Steve Hobbs – Tribute To Bobby


Steve Hobbs – Tribute To Bobby

Il vibrafono e la marimba sono due strumenti particolari che non possono certo essere annoverati come popolari e diffusi. L’eccezione è costituita dal jazz, il genere musicale che nel corso degli anni ha visto l’utilizzo sia dell’uno che dell’altra, sia pure sempre in misura minore degli altri strumenti classici.  Per questa ragione è sempre un piacere constatare l’uscita sul mercato discografico di nuovi lavori che mettono al centro queste affascinanti percussioni. Steve Hobbs è uno dei migliori vibrafonisti emersi in ambito jazzistico a partire dagli anni ‘90: recentemente ha pubblicato il suo ultimo album, il terzo con lo stesso quartetto che lo ha affiancato anche nei precedenti due dischi. Tribute To Bobby è un omaggio al grandissimo Bobby Hutcherson (ovviamente un vibrafonista) che è uno dei punti di riferimento stilistici più importanti per Hobbs e non solo per lui. E’ un lavoro pieno di composizioni vivaci ed interessanti, quasi tutte scritte dallo stesso Steve, il quale è peraltro uno specialista della marimba, cosa evidenziata dall’uso massiccio di questo strumento nelle sue performance. L'apertura del cd è riservata a "The Craving Phenomenon" un esempio della leggerezza del tocco del leader, in un brano arioso e piacevole dove Hobbs è impegnato proprio alla marimba. "Into The Storm" è un pezzo intricato, giocato in velocità su un ritmo 5/4 in cui Steve passa al vibrafono. Lo standard "Besame Mucho" rallenta un pò il passo pur mantenendo vivacità e brio su un pezzo molto noto al pubblico che qui assume contorni inaspettati. Bello l’assolo di piano di Bill O'Connell. Un sentore di Coltrane si manifesta in "New Creation" dove ovviamente è il sax tenore muscolare di Adam Kolker a fornire credito a questo bel groove in pieno stile hard bop. "Tres Vias" è caratterizzato da tre sezioni distinte ma fuse in un unico fascinoso brano, con la spettacolare marimba di Hobbs in primo piano all’inizio, seguita da Kolker al sax soprano ed infine da O'Connell al piano. Non manca un pezzo con una ritmica più contemporanea, influenzata dal funk e dal rock: Thelonius Funk ha qualche somiglianza con certe composizioni di Frank Zappa nel periodo in cui sperimentò metriche musicali complesse impiegando, con grande efficacia, Ruth Underwood alla marimba. "The Road To Happy Destiny" è una melodia allegra dal sound ispirato direttamente dal gospel classico con tre cantanti ospiti e arricchita da un bel  passaggio scat di Marvin Thorne, a cui fa seguito un vivace assolo di Hobbs al vibrafono. Ad una canzone popolarissima come "Blowing In The Wind" di Bob Dylan è offerto un trattamento delicato e rispettoso, con lo stesso Steve Hobbs in evidenza sul suo vibrafono in una cover dal sapore jazzistico che valorizza al meglio il classico della musica pop americana. "El Sueno De Horace Silver" ("Il sogno di Horace Silver") è un bellissimo omaggio al grande pianista, tinto di latino, sobriamente ricordato anche nello stile stesso della composizione. "In From The Storm", è il secondo e ultimo brano che vede ospiti i vocalist, ed è una lussureggiante bossa nova con Hobbs nuovamente impegnato al vibrafono: molto intrigante. Il tema della classica ballata viene affrontato dal vibrafono di Steve nel suo originale intitolato "Millie",che regala momenti di delicatezza e relax grazie anche ad uno splendido assolo di piano di Bill O’Connell. Non poteva mancare un numero costruito sul calypso, "Let's Go To Abaco!" anche in questo caso interpretato con leggerezza e una piacevole orecchiabilità. Il set si conclude con lo standard di Rodgers&Hart "Where Or When" uno dei classici americani più eseguiti nel jazz: Hobbs la rivede con un ritmo piuttosto veloce, dandone una lettura molto frizzante. Adam Kolker ai sax, Bill O’Connell al piano  Peter Washington al contrabbasso e John Riley alla batteria compongono il quartetto che accompagna ormai da molto tempo il vibrafono e la marimba di Steve Hobbs. E’ un insieme di musicisti che lavorano in perfetta sinergia che costruiscono le basi perfette per il solismo sobrio ed elegante del leader, in quale si distingue per una tecnica ineccepibile ed una felice scelta anche a livello di repertorio e di composizioni originali. Come detto e come inequivocabilmente suggerisce il titolo, questo CD è un tributo ad uno dei più grandi tra i virtuosi del vibrafono: Bobby Hutcherson. I suoi settantacinque minuti sono una miniera di pezzi interessanti, eseguiti con perizia e trasporto nel rispetto della migliore tradizione jazz e solo qualche timida e non invasiva concessione alla contaminazione con altri generi. Il fatto che Hobbs collochi la marimba al centro di questo progetto, in particolare in un contesto da solista, rende l’album particolarmente interessante. Al di là di quanto il singolo possa o meno essere appassionato di vibrafono, Tribute To Bobby è un lavoro piacevole e molto vivace in grado di soddisfare pienamente l’ascoltatore.

Alfa Mist - Antiphon


Alfa Mist - Antiphon

Le nuove frontiere della musica contemporanea aprono scenari interessanti nell’evoluzione del movimento jazzistico soprattutto grazie all’opera di alcuni giovani artisti che stanno cercando una non facile strada tra il classicismo e i suoni più futuribili. Robert Glasper negli Stati Uniti è un esempio di queste nuove tendenze e Alfa Mist è il suo corrispettivo europeo. Non è facile tratteggiare la musica di questo musicista proveniente dal profondo East End londinese. La sua visione del jazz è strettamente legata alla metropoli londinese ed alle sue stimolanti e creative atmosfere notturne così come allo stile urban e all’hip-hop. Alpha Mist è cresciuto ed è maturato all’ombra della cultura underground di Londra, imparando l’arte del campionamento e andando alla scoperta di quei dischi in vinile dimenticati ma ricchi di spunti d’ispirazione. Per un artista attento e curioso come lui non è stato certo difficile prendere familiarità con tutti gli stili che formano l’universo variegato della black music, jazz compreso. Non sorprende quindi che il dj e tastierista londinese sia finalmente approdato alla pubblicazione di un album, intitolato Antiphon, uscito nel marzo del 2017. L’enigmatico Alfa non avrebbe potuto esordire in un modo migliore di questo. Il lavoro miscela le atmosfere del jazz con i suoni urban e lo fa con uno stile impeccabile, sfociando in un risultato che suona affascinante e misterioso. Il primo brano "Keep On" ha una inusuale durata di 11 minuti e definisce, quasi anticipandolo, il sound e il groove principale di tutto l’album: ne cattura lo spirito e ci mostra la sua essenza. Ci sono morbide trame di piano elettrico, un intricato quanto efficace lavoro ritmico e non mancano gli assoli di sassofono per sedurre l’ascoltatore fin dalle prime battute. Il pezzo lascia spazio all'improvvisazione ma evita con successo di diventare inutilmente tortuoso, è come se ogni tassello del mosaico fosse inserito nel quadro esattamente come dovrebbe. Antiphon è probabilmente questo: fluido ma concentrato, una catarsi sottile ma intensa. Prendiamo ad esempio il successivo "Potential": le melodie arpeggiate dalla chitarra e le parti vocali quasi oniriche si aggiungono ad un'atmosfera meravigliosamente inquietante. Ruota e si avvita su se stesso, il suo ritmo frenetico diventa quasi paranoico e privo di controllo, prima di ridiscendere verso uno stato di serenità. La struttura di base di tutti i brani di questo disco è fornita dall’organo e dal piano elettrico di Alfa coadiuvato da una ritmica eccezionale. Non è certo quella che conosciamo essere la tipica formula del jazz ma il sound di Alpha è pieno di gusto ed intelligenza nel quale gli appassionati percepiranno un senso di appartenenza. "Errors" e "Nucleus" sono altri due buoni esempi di come il jazz possa essere reinventato in chiave contemporanea senza snaturarne i valori principali: gli assoli, le armonie, i guizzi di piano, della chitarra elettrica o del sax suonano familiari dentro ad un contesto lunare e rarefatto di estrema bellezza. In altri momenti dell’album si torna al rap, come in "7th October", anche in questo caso con ottimi risultati, mentre la stupenda "Kyoki" ci riporta ad atmosfere da jazz-rock anni ’70, quasi Canterbury Style (per chi li conosce intendo National Health, Hatfield And The North, Gilgamesh, ecc.) Per la verità Alfa Mist aveva precedentemente pubblicato due EP intitolati Nocturne e Epoch, nei quali era già possibile apprezzare sia le sue qualità di pianista e tastierista che la sua particolare predilezione per inserire dei cantanti in veste di ospiti. Il pianista sembra inoltre avere una curiosa attitudine nel legare le sue opere a situazioni e narrazioni di tipo concettuale. Alfa Mist riesce comunque nell’intento di unire le atmosfere oscure ed estremamente originali del suo jazz non jazz con la passione per la sperimentazione. Si tratta di quel genere di ardite e modernissime contaminazioni che sono il fondamento della scena jazz britannica contemporanea: va riconosciuto che, come è già successo in passato per altri generi, ancora una volta dalla Gran Bretagna arrivano le più nuove e stimolanti tra le tendenze della musica. Alfa dice di aver “scoperto” il jazz proprio mentre cercava nuove sonorità da campionare per creare delle basi Hip Hop. E’ in quel momento che è nata in lui l’idea di fondere i due stili, ripetendo per la verità un’operazione non nuova, ma realizzandola in un modo assolutamente inedito e vincente. La bellezza ed il fascino del progetto Antiphon scaturiscono anche grazie al fatto che Alfa è un musicista che conosce benissimo sia il jazz che l’urban hip hop: di fatto nonostante le enormi differenze che sono alla base dei due generi egli è in grado di fonderli magnificamente. Alfa Mist pone più spesso l’accento sulla diversità che sulle poche analogie, arrivando a produrre un contrasto che, analogamente a quanto fatto da Robert Glasper, suona come il jazz del futuro. Antiphon contiene, come tutti gli album, dei momenti salienti, degli highlights, ma forse la sua magia si esprime al meglio quando viene ascoltato nella sua interezza. E’ un lavoro ambizioso che cattura un momento decisivo per Alfa Mist sia a livello musicale che sul piano personale: rappresenta un enorme salto per questo giovane e promettente artista. La speranza è che sia solo il primo passo verso una carriera in continua ascesa. Probabilmente questa è la strada che condurrà il jazz verso nuovi e come sempre insondabili orizzonti.

Level 42 – The Early Tapes (Strategy)


Level 42 – The Early Tapes (Strategy)

Prima di diventare autentiche superstar del pop britannico, i Level 42 erano un gruppo jazz funk composto da quattro ragazzi inglesi fortemente influenzati da artisti come Stanley Clarke, Herbie Hancock o la Mahavishnu Orchestra. Negli anni ’80 la band ha poi avuto un successo fenomenale in Inghilterra, pubblicando una serie di album entrati nella Top Ten e alcuni singoli di grandissimo riscontro commerciale, che portarono i Level 42 ad una certa popolarità anche negli negli Stati Uniti e nel resto del mondo (Italia compresa). "Lessons in Love", “Running In the Family” e "Something About You" sono tre esempi che penso siano noti praticamente a tutti. Una bella favola: dallo scantinato del negozio di tappeti dove mossero i primi passi alla ribalta internazionale. Ma il successo dei Level 42 non è frutto di un colpo di fortuna repentino, arrivato da un giorno all'altro. Dietro c’è molta gavetta, ci sono moltissimi spettacoli dal vivo e tanto studio: cose che hanno fruttato inizialmente il plauso della critica, e poi finalmente, nel 1980, un ingaggio per l'etichetta indipendente Elite di Andy Sojka. Con la Elite i Level hanno pubblicato i primi due singoli "Love Meeting Love" e "Wings of Love", entrambi diventati hit nei club britannici prima di entrare nelle pop chart del Regno Unito, con un riscontro tutto sommato modesto. Nell’album di debutto della band sono ovviamente presenti entrambe i brani: era il 1980 ed il titolo designato fu “Strategy” ma il disco è noto al pubblico con il titolo di The Early Tapes. (Che è quello attribuito all’opera dopo il passaggio dei Level 42 all’etichetta Polidor). Ovviamente oltre alle due canzoni di successo questo lavoro fu  arricchito da altri sei pezzi di matrice jazz-funk in minima parte influenzati da echi di disco music. Registrato a Londra, Strategy è una perfetta vetrina per le straordinarie capacità strumentali dei membri della band. La tecnica del basso slap di Mark King è la spina dorsale del suono dei Level 42, ma anche gli altri membri della band hanno l'opportunità di brillare. Il batterista Phil Gould ad esempio occupa un posto di primo piano nell’architettura musicale del gruppo e Mike Lindup contribuisce con un mirabile lavoro di tastiere a sostenere l’impalcatura sonora, avventurandosi spesso anche in notevoli assoli. The Early Tapes vede anche la presenza del sassofonista Dave Chambers e del percussionista Leroy Williams, così come quella del tastierista Wally Badarou, che diventerà di fatto il "quinto membro" non ufficiale della band: suonerà in ogni album dei Level 42 pubblicato. C’è da sottolineare che i Level 42 nascono come una band strumentale, e solo in seguito si sono convinti (forzati anche dai produttori) dell'importanza di aggiungere il cantato al fine di poter raggiungere un minimo successo commerciale. Le voci che si possono ascoltare su questo album sono poco più che provvisorie ed infatti tre sole tracce  sono cantate. Mark King all’epoca non si sentiva ancora sicuro come cantante, ma anche lo stile canoro in falsetto di cui era capace Mike Lindup era molto approssimativo nelle prime fasi della carriera della band. Ciò nonostante il loro contributo è accettabilissimo e di certo rende "Love Meeting Love", "Wings of Love" e "Autumn" maggiormente fruibili di quanto non siano gli altri brani, tutti spigolosamente strumentali. “Sandstorm”, “Mr. Pink” o “88” sono tutti esempi di quel funky jazz che rappresentava perfettamente la firma musicale dei Level 42 degli esordi: ritmo serrato, il basso slap di Mark King in evidenza e le tastiere di Mike Lindup a comandare il gioco. Da un certo punto di vista The Early Tapes  ha un impatto sonoro non particolarmente vario,  poiché tutti i brani sono orientati proprio verso un funk funambolico che alla lunga può anche risultare ripetitivo. Tuttavia il quadro complessivo è pur sempre impressionante e delinea chiaramente quello che sarà per gli anni a venire il sound dei Level 42. Questo debutto è ancora acerbo ed il meglio della loro produzione arriverà in seguito ma è un ascolto comunque interessante e ricco di spunti, in quanto mostra la band nelle primissime fasi della sua esistenza, impegnata con un sound eccitante, vibrante e molto genuino. Per un breve, brillante momento all'inizio degli anni '80, i Level 42 furono underground ma all'avanguardia. Erano davvero degli outsiders: a differenza degli altri gruppi del periodo storico mostravano una totale indifferenza alle mode ed al fashion, suonavano groove piuttosto duri e avevano in Mark King e Mike Lindup, una combinata di cantanti non convenzionale. Esibivano in compenso una perizia tecnica ed una virtuosità totalmente sconosciuta alle band che dominavano la scena e solo verso la fine del 1983, con l’uscita di Standing In The Light, cominciarono ad ammorbidirsi un po’, orientando la loro musica sulla rotta di un pop più commerciale. Le fonti d’ispirazione dei Level 42 erano chiare e manifeste ed i membri della band si prodigarono con entusiasmo e gioia per trasmettere il retaggio del jazz-rock e del funk ai giovani degli anni ‘80. Arrivò anche per loro un grande e duraturo successo, ma i Level 42 non tornarono mai più ad essere così pionieristici come è possibile ascoltare in queste primissime registrazioni ufficiali. Strategy (aka The Early Tapes), pur con le sue debolezze di gioventù, è ancora fresco e vitale dopo 38 anni. Dopo tutto già così è un gran risultato.

Rebirth – This Journey In


Rebirth – This Journey In

Ho una passione mai nascosta per quello che viene definito Acid Jazz: un marchio coniato da un dj londinese (Gilles Peterson) che definisce in due parole alcuni stili e varianti sul tema del jazz. E’ il classico termine che vuol dire tutto e in realtà significa poco, ma che sintetizza bene un movimento che a metà degli anni ’80 venne alla ribalta con un’inedita miscela di  funk, rock psichedelico, rare grooves della musica black e jazz elettrico, ma anche e forse soprattutto, soul e r&b. The Rebirth, sono un gruppo che, pur essendo nato molto tempo dopo, rientra a pieno titolo nell’orbita concettuale dell’acid jazz. I Rebirth fanno base a Los Angeles, e sono composti dal tastierista Carlos "Loslito" Guaico, dalla cantante Noelle Scaggs, dal batterista Chris Taylor, dal chitarrista Patrick Bailey, dal bassista Gregory Malone, dal percussionista Raul Gonzalez e dal tastierista Mark Cross. Il gruppo si è guadagnato un’ottima fama nel circuito underground con le esibizioni dal vivo e prestando alcune singole registrazioni a varie compilation tematiche. Finalmente, nel 2005, la band californiana ha pubblicato il primo e ad oggi insuperato album intitolato “This Journey In” attirando così immediatamente una maggiore attenzione da parte del grande pubblico ed anche della critica. Il suono dei Rebirth cavalca gagliardamente il confine tra soul e acid jazz e si va a collocare in quella cerchia che comprende gruppi storici come gli Incognito, i Brand New Havies o i Soul II Soul. “This Journey In” fu un debutto internazionale di grande spessore ma anche di inusuale maturità e compiutezza. Mostrò al mondo una nuova band ricchissima di talento ed in prospettiva con un grande futuro. La scelta della strumentazione così come gli arrangiamenti sono perfetti, e i Rebirth possono avvalersi inoltre della attraente voce di Noelle Scaggs.  This Journey In ci regala un lavoro che suona tanto funky quanto è brillantemente piacevole, senza punti deboli o scadimenti di tono. La qualità del materiale originale è impressionante, specialmente nella prima parte del disco, che è davvero ricca di brani accattivanti e musicalmente sofisticati come ad esempio “This Journey In”, "Stray Away" e il martellante "Shake It". Da citare anche "Common Ends", una traccia che parla delle esperienze della vita che uniscono le persone e il funky-disco di ispirazione brasiliana "Talking Me Down". Una nota particolare merita anche la loro acclamata cover di “Evil Vibrations” dei The Mighty Ryeders. I testi sono intelligenti, gli arrangiamenti come detto sono creativi e tutto l’album è letteralmente pervaso da un groove irresistibile, al cospetto del quale gli amanti dell’acid jazz non possono di sicuro restare indifferenti, ma che potrebbe senza dubbio piacere ad una ben più vasta platea di ascoltatori. La perfetta alchimia di suoni vintage, compreso l’immancabile piano elettrico Rhodes, i synth e i moog, le linee di basso pulsanti e vivacissime e la batteria potente e precisa creano una combinazione che rende questo lavoro uno dei migliori album soul degli ultimi anni. I Rebirth mettono insieme la loro grande vitalità musicale con la lucida poesia dei loro testi ed un solido songwriting, creando un suono ricco e pieno, vario e trascinante, costruito su una miscela organica di soul nuovo e tradizionale, hip-hop, jazz, e funk. Negli anni seguenti purtroppo I Rebirth non sono stati in grado di ripetersi su questi livelli e oggi possiamo dire che “This Journey In” è rimasto uno stupendo esordio rimasto praticamente senza seguito. Tuttavia questo è un album caldamente raccomandato.

Don Grolnick - Hearts And Numbers


Don Grolnick - Hearts And Numbers

Don Grolnick è uno di quei musicisti che godono della stima incondizionata da parte dei colleghi, soprattutto di quelli più famosi e rinomati. Tuttavia non ha mai avuto un grande seguito tra il pubblico, sia pure in quello circoscritto e sempre attento del jazz. Questo è un vero peccato perché Grolnick è stato un ottimo pianista e un geniale compositore, ma anche un innovatore ed in qualche misura un pioniere delle tendenze più moderne del jazz. Un male incurabile lo ha sottratto al mondo a soli 48 anni, con appena 4 album all’attivo.  Per queste ragioni meriterebbe una più vasta fama e maggiore riconoscimento a livello globale. La storia di Don Grolnick nasce a Brooklyn, ma in realtà lui è cresciuto a Levittown, in California, e fin da ragazzo ha vissuto immerso nel jazz. Ha frequentato la Tufts University e nel 1971 è entrato a far parte dei Dreams, una band jazz-rock che includeva musicisti emergenti che poi diventeranno star come il sassofonista Michael Brecker, il trombettista Randy Brecker e il batterista Billy Cobham. (e vorrei sottolineare i nomi appena citati). Per tutti gli anni '70 e all'inizio degli anni '80, è stato un musicista di punta a New York, dove oltre a suonare jazz nei locali top della metropoli ha avuto modo di collaborare ad album di artisti pop come "Streetlights" di Bonnie Raitt, "What's New" di Linda Ronstadt e a due capolavori senza tempo come "Royal Scam" e "Aja" degli Steely Dan. Tra i suoi progetti non vanno dimenticati i gruppi fusion, come gli Steps Ahead e i Brecker Brothers che si sono largamente avvalsi delle sue sofisticate composizioni oltre che della sua bravura come tastierista. Don Grolnick debuttò a livello discografico nel 1985 con "Hearts and Numbers" e dalla fine degli anni '80 iniziò a concentrarsi maggiormente sul jazz. Questo album ha avuto notevole influenza su tutta la musica fusion degli anni ottanta e novanta e rappresenta molto bene la creatività di Don e la sua capacità di comporre brani complicati e spiazzanti, costruiti in modo ardito e basati su progressioni armoniche e ritmiche del tutto originali. Pur essendo catalogabile sotto il genere fusion, è ben chiara una forte componente jazzistica in tutta l’architettura sonora degli otto brani che compongono l'album: sono stati tutti scritti da Don Grolnick, che non a caso  era molto stimato anche e soprattutto come compositore. Sono composizioni che sanno mettere a profitto i sofisticati progressi che l'armonia stava compiendo in quegli anni, con utilizzo di alchimie musicali intricate che assimilavano suggestioni anche da generi estranei al tradizionale percorso jazzistico. A questo si aggiunga un utilizzo molto raffinato delle ritmiche, con un uso massivo dei tempi dispari e molte variazioni sul tema. Pointing At The Moon in apertura di album è immediatamente la testimonianza di una straordinaria inventiva: l’atmosfera è rarefatta, molto particolare e si distinguono sia Michael Brecker ed il suo sax che la bella chitarra elettrica di Jeff Mironov. More Pointing riprende là dove era finito il precedente brano, ma qui tutto è giocato in un sottile dialogo tra sax e tastiere a creare qualcosa di indefinibile e liquido dove spicca la grande capacità esecutiva di Michael Brecker. Pools è segnata da un ritmo strano e frammentato, in perenne movimento tra la ballata e il medio tempo: questo è probabilmente uno dei brani più belli in assoluto di Don che ci regala da par suo un assolo di pianoforte meraviglioso. Da sottolineare anche il lavoro di Will Lee al basso e il drumming vivace di un grande Peter Erskine. Regrets è una vera e propria ballata jazz dai toni molto crepuscolari e malinconici con la presenza alla chitarra di Bob Mann e un languido assolo di sax di Brecker, senza dubbio il mattatore di questo album. Delicatissimo e raffinato il piano di Grolnick, mette in risalto la qualità della partitura. The Four Sleepers vanta la presenza di Marcus Miller al basso e nuovamente Jeff Mironov alla chitarra elettrica. La melodia è bellissima ed avvolgente con i synth di Don Grolnick che abbracciano letteralmente l’ascoltatore conducendolo in un percorso lunare e decisamente onirico. A riportare il tenore del disco in acque musicalmente più agitate ci pensa Human Bites, una sorta di be bop fusion furiosamente scandito da ben due batteristi: un Peter Erskine in gran forma ed un formidabile Steve Jordan. A tenere alta la tensione emotiva del brano ci pensa la chitarra elettrica del sempre originale Hiram Bullock. Act Natural si distingue dagli altri pezzi per l’uso dei synth molto più massiccio, ma non certo per la qualità della composizione che si mantiene sempre su livelli elevati con un risultato finale estremamente godibile nel contesto di una fusion molto raffinata. Chiude i giochi Hearts And Numbers suonata da Grolnick in perfetta solitudine pennellando armonia e melodia con il pianoforte acustico ed i synth. Sono tre minuti di puro godimento e beatitudine musicale. Tutti i musicisti qui impegnati, ognuno dei quali è una stella del firmamento jazzistico contemporaneo, sono straordinari sia nelle parti scritte sia nelle ottime improvvisazioni, e riescono a rendere il tutto fluido e scorrevole, anche se indubbiamente Hearts And Numbers non può certo essere considerato un’opera di facile lettura. Si tratta di una fusion geniale ed elaborata, perfino sorprendente se paragonata con quello che ci si aspetta da questo genere. E’ qualcosa di indefinibile che sta tra i Weather Report e gli Steps Ahead, tra la new age ed il be bop senza mai scadere nel kitsch o nel banale. E il frutto maturo del talento di un grandissimo musicista che solo una gravissima malattia ha sottratto ad una carriera che, ne sono sicuro, avrebbe potuto regalare molte altre gemme di questo livello, sia nel jazz che nella fusion. Respect.

Kennedy Administration - Kennedy Administration


Kennedy Administration - Kennedy Administration

Capita ogni tanto di imbattersi in modo del tutto casuale in qualche nuova proposta musicale e restarne immediatamente conquistati. E’ il caso di questi Kennedy Administration, che fin dal primo ascolto (avvenuto come spesso succede su Youtube) hanno catturato la mia attenzione, spingendomi ad una analisi più approfondita del loro primo album, fresco di pubblicazione. Energici, gioiosi, brillanti, ma eleganti e raffinati quanto basta i "Kennedy Administration" propongono una miscela di funk e soul alla quale è molto difficile resistere. Per ben tre anni la band ha affinato il suo sound esibendosi quasi quotidianamente nel loro locale di riferimento a New York: il Groove di Brooklyn. Una parte determinante della loro riuscitissima formula musicale è la presenza scenica della formidabile cantante che porta il nome della band, Ms Kennedy, che con la sua affascinante voce caratterizza e marchia in modo molto personale l’impatto sugli ascoltatori. Dunque, dopo aver forgiato un proprio suono e un'identità ben precisa, Kennedy Administration è oggi una realtà in grado di proporre dei contenuti musicali moderni in un contesto profondamente soul, giudiziosamente miscelato con elementi di jazz, R & B, hip-hop e pop con qualche palese richiamo ai suoni vintage della disco. Il batterista Nat Townsley, il bassista Chelton Gray, il tastierista Ondre J e il chitarrista Vin Landolfi creano le fondamenta solide sulle quali far esprimere al meglio la contagiosa passione e la carica positiva di una bella voce contemporanea come quella di Ms Kennedy, un’ulteriore degna rappresentante della tradizione vocale soul afro-americana. Già dal brano d’apertura il quadro si delinea chiaramente: groove soul e funk sono il cuore di "It’s Over Now", la canzone che è uscita in anteprima anticipando la pubblicazione di questo album omonimo dei Kennedy Administration. La melodia cattura subito, quasi come un classico degli anni ’80: c’è un sottile filo conduttore che rimanda al passato con i piedi ben piantati nel presente. Il disco è realmente suonato, senza campionamenti o altre diavolerie elettroniche: suona fresco e genuino, alla stregua di un concerto dal vivo. Ci sono brillanti canzoni scritte dagli stessi Kennedy Administration ma anche un paio di classici rivisti e reinterpretati come "Let’s Stay Together" di Al Green e "Will It Go Round in Circles" di Billy Preston che sono tanto sorprendenti quanto inaspettati. I Kennedy ne danno una lettura davvero molto convincente. La voce di Ms Kennedy è straordinariamente chiara, priva di inutili tecnicismi ma piena di espressività e ricca di precisione. Una voce che scorre su un potente, dinamico sound dalle sfumature funk  e in qualche misura vicino anche al jazz, reinterpretato in chiave contemporanea. Gli originali della band sono ugualmente una piacevole sorpresa per varietà e originalità anche negli arrangiamenti, davvero mai banali: questo è un album che ispira simpatia e spinge al sorriso ed al relax pur mantenendo una vibrante tendenza al groove ed al movimento.  Molto bello 'Do not Forget To Smile' con ospite Gregoire Maret all’armonica. Trascinante anche 'Let's Party' che ha un piglio da vecchia scuola disco d'inizio anni '80. Notevole poi la particolare "Let Go"  che è inframmezzata da una parte rap ed è un pò nello stile degli Elements Of Life. Il parallelo con dei mostri sacri come Rufus & Chaka Khan appare a questo punto non troppo azzardato. Il carattere stesso della band risulta essere particolarmente vicino a quello del popolare gruppo della straordinaria Chaka. I Kennedy Administration possiedono quel vibrante suono Soul / Jazz-Funk che solo una vera band può restituire pienamente. Guidati dalla bella voce di una grande cantante come Ms Kennedy, ma supportati anche dal valore di musicisti di livello come sono i membri stessi della band, il gruppo si avvale della collaborazione di molti altri strumentisti e di una bella sezione fiati e in alcuni brani anche degli archi. Non a caso gli arrangiamenti sono uno dei punti di forza di questa produzione. Al debutto assoluto sul mercato discografico la band ha composto e suonato otto bellissime composizioni originali ed inserito due cover  davvero eccezionali, portando una nuova dimensione ed una inedita energia a questi classici. Nel complesso un ottimo album che ci consente di apprezzare la nascita di un nuovo talentuoso gruppo funky-soul.

Point Blank – Soul Stream


Point Blank – Soul Stream

Immaginate il Jazz, l’R&B ed il Funk intrecciati in una miscela ricca di groove e passione: queste sono le basi sulle quali è stato costruito il nuovo album dei Point Blank, intitolato Soul Stream. La band stessa si è così espressa per sintetizzare il significato del nuovo lavoro: "Soul Stream è un viaggio nello spirito dell'ascoltatore che parte dall'introspezione per arrivare a qualcosa che si colloca anche oltre, in un viaggio nell’anima dell’ascoltatore”. Questa raccolta di brani cattura l'immaginazione con delle idee musicali che accarezzano i sentimenti per librarsi poi anche più in alto. Quasi come se questi musicisti di Philadelphia avessero trovato il modo di amplificare le sensazioni e le emozioni del pubblico con un flusso sonoro in grado di avvolgere completamente l’ascoltatore. Point Blank è un collettivo di musicisti che mette insieme i suoni strumentali della tradizione jazzistica con le accattivanti atmosfere degli altri sotto generi della black music. Dorden Bivings è il leader, cantante e tastierista, Juan "Cuco" Castellanos è alle percussioni, Gerald Chavis alla tromba e Jerry Blake al sax. Steve Pratt alla chitarra, Winnie Ferguson al basso, Zack Stevens alle tastiere e Kerry Little alla batteria. Sono tutti musicisti provenienti dall’area di Philadelphia e tutti specializzati nello stile più contemporaneo del jazz. Ognuno di loro ha  girato il mondo al seguito di artisti del calibro di Harold Melvin e Blue Notes, The Manhattans, The Temptations, The Ray Charles Orchestra, BB King e la US Army Jazz Band. Quando non si esibiscono dal vivo o non registrano per Point Blank, i membri della band lavorano come musicisti di studio e come insegnanti privati. Su Soul Stream, i Point Blank includono anche un brano composto da Michael Jackson intitolato Heartbreak Hotel, una delle canzoni più sottovalutate della star del pop. Overflow, è stato scritto da Dorden Bivings che si esibisce anche alle tastiere ed è arricchito da un gran lavoro di sax  di Jerry Blake e di Gerald Chavis alla tromba. L’album è molto eterogeneo e al suo interno ci sono anche canzoni melodiche come Melancholy, accattivante e piacevole. Soul Stream è una piccola gemma con oltre sessanta minuti di buona musica  che colpisce al cuore e resta scolpita nei ricordi. C’è anche una commovente dedica all’ex membro della band Paul Lee, intitolata "Passionate Love (Paul's Tune). E’ un brano di fatto composto dal compianto Paul ma mai completato, che il gruppo ha lasciato nella sua forma originale come testimonianza diretta dell’amico e collega scomparso. Il disco ricorda il jazz-funk della vecchia scuola degli anni ’70, con una combinazione vincente di buon jazz e soul, r&b funk. Si tratta di brani diretti e privi di inutili orpelli o appesantiti da un’inutile ridondanza di arrangiamenti. I Point Blank badano al sodo, puntano tutto sulla musica nella sua essenza: buoni temi, tante idee, molti assoli e molto groove. E’ senza dubbio una delle cose migliori uscite da Philadelphia negli ultimi anni e rappresenta anche una proposta davvero interessante in assoluto. I Point Blank ci regalano un bellissimo viaggio nel talento musicale, proposto da un gruppo di musicisti esperti ma ancora pieni di entusiasmo. Se amate l’acid jazz e se siete nostalgici dei suoni vintage dei mitici seventies, non potete farvi scappare un album come Soul Stream.

Vance Taylor – Long Overdue


Vance Taylor – Long Overdue

Il tastierista Vance Taylor ha avuto fin da giovane l’idea fissa di intraprendere la carriera musicale. Decise che il pianoforte sarebbe diventato il suo strumento elettivo e decise in seguito di frequentare le lezioni di musica presso le università Emory e Mercer. I suoi genitori, riconoscendo il suo talento, hanno sempre incoraggiato le scelte di Vance, inserendolo anche nella comunità religiosa di Atlanta: la chiesa divenne così il suo primo palcoscenico. E’ proprio da queste esperienze giovanili che sono venute la carica spirituale e la determinazione che gli hanno permesso una precoce crescita artistica. All'età di tredici anni, Vance ha ricevuto in regalo il suo primo pianoforte sul quale ha avuto modo di esercitarsi molto intensamente, perfezionando così le sue già notevoli abilità naturali. In aggiunta alla sua passione, un suo parente gli fece conoscere musicisti (pianisti) come Oscar Peterson, Art Tatum e Erroll Garner. Ben presto Vance trovò la sua strada anche come risultato dell'ascolto intensivo di questi grandi del jazz. Nel 2008, dopo anni di gavetta, collaborazioni (Earth Wind & Fire su tutte), e tour in giro per il mondo, ha portato a compimento la realizzazione del suo primo progetto da solista intitolato "Long Overdue". Il CD include dieci brani molto ben arrangiati che fondono elementi di soul, jazz e funk. L’album di debutto di Vance Taylor è stato uno dei più interessanti usciti in quel periodo. Il lavoro, estremamente ben realizzato, è caldo, sensuale e positivo: caratterizzato da una forte predominanza della componente funk. Al primo ascolto, gli appassionati di musica si chiederaano "Ma dove è stato nascosto questo tizio fino ad oggi?"  Ma Taylor non è certo un nuovo arrivato, poiché ha suonato nell'ombra per artisti come Cece Winans, Candi Staton, George Howard e Toni Braxton, giusto per nominarne alcuni. Inoltre, Vance Taylor è un membro fisso dei Maze da quasi 10 anni. E poi c'è la militanza negli Earth Wind & Fire che non ha bisogno di ulteriori commenti: non si suona con i mostri sacri se non si è più che bravi. Una carriera da solista era quello che mancava per arrivare definitivamente alla ribalta e Vance, senza dubbio, è riuscito nell'intento di arrivare dritto alla meta con questo suo Long Overdue. Qui ci sono composizioni fresche e sufficientemente innovative, ricche di colori e cariche di un groove perfettamente in grado di invitare indifferentemente all’ascolto o al ballo. Ultimamente ho avuto modo di ascoltare parecchio smooth jazz di qualità, e posso dire che Vance Taylor appartiene di diritto alla categoria dei musicisti d'elite. Il suo stile eclettico e la sua sintesi di funk e jazz assomigliano a quello dell'ex membro dei Tower of Power, Roger Smith. Vance Taylor propone la sua semplice formula avvalendosi di ottimo materiale musicale, senza bisogno di grandi orpelli. Long Overdue è fatto di belle canzoni, ascoltando le quali risulta difficile trovare un punto debole. Tutto scorre con fluidità e precisione, senza storture o impuntamenti. L'album si apre con una versione molto raffinata del classico brano degli Stylistics, "People Make the World Go 'Round", e offre inoltre un altro brano non scritto direttamente da Taylor  intitolato "Dirty Old Man". Gli originali di Vance sono brillanti e non a caso hanno avuto un certo successo nelle radio specializzate. La presenza pianistica di Taylor è forte ed è il perfetto complemento di questi pezzi. Da notare poi il basso funky  magistralmente suonato da Jeff Smith e un significativo contributo di percussioni e batteria da parte dei bravi Marcus Williams, George "Spike" Nealy e Stacey "Quick" Ellis. Gli arrangiamenti di fiati, molto intensi, sono opera dello stesso Taylor con l’aiuto dei suoi synth, ma c’è da rilevare la presenza di un lavoro di gran classe operato da Larry Jackson e dai suoi sax. Brani come "See You in the Morning" o "Off Da Hook"  sono il miglior esempio di quanto interessante e stimolante possa essere un disco di smooth jazz se composto con intelligenza e creatività. Se il risultato è quello che tutti possiamo ascoltare su Long Overdue, il debutto da solista di Vance Taylor meritava una tanto lunga attesa. Adesso che lo abbiamo tra le mani, vale la pena di prendersi qualche minuto per assaporarsi con calma un ottimo esempio di smooth jazz nella sua migliore rappresentazione.

Curtis Fuller – Blues-ette


Curtis Fuller – Blues-ette

Dopo la seconda guerra mondiale ha fatto la sua comprasa un nuovo stile di jazz chiamato "bebop". Questo genere altamente tecnico è una delle pietre miliari della storia della musica. Il pubblico ha potuto godere di ritmiche rapidi e armonie complesse per merito di geniali innovatori come Charlie Parker, Dizzy Gillespie o Charlie Mingus. Fin dall'inizio, il bebop non era destinato al ballo o al facile intrattenimento e non a caso le big band che erano solite suonare melodie orecchiabili stavano iniziando a declinare. Durante questo periodo, i quartetti e i quintetti guadagnarono in popolarità e finalmente le trombe e sax solisti prosperarono, mentre le opportunità per uno strumento di colore come il trombone erano ora limitate. Naturalmente c'erano delle eccezioni a questa regola. J.J. Johnson, Kai Winding e Al Gray erano alcuni trombonisti che eccellevano. In seguito, all'inizio degli anni '50, venne introdotto un diverso tipo di stile che venne definito "hard bop". L’Hard bop differisce da bebop i suoi tempi più lenti, per l’uso di un maggior numero di chiavi minori, per le linee di contrabbasso fantasiose ed anche per una contaminazione con il blues e l’R&B. E’ durante la metà degli anni '50 che un talentuoso e giovane trombonista di nome Curtis Fuller è entrato in scena. Fuller ha immediatamente abbracciato lo stile hard bop che era perfetto per il suo suono ricco e caldo. Quando Fuller suona il suo strumento, come solista o come accompagnatore, puoi facilmente descrivere il suo stile musicale dolce ma vigoroso al tempo stesso. E’ la capacità di Curtis Fuller di estendersi su più ottave con veloci colpi di pura genialità la caratteristica che lo distinge da molti dei suoi contemporanei. Nato a Detroit nel 1934, Curtis Fuller da ragazzo ha iniziato suonando il sax baritono. Al liceo decise di passare a un altro strumento, e scelse il trombone. Anche se Detroit sarebbe diventata in seguito sinonimo di "Motown sound", negli anni '50 “Motor City” ha dato i natali anche un buo numero di grandi del jazz come ad esempio Hank ed Elvin Jones, Donald Byrd e Kenny Burrell. Negli anni ’50 la maggior parte di questi musicisti si trasferì a New York e Curtis presto fece la stessa cosa. Qui ha avuto l’opportunità di arrivare ad essere il leader di una sua band. Fuller ha registrato album per le etichette Prestige e Blue Note ma è la sua collaborazione con Benny Golson con l’etichetta Savoy ad essere oggetto di questo mio post. Nel 1959 Curtis Fuller registrò Blues-ette, un disco composto da sei tracce nel quale figurano i suoi compagni di band: Benny Golson al sassofono tenore, Tommy Flanagan al piano, Jimmy Garrison al basso e Al Harewood alla batteria. Su ogni brano di Blues-ette Fuller è in prima linea dimostrando al pubblico che anche un trombone è uno strumento musicalmente coinvolgente. Curtis si distingue per le sue esecuzioni precise e dal tempismo impeccabile. In particolare la combinazione tra il suo trombone e il sax di Golson emerge per il sound ricco ed avvincente in un contesto dove ogni solista mostra una notevole abilità. Tutto semplice e lineare ma con una magnifica dose di calore e passione. Flanagan, Garrison e Harewood formavano una sezione ritmica che poteva tranquillamente competere con il meglio in circolazione. Non a caso questi tre musicisti sono responsabili di un ottimo lavoro per scansionare il tempo e fornire uno sfondo divertente e stimolante per le pennellate dei due solisti principali. Durante l’ascolto di questo album si ha netta la percezione del blues. A differenza di altre registrazioni che possono ugualmente avere "Blues" nel titolo, Blues-ette prende moltissimo dalla dolce malinconia e dall’atmosfera rilassata del popolare genere black. Ed è bellissimo notare come gli artisti si concentrino più sulla chimica ed il lavoro di gruppo invece di cercare di sfidarsi l'un l'altro in un mero esercizio di tecnica fina a se stessa. Un approccio iper-tecnico avrebbe probabilmente annullato la magica sinergia che invece appare nitidamente in ogni momento della registrazione. Ascoltando tutti i brani, qualcosa mi riporta alla mente l’immagine della bellezza associabile alla perfetta alchimia del nuoto sincronizzato. La traccia di apertura, "Five Spot After Dark", è un esempio perfetto di quello che sto dicendo. Scritta da Golson, è un pezzo nato per catturare l'attenzione e sicuramente ci si ritrova a suonarlo spesso. È una melodia soul blues che definisce gli stilemi di un genere venuto molto dopo come lo "smooth jazz" inserito nel contesto del jazz classico. Sia Benny Golson che Curtis Fuller ci deliziano con assoli  liquidi e cristallini. La performance di Fuller dà in qualche misura un nuovo significato alla parola "definitivo", il suo trombone non è meno che memorabile. "Minor Vamp", scritto anch’esso da Golson, è un’altra piccola gemma. Presenta il suono caldo del sax con Garrison e Harewood che ancora una volta sono perfetti nel tenere il ritmo. È il brano più allegro e ottimista di Blues-ette e qui si può apprezzare la capacità di Fuller di suonare anche in velocità. "Blues-ette" comincia con Flanagan al piano ed è molto coinvolgente. Questa è una composizione che dà a ciascuno degli artisti l'opportunità di un assolo, ad eccezione del batterista Harewood, che mantiene un profilo  leggero pur contribuendo a cementare ritmicamente tutti gli altri. Anche Jimmy Garrison al basso si distingue per il suo tocco vigoroso e pieno di fantasia. Sia il contributo di Fuller che quello di Golson sono anche in questo caso a dir poco eccezionali. Questo è un album che ho molto apprezzato. La voce calda e precisa del trombone di Curtis Fuller cambieranno la tua percezione di questo ottone, troppo superficialmente considerato uno strumento insipido e noioso. Il talento di Fuller nel suonare il trombone con la velocità e la precisione della maggior parte dei trombettisti o dei sassofonisti consentirà davvero una valutazione corretta delle potenzialità di questo strumento. In conclusione con Blues-Ette troverete un album dal suono fresco ed elegante che dovrebbe senza meno far parte di ogni collezione di jazz che si rispetti. Grazie all’arte ed alla maestria di Curtis Fuller e della sua band si ha l’opportunità di apprezzare al meglio il sound del vero hard bop. Blues-ette è un disco storico ed è vivamente raccomandato a tutti gli appassionati di musica che amano il jazz profumato da un tocco di genuino blues.

Tom Schuman – Reflections Over Time


Tom Schuman – Reflections Over Time

Tom Schuman è un tastierista americano, noto principalmente per la sua militanza nel famoso gruppo fusion Spyro Gyra, una delle band più popolari del contemporary jazz. Tom è stato presente su tutti gli album degli Spyro Gyra fino ad oggi ed ha composto, in prima persona o in collaborazione, oltre trentacinque brani per il collettivo. Tuttavia il suo impegno come musicista non si ferma ai soli Spyro Gyra dato che la sua creatività trova libero e naturale sfogo in una ormai consolidata carriera solista. Il suo debutto avvenne nel 1990 con Extremities seguito dall'album più direttamente influenzato dal jazz intitolato Schuman Nature. A questi seguirono due lavori di chiara matrice smooth jazz: Into Your Heart (2003) e Deep Chill (2005). Il suo album del 2010, Reflections Over Time, parte dalle esperienze precedenti per sintetizzare un mix di diverse tendenze e stili del jazz. Lo stesso Shuman infatti dichiara in proposito: "Il miglior modo per riassumere questo CD è descriverlo come una miscela eclettica di molti generi di musica. Jay Beckenstein, leader degli Spyro Gyra, dopo aver  ascoltato il primo brano dell’album, "A Quote From Mr Z", che è un tributo al compianto Joe Zawinul, ne fu così entusiasmato da volerlo inserire nel programma live del gruppo. Infatti al momento lo spettacolo degli Spyro Gyra apre proprio con questo spettacolare pezzo. L'album vede la partecipazione di Bonny B, Kevin Stixx Marshall e Ludwig Afonso alla batteria, Ameen Saleem (contrabbasso su Giant Steps), Jay Azzolina, Alvin White, David Becker e Andy Wasson alle chitarre, Skip Martin alla tromba, flicorno e voce, Julian Tanaka al sax tenore e soprano. Tom suona ovviamente tutte le tastiere ed il piano coadiuvato da Schu Thomas al basso e Slide Funkshin alla batteria e alle percussioni. La prima canzone, come detto, è dedicata al gran maestro della musica fusion, Joe Zawinul: Sennie "Skip" Martin (tromba) e lo stesso Tom Schuman sono sulla giusta lunghezza d’onda per rendere omaggio al genio visionario dell’immenso Zawinul. Seven 4 You è un perfetto esempio di fusion, avvalendosi di un arrangiamento brillante e di un mirabile flusso melodico, il brano dispensa bellezza e groove, consentendo ai solisti ed in particolare a Tom di esprimersi al meglio. Sofia's Eyes cambia registro dipingendo un affresco acustico di grande suggestione. E’ interessante come il piano di Schuman si integri con la chitarra acustica di Jay Azzolina per creare l’atmosfera quasi new age alla base di questa ballata. Anche Reflections Over Time è una perfetto esempio di come Schuman abbia ben assimilato lo spirito di Joe Zawinul, con un bravo Julian Tanaka ad aggiungere il il timbro del suo sax. Gli amanti della musica ricca di fiati nello stile dei Tower of Power, East Bay Soul o degli EWF godranno di un brano come Hooked On Rockin. Qui i perfetti riff di chitarra di Andy Wasson introducono l'impressionante esplosione di fiati guidati dal sax di Julian Tanaka prima che sia la chitarra a riprendersi il ruolo di protagonista. Un orecchio attento non si farà sfuggire il potente groove di basso e la ritmica trascinante. Con Follow Your Heart, Tom Schuman ci da la sua visione del romanticismo in musica, con una bella melodia splendidamente disegnata dal sax soprano e poi dal piano acustico. When è un brano cantato da Skip's Martin, che mette in luce una bella performance come cantante soul. Una canzone che può avere successo come singolo r&b. God Please Bless America è il viaggio musicale che Schuman intraprende nella storia d'America, mettendo dentro anche campionature di voci di alcune popolari personalità politiche e sociali. Dat's Wassup! Presenta un evidente retaggio di Miles Davis grazie alla timbrica della tromba di Sennie "Skip" Martin. Giant Steps è in parte una sopresa: Tom Schuman si tuffa nel  cuore del jazz con il classico di John Coltrane, originariamente scritto per sassofono tenore, ed eseguito splendidamente al pianoforte. La vertiginosa progressione di accordi ci restituisce una versione davvero riuscita di quello che è considerato un esame di maturità per chiunque suoni il jazz. L'album si chiude con la ballata I Still Miss You che vede ancora Skip Martin nel ruolo di cantante. Un classico pezzo romantico in stile soul/r&b che ricorda Babyface. Reflections Over Time è un album molto ben riuscito, una personale visione di come si possano trasferire le proprie emozioni in musica da parte di un artista vero come Tom Schuman. È uno splendido spaccato di jazz contemporaneo ricco delle contaminazioni e delle influenze su cui Tom è attualmente focalizzato. Il suo fraseggio e la sua proverbiale velocità nella diteggiatura non fanno altro che impreziosirne ulteriormente i contenuti facendo di Reflections Over Time un lavoro godibile e raccomandabile.

John Coltrane - Blue Train


John Coltrane - Blue Train

John Coltrane, ovvero il genio, a mio parere il più grande sassofonista di tutti i tempi. Ascoltando Blue Train stavo fantasticando su di lui e sulla sua musica. Immaginate allora che la scena jazz di New York della fine degli anni ’50 non sia mai finita e che John Coltrane stia vivendo la sua vita là fuori, suonando in una serie infinita di jam session. Immaginate che Trane non abbia mai attraversato il portale della musica modale insieme ai suoi amici Miles e McCoy, provate a figurarvi il sassofonista senza le influenze dell'Africa e del Medio Oriente, arrivate più avanti negli anni, o ancora pensate a come potrebbe essere se non avesse cavalcato una parte del free jazz. Riuscite ad immaginare tutto questo? Bene l’album Blue Train consente di avere un meraviglioso assaggio di come sarebbe potuto essere John Coltrane se le sue scelte fossero state cristallizate al 1957 ed una piccola anticipazione di ciò che effettivamente è venuto dopo. Nel 1957 Trane mise tutto se stesso in questo capolavoro, che è di fatto uno dei suoi primi album come leader di una band. Con un piede ancora nel catalogo di Charlie Parker e un orecchio rivolto verso l'hard bop, l'album suona quasi come un tipico club set di quel periodo. Blue Train è conosciuto principalmente per la title track, che è anche la prima composizione degna di nota di Coltrane. Nel suo assolo iniziale è già contenuto il messaggio musicale alla base della sua arte. Brani come "Moment's Notice" e "Locomotion" dimostrano che, anche prima che il genio di Hamlet sintetizzasse in musica la sua unicità stilistica e la sua profondità spirituale, John poteva tranquillamente comporre una melodia accattivante e arrangiarla con attenzione. L'album beneficia della presenza di Paul Chambers e Philly Joe Jones della band di Miles rispettivamente al basso e alla batteria. Il pianoforte è affidato al sound bluesy di Kenny Drew per completare un’eccellente sezione ritmica. C’è un giovane Lee Morgan a contribuire al sapore be bop dell'album con le sue citazioni Gillespieane. Non manca un formidabile Curtis Fuller che con il suo trombone intelligentemente non cerca di tenere il passo con i suoi più agili compagni ma opta per una varietà di sfumature e colori di grande suggestione: ma graffia quando deve. Da Blue Train a Giant Steps, uscito solo due anni più tardi, il passo è davvero da gigante, e con A Love Supreme la distanza si fa persino difficile da descrivere. Tuttavia questo è un album meravigliosamente energico e anche divertente. Quella superba grandezza di spirito del maturo Coltrane non è ancora del tutto palese, ma John anche come semplice "sax tenore" è indubbiamente straordinario, alla pari di Clifford Brown, Sonny Rollins, Horace Silver e Art Blakey, anch’essi icone jazz di quello stesso periodo. Blue Train contiene tutti gli elementi necessari ad un disco di jazz. Grandi musicisti, grandi assoli e melodie originali che diventeranno in seguito degli standard. Grazie alle incredibili e complesse progressioni di John Coltrane il livello di tutti i musicisti è notevolmente incrementato, di conseguenza tutto suona impeccabile. Analizzando in dettaglio le tracce, si parte con la celebre Blue Train: ammettiamolo, tutti quelli che masticano almeno un pochino di jazz conoscono l'apertura di questa canzone. È un classico affermato. Ogni strumento ha il suo momento per brillare. La tromba di Lee Morgan in particolare è spettacolare, oltre al sax di Trane. Segue una formidabile Moment’s Notice. Questo brano vede una grande interazione tra tutti gli strumentisti. Semplicemente si può dire che si completano l'un l'altro alla perfezione. L'intro di Coltrane evidenzia il suo incredibile timbro ed il suo assolo mostra la sua abilità nel dominare lo strumento. Coltrane ha scritto e registrato questa canzone nel giro di un'ora. Da notare come la difficoltà nel suonare pezzi di jazz dal ritmo serrato, Curtis Fuller riesca a coprire l'intera gamma cromatica con il suo trombone, dimostrando quanto questo strumento possa  essere altrettanto versatile e come può suonare con la stessa forza di qualsiasi altro ottone. Anche la tromba di Morgan è di nuovo dominante e Jones si distingue con il suo drumming perfetto e al contempo fantasioso. Paul Chambers non è da meno, mettendo in luce le sue abilità di solista con un assolo di contrabbasso notevolissimo. Infine il pianoforte di Kenny Drew aggiunge contrappunti e armonie con il suo andamento sempre molto blues. Locomotion è un brano dal ritmo frenetico basato sul blues: è il fragore della batteria di Philly Joe che conduce l'intero gruppo. Sul veloce Coltrane sembra quasi suonare meglio, se possibile, il suo assolo su questa canzone è una versione più lenta e melodica della sconvolgente "Countdown" registrata su "Giant Steps". La cover di I'm Old Fashioned è l’unico non originale dell'album. Questa ballata è stata composta da Jerome Kern e Johnny Mercer, e qui Coltrane si dimostra perfettamente a suo agio anche suonando brani lenti come questo. Chiude un’altra fantastica composizione di Trane, Lazy Bird, che diventerà un classico del jazz. Il pezzo inizia con il piano, Morgan e Fuller sono meravigliosi nei loro assoli, Philly Joe Jones continua a swingare invogliando a tenere il tempo e John Coltrane guida le danze da par suo. Al termine dell’ascolto mi trovo a pensare una cosa: compra qualsiasi opera in cui figura John Coltrane e difficilmente resterai deluso! Lui è stato un artista unico che non ha mai smesso di crescere e migliorare non solo come musicista, ma anche come uomo. John Coltrane ha cambiato la storia del jazz e l’unico rammarico che si può avere è che sia mancato troppo presto.

Alex Han - Spirit



Alex Han - Spirit

Ogni cosa che appartiene all’universo che ruota attorno a Marcus Miller desta immediatamente la mia attenzione. Sin dal debutto con il famoso maestro bassista di New York ho avuto a cuore un giovane sassofonista di nome Alex Han, che milita da anni proprio nella band di Marcus. Lui si è in breve tempo distinto per un talento non comune. Un talento così cristallino che non poteva che approdare presto ad un album solista. Il sassofonista e compositore Alex Han è dunque finalmente uscito nel 2017 con Spirit, il suo primo lavoro da leader: mettendosi in gioco con il suo suono audace, vigoroso e raffinato, l’esordio non poteva essere più interessante. Come è logico il progetto è stato prodotto dal suo mentore: l'insuperabile Marcus Miller. Alex Han è un membro fisso del gruppo di Miller ormai da molto tempo, ed è apparso in molti dei suoi album, continuando al contempo a partecipare alle tournée con il mitico re del basso elettrico. Costruito su dieci tracce in tutto di cui sette originali composti dallo stesso Han più una cover del malinconico hit "Fragile" di Sting, la title track Spirit passionale e meditativa, scritta appositamente per Han da Miller, ed infine il vivace "The Jungle Way Out", composta dal bassista Yohannes Tona.  Spirit è un album che mette in risalto tanto la versatilità di Han quanto la sua innegabile musicalità. E’ Alex stesso a spiegare la sua prima esperienza da solista:  "È stato un lavoro concepito con grande passione, quattro anni di impegno per arrivare a questo risultato", dichiara con orgoglio. “Sono davvero contento che sia finalmente uscito. Come succede durante la registrazione di qualsiasi album, ci sono state alcune difficoltà durante le sessioni, ma tutto è stato superato grazie ad un grande slancio ed alla perseveranza di tutti”. Racconta ancora Han: "Avevo le demo delle canzoni, ma suonavano un po' troppo elettroniche, Marcus Miller mi disse che pur suonando bene, era meglio rifare i pezzi per ottenere un sound più corposo ed naturale". Così abbiamo apportato le modifiche necessarie all’ impostazione di base del disco e ci siamo resi conto che funzionavano molto meglio, perché avevano raggiunto esattamente quell’atmosfera e quel groove che stavamo cercando. Fondamentale per ottenere il perfetto equilibrio del suono è stato il pianoforte di Federico Pena, un tastierista molto stimato, che è stato anche lui un membro della band di Miller. Pena si porta appresso il suo lirismo e la sua sensibilità, ma anche la cura dei dettagli, traslando gli stessi ingredienti del suo personalissimo sound all’album di Alex Han. "Un elemento importante che si coglie nei pezzi è proprio il pianoforte," riflette Han: è stato utilizzato uno Steinway a piena coda e la registrazione fa sembrare il pianoforte proprio come se fosse stato suonato dal vivo con noi. "Oltre a Pena, Miller e Han, suonano in Spirit il bassista James Genus, il percussionista Mino Cinelu, i batteristi Corey Fonville, Louis Cato e Sean Rickman e il chitarrista Adam Agati, solo per citare alcuni dei talentuosi artisti che Han e Miller hanno messo insieme per l’occasione. Alex è un vero prodigio musicale (ha iniziato a suonare il sassofono quando aveva otto anni) e mostra al suo debutto una straordinaria capacità di comporre melodie forti e memorabili: ad esempio "Behold" o la ritmica "Osasia" e ancora l’elegante e funkeggiante "Spectre". Quest’ultima caratterizzata da un bellissimo assolo di chitarra di Agati e punteggiato dai colpi inconfondibili del basso elettrico di Marcus Miller. Han si distingue anche per un’ottima attitudine nelle ballate, come in “Mowgli” dove si esibisce splendidamente al soprano e sulla quale, pur mantenendo il proprio tono personale occhieggia vagamente al fenomenale Branford Marsalis. “Voice Of The King” è un bellissimo tributo alla fede: etereo, ipnotico e appassionato. Descrivendo la sua infanzia Alex Han dice scherzando che ringrazia i suoi genitori per le lezioni di musica che gli hanno fatto prendere da bambino, piuttosto che per il consumo di cibo spazzatura, i videogiochi o la TV a ruota libera. Ma certo è che l'investimento dei genitori nella sua istruzione musicale ha dato indubbi risultati. Poi un grande debito di riconoscenza e un profondo rispetto Han lo riserva anche al grandissimo Marcus Miller, che si dimostra non solo uno dei geni del jazz contemporaneo, ma anche uno straordinario scopritore di talenti. Di fatto Spirit è un album davvero molto interessante e raffinato: Alex Han conferma di possedere un talento cristallino e lascia presagire una luminosa carriera per i prossimi anni. Il sax del futuro.

Eliot Slaughter – The Reinventment


Eliot Slaughter – The Reinventment

Eliot Slaughter è un musicista e polistrumentista di Cincinnati, già bambino prodigio e dotato di un innato talento per la produzione e l’improvvisazione musicale. E’ uno di quegli artisti per i quali le capacità creative si coniugano con il buon gusto e la misura: una boccata d'aria fresca nel panorama dello smooth jazz internazionale. Eliot non solo compone tutta la sua musica, ma suona anche una varietà di strumenti e tra questi il pianoforte e le tastiere in generale sono è i suoi preferiti. Vive in Ohio, ma Slaughter ha viaggiato molto durante la sua giovinezza, dato che suo padre era un militare: ha vissuto in Europa, e in molte zone diverse degli Stati Uniti. A tal proposito Eliot dice: "Ricordo di aver fatto lunghi viaggi con la mia famiglia, quando ero solo un bambino, ascoltando la musica che veniva suonata da mio padre, grande appassionato di jazz e pianista a sua volta”. Erano Miles Davis, John Coltrane, Oscar Peterson, Bill Evans e altri grandi musicisti che suonavano ininterrottamente: così il piccolo Eliot assorbiva tutto, assimilava l’essenza del jazz. Racconta ancora Slaughter: "Io e mio fratello chiedevamo di ascoltare anche Jimi Hendrix, i Beatles e altri artisti sia Pop che Soul e nostro padre ci accontentava” Risulta chiaro come il tastierista sia cresciuto in un ambiente permeato di musica grazie alla passione del padre e ad una acquisita familiarità con tutti i grandi del jazz e con i suoni funky soul della Motown e del rock. Eliot si è laureato al Berklee College of Music di Boston, una scuola dalla quale sono usciti molti tra i più grandi musicisti degli ultimi 50 anni. Invitabile quindi che dopo anni di studio, intenso lavoro e grande dedizione, Eliot Slaughter si sia alla fine evoluto come artista ed abbia creato uno stile personale che è un insieme di melodia e passione con un forte legame con il jazz e il funk. Dopo aver lasciato Boston, Slaughter è diventato un tastierista molto richiesto, finendo per suonare come turnista in molti cd ed in tour con svariati gruppi ed artisti. Non poteva mancare nella sua evoluzione e crescita professionale un ulteriore passo verso il futuro, attraverso l’approdo alla sua prima registrazione da solista, intitolata The Reinventment. Un album che ci rivela un giovane talento con un tocco da maestro su 13 canzoni tutte nuove, molto fresche e rilassate, positive e ariose. Senza particolari ambizioni o pretese di innovazione a tutti i costi, queste sono tracce che piacciono fin dal primo ascolto e mettono di buon umore. Ci sono morbidi groove melodici, non mancano delle belle improvvisazioni, e sono presenti anche alcune ballate di stampo soul. A tratti ricorda il miglior Paul Hardcastle, in particolare quello dei Jazzmasters. Il suo lavoro alle tastiere denota un buon tocco al pianoforte ed un sapiente uso sia dei synth che della programmazione. Gli arrangiamenti sono essenziali, improntati alla massima semplicità senza per questo essere superficiali o trascurati. Eliot Slaughter fa tutto da solo, con la sola eccezione della partecipazione del fratello chitarrista. The Reinventment è in buona sostanza una sintesi dello smooth jazz di facile fruizione. Tracce gradevoli che ben si si adattano alle esigenze di ascolto di una larga fascia di utenti, lontane dal jazz classico ma sufficientemente sofisticate e curate da non essere banalmente commerciali.

Charenee Wade: Offering - The Music Of Gil Scott-Heron And Brian Jackson


Charenee Wade: Offering - The Music Of Gil Scott-Heron And Brian Jackson

Come spesso accade agli artisti che sono oggettivamente in anticipo sui tempi, il grande valore del rivoluzionario cantautore Gil Scott-Heron è stato solo oggi rivalutato e riconosciuto, a molti anni di distanza dall’uscita dei suoi dischi più importanti. Questa figura enigmatica della musica americana dello scorso secolo, è sempre stato circondato da un’aura di rispetto e, per una ristretta cerchia di appassionati è diventato una sorta di culto, senza tuttavia raggiungere mai un vasto consenso. Questo probabilmente è dovuto al fatto che, nella sua carriera, Scott-Heron ha caparbiamente eluso ogni sorta di categorizzazione sia nella musica che per quanto riguarda la personalità. A giudicare dai tributi postumi al suo lavoro che negli ultimi tempi sono sempre più numerosi, la sua eredità è finalmente assurta a quel livello iconico che indubbiamente merita. Il suo compagno musicale durante la sua fase più feconda, il pianista Brian Jackson, ha fornito il fondamentale catalizzatore per gran parte dei migliori album di Gil Scott-Heron ed è riconosciuto come un innovatore nel jazz e nella musica urbana moderna. Un omaggio appassionato a questi due mostri sacri della musica americana è arrivato nel 2015 dalla cantante afroamericana Charenee Wade: compositrice, arrangiatrice ed insegnante, la Wade è nota per il suo precedente album "Love Walked In", del 2011. Prima di questa uscita discografica, ha lavorato per affinare le sue abilità di vocalist, figurando come ospite nelle registrazioni di Tia Fuller, Eric Reed, e della Eyal Vilner Big Band. Armata di una grande passione e di una notevole personalità, Charenee ha deciso di cimentarsi con questo bellissimo “Offering-The Music di Gil Scott-Heron e Brian Jackson”: una raccolta di undici tra i più significativi brani dello storico duo. La Wade non si limita a un disco di banali cover, ma utilizzando i testi e la musica di Scott-Heron e Jackson come trampolino di lancio, porta i contenuti di questo album ad un nuovo livello di innovazione, onorando lo spirito della fonte creativa, evolvendolo grazie ai suoi arrangiamenti e centrando l’obiettivo di trasmettere il messaggio nella sua essenza originale. Le sue trame vocali risultano singolari ed estremamente affascinanti, e riescono a dare un’impronta personale ad un progetto difficile e molto impegnativo. La cantante attinge al momento più prolifico del duo e cioè agli anni '70, quando sia Scott-Heron che Jackson erano all’apice della loro parabola creativa. La title track “Offering” fissa in qualche modo il tono concettuale di tutto il disco, ed appare subito chiaro come il jazz sia una parte importante di questo progetto e la matrice musicale più evidente. "Song Of The Wind" mette in mostra la gamma dinamica e la tensione emotiva che Charenee può coprire, accompagnata in questo dal formidabile vibrafonista Stefon Harris. Lo stesso Harris è presente in numerosi pezzi ed il suo vibrafono è una parte importante e distintiva di questo album. L’atmosfera si fa più impegnata con "A Toast to the People", un saluto ed un omaggio a tutti coloro che si sono impegnati nella lotta di classe. C'è una bella versione di "Home Is Where The Hatred Is", che è certamente uno dei capolavori di Scott-Heron: la Wade è bravissima nel costruire un fraseggio quasi frenetico e la sua voce suona quasi fosse un sax per restituire la canzone con tutta la sua intensità. La strana "Ain't No Such Thing as Superman", è sottolineata superbamente dal bassista Lonnie Plaxico, che scandisce il tempo dando un’inquietante sensazione di liquidità e permettendo alla Wade di esprimersi in lungo ed in largo dentro un brano davvero molto affascinante. "Western Sunrise," che vede protagonista il chitarrista Dave Stryker, è un altro dei classici del repertorio di Scott-Heron ed anche in questo caso la cantante non fa rimpiangere l’originale. Anzi gli appassionati di jazz troveranno questa e le altre esecuzioni ancora migliori di quelle degli anni ’70.  Gil Scott-Heron era anche considerato un “New Black Poet”, una definizione che lui stesso amava e detestava dato che preferiva considerarsi un messaggero della gente di colore, un moderno griot afro-americano. Non è dunque per nulla facile catturare pienamente la sua essenza poetica, ma la Wade fa un’operazione intelligente proprio ponendo l’accento sul lato musicale più che su quello poetico. E’ brava la cantante a trovare la sua strada, anche se è noto che i testi, con la loro nuda franchezza, stanno alla base della musica di Scott-Heron. E’ come se la Wade prendesse in mano l’essenza di quei contenuti, attenuandone il tono, quasi a cercare una via d'uscita da quella follia che è sempre stata così incombente sulla mente di Gil Scott-Heron. Se c'è mai stata una canzone perfetta per la chiusura di questo album, "I Think I'll Call It Morning", è quella che più ci si avvicina: il jazz, il blues, il soul racchiuse in una melodia accattivante che Charenee restituisce in modo solare e limpido. Benchè la musica di Gil-Scott Heron e Brian Jackson fosse universalmente identificata con precisi riferimenti politici, culturali e razziali e fosse portatrice di sentimenti di rivoluzione e cambiamento, portava pur sempre con se un grande ottimismo e la speranza di una società più giusta ed equa. Quest’ultima spendida canzone vuole significare proprio questo: qualunque cosa accada, domani il sole sorgerà e con esso  arriveranno altre opportunità di operare quei cambiamenti e quelle scelte che sono necessarie per un bene superiore e collettivo. Con questo meraviglioso album, Charenee Wade ha dimostrato di possedere un grande talento ed un coraggio raro. Credo davvero che il suo momento sia arrivato, proprio con questa prova di maturità artistica e sapienza vocale del più alto livello. Scegliere di interpretare questo materiale non è stato un percorso facile, ma è qualcosa che rappresenta il vero spirito di un musicista jazz. Charenee ha reso queste difficili canzoni assolutamente sue, ma contemporaneamente ha assemblato un fantastico tributo a due grandissimi musicisti. È una dichiarazione d’amore, un’offerta piena di sensibilità e gusto, una piccola gemma da scoprire con attenzione e conservare con molta cura.

Simon Phillips – Protocol 4


Simon Phillips – Protocol 4

Uomo poliedrico Simon Phillips: non solo straordinario batterista, ma anche produttore, scrittore, ingegnere e compositore. Una personalità davvero eclettica che nella musica e soprattutto nella batteria ha trovato la sua forma di espressione più alta. Protocol è il nome della sua creatura artistica più sofisticata ed interessante, giunta al 4° capitolo della sua evoluzione. La precedente incarnazione della band Protocol aveva registrato “3” nel 2015 ma nel frattempo Phillips ha lavorato con l’Hiromi Trio Project e numerosi altri progetti. Questo Protocol 4 si presenta con un paio di novità importanti, la prima delle quali è una formazione leggermente cambiata. Il bassista Ernest Tibbs è ora affiancato da due nuovi membri, il giovane, pluripremiato e talentuoso Greg Howe alla chitarra ed il maestro jazz-funk Dennis Hamm alle tastiere. Simon Phillips è un musicista alla costante ricerca di stimoli e suggestioni e i cambiamenti nella band ne sottolineano il preciso intendimento. Tutte le nove tracce sono state scritte da Phillips stesso durante un recente tour internazionale. Lo stesso Simon ci tiene a far sapere che la scrittura musicale “on the road” è stata per lui una piacevole scoperta, foriera di nuove idee e stimoli. creativi. L’album inizia alla grande con “Nimbus": a Greg Howe viene dato subito spazio sopra un complesso tessuto ritmico sostenuto sia dalla magica batteria di Phillips che dal potente basso di Tibbs. Tocchi di Fender Rhodes e synth si aggiungono a questo già ricco quadro musicale. E’ inevitabile andare con la memoria al jazz rock degli anni '70, in tutto il suo splendore. I cambi di tempo del brano e le sezioni solistiche restano mirabilmente legati senza mai apparire eccessivi. "Passage to Agra" è esotico e affascinante come suggerisce il suo nome. Il sintetizzatore di Hamm dà il via allo spettacolo, seguito subito da Simon Phillip: un tappeto che fornisce la base per la chitarra elettrica di Howe, presto seguito dal suono di un synth vintage con il quale Hamm arricchisce la tavolozza con dei colori aggiuntivi. "Phantom Voyage" è anche meglio: l'intro del pezzo è dominato dai sintetizzatori, ma poi la scena viene riempita dalla batteria del leader e dal potente gioco del basso di Tibbs. La chitarra di Howe questa volta è blueseggiante per adattarsi al meglio a questo scenario musicale. Curiosamente il suono risultante appare come un mix di atmosfere tra gli Steely Dan e i Toto che l'assolo di piano acustico di Dennis Hamm non fa che impreziosire: grazia e perfezione formale. La chiusura dell'album "Azorez" fa vibrare l'atmosfera e offre un eccellente contrasto con la citata "Phantom Voyage." Tibbs, Howe e Phillips condividono l’introduzione ritmica del brano giusto per dare il via alle danze, prima che Howe si scateni alla chitarra e Phillips segua in rapida successione. La batteria di Phillips e la chitarra di Howe non si calpestano mai, ma invece eseguono uno schema sofisticato costruito attorno ad un ritmo davvero serrato. È tutto così abbagliante da essere facile dimenticarsi del groove che Earnest Tibbs imbastisce con il suo basso o della bella combinazione tra il Fender Rhodes e il sintetizzatore proposta dal tastierista Dennis Hamm. Ma fortunatamente, la registrazione di Simon Phillips è così nitida e chiara che ogni parte viene catturata con estrema perizia e dovizia di particolari. Ovviamente se si è già dei fan di Simon Phillips, il Protocol 4 non sarà una sorpresa. Le nove tracce sono tutte interessanti e dinamiche. Poliritmie, complicati intrecci sonori, arrangiamenti arditi sono il marchio di fabbrica del Protocol, che tuttavia non perde completamente di vista la fruibilità di melodie difficili ma non impossibili. Il grande batterista dimostra qui ancora una volta la sua bravura nel sapersi dividere tra composizione, produzione e arrangiamento, senza dimenticarsi del suo talento di batterista. Se è lecito porsi una domanda su quanto e come il Protocol 4 differisca dal predecessore Protocol 3, la risposta è duplice: da un lato Simon Phillips continua ad evolversi come musicista a tutto tondo. Da un altro punto di vista sia Greg Howe che Dennis Hamm apportano, rispetto ai loro stimati predecessori, una ventata di novità con un orientamento leggermente più funky rispetto ai contenuti musicali dell’album precedente. Risulta chiaro anche per queste ragioni che Protocol 4 è un altro lavoro di Simon Phillips che è consigliabile ascoltare. E' il jazz rock del terzo millennio, merita attenzione.

Donald Fagen - Kamakiriad


Donald Fagen - Kamakiriad

La premessa di questo post è che io adoro Donald Fagen, come compositore, come pianista e come arrangiatore, lui è davvero uno dei miei idoli musicali fin dai tempi dei primi Steely Dan. Parlando del secondo lavoro da solista di Donald Fagen non bisogna lasciarsi influenzare da alcune recensioni di alcuni critici con il “paraorecchi”, posso dire che sono ingannevoli. Vorrebbero far credere che "Kamakiriad" sia un lavoro minore di Fagen ed in qualche misura non allo stesso livello qualitativo del materiale che il musicista del New Jersey ha pubblicato con Walter Becker sotto il rinomato brand chiamato Steely Dan e poi con il capolavoro da solista “The Nightfly”. Nulla potrebbe essere più lontano dalla verità. Tutto su Kamakiriad è altrettanto solido, se non addirittura migliore di qualsiasi album degli Steely Dan ad eccezione forse del solo "Can Not Buy A Thrill". L'unica vera differenza è che i brani presenti su Kamakiriad sono mediamente più funky, più leggeri e probabilmente più giocosi della maggior parte della musica degli Steely Dan. Anche Kamikiriad è un concept album, ma questa volta guarda al futuro piuttosto che al passato prossimo. Le canzoni ruotano attorno ad un viaggio su una nuova immaginaria auto di Donald Fagen e, sebbene non abbia ottenuto la stessa accoglienza di The Nightfly, il tempo ha dimostrato che anche questo è un album di valore e che ha un suo preciso fascino. Walter Becker è qui impegnato nelle vesti del produttore, oltre a suonare il basso e la chitarra solista: un cambiamento significativo rispetto a The Nightfly è la presenza di un gruppo principale che, ad eccezione della batteria condivisa da Leroy Clouden, Christopher Parker e Dennis McDermott, rimane lo stesso in tutte le otto tracce dell'album. Un altro tratto distintivo se confrontato con il capolavoro di undici anni prima è che le tracce sono, in media, più lunghe: durano infatti non meno di cinque minuti e una in particolare, la dolce ballata "On the Dunes" arriva addirittura oltre gli otto. Le sezioni solistiche sono anch’esse dilatate così come le dissolvenze e per questo qualcuno potrebbe giudicarle eccessive, ma i groove sono sempre così convincenti che francamente nessuna delle canzoni da la sensazione di superare il limite del buon gusto. Armonicamente, Kamakiriad è di fatto anche più complesso dello stesso The Nightfly, in particolare per l’uso dei fiati più massivo ed anche per i più ricchi arrangiamenti vocali. Ovviamente è superfluo sottolineare che nessun album di Fagen (o degli Steely Dan) potrà mai essere considerato grezzo o approssimativo: la realtà è che sono lavori di grande eleganza formale e sofisticata struttura, al punto da rasentare quasi sempre la perfezione. È un esercizio inutile provare a contare il numero di singole tracce usate in ogni canzone: la capacità di Fagen di creare arrangiamenti magicamente ricchi di texture e tuttavia mai ridondanti è assolutamente unica ed irripetibile. Così come quel modo singolare ma affascinante di usare gli accordi di tastiera. Un talento fantastico quello di Donald, che è in netto contrasto con quello di altri musicisti, per i quali le infinite possibilità dello studio di registrazione finiscono spesso per dar luogo a meri tentativi di buttare tutte le idee dentro alle tracce, sperando che alcune di esse funzionino. Il credo di Donald è pensare “jazz” dentro alle composizioni pop. Come dicevo Kamakiriad non ha un impronta altrettanto jazzistica di quella di "Nightfly", questo è un altro dei motivi per cui la critica lo ha sottovalutato. In effetti, l'album che più assomiglia a "Kamakiriad" è probabilmente "Two Against Nature", che è stato registrato però dagli Steely Dan, con la differenza che il solo di Fagen è più coerente e mostra un maggior fascino nelle melodie vocali. Chi ha apprezzato il successivo album "Morph the Cat" ma non conosce Kamakiriad, troverà comunque lo stesso tipo di approccio musicale. Il materiale è tutto eccezionale, arricchito come sempre dalle tastiere di Fagen e dal supporto di una band di musicisti straordinari. Dal trascinante funk di Trans Island Sky,  all’intrigante e melodiosa Snowbound fino alla piacevolmente ballabile Florida Room si viaggia in un universo di composizioni bellissime e piacevolmente melodiche ma mai banali. Si continua con un brano iconico dello stile di Donald come Tomorrow’s Girls che ritmicamente e armonicamente racchiude tutte le tipiche caratteristiche degli Steely Dan. La stessa cosa si può dire anche di Teahouse On The Tracks, perfettamente condita di arrangiamenti fiatistici e suoni che spuntano qua e là, sempre al posto giusto nel momento giusto. Se proprio si vuol trovare qualche pecca nel secondo disco del geniale Fagen, si potrebbe osservare l’eccessiva lunghezza del brano 'On the Dunes' che finisce per ripetersi e forse la mancanza di un pezzo assolutamente memorabile (sul genere di I.G.Y, per intenderci). Resta il fatto che Kamakiriad può vantare una qualità complessiva di livello elevatissimo: come quasi tutto quello che esce dal magico tocco di Donald Fagen. Non sarà svavillante (ed epocale) come The Nightfly, ma è comunque un piccolo gioiello a cavallo tra il funky pop più sofisticato ed il miglior smooth jazz. Kamakiriad è anni luce sopra la musica commerciale degli anni novanta ed ancora attuale dopo quattordici anni: la musica di Donald Fagen è senza tempo ed è un ascolto consigliato a tutti.

Django Bates & Beloved - The Study Of Touch


Django Bates & Beloved - The Study Of Touch

Il pianista inglese Django Bates torna a registrare per la ECM con una delle sue più raffinate formazioni, il trio Belovèd, formato dal bassista svedese Petter Eldh e dal batterista danese Peter Bruun, in un album intitolato The Study of Touch. Tutti e tre questi musicisti sono strumentisti di grande personalità, che insieme sfidano in modo sottile ed intelligente le convenzioni del classico trio di jazz con al centro il pianoforte. Il gruppo è nato un decennio fa, quando Bates insegnava al Conservatorio di Copenaghen. Il lavoro scaturito dalla collaborazione tra i musicisti si ispirava alla musica ed allo stile di Charlie Parker ,che è stato senza dubbio un'influenza altamente formativa sia per Bates che per il bassista Eldh. Non a caso, in questo nuovo album, il brano di Parker "Passport" è inserito tra i pezzi originali di Django e suonato con rispetto, una intelligente sensibilità contemporanea e molto entusiasmo. Alcuni dei brani di Bates inseriti in questo lavoro sono diventati dei numeri essenziali nel repertorio del trio Belovèd, e dal vivo vengono continuamente rimodellati da questi formidabili improvvisatori. Le capacità di composizione e di arrangiamento di Bates sono evidenti, insieme al suo senso melodico intriso di virtuosismo e da una fluida e prorompente libertà espressiva. Il basso di Petter Eldh è percussivo e preciso e assicura il miglior groove per il tocco quasi pittorico del batterista Peter Bruun. Quello che scaturisce dal felice interplay di questi tre artisti è un approccio al suono jazz del tutto personale e molto stimolante. Nel contesto piuttosto variegato e ricco di offerte del trio jazz di pianoforte, i Belovèd sono indubbiamente una proposta alternativa di grande spessore. La registrazione è stata effettuata presso lo studio Rainbow di Oslo nel giugno del 2016 ed è stata prodotta dal patron della ECM, Manfred Eicher. Il pianista Django Bates ci offre una lettura del suo strumento carica di ironia eppure piena di una sua grazia e di uno stile ineccepibile pur nella sua irriverente vitalità. Questo è un trio per coloro che amano questo genere di combo jazzistiche ma anche per quegli appassionati che invece proprio non apprezzano l’essenzialità dell’abbinamento piano, basso e batteria. Ma l’eclettismo musicale di Django Bates non è certo cosa di oggi, infatti è dal 1979 che il musicista inglese è attivo. Un’esperienza lunga, maturata suonando con artisti di estrazione diversa tra i quali Bill Bruford, ex batterista di Yes e King Crimson, o il pianista George Russell e ancora il sassofonista free Tim Berne. Bates ha indubbiamente avuto un ruolo importante nel movimento jazzistico britannico. In ogni caso, ascoltando questo inusuale album si viene colti da una sottile sensazione di stupore che prende forma, ad esempio, su un brano come "Giorgiantics", che rompe gli schemi del jazz classico. In altre circostanze il bizzarro Django si muove alla perfezione nello stile canonico, come su "Little Petherick", un pezzo dove appare evidente da parte del bassista Eldh e del batterista Bruun la condivisione dell’ispirazione e del pensiero musicale del leader. Il disco si snoda attraverso numeri interessanti e sempre originali come "Senza Bitterness", la lunghissima "The Study Of Touch", e "Slippage Street" dai toni quasi stravaganti. Non mancano incursioni nel romanticismo rivisto alla sua maniera in "Peonies As Promised. Il trio rende un tributo importante a Charlie Parker, come fatto in passato con Beloved Bird, e non a caso  il momento migliore è proprio quando i tre si cimentano con un classico di Bird come "Passport": due minuti e quaranta secondi di puro divertimento jazzistico. The Study Of Touch è l’espressione di un modo nuovo e alternativo di proporre la formula del trio jazz. Django Bates è un innovatore dalla tecnica sopraffina, pieno di talento e originalità ed  in grado di offrire una visione del jazz contemporaneo davvero molto interessante.

Cory Weeds & The Jeff Hamilton Trio: Dreamsville


Cory Weeds & The Jeff Hamilton Trio: Dreamsville

E' naturale vedere come la sostanza ed il contesto del jazz cambino e si evolvano continuamente, ma è anche innegabile come la base di questa straordinaria musica rimanga da sempre saldamente inalterata: nel tempo si è consolidata nella sua grande creatività e nella costante ricerca della massima libertà nell’improvvisazione. E quando si parla di improvvisazione, è impossibile non pensare a quale immenso impulso abbia regalato al genere, nel corso dei decenni, uno strumento come il sassofono. Il legame indissolubile e fortissimo del sax con il jazz e lo swing sono cristallizzati nelle registrazioni di geni immortali come Lester Young, Charlie Parker, Dexter Gordon, Wardell Gray, Stan Getz, Zoot Sims, Gene Ammons, Johnny Griffin, Hank Mobley, Sonny Rollins, John Coltrane e moltissimi altri, fin troppo numerosi per essere menzionati. Nell’era moderna, fino a giorni nostri, il sax ha potuto continuare a risplendere grazie alle doti ed al talento di tanti altri musicisti, e tra questi bisogna certamente aggiungere il nome di Cory Weeds: un brillante sassofonista canadese di Vancouver. Dreamsville è la sua seconda registrazione con il superbo trio di Jeff Hamilton, una formazione classica che è esattamente quello che ci vuole per permettere al bravo Cory di raccogliere l’eredità della grande tradizione jazzistica del sax. Weeds va dritto alla meta, con un approccio rigoroso ed un suono puro, fedele ai canoni dell’hard bop. Fraseggi e lirismo sono ai massimi livelli, nel massimo rispetto della retaggio immortale dei grandi maestri del passato. Il trio che accompagna Cory Weeds in questa avventura è di una qualità straordinaria a partire dal drumming di Hamilton, continuando con il pianista Tamir Hendelman e finendo con il contrabbassista Christoph Luty. Uno straordinario team che suona insieme da più di due decenni, per il quale ogni passaggio è un paradigma di quello che si definisce  gusto, equilibrio e coesione. Jeff Hamilton è un maestro sia con le spazzole che con le bacchette: un abile,espertissimo metronomo consapevole di non aver bisogno di essere invadente e rumoroso per dimostrare il suo talento. Hendelman e Luty sono semplicemente perfetti nell’accompagnamento al leader Cory Weeds ma sanno essere stimolanti quando sono loro stessi ad assumere il ruolo di solisti. Dietro a tutto questo c’è comunque la musica, che è meravigliosa sotto tutti i punti di vista, con una gamma completa di brani che va dalle ballate romantiche agli impetuosi pezzi tipici dell’hard bop. Weeds ed il trio eccellono in tutte le canzoni contenute in questo splendido album. Cory Weeds è autore della veloce e swingante "How Do You Like Them Apples" Hendelman della scattante "Bennissimo". Ed è molto bello anche ascoltare classici come "Who Can I Turn To",  "Robbins Nest" e la dolce e delicata "Dreamsville" di Henry Mancini o ancora "Blue Daniel" di Frank Rosolino che sono temi non molto noti, eppure nobiliati da un’interpretazione di alto livello. Personalmente mi piace moltissimo la cover della bellissima canzone "The Lady Wants To Know" di Micahel Franks, qui interpretata con sentimento e passione dall'espressivo sax di Cory. C’è spazio anche per un brano  come "Hammer's Tones" che è stato scritto dal sassofonista svizzero George Robert, uno dei mentori di Cory  Weeds. In sintesi Dreamsville è un album superlativo regalatoci nel 2017 da Weeds con il valido supporto del trio di Jeff Hamilton: un degno successore del loro precedente e già molto interessante lavoro intitolato This Happy Madness. Questa è una registrazione da cinque stelle, perfetta per gli appassionati di jazz ma raccomndabile anche per chi volesse avvicinarsi al genere senza incappare nelle insidie di contenuti troppo complessi e qualche volta noiosi.