive-rock con i Genesis durante l’epoca di Peter Gabriel e anche dopo. L’incredibile musicista che mentre suonava e cantava con i grandissimi Genesis, riuscì a trovare il tempo ed il modo di dare vita ai mitici Brand X, creando un vertiginoso jazz rock che incantò immediatamente frotte di appassionati. Phil Collins, dicevo, ovvero l’artista che finite queste fasi della sua carriera se ne è inventata un’altra a suon di successi pop internazionali. Ebbene alla fine degli anni ’90 il buon Phil diede vita anche ad un altro progetto, meno riuscito dei precedenti ma ugualmente interessante e che comunque non ebbe (purtroppo) un seguito. In cosa consisteva questo nuovo capitolo della storia musicale di Collins ? Si trattava di una big band di stampo jazzistico che riproduceva parte del suo repertorio Genesisiano, pescava ovviamente in quello da solista ed infine proponeva cover, non solo pop, ma anche jazz. La creazione della Big Band ha avuto una spinta molto forte soprattutto dalla passione che Phil Collins ha avuto sin da quando, giovanissimo, ascoltò l’orchestra di Buddy Rich. Ma non bisogna dimenticare però un’altra motivazione determinante. Nella seconda metà degli anni '90, la carriera di Phil subì una battuta d’arresto, con la conseguenza di un sostanziale calo anche nelle vendite discografiche. Collins, invece di inseguire la via più semplice e cioè confezionare (senza vergogna) un altro singolo da primi posti in classifica, decise di cambiare passo e provare qualcosa di diverso. Ecco allora che decise di ritornare ad essere prima di tutto un batterista, e quindi di assemblare la sua personale Big Band, facendo rivivere il suono dei suoi idoli: artisti come Buddy Rich e Sonny Payne. Il progetto aveva delle premesse molto stimolanti e pur avendo i suoi momenti di interesse è rimasto qualcosa di incompiuto. Di sicuro è spiazzante per gli appassionati meno avvezzi ai suoni del jazz, ma purtroppo non è stato completamente gradito nemmeno da questi ultimi. Inizialmente il disco potrebbe risultare davvero strano e forse un po’ naif trovandosi al cospetto di pezzi come "Sussudio", "That's All", "Against All Odds" o “Los Endos” che risuonano molto diversi nei loro nuovi arrangiamenti. E’ anche vero che le melodie possono occasionalmente sembrare in parte inconsistenti in un contesto come quello di una jazz big band, ma una volta che la prima reazione è superata, A Hot Night in Paris non può non essere ritenuto quanto meno divertente. A Hot Night In Paris è rimasto l’unica testimonianza della big band di Phil Collins e come si intuisce dal titolo è una registrazione dal vivo, effettuata a Parigi. Brevemente vi dirò quale è stata la genesi dell’album e della stessa orchestra: tutto iniziò con un breve tour europeo nel 1996 (che ha visto la presenza di Quincy Jones come direttore artistico e Tony Bennett come cantante). In seguito Phil ha creato una nuova versione della band ingaggiando alcuni famosi musicisti jazz, in particolare spiccano tra gli altri il sassofonista alto Gerald Albright, il chitarrista Daryl Stuermer, l’altro sassofonista James Carter e i pianisti George Duke e Brad Cole. Quella band andò in tournée in America e in Europa nel 1998, ed è quella presentata sull'album A Hot Night in Paris, che si compone di dieci brani per 70 minuti circa di musica. In questa definitiva incarnazione della sua big band, Collins non prova nulla di nuovo dal punto di vista stilistico, mantenendo la formula tipica delle grandi orchestre jazz, semplicemente la aggiorna, introducendo le sue canzoni. Tra i brani troviamo quindi anche quelli dei Genesis come ad esempio un tanto inatteso quanto particolare "The Los Endos Suite" che ovviamente non mancherà di sorprendere, più di tutto per essere originariamente molto progressive. Ci sono le cover di un brano importante come "Milestones" di Miles Davis e quella del famosissimo pezzo funk degli Average White Band "Pick Up The Pieces". In quanto tale, è il tipo di disco che inevitabilmente forse irriterà i puristi, dal momento che è mirato proprio al pubblico del jazz tradizionale, d’altra parte tutti quelli che hanno amato il Phil Collins solista e pop star e ancor di più gli amanti del progressive potrebbero a loro volta storcere il naso. Però a mio parere bisogna valutarlo con più attenzione e con una certa apertura mentale, non ragionando per schemi o archetipi consolidati. E’ semplicemente diverso. Quelli che non hanno davvero familiarità con la musica di una big band, ma hanno almeno una vaga idea di come suona un’orchestra jazz e ovviamente chiunque non sia oltremodo esigente o intransigente sarà probabilmente piacevolmente sorpreso da A Hot Night in Paris. Il disco è strumentale e ha certamente la dote di trasudare entusiasmo ed energia: i temi musicali emergono abbastanza rapidamente e questo li rende immediatamente riconoscibili, ma presto scompaiono immersi in un roboante carosello di fiati e ritmo. La batteria di Collins è come sempre pirotecnica e precisa, in linea con lo stile dei suoi epigoni, in particolare con quello di Buddy Rich: non a caso viste le premesse. D’altra parte la musica ha dello swing, non ha grandi pretese ed è molto divertente e vivace. Sì è vero: non è mai più che semplicemente godibile e simpaticamente vigorosa, però ha tutto quello che deve avere. E’ ben suonata, gli arrangiamenti danno un sapore nuovo a brani conosciuti e in ultima analisi rappresenta un modo diverso per un grande artista come Phil di presentarsi al pubblico. La critica non ha amato questa declinazione del grande batterista, i fan ne sono rimasti sorpresi, tuttavia ritengo che l’album meriti un ascolto attento ed una valutazione meno severa di quanto è sembrato fare il mondo dei recensori. Anzi arrivo a dire che mi dispiace che questo progetto non abbia avuto un seguito, perché penso che con il tempo avrebbe potuto regalare anche qualcosa in più di un semplice bel concerto a Parigi. A Hot Night In Paris è migliore di qualsiasi disco Collins abbia prodotto in oltre un ventennio e ci suggerisce che questo sarebbe per lui un modo dignitoso ed anche affascinante per percorrere felicemente la sua maturità come musicista. Dai… provaci ancora Phil.

Harvey Mason – Chamaleon


Harvey Mason – Chamaleon

Se il tuo soprannome è "Camaleonte" una ragione dovrà pur esserci. Nel caso di una leggenda mondiale della batteria come Harvey Mason  l'appellativo deriva dalla facilità con cui questo meraviglioso musicista si sposta attraverso i diversi generi musicali. Ovviamente è il jazz, ed in particolare la jazz-fusion, il territorio nel quale Mason si è guadagnato fama e rispetto unanimi, ma lui ha davvero toccato stili eterogenei e differenti, con una ecletticità straordinaria. Batterista dalla precisione memorabile e dalla tecnica sopraffina, Mason si distingue al contempo per una sobrietà ed un controllo tali da renderlo veramente uno dei più grandi esponenti mondiali della storia recente del suo strumento. E’ altresì un dato di fatto che un’intera generazione di più giovani colleghi batteristi si siano ispirati al suo lavoro ed al suo stile. Non bisogna però dimenticare che la maggior parte degli appassionati  di jazz contemporaneo conoscono Harvey soprattutto per la sua (relativamente recente) militanza con i mitici Fourplay di Bob James. Tuttavia il grande Mason è molto di più di questo, come dicevo: una moltitudine di artisti pop, R&B, soul e hip-hop hanno utilizzato le doti di Mason, sia come turnista che dal vivo in concerto oppure tramite le campionature digitali. Un elenco che comprenda tutte le sue collaborazioni è virtualmente impossibile, ma giusto per citare alcuni artisti che si sono avvalsi della sua batteria posso ricordare Barbara Streisand, James Brown, Stevie Wonder, Michael Jackson, The Notorious B.I.G. e ovviamente Herbie Hancock. Mason è straordinario anche e soprattutto quando si confronta con il jazz che è poi il suo vero grande amore. E’ quindi naturale che Chamaleon sia, e non a caso, il titolo dell'ultimo album (datato 2014) di questo autentico mito del drumming. L’amicizia e la relativa collaborazione con Herbie Hancock spiegano ancora meglio il motivo per cui Mason indossi così bene il vestito di musicista polivalente. Harvey ha suonato nel capolavoro del 1974 di Hancock, HeadHunters, e ha contribuito a scrivere la canzone più famosa dell'album, quella che si intitola proprio "Chameleon". Anche questa stessa traccia è presente nel nuovo album. Analizzando il contenuto del disco si nota come ben sei dei dieci brani siano composizioni alle quali Mason ha lavorato in precedenza come batterista e percussionista: Chameleon sembra quindi essere, almeno in parte, una retrospettiva della sua intera carriera. Si parte con Before The Down che originariamente era inserito nell’omonimo album di Patrice Rushen: l’atmosfera jazzistica e un po’ dark è restituita in maniera conforme al pezzo del 1975. Molto bella Either Way che è una composizione originale dello stesso Mason dove spiccano piano elettrico e chitarra ma che colpisce soprattutto per un meraviglioso drumming del leader. Altrettanto interessanti sono Looking Back e Looking Forward, due fantastici esempi di jazz funk che non possono non evocare immediatamente il sound degli HeadHunters. Mase’s Theme è un brano ugualmente iconico dello stile funky alla Hancock maniera, groove alle stelle! Non manca un tributo a Bobby Hutcherson con un bella cover di Montara  Il batterista di Atlantic City rende omaggio anche a Grover Washington, Jr. e Donald Byrd con i quali ha ugualmente suonato in passato. C’è "Black Frost" di Grover, la quale presenta una meravigliosa linea di basso funk ed un eccellente lavoro di sassofono di Kamasi Washington. "Places and Spaces" di Byrd mostra un arrangiamento più introspettivo dell'originale del 1975, che suonava più spumeggiante ma che qui appare più eterea e misteriosa anche se meno solare. Mason ha inserito in questo album una sua cover di “If I Ever Lose This Heaven”, apparso sull’album Body Heat di Quincy Jones. La versione aggiornata è arrangiata con un taglio maggiormente neo-soul, a dimostrazione della modernità del sound di Harvey. Ed infine è proprio Chamaleon a chiudere l'album: il remake del famoso brano che dà il titolo a questo lavoro ha giustamente un sound molto funky, un chiaro richiamo agli HeadHunters. La batteria di Mason riesce a distinguersi fornendo al contempo anche una piattaforma perfetta per la creatività del sassofono.  Anche in questa rinnovata versione il brano non perde una virgola della sua potenza e della sua suggestione. Moltissimi giovani musicisti hanno tratto ispirazione dalla produzione jazz-funk degli anni '70 di cui Harvey Mason fu un protagonista con Herbie Hancock, Dave Grusin, Grover Washington, Patrice Rushen, Bobby Hutchersn e Donald Byrd. Ma non troverete qui nessuna nostalgica indulgenza: Chamaleon è attuale e moderno, vitale e dinamico pur citando molta musica del passato. In effetti è un gran bel disco che non deluderà gli appassionati di fusion e sicuramente appagherà gli estimatori della batteria suonata ai massimi livelli. Il re della versatilità ha colpito nel segno ancora una volta. Consigliato.

Redtenbacher’s Funkestra - Hausmusik


Redtenbacher’s Funkestra - Hausmusik

Redtenbacher's Funkestra, probabilmente vi chiederete: chi sono costoro? Domanda lecita, dato che questa band è sicuramente piuttosto sconosciuta al grande pubblico. La storia di questo ensemble molto particolare nasce dalla volontà del bassista austriaco Stefan Redtenbacher di creare qualcosa di originale nella formula e nel sound, partendo da una base che rispondesse a due requisiti fondamentali: essere funk e avere il “groove”. Ebbene il musicista, trapiantato dal 2005 a Londra, è riuscito nel suo intento, affinando album dopo album il sound e arrivando infine  ad un collettivo musicale davvero dinamico e vivace. Qui nel suo ultimo Hausmusik il funk ed il jazz si sposano con una deep house tanto intensa quanto ballabile, corroborata da un sound degno di una big band, in cui i fiati roboanti, le irresistibili linee di basso, le chitarre wah wah, la batteria e l’organo danno all’impalcatura una solida base. Niente campionamenti, diavolerie elettroniche ridotte all’essenziale ed invece grande abbondanza di veri musicisti e concreti strumenti analogici. Il progetto nasce già in Austria, dove Stefan ha inizialmente intrapreso il suo viaggio creativo, ma è sulla scena musicale londinese che tutto prende davvero forma, grazie ai grandi musicisti con i quali il bassista è venuto in contatto. E’ così che il funk, genere che Redtenbacher ha da sempre ascoltato ed amato, si è definitivamente impossessato della sua anima. Grazie a questo la sua esperienza è andata maturando di giorno in giorno. Certo resta percepibile una forte influenza mutuata dalla migliore Deep House americana ed europea, ma il progetto Funkestra sembra andare ben oltre, esplorando altri orizzonti, in qualche misura decisamente originali. Ci sono echi della disco funk anni '80 e un chiaro riferimento ai suoni vintage ancora precedenti: troviamo i classici ritmi di batteria, il basso che detta straordinarie basi su cui costruire l’architettura musicale  e soprattutto una ricchissima sezione fiati. Un progetto ambizioso ed impegnativo, anche dal punto di vista degli arrangiamenti, dato che tutto questo viene eseguito non da un piccolo gruppo bensì da una trentina di musicisti. Ne esce fuori un album  jazz/funk strumentale molto intenso, divertente ed anche ballabile,  con un ottimo interplay tra tutti i membri della band. Le influenze musicali da cui Stefan ha attinto sono ovviamente molteplici e tuttavia ci sono alcuni punti di riferimento più delineati: anche se questo è un album strumentale, Redtenbacher è stato ispirato da artisti classici come gli Earth, Wind & Fire, The Jackson Five e lo stesso Michael Jackson, ovviamente James Brown ed anche i Tower of Power. Però nella musica della Funkestra si possono riscontrare assonanze con musicisti contemporanei come Marc Ronson, gli Jamiroquai o gli Incognito. Per finire non sono state dimenticate le classiche registrazioni delle Big Band di Count Basie o Quincy Jones e altri artisti jazz degli anni '60 e '70 tra i quali i mitici Brecker Brothers o Herbie Hancock. I 10 brani originali contenuti in Hausmusik sono una lunga cavalcata piena di energia contagiosa. Un treno funky che corre su ogni traccia di questo album in cui la vitalità e lo spirito di questi fantastici musicisti vi farà venire voglia di battere il tempo ed alzare il volume del vostro impianto. Per tutte parla la prima traccia, "Royal Rooster" che suona come una "Disco Inferno" più jazzata ed è una gioia per le orecchie. A seguire, una dopo l’altra, la Funkestra inanella un pezzo più bello dell’altro. Sempre in bilico tra discoteca, deep house,  funk e jazz, non mancano le citazioni meravigliosamente vintage, e perfino quelle lounge.  La chiusura è affidata a "The Sound of Dazz" che diventerà presto un classico della deep house.  Ci sono anche 3 remix per un totale di 73 minuti di travolgente musica. Una nota è doverosa per la bella copertina dell’album che è stata brillantemente realizzata da Julian Black, ed è ovviamente ispirata dalle classiche cover di Reid Miles realizzate per l’etichetta Blue Note: un modo per rendere omaggio al grande contributo dato da questo artista grafico all’immaginario collettivo del jazz. Questo è il miglior lavoro della Redtenbacher’s Funkestra fino ad ora, ma sono sicuro che questa geniale orchestra funky riserverà altre positive sorprese in futuro.

Special EFX – All Stars


Special EFX – All Stars

Mi sono accorto di non aver ancora parlato, in questa sede, del gruppo fusion Special EXF: una band storica della fusion della prima ora. Certamente è una di quelle che più di altre hanno lasciato un segno tangibile tra i molti che hanno animato questo genere a partire dagli anni ’80. L’uscita di un nuovo album è l’occasione giusta per colmare questa lacuna. E’ il talentuoso chitarrista Chieli Minucci il leader di questo vero e proprio collettivo musicale chiamato Special EFX: lui è anche il superstite di quello che nacque inizialmente come un duo, completato dal compianto percussionista George Jinda. Dopo aver prodotto molti album e averne firmati altrettanti anche a suo nome il buon Chieli, negli ultimi anni, ha trascorso molto tempo in tour ,in giro per il mondo, con una formazione di grandi musicisti che hanno contribuito in varia misura a creare quello che è il marchio di fabbrica internazionale della band. Quando Minucci ha iniziato a scrivere il materiale per il 21° album del gruppo, gli è venuta un’idea: invitare tutti i musicisti che a vario titolo hanno fatto parte della band a partecipare alla registrazione di materiale inedito da inserire nel nuovo disco. Lo splendido risultato di questo lavoro è "All Stars", un titolo che racchiude nella sua sintesi il concetto che sta alla base di questo nuovo album. E’ un fantasioso collage di jazz contemporaneo, world music e fusion in uscita proprio in questi giorni. Da qualche tempo  è possibile ascoltare in anteprima nelle radio "Hanky Panky Boys", un brano cool e un po’ retrò che vede la chitarra di Minucci dividersi la scena con il sassofonista Eric Marienthal. Dice Minucci: "È stata la prima melodia che ho scritto appositamente per l'album e mi pare davvero che non suoni come i classici degli Special EFX. Volevo scrivere qualcosa di un po' diverso da suonare nelle jam session dei festival jazz, un pezzo che richiamasse quasi uno standard. Scriverlo mi ha esaltato e mi ha ispirato a comporre altra musica per il progetto". Chieli Minucci ha inserito quattordici canzoni in "All Stars" e in ognuna ha ritagliato uno spazio per gli artisti di talento che con lui hanno messo a fuoco la sua visione eclettica della musica. Il tutto insieme ai membri fissi della band ovvero Jay Rowe (tastiere), Jerry Brooks (basso) e Joel Rosenblatt (batteria). Tra le dozzine di guest star dell'album ci sono la violinista Regina Carter, il sassofonista / flautista Nelson Rangell, il trombettista Lin Rountree, il trombettista David Mann, il batterista degli Spyro Gyra Lionel Cordew, il bassista Gerald Veasley, il tastierista Lao Tizer, e il bassista e cantante Fernando Saunders. Quest’ultimo è stato un membro storico della famiglia Special EXF fin dai tempi della loro formazione. Inoltre c’è la presenza prestigiosa della formidabile cantante degli Incognito Maysa Leak, che impreziosisce una bellissima versione di "Little Wing" di Jimi Hendrix. Ancora Minucci spiega: “Sono cresciuto ascoltando Jimi Hendrix; durante uno spettacolo che abbiamo fatto due anni fa con Maysa, le ho chiesto se le sarebbe piaciuto provare a cantare "Little Wing" e lei ha accettato con entusiasmo. Volevo rendere omaggio all’anima rock di Jimi Hendrix ma volevo anche fare qualcosa che fosse moderno e r&b. Penso che sia uscita una cover insolita e sono curioso di sapere come le persone reagiranno ascoltandola. In realtà non faccio cover di brani troppo spesso, quindi la cosa assumeva un sapore un po’ particolare. In verità il brano che di per sé è già un capolavoro è reso magistralmente sia dal gruppo che da Maysa: l’assolo di chitarra di Minucci è straordinariamente intenso: un vero tributo al genio di Hendrix.  Chieli ha deciso di guidare una formazione fluida, che può variare a seconda delle circostanze in un intenso programma di tournée a supporto dell’album "All Stars", e ha cominciato ad esibirsi in pubblico alla vigilia della data di uscita dell'album. C’è una canzone di "All Stars" che ha un significato particolarmente personale per Minucci. "Sweet Memories Of You" è un pezzo per chitarra solista legato profondamente alla malattia della madre. È un brano importante del disco, non solo per dare un segnale di discontinuità nella trama dell'ascolto, ma anche per regalare alla gente qualcosa di un po' più contemplativo. Non appena l’ascoltatore approfondisce la conoscenza dell'album, vengono fuori la profondità, l'ampiezza delle capacità compositive e le doti di arrangiamento di Minucci. "Kampala" è stata scritta con una chitarra acustica di fortuna in una stanza d'albergo in Uganda, durante una serie di concerti in Africa. Chieli ha diviso "Great Escape" in due parti  e su questo pezzo dice: "è un lavoro d'amore che è stato scritto con una metrica dispari, in quello stile con il quale sono cresciuto e che ho amato veramente.” C’è poi "Flows Like Water" che è una composizione un po' diversa da quello che di solito propongono gli Special EXF. E’ chiara la volontà di offrire qualcosa di più jazzato e in parte lontano dal repertorio a cui la band ci ha abituati. Minucci è chiaro quando dice che gli piace dare alle persone che acquistano i dischi o vengono agli spettacoli una varietà di stili. In questo senso 'Flows Like Water' è una bella rappresentazione di quanto la band sia diventata coesa nel corso dei molti anni in cui ha lavorato insieme. “All Stars ”si conclude con “One Stick And A Stone” in cui è protagonista il basso Chapman Stick di Steve Adelson che duetta intimamente con la chitarra di Minucci. È un brano d’atmosfera che ricorda da vicino quelli suonati insieme al compianto George Jinda,  con le sue magiche percussioni. E’ evidente la volontà di chiudere l’album con una nota nostalgica ovvero con qualcosa che fosse fedele al suono originale degli Special EFX. Questo All Star è un nuovo ed entusiasmante capitolo nella storia discografica di un gruppo molto significativo nell’ambito della fusion. Chieli Minucci si dimostra ancora una volta un chitarrista dotato di grande ecletticità ed una competenza tecnica non comune, le cui abilità sono ampiamente sottovalutate.

Soweco – Keep On


Soweco – Keep On

Che la Svezia sia terra di cultura musicale diffusa è un dato di fatto sancito anche dal terzo posto assoluto tra le nazioni produttrici a livello discografico. Dal pop al metal, dal progressive al funk ed al jazz dalla Scandinavia arrivano molteplici proposte, spesso ricche di contenuti.  La band Soweco viene proprio da lì, dalla Svezia: è stata creata nel 2011 dal tastierista Mattias Roos e dal batterista Peter Gustavsson a cui si è aggiunto Il cantante Fredric "Frosche" Renmark. Un anno dopo è uscito il loro debutto "Don't Hide Your Love" e nel 2015 un secondo album intitolato "Only You". Il nome della band Soweco è un acronimo che sta per So West Coast, che è un chiaro riferimento alla musica californiana, stile che però i musicisti svedesi declinano su un groove di matrice più orientata al funky-soul. In questo contesto la voce baritonale, molto black, del cantante Renmark  contribuisce a creare un atmosfera molto rilassata e gradevole, corroborata da una scrittura musicale di qualità. Il tastierista Mattias Roos pur continuando a pilotare i Soweco, ha parallelamente intrapreso una strada da solista con la pubblicazione di tre lavori a suo nome. Per questo ultimo album del 2017, il terzo della loro breve carriera,  si sono fatti produrre dal chitarrista jazz U-Nam che è un personaggio di grande spessore e molti talenti, sia come musicista che come arrangiatore. Il risultato è notevole per classe, pulizia del suono e piacevolezza. Il suo tocco è percepibile in tutto il lavoro dei Soweco, ma la sua chitarra la potete ascoltare direttamente sul singolo "Don't Hide Your Love" e sulla title track “Keep On”.  L’album è davvero molto ben articolato, I brani sono tutti ben confezionati e gli arrangiamenti garantiscono un feeling sofisticato. "Way Up High" ad esempio ricorda Bill Withers, mentre "Your Love" suona molto rilassata e armonica. In "By the Sea" si può ascoltare la cantante Petra Carlenarson, già ospite nei precedenti lavori della band. 'Good Ol' Love' è una classica ballata, 'Lucky Charm' una traccia un pò più allegra e fresca. In "Listen for a Moment" Petra Carlenarson ritorna per un duetto seducente con il bravo Fredric "Frosche" Renmark. Questa è seguita dalla versione originale di "Keep On" (la traccia d’esordio infatti è una groove remix) e poi da "Forget for a Moment" che è un vero brano soul lento e romantico. Chiude l’album un’ennesima versione, questa volta radio edit, del brano portante Keep On. I Soweco hanno nuovamente trovato una fantastica via di mezzo tra soul, west coast e smooth jazz: il disco infatti scorre fluido e sempre accattivante. Questi musicisti svedesi sono riusciti a far sì che i groove della vecchia scuola che ispirano le loro composizioni suonino moderni e raffinati: per questo tutto l’album appare perfettamente a fuoco. Semplice ma non banale, sofisticato ma non eccessivamente patinato. Non sarà un capolavoro, ma è certamente un disco pieno di belle canzoni, l’ideale per una serata in compagnia o per un piacevole viaggio in automobile, magari sulla strada delle vacanze. Da acoltare.

Mike Longo - 900 Shares of the Blues


Mike Longo - 900 Shares of the Blues

Mike Longo è un pianista e compositore americano, nativo di Cincinnati, noto soprattutto per la sua collaborazione con il mitico trombettista Dizzy Gillespie. E’ stato un grande fan di Oscar Peterson, con il quale ha poi anche studiato per un biennio e dal quale è rimasto fortemente influenzato. A partire dagli anni ’60 Longo ha iniziato un’avventura musicale con il suo personale trio che è proseguita per ben 42 anni. Da segnalare poi una sua collaborazione con Chick Corea sfociata in un album del 1991 intitolato Piano Giants. Sono particolarmente interessanti i suoi album solisti dell’inizio degli anni ’70, ad esempio The Awakening, Funkia e questo stupendo 900 Shares of the Blues, di cui voglio parlarvi. Come molti altri colleghi, in quel periodo il pianista stava sperimentando l’uso del piano elettrico con grande soddisfazione e ottimi risultati. Ed infatti 900 Shares of the Blues è un’esaltante alternanza di Rhodes e piano acustico incastonata sopra una buona dose di groove funk jazz ma corroborata anche di jazz classico e da una spruzzata di musica latina. Di fatto questo è uno dei suoi migliori album di sempre. Il tutto è suonato ed arrangiato in uno stile rilassato che è semplicemente fantastico, con un risultato artistico che suona un po' come i migliori lavori della CTI dell'epoca. Pur se con qualche differenza, poiché è palese come qui il sound sia in qualche misura più ruvido e asciutto di quanto non siano le patinate atmosfere tipiche di Creed Taylor e della sua scuderia. Mike Longo si destreggia indifferentemente sia al piano elettrico che al piano classico accompagnato da un team di fuoriclasse come Ron Carter al contrabbasso, Mickey Roker alla batteria e Ralph MacDonald alle percussioni. Non mancano poi le presenze di due fenomeni come Joe Farrell (sax e flauto) e Randy Brecker (tromba e flicorno) che aggiungono il loro grande lavoro di fiati: i due ospiti aiutano ad impreziosire gli arrangiamenti con un profondo feeling jazzistico. L'intero album è magnifico nella sua solida spontaneità: i musicisti mettono in vetrina una varietà di stati d'animo, di emozioni e di groove che non possono che colpire qualsiasi appassionato. Si va dalle atmosfere in pieno stile Blaxploitation della title track e di "Like a Thief In the Night" a quelle un pò più rilassate ma sempre jazz funk di "Ocean of His Might". L’album vira decisamente sul jazz mainstream con "Magic Number", dove si può apprezzare lo stile fluido di Longo e la sua forte vicinanza con il maestro Oscar Peterson. Bellissima la ballata jazz intitolata "Summer's Gone", che resta in territorio jazzistico e ancora di più ci fa apprezzare la bravura del leader e il contributo di Joe Farrell e Randy Brecker. Il disco si conclude con un brano di matrice latina: "El Moodo Grande" è un omaggio di Mike Longo ad una delle sue grandi passioni musicali, che troviamo qui declinato in un arrangiamento che ricorda alcune sortite del suo amico Chick Corea. Così come aveva cominciato, il pianista torna alla fine a dare un saggio della sua padronanza del piano elettrico.  Con una discografia ricca di ben 22 album da solista, Mike Longo è un musicista ancora oggi attivo, che può vantare un'esperienza di altissimo profilo. Tuttavia i livelli raggiunti all’inizio degli anni ’70 restano l’apice della sua avventura musicale. Se avete amato le prime contaminazioni elettriche del jazz, la musica della CTI Records di Creed Taylor e tutte quelle atmosfere così care ai polizieschi della decade a cavallo tra il 1970 e il 1980, troverete in 900 Shares of the Blues una risposta molto soddisfacente. Vintage sounds.

DopeGems - Necksnappin'


DopeGems - Necksnappin'

Ho già avuto modo di dire che curiosare qua e là sulla rete, ascoltare di tutto, anche senza un’apparente logica, può portare a delle inaspettate ma gradite sorprese. E’ questo il caso dei DopeGems, un quintetto proveniente dell'est della Francia che celebra il jazz funk del periodo d’oro degli anni '70, reinterpretandolo in chiave moderna attraverso il sound di una chitarra (Greg F.), un basso (Emmanuel Harang), una batteria (Slikk Tim), una tastiera (Giuliano Veludo) e un vibrafono (Yragaël Unfer).  Il titolo della prima uscita discografica dei DopeGems è Necksnappin' ed è stato pubblicato il 28 marzo 2019. Va detto subito che il disco si compone di 10 brani che sono tutte cover: sono delle versioni molto fresche ma non banali di composizioni significative degli anni ’70. I pezzi risultano complessi ed articolati come si conviene trattandosi di jazz funk ed i cinque ragazzi francesi padroneggiano perfettamente sia i loro strumenti che la produzione dimostrando una maturità non comune in un opera prima. NeckSnappin’ è un album totalmente strumentale nel quale il richiamo al sound vintage è assolutamente palese e tuttavia non manca un tocco di modernità ricco di echi lounge e nu-jazz. Si ascolti l’apertura "Condor Redux" e tutto sarà più chiaro. Si tratta di un ardito e cinametico mix del brano cult "Tre giorni del condor" di Dave Grusin. Il tenore generale dell'album è dettato da questo epico pezzo di musica di nove minuti diviso in tre sezioni che combinano il tema principale, il breakbeat e addirittura un accenno di dance. I DopeGems aumentano poi il ritmo con una versione per così dire “sovralimentata” del pezzo funky "Like a thief in the night" di Mike Longo: sono dei fuochi d'artificio jazz funk dove chitarra wah wah, tastiere e vibrafono dettano il groove. Il quintetto è in qualche modo più rilassato con la ripresa strumentale di "One night affair" degli Stylistics: quasi un brano d’atmosfera dove il vibrafono domina la scena. "First Come, First Serve" di Ramon Morris inizia con un ritmo che avrebbe deliziato gli amanti del rap negli anni '90, prima che la chitarra cambi registro al brano, avvicinandosi inaspettatamente ai toni del jazz rock. “Solstice” è un arioso pezzo di smooth jazz, che anticipa "Journey To The Shore" in cui i Dopegems cercano di coniugare il jazz e la discoteca. Il quintetto si cimenta quindi con "Footsteps In The Dark" degli Isley Brothers e si confronta in bellezza con il classico jazz funk di Bennie Maupin intitolato Quasar. I bonus sono ben due: "I Work The Whole City", tratto dalla colonna sonora di Taxi Driver e "It’s Your Love" di Roy Ayers. Un carico da novanta per dare ancora più valore a questo disco. In realtà se parliamo di cd questi ultimi due pezzi sono parte integrante dell’intero album, mentre è sul vinile (che è ugualmente disponibile sul mercato) che l’aggiunta è stata fatta per dare il massimo valore all’offerta musicale. Se NeckSnappin non offre composizioni originali degli stessi DopeGems non c'è da stupirsi, il concetto di base che ha mosso il quintetto francese è quello di far (ri)scoprire alcune perle, in parte dimenticate, della scena Jazz-Funk degli anni '70. Sono gli stessi DopeGems a spiegare il perché, dicono infatti: "È una scelta consapevole quella di non aver composto nulla: il fatto di suonare un repertorio molto ampio ci costringe momentaneamente a lavorare sulle cover, ricercando il nostro suono in un secondo momento. Secondo i musicisti francesi è sorprendente constatare che alcuni critici parlino di "cover" quando spesso non conoscono nessuna delle canzoni che suoniamo". È Slikk Tim, il batterista e polistrumentista di 25 anni (originario di Nancy) e amante della cultura Jazz, Funk e Hip Hop, che è all'origine del progetto nato nel 2011 (anno delle prime prove del quintetto). L’album ha avuto una gestazione piuttosto lunga poiché è stato registrato in soli tre giorni e con risorse limitate nell'estate del 2012. Per poi essere pubblicato solo nel 2019. A mio parere qualsiasi appassionato di funk jazz dovrebbe ascoltare questo lavoro di debutto dei DopeGems: non sarà difficile rimanere conquistati dalla freschezza e dalla dinamicità di questi 10 pezzi. In un panorama internazionale piuttosto appiattito anche in ambito smooth jazz, qui c’è del potenziale che darà soddisfazione a tutti coloro che vorranno prestare un minimo di attenzione a questi cinque giovani francesi di belle speranze. Interessante.

Swing Out Sister – Live At The Jazz Cafè


Swing Out Sister – Live At The Jazz Cafè

Gli Swing Out Sister sono un gruppo nato nel cuore degli ’80, nel mezzo del glamour di quel periodo edonistico, collocandosi  inizialmente all’interno di un più vasto movimento a cavallo tra pop e dance, con molti riferimenti al soul. La band britannica ebbe quindi un momento di grande successo nel 1987. Fu in quell’anno che i due singoli Breakout e Surrender scossero il mercato discografico, attirando sul gruppo l’interesse di una vasta platea di appassionati, probabilmente gli stessi che seguivano Duran Duran, Spandau Ballet, Culture Club e Level 42. Il gruppo era concepito come un progetto da sviluppare prevalentemente in studio di registrazione: non a caso infatti pubblicarono un paio di album prima che si decidessero a presentare la loro musica dal vivo. Un live come questo At The Jazz Cafè è quindi ancora più sorprendente, se si ripensa alle origini stesse degli Swing Out Sister, e tuttavia risulta essere incredibilmente riuscito ed anche per certi versi inaspettato. In questa registrazione effettuata dal vivo nel 1993, nel mitico locale londinese, possiamo cogliere la band in una fase immediatamente successiva a quella dei grandi successi commerciali. Qui il gruppo si spoglia degli arrangiamenti patinati, ricchi di synth, eleganti ed un po’ freddi che hanno contraddistinto le loro prime pubblicazioni e lascia finalmente trasparire una vena molto più black e soul, oltre che una energia ed un vigore inediti. Chiunque abbia conosciuto ed apprezzato i primi Swing Out Sister si ritroverà al cospetto di un gruppo completamente diverso, permeato di un groove ricchissimo di sfumature funky ed acid jazz. Nulla viene tolto al tipico songwriting della band, nel quale la nota e delineata influenza del soft rock e del pop mantiene viva la sua presenza. Ma questo album va decisamente oltre: aggiunge qualcosa in più, combinando quelle sonorità con una vibrante anima anni '70 e un suono nettamente più vivace. Ne risulta una combinazione molto bella, in grado di ricreare una musica energetica e stimolante. Il fantastico concerto di quella notte dimostra come gli Swing Out Sister fossero perfettamente sintonizzati sia sul pop più sofisticato che sull’acid jazz, confermando come il gruppo riuscisse a ben interpretare il primo e contemporaneamente a cavalcare al meglio le tendenze di quel momento, battendo forte sul secondo. Tutte le canzoni presentano degli interessanti assoli strumentali e la band si trova a suo agio nel migliorare proprio dal vivo i suoi grandi successi di studio come "Breakout" e "Am I the Same Girl". La stessa cantante Corinne Drewery regala un’esibizione di ottimo livello, smentendo con i fatti chi sosteneva che fosse adatta solo alla registrazione di album in studio e non ai concerti. In effetti Corinne è una vocalist molto migliore di quanto le sia stato riconosciuto e va detto che gli arrangiamenti di questo live set mettono in risalto la sua voce maggiormente che non l’ambito discografico. Il momento più alto della serata è senza dubbio lo strepitoso medley Who Let The Love Out / Expansions / Coney Island Man / Wives & Lovers: è qui che il gruppo sorprende gli ascoltatori con 10 minuti e mezzo di puro groove. La base è il bellissimo brano di Lonnie Liston Smith “Expansions” sul quale viene costruito magistralmente tutto il mix di canzoni. Ritmo, giro di basso e arrangiamento sono accattivanti e davvero irresistibili. Non mancano ovviamente Surrender, Breakout e Twilight World, ovvero i più grandi successi internazionali degli Swing Out Sister. L’album ci permette di gustarceli in una veste nuova, più corposa, più calda. Non sempre i dischi live producono risultati degni di nota, ma in questo caso si può dire esattamente il contrario. At The Jazz Cafè è una bellissima sorpresa il cui ascolto farà riscoprire gli Swing Out Sister a 360 gradi. Tutti coloro che ne avevano in passato apprezzato la musicalità ne saranno felici,  ma sarà anche una vera rivelazione per tutti quelli che precedentemente avevano snobbato questo gruppo bollandolo come un fenomeno più glamour che di sostanza. Di fatto la band, dopo essersi resa conto di quanto fosse riuscito ed indovinato il sound scaturito da questa serata al Jazz Cafè,  decise di utilizzare lo stesso tipo di sonorità e strumentazione anche nelle successive registrazioni in studio. L’album è stato pubblicato in Giappone e non è di facile reperibilità: ma trovarlo ne varrà la pena e giustificherà la spesa.

Geoff Alpert – Open Your Heart


Geoff Alpert – Open Your Heart

Colpevolmente in ritardo, a due anni dalla sua pubblicazione, eccomi ad ascoltare e proporvi una delle più sorprendenti rivelazioni musicali degli ultimi tempi. Un album composto da 10 brani davvero molto, molto piacevoli. L’autore e solista è il trombonista, compositore, arrangiatore e band leader Geoff Alpert. Open Your Heart è incredibilmente il suo debutto discografico, e vista la qualità della musica che questo musicista esprime in queste tracce, stupisce che non abbia già registrato qualcosa precedentemente. Al progetto collabora la brava tastierista Gail Jhonson ed il trombonista ha coinvolto qui anche un gruppo di amici strumentisti, con i quali Geoff aveva già lavorato negli anni passati. Per alcuni di questi, Open Your Heart è la prima occasione di registrare materiale discografico in 38 anni di collaborazioni. L’album è un vero e proprio banchetto di gustosi bocconcini musicali, una dinamica carrellata di brani dal sapore funk e acid jazz, molto raffinati e arrangiati benissimo. Tutto prende il via nel migliore dei modi con l'eccezionale cover di "Heartbreak Hotel" di Michael Jackson. Emilio Castilio e i suoi amici Tower Of Power sarebbero orgogliosi del risultato. Alpert possiede un sound molto pastoso e fluido che esalta la timbrica sempre calda e gradevole del trombone. Il ritmo rallenta con "Don't Ask My Neighbors" di Skip Scarborough, un brano composto negli anni ‘70 per il gruppo vocale femminile The Emotions. Qui, Geoff sembra citare il collega trombonista Raul de Souza, che fu il primo strumentista a proporre la canzone nel 1978, con la fine produzione di George Duke. L'assolo di Geoff è a dir poco delizioso. Le eleganti voci di supporto di Tamina Khyrah Joi, Aankah Neal e Maya Thomas aggiungono un grande valore al pezzo. Ma bisogna sottolineare che ogni musicista da il suo apprezzabile contributo e così non è difficile notare la notevole linea di basso di Darryl Williams su "Zen Funk". Il tutto prende un sapore che ricorda a tratti la musica di Dave Grusin. Questa traccia, scritta da Geoff e Gail Jhonson, è dedicata al Ken Ka Kung Fu Club, la scuola di arti marziali di cui Geoff è stato allievo ed è attualmente insegnante. L'impressionante sezione ritmica è così coinvolgente da giustificare da sola l’ascolto dell’intero lavoro. I musicisti che animano la band sono Darryl Williams al basso, Adam Hawley alla chitarra, Greg Manning alle tastiere e Tony Moore alla batteria e alle percussioni. La sezione fiati di questo disco è oltremodo scintillante, potente e sofisticata come è lecito chiedere ad un album votato alle sonorità dell’acid jazz. Mitch Manker alla tromba, flicorno ed E.V.I. , Steve Nieves al sax alto, soprano e tenore, e Micheal Parlett al sax baritono, flauto e naturalmente il bravo Geoff Alpert che suona il trombone. Sono lo stesso Alpert e la Jhonson ad aver prodotto l'album: il risultato è molto gratificante. Geoff Alpert è stato ispirato da artisti del calibro della leggenda del jazz J.J. Johnson, dai Chicago e dal loro trombonista James Pankow e da alcuni paladini della fusion come Wayne Henderson e Raul de Souza. Una curiosità su Geoff è che pur avendo studiato musica alla San Diego State University e poi avendo suonato in gioventù in varie band e molti contesti, ha abbandonato le scene per circa 30 anni (dai primi anni '80) per diventare marito e padre. Dopo la dolorosa scomparsa di sua moglie nel 2002, Geoff riprese di nuovo il suo trombone, tornando a pieno regime in attività e fu in quel momento che incontrò il bassista Darryl Williams e la produttrice e tastierista Gail Jhonson. Sono stati loro due a spingere e ad aiutare Alpert a ritornare sulle scene con un album che parlasse della sua storia di vita, della sua immortale passione per la musica e per quella non meno importante per le arti marziali orientali. E’ così che troviamo un toccante trombone e un bel duetto di tastiere sulla ballata "Thinking About You", in memoria della moglie di Geoff. L’abilità tecnica deI bravo Alpert e la sua timbrica ricordano certamente il magnifico Wayne Henderson: un esempio perfetto è ascoltabile nella bellissima "Aloha Nights". L’album si avvale tra l’altro della presenza di un super ospite come Michael Paulo al sax contralto. Se amate il sound dei Crusaders e vi piaceva il trombone di Wayne Henderson potrete averne un saggio nel brano "The Crusade" che suona come un vero e proprio tributo alla grandissima band di Joe Sample e compagni. Le abilità pianistiche di Gail Jhonson si palesano alla grande su The Crusade che vanta un refrain molto orecchiabile. "Open Your Heart", colloca il trombone al centro del progetto, cosa piuttosto rara nel panorama musicale attuale. Fluttuando tra jazz, pop, r'n’b, funk ed accenni di sonorità latine, ma con un filo conduttore che è, a tutti gli effetti, di natura acid jazz, questo è un disco che propone un ascolto molto rilassato ed accessibile, ma al contempo energetico e sofisticato. E’ senza dubbio un eccellente album di debutto che tuttavia suona più come l’opera matura di un artista al suo quinto o sesto lavoro piuttosto che un primo sforzo da solista. A me è piaciuto molto, perciò lo consiglio caldamente.

Spyro Gyra – Vinyl Tap


Spyro Gyra – Vinyl Tap

Esistono, anche nell’ambito della fusion dei gruppi “icona”, dei veri e propri miti inossidabili che attraversando le decadi sono partiti dagli anni ’70 e sono ancora attivi al giorno d’oggi. Gli Spyro Gyra sono esattamente l’esempio di questo genere di band: un collettivo di musicisti sulla piazza da molto tempo, in effetti dalla metà degli anni ’70 e ancora  vitali e creativi all’inizio del 2020 come e meglio dei primi tempi. Vinyl Tap è addirittura il loro 31° album, ed è uscito da pochissimo. Semmai ce ne fosse bisogno questa è la dimostrazione che ogni illazione sul fatto che una band come questa fosse un fuoco di paglia o mancasse di longevità era a dir poco infondata. Dieci milioni di dischi venduti sono numeri impressionanti per una band jazz, ma va anche detto che ovviamente gli Spyro Gyra non si possono considerare jazz al 100%. Di fatto sono conosciuti principalmente come una gruppo di fusion che combina elementi del jazz con l’R&B, il funk e il pop. Nel corso degli anni la loro formazione ha subito moltissimi cambiamenti, ma il co-fondatore e sassofonista Jay Beckenstein è ancora in sella, così come il tastierista Tom Schuman. Morning Dance è stato il loro più grande successo nel quale, per inciso, comparivano sia Michael che Randy Brecker. Il successo commerciale degli Spyro Gyra continuò negli anni '80 con gli album Catching The Sun e Carnaval, i quali diventarono dischi d'oro: un evento che per il genere suonato non è proprio un traguardo da poco. Nonostante i cambi di formazione, la produzione discografica non cessò mai, e le pubblicazioni continuarono lungo tutti gli anni ’80 e ’90, così come le tournè in ogni parte del mando. Fu però solo nel 2006 che il loro album Wrapped In A Dream venne nominato per un Grammy Award. La formula non cambiò mai nel corso degli anni, e gli Spyro Gyra continuarono imperterriti a proporre la loro fusion dinamica e vigorosa, basata sulla bravura tecnica dei musicisti e su di una vena compositiva mai sopita. Semmai l’appunto che si poteva fare riguardo ai loro dischi era relativamente ad una certa ripetitività nel sound e negli arrangiamenti. Ma si sa, un marchio di fabbrica è tale quando si è coerenti con se stessi e in fondo “squadra che vince non si tocca”. Tornando a Vinyl Tap, cioè questo loro ultimo lavoro, c’è una cosa che attira subito l’attenzione: la palpabile diversità di questo album. Infatti non contiene alcun tipo di materiale originale della band. E’ costruito invece su nove cover di brani famosi  di grandi artisti del panorama internazionale. Tra i quali Sunshine Of Your Love dei Cream, What A Fool Believes di Michael McDonald e Kenny Loggins, I can't find my way home di Steve Winwood e Hide your love away di Lennon & McCartney, per citarne alcuni. Detto che questo non è certo il Great American Songbook, da cui i jazzisti sono soliti catturare le loro cover, la raccolta è però un omaggio a delle canzoni che rivestono una certa importanza per la band. Il tutto è arrangiato in modo tale che i brani suonino come qualcosa di nuovo rispetto agli originali e abbiano comunque un feeling marcato con lo stile degli Spyro Gyra. Se all’inizio si può essere un pò scettici (e pare lo fosse anche la band stessa,) principalmente per il timore di suonare tristemente come una "wedding band", all’atto pratico il risultato è molto stimolante e soddisfacente. Addirittura gli Spyro Gyra sembrano trarre nuove energie ed interessanti spunti dal confronto con un materiale non composto direttamente da loro. Per qualche recondita ragione reinterpretare i vecchi standard non è visto quasi mai come un problema per una band o un artista jazz, ma la prospettiva cambia in negativo se ciò viene fatto con le canzoni scritte dagli anni '70 in poi. Sicuramente si applicano gli stessi principi: le buone canzoni sono buone canzoni e questo a prescindere dall’epoca nelle quali vengono composte. L’unicità e la qualità della musica scritta da altri (qualunque sia il genere) è dunque assolutamente accettabile, senza riserve. Va da sé che la musicalità deve essere di grande livello, diciamo di una qualità superiore. Dato che personalmente ho sempre apprezzato gli Spyro Gyra, mi fa molto piacere poter affermare che tutti questi elementi sono presenti in questo album ed il risultato finale è qualcosa di davvero straordinario. Prima di tutto perché finalmente il jazz è entrato in modo più evidente nel loro modo di suonare e poi perché dopo 30 album qui si ascolta il gruppo in un modo totalmente nuovo. Questi esperti musicisti, Jay Beckenstein in testa, non hanno solo il groove del funky nel loro dna ma dimostrano di avere lo swing giusto per toccare anche le corde del jazz. Ascoltate a proposito il brano d’apertura: Secret Agent Mash. Non mancano le sonorità tipiche della band che tanto hanno catturato l’attenzione negli anni passati, ma qui c’è anche altro: il blues, il rock, il soul. Insomma è un album variegato e dinamico che attraversa gli stili e rilancia gli Spyro Gyra in questa decade. Buone notizie per i fan. Al momento è uno dei miei album preferiti, a testimonianza del fatto che questo progetto ha attirato la mia attenzione e, almeno a livello personale mi pare davvero un lavoro che funziona.