Simon Phillips – Protocol 4
Simon Phillips – Protocol 4
Uomo poliedrico Simon Phillips: non solo straordinario batterista, ma anche produttore, scrittore, ingegnere e compositore. Una personalità davvero eclettica che nella musica e soprattutto nella batteria ha trovato la sua forma di espressione più alta. Protocol è il nome della sua creatura artistica più sofisticata ed interessante, giunta al 4° capitolo della sua evoluzione. La precedente incarnazione della band Protocol aveva registrato “3” nel 2015 ma nel frattempo Phillips ha lavorato con l’Hiromi Trio Project e numerosi altri progetti. Questo Protocol 4 si presenta con un paio di novità importanti, la prima delle quali è una formazione leggermente cambiata. Il bassista Ernest Tibbs è ora affiancato da due nuovi membri, il giovane, pluripremiato e talentuoso Greg Howe alla chitarra ed il maestro jazz-funk Dennis Hamm alle tastiere. Simon Phillips è un musicista alla costante ricerca di stimoli e suggestioni e i cambiamenti nella band ne sottolineano il preciso intendimento. Tutte le nove tracce sono state scritte da Phillips stesso durante un recente tour internazionale. Lo stesso Simon ci tiene a far sapere che la scrittura musicale “on the road” è stata per lui una piacevole scoperta, foriera di nuove idee e stimoli. creativi. L’album inizia alla grande con “Nimbus": a Greg Howe viene dato subito spazio sopra un complesso tessuto ritmico sostenuto sia dalla magica batteria di Phillips che dal potente basso di Tibbs. Tocchi di Fender Rhodes e synth si aggiungono a questo già ricco quadro musicale. E’ inevitabile andare con la memoria al jazz rock degli anni '70, in tutto il suo splendore. I cambi di tempo del brano e le sezioni solistiche restano mirabilmente legati senza mai apparire eccessivi. "Passage to Agra" è esotico e affascinante come suggerisce il suo nome. Il sintetizzatore di Hamm dà il via allo spettacolo, seguito subito da Simon Phillip: un tappeto che fornisce la base per la chitarra elettrica di Howe, presto seguito dal suono di un synth vintage con il quale Hamm arricchisce la tavolozza con dei colori aggiuntivi. "Phantom Voyage" è anche meglio: l'intro del pezzo è dominato dai sintetizzatori, ma poi la scena viene riempita dalla batteria del leader e dal potente gioco del basso di Tibbs. La chitarra di Howe questa volta è blueseggiante per adattarsi al meglio a questo scenario musicale. Curiosamente il suono risultante appare come un mix di atmosfere tra gli Steely Dan e i Toto che l'assolo di piano acustico di Dennis Hamm non fa che impreziosire: grazia e perfezione formale. La chiusura dell'album "Azorez" fa vibrare l'atmosfera e offre un eccellente contrasto con la citata "Phantom Voyage." Tibbs, Howe e Phillips condividono l’introduzione ritmica del brano giusto per dare il via alle danze, prima che Howe si scateni alla chitarra e Phillips segua in rapida successione. La batteria di Phillips e la chitarra di Howe non si calpestano mai, ma invece eseguono uno schema sofisticato costruito attorno ad un ritmo davvero serrato. È tutto così abbagliante da essere facile dimenticarsi del groove che Earnest Tibbs imbastisce con il suo basso o della bella combinazione tra il Fender Rhodes e il sintetizzatore proposta dal tastierista Dennis Hamm. Ma fortunatamente, la registrazione di Simon Phillips è così nitida e chiara che ogni parte viene catturata con estrema perizia e dovizia di particolari. Ovviamente se si è già dei fan di Simon Phillips, il Protocol 4 non sarà una sorpresa. Le nove tracce sono tutte interessanti e dinamiche. Poliritmie, complicati intrecci sonori, arrangiamenti arditi sono il marchio di fabbrica del Protocol, che tuttavia non perde completamente di vista la fruibilità di melodie difficili ma non impossibili. Il grande batterista dimostra qui ancora una volta la sua bravura nel sapersi dividere tra composizione, produzione e arrangiamento, senza dimenticarsi del suo talento di batterista. Se è lecito porsi una domanda su quanto e come il Protocol 4 differisca dal predecessore Protocol 3, la risposta è duplice: da un lato Simon Phillips continua ad evolversi come musicista a tutto tondo. Da un altro punto di vista sia Greg Howe che Dennis Hamm apportano, rispetto ai loro stimati predecessori, una ventata di novità con un orientamento leggermente più funky rispetto ai contenuti musicali dell’album precedente. Risulta chiaro anche per queste ragioni che Protocol 4 è un altro lavoro di Simon Phillips che è consigliabile ascoltare. E' il jazz rock del terzo millennio, merita attenzione.
Donald Fagen - Kamakiriad
Donald Fagen - Kamakiriad
La premessa di questo post è che io adoro Donald Fagen, come compositore, come pianista e come arrangiatore, lui è davvero uno dei miei idoli musicali fin dai tempi dei primi Steely Dan. Parlando del secondo lavoro da solista di Donald Fagen non bisogna lasciarsi influenzare da alcune recensioni di alcuni critici con il “paraorecchi”, posso dire che sono ingannevoli. Vorrebbero far credere che "Kamakiriad" sia un lavoro minore di Fagen ed in qualche misura non allo stesso livello qualitativo del materiale che il musicista del New Jersey ha pubblicato con Walter Becker sotto il rinomato brand chiamato Steely Dan e poi con il capolavoro da solista “The Nightfly”. Nulla potrebbe essere più lontano dalla verità. Tutto su Kamakiriad è altrettanto solido, se non addirittura migliore di qualsiasi album degli Steely Dan ad eccezione forse del solo "Can Not Buy A Thrill". L'unica vera differenza è che i brani presenti su Kamakiriad sono mediamente più funky, più leggeri e probabilmente più giocosi della maggior parte della musica degli Steely Dan. Anche Kamikiriad è un concept album, ma questa volta guarda al futuro piuttosto che al passato prossimo. Le canzoni ruotano attorno ad un viaggio su una nuova immaginaria auto di Donald Fagen e, sebbene non abbia ottenuto la stessa accoglienza di The Nightfly, il tempo ha dimostrato che anche questo è un album di valore e che ha un suo preciso fascino. Walter Becker è qui impegnato nelle vesti del produttore, oltre a suonare il basso e la chitarra solista: un cambiamento significativo rispetto a The Nightfly è la presenza di un gruppo principale che, ad eccezione della batteria condivisa da Leroy Clouden, Christopher Parker e Dennis McDermott, rimane lo stesso in tutte le otto tracce dell'album. Un altro tratto distintivo se confrontato con il capolavoro di undici anni prima è che le tracce sono, in media, più lunghe: durano infatti non meno di cinque minuti e una in particolare, la dolce ballata "On the Dunes" arriva addirittura oltre gli otto. Le sezioni solistiche sono anch’esse dilatate così come le dissolvenze e per questo qualcuno potrebbe giudicarle eccessive, ma i groove sono sempre così convincenti che francamente nessuna delle canzoni da la sensazione di superare il limite del buon gusto. Armonicamente, Kamakiriad è di fatto anche più complesso dello stesso The Nightfly, in particolare per l’uso dei fiati più massivo ed anche per i più ricchi arrangiamenti vocali. Ovviamente è superfluo sottolineare che nessun album di Fagen (o degli Steely Dan) potrà mai essere considerato grezzo o approssimativo: la realtà è che sono lavori di grande eleganza formale e sofisticata struttura, al punto da rasentare quasi sempre la perfezione. È un esercizio inutile provare a contare il numero di singole tracce usate in ogni canzone: la capacità di Fagen di creare arrangiamenti magicamente ricchi di texture e tuttavia mai ridondanti è assolutamente unica ed irripetibile. Così come quel modo singolare ma affascinante di usare gli accordi di tastiera. Un talento fantastico quello di Donald, che è in netto contrasto con quello di altri musicisti, per i quali le infinite possibilità dello studio di registrazione finiscono spesso per dar luogo a meri tentativi di buttare tutte le idee dentro alle tracce, sperando che alcune di esse funzionino. Il credo di Donald è pensare “jazz” dentro alle composizioni pop. Come dicevo Kamakiriad non ha un impronta altrettanto jazzistica di quella di "Nightfly", questo è un altro dei motivi per cui la critica lo ha sottovalutato. In effetti, l'album che più assomiglia a "Kamakiriad" è probabilmente "Two Against Nature", che è stato registrato però dagli Steely Dan, con la differenza che il solo di Fagen è più coerente e mostra un maggior fascino nelle melodie vocali. Chi ha apprezzato il successivo album "Morph the Cat" ma non conosce Kamakiriad, troverà comunque lo stesso tipo di approccio musicale. Il materiale è tutto eccezionale, arricchito come sempre dalle tastiere di Fagen e dal supporto di una band di musicisti straordinari. Dal trascinante funk di Trans Island Sky, all’intrigante e melodiosa Snowbound fino alla piacevolmente ballabile Florida Room si viaggia in un universo di composizioni bellissime e piacevolmente melodiche ma mai banali. Si continua con un brano iconico dello stile di Donald come Tomorrow’s Girls che ritmicamente e armonicamente racchiude tutte le tipiche caratteristiche degli Steely Dan. La stessa cosa si può dire anche di Teahouse On The Tracks, perfettamente condita di arrangiamenti fiatistici e suoni che spuntano qua e là, sempre al posto giusto nel momento giusto. Se proprio si vuol trovare qualche pecca nel secondo disco del geniale Fagen, si potrebbe osservare l’eccessiva lunghezza del brano 'On the Dunes' che finisce per ripetersi e forse la mancanza di un pezzo assolutamente memorabile (sul genere di I.G.Y, per intenderci). Resta il fatto che Kamakiriad può vantare una qualità complessiva di livello elevatissimo: come quasi tutto quello che esce dal magico tocco di Donald Fagen. Non sarà svavillante (ed epocale) come The Nightfly, ma è comunque un piccolo gioiello a cavallo tra il funky pop più sofisticato ed il miglior smooth jazz. Kamakiriad è anni luce sopra la musica commerciale degli anni novanta ed ancora attuale dopo quattordici anni: la musica di Donald Fagen è senza tempo ed è un ascolto consigliato a tutti.
Django Bates & Beloved - The Study Of Touch
Django Bates & Beloved - The Study Of Touch
Il pianista inglese Django Bates torna a registrare per la ECM con una delle sue più raffinate formazioni, il trio Belovèd, formato dal bassista svedese Petter Eldh e dal batterista danese Peter Bruun, in un album intitolato The Study of Touch. Tutti e tre questi musicisti sono strumentisti di grande personalità, che insieme sfidano in modo sottile ed intelligente le convenzioni del classico trio di jazz con al centro il pianoforte. Il gruppo è nato un decennio fa, quando Bates insegnava al Conservatorio di Copenaghen. Il lavoro scaturito dalla collaborazione tra i musicisti si ispirava alla musica ed allo stile di Charlie Parker ,che è stato senza dubbio un'influenza altamente formativa sia per Bates che per il bassista Eldh. Non a caso, in questo nuovo album, il brano di Parker "Passport" è inserito tra i pezzi originali di Django e suonato con rispetto, una intelligente sensibilità contemporanea e molto entusiasmo. Alcuni dei brani di Bates inseriti in questo lavoro sono diventati dei numeri essenziali nel repertorio del trio Belovèd, e dal vivo vengono continuamente rimodellati da questi formidabili improvvisatori. Le capacità di composizione e di arrangiamento di Bates sono evidenti, insieme al suo senso melodico intriso di virtuosismo e da una fluida e prorompente libertà espressiva. Il basso di Petter Eldh è percussivo e preciso e assicura il miglior groove per il tocco quasi pittorico del batterista Peter Bruun. Quello che scaturisce dal felice interplay di questi tre artisti è un approccio al suono jazz del tutto personale e molto stimolante. Nel contesto piuttosto variegato e ricco di offerte del trio jazz di pianoforte, i Belovèd sono indubbiamente una proposta alternativa di grande spessore. La registrazione è stata effettuata presso lo studio Rainbow di Oslo nel giugno del 2016 ed è stata prodotta dal patron della ECM, Manfred Eicher. Il pianista Django Bates ci offre una lettura del suo strumento carica di ironia eppure piena di una sua grazia e di uno stile ineccepibile pur nella sua irriverente vitalità. Questo è un trio per coloro che amano questo genere di combo jazzistiche ma anche per quegli appassionati che invece proprio non apprezzano l’essenzialità dell’abbinamento piano, basso e batteria. Ma l’eclettismo musicale di Django Bates non è certo cosa di oggi, infatti è dal 1979 che il musicista inglese è attivo. Un’esperienza lunga, maturata suonando con artisti di estrazione diversa tra i quali Bill Bruford, ex batterista di Yes e King Crimson, o il pianista George Russell e ancora il sassofonista free Tim Berne. Bates ha indubbiamente avuto un ruolo importante nel movimento jazzistico britannico. In ogni caso, ascoltando questo inusuale album si viene colti da una sottile sensazione di stupore che prende forma, ad esempio, su un brano come "Giorgiantics", che rompe gli schemi del jazz classico. In altre circostanze il bizzarro Django si muove alla perfezione nello stile canonico, come su "Little Petherick", un pezzo dove appare evidente da parte del bassista Eldh e del batterista Bruun la condivisione dell’ispirazione e del pensiero musicale del leader. Il disco si snoda attraverso numeri interessanti e sempre originali come "Senza Bitterness", la lunghissima "The Study Of Touch", e "Slippage Street" dai toni quasi stravaganti. Non mancano incursioni nel romanticismo rivisto alla sua maniera in "Peonies As Promised. Il trio rende un tributo importante a Charlie Parker, come fatto in passato con Beloved Bird, e non a caso il momento migliore è proprio quando i tre si cimentano con un classico di Bird come "Passport": due minuti e quaranta secondi di puro divertimento jazzistico. The Study Of Touch è l’espressione di un modo nuovo e alternativo di proporre la formula del trio jazz. Django Bates è un innovatore dalla tecnica sopraffina, pieno di talento e originalità ed in grado di offrire una visione del jazz contemporaneo davvero molto interessante.
Cory Weeds & The Jeff Hamilton Trio: Dreamsville
Cory Weeds & The Jeff Hamilton Trio: Dreamsville
E' naturale vedere come la sostanza ed il contesto del jazz cambino e si evolvano continuamente, ma è anche innegabile come la base di questa straordinaria musica rimanga da sempre saldamente inalterata: nel tempo si è consolidata nella sua grande creatività e nella costante ricerca della massima libertà nell’improvvisazione. E quando si parla di improvvisazione, è impossibile non pensare a quale immenso impulso abbia regalato al genere, nel corso dei decenni, uno strumento come il sassofono. Il legame indissolubile e fortissimo del sax con il jazz e lo swing sono cristallizzati nelle registrazioni di geni immortali come Lester Young, Charlie Parker, Dexter Gordon, Wardell Gray, Stan Getz, Zoot Sims, Gene Ammons, Johnny Griffin, Hank Mobley, Sonny Rollins, John Coltrane e moltissimi altri, fin troppo numerosi per essere menzionati. Nell’era moderna, fino a giorni nostri, il sax ha potuto continuare a risplendere grazie alle doti ed al talento di tanti altri musicisti, e tra questi bisogna certamente aggiungere il nome di Cory Weeds: un brillante sassofonista canadese di Vancouver. Dreamsville è la sua seconda registrazione con il superbo trio di Jeff Hamilton, una formazione classica che è esattamente quello che ci vuole per permettere al bravo Cory di raccogliere l’eredità della grande tradizione jazzistica del sax. Weeds va dritto alla meta, con un approccio rigoroso ed un suono puro, fedele ai canoni dell’hard bop. Fraseggi e lirismo sono ai massimi livelli, nel massimo rispetto della retaggio immortale dei grandi maestri del passato. Il trio che accompagna Cory Weeds in questa avventura è di una qualità straordinaria a partire dal drumming di Hamilton, continuando con il pianista Tamir Hendelman e finendo con il contrabbassista Christoph Luty. Uno straordinario team che suona insieme da più di due decenni, per il quale ogni passaggio è un paradigma di quello che si definisce gusto, equilibrio e coesione. Jeff Hamilton è un maestro sia con le spazzole che con le bacchette: un abile,espertissimo metronomo consapevole di non aver bisogno di essere invadente e rumoroso per dimostrare il suo talento. Hendelman e Luty sono semplicemente perfetti nell’accompagnamento al leader Cory Weeds ma sanno essere stimolanti quando sono loro stessi ad assumere il ruolo di solisti. Dietro a tutto questo c’è comunque la musica, che è meravigliosa sotto tutti i punti di vista, con una gamma completa di brani che va dalle ballate romantiche agli impetuosi pezzi tipici dell’hard bop. Weeds ed il trio eccellono in tutte le canzoni contenute in questo splendido album. Cory Weeds è autore della veloce e swingante "How Do You Like Them Apples" Hendelman della scattante "Bennissimo". Ed è molto bello anche ascoltare classici come "Who Can I Turn To", "Robbins Nest" e la dolce e delicata "Dreamsville" di Henry Mancini o ancora "Blue Daniel" di Frank Rosolino che sono temi non molto noti, eppure nobiliati da un’interpretazione di alto livello. Personalmente mi piace moltissimo la cover della bellissima canzone "The Lady Wants To Know" di Micahel Franks, qui interpretata con sentimento e passione dall'espressivo sax di Cory. C’è spazio anche per un brano come "Hammer's Tones" che è stato scritto dal sassofonista svizzero George Robert, uno dei mentori di Cory Weeds. In sintesi Dreamsville è un album superlativo regalatoci nel 2017 da Weeds con il valido supporto del trio di Jeff Hamilton: un degno successore del loro precedente e già molto interessante lavoro intitolato This Happy Madness. Questa è una registrazione da cinque stelle, perfetta per gli appassionati di jazz ma raccomndabile anche per chi volesse avvicinarsi al genere senza incappare nelle insidie di contenuti troppo complessi e qualche volta noiosi.
Jason Rebello - Anything But Look
Jason Rebello - Anything But Look
Jason Rebello è stato uno dei più promettenti pianisti inglesi dei primi anni '90 ed il suo talento è ancora oggi un punto fermo nel jazz britannico. Jason ha iniziato a suonare il pianoforte classico quando aveva solo nove anni e all’inizio si interessò di pop e soul ma a 16 anni, dopo aver ascoltato Herbie Hancock decise di lanciarsi nel mondo del jazz. Nel momento di massima espansione del fenomeno acid jazz, conobbe una certa popolarità, e registrò anche alcuni dischi piuttosto interessanti. In seguito, con l’avvento del nuovo millennio, scomparve letteralmente dalla scena discografica per ritagliarsi un importante ruolo come tastierista nei tour al fianco di grandi artisti. Dopo sei anni di concerti e di collaborazioni con il popolare cantante e bassista Sting e altri sei con il chitarrista Jeff Beck, Jason Rebello uscì finalmente nel 2013 con Anything But Look, ovvero il primo album contenente materiale originale dai tempi di Next Time Around del 1999. Staccandosi dal jazz prettamente acustico di quell’album, Rebello ritornò ad un genere di jazz fusion vicino a quello di Herbie Hancock con contaminazioni soul-funk simili a quelle dei suoi album degli anni ’90. L’operazione è riuscita molto bene al pianista poiché questo lavoro è indubbiamente di alto livello. Gli echi Hancockiani conditi da un sentore di Stevie Wonder sono la sintesi di questa bella registrazione, arricchita non a caso dalla presenza di uno dei migliori cantanti soul britannici: Omar. E infatti proprio la voce tenorile di Omar evoca lo Stevie Wonder della metà degli anni '70 sulla notevole "Know What You Need", con il contorno funk del bassista Pino Palladino ed il tocco dello stesso Rebello al piano elettrico. Jason si distende al pianoforte alla fine del brano, ma qui è proprio la melodia ad essere il fulcro di tutto. Parlando di composizioni, la scrittura di Rebello è qui tra le sue migliori di sempre, in un contesto dal sentore commerciale ma non certo banale. "With Immediate Effect" ricorda in qualche maniera il gruppo di Pat Metheny, poichè il vocalismo di Joy Rose intona una solare melodia accostabile al lavoro del cantante e percussionista Pedro Aznar proprio all’interno del PMG. Anche in “Anything But Look” si risente qualcosa di Pat Metheny, in particolare ascoltando il pianoforte e le tastiere delicatamente liriche di Rebello, che non possono non rimandare al dna del tastierista Lyle Mays. "In the Thick of It" segue un percorso simile, con i vocalizzi di Jacob Collier che definiscono la melodia e Rebello che si mette in evidenza, attraverso il pianoforte e il synth, negli assoli forse più dinamici dell’intero album. Un altro strumentale, "Without a Paddle", trova nuova linfa da un'inedita energia neo-latina, punteggiata dal groove del chitarrista Paul Stacey e dall’immancabile pianoforte del leader. "The Man on the Train" è caratterizzato dalla percussionista Miles Bould, ma è il cantante Sumudu Jayatilaka che porta un tocco di soul-jazz a questo brano tinto di samba sul quale Rebello ricama dal par suo al piano. E’ inusuale invece "Dark Night of the Soul", che Jason imposta su una ritmica nervosa, quasi ska, per valorizzare l’intervento vocale quasi classico di Alicia Carroll. Il formidabile cantante Will Downing è invece protagonista di una romantica ballata su "Is This How". "New Joy" vira su atmosfere decisamente neo-soul, attraverso il canto di Joy Rose, per un brano che ha anche avuto un seguito di successo nelle radio. Al cantante Xantoné Blacq è affidato il compito di tornare agli echi di Stevie Wonder su "Lighten up the Road", una ottima melodia ricca di sfumature salsa splendidamente cesellate da un Rebello in piena forma; da segnalare nell’arrangiamento il sapiente uso delle percussioni. Neo-soul, jazz, funk, groove latini ed un ricco contenuto di fusion compongono il cocktail di Anything But Look: il risultato è un album di sicuro fascino stilistico e grande raffinatezza con un moderato, ma non sgradevole, tocco commerciale. Jason Rebello dimostra che la musica può essere sia divertente che sofisticata e lo fa con la maestria compositiva e la tecnica pianistica che sono a lui proprie. Questa è la registrazione che ha segnato il positivo ritorno del pianista e compositore inglese nel panorama discografico internazionale: la sua assenza in verità era durata troppo a lungo.
Joe Lovano & Greg Osby – Friendly Fire
Joe Lovano & Greg Osby – Friendly Fire
Il sodalizio artistico tra i due sassofonisti Joe Lovano e Greg Osby, sull’album del 1999 Friendly Fire, è uno degli eventi di un certo peso scaturiti dal 60° compleanno della storica etichetta Blue Note. Da una registrazione come questa si evince la differenza tra l’epoca del patron Alfred Lion e l’attuale gestione di Bruce Lundvall. Quello che una volta era un accadimento regolare, quasi ordinario, cioè la collaborazione di due o più musicisti di jazz, al giorno d’oggi è possibile solo attraverso la creazione di progetti speciali, legati quasi sempre ad eventi straordinari. Di sicuro, non sono certo Lovano e Osby una coppia di musicisti destinata a collaborare in modo stabile, tanto più per via dei loro temperamenti diversi e delle loro differenze stilistiche. Joe Lovano possiede un feeling hard bop sufficientemente radicato per dare corpo a produzioni mainstream ricche di pathos, inoltre è dotato di un’abilità particolare nel dare cuore e bellezza anche a composizioni di piccolo cabotaggio. Greg Osby è un musicista diverso, che ama vivere borderline le sue esperienza musicali, contaminando la sua matrice jazzistica post-bop con forme musicali moderne come l’hip-hop: la nostalgia non è certo parte integrante del suo bagaglio artistico. Ciò nonostante Lovano e Osby hanno fatto, su questo album, delle ottime scelte sia per quanto riguarda la scelta dei brani sia in riferimento alle loro performance. La band vede la collaborazione del pianista Jason Moran e l'abituale bassista di Lovano, Cameron Brown più la partecipazione del formidabile batterista Idris Muhammad: una combinazione di talenti che produce una chimica ricca di contrasti e confluenze sonore di grande fascino. La sezione ritmica composta da Brown e Muhammad si dimostra sempre in perfetta sintonia con l’agile tecnica pianistica di Moran. Il combo dei tre si muove con disinvoltura dentro il cuore delle composizioni pur senza trascurare l’esplorazione e l’improvvisazione. Jason Moran in particolare sembra avere una particolare sensibilità su quando e come restare un po’ in disparte per consentire a Brown di imbastire le sue precise linee di basso e magnificare al contempo la meravigliosa propulsività della batteria di Muhammad: entrambe possono così emergere in primo piano. Lo stesso Moran mette in evidenza un pianismo fluido e variegato, sempre molto interessante La formula di Firendly Fire è chiara: i due leader contribuiscono pariteticamente nel firmare i brani e nell’esecuzione degli stessi: l’alchimia tra i due funziona a meraviglia e capita di rado di ascoltare risultati di questo livello. Le tre composizioni scritte da Osby sono: "Geo Jlo", un coinvolgente tema ricco di frasi che ricordano Eric Dolphy a formare un affresco musicale effervescente. "Silenos" è invece una bellissima ballad, quasi sorprendente se si pensa alla musica solitamente offerta da Greg Osby. “Truth Be Told” infine mostra ancora un Osby diverso e quasi intimista. I contributi di Joe Lovano comprendono due lunghi pezzi: "Idris" è una composizione complessa ed articolata in cui Joe si esibisce anche al flauto con reminiscenze alla Steve Lacy. "Alexander The Great", è costruita con uno stile hard bop pungente ed altamente energetico. Infine “The Wild East” che percorre ancora i sentieri del be bop in modo brillante. Il quintetto si cimenta poi in alcune cover, tre le quali c’è una interessante ripresa di "Serene" di Eric Dolphy, una nervosa e affascinante versione del "Broadway Blues" di Ornette Coleman, e un'eccellente versione della famosa "Monk's Mood" di “Thelonius Monk. La rivisitazione di questi classici non fa altro che arricchire il set proponendo alcuni brani di grande spessore molto ben eseguiti dalla band nel suo complesso. Traccia dopo la traccia, Lovano e Osby riaffermano costantemente le loro diverse personalità, ma attraverso i loro scintillanti scambi musicali vanno anche oltre i loro soliti elevati standard artistici. Quella tra Joe e Greg è un’accoppiata di talenti che avrebbe anche potuto avuto un potenziale a lungo termine, ma è figlia di una ricorrenza molto speciale come il 60° compleanno di un’etichetta storica come la Blue Note e proprio per questo unica. Il tempo ha dimostrato che è stata una bellissima eccezione e, in questi vent’anni, di fatto non si è ripetuta; per ascoltare i due sassofonisti suonare ancora insieme ci sono rimasti solo i concerti dal vivo. A testimoniare un ottimo momento creativo per entrambe i musicisti ci resta questo Friendly Fire: da una parte un paladino del post-bop, molto legato alla tradizione, dall’altra un esponente di rilievo della contaminazione con le forme artistiche più recenti. E’ solo un altro tassello nell’incredibile storia del jazz, ma è pur sempre un disco di valore.
Phil Upchurch – Lovin’ Feeling
Phil Upchurch – Lovin’ Feeling
Phil Upchurch è stato un personaggio di primo piano nei circoli musicali di Chicago a partire dalla metà degli anni '50 ed è ancora attivo ai giorni nostri. Chitarrista talentuoso e prolifico egli è in grado di distinguersi con uguale efficacia e disinvoltura con il blues, il soul, l’R & B ed il jazz. Molti lo conoscono soprattutto per il suo lavoro come session man a fianco di un gran numero di artisti (tra questi George Benson, Donny Hathaway e Hubert Laws e anche Michael Jackson, ad esempio) in larga parte la sua fama deriva proprio per il ruolo di chitarrista ritmico tenuto nel corso di queste collaborazioni. Ma Phil è invece anche un grande solista e la sua carriera è corredata da un portafoglio di oltre venti album. Upchurch è un chitarrista dotato di grande sensibilità, dal tocco morbido e vellutato ma capace di slanci funky irresistibili, improvvisazioni molto creative e una innata adattabilità verso ogni genere musicale nel quale si cimenti. All’inizio della sua avventura artistica il suo riferimento fu il jazz classico, ma con la fine degli anni ’60 e i primi anni ’70 il suo stile si orientò sempre di più verso il funk ed il soul-jazz, come testimoniato dai suoi album registrati per l’etichetta Cadet. Lovin’ Feeling, del 1973, è un chiaro segnale di un allontanamento dalle atmosfere acide e nervose del precedente periodo in favore di una svolta verso il più morbido e sofisticato sound jazz della West Coast. Phil aveva lasciato Chicago un anno prima, e, dopo aver registrato Darkness, Darkness con Tommy Li Puma come produttore, decise di stabilirsi in California. Esperienza che evidentemente fu positiva visti i risultati artistici che si possono ascoltare su quell'album. In questa ulteriore produzione Phil Upchurch brilla particolarmente ispirato, insistendo sul groove ma condendo tutto di un'atmosfera decisamente jazzy: c’è molto funk, si percepisce il soul ma tutto è tutto miscelato con una vena di morbida scorrevolezza. E’ innegabile che Upchurch sia un maestro della chitarra e in questa circostanza i suoi compagni d’avventura sono stati scelti con grande cura. Phil ha anche inserito il bassista Lucky Scott della band di Curtis Mayfield. Inoltre Lovin’ Feeling segna anche la prima apparizione nel gruppo di Upchurch del suo futuro braccio destro, il pianista e cantautore, Tennyson Stephens. Questo album registrato nel pieno della rivoluzione musicale degli anni ’70 può essere considerato certamente uno dei momenti migliori nella carriera di Upchurch. Il chitarrista mette in mostra la sua profonda sensibilità melodica e il suo lirismo cromatico sia nel lavoro come solista che in quello ben noto di accompagnamento. La sonorità di Phil è talmente originale da rendere il suo stile in qualche modo unico. Sono diversi i brani interessanti e tra gli altri spiccano una rilettura di "You've Lost That Lovin 'Feelin" (che compete con qualsiasi versione vocale, inclusa quella degli esecutori originali, The Righteous Brothers) e uno standard dello stesso Upchurch, "Another Funky Tune". Laddove gli accordi e gli arrangiamenti di fiati creano il contesto, come in "I Still Love You" e "Sitar Soul", la sezione ritmica spinge ancor di più Phil Upchurch in stupefacenti evoluzioni chitarristiche ricchissime di groove della miglior specie. In alcuni numeri veloci gli arrangiamenti più complessi vengono relegati in un posto più di seconda linea in favore di un approccio più diretto e pilotato dalle tastiere, come ad esempio in "Washing Machine" o "You've Been Around Too Long" entrambe genuinamente funky. E’ qui che l’ispirato Upchurch si mette in luce con i suoi giochi di chiatrra wah-wah, dispensando funk groove dentro un cuore soul. Una trasformazione ed un movimento continuo tra arpeggi e assoli che suonano sempre magnificamente puliti pur nel loro furore ritmico. Atmosfere da club, sensuali e morbide, che avvolgono l’ascoltatore in un abbraccio coinvolgente ed affascinante sia che si tratti di brani veloci, sia che Phil proponga la sua visione delle ballads. Lovin' Feeling è un disco chiaramente orientato verso gli amanti della chitarra elettrica, che qui è sempre in primissimo piano ed assoluta protagonista, tuttavia non mancano spunti per attirare anche coloro i quali hanno un debole per il jazz ed il funk degli anni ’70. Lovin’ Feeling è un album davvero sorprendente dall'inizio alla fine: nell’ambito di una carriera importante e all’interno di una discografia corposa, si tratta di un lavoro tra i migliori in assoluto.
Benny Goodman – Benny in Brussels
Benny Goodman – Benny in Brussels
Ipotizzando un ideale trittico di strordinari musicisti legati al mondo dello swing e delle big band, dopo Duke Ellington e Count Basie non poteva mancare un altro gigante come Benny Goodman. Classe 1909, Goodman nacque a Chicago da poveri immigrati ebrei provenienti dalla Russia, è iniziò a studiare la musica ed il clarinetto in giovanissima età, incoraggiato proprio da suo padre. Nella sua città, nuova capitale del jazz degli anni Venti, il giovane Benny Goodman si distinse subito nelle sue esibizioni per l'eleganza formale e la notevole raffinatezza stilistica, oltre che per l'evidentissimo rispetto delle regole armoniche, di ovvia scuola europea. Cominciò presto a pubblicare dischi sotto il proprio nome ed anche se ancora acerbo non mancò di farsi notare ed apprezzare anche presso il grande pubblico. Negli anni '30 suonò con band di livello nazionale: quelle di Red Nichols, Isham Jones e soprattutto Ted Lewis. Nel 1934 Goodman fondò finalmente la sua propria Big Band che unì per la prima volta musicisti bianchi e di colore: anche questa fu una piccola rivoluzione. Con il suo perfetto fraseggio e la sua tecnica sopraffina raggiunse in pochi anni il riconoscimento non solo del mondo Jazz ma anche di molti appassionati di musica estranei al jazz stesso. Una curiosità: nel 1928 Goodman registrò l'unica testimonianza a noi nota nella quale si cimentò occasionalmente con il sassofono, sia alto che baritono. Il suo strumento elettivo fu per sempre il clarinetto, strumento del quale è probabilmente il solista più famoso della storia del jazz. L’album “Benny in Bruxelles” (Columbia, originariamente pubblicato su due LP separati) è stato registrato durante la Brussels World Fair del 1958, tra il 25 e il 31 Maggio ed in realtà ne esiste una versione ancora più completa con un ulteriore terzo disco. Benny Goodman è venuto in Europa molte volte nel corso della sua carriera, ricevendo sempre un’accoglienza entusiastica, a dimostrazione di una popolarità che anche nel dopoguerra non smise di restare viva. Questa registrazione dal vivo è una delle sue incursioni più note nel Vecchio Continente. In quell’occasione Goodman era accompagnato dalla sua big band (sebbene si sia esibito anche suonando alcune canzoni con formazioni più ristrette), alla quale si era unito come ospite speciale il celebre cantante Jimmy Rushing. Come indicato nelle note di copertina originali, anche in questa occasione la big band fu accolta molto bene dal pubblico europeo. Un successo così travolgente da convincere la Columbia ad acquisire le registrazioni effettuate nell’occasione dalla Westinghouse Broadcasting Company per poi pubblicarle nei due (poi diventati tre) diversi album intitolati per l’appunto “Benny in Bruxelles Vol.1, Vol. 2 e Vol. 3”. Sulla versione tripla sono presenti, come detto, non solo i due album originali, ma ogni altra registrazione conservata di quella incredibile settimana di concerti. Oltre a Benny Goodman, spiccano in queste registrazioni il bravo cantante Jimmy Rushing, lo straordinario sassofonista Zoot Sims, il trombettista Taft Jordan ed il pianista Roland Hanna (che era ancora sconosciuto all’epoca), in seguito protagonista di una bella carriera da solista. Il repertorio copre tutti i classici del clarinettista, catturato in splendida forma e supportato da un’orchestra composta dai suoi fidati elementi, ciascuno dei quali dotato di grande talento. L’amalgama della big band è perfetta, il sound è trascinante e festoso pur non mancando di sfumature ed accenti diversi e variegati che non fanno altro che mettere in luce l’indiscussa qualità del band leader, che sul palco appare come un vero e proprio istrionico mattatore. Sempre in perfetto controllo sul suo clarinetto, capace di voli virtuosistici entusiasmanti ma anche di morbide e sensuali interpretazioni sulle ballads, Benny Goodman è stato di fatto un vero e proprio guru del suo strumento ed al contempo un direttore d’orchestra tra i più competenti e talentuosi dell’intera storia del jazz. La sua stella brilla luminosa nel firmamento della musica del secolo scorso.
Count Basie – Montreux ‘77
Count Basie – Montreux ‘77
Il leggendario Count Basie è da considerare senza dubbio un’altra importante icona nel panorama mondiale del jazz classico. Pianista, compositore e arrangiatore classe 1904, rimase attivo dalla fine degli anni ’20 fino al 1984. Con la sua grande orchestra ha ottenuto grandi successi ed una diffusa popolarità grazie principalmente a due fattori determinanti: un sound dinamico e molto coinvolgente ed un repertorio leggero e fruibile, in grado di guadagnarsi le simpatie di una vasta platea di ascoltatori. A metà degli anni ’30 la trasmissione via radio della musica del gruppo ne decretò il definitivo successo e in breve tempo la Count Basie Orchestra diventò una delle principali big band dell'era dello swing. Con il passare degli anni, ed a seguito delle numerosissime registrazioni, in studio e dal vivo, il “Conte” divenne un punto di riferimento del jazz mondiale e la sua band una sorta di istituzione ma anche una vera scuola per giovani musicisti, tra i quali ad esempio Frank Foster, Frank Wess, Eric Dixon, Eddie "Lockjaw" Davis (sax), Thad Jones, Joe Newman, Sam Noto (tromba), Al Grey e Jimmy Cleveland (trombone), Sonny Payne (batteria). Da segnalare sul finire degli anni '50 e i primi anni '60, le collaborazioni con alcuni grandi cantanti come Frank Sinatra, Sammy Davis, Jr., Ella Fitzgerlad e Tony Bennett: un periodo che risultò sgradito agli appassionati di jazz più integralisti. Una situazione che portò Basie, nella seconda metà degli anni sessanta, al ritorno ad una musica più in linea con la sua storia. Di fatto Basie ha sempre dato la sensazione di avere una marcia in più durante i concerti dal vivo: non a caso questa registrazione relativamente recente effettuata nel 1977 al Montreux Jazz Festival ne è un esempio chiarissimo. Il suono tra l’altro è catturato con una qualità eccellente e consente di apprezzare pienamente anche quei dettagli che nei dischi più “anziani” non si riescono a cogliere. Il produttore Norman Granz ricorda a questo proposito che il pianoforte del Conte è accidentalmente più accentuato del solito a causa della scarsa familiarità dell'ingegnere del suono con i timbri acustici della band. In conseguenza di ciò, tutta la sezione ritmica, incluso l’oscuro lavoro del chitarrista Freddie Green, è esaltata. Risulta così evidente quanto combustibile provenisse proprio dal lavoro del quartetto piano-chitarra-basso-batteria per alimentare la potenza di questa big band. Si tratta peraltro di una formazione composta da musicisti di alto livello, con la presenza di Al Grey, Jimmy Forrest, Charles Fowlkes e, naturalmente, del già citato e bravissimo Freddie Green. Count Basie non era un musicista solito ripetere all’infinito i suoi cavalli di battglia, fossilizzandosi per decenni sugli stessi brani, per questa ragione troviamo anche numeri recenti, come il roboante pezzo d’apertura "The Heat's On" e "Freckle Face", che fu scritto da Sam Nestico. Il sassofonista Jimmy Forrest si mette in evidenza sulla sua ballata originale "Bag of Dreams", brano molto bello ricco di accenti e sfumature interessanti. Ma Basie era anche consapevole della necessità di compiacere il suo pubblico con i grandi successi, perciò mette in prima linea Al Grey in una bella interpretazione di "The More I See You" e il trombettista Waymon Reed in una valida performance dell’immortale "A Night In Tunisia". Il concerto non dimentica nemmeno un trittico di melodie famosissime da sempre associate a Count Basie: l'elegante "Li'l Darlin" e le brillanti interpretazioni di "Jumpin at the Woodside" così come il gran finale riservato all’orecchiabile e trascinante "One O'Clock Jump". Montreux ’77, pubblicato dall’etichetta Pablo di Norman Granz è un bel disco, una testimonianza di grande vitalità ed energia per un band leader come Basie, all’epoca settantreenne. Attorniato da più giovani ma valenti musicisti il Conte si dimostra ancora gagliardo e perfettamente in grado di intrattenere una platea di appassionati come quelli del popolare jazz festival svizzero con la sua caratteristica e colorata firma sonora.
Duke Ellington – The English Concert
Duke Ellington – The English Concert
Duke Ellington è considerato, a ragione, uno dei massimi compositori del '900 e uno dei più grandi tra i tanti geni del jazz. La sua musica non può restare confinata nell’ambito del jazz stesso ma deve necessariamente essere valutata andando oltre qualsiasi etichetta di genere. Grande è stata e rimane la sua influenza su intere generazioni di musicisti: partendo dalle orchestre bianche di Woody Herman e Charlie Barnet fino a Thelonious Monk e Charles Mingus, per arrivare addirittura alle avanguardie di Sun Ra o Archie Shepp. Ma la verità è che non esiste alcun jazzista che in un modo o nell’altro non abbia un debito artistico nei confronti del “Duca”. La sua epoca d’oro fu quella che a partire dagli ’30 decretò il massimo splendore delle grandi orchestre, tuttavia Duke Ellington rimase attivo anche in epoche più recenti come ad esempio durante gli anni '60 e gli anni '70, nel corso dei quali, praticamente fino alla sua scomparsa, il pianista e compositore portò la sua orchestra in giro per il mondo, ampliando la portata dei suoi viaggi per veicolare il suo personale messaggio musicale praticamente ovunque si potesse organizzare un concerto. Colto, raffinato, intelligente e creativo Duke Ellington ha incarnato l’essenza stessa del jazz per oltre 50 anni, guadagnandosi il rispetto di tutta la comunità musicale, compresa quella classica e diventando un’icona imprescindibile di un genere. Probabilmente è il jazzista più famoso e popolare anche tra i non addetti ai lavori. Questa registrazione del 1999, intitolata “The English Concert” raccoglie la testimonianza di tre diversi concerti, tenuti dalla grande orchestra di Ellington nel corso di una fortunata tournée in Gran Bretagna. Il primo è relativo alla serata svoltasi al Teatro Odeon di Bristol il 22 ottobre 1971; le altre due performance, presumibilmente un matinee e uno spettacolo serale, si sono svolte presso il Birmingham Theatre di Birmingham il 24 ottobre 1971. Originariamente pubblicata dall'etichetta United Artists, che possiedo personalmente in vinile doppio, questa è una testimonianza importante dell’universo ellingtoniano, pur essendo relativamente sconosciuta. L’interesse scaturisce dalla presenza di due dei più smaglianti esempi delle capacità compositive del Duca. L’impressionante e composita "Togo Brava-Brava Togo Suite" (che il compositore spiega delicatamente nell’introduzione al brano descrivendola così"... un centinaio di chilometri di bella spiaggia di sabbia d'argento rivolta verso l'equatore sulla sporgenza occidentale dell'Africa"). E un’altra suite di stampo africano intitolata "La Plus Belle Africaine" estremamente evocativa e articolata. Ellington anche in questo caso spiega al pubblico come questo pezzo sia stato composto in previsione della "prima visita in Africa" dell’orchestra dopo che egli stesso aveva scritto musica ispirata all’ Africa nei precedenti trentacinque anni. I membri della big band sono tutti di altissimo livello, come d’abitudine negli ensemble orchestrati da Ellington: i trombettisti Cootie Williams, Money Johnson e Johnny Coles; i trombonisti Chuck Connors e Booty Wood; i sassofonisti Harry Carney, Paul Gonsalves e Harold Ashby; gli atri sax e flauti di Harold "Geezil" Minerve e Norris Turney ed il bassista Joe Benjamin, che duetta con il Duca sulla stupenda "Lotus Blossom" di Billy Strayhorn. "Happy Reunion" è eseguito da un quartetto composto da Gonsalves più la sezione ritmica. "Checkered Hat " è il ritratto musicale che Norris Turney fa di Johnny Hodges: si tratta di un omaggio commovente al bravissimo alto sassofonista che era scomparso improvvisamente solo pochi mesi prima. Tutto in queste quattro facciate di grande musica dal vivo trasuda il vero jazz e grandissime vibrazioni positive. Questo è un eccellente album del tardo Duke Ellington, con il grande merito di aver catturato la sua grande orchestra in splendida forma e con il maestro ancora in grado di regalare emozioni con il suo pianoforte e le sue fantastiche composizioni. Un disco che merita senza dubbio un riconoscimento più ampio ed un ascolto appassionato e approfondito. Duke Ellington andò ben oltre gli schemi tecnico-interpretativi del jazz dell'epoca. Più spesso, nel suo caso, si deve parlare di musica espressionista del Novecento, e l'idea che le sue composizioni fossero dei "quadri musicali" o che egli riuscisse a "dipingere con i suoni", fu un concetto più volte espresso dallo stesso Ellington, che non a caso in gioventù aveva lungamente coltivato anche una certa passione per la pittura. La perfetta intesa con ogni singolo membro della varie incarnazioni delle sue orchestre portò il Duca a plasmare il suono secondo i dettami della sua inventiva, ricavandone un risultato musicale unico e inconfondibile, quasi che l'orchestra fosse un unico strumento nelle sue mani. Genio assoluto.
Matt Bianco - Gravity
Matt Bianco - Gravity
E' risaputo che alcune cose sono destinate a migliorare con il tempo, non sempre ma spesso succede. Come ad esempio il vino rosso o la fiducia in se stessi, oppure, perché no, alcuni musicisti: come nel caso dei Matt Bianco. Il gruppo, che ha preso il nome da un’immaginaria super-spia degli anni Sessanta, ma è nato però negli anni '80, ha avuto ed ha tuttora numerosissimi fan in tutto il mondo per alcune canzoni, diventate classici, come 'Half A Minute', 'Get Out Of Your Bed Lazy', Who’s Side Are You On?' e 'Yeh Yeh'. Inizialmente formatisi come quartetto, i londinesi Matt Bianco hanno perfettamente miscelato il pop con i toni del jazz ed i ritmi latini creando uno stile particolare ed originale che li ha portati ad entrare regolarmente nelle classifiche britanniche ed internazionali tra il 1984 e il 1989, collezionando una decina di singoli di successo e almeno tre album diventati famosi. Con l’avvento degli anni '90 il gruppo ha perso un po’ di smalto, diventando un duo (formato dal cantante Mark Reilly e dal tastierista Mark Fisher). Sebbene gli album continuassero ad essere regolarmente pubblicati da Reilly e Fisher, in quel periodo sembrava che la popolarità fosse solo un retaggio del passato. La prematura scomparsa di Mark Fisher nel 2016, ha spinto tuttavia Mark Reilly a trovare nuovi stimoli per continuare l’attività sotto il premiato marchio dei Matt Bianco. Ecco allora questo nuovo album di studio, intitolato Gravity, un lavoro composto da 11 tracce, nel quale Reilly ha riunito uno straordinario cast di musicisti jazz britannici, tra cui il sassofonista Dave O'Higgins, il bassista Geoff Gascoyne, il pianista Graham Harvey e il trombettista Martin Shaw (che hanno lavorato tra gli altri per Jamie Cullum e gli Incognito). Oltre ai cantanti MJ Cole ed Elisabeth Troy, è presente anche anche il sassofonista e flautista svedese Magnus Lindgren. I Matt Bianco appaiono in forma in questa nuova incisione, riproponendosi sui livelli degli esordi; l'impegno e l'energia profuse sembrano aver dato i frutti sperati dai loro molti fan. Mark Reilly conferma la formula musicale che ha caratterizzato così bene la band nel cuore degli anni ‘80 e cioè brani accattivanti dal forte contenuto musicale, ritmi in qualche misura ballabili e quel retro gusto jazz sufficientemente sofisticato da rendere il tutto molto elegante. E’ esattamente su queste basi che Gravity non delude. 'Joyride' ad esempio è un brano subito piacevole, che corre sui suoi ritmi sinuosi e con un Matt Reilly proiettato sullo stile di Georgie Fame, il tutto punteggiato da un fresco e sapiente uso dei fiati. Questi ultimi sono una componente prominente del disco, che risulta particolarmente funzionale su 'Invisible', la cui mescolanza di originalità e leggerezza incarna l'essenza stilistica dei Matt Bianco. Gravity, con i suoi morbidi fiati, rilascia una più profonda sensazione bluesy, mentre "Heart In Chains" è una bella ballata notturna sull'amore dove la voce di Reilly è contrastata dalle risposte di Elisabeth Troy per creare un effetto “dialogo” molto interessante. Il groove e lo swing sono ugualmente ben presenti su brani come 'AM / PM', o l'elegante 'Summer In The City', con i suoi profumi latini. 'Before It's Too late' si delinea morbida e suadente con alcuni emozionanti interventi di sax di Dave O' Higgins. La bonus track è il remix di "Joyride" firmato da Mark De Clive, che punta più sull’atmosfera che sul ritmo avvolgendo l’ascoltatore con un mood rilassato. L’album è stato registrato tra Stoccolma, Londra e gli studi di Reilly nel Buckinghamshire. Si tratta in ultima analisi di un mix equilibrato e leggero di jazz, pop e musica latina conditi da un adorabile gusto retrò. Nel complesso, quindi, siamo di fronte ad un ottimo ed elegante ritorno dei Matt Bianco, in grado di soddisfare sia gli appassionati di vecchia data che le generazioni più giovani che della band delle origini non conoscono granchè. Si può dire che i Matt Bianco siano maturati nel corso degli anni esattamente come succede ad un buon vino rosso.
Patrick Bradley - Intangible
Patrick Bradley - Intangible
Con Patrick Bradley andiamo a cavalcare l'eccellenza musicale sotto forma di grande fusion, di gagliardo funk e raffinato smooth jazz. Patrick è un artista che mantiene sempre alta la qualità di tutte le sue registrazioni ed il cui talento, seppur non molto conosciuto, è innegabile. “Intangible” è l'ultimo regalo di questo formidabile tastierista e compositore, datato 2017, ed appena uscito sul mercato discografico. Il nuovo album di Patrick Bradley è dunque intitolato come la definizione convenzionale di tutto ciò che non è fatto di sostanza fisica o non può essere toccato. Un aggettivo che ben si adatta a tutte le forme di musica. Un lavoro nel quale Patrick è andato alla ricerca delle sue stesse matrici musicali e con esse si è confrontato a viso aperto con rispetto e spirito di sfida. Accantonando ogni speculazione filosofica o spirituale, si riconosce, nel nuovo progetto di Bradley, l’ennesimo passo in avanti della sua evoluzione di musicista, ancora una volta aiutato dalla leggenda delle tastiere Jeff Lorber. Ci sono poi altri musicisti coinvolti in queste registrazioni e sono tutti di grande livello: Paul Jackson Jr., Adam Hawley e Michael Thompson (chitarra), Jimmy Haslip (basso), Andrew Carney (tromba), Gary Novak (batteria) e David Mann (fiati). Tutte i brani sono stati composti da Patrick Bradley e Jeff Lorber. Come anticipato è un disco nel quale il buon Patrick rende omaggio a tutti i musicisti che hanno influenzato il suo sviluppo musicale, come ad esempio Keith Emerson (ELP), George Duke, Joe Sample, lo stesso Lorber e altri ancora. Sulla base di questa felice intuizione Patrick e Jeff condividono le loro idee e la loro mirabile tecnica tastieristica per produrre un album frizzante e pieno di spunti interessanti. Il groove qui comnicia fin da subito, quindi, mettetevi comodi e lasciate che la musica vi trasporti. Il talento è al top su queste tracce e la musica sembra tagliata esattamente per il feeling ed il tocco magico di Bradley. Mettendo in mostra la sua inimitabile finezza e destrezza, Patrick Bradley lavora con un obiettivo chiaro ed una solida visione, divertire con brio, intrattenere con il ritmo ed il giusto livello di raffinatezza per accendere e mantenere viva la scintilla dell’interesse nell’ascoltatore. Una caratteristica non troppo diffusa in ambito smooth jazz e che invece in questo caso davvero non manca. Le performance di Bradley e Lorber all’organo, su ogni tipo di tastiera, ed al pianoforte sono semplicemente spettacolari. Patrick e il suo amico di lunga data Jeff imperversano in lungo ed in largo per tutto il disco, con naturalezza e gusto, padroneggiando disinvoltamente brani bellissimi come "Funky Greens" e "Tailwind" o il trascinante pezzo d’apertura intitolato “Dear Friends”. I sempre puntuali riff di chitarra di Paul Jackson impreziosiscono un numero ricco di groove come "On Tap", così come gli interventi del sax di David Mann. Il funk domina la scena deliziando gli appassionati del genere su “Funky Green” all’interno della quale il duello tra gli organi hammond di Bradley e Lorber è entusiasmante. La superiore qualità di questo album è indiscutibile, al pari della costante bellezza dei 10 pezzi che lo compongono. È per questo che è facile ritrovarsi ad andare avanti e indietro un po’ su tutte le tracce come ad esempio "Find the Way", "Destiny" o ancora Out Of Bounds": il groove funky fusion pervade la musica di Intangible come in nessuno dei precedenti lavori di Patrick Bradley. Si nota un sensibile allontanamento dalle atmosfere più patinate dello smooth jazz da radio fm in favore di una musica più ruvida ed essenziale, che pesca nella tradizione degli anni '70, nel soul e nel jazz e perfino nel progressive con un rinnovato slancio creativo ed una buona dose di originalità. Sulle note di copertina il tastierista californiano non manca di fornire una breve descrizione scritta di ogni singolo brano, la sua personale spiegazione su cosa sta alla base delle sue composizioni. Una cosa molto interessante se avete una mente curiosa ed amate informarvi approfonditamente sulla musica che state ascoltando. Se siete dei fan del genere funk-jazz-fusion e di sicuro se siete appassionati di Bradley e di Lorber e, più in generale delle tastiere, questo album non vi deluderà e vi ritroverete ad ascoltarlo sempre con grande piacere. Il miglior disco di Patrick Bradley fino ad ora è maledettamente solido ed accattivante e non può mancare nella discoteca di nessun collezionista. Al giorno d’oggi questo livello qualitativo in una produzione discografica di contemporary jazz è merce rara, da preservare con cura. La partecipazione di Jeff Lorber è già di per se una garanzia di qualità, ma bisogna sottolineare come Patrick Bradley prenda in mano con sempre più autorità il timone dei suoi progetti. In quest’ottica Intangible è da considerarsi in gran parte frutto della sua straordinaria creatività e rappresenta al meglio un modo di intelligente e coinvolgente di fare jazz nel 21° secolo.
MFSB – Love Is The Message
MFSB – Love Is The Message
Nei primi anni settanta si cominciavano a sentire in giro i primi suoni di quello che in seguito sarebbe esploso in tutto il mondo come il fenomeno chiamato disco music. Una città in particolare sembrava essere la culla di un genere che diventerà così universale e trasversale da generare un cambiamento storico nel modo di fruire il prodotto musicale: quella città era Philadelphia. Il Philly Sound aveva connotati molto peculiari e per una lunga stagione determinò le tendenze e diede il via a numerose e variegate correnti. Artisti come Kenny Gamble e l'etichetta Philadelphia International Records di Leon Huff (The O'Jays, Harold Melvin & The Blue Notes e Billy Paul) diventarono presto molto popolari. Tuttavia, nel contesto della Philadelphia International Records c’erano anche molti altri artisti che suonavano regolarmente negli album prodotti dal premiato duo Gamble e Huff e formavano di fatto una vera e propria famiglia di validi e fidati strumentisti. Nel 1973 questo collettivo prese corpo, per produrre dischi in prima persona, sotto il nome di MFSB, un acronimo che sta per Mother Father Sister Brother. La band fu chiamata così proprio in virtù della coesione dei membri che lavoravano insieme come una grande famiglia. Si trattava infatti di una vera e propria orchestra di oltre 50 elementi che produceva preminentemente disco music strumentale. Tra i componenti dei MFSB c’erano Earl Young (che era anche il batterista ed il cantante per il gruppo The Trammps), Karl Chambers, Norman Harris, Roland Chambers, Bobby Eli, Ronnie Baker e TJ Tindall. Negli anni seguenti la musica dei MFSB diventò molto popolare e conosciuta imponendosi per le magistrali interpretazioni strumentali di famose hits soul e pop ma anche per le accattivanti composizioni originali. Dopo un primo album uscito nel 1973, l’anno successivo venne pubblicato il secondo disco, intitolato Love Is The Message, il quale ottenne un successo strepitoso, iniziando a tutti gli effetti l’epopea della disco music e diventando il più venduto tra i lavori della band. La copertina, illustrata da Bart Forbes, è un collage di immagini del Vietnam, del Ku Klux Klan, di un’esplosione atomica e di un macabro teschio che indossa un elmetto militare, uomini di colore e cani arrabbiati, svastiche e aerei in picchiata: un quadro quasi apocalittico che doveva veicolare non l’odio e la violenza ma l’esatto contrario e cioè che "l'amore è il messaggio". L'album comincia con un breve brano di meno di un minuto, una sorta di grande intro dell’ orchestra intitolato "Zack's Fanfare". Ma il sound di Philadelphia così come un pò tutta la filosofia musicale della band sono concentrate nella traccia successiva che dà anche il titolo all’album: Love Is The Message. Una combinazione di jazz, soul e disco strumentale in cui domina la partitura orchestrale sospinta dal classico ritmo, caratteristico dei MFSB. Fu un clamoroso successo sia sulle stazioni radio che nelle discoteche di New York per poi conquistare il resto degli States ed infine il mondo. Le parti vocali di questo pezzo epocale sono da attribuire al gruppo femminile The Three Degrees anche se nella versione dell’album non sono presenti e si possono ascoltare solo sulla versione a 45 giri e su quella da 12 pollici del 1975. Ancora oggi Love Is The Message rimane un classico nei club di tutto il mondo, in particolare in quelli dove c’è più attenzione per la riscoperta dei suoni degli anni ‘70. A seguire troviamo uno straordinario remake di "Cheaper to Keep Her" di Johnnie Taylor, interpretato in chiave molto jazzistica. Il bellissimo strumentale "My One and Only Love" completa, con un’atmosfera molto romantica e dolce, quello che era il lato uno del disco originale. La seconda parte si apre con il famosissimo ed ormai leggendario pezzo intitolato TSOP (The Sound Of Philadelphia), lanciato come sigla del programma televisivo Soul Train. La popolarità del programma e l’irresistibile combinazione di ritmo e melodia furono senza dubbio dei fattori determinanti per l’ascesa inarrestabile del brano verso il primo posto in quasi tutte le classifiche: oltre 1.000.000 di copie e un Grammy per la miglior canzone r&b strumentale nel 1974 sono la testimonianza di uno straordinario successo. E’ invece un numero molto jazzy, suonato in uptempo, "Touch Me in the Morning" portata al successo da Diana Ross: inizia lentamente per poi trasformarsi in un bel groove ricco di fiati e come sempre sontuosamente arrangiato. La chiusura dell'album è affidata ad un pezzo intitolato "Bitter Sweet" che ricorda a tratti certe atmosfere alla Burt Bacharach e non manca di colpire per l’accuratezza dell’arrangiamento e la varietà dei colori e delle atmosfere. Love Is The Message è stato un grande successo e rappresenta senza alcun dubbio una pietra miliare nella musica commerciale del secolo scorso. Incarna perfettamente il sound e i moods dell’inizio degli anni ’70 ed è, più particolare, una perfetta sintesi della musica dei MFSB, senza dimenticare la sua natura prodromica verso quello che poi diventerà il genere più diffuso al mondo: la disco music. Il movimento disco nasce con i MFSB e con loro da il via ad uno tsunami musicale inarrestabile, anche se va detto che la qualità delle produzioni uscite dai laboratori del Philly Sound o della Salsoul Records di New York resteranno di un livello superiore rispetto alla gran parte di ciò che verrà in seguito. I MFSB, i J.B di James Brown, la Love Unlimited Orchestra di Barry White o la citata Salsoul Orchestra hanno dimostrato come si possa fare musica da ballo di qualità attraverso brillanti composizioni, arrangiamenti curati e brillanti musicisti. Nessuna programmazione elettronica o sintetizzatore può eguagliare la bellezza delle band ricche di talentuosi elementi o delle grandi orchestre arrangiate con gusto e maestria. L'arte della musica “reale” è duratura e permanente: è la base che sta dietro all'idea del collettivo chiamato MFSB: un rapporto tra artisti creativi, uniti e coesi, che non potrà essere mai e poi mai eguagliato premendo un pulsante su una macchina.
Return To Forever - Hymn of the Seventh Galaxy
Return To Forever - Hymn of the Seventh Galaxy
Chick Corea è un musicista eclettico e poliedrico. Con il suo talento e la sua innata curiosità è capace di spaziare con grande disinvoltura e grandi risultati dal jazz alla musica classica, dal funk al progressive, dall’avanguardia alla fusion. Anche lui come molti altri della sua generazione è uscito da quella grande fucina musicale ed artistica che fu il leggendario "Bitches Brew" di Miles Davis. All'epoca della collaborazione con Miles non era ancora famoso, era anzi più che altro un pianista di ottime prospettive, la celebrità arrivò più avanti, nel corso degli anni '70 grazie ad una band di sua creazione chiamata Return to Forever. Proprio i Return to Forever divennero in breve tempo uno dei gruppi storici del jazz-rock mondiale. La band aveva già posto le sue basi nel 1971 con l’album omonimo e si stava evolvendo lentamente verso quelle ardite soluzioni stilistiche che ne determineranno con chiarezza i contorni negli anni successivi. "Hymn of The Seventh Galaxy" è il loro terzo lavoro di studio, al quale Corea decise all'epoca di dare una svolta radicale con un cambio di formazione: lo scopo era quello di optare per una musica modernissima e di esplicito stampo jazz-rock. Insoma una soluzione perfettamente al passo con i tempi. Per questa ragione pensò di tenere con sé solo il bassista Stanley Clark e ingaggiò un nuovo chitarrista, Bill Connors, e un nuovo batterista, lo straordinario Steve Gadd. Fu con questi elementi che i Return To Forever, profondamente rivoluzionati, si recarono in studio per registrare Hymn of The Seventh Galaxy. Alcuni screzi portarono Gadd ad uscire dal gruppo, così Corea al suo posto scelse l’altrettanto valido Lenny White ed infine il disco fu nuovamente inciso. Delle due versioni dell’album quella che ci rimane è naturalmente la seconda versione, con Lenny White alla batteria. Rispetto alle prime uscite c'è da registrare una netta evoluzione dal punto di vista tecnico ed un allontanamento netto dalle atmosfere quasi ovattate dei primi album, con un Chick Corea che riesce ad ottenere quella virata così sostanziale che tanto andava ricercando. I contenuti di Hymn of The Seventh Galaxy hanno anche qualche accenno di latin jazz e financo degli interessanti elementi di fusion che rendono il disco molto accattivante. Ovviamente sono in grande evidenza tutte le eccellenti composizioni di Corea, come sempre estremamente sofisticate e di grande impatto emotivo; ma non va di certo trascurato l'interessante lavoro di chitarra di Bill Connors che apporta un sostanziale sapore rock attraverso un sapiente uso della distorsione. D’altra parte è da sottolineare pure l’energico lavoro di Lenny White alla batteria ed alle percussioni e naturalmente quello iper-tecnico e all’avanguardia di Stanley Clark con il suo basso. In apparenza il grande Stanley sembra meno pirotecnico di quanto siamo abituati a conoscere, ma in realtà il bassista offre un contributo a volte determinante. Quello che ne esce è un muro sonoro frutto di un’amalgama molto densa e dalla granitica solidità creativa, anche se al primo impatto il suono può sembrare ostico. Se analizzato con la dovuta attenzione l’album è invece ricco di sfumature e tanti particolari che lo rendono un lavoro di assoluta eccellenza, uno dei migliori della vastissima produzione di Chick Corea. Non a caso quando si parla di storia del jazz rock è doverosa una citazione di Hymn of The Seventh Galaxy quale esempio formalmente perfetto di come va interpretato questo complesso stile musicale. In un quadro di sostanziale omogeneità delle lunghe composizioni contenute nel terzo album dei Return To Forever spicca in particolare "Captain Señor Mouse" dall’andamento latineggiante e tipicamente Corea style. Un altro brano davvero molto interessante e significativo è certamente "Theme to The Mothership" nel quale sono riassunte tutte le tipiche peculiarità del jazz rock più genuino: chitarra tagliente e velocissima, ritmiche inticate ed il magnifico tappeto sonoro prodotto dalle tastiere di Chick Corea. Una menzione particolare va anche alla title track, che pur nella sua brevità, funge da apertura dell’album come meglio non si potrebbe, dato che sintetizza l’estetica musicale dei Return in soli 3 minuti e mezzo. Ha in qualche modo la funzione di attrarre l'ascoltatore e trascinarlo nel vortice ipnotico del resto dell’opera. "Hymn of The Seventh Galaxy" è probabilmente il miglior disco della seconda incarnazione dei Return To Forever: può essere considerato il momento decisivo nella carriera musicale del gruppo, un album che li condurrà in breve alla definitiva consacrazione. Con l’arrivo della metà degli anni ’70 la band conquisterà una sempre più vasta platea di ascoltatori, “rubandoli” anche ai seguaci del progressive rock e diventando così uno dei più famosi e celebrati tra i gruppi storici del jazz rock. L'ingaggio del talentuoso chitarrista Al di Meola al posto di Connors aggiungerà un ulteriore importante tassello al mosaico di straordinari musicisti al servizio del genio incontrastato di Armando Anthony Corea, detto Chick. In ultima analisi dietro tutto questo c'è sempre e solo lui.
Weather Report – Misterious Traveller
Weather Report – Misterious Traveller
Quando Joe Zawinul ascoltò per la prima volta la registrazione di Misterious Traveller, prima che questa diventasse un vinile, il tastierista ebbe a dire: ‘This is the baddest shit on the planet!’. La casa discografica CBS lo pubblicò comunque e fu subito uno scossone epocale nel mondo dell’avanguardia jazzistica nonché tra moltissimi appassionati di musica. Era il 1974, nasceva così uno di quegli anelli mancanti tra jazz, funk e progressive ma anche tra la critica ed il pubblico. A quel punto della loro carriera come gruppo i Weather Report avevano già creato tre lavori di grande spessore e di originalità assoluta, ognuno di quei tre memorabili album aveva avuto un grande impatto sulla comunità jazzistica. C’era chi odiava l’approccio elettro-rivoluzionario di Zawinul e compagni anche più di quello operato da Miles Davis, restando arroccato ai vecchi e rassicuranti modelli stilistici. Ma, per contro, era folta la schiera di coloro che invece cadevano in estasi al cospetto dell’onda creativa dei Weather Report, fatta di suoni innovativi e ritmiche inesplorate. “W.R.”, “I sing the body electric” e “Sweetnighter” rappresentarono dunque la rampa di lancio definitiva per Zawinul e Shorter, musicisti che avevano alle spalle una formidabile esperienza, vissuta professionalmente al centro del movimento jazzistico mondiale. Entrambi erano reduci soprattutto dalle storiche sessioni di “In a silent way” e “Bitches Brew” del divino Miles Davis, dove si erano conosciuti. Sia Joe Zawinul che Wayne Shorter erano perfettamente maturi per permettersi di abbattere ogni barriera di stile ed ogni steccato convenzionale del jazz, mantenendo altissima la qualità della loro musica. Merita una considerazione particolare il bassista Miroslav Vitous, il terzo membro, ma in realtà il primo ideatore dei Weather Report. Fu silurato da Zawinul proprio durante la registrazione di Misterious Traveller in quanto ritenuto troppo etereo e sperimentale rispetto alle mutate esigenze ritmiche e di groove di cui, la storia già scritta nel futuro di questo gruppo, necessitava più di ogni altra cosa. E infatti ritroviamo Miroslav solo sulla peraltro strepitosa American Tango: non è difficile capire di che livello fosse questo bassista e forse anche quale direzione avrebbe potuto prendere la musica dei W.R. se lui fosse rimasto. A Vitous, già in questo stesso album, succederà per poi restare in organico per un po’ di tempo, un fenomeno del basso elettrico come Alphonso Johnson. Alla batteria per questa registrazione troviamo invece Ishmael Wilburn, forse il meno famoso tra i drummer che hanno preso parte al progetto Weather Report, prima di lui c’erano stati Aphonse Mouzon ed Eric Gravatt; in seguito arriverà Leon "Ndugu" Chancler, il quale a sua volta suonerà solo su Tale Spinnin’. La ricerca di un batterista stabile è sempre stato un grossissimo problema per W.R. e c’è sempre stato un continuo alternarsi, almeno sino a quando Alex Acuna prima e Peter Erskine dopo hanno contribuito ad una parvenza di stabilità. Analizzando nel dettaglio i brani che compongono lo splendido affresco di Misterious Traveller troviamo per cominciare ‘Nubian Sundance’: una vera e propria danza nubiana virata in forma elettro-jazz. E’ un pezzo complesso e frenetico dove gli strumenti creano un effetto a spirale, con una progressione ipnotica sotto alla quale si sentono i cori e le voci tipiche dei colori dell’Africa. Il piano elettrico carico di effetti, gli unisoni tra sax e tastiere, la melodia fortemente evocativa, le urla lontane, gli interventi vocali di Joe e le percussioni onnipresenti ne fanno un pezzo didascalico all’interno dell’intera discografia dei Weather R. A seguire troviamo la atmosferica ‘American Tango’ che e’ un brano costruito sulla base di un architettura intelligente e complessa, basato sul dialogo frammentato ma perseverante tra il sintetizzatore “spaziale” di Zawinul, il sax di Shorter e il contrabbasso “alterato” dal wah wah di Vitous. Qualcosa di veramente epico ed estremamente originale nel quale non sono così nascoste nemmeno le reminiscenze classiche del pianista austriaco. Uno dei pezzi più famosi tra i tanti del gruppo è ‘Cucumber Slumber’ diventato con il tempo una sorta di icona del funk jazz. Un numero che è stato campionato e saccheggiato da molti rappers, e che fa del suo riff di basso irresistibile uno dei suoi punti forza. Qui le ardite linee di sax e di synth improvvisate sono entrate nell’immaginario collettivo di una folta schiera di appassionati e ne hanno fatto un brano indimenticabile. Cucumber Slumber è nato in un attimo, in studio: il giro di basso ideato da Alphonso Johnson è stato elaborato al momento, una situazione palesata anche dalla dissonanza che si viene a creare tra Zawinul e Johnson, che decise improvvisamente di cambiare il centro tonale del pezzo, salvo ritornare in perfetta armonia dopo qualche battuta. L’effetto finale è stato mantenuto così com’era, tanto bello risultava in conclusione. ‘Mysterious Traveller’ è affascinante e cosmica al punto da rendere perfettamente l’idea di un viaggio misterioso nello spazio intergalattico. Le battute iniziali sono accattivanti e gli accordi che pilotano poi tutta la musica che segue sono probabilmente uno dei momenti più felici del jazz contemporaneo. Il sax di Shorter si distingue per la sua tonalità acida e spaziale, mentre tutta la band è percorsa da un interplay di livello superiore. Un delicatissimo ed assolutamente intimo pezzo a due tra Wayne e Joe, dove protagonisti sono soltanto sax, piano e melodica, prende il titolo di ‘Blackthorne Rose’. Una rarità nella discografia dei Weather Report, che quasi sempre fanno delle ritmiche complesse e sincopate un cavallo di battaglia. Non per questo è un pezzo meno apprezzabile ed anzi alla fine risulta molto suggestivo. Per la bellissima ed enigmatica ‘Scarlet woman’ il gruppo si inventa un incedere maestoso, dettato da un sapiente uso delle pause e del silenzio, in un continuo gioco di toccate e fughe, fino al crescendo finale davvero epico. La composizione sarebbe di Alphonso Johnson, in partica però i Weather Report ne utilizzeranno solo la frase iniziale per poi elaborarla come collettivo, con uno sviluppo melodico ed armonico quasi improvvisato: alla fine la paternità verrà attribuita per questo anche a Zawinul e Shorter. Il brano di chiusura è ‘Jungle book’, un solo di tastiere ed effetti vari registrato da Zawinul nella sua casa, sul quale vennero innestate a posteriori sovrapposizioni di percussioni, ocarina e flauto di Pan. E’ molto particolare ed originale nella sua diversità. A tratti ricorda la colonna sonora di un documentario sulla giungla o sulla savana africana ma dove sono presenti anche echi di etno musica indiana. (Una delle grandi passioni di Joe Zawinul). Mi sento di aggiungere una breve considerazione di carattere generale sui Weather Report: se dovessi consigliare altri album, oltre a questo, significativi e imperdibili, suggerirei di orientarsi su Sweetnighter, Heavy Weather, 8: 30, Tale spinnin’ e Black Market. Va detto che sarebbe quasi un’ingiustizia operare una scelta: l’intera discografia è pervasa da talmente tanta qualità e creatività che ogni esclusione diventa un torto. Tuttavia ritengo che le proposte fatte siano oggettivamente una selezione esaustiva di questa straordinaria band, che fin dai primi anni settanta, e per una quindicina d’anni, ha dominato ed influenzato la scena musicale internazionale. Nessun altro musicista è riuscito davvero a carpirne l’essenza, nessuno ha veramente e totalmente decifrato la formula "magica". Con Misterious Traveller possiamo puntare la nostra attenzione sul momento esatto nel quale un cambio di stile, se pur non radicale né tanto meno repentino, si è rivelato essere l’evoluzione più proficua possibile dal punto di vista commerciale per un gruppo di cui oggi ci si ricorda soprattutto l’ultima incarnazione. I Weather Report fin da subito hanno attirato il pubblico e la critica, e dopo un breve periodo di trasformazione si sono proiettati nel futuro con la loro forma più evoluta ed accattivante. Questo è il primo esempio concreto della musica che caratterizzerà i lavori di Zawinul & Co fino allo scioglimento, avvenuto nel 1986. Per qualcuno è addirittura il capolavoro assoluto dei Weather Report. Una cosa è certa: Mysterious Traveller è un pezzo importante della storia della musica.
Sergio Caputo - That Kind of Thing
Sergio Caputo - That Kind of Thing
Il Sergio Caputo che non ti aspetti, ma che, se conosci la sua storia, puoi anche intuire si intitola That Kind Of Thing. Il musicista e chitarrista romano vanta un curriculum di tutto rispetto, offuscato dal suo successo come cantante pop, ma impreziosito dalla collaborazione con alcune stelle del jazz come Dizzy Gillespie, Lester Bowie, Tony Scott, Mel Collins, Tony Bowers, Enrico Rava e Danilo Rea. Dal punto di vista musicale sappiamo tutti che la gamma delle influenze che ne hanno determinato lo stile si estende dal jazz al pop, con una particolare predilezione per lo swing. Nel 2003, ad un certo punto della sua carriera ed in un momento forse non troppo fortunato a livello discografico, Sergio Caputo si trasferì in California dove si mise a scrivere e produrre l’album "That Kind of Thing": una rivoluzione totale nella sua produzione, dato che il cambiamento fu così radicale da condurlo nell’ambito dello smooth jazz strumentale. Lui stesso descrive il suo nuovo progetto come "Cool" e "West Coast Jazz", vale a dire proprio quel tipo di jazz contemporaneo tipico del continente americano che è divenuto così popolare nel corso degli anni. L'album inizia con Everything I Do: Sergio si esibisce in un sobrio ed elegante gioco di chitarra su una struttura latineggiante semplice e piacevole. Charles McNeal lo accompagna al sax. McNeal è un abile specialista di tutti i sassofoni che vive a Oakland e che ha suonato con John Faddis, Wynton Marsalis, Leslie Drayton, McCoy Tyner, Ray Obiedo, Boz Scaggs ed un numero infinito di altri artisti. "Guess I Miss You Again” ricorda un pò una canzone sullo stile di Tom Jones, ma è ovviamente strumentale ed anche in questo caso è evidente l’influenza della musica latina, soprattutto a livello ritmico. Caputo suona, su tutte le canzoni, chitarre, tastiere e basso (tranne Intimacy e Jazzy Girl) ed inoltre provvede alla programmazione delle componenti elettroniche ed agli arrangiamenti. Intimacy vede la partecipazione del trombettista Enrico Rava, uno dei padrini del jazz italiano. Nella sua lunga carriera Rava ha suonato ogni tipo di jazz: dal bebop a quello contemporaneo e la sua tromba è come sempre unica ed impressionante. Serenata Roja, nella sua semplicità e con la sua atmosfera mediterranea, è una fantastica escursione nella musica spagnola, il mood che sembra essere perfetto per una chitarra acustica come quella di Sergio. McNeal, con il suo flauto, è il magistrale accompagnamento di Caputo in questo brano molto suggestivo. Like a Shooting Star fa nuovamente leva sulle radici mediterranee con una romantica melodia tutta incentrata sulla chitarra acustica e con un notevole sostegno delle percussioni. Questa volta è Mike Olmes che dà voce alla tromba con sordina che fa da contrappunto al brano. Waiting For Your Love è una malinconica canzone dove ancora una volta troviamo il trombettista Mike Olmes districarsi con la melodia, alternandosi con la chitarra semi-acustica di Sergio Caputo. My Lost Venues è un'opportunità per ascoltare il sax di Rob Sudduth: un musicista dell’area californiana davvero dotato di grande classe. Sergio è intelligente ed umile nel lasciare a Rob il ruolo di strumento principale e sostenerlo solo con qualche riff di chitarra. In The Madness Of My Dreams è un altro bel gioco di assoli tra la chitarra di Sergio e la tromba di Mike Olmes con un ritmo di bossa nova molto simpatico e perfettamente adeguato alla melodia. Marty Wehner fa la sua gradita comparsa al trombone. Il trombonista è un musicista molto ricercato che ha suonato con alcuni grandi nomi dell'industria discografica e viene regolarmente chiamato per concerti live e negli studi di registrazione come session man. Sulla conclusiva Jazzy Girl ecco nuovamente Enrico Riva alla tromba, in un brano dal sapore molto smooth jazz. Nel 2003 perfino i fan più appassionati di Sergio Caputo restarono spiazzati dal brusco cambio di direzione che il musicista romano aveva intrapreso spostandosi in terra americana, anzi molti nemmeno erano a conoscenza di una registrazione di questo genere, e lo davano ormai per sparito dalle scene. Abituati a Sabato Italiano, Spicchio di Luna e Garibaldi Innamorato, non avrebbero mai capito un album di smooth jazz strumentale come questo. Sergio, tuttavia, non aveva alcuna intenzione di fermarsi ma voleva fortemente una svolta profonda nella sua carriera. E voleva attuare la sua personale, piccola rivoluzione con un disco di jazz contemporaneo basato certamente sulla sua chitarra, ma che fosse anche una piattaforma strumentale adatta alla partecipazione di alcuni interessanti musicisti americani e del suo amico Enrico Rava. Voleva lasciare un segno tangibile della sua capacità di non essere solo un cantante pop di successo ma anche un musicista jazz a tutto tondo, in grado di andare oltre la formula della canzone. Nella sua semplicità, ma con gusto e molto equilibrio, con That Kind Of Thing Caputo ha dimostrato di non sfigurare nel contesto del jazz contemporaneo e di poter stare al passo con i tempi anche come chitarrista. Bravo.
Chester Thompson - Powerhouse
Chester Thompson - Powerhouse
Tra tutti i musicisti che hanno registrato per la tanto innovativa quanto effimera etichetta Black Jazz, ce n’è uno in particolare che merita attenzione ed è l'organista Chester Thompson: solo quattro album all’attivo, e di questi il primo, Powerhouse uscito nel 1971, il secondo pubblicato quarant’anni più tardi. Una carriera singolare, mossa da un notevole talento ma tutta dedicata a suonare in due gruppi storici del rock e del funk quali i Santana ed i Tower Of Power. Organista dotato di dita veloci e grande senso dello swing, Thompson iniziò a suonare in chiesa e, come molti della sua generazione, cadde presto sotto l'incantesimo artistico del pioniere dell'organo jazz Jimmy Smith, cioè colui che è da tutti considerato il migliore specialista del suo strumento. Dopo il suo debutto intitolato, come detto Powerhouse, Thompson è entrato a far parte dei Tower Of Power, svolgendo al loro interno un ruolo cruciale nella originale e creativa formula pop / funk del gruppo, e lavorando con loro tra il 1973 ed il 1983. In seguito, e fino al 2009, Chester Thompson è stato l’organista e tastierista di Carlos Santana, instaurando con il popolare chitarrista una collaborazione lunghissima e straordinariamente ricca di soddisfazioni. Curioso che attorno alla metà degli anni Ottanta, Thompson abbia temporaneamente cambiato il suo nome in Chester "T" Thompson per evitare di essere confuso con il batterista della band, che era suo omonimo (e che tutti conosciamo per aver suonato anche con i Genesis). Dopo aver lasciato Santana, Thompson è tornato alle sue radici jazz, registrando finalmente, nel 2010, un album intitolato Mixology ed esibendosi regolarmente nell'area di San Francisco. L’album porta il numero sei in un catalogo di soli 20 lavori in tutto che rappresenta l’eredità lasciata dalla Black Jazz. L’etichetta nacque proprio nel 1971 ad opera del pianista Gene Russell e dell’ex batterista Dick Schory ed era chiaramente specializzata nel jazz. Condivide con la casa discografica Strata-East di Stanley Cowell e Charles Tolliver, anch’essa fondata anche nel '71, l’onore di essere la prima teichetta di jazz di proprietà completamente afroamericana. Tra gli artisti che hanno registrato per la Black Jazz vi sono i pianisti Walter Bishop Jr. e Doug Carn. Chester “T” Thompson è un un musicista versatile, che miscela in egual misura lo swing classico del jazz con le radici più profonde del blues con uno stile non lontano da quello di un altro grande dell’organo come Jimmy McGriff. Particolarmente interessanti sono le sue linee melodiche sempre sostenute da valide variazioni armoniche scandite da una gagliarda mano sinistra. Lo stile di Thompson sa essere anche moderno e dinamico, molto vicino al be bop: ed qui che si avvicina maggiormente al suo idolo Jimmy Smith o a Don Patterson. La title track mette infine in luce un’attenzione anche per le sonorità degli inizi degli anni ’70, influenzate dal funk e dal soul pur mantenendosi saldamente in territorio jazzistico. La band di Powerhouse, in grado di fornire in ogni momento il giusto groove, è composta dal batterista Raymond Pound, fortemente influenzato dal mitico collega Idris Muhammad, mentre le linee di basso sono eseguite come vuole la tradizione dallo stesso organo di Thompson. A completare il singolare quartetto troviamo il sax di Rudolph Johnson e il trombone suonato da Al Hall. Powerhouse è un interessante e riuscito esempio di jazz “organ drived” in cui è l’organo Hammond B3 ad essere l’assoluto protagonista. Chester Thompson ne è certamente un tanto valido quanto dimenticato rappresentante e l’ascolto di un album totalmente calato nella realtà del jazz degli anni ’70 come questo suo debutto discografico non può che essere un’aggiunta di valore per la discoteca di qualsiasi appassionato di jazz.
Lyle Mays – Lyle Mays
Lyle Mays – Lyle Mays
Lyle Mays, ovvero l’alter ego di Pat Metheny, colui che è stato il compagno d’avventura del grande chitarrista per moltissimi anni, ma anche un pianista ed un tastierista di grande livello, un artista dotato di una personalità straordinaria e distintiva. La riscoperta di oggi vuole rendere omaggio al musicista che ha dato un corpo e un’anima alla singolare miscela del Pat Metheny Group, contribuendo a scrivere pagine di musica davvero memorabile. Lyle ha raggiunto una certa popolarità grazie anche, e soprattutto, alla sua straordinaria capacità di combinare armonie, suoni e melodie uniche nel loro genere, dando così un'impronta subito riconoscibile ai brani del gruppo. Oggi di Lyle Mays si sono praticamente perse le tracce, dato che a livello discografico ha all’attivo solo 4 album, l’ultimo dei quali risale al 2000. Mays è stato considerato una grandissima promessa del jazz, un pianista così dotato che lo stesso Pat Metheny lo definì, forse esagerando un pochino, "il prossimo Keith Jarrett". Beh, quattro decenni dopo, va detto che Mays non è arrivato esattamente allo stesso status di “mostro sacro” di Jarrett, sebbene abbia certamente una grande comunità di appassionati seguaci. Tuttavia, da troppo tempo, i suoi fan si chiedono perché sia sostanzialmente sparito dalla mappa dei musicisti jazz attivi. Una cosa è certa: la collaborazione con il Pat Metheny Group ha garantito a Lyle Mays un posto significativo nella storia del jazz dalla fine degli anni ’70 fino all'inizio del nuovo millennio. Mays è stato dunque co-autore, accanto a Metheny, di molte delle composizioni più belle del PMG e questo sodalizio di due brillanti musicisti può essere definito alla stregua della coppia Lennon & McCartney nel campo del pop. L'importanza rivestita dal tastierista in quella storia è un dato di fatto incontrovertibile. Non a caso sono in molti ad augurarsi che Metheny riporti in azione il PMG, sia in tour che in studio di registrazione ed in quel contesto torni nuovamente ad essere presente l’ineffabile Lyle Mays. Il miglior album della minuscola discografia di Mays come leader è il suo primo, intitolato molto semplicemente “Lyle Mays”. Il disco risale al 1986 e se da una parte fu un esordio positivo e di successo, dall'altro è un vero peccato che il tastierista, negli anni successivi, non sia stato in grado di dare continuità alla sua produzione musicale. Street Dreams del 1988 è stato sicuramente, per il tastierista, un degno secondo lavoro come solista, ma la sua atmosfera più urbana e fusion è in qualche modo meno affascinante rispetto alla musica cinematica e suggestiva di questo interessante disco di debutto. Fictionary del 1992 è ugualmente un disco di tutto rispetto, dove è forse più evidente la sua vena jazz, ma al contempo suona decisamente più freddo nella sua perfezione formale. Qui, alla sua prima registrazione, Lyle Mays trova una chimica profonda tra il suo modo di comporre ed il suo stile pianistico, mixando tutto in modo sapiente con le eterogenee personalità artistiche di alcuni grandi musicisti. La band è composta dal batterista Alex Acuna, dal chitarrista Bill Frisell, dal sassofonista Billy Drewes, dall bassista Marc Johnson ed dal percussionista Nana Vasconcelos. Pur privo della inconfondibile chitarra di Pat Metheny, il disco offre una sonorità per larghi tratti molto affine a quella del PMG, dando corpo in modo analogo a quella stessa proposta alternativa al linguaggio tradizionale del jazz che riesce a coniugare la maestria tecnica con una notevole dose di pathos ed emozione. Delicato ed etereo, l’album colpisce immediatamente la sensibilità dell’ascoltatore, risultando gradevole ed accattivante, evocativo e a tratti quasi onirico. C'è molto jazz, ma vi si ritrovano anche echi di new age e qualche sentore di rock progressivo, passando anche attraverso qualche pennellata di musica da camera. Mays mette in mostra il suo talento di pianista ogni volta che colloca il pianoforte acustico in primo piano, ma è altrettanto convincente nel suo ruolo di tastierista quando si destreggia con i suoi synth, che fanno spesso da collante nei raffinati arrangiamenti di cui egli stesso è oviamente responsabile. Lyle Mays è un bellissimo lavoro che consiglio a tutti di ascoltare con attenzione per coglierne ogni più sottile sfumatura. Di certo gli amanti di Pat Metheny non possono farselo sfuggire, ma questa è musica intelligente, suggestiva e di grande spessore artistico. Valica i confini di un genere predefinito: è musica totale che vi entrerà nella testa e nel cuore.
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