Eddie Henderson – Comin’ Through


Eddie Henderson – Comin’ Through

Eddie Henderson è un trombettista e flicornista statunitense. In ambito jazzistico, Eddie ha raggiunto una certa notorietà nei primi anni '70 come membro della band del pianista Herbie Hancock, continuando poi a guidare i suoi gruppi elettro fusion durante tutto il decennio successivo. Henderson si è anche laureato in medicina dopodiché ha lavorato parallelamente sia come psichiatra che come musicista, tornando al jazz (acustico) solamente con l’avvento degli anni '90. Musicista di ottima tecnica e dotato di un sound accattivante vanta quali principali influenze alcuni grandi specialisti del passato come Booker Little, Clifford Brown, Woody Shaw e (come poteva mancare) il divino Miles Davis. Come sopra accennato, ci fu un periodo, a San Francisco, tra il 1975 e il 1985, durante il quale il trombettista Eddie Henderson si destreggiava tra due discipline estremamente impegnative: praticare la medicina e suonare la tromba. Poco prima, nel 1973, Henderson aveva concluso il periodo forse più gratificante della sua carriera con la mitica band Mwandishi capitanata da Herbie Hancock. Con loro Eddie fu protagonista degli eccellenti album sperimentali intitolati Mwandishi, Crossings e Sextant. La passione per la medicina tuttavia lo spinse poi a dedicarsi con maggiore impegno allo studio. Henderson trovò un terreno fertile nella fusion del gruppo di Hancock, dimostrandosi perfettamente a suo agio proprio nell’approccio ad uno stile incentrato sul funky groove. Terminata quindi l’esperienza con il grande pianista, Eddie decise di intraprendere finalmente la sua carriera da solista, utilizzando gli stessi musicisti della band di Hancock in due album tipicamente fusion come "Realization" e "Inside Out". I due lavori consacrarono Henderson come uno degli esponenti di spicco del genere. Dopo una pausa di sei mesi con i Jazz Messengers di Art Blakey, registrò altri quattro album come leader. I primi due per la Blue Note e i successivi due per la Capitol. Il primo di questi due dischi con la Capitol è intitolato "Comin Through".  Registrato nel 1977, al fianco di Eddie Henderson suonano nomi famosi come Lee Ritenour alla chitarra e l'ex sideman di Miles Davis Mtume alle percussioni. Alle tastiere troviamo l’esperto George Cables, mentre una giovane Patrice Rushen è impegnata con le percussioni, come vocalist e solo in un pezzo alle tastiere, Howard "Locksmith" King è alla batteria e come cantanti ci sono il noto Philip Bailey  degli Earth Wind & Fire e Dianne Reeves, all'epoca quasi sconosciuta. L’album evidenzia chiaramente che la principale delle fonti d’ispirazione di Henderson fu proprio Miles Davis, anche se è altresì chiara una personalità spiccata ed una apprezzabile originalità nel fraseggio, in particolare con il flicorno. Comin’ Through inizia con il brano jazz funk più famoso di Eddie, l'eccitante "Say You Will" scritto da Mtume. L’andamento è vivace e quasi disco andando a contrastare piacevolmente la tromba di Henderson, che si muove sul tempo con una cadenza davisiana, tra accelerazioni, rallentamenti e note trattenute. Il più lento "Open Eyes" suona molto più controllato anche se sicuramente è un numero dallo spirito funkeggiante: la voce femminile è quella di Dianne Reeves e sono notevoli gli arrangiamenti dei fiati. "Morning Song" è una delle due canzoni lente di questo album e Eddie Henderson imbraccia il suo flicorno suonando esattamente nel modo che preferisco, rilassato e corposo, gli anglosassoni lo chiamano mellow mood. "Movin`On", è uno spettacolo tutto riservato a Eddie Henderson; il ritmo si mantiene nel solco del funk jazz e il trombettista sembra galleggiare nel suo elemento naturale con grande disinvoltura. Qui c’è anche da notare il notevole assolo di Mani Boyd con il sax soprano. "Source" ha una melodia semplice su un ritmo molto funk, Eddie suona la tromba con la sordina mentre alla chitarra c’è niente di meno di Lee Ritenour. "The Funk Surgeon" è il paradigma della funky music, il groove è al massimo, i fiati sono secchi e brillanti come necessario, e poi c’è il magnifico lavoro al basso di Paul Jackson. E’ un brano eccitante e pieno di energia. "Beyond Forever" è interessante soprattutto per l’alternanza continua dell’andamento ritmico e suona forse più fusion che funk, quindi si discosta leggermente dagli altri pezzi dell’album. Di sicuro è molto differente il mood proposto dalla lenta e meditativa "Connie" che peraltro offre a Eddie l'opportunità di suonare in modo dolce e rilassato praticamente in perfetta solitudine. Una sorta di oasi di tranquillità in mezzo all’esplosione di ritmo e vibrazioni funk jazz che caratterizzano Comin’ Through. Nel corso della lunga parentesi che il trombettista Eddie Henderson ha dedicato alla variante elettro fusion del jazz, è diventato uno dei musicisti più apprezzati di questo genere di crossover, sempre in bilico tra il jazz, il funk ed infine la disco. Se i primi album della sua discografia da solista erano elettrici ma decisamente complessi e cerebrali, con il passare degli anni il sound del trombettista si è fatto più leggero ed orecchiabile fino ad arrivare proprio a questo album del 1977 e ai seguenti tre lavori. Dal 1980 Eddie si è dedicato alla professione di psichiatra e quando nel 1990 è rientrato sulla scena, lo ha fatto seguendo la strada della tradizione acustica, lasciando definitivamente quella della fusion e del funk jazz. Comin’ Through è un classico esempio di vintage sounds dagli anni ’70 che vale la pena di essere riscoperto.

The Mysterious Flying Orchestra - The Mysterious Flying Orchestra


The Mysterious Flying Orchestra - The Mysterious Flying Orchestra

Il nome di questa orchestra, che immagino veramente pochi di voi conoscano, rivela già di per se la natura enigmatica che sta alla base di questo progetto. Molto più famoso, almeno per gli appassionati di jazz, è invece il nome di Bob Thiele (1922-96). Thiele è ricordato soprattutto come il produttore che ha supervisionato a numerose sessioni storiche di jazz dagli anni '50 agli anni '90, in particolare dirigendo le registrazioni della Impulse durante il suo periodo d'oro (1960-69). Bob è molto apprezzato dai cultori di jazz per aver sempre dato carta bianca a John Coltrane, concedendogli la possibilità di registrare esattamente quello che più gli piaceva. E’ invece molto meno noto il fatto che Thiele abbia registrato diversi album a suo nome, tra il 1967 ed il 1993. È insolito per un produttore, e va detto che la partecipazione di Bob Thiele a questi dischi era limitata alla "direzione musicale" e occasionalmente a suonare le percussioni. Tuttavia potè usufruire del  talento dei molti musicisti che aveva prodotto e con i quali aveva collaborato per far suonare loro della musica che era probabilmente un po' al di fuori dei loro normali interessi. Queste registrazioni quasi dimenticate sono dei piccoli tesori sepolti che possono indubbiamente rappresentare un motivo di grande interesse per gli appassionati, proprio per la presenza degli artisti leggendari che vi si possono trovare. E una di queste gemme seppellite sotto la coltre del tempo e dell’oblio è un album di Bob Thiele che non porta nemmeno il suo nome, quanto piuttosto uno psudonimo piuttosto curioso. L’album è infatti intestato abbastanza enigmaticamente ad una fantomatica “The Mysterious Flying Orchestra” (TMFO). Rilasciato all'inizio del 1977 su etichetta RCA, questo LP resterà per sempre esclusivamente su vinile e non verrà più ristampato in nessun formato. Copertina alla mano sembra quasi di trovarsi di fronte ad una sorta di scherzo, ma quando inizia l’ascolto la prima impressione lascia il posto allo stupore. Ad aggiungere mistero e curiosità, sulla quarta di copertina non ci sono i titoli delle canzoni e vengono sciaguratamente trascurati i crediti dei musicisti coinvolti. Ma il progetto TMFO è invece uno scrigno che al suo interno nasconde preziosamente più di una perla musicale: dentro c’è una fusion ante litteram che non mancherà di sorprendere positivamente. Anche senza le giuste note di copertina è possibile però risalire ai musicisti che hanno suonato in questo oscuro album vintage. Si scopre così che una schiera di formidabili solisti di jazz è presente qui e tra questi non posso non citare Larry Coryell, Steve Marcus, Eddie Daniels, Bob Mintzer, Lonnie Liston Smith e Charlie Mariano. Inoltre c’è tutta la crema dei session men di New York dell’epoca: Jon Faddis, Lew Soloff, Don Grolnick, Gene Bertoncini, Jerry Friedman, Wilbur Bascomb, Andy Newmark e Guilhermo Franco. Come si può vedere siamo di fronte ad una vera e propria orchestra (per quanto misteriosa) e il risultato è indubbiamente una musica di grande impatto: un po’ funk jazz, a tratti lounge, di sicuro sempre ricca di groove. Il primo brano, "Improvisational Rondo For Saxophone And Guitar" composto da Horace Ott (responsabile perlatro di tutti gli arrangiamenti), è immediatamente una rivelazione. Inizia etereamente, con la chitarra di Larry Coryell che lentamente conduce in pieno territorio funk jazz. Il groove può richiamare in parte il sound disco ma la sostanza, al di là del ritmo, è chiaramente un jazz che pare incastonato nell’architettura orchestrale: da applausi sia la chitarra di Coryell che il sax soprano di Steve Marcus, ma colpisce il lavoro al basso di Wilbur Bascomb. Il ritmo funky è martellante e non da tregua, in un crescendo che sembra andare di pari passo con l'adrenalina dei musicisti. Ci sono con alcuni sorprendenti e piacevoli interventi di archi con un arrangiamento che si evolve e diventa più interessante man mano che il groove aumenta. Coryell è apparso nelle prime registrazioni di Marcus, il che spiega la sinergia ideale che i due condividono anche qui in questa sorta di funk jam session. Lonnie Liston Smith contribuisce all'album con due pezzi, tra cui il meraviglioso "Shadows". Smith, i cui primi dischi furono supervisionati proprio da Thiele, aveva già registrato "Shadows" e "Summer Days" per il suo storico album del 1975, Expansions. La melodia di Smith è leggera, il che richiede alla TMFO, secondo l’arrangiamento di Ott, di creare un’atmosfera più corposa, perfettamente messa in atto dalla poderosa sezione fiati. Tra l’altro Lonnie Liston Smith si esibisce in tutto il brano al piano elettrico, con uno stile che era già uno dei più particolari e originali in quell’epoca. Il bell’assolo di sax tenore è opera di Steve Marcus. "A Dream Deferred", è l'omaggio di Bob Thiele a Oliver Nelson, un artista che fu di frequente collaboratore di Thiele, e che era morto poco prima di questa registrazione. E’ un brano bellissimo: quasi una sorta di valzer ipnotico ed attraente che ha il potere di catturare l'interesse dell’ascoltatore con la sua suadente melodia blues. Non si può fare a meno di restare estasiati dagli assoli di Don Grolnick al piano elettrico e Eddie Daniels al flauto. A seguire la “Summer Days" di Lonnie Liston Smith è un numero dal sapore lounge, molto orecchiabile, dove stranamente il tastierista non suona. L’assolo di flauto, molto interessante è opera del fratello di Lonnie, Donald mentre Charlie Mariano è responsabile dell’intervento al sax soprano. La traccia si fa via via più funky, con un finale in crescendo. La canzone meno riuscita è senza dubbio l’unica che è anche cantata: Theresa Brewer è la voce di un brano piuttosto sdolcinato intitolato "Thre’s Once Was A Man Named John" (dedicato a John Coltrane). Il momento migliore è l’accorato assolo di sax soprano del bravissimo Charlie Mariano. "Nice 'N Spicy" vede il sublime Eddie Daniels prendere la scena con il suo flauto mentre Steve Marcus e Bob Mintzer duellano a colpi di sax tenore. Si tratta di una traccia fusion, dall’andamento sempre piuttosto funkeggiante, caratterizzata principalmente dal gioco intrigante dei fiati. The Mysterous Flying Orchestra è un album strano, magari non del tutto perfetto, tuttavia nasconde molti momenti di grande musica. In particolare vanno sottolineati i magnifici assoli sciorinati dai vari grandi interpreti che facevano parte del progetto. E non nascondo un certo stupore anche per la scelta fatta riguardo al genere di musica da uno come Bob Thiele, che nella sua carriera di produttore ha principalmente "frequentato" il jazz nella sua forma estetica più pura. Se siete attratti da una particolare ed intrigante forma di proto fusion vintage, colorata di caldi colori funky e suonata da alcuni dei migliori improvvisatori del jazz degli anni ‘70, questo disco è assolutamente da non perdere. Purtroppo 36 minuti di musica rappresentano una durata un pò troppo breve per gli standard odierni: alla luce dell’impatto estremamente positivo che si può avere ascoltando questi autentici “rare grooves” se ne vorrebbe decisamente di più. Ma il piacere della scoperta di questo autentico gioiello dimenticato firmato Bob Thiele di sicuro compensa ampiamente dalla sua eccessiva brevità. Consigliato.

Tony Saunders – Sexy Somethin’


Tony Saunders – Sexy Somethin’

La vita del bassista Tony Saunders è stata fin dall’infanzia molto interessante. Figlio del grande tastierista e compositore Merl Saunders, Tony è stato protagonista di una serie di esperienze legate alla musica che ogni appassionato vorrebbe aver avuto. Due esempi ?...Da bambino gli fu insegnato pianoforte nientedimeno che da Herbie Hancock e per il suo decimo compleanno ricevette in dono da Sly Stone un organo elettrico. Cresciuto all’ombra di un artista come suo padre e spesso tenuto a contatto con i musicisti che gravitavano intorno alla Fantasy Records, Tony ha avuto relazioni dirette e continuative con molti personaggi di rilievo del mondo discografico, tra cui anche il famoso produttore Saul Zaentz. La sua passione per il basso è iniziata dopo aver assistito ad alcune sessioni di registrazione di Anthony Davis con suo padre Merl. Il giovane Tony restò talmente impressionato che si convinse ad impegnarsi nello studio della musica. Tony si diplomò infine al prestigioso conservatorio di musica di San Francisco come pianista, ma subito dopo cominciò a perfezionare le sue abilità con il basso. Le sue principali influenze erano James Jamison, Stanley Clark e Jack Cassidy. A conferma di una particolarissima parabola personale, fu Tom Fogarty dei Creedence Clearwater Revival a regalare a Tony il suo primo basso elettrico e Chuck Rainey e John Kahn a loro volta si interessarono al ragazzo, dandogli lezioni e segnando così definitivamente la sua carriera. Il viaggio musicale di Saunders, cominciato sotto una buona stella fin da bambino, è continuato fino a oggi, suggellato da collaborazioni prestigiose (Eric Clapton, David Crosby, Joe Sample, Chaka Khan, Ringo Starr, Bo Diddley) e da una piccola ma significativa produzione da solista. Tony Saunders può vantarsi di aver suonato in centinaia di album, ha scritto colonne sonore premiate (ha vinto due Emmy Awards) ed è autore anche di jingle commerciali. La sua attività continua senza sosta, anche come produttore, nel suo studio all'avanguardia nella California del Nord. L'ultimo album di Tony intitolato Sexy Somethin’ è il suo sesto lavoro come solista. Pur restando fedele al suo sobrio stile smooth jazz, Tony Saunders passando da un album all’altro, ha sempre riservato ai fan alcune piccole ma significative variazioni sul tema. Il precedente lavoro, Uptown Jazz, era stato impostato attorno ai ricordi ed alle sensazioni maturate quando gravitava nei club jazz di New York. Dopo 4 anni il suo sforzo è stato quello di cercare di creare il suo album migliore, il più piacevole, e perché no, il più sensuale: da qui il titolo del lavoro. Uno dei grandi vantaggi di avere così tanti anni di successi alle spalle consiste nella capacità di Saunders di attrarre in veste di ospiti delle autentiche superstar, cosa che lo agevola  nella realizzazione dei suoi progetti musicali. In questo lavoro il primo di questi collaboratori è il chitarrista Nils, che altro non fa se non aggiungere la sua frizzante energia al groove implacabile di Saunders su alcuni dei brani di Sexy Somethin’. Ad esempio sulla traccia di apertura, dove dona un nuovo e vivace tocco strumentale alla hit degli anni '80 "Rock Steady". Il bravo Nils risulta fondamentale in altri due momenti del disco da non perdere: ad esempio nello stimolante "Chasing The Dream", in cui fonde il lato più fluido e melodico della chitarra elettrica con il classico groove del moderno smooth jazz. Il brano è illuminato anche dal sax super soul della stella emergente Jeff Ryan ed ovviamente dal basso di Saunders. E’ particolarmente apprezzabile il modo così melodico con il quale Tony Saunders interpreti le sue onnipresenti parti da solo. Il suo è un flusso funk potente ma declinato con un fraseggio cantabile e sempre perfettamente nitido. C’è ancora spazio per la chitarra di Nils in abbinamento al maestro delle tastiere Jeff Lorber quando Tony rende omaggio al grande George Duke con il brano After George. E’ un rilassato momento pieno di pathos ma non privo di groove. Come faceva spesso lo stesso George Duke, la traccia diventa più funky mano a mano che  procede fino a quando Lorber parte con un favoloso assolo di synth e quindi con un'improvvisazione al pianoforte che è un vero inno all'epoca d’oro della fusion, così ben interpretata dal maestro Duke. Ma Nils non è l'unica star della chitarra su Sexy Somethin’. Saunders ha chiamato anche Paul Jackson, Jr. sulla setosa e forse autobiografica "Tony's Romance" dove il corpulento bassista abbina il suo stile serrato e scattante con quello del famoso chitarrista: ritmico alla maniera della vecchia scuola ma pungente e preciso in assolo. In verità un brano bellissimo, uno dei migliori dell’intero album. Il pezzo che da il titolo all’album, Sexy Somthin’ è un altro saggio della maestria di Saunders al basso elettrico: il musicista fa fluttuare le sue linee corpose e liquide sull'eleganza della scrittura jazzistica sfruttando appieno la magia del synth di un'altra importante guest star, la tastierista Gail Johnson. La Johnson contribuisce anche sulla intrigante "Brock Avenue" con sapienti tocchi di piano elettrico che vanno a creare un pezzo di grande impatto. Come sempre Saunders è solidissimo nel gettare le basi per la scintillante melodia sviluppata al piano dal co-produttore del disco Ray Chew, mentre è il turno del sempre bravo Paul Brown prendere posto alla chitarra. Se l’intento di Tony Saunders era quello di dare vita ad un album di smooth jazz basato sul fantastico sound del suo basso, il bersaglio è stato centrato anche questa volta. Complice un corposo aiuto di un folto gruppo di eccellenti guest star, Sexy Somethin’ è un disco accattivante, ricco di spunti interessanti e sempre estremamente gradevole. Si tratta di contemporary jazz di facile lettura e tuttavia non privo di una qualità compositiva intrinseca di ottimo livello nonché di un notevole buon gusto negli arrangiamenti. Ovviamente è principalmente destinato a chi predilige il basso elettrico come strumento solista, ma non mancherà di essere apprezzato da un più vaso pubblico di appassionati di quella forma leggera e poco impegnativa di jazz che da qualche anno a questa parte viene universalmente definita con l’aggettivo “smooth” (furbo in inglese).

Afroskull – To Obscurity And Beyond


Afroskull – To Obscurity And Beyond

Prima di iniziare la mia recensione, è necessario un avvertimento: "To Obscurity And Beyond" è qualcosa di abbastanza diverso da quello che potrebbe essere convenzionalmente etichettato sia come jazz contemporaneo che tantomeno come jazz classico. Piuttosto è una strana ed intrigante combinazione di influenze che partono dai Chicago e passando per i Blood Sweat and Tears e i Colosseum può arrivare ai Funkadelic e persino a Frank Zappa. Tuttavia il jazz è presente, così come sono altrettanto avvertibili alcuni echi di rock progressivo e metal; anche per questo motivo gli Afroskull sono una band eccitante, vigorosa, dinamica e possono inoltre vantare una tecnica impeccabile. Ma forse è meglio introdurre brevemente qualche cenno storico di questo strano gruppo: si tratta di un collettivo musicale di New York originario di New Orleans. Joe Scatassa (chitarra), Bill Richards (basso), Matt Barone (tastiere), Jason Isaac (batteria) erano il nucleo primario che, irrobustito da una schiera di fiati, registrarono il primo album intitolato Monster for the Masses, uscito nel 2000. Dopo la fuoriuscita di alcuni membri della band, seguì una breve pausa e quindi arrivò il trasferimento a New York. Scatassa e Isaac inserirono Matt Iselin (tastiere), Dan Asher (basso) e Seth Moutal (percussioni) per far rinascere la band, seguendo la strada tracciata dall’album di debutto. To Obscurity And Beyond ha visto la luce nel 2009 ed è un lavoro per lo più strumentale, con solo due tracce cantate delle 11 totali. E’ un album che possiede abbastanza energia e groove per spingerti ad un irrefrenabile anelito di movimento, ma vanta al contempo quella tecnica musicale sufficientemente raffinata da far prevalere la voglia di ascoltarlo con attenzione. In qualche misura è un album della vecchia scuola, molto lontano da ciò che offre il mercato discografico, ma nel quale il virtuosismo viene sfruttato per trasmettere il particolarissimo messaggio musicale nella maniera più fruibile. Come detto l'ispirazione degli Afroskull è radicata nel passato, sebbene con un sapore decisamente contemporaneo. Volendo sintetizzare si tratta di un quintetto arricchito da una corposa sezione fiati (brillantemente soprannominata "The Horns of Doom"): in pratica gli Afroskull suonano la loro musica complessa e multidimensionale come se fossero una mini-orchestra. La band impiega rigorosamente strumenti reali, cosa che si traduce in un suono autenticamente caldo ed espressivo, lontano anni luce da quel sound spesso freddo e asettico  a cui ci hanno abituato la maggior parte delle pubblicazioni discografiche attuali. Muscolare ed avvincente, forse sono questi i due aggettivi che riassumono meglio la musica degli Afroskull, una proposta artistica che tuttavia è ugualmente capace di raffinatezza. Forse anche per questo il richiamo al Frank Zappa di The Grand Wazoo e Hot Rats è più che giustificato. L'album si apre con il funky pirotecnico di "Spyplane" ed è subito uno shock musicale: l’impatto è potente e suggestivo, quasi cinematico. Se il titolo suggerisce uno schema, effettivamente il brano rimanda ai film di spionaggio, suggerendo fughe, inseguimenti e spettacolarità. La band mostra il suo lato relativamente più sobrio su "Redemption", rinunciando per un momento ai ritmi indiavolati per concedere una pausa all’ascoltatore. "The Curse" è quasi sinistra nel suo incedere marziale, con un’anima progressive metal ed una ritmica mutevole e ipnoticamente diversificata. I grintosissimi riff di chitarra così come i brillanti assoli sono opera di Joe Scatassa ed animano questo pezzo, come tutto il disco, di un’energia contagiosa. Impressiona il potente suono dei fiati ed è discreta ma sostanziale la presenza delle tastiere: tutto è alimentato dalla ritmica spettacolare di Jason Isaac e Seth Moutal con il supporto dell’implacabile basso di Dan Asher. Me And My Tv è altrettanto impressionante: il ritmo intricatissimo viene cavalcato da un bellissimo assolo di tromba prima e poi da un piano elettrico distorto, per un brano che suona jazz rock forse più degli altri. E non è da meno la fiammeggiante Dance Of The Wild Koba dove è il trombone a prendersi la scena all’inizio per poi essere abbondantemente inondata dal muro sonoro creato da ottoni e sax in un crescendo complessivo degno della migliore colonna sonora di un poliziesco degli anni ’70. Da sottolineare il favoloso lavoro al clavinet di Matt Iselin che tanto ricorda Geoge Duke o Jan Hammer. "Waste Management" e "Everything" sono le uniche due tracce vocali (affidate rispettivamente al tastierista Matt Iselin e all’ospite Michael Taylor). Mescolano efficacemente il blues con i classici ritmi funky e tocchi di rock, ma sono ravvivate dalla presenza roboante e onnipresente dei fiati. Giusto per dare un’idea, l’impatto è simile a quello dei primissimi Chicago, con forse un pizzico di ruvidezza in più. L'album termina con il botto, prima con un altro funky funambolico e trascinante come Zero Hour. E quindi con la summa musicale dell’intero album degli Afroskull, inititolata  "Escape from Rome". Si tratta di un tour-de-force di 8 minuti che passa dall'apertura quasi jazz (qui le similitudini con The Grand Wazoo di Zappa sono notevoli) alla intensa sezione centrale della traccia, nel corso della quale tutti gli strumenti si prendono il loro spazio per creare un’architettura imponente ed estremamente affascinante. To Obscurity And Beyond è una straordinaria raccolta di brani esaltanti, supportata da un'incredibile musicalità e da un grande sensazione di autentica scoperta. Questo è un album che merita sicuramente di essere etichettato come una delle pubblicazioni più interessanti di questi ultimi anni. Di sicuro è qualcosa di molto raro nel panorama della musica attuale: complice la sua complessità intrinseca, a causa della pura energia che sprigiona, e per il sound in qualche misura inedito e audace che gli Afroskull sono in grado di regalare. È ovvio che i puristi del jazz troveranno questo lavoro un po' troppo funky e magari pure troppo rock per trarne il massimo godimento: probabilmente non lo apprezzeranno affatto. Ma tutti gli ascoltatori attenti di sicuro coglieranno viceversa il connubio tra la dirompente vitalità e la disciplinata tecnica musicale di cui è infarcito "To Obscurity and Beyond”. Un esempio tanto spudoratamente perfetto quanto eloquente, di quello che si definisce crossover. Gli Afroskull fanno musica senza mezze misure: come una sorta di trasposizione sonora di una fantascientifica battaglia cinematografica tra super-eroi e super-mostri. Purtroppo "To Obscurity and Beyond” resta l’ultimo album che la band ha pubblicato fino ad oggi ed è già vecchio di ben 11 anni, sebbene gli Afroskull siano assolutamente attivi nel circuito live americano. Sarebbe molto interessante scoprire cosa potrebbero proporre nel loro prossimo disco, ma per il momento possiamo solo aspettare, peccato.

Joe Sample – Fancy Dance


Joe Sample – Fancy Dance

Joe Sample è improvvisamente scomparso nel Settembre del 2014, a soli 75 anni, lasciando un grande vuoto nel mondo del jazz. Sample è stato un pianista di grande energia, animato da una spontanea versatilità e non da ultimo dotato di un tocco molto personale e riconoscibile. In carriera ha sempre cercato nuove direzioni per esprimere le sue idee musicali, che si sono concretizzate sia attraverso la fondazione e la leadership del mitico gruppo jazz The Crusaders, sia nella successiva attività da solista. Joe non è mai stato un uomo ed un musicista amante dei riflettori e della fama, ma in compenso ha avuto il riconoscimento incondizionato sia da parte dei suoi colleghi che dal grande pubblico: indubbiamente è stato un artista di prima classe. Nato il 1 febbraio 1939 a Houston, in Texas, Joe Sample è cresciuto in un quartiere creolo ascoltando il blues ed il jazz di Louis Armstrong. Fu un bambino prodigio, poiché iniziò a suonare il piano all'età di cinque anni, assimilando nel corso del tempo una vasta gamma di culture musicali diverse: jazz, gospel, blues, soul in primis ma anche la latino-americana e la classica. Fu negli anni del liceo che cominciò la sua avventura come musicista professionista, quando insieme a due amici, il sassofonista Wilton Felder e il batterista Nesbert "Stix" Hooper, formò un gruppo chiamato Swingsters. A loro si aggiunse in seguito il trombonista Wayne Henderson e così nacquero i Jazz Crusaders, un nome che rendeva omaggio ad una delle band jazz più in voga in quel periodo: i Jazz Messenger di Art Blakey. I Jazz Crusaders si trasferirono da Houston a Los Angeles e sulla costa occidentale il gruppo ebbe la prima opportunità, registrando nel 1961 il debutto discografico intitolato "Freedom Sounds". Una caratteristica distintiva della musica dei Jazz Crusaders fu proprio lo stile ed il tocco al pianoforte acustico di Joe Sample: funky e ritmicamente accattivante, il suo fraseggio ha contribuito a guidare il suono del gruppo per tutti gli anni ’60 ed infine a condurre i Crusaders alla fusione tra jazz e soul con l’avvento degli anni ‘70. Questa registrazione del 1969, intitolata Fancy Dance è importante perché fu il primo album da solista del pianista, a questo punto ormai affermato per i trascorsi di cui ho precedentemente parlato. (N.B.: l’attività dei Crusaders comunque non si fermò mai ed anzi proseguì parallelamente fino al 2006). In questo album realizzato in trio, Joe Sample è affiancato dal bassista Red Mitchell e dal batterista J.C. Moses ed è un disco improntato ad un classico jazz mainstream, tendenzialmente di natura hard bop e quasi completamente privo di qualsiasi tipo di contaminazione soul/funk. Sono sei le composizioni originali che vedono un Joe Sample molto ispirato: per molti risulterà addirittura sorprendente. Abituati alle sonorità fusion che lo hanno reso celebre dalla metà degli anni ’70, sarà comunque un grande piacere scoprire che anche Joe può essere un pianista jazz sintonizzato sulla stessa lunghezza d’onda di altri grandi strumentisti come Oscar Peterson, Bill Evans o Herbie Hancock. L’album inizia con Fancy Dance che introduce alla perfezione quello che è il leit motif di questa registrazione: un hard bop swingante di un trio che lavora in perfetta sinergia. Il fraseggio di Sample si distingue per fluidità ma è molto interessante anche l’assolo di contrabbasso di Red Mitchell, mentre la batteria di J.C. Moses scandisce il tempo con potenza e precisione. The Children’s Song ha un andamento di stampo classico per un breve brano che è quasi una ninna nanna. Echi di bossa nova caratterizzano la successiva All The Lonely Years: forse è su questo pezzo che si può apprezzare la formidabile destrezza melodica del pianista. Va sottolineato come il lavoro della mano sinistra sull’armonia sia davvero una firma inconfondibile nel modo di suonare il piano del nostro Joe Sample. Il bop la fa da padrone anche su Another Blues, un funambolico numero di velocità e tecnica che ricorda Bud Powell o Art Tatum. Svenska Flicka è il brano più lungo dell’album, andando a superare i 9 minuti. E’ anche quello dove si avverte un minimo di contaminazione soul jazz, più nel drumming che nella vera e propria struttura della composizione che per contro mantiene la barra dritta su di un fraseggio bop. Il disco si chiude con un blues declinato ancora in puro stile hard bop, intitolato Old Town: Sample vola sul ritmo piazzando delle notevolissime sequenze di note, mentre il brano gioca con il tempo accelerando e rallentando in un alternanza molto intrigante. Fancy Dance è un album in qualche misura sorprendente, e propone un trentenne Joe Sample all’inizio della sua carriera da solista, che sarà comunque lunga e fortunata anche se inopinatamente interrotta dalla sua morte prematura. Il successivo capitolo, pubblicato sei anni dopo questo debutto, sarà nuovamente un trio jazz con Ray Brown e Shally Manne, ma questa volta basato sull’interpretazione di alcuni standard: di fatto l’ultimo album non fusion. Nel 1978 uscirà Rainbow Seeker (per la recensione del quale vi rimando ad un mio post del 2018) e Joe mescolerà ed conteminerà la sua musica con delle generose iniezioni di funk, soul e r&b, utilizzando lo stesso linguaggio smooth jazz che era ormai acquisito dai Crusaders dello stesso periodo. Dunque, se preferite ascoltare il jazz nella sua forma più classica ed in più nella purezza della formula del trio, Fancy Dance è l’album giusto per gustarvi la tecnica sopraffina di un fuoriclasse come Joe Sample. Se invece apprezzate maggiormente le sonorità più contemporanee, nella discografia del pianista texano troverete molto materiale altrettanto interessante: Spellbound, Roles o The Pekan Tree giusto per fare qualche esempio. 

Ameen Saleem – The Groove Lab


Ameen Saleem – The Groove Lab

Il compositore americano Irving Berlin disse una volta che "tutti dovrebbero avere un Lower East Side nella loro vita". Un’affermazione molto yankee, anzi molto newyorkese, dato che se non si conosce bene la metropoli e la storia dei suoi quartieri così diversi e multietnici, probabilmente non significa molto. Ma il suo riferimento era di carattere culturale e nello specifico puntava alla musica più che ad altri aspetti. In realtà è il groove il punto focale al quale alludeva il grande Irving Berlin: quell’intimo e misterioso motore d'ispirazione, quell’ineffabile elemento che connette le varie anime del jazz e della musica contemporanea con le sue molteplici declinazioni storiche. Ma mentre il paradigma differisce ogni volta e continua ad evolversi, il risultato finale è invariabilmente della stessa natura, al giorno d’oggi così come lo era ai tempi dei mostri sacri del jazz. Ameen Saleem, sicuramente uno dei bassisti più promettenti al mondo, è nativo di Washington, ma risiede, guarda caso, proprio nel Lower East Side di New York. Artisticamente è cresciuto assorbendo ogni aspetto della cultura urbana della Grande Mela, cogliendone l’essenza jazzistica più profonda. Ameen conosce le regole semplici ma spesso inafferrabili che governano quello che viene definito il groove, e questo album di debutto come leader (datato 2015) ne è una dimostrazione più che esaustiva. The Groove Lab si distingue con grande personalità in mezzo alla ricca offerta del jazz moderno. Ci sono jazzisti innovatori, altri conservatori, alcuni rivoluzionari: queste figure sono spesso collegate da quel sottile filo conduttore che non a caso Saleem cita nel titolo del proprio album. Se avete ascoltato il Roy Hargrove Quintet avrete certamente notato la qualità della sezione ritmica di quella band: ed è proprio lì che potreste aver apprezzato l'ottimo lavoro svolto da Ameen Saleem al basso. Se per forza di cose The Groove Lab si sforza (riuscendoci) di produrre un suono quanto più originale possibile, il risultato finale è senza dubbio non troppo lontano dalle atmosfere degli album dello stesso Roy Hargrove. E questo consente di inquadrare un po’ meglio di che tipo di jazz contemporaneo sto parlando. Jazz, funk e soul costituiscono certamente i tre principali punti di riferimento, ma le molte correnti che si propagano da questi generi, diventano poi difficili da scindere con precisione nel contesto di una fusione così ben equilibrata. Saleem resta molto misurato nel suo approccio e non è sua intenzione portare l'ascoltatore fuori dai sentieri del jazz, ma mentre l'atteggiamento generale può sembrare rassicurante, in realtà The Groove Lab è un album di ricerca: un laboratorio, appunto. Ameen Saleem è certamente aiutato dall’interazione con un piccolo gruppo di musicisti straordinari (il pianista Cyrus Chestnut, il batterista Jeremy “Bean” Clemons, Stacy Dillard al sax, Craig Magnano alla chitarra e il già citato Roy Hargrove alla tromba) che contribuisce sicuramente alla variegata gamma di colori musicali che trovano spazio nel lavoro. Il bassista riesce a trovare il perfetto equilibrio tra la complessità concettuale e la fruibilità della sua musica. Un sound che si sviluppa su due livelli: il primo magari più superficiale ed accessibile, è immediatamente seguito da un secondo stadio che consente di avventurarsi nei substrati nascosti e più affascinanti dell'album. Musica che è una sintesi delle molte correnti afroamericane che hanno caratterizzato l’esperienza artistica di Saleem. Il disco è lunghissimo, quasi 1 ora e venti per 13 brani: eppure riesce nel raro intento di mantenere alto l’interesse dell’ascolto e stimolare sempre la curiosità. Forse anche per questo motivo brani come "For My Baby", pur essendo fondamentalmente semplici canzoni, scorrono dal jazz al funky in modo così naturale che la struttura stessa della musica rimane meravigliosamente ambigua e divertente allo stesso tempo. Ma ovviamente il piatto forte di The Groove Lab sono gli strumentali dove il flicorno, il piano elettrico, il sassofono o la chitarra ed ovviamente il basso di Saleem stesso dipingono di volta in volta una ricca e colorata trama. "Epiphany", “I.L.V.T.”, “Neo” e la bellissima "So Glad" ad esempio brillano per varietà ed intensità. “Love Don’t” richiama gli E.W.& F, evidentemente una delle fonti d’ispirazione di Ameen. “Korinthis” è il brano che apre l’album creando un’atmosfera hard bop che è solo apparentemente abbandonata nei brani successivi. Se di questo pezzo apprezzerete  il lavoro del pianoforte e della sezione ritmica, gli assoli di sax e di tromba, bene sappiate che li ritroverete in tutto il disco, seppur declinati in altri modi. "Don't Walk Away" è cantata da Barbara Dunlap che aggiunge la sua grintosa vocalità ad un brano funky soul molto coinvolgente. Il ritmo funky è ben presente con il suo groove nella piacevole “A Theme” che tra l’altro mette in piena luce le doti di bassista di Saleem: un musicista giovane ma dalla tecnica ineccepibile. Il finale è riservato a due brani più lenti e riflessivi che congedano l’ascoltatore con un atmosfera penetrante e sensuale: “Possibilities” e “For Tamisha”. Un ottimo modo per chiudere un album complessivamente molto vario ed interessante: di sicuro un validissimo esempio di jazz contemporaneo nella sua migliore accezione. Chissà se anche Irving Berlin avrebbe apprezzato Ameen Saleem ed il suo laboratorio del groove: non lo sapremo mai, ma di certo abbiamo imparato che nel Lower East Side un nuovo grande bassista sta animando la scena del jazz.

The Young/Holt Unlimited – Soulful Strut


The Young/Holt Unlimited – Soulful Strut

Chicago ha un lunga e gloriosa tradizione legata al blues ed al soul, oltre che naturalmente al jazz. E’ una metropoli che ha prodotto molti musicisti di incredibile talento ed è stata sede di etichette storiche di grande rilevanza. Oggi vi parlerò di un duo sconosciuto al grande pubblico, in particolare di quello europeo. Si tratta di The Young-Holt Unlimited, formato da Eldee Young e Isaac "Red" Holt, il cui peraltro modesto livello di popolarità è correlato più alla loro militanza nel gruppo del pianista Ramsey Lewis che alla loro carriera solista. Sebbene non abbiano mai ottenuto grandi successi, sono tuttavia conosciuti soprattutto per un brano intitolato "Soulful Strut" che è la versione strumentale del singolo di Barbara Acklin "Am I the Same Girl" e dà il titolo all’album di fine anni ’60 che ho preso in considerazione. Forte della sua bella linea di basso funky, di un piano jazz leggero ed allegro, più un accattivante riff di fiati, "Soulful Strut" ha resistito negli anni, anche grazie alle cover proposte da artisti come Grover Washington, Jr., George Benson e complici alcuni campionamenti che in seguito il movimento dell’hip hop ha fatto suoi. Il bassista Young e il batterista Holt si incontrarono per la prima volta all'American Conservatory of Music di Chicago, per poi mettere insieme una band chiamata Cleffs. Attraverso quella esperienza incontrarono Ramsey Lewis e così nacque l'ormai famoso Trio. Nel 1965, i tre apparvero insieme al nightclub Bohemian Caverns a Washington D.C , dove venne registrato un album live: tra i brani c’era quello che sarebbe diventato il grande successo intitolato "The 'In' Crowd": nasceva così quella che oggi è considerata la firma musicale di Lewis. Dopo gli iniziali fasti del trio, Young e Holt lasciarono il gruppo di Ramsey per andare a formare il trio Young-Holt, aggiungendo a questo scopo il pianista Hysear Don Walker. Questo nuovo trio registrò il singolo "Wack Wack", un brano ballabile, molto simile a "Cool Jerk" dei Capitol. Nel 1968 il pianista Walker lasciò il gruppo, sostituito da Ken Chaney. Young e Holt a questo punto ribattezzarono la loro mini band Young-Holt Unlimited, aggiunsero i fiati e più percussioni ed così che trovarono un successo più grande (ed inatteso) con "Soulful Strut". Come ho già detto il pezzo era in realtà la versione strumentale di "Am I the Same Girl" di Barbara Acklin. Ovviamente il piano di Chaney sostituì la voce, ma la traccia raggiunse comunque il numero tre nelle classifiche pop. Incredibilmente questo fu un risultato migliore rispetto alla versione originale. Sfortunatamente il trio non replicò mai più quel successo fulminante: discograficamente divennero presto deficitari e trascorsero i successivi anni in tournée, nei circuiti R&B e jazz. Si sciolsero nel 1974, ma Young e Holt continuarono a suonare nelle band di Chicago, per poi ricongiungersi con Ramsey Lewis nel 1983. Eldee Young venne a mancare nel 2007. Il trio The Young-Holt Unlimited è stato quello che si suole definire una meteora, ma quel Soulful Strut resta un successo davvero memorabile. La formula è quella di un soul jazz leggero e cantabile, in cui il basso e la batteria sostengono un’architettura funk ed il piano domina la scena sostituendo il cantato. La stessa alchimia sulla quale venne costruita Soulful Strut fu replicata in tutti gli altri pezzi dell’album, che risulta piuttosto gradevole e allegro, senza particolare impegno ma tuttavia nemmeno troppo banale. 10 canzoni orecchiabili, tutte di lunghezza attorno ai 3 minuti dove il profumo del jazz è presente mostrando il suo lato più accessibile. E’ una musica che potete facilmente collocare nel contesto di una festa della fine degli anni ’60, un po’ blaxploitation ed un po’ lounge, tra camicie colorate, balli dell’epoca e atmosfere hippy. Sul brano pilota ho già detto molto, aggiungo che i fiati incendiano l'inconfondibile riff, il basso di Young pulsa potente, sottolineando il ritmo della batteria funky. Chaney replica in modo impressionante la voce di della Acklin con il suo pianoforte, quasi a dettare il testo con le sole note musicali. E’ una canzone che crea un'aura diversa, evoca un caldo pomeriggio estivo in cui rilassarsi e sognare ad occhi aperti. In tutto l’album la spartana strumentazione possiede una qualità grezza, un suono imperfetto non privo di un certo fascino, quasi come una sorta jazz garage band. Anche gli Swing Out Sister hanno ripreso Soulful Strut negli anni '90. Curiosa ed inusuale la ripresa della celeberrima hit francese Et Maintenant, qui ovviamente in versione soul jazz. Tutti i pezzi che compongono l’album suonano più o meno sulla stessa falsariga, il basso in evidenza, la batteria gagliardamente sul ritmo ed il pianoforte che si occupa delle melodie, corroborato da brillanti iniezioni di fiati. Soulful Strut è un ottimo esempio di come il jazz, l'R & B ed il soul possano fondersi, dando vita a un connubio innegabilmente funky. The Young-Holt Unlimited rappresenta una testimonianza di un modo di fare musica jazz che conobbe una certa popolarità verso la fine degli anni ’60, creando al contempo i prodromi delle più sofisticate e complesse sonorità elettriche che sarebbero sopraggiunte di lì a pochi anni , dal 1970 in poi.

Maysa – Live At The Birchmere


Maysa – Live At The Birchmere

Nutro un’ammirazione incondizionata per Maysa Leak. A mio parere è la miglior cantante apparsa sulla scena dagli anni ’80 ad oggi. Con uno stile che è al contempo profondo e sofisticato, la bravissima Maysa (come è più semplicemente nota al grande pubblico) ha alle spalle una carriera solista che è diventata sempre più smagliante nel corso del tempo, anche grazie alla parallela collaborazione trentennale con la band soul jazz Incognito.  Tuttavia mi sento di dover sottolineare un fatto: se c’è una cantante che meriterebbe un riconoscimento più ampio, è proprio lei, la corpulenta vocalist di Baltimora. Maysa registra album da solista da moltissimi anni, eppure ci sono tante persone che non hanno mai sentito parlare di lei. Come è possibile una tale mancanza di fronte ad un talento di questo portata? Sono i misteri del mondo discografico. Nata e cresciuta a Baltimora, il viaggio artistico di Maysa, dopo il diploma al college, la portò a cantare per un anno come corista per Stevie Wonder ed in seguito a diventare la cantante principale del gruppo "Incognito". Maysa registrò il suo primo album nel 1995, ed a questo fecero seguito molti altri lavori, l’ultimo dei quali è Love Is A Battlefield del 2017, una raccolta di alcune delle canzoni preferite di Maysa, rielaborate con il suo esclusivo tocco soul. La sua discografia così come la sua militanza negli Incognito fa di lei quella che secondo il mio modesto parere è una delle più grandi cantanti soul-jazz della sua generazione: un’artista da inserire tra le top vocalist insieme ad altre quali Anita Baker, Chaka Khan, Angela Bofill, Marlena Shaw e, più recentemente, Whitney Houston, Ledisi e Hill St. Soul. Ho avuto la fortuna di assistere ad uno spettacolo di Maysa qualche anno fa, qui a Milano e ricordo quella serata come un’esperienza entusiasmante. In un piccolissimo locale del centro, alla presenza di pochissimi spettatori fu straordinario cogliere ogni sfumatura di una voce possente ma controllata, ricca di colori e con una estensione ed una tecnica davvero impressionanti. Ritengo che se un vasto pubblico avesse la possibilità di ascoltare Maysa dal vivo rimarrebbe estasiato almeno quanto me. I suoi show regalano emozioni, e lei non usa campionamenti, voci preregistrate o altre diavolerie elettroniche. In questa straordinaria registrazione live che su disco ha preso il titolo di Live At The Birchmere, Maysa è salita sul palco e ha dispensato musica e buone vibrazioni a profusione. Non c'è stata alcuna pausa, nessun intervallo, solo 2 ore e mezza di puro divertimento che ha coperto una grande varietà di generi tra cui il jazz, lo smooth jazz, il blues, l’R&B, il soul ed il funk. E’ un album dal vivo che riporta alla memoria lo spirito delle grandi del passato da Ella Fitzgerald a Sarah Vaughn, con un ovvio sapore di modernità ma con un grande rispetto per la tradizione. Il mix di brani proposti si concentra come è logico sulle canzoni tratte dagli album da solista, ma essendo un doppio cd, c’è lo spazio anche per numerose covers. E tra queste alcuni brani sono dei classici intramontabili che Maysa riesce ad interpretare come sempre a modo suo, dando loro un’impronta diversa e molto intrigante con la sua vocalità unica e rara. My Funny Valentine e Summertime ad esempio, potrete sentirle in una versione soul jazz, tanto inattesa quanto imprevedibile. E poi una splendida What Are You Doing With The Rest Of Your Life di Barbara Streisand: la melodia è bellissima e Maysa la vive con la consueta passione e trasporto. Vola sulle ali del blues con I Put A Spell On You e cavalca alla sua maniera il soul di You Are My Starship. Si cimenta anche con Round Midnight, trasformando il classico del jazz in un brano profondamente soul, ma dando anche in questo caso un saggio di cosa può fare con la sua voce. Immancabile è la trascinante The Bottle di Gil Scott Heron che è ormai un momento topico di ogni suo concerto. Nella serata Maysa non poteva di sicuro tralasciare  il repertorio personale, quello che a partire dal 1995 è parte dei suoi album da solista: ed allora ecco un carrellata di bellissime canzoni più o meno conosciute. A volte tipicamente r&b, altre più soul o ancora quasi disco. Ballate romantiche come la sinuosa Sexy, la delicata Grateful, la sofisticata Soul Child o la meravigliosa Can We Change The World. Ma ovviamente non mancano i brani veloci, dal sapore smooth jazz come A Woman In Love o l’appassionata dedica al maestro Bluey (leader degli Incognito) intitolata Let's Figure It Out. Brillante e ballabile è anche Hooked Up, che tra l’altro è arricchita da uno splendido assolo di chitarra elettrica. Maysa sfiora anche la bossa con Hypnotic Love e il drum’n’bass con Friendly Pressure, e fa riferimento allo stile degli Incognito con What About Our Love. Il concerto si chiude in bellezza con il perfetto esempio di raffinato r&b della bellissima Mr So Damn Fine. La band che ha accompagnato Maysa nelle due serate che hanno dato vita a questo doppio cd live è perfetta in ogni frangente e con tutte le varie atmosfere che sono state di volta in volta proposte al pubblico. Si percepisce un grande affiatamento ed una ammirevole unità d’intenti nel valorizzare la vera protagonista dello show: lei, la mitica Maysa Leak. Il commento finale che posso fare è questo: se hai la possibilità di vedere esibirsi Maysa, fallo. Se canta nella tua città non esitare, vai e goditi uno spettacolo musicale indimenticabile. La sua voce ti entrerà dentro e non potrai dimenticarla mai più. Il suo spettacolo ha tutto ciò che dovrebbe avere una performance dal vivo. Se invece vuoi godere subito di questa gemma discografica, comodamente seduto sul divano di casa tua, da oggi potrai farlo facilmente. Dopo alcuni anni ed una travagliata genesi Live At The Birchmere è infatti finalmente disponibile sulle principali piattaforme di commercio elettronico. Da non perdere.

Doky Brothers - Doky Brothers


Doky Brothers - Doky Brothers

I Doky Brothers erano un duo di jazz che venne alla ribalta a metà degli anni '90 con un paio di album per la Blue Note. La musica del gruppo aveva le sue radici nella tradizione hard bop degli anni '60, con l’aggiunta di una produzione senza alcun dubbio contemporanea e corposi innesti di fusion. Nativi di Copenaghen, in Danimarca, i due fratelli Doky, ovvero il pianista Niels Lan Doky (1963) e il bassista Chris Minh Doky (1969), sono il prodotto di una famiglia di musicisti. Il padre era un medico appassionato di chitarra classica e la madre era una cantante pop danese. I due erano una simbiotica e unitissima entità musicale, pervasi da un’unica grande passione e da una perfetta comunione d’intenti. I Doky Brothers misero in mostra una sinergia davvero ammirevole, creando un loro stile nel rispetto della cultura jazzistica americana ma mantenendo un legame con il gusto melodico europeo. La sintonia tra i due fratelli era più evidente quando si esibivano nei riff all’unisono, ma è comunque ben avvertibile in tutto lo sviluppo dei loro brani. Curiosamente l'album vede impegnato un altro e ben più famoso duo di fratelli, e cioè Michael e Randy Brecker: un valore aggiunto non indifferente per il loro eccellente debutto discografico, datato 1995. Gli altri compagni di squadra nella sessione sono il chitarrista svedese Ulk Wakenius, il batterista finlandese Klaus Suonsaari e il batterista danese Alex Riel, con la prodigiosa batterista Terri Lyne Carrington ospite su sette tracce. Le due coppie “fraterne” si possono ascoltare tutte insieme su "Fearless Dreamer", mentre in altri due brani i Brecker sono presenti separatamente. Il disco si compone di cinque originali e cinque standard, per un totale di dieci pezzi di grande musica. La cover di "Natural Woman" di Carol King è intrigante in questa resa jazzistica, e consente di apprezzare l’ottima tecnica pianistica di Niels Lan Doky, il cui talento è davvero palpabile. C’è anche una rivisitazione del classico "Summertime" di Gershwin in cui è il fratello bassista Chris Minh Doky  a prendersi tutta la sezione iniziale ed a mostrare a sua volta un grande virtuosismo, ma va sottolineato l’assolo di piano di Nils che illumina ugualmente la cover. Trova spazio anche una ballata come "My One and Only Love" animata dalla particolare voce di Curtis Stigers e dalla tromba di Randy Brecker per un’atmosfera da night molto suggestiva. “Teen Town” di Jaco Pastorius è un esercizio di bravura ed una sfida per il basso di Chris, ma anche una bella prova corale di tutta la band. E l’unisono tra i due fratelli sul famoso riff del brano dei Weather Report (Jaco) è una chicca da non perdersi. L’ultima delle cover è “I Feel Pretty” da West Side Story: con la bella voce di Deborah Brown ed il pianoforte sugli scudi, anche questa celebre canzone rappresenta un bella prova dei due fratelli Doky che ne danno un’interpretazione in stile hard bop piena di swing. Ma veniamo alle composizioni originali scritte di proprio pugno dai due fratelli. Per la verità non mancano di interesse, e complessivamente mostrano anche una piacevole varietà. “While We Wait” ricorda gli Steps Ahead e apre la registrazione mettendo subito in evidenza le doti virtuosistiche di entrambe. Nils al pianoforte è palesemente influenzato da Chick Corea, Herbie Hancock e Oscar Peterson, mentre Chris è un bassista tecnicamente ineccepibile con Jaco Pastorius e il connazionale Niels-Henning Ørsted Pedersen come punti di riferimento. La delicata “Children’s Song” è un esempio di come il duo danese riesca a coniugare molto bene un sound contemporaneo con lo stile più tradizionale dell’hard bop. Non a caso lo stesso approccio è offerto anche da “Hope” e “You Never Know” che pur essendo brani di concezione tipicamente jazzistica, suonano in parte anche molto moderne, andando a percorrere le stesse strade della fusion più colta. (Yellow Jackets). Quando uscì questo album, nel 1995, le possibilità che il duo lasciava presagire erano ottime. Tuttavia oltre a questo debutto ci fu solamente un altro disco, nel 1997, a nome di entrambe i fratelli, che preferirono proseguire le loro carriere come singoli artisti. Doky Brothers è un album molto interessante che, oltre a puntare i riflettori su un gruppo jazz certamente poco conosciuto, dovrebbe piacere ad una vasta platea di ascoltatori che possono svariare dall’hard bop alla fusion con un livello sempre alto della qualità della musica offerta. Il pianista Niels Lan Doky appare qui come un evidente talento, una sorta di diamante grezzo dalle notevolissime possibilità. Suo fratello Chris Minh Doky si revela un solido e tecnicamente inappuntabile contrabbassista. Trovo che dei due album che il duo ha pubblicato sia proprio questo quello più riuscito ed attraente e in conclusione ne consiglio caldamente l’ascolto.

Matthew Whitaker – Now Hear This


Matthew Whitaker – Now Hear This

Matthew Whitaker è un pianista jazz americano. La sua storia è quella di un ragazzo attualmente di 19 anni che ha vissuto una parabola di vita travagliata ed affascinante, ma dentro al quale ardono il sacro fuoco dell’entusiasmo e della passione. Cieco dalla nascita, Matthew è cresciuto circondato dalla musica. Il suo amore per le note è iniziato alla giovane età di 3 anni, dopo che suo nonno gli regalò una piccola tastiera Yamaha. Un talento incredibile, che a soli dieci anni ha avuto l’onore di aprire un concerto di Stevie Wonder all'Apollo Theater. Sebbene sia giovanissimo, il multistrumentista Whitaker ha fatto molta strada per arrivare dove si trova oggi, superando le avversità della sua condizione e dedicando innumerevoli ore a perfezionarsi al pianoforte, all’organo ed alle tastiere, ma anche alla batteria. Ora, con il suo secondo album Now Hear This, Matthew si delinea come una importante nuova voce del jazz. Non ho ancora ascoltato l'album di debutto di questo prodigioso pianista, ma questa seconda registrazione è così impressionante che mi ha invogliato ad analizzare anche Outta The Box, uscito nel 2017. Whitaker suona con naturalezza ed uguale bravura il piano, i sintetizzatori, l’organo Hammond B3 ed il piano elettrico. Su questo album è coadiuvato da alcuni musicisti di grande valore quali Dave Stryker alla chitarra, Yunior Terry al basso, Ulysses Owens Jr alla batteria e Sammy Figueroa alle percussioni. Il disco si compone di un mix di covers sapientemente arrangiate ed interessanti brani originali. Il suo tocco al piano è gioioso ma anche intenso, ed il suo talento strabordante pervade la musica con uno straordinario e contagioso entusiasmo. Ovviamente di questo giovane fenomeno si era fatto un gran parlare negli ambienti jazzistici già da qualche anno e dirò subito che Now Hear This è certamente all'altezza delle aspettative. Come detto, Whitaker è in grado di suonare fluentemente sia il pianoforte che l’organo, e lui si divide equamente tra i due strumenti. Tuttavia, il suo approccio a ciascuna delle due tastiere è originale: al pianoforte privilegia l’elaborazione della melodia. Sull’Hammond B-3, si concentra sull’armonia, mantenendo una linea più tradizionale e facendo un uso classico del tremolo. La performance di Whitaker va alla continua ricerca di soluzioni melodiche, ma in nessun caso il ragazzo cerca di stupire gli ascoltatori con un virtuosismo fine a se stesso.  Il suo trio comprende perfettamente le sue intenzioni e lo asseconda al meglio. In particolare, il batterista Ulisses Owens Jr. sembra sintonizzarsi direttamente sulla stessa lunghezza d'onda di Whitaker. La musicalità, gli arrangiamenti e la capacità di governare il gruppo messa in mostra su Now Hear This sarebbero già notevoli se parlassimo di un musicista di maggiore esperienza, quindi immaginate cosa può significare se dietro a tutto ciò c’è un ragazzino di 19 anni come Matthew. Passando con disinvoltura quasi irritante da una tastiera all’altra, Whitaker mostra costantemente una chiara e ben definita visione dell’improvvisazione, un raffinato senso della dinamica ed un tocco sofisticato. Sia nelle sue 4 composizioni originali che nelle ben più numerose covers che sono incluse in questo cd, Whitaker dà un timbro personale alla musica. E non bisogna dimenticare che ci sono pezzi di Ahmad Jamal, Charlie Parker, Billy Strayhorn, Michael Camilo, Eddie Harris per citarne alcuni, cioè sfide musicali niente affatto facili. I brani sono tutti per un verso o per l’altro interessanti: Overcoat è un esempio dell’interplay speciale che c’è tra il pianista ed il batterista. Ma Owens, come detto, ben si adatta a tutte le situazioni che Whitaker propone, come sulla infuocata  versione di "Freedom Jazz Dance" dove protagonista è l’organo il ragazzo prodigio dà una dimostrazione di muscolarità e destrezza su una ritmica funky. "Tranquility" racconta una storia diversa, nella quale sale alla ribalta anche il fluido basso di Terry, per un classico momento di trio jazz. "Bernie’s Tune" è un brano dove Matthew si lascia ispirare dal grande maestro McCoy Tyner, mentre intraprende un meraviglioso viaggio in "U.M.M.G." di Duke Ellington, volando in perfetta simbiosi accompagnato solo dal basso di Terry. Le sue composizioni sono tra i momenti clou dell'album. "Miss Michelle" ad esempio, ha degli affascinanti toni bossa e scivola dolcemente tra le dita veloci del pianista, in un elegante alternanza tra il piano di Whitaker e la chitarra di Stryker. Molto interessante anche la notevole "Underground con i suoi i cambi di tempo pieni di precisione e grazia ed un assolo di synth che non mancherà di impressionare gli amanti di questa tastiera. Per quanto riguarda il lato più riflessivo del disco, "Thinking of You" è un sogno romantico declinato su un bellissimo suono di Hammond B3 così come "Black Butterfly" dove anche il piano elettrico di Marc Cary contribuisce a creare un mood perfetto. La comparsa sulla scena di un giovanissimo prodigio è sempre un fatto esaltante oltre che raro: il rischio è sempre quello che poi le aspettative non vengano mantenute, ma nel caso di Matthew Whitaker possiamo ben dire che per ora il talento è del tutto pari alle attese. È vero, Matthew ha solo 19 anni ed è anche cieco, ma questo non è un limite per lui, non si può negare che abbia una forza ed un entusiasmo dirompenti. I suoi due album sono un gran bel viatico per una luminosa carriera: il nuovo arrivato va tenuto d’occhio, a mio parere diventerà un grande del jazz.

Kandace Springs - The Women Who Raised Me


Kandace Springs - The Women Who Raised Me


Gli album di covers possono essere suddivisi in due distinti e per certi versi opposti gruppi. Il primo è quello nel quale confluiscono delle collezioni di musica, spesso priva di interesse, non particolarmente ispirata e che sono destinate ad essere presto archiviate e dimenticate. Il secondo gruppo, più ridotto, è composto da quei pochi album dove invece il o la protagonista in copertina è riuscito ad esprimere qualcosa di più della semplice replica degli originali. I musicisti che ambiscono ad appartenere a quest'ultima categoria trovano il modo, con il loro talento, di aggiungere un tocco personale alle canzoni che propongono. In altre parole fanno sì che ogni brano interpretato rinasca a nuova vita attraverso le caratteristiche proprie dell’esecutore. Kandace Springs è una giovane pianista e cantante il cui talento è evidente: sia per quanto concerne la voce, sia per la sua tecnica strumentale: la sua estrazione e la sua preparazione sono di stampo jazzistico. A fronte delle sue indubbie doti, i suoi precedenti lavori non hanno completamente convinto.  Indigo (registrato per la Blue Note nel 2018), era improntato ad una miscela  a tratti irritante e qualche volte troppo generica di influenze pop e R&B, con il jazz che restava colpevolmente sullo sfondo. Il suo debutto del 2016 era orientato invece verso sonorità blues più tradizionali, ma senza particolari sussulti di creatività. Finalmente Kandace ha deciso di scostarsi da quei percorsi con il suo terzo album, intitolato The Women Who Raised Me. Questa è sì una raccolta di covers, ma ciononostante è un disco che rappresenta decisamente un balzo in avanti nella sua giovane carriera. Soprattutto è un lavoro che segna una nuova fase per la Springs, una fase in cui il jazz da ultimo torna ad avere un peso. Kandace, come tutti le artiste che fanno della voce il loro strumento principale, è stata influenzata profondamente da molte grandi cantanti del passato e del presente. Per questa ragione ha deciso di mettere insieme una serie di canzoni rese famose proprio dalle grandi cantanti che hanno ispirato la sua crescita artistica. In questo ultimo album la Springs ha cercato di dare un’interpretazione personale ad ognuno di quei famosi brani. Per fare ciò ha reclutato un trio di musicisti che comprende il chitarrista Steve Cardenas, il bassista Scott Colley e il batterista Clarence Penn: tutta gente che ha qualche legame con i suoi punti di riferimento. Tutto questo, combinato con un gruppetto di ospiti di alto profilo e le sagge scelte del repertorio, rendono The Women Who Raised Me un album di valore. C'è una nitida purezza nel suo modo di cantare e se è pur vero che la Springs si avvale della moderna tecnologia, è altrettanto evidente che non è un’artista che ne abusa impunemente. Non a caso Kandace eccelle proprio nelle canzoni che rappresentano la sfida più difficile, quelle che la spingono ad osare ed a raggiungere l'apice delle sue vaste capacità. E’ qui che la bella cantante/pianista trova il culmine della tensione e gestisce al meglio l'intensità interpretativa. Ascoltare "I Put A Spell On You", consente di apprezzare esattamente questi aspetti emozionali, sia per quanto concerne la voce che per il fraseggio al piano. Magnifico l’assolo di David Sanborn al sax alto, che esplode improvvisamente facendo schizzare l’emozione a mille. È un perfetto esempio di ciò di cui la cantante è capace quando si impegna al massimo e di come sia importante essere  supportati dal talento di un valido gruppo di accompagnatori. Questa interpretazione a tratti dark e di  grande spessore di un brano così famoso e già molto “sentito” in precedenza, offre una visione su un possibile  futuro di Kandace Springs, ponendo la performer all’interno di quello che è il suo contesto ideale: il jazz. Le due stupende ballate "Pearls" e "The Nearness Of You" sono sobriamente cantate ma emanano quel fascino e quella passione profonda che non può essere trascurata da nessun ascoltatore. Un altro momento da evidenziare è la celebre "Angel Eyes",  qui proposta in duetto con la star Norah Jones, che tra l’altro è proprio una delle artiste che la Springs considera una grande fonte d’ispirazione. Nessuna delle due tenta di sopraffare l'altra, sicché la loro versione può addirittura competere con quella resa famosa da Ella Fitzgerald nel 1958. La coppia di brani che vede Chris Potter al sassofono, "Gentle Rain" e "Solitude", oltre alla precedente collaborazione con David Sanborn, dimostra quanto possa giovarsi una cantante nell’avere un grande sax nel suo mix sonoro. La parata di magnifiche canzoni continua con alcuni classici davvero senza tempo. Ad esempio la Strange Fruit di Billie Holiday, che Kandace affronta addirittura in solitudine accompagnata solo dal suo piano elettrico è semplicemente fantastica. Mi è piaciuta molto anche la cover che la Springs offre di una canzone celeberrima come Killing Me Softly With His Song che suona davvero personale ed è impreziosita anche da un assolo di flauto di grande valore di Elena Pinderhughes. Va detto che l'aggiunta di una tromba o di un ancia (sax o flauto che sia) conferisce ad ogni pezzo un tocco di emozione in più e si rivela una scelta molto intelligente. Senza i vincoli della tradizione o di enormi aspettative a livello commerciale, Kandace finalmente mostra tutto il suo grande talento e lo fa con sobrietà,  senza eccedere in personalismo e con una gradita dose di buon gusto. La sfida era di quelle difficili ed il confronto con un repertorio della portata artistica di quello contenuto in questo album poteva rivelarsi una montagna troppo alta da scalare. Ma Kandace ne esce alla grande ed anzi appare addirittura più forte e più pronta per le prossime tappe della sua maturazione di cantante e di musicista. Sempre più raramente nell'era moderna ci si può sorprendere a meravigliarsi della bellezza della voce di un cantante. Siamo così distratti dall’immagine che viene venduta prima ancora dell’abilità o magari dal presunto messaggio politico abbinato ad un artista  che spesso fatichiamo ad accorgerci di chi ha realmente il vero e puro talento. Oggi è difficile sottrarsi all’attrazione della fama: siamo nell'era dei video su Internet e di una quanto mai necessaria autopromozione. Ma Kandace Springs non è così, appartiene ad un’altra categoria: gioca con i suoi punti di forza e non indugia minimamente ad un qualsiasi tipo di discorso commerciale. Lei non è solo brava, è anche autentica. The Women Who Raised Me entra di diritto nella seconda delle categorie in cui ho diviso gli album di covers. Quella migliore, quella rara. Quella che lascerà un segno.

The Park Avenue Experience – Life Span


The Park Avenue Experience – Life Span

È uscito nei primi giorni di Gennaio un album intitolato Life Span, per me misterioso e sconosciuto. Si tratta dell’opera prima di un nuovissimo progetto discografico chiamato The Park Avenue Experience. Creato dal musicista, produttore ed autore siracusano Fabio Puglisi, che è meglio conosciuto con il nome d’arte di Soul Basement, The Park Avenue Experience è un trio nato per esplorare quella terra di frontiera nella quale il jazz va ad incontrare strade alternative, territori inusuali. Vi dirò subito che nel momento in cui ho ascoltato le prime note di Life Span sono subito rimasto affascinato dalla sua per certi versi enigmatica atmosfera. Il suo leader Fabio Puglisi (come detto noto anche come Soul Basement), è un jazzista italiano, e tuttavia di italiano Life Span non ha proprio niente. Non ha influenze mediterranee, non tratta nemmeno le melodie tipiche, ancor meno usufruisce degli arrangiamenti vicini alla nostra cultura musicale. A tratti mi ha ricordato Robert Glasper, di certo per il gusto dell’essenziale, forse per il ritmo cadenzato, in parte per quel susseguirsi veloce di note leggere, galleggianti, evanescenti e profonde al tempo stesso. L’ascolto, in un primo momento superficiale, si è fatto più attento perché sentivo una strana forma di magnetica attrazione per  quegli inusuali ed originali quadri sonori. E presto è venuto fuori il jazz, un jazz moderno e minimalista, anomalo e sorprendente, che ogni tanto declina verso il nu jazz e qualche volta indugia verso l’elettronica. Ma poi il vento della musica cambia ancora scivolando nella lounge o portando l’ascoltatore ai confini della new age: tutto questo lascia piacevolmente disorientati. Di certo The Park Avenue Experience ha un forte potere di suggestione e cattura l’attenzione del pubblico non con le armi del virtuosismo e nemmeno inondando l’ambiente di cascate di note. Piuttosto lo fa con un’intelligente alchimia di armonie create da accordi di largo respiro o da intuizioni ritmiche piazzate là dove non te le aspetti. In un quadro complessivo improntato al rigore ed al minimalismo, Puglisi punta a toccare le corde emozionali seguendo una strada che non è la più facile ne tantomeno quella più popolare, ma lo fa con intelligenza e talento. I morbidi tocchi di pianoforte, le vaporose sortite delle tastiere così come tutta l’architettura ritmica sottendono alla creazione di un universo sonoro affascinante e in qualche misura inedito. Si potrebbe definire musica impressionista, dove le note e le armonie sono usate come i pennelli di un pittore. Sono 8 le tracce di questo enigmatico album: 8 brani che delineano un percorso omogeneo e caratterizzato da un mellow groove avvolgente e sinuoso, liquido e ricercato. Si va dal morbido inizio di Getting Closer che in poche battute fa intuire quali siano le linee stilistiche che Park Avenue Experience vuole disegnare, alla successiva Balance che aggiunge alla stessa estetica più ritmo ed un synth pur sempre minimalista. That Good Old Trick si distingue per le percussioni afro beat ed un andamento che ammicca alla musica latina. Il jazz emerge con più forza sulla bellissima Meifen Smiling To The Sky, tra un pianoforte sincopato ed il basso che insieme alla batteria ammiccano quasi ad un morbido drum’n’bass, mentre un sintetizzatore sul finale regala un’ultima emozione. Anche A Better You richiama le sonorità jazzistiche di un classico trio jazz di piano, batteria e basso. Love Knows No Limits suona come un sorta di ballata declinata in un medio tempo. Tutto è coniugato da una tastiera che crea un’atmosfera spaziale ed ipnotica sulla quale è sempre il pianoforte a versare sapienti gocce di note. Si arriva al bellissimo finale di questo album rivelazione: Water Under The Bridge. Il brano ricorda Lyle Mays e allo stesso modo riesce a toccare le corde emozionali. Delicatamente immerge in una nuvola fatta di rari accordi e note di pianoforte: rarefatta ed evanescente eppure così profonda ed ammaliante. Life Span è un viaggio sonoro elegante, raffinato e colto in grado di farci immergere in un’intrigante miscela strumentale di jazz, urban sound, funk, elettronica e lounge. E’ un lavoro che mira all’essenziale, sfruttando al massimo una manciata di strumenti ma giocandosi tutto sulle suggestioni. Fino ad oggi non avevo mai ascoltato niente di Fabio Puglisi o di Soul Basement, anzi non ne avevo neanche mai sentito parlare. Ammetto di essere colpevolmente in ritardo perchè Life Span è stata decisamente una bella scoperta. Italiana o internazionale che sia la buona musica è sempre una piacevole rivelazione. Il mio consiglio è di rilassarvi, mettere questo cd ascoltandolo magari in cuffia e godervi una mezz’ora di musica trasversale a cavallo tra i generi ma sempre sul filo delle emozioni.

Darryl Anders AgapéSoul – Conversations


Darryl Anders AgapéSoul – Conversations

In greco agape significa amore incondizionato e soul ovviamente identifica lo stile della musica:  questa è in sintesi la spiegazione dello strano nome del gruppo che il bassista Darryl Anders ha creato nel 2010. Dopo un debutto intitolato Believe In Love del 2012, a distanza di 6 anni, nel 2018, è uscito il secondo atteso cd della band californiana. A questo proposito dice lo stesso Anders: "Questo album incarna lo spirito della musica dal vivo. Il tipo di musica che puoi ottenere solo da un gruppo di musicisti che lavorano in stretta correlazione. Vogliamo comunicare energia positiva. Vogliamo che le persone credano nell'amore". L’ultimo album di Agapesoul si intitola Conversations: anche in questo caso non è una scelta casuale. Secondo Darryl Anders, il mondo ruota attorno al potere delle comunicazioni. Che sia all'interno di uno scenario globale, aziendale o personale, è la comunicazione che guida il modo in cui le relazioni esistono. La musica non si sottrae a questa legge universale: in studio o su un palco, i musicisti vivono di connessioni profonde con i loro colleghi artisti e questo può determinare il colore e le sfumature del loro quadro musicale. Darryl Anders e la sua band AgapeSoul sottoscrivono pienamente questa teoria. Tornando all’album, Agapesoul riprende da dove si era fermato con il cd Believe in Love. Dunque, anche in Conversations, funk, soul e jazz si incontrano e si fondono in modo molto piacevole. Tuttavia, fin dalle prime note si intuisce che il contenuto complessivo di Conversations sembra avere qualcosa di più, come se fosse salito ad un livello superiore nella qualità delle composizioni. La sensazione è di maggiore consapevolezza, di più profondità, di una intensità superiore al primo disco, oltre ad una naturale crescita artistica e professionale degli stessi musicisti. E d’altra parte Darryl Anders ha investito gli ultimi tre anni nel processo di scrittura ed allestimento di questo lavoro, ottenendo dei risultati che evidentemente lo ripagano dello sforzo sostenuto. L'attuale line up di AgapeSoul è composta da ottimi musicisti come Paul Jackson, Jr., Eric Gales, Ivan Neville e Tommy Sims. L’esordio sonoro dell’album è subito notevole: il brano "Kite" è particolarmente ispirato, con il basso in evidenza e la bella voce di Zoe Ellis sugli scudi. Suona un po’ Incognito, un po’ Fertile Ground e rammenta Stevie Wonder o Frank McComb. Ma la successiva "The Way That We Love" non è da meno, ed anzi introduce un bell’arrangiamento di fiati, a sostegno della calda vocalità della Ellis, con il basso di Anders sempre gagliardo, anche nell’assolo. "Changes" ha quel groove soul jazz che personalmente mi piace moltissimo, e la melodia è molto accattivante. Il sound swingante è magnificamente arrangiato e Michael Maher della band fusion Snarky Puppy contribuisce con un bell'assolo di tromba. La sintesi dei significati racchiusi nell’album Conversations è proprio nella title track: unisce il sound tipicamente soul jazz  con un testo che vuole spiegare la dinamica delle comunicazioni interpersonali. Un’atmosfera profonda, che viene catturata in modo intenso e nella quale, vocalmente, il ruolo principale viene assunto da Naté SoulSanger, con i bei cori di Sara Williams. Ma sono il groove ritmico e la base strumentale a colpire per potenza e precisione. Bellissima è anche "Think About It", una canzone dall’ampio respiro, declinata da un'atmosfera gospel e blues e dalla presenza dell’organo di Lynette Williams che aggiunge un tocco in più al brano. SoulSanger alza la sua voce potente mentre i fiati sottolineano il tutto complice un arrangiamento impressionante. Se c’è  un momento leggermente meno esaltante quello è nella ballata "Home", non tanto per la voce di Tommy Sims, quanto perché si tratta di una canzone soul piuttosto tradizionale. Sullo stesso genere è “The Lesson”, ma il risultato appare più convincente. La cover del grande successo R&B degli Ohio Players, "Sweet Sticky Thing" è invece quanto mai seducente: la bella voce di Ashling Cole e la sezione fiati contribuiscono a rendere questo pezzo, colmo di groove, molto interessante. Per dare un segnale di varietà troviamo lo strumentale "Fruitvale Gumbo" ed è una gran bella prova corale, con gli AgapeSoul che mettono in evidenza una notevole padronanza anche in un contesto musicalmente complesso, pieno di echi degli stili di Minneapolis, della Bay Area e di New Orleans. Notevolissimo l’assolo di basso slap di Anders ed il lavoro ritmico della batteria di Zigaboo Modeliste, il leggendario drummer dei Meters. La sezione fiati è quella degli Snarky Puppy, e il talento dell’astro nascente della chitarra Eric Gales contribuisce per la sua parte con un fantastico assolo rock funk. Darryl Anders e i suoi Agapasoul ci è hanno consegnato una perla rara. Su Conversations troverete ottima musica soul, corroborata da grandi ritmi, melodie forti, arrangiamenti brillanti e storie affascinanti sulla vita, l'amore e la sopravvivenza. Il gruppo ha trovato un perfetto equilibrio nella sua formula attuale: gli Agapesoul piacciono per il loro eclettismo e il modo con cui integrano soul, jazz e funk. L'album nel suo complesso si dimostra molto solido ed è sicuramente un ascolto intrigante. Ha tutti gli ingredienti che ci si può aspettare per essere speciale. Per quanto i singoli componenti siano musicisti impressionanti, Anders e gli AgapeSoul sono arrivati ad un risultato finale che è persino migliore delle parti che lo compongono. Caldamente consigliato.

Warren Wolf - Reincarnation


Warren Wolf - Reincarnation

Ho sempre amato il vibrafono nel jazz, sia per le sue possibilità espressive sia per i protagonisti che nel corso del tempo hanno dato un contributo importante allo sviluppo di questa particolare percussione. Anche di questi tempi ci sono dei musicisti di talento che si distinguono per aver scelto di adottare il vibrafono come proprio strumento. Uno di loro è Warren Wolf, un 40enne afroamericano di Baltimora con alle spalle una carriera già piuttosto importante nel jazz mainstream e 4 album pubblicati tra il 2005 ed il 2016. A quattro anni dall’ultima fatica, nel 2020, Wolf è uscito con un nuovo lavoro: e questa volta sorprende tutti con una svolta inaspettata. L’ormai acclamato vibrafonista, riconosciuto per la sua schietta applicazione al jazz tradizionale, oltre che come epigono dei suoi grandi predecessori Milt Jackson e Bobby Hutcherson, ha deciso di lanciarsi in un’avventura, inedita per lui. Su Reincarnation, che è il titolo del suo ultimo album, il vibrafonista di Baltimora ritorna ai suo primi amori di ragazzo e cioè all'R & B al soul con i quali si è avvicinato alla musica negli anni '90. Certo lo fa coniugando quei suoni con la sua cultura jazzistica, ottenendo così un ben riuscito e calibrato mix di stili. Reincarnation è un album che contiene nove composizioni originali di Wolf e una cover che vogliono anche celebrare un bel momento della sua vita, con un nuovo matrimonio e i suoi ben cinque figli. Wolf, dall'età di 21 anni, ha suonato sempre jazz classico e la sua carriera professionale è stata fino ad oggi improntata ad un estremo rigore. Tuttavia, suo padre, che fu il suo primo insegnante, in realtà lo incoraggiò fin dall’inizio a suonare tutti i generi e Warren solo oggi si è finalmente deciso ad introdurre nuovi spunti creativi nel suo repertorio. Per fare questo, sapeva di aver bisogno di una band esperta sia di jazz che di vintage sounds. I brani sono composti traendo ispirazione da quelle che erano stati i suoi artisti preferiti durante il liceo e poi il college: D’Angelo, Mint Condition, Prince, persino 2Pac e gli Isley Brothers. Ovviamente, molti degli artisti jazz che hanno accompagnato fin ad ora la crescita professionale di Wolf non erano in sintonia con quel tipo di sonorità, ma Wolf si è adoperato per riunire dei veterani insieme a dei giovani leoni che potessero assecondare il suo progetto. Ad esempio il batterista Carroll "CV" Dashiell III è, come Wolf, un musicista di "seconda generazione". Lui è una stella nascente della scena jazz di Washington DC il cui talento ha catturato l'attenzione di Warren. Inoltre il vibrafonsita ha scoperto il tastierista Brett Williams all'inizio della carriera a Pittsburgh, per poi seguire i suoi progressi fino alla sua collaborazione con il bassista Marcus Miller. Ha chiamato il bassista Richie Goods, che si autodefinisce un musicista “Jazz, Funk, Rock”: un artista che è maturato sotto sotto l’ala del grande pianista Mulgrew Miller. C’è anche una star internazionale del jazz in questa band: il chitarrista Mark Whitfield, ospite in due tracce dell'album. In questo progetto mancava un ingrediente finale e più precisamente una cantante. Wolf l’ha individuata nella talentuosa Imani-Grace Cooper che aveva conosciuto mentre era ancora una studentessa della Howard University. Dice Warren: "Questa è la voce perfetta per me. E’ il membro più sconosciuto del gruppo, ma penso che dopo questo disco la gente inizierà ad apprezzarla moltissimo. La voce che si sente su "Smooth Intro" e "Smooth Outro", è quella di Marcellus "Bassman" Shepard, alias "The Man with the Voice", un popolare DJ di Baltimora. Un’aggiunta che crea l'atmosfera giusta per introdurre e congedare dall'ascolto. Su Reincarnation Wolf celebra le molte facce dell'amore. “For Me” è una sincera dedica a sua madre, Celeste Wolf, deceduta nel 2015. È particolarmente significativo in quanto lui e sua madre (al pianoforte) si esibivano spesso in duetti sulle note dei successi della Motown: il vibrafonsita porta quei suoni gioiosi nella sua musica. "Vahybing" è un fantastico esercizio di groove che dà l’opportunità ai solisti di prendere la scena, principalmente vibrafono e pianoforte. "In the Heat of the Night"  mette la vocalist ed il chitarrista Whitlfield sugli scudi: è un brano sensuale ed avvolgente, molto minimalista, dove le linee di basso si incrociano con la voce sensuale di Imaani.  In sottofondo ci sono le iniezioni di Brett Williams con il suo piano elettrico, l'uso di Mark Whitfield dell'effetto wah-wah ed il vibrafono di Wolf ad aumentare l'atmosfera. Forse il fulcro dell'album è "The Struggle" con il suo ritmo altalenante e l’andamento malinconico guidato dal piano acustico e dal vibrafono. L'unica cover dell'album, è l’interpretazione di “For the Love of You” dei The Isley Brothers  con una Imaani in ottima forma. “Sebastian e Zoë”, è un delicato omaggio ai suoi due bambini più piccoli. Il valzer "Come And Dance With Me" è stata scritta per la moglie di Wolf, che è una ballerina, nella speranza che lei userà questa canzone nelle sue lezioni. Imaani Cooper è ancora protagonista nella brillante canzone "Living the Good Life", che tra l’altro ci regala qualche attimo di ritmo swing, solo una breve deviazione di un minuto, giusto per dimostrare ai fan che il vibrafonista non ha abbandonato le sue radici jazzistiche. Su tutto domina il suono fluido e sempre melodioso di quello fantastico strumento che è il vibrafono. Tecnicamente Warren Wolf lo interpreta e lo suona nel solco della migliore scuola, quella che ci riporta a Lionel Hampton, Milt Jackson, Bobby Hutcherson, Gary Burton, Mike Mainieri, Roy Ayers. Se il musicista di Baltimora voleva dimostrare la sua versatilità ed il suo saper adattarsi anche ad idiomi diversi da quelli del jazz classico, con Reincarnation ci è riuscito in pieno. Se è vero che qui il jazz come siamo abituati ad ascoltarlo non è presente se non per una generale attitudine e per la tipologia degli assoli e delle armonie, resta il fatto che questo è un album di grande qualità. La modernità e l’evoluzione di un artista probabilmente passano anche da questo tipo di sperimentazioni: sono sicuro che il prossimo lavoro di Wolf e del suo vibrafono saranno nuovamente incanalati sui sentieri della tradizione.

Groovopolis - Groovopolis


Groovopolis - Groovopolis

A volte il nome di un gruppo è già di per se una dichiarazione programmatica riguardo a quale tipo di musica questo possa suonare, o quanto meno può darne un'idea generale. A questo punto, se parliamo di una band che si chiama Groovopolis dovremmo avere un quadro piuttosto delineato. Se è vero che si associa quasi sempre la parola groove al funk, Groovopolis sembrerebbe dunque suggerire una predisposizione per quello specifico genere. Probabilmente è un tipo di denominazione che ci si aspetterebbe da un gruppo sullo stile dei Funkadelic o dei Cameo. Tuttavia Groovopolis non contiene esattamente quel tipo di funky vocale, quanto piuttosto dell’ottimo jazz/funk strumentale: in ultima analisi il loro nome non va considerato del tutto inappropriato, anzi. Dietro al progetto Groovopolis si cela un chitarrista di grande esperienza come Chris Cortez. Cortez ha trascorso gli anni '80 e '90 lavorando principalmente come sideman, al seguito di musicisti come Herbie Mann e Lou Rawls. Anche come compositore è rimasto a lungo nell’ombra: fino alla pubblicazione di alcuni album da solista che gli hanno consentito di raggiungere un certa popolarità, riscuotendo al contempo delle buone critiche. Agli inizi del 2001 decise di iniziare un nuovo progetto che chiamò per l’appunto Groovopolis: si trattava di una collaborazione con il trobettista Jay Webb, il bassista Lenny DiMartino, il tastierista Dan Fransen e il batterista Jeff Mills. L’album di debutto è finalmente apparso nell'autunno del 2002 ma fu registrato nel corso del 2001 e del 2002: è un lavoro non certo rivoluzionario, tuttavia è un’opera prima che mantiene un alto livello di qualità e di suggestioni. Un risultato ottenuto pagando un sostanziale tributo alla musica degli anni ’70, ma non senza un minimo di originalità e di sicuro divertendo l’ascoltatore. Come dicevo, i Groovopolis sono una band piuttosto attenta alle sonorità degli anni '70, e fanno del jazz funk di quell’epoca una base sulla quale elaborare una propria identità musicale. Questo disegno artistico è concretamente espresso sia quando la band esegue il suo materiale originale (la maggior parte del quale è stata composta dal leader e chitarrista Chris Cortez) come pure nell’interpretazione di un classico del 1971 di Marvin Gaye, la celeberrima "What's Going On" o quella di “Go Home” di Stevie Wonder. Innegabilmente tutta la musica proposta dai Groovopolis è caratterizzata da una rivisitazione del vintage sound e dalla derivazione diretta da quest'ultimo. Ma quella stessa palese ispirazione non significa tuttavia che debba necessariamente uscirne qualcosa di scontato o banale. Se Groovopolis non potrà mai essere accreditato di una sperimentazione spinta del jazz-funk, va detto che il loro primo (e unico) album resta pur sempre godibile e ben suonato. Si può tranquillamente far rientrare il progetto Groovopolis nella corrente acid jazz  poiché il loro sound ritmato e accattivante offre di fatto tutte quelle peculiarità che contribuiscono ad appagare gli appassionati di quel genere. Ed allora ecco il groove ricco di fiati, il piano elettrico, una struttura jazzistica con assoli estesi e degli arrangiamenti sempre molto precisi. La provenienza di Cortez dall’area di New Orleans permette al chitarrista di introdurre anche qualche richiamo allo stile tipico della Lousiana, ma sempre nel contesto di una sofisticata e più alta architettura musicale.  Groovopolis è un progetto serio e mette sul tavolo la mentalità specifica dell’improvvisazione jazz. Ai solisti viene concesso molto spazio per esporre la loro abilità e ne escono passaggi complessi ed un ottimo bilanciamento sonoro.  Contrariamente a quanto sostenuto con atteggiamento snob dai puristi ad oltranza del jazz, anche questa è espressione di quella stessa cultura musicale. I 13 brani che compongono Groovopolis sono tutti al di sotto dei 5 minuti di lunghezza, una caratteristica che sottende quasi ad una volontà di sintesi. I momenti migliori si possono ascoltare sulla swingante Mr.Noom, sull’intrigante ed inusuale Jammin With Jay, ma anche sul bop “funkyzzato” di New Blood e Distinquitive. Belle entrambe le cover: con Go Home di Wonder più ironica e scanzonata, e What’s Going On? di Gaye che mantiene la struttura armonica per fare da trampolino a dei notevoli assoli di chitarra e tromba. Groovopolis è un album che soddisferà gli appassionati di jazz venato di funk e soul, in una parola piacerà ai fan dell’acid jazz strumentale che non smettono mai di apprezzare le registrazioni degli anni '70, quelle dei grandi artisti di quell’epoca irripetibile.  Per intenderci quelle di Grover Washington, Jr., dei Crusaders, dei Funk, Inc. ma anche di Donald Byrd, Stanley Turrentine o degli Headhunters. Non sarà un capolavoro ma è ugualmente un disco godibile e divertente che scorre fluido, con più di un motivo di interesse.