Vibes Alive - Vibrasonic


Vibes Alive - Vibrasonic

Al giorno d’oggi utilizzare il vibrafono e la chitarra come principali voci strumentali di un album non è solamente un insolito abbinamento per il jazz contemporaneo, ma è soprattutto una combinazione che sa essere tanto intrigante quanto seducente. C’è un gruppo, o meglio un duo chiamato Vibes Alive che fa di questo connubio di strumenti il proprio manifesto musicale. Ho già parlato tempo fa del precedente album dei Vibes Alive, After Hours, e oggi analizzerò il loro tanto atteso terzo album: "Vibrasonic": la copertina del lavoro è già abbastanza esplicita, dato che raffigura un vibrafono ed una chitarra. Ancora una volta ci troviamo di fronte ad un ascolto fresco e stimolante: il sound è quello di una fusion percorsa da forti influenze smooth jazz, dove la presenza di Jeff Lorber e delle sue tastiere si fa chiaramente sentire tra la chitarra ed il vibrafono. Ed in più l'impalcatura sonora è sorretta dalle basi  ritmiche più solide che si possano desiderare. Vibrasonic è scritto e prodotto dal vibrafonista Dirk Richter e dal chitarrista Randall Crissman, ovvero le due anime di Vibes Alive. Ma questo duo è praticamente un trio di fatto, dato che il citato Jeff Lorber, è stato (ed è) una presenza costante in tutti e tre gli album del gruppo. I Vibes Alive realizzano i loro album con la frequenza di un'eclissi totale, di conseguenza ogni uscita è carica di aspettative e in qualche misura speciale. E va sottolineato come la formazione del gruppo viene completata da altri 3 personaggi d’eccezione: infatti il leggendario batterista Vinnie Colaiuta alimenta ancora al meglio la sezione ritmica con Jimmy Johnson al basso e Luis Conte alle percussioni. Vibes Alive è un progetto che nasce principalmente dall'amicizia tra i due membri, iniziata ai tempi del college tra chitarre e organi. Ma con l’avvento del vibrafono nelle sapienti mani di Richter, le sue particolari sonorità, le sfumature uniche e le conseguenti possibilità di potenziamento armonico, il duo si è presto catapultato verso un livello più elevato. I Vibes Alive non nascondono la volontà di creare una musica viva, spontanea e creativa ma al contempo poggiata sull'idea di armonia con l’universo come pure sull'amore per il pianeta e per il prossimo. Ogni album dei Vibes Alive richiede anni per essere costruito, in parte anche perché Randall Crissman è un rinomato e prolifico compositore di colonne sonore televisive ed i suoi impegni condizionano la produzione discografica della band. Questo è confermato dal fatto che c'è stato un divario di 11 anni tra il loro omonimo debutto del 1997 e l'uscita del loro secondo set, “After Hours”. Ma oggi, 13 anni dopo, nel 2020, ecco che possiamo goderci un nuovo capitolo di questo gruppo che è un vero “must” per tutti gli amanti del vibrafono e più in generale del jazz contemporaneo. Sono 10 i brani che compongono Vibrasonic, tutti tesi ad un sound caratteristico e fluidissimo, sempre dinamico, mai banale e ricco di groove. "Sweet Vibes" è il pezzo d’apertura e va a chiarire subito il tenore del disco: il minimoog di Lorber si intreccia al vibrafono di Richter, aggiungendo dimensioni spaziali ad un atmosfera soul-jazz. "Vibrasonic" è un propulsivo brano gagliardamente lanciato dalla ritmica e concentrato sull’unisono tra vibrafono e chitarra. "Windchime" rallenta un po’ i ritmi con  Crissman e Richter a ricamare una melodia magnetica fino a che tutto si conclude con il bel synth di Jeff Lorber. Il vibrafono di Richter incanta e pervade "Earthtones", su una base batteria/basso firmata Colaiuta e Johnson che cattura subito l’attenzione dell’ascoltatore tanto quanto lo strepitoso intervento di Rhodes del meraviglioso Lorber. Per finire l’assolo di chitarra di Crissman sposta l’accento su toni jazz rock. E’ lo stesso Crissman ad usare una chitarra acustica per inondare di tonalità delicate e riflessive la successiva "Waterfall". "Going Home" è un brano rilassato e ottimista dalla melodia accattivante. Ancora il vibrafono e la chitarra sono impegnati in una fantasiosa e sofisticata composizione in stile smooth jazz intitolata "Daydream". Stesso tenore per la contemplativa "Rainy Day" dove una volta di più si apprezzano tutte le possibilità tonali del vibrafono e la qualità della tecnica chitarristica di Crissman. "Spy" è un divertente gioco "vibrafonico" che si rifà ai film di spionaggio e regala anche un meraviglioso stacco di puro e swingante jazz: qui l’organo di Lorber non manca di elargire momenti puro groove. Non è da meno l’energico assolo di chitarra elettrica. Spy è a mio parere il brano migliore di tutto il pur bellissimo disco. Album che si chiude con "Guitar Noir", pezzo dal sapore ipnotico, scritto da Crissman, declinato su un clima jazzistico, seppure più intimo. Anche questa volta Richter e Crissman sperimentano con successo  la connessione con i musicisti con cui collaborano per creare un interplay affascinante e ricco di contenuti. Questa è la migliore direzione per la musica, in un mondo dominato dal facile successo e dall’egemonia delle esigenze commerciali. Questi sono i Vibes Alive: buone vibrazioni e gioia di vivere nel rispetto della musica di qualità.

The Big Cheese All Stars – Prawns


The Big Cheese All Stars – Prawns

Era la fine degli anni ’80 quando lo stile denominato Acid Jazz si affacciò per le prime volte al pubblico. I londinesi probabilmente ne avevano ascoltato un assaggio nei club della capitale britannica, tuttavia il resto del mondo avrebbe conosciuto questo nuovo genere soltanto a partire dai primi anni ’90.  L’Acid Jazz partendo dal jazz incorpora elementi funk, soul e in parte r&b, unendoli alla musica elettronica, rielaborando così il concetto di fusion e puntando all’integrazione di numerosi elementi musicali contemporanei. Facciamo dunque ancora una volta un salto indietro a quel periodo fortunato, più precisamente al 1996 per ritrovare una gemma musicale tra le più straordinarie e al tempo stesso dimenticate. I responsabili di questo bel capitolo della storia dell’Acid Jazz sono i The Big Cheese All Stars: un gruppo inglese che proprio a metà degli anni ’90 diede alla luce un meraviglioso album intitolato Prawns. Per tutti coloro che hanno amato questo genere musicale Prawns è sicuramente un “must have” da non perdere. Caratterizzato da tutto quell’insieme di sonorità peculiari che vanno dalle ritmiche funk ai fiati, dal piano elettrico all’organo hammond, per arrivare alle chitarre wah wah ed alla classica voce black, Prawns è davvero un piccolo capolavoro che ha l’unico difetto di non aver avuto un seguito. Con una formazione estesa e ricca di ogni possibile colore, i Big Cheese All Stars sono composti da: Paul Soden batteria, Dr Gregory Rowland piano elettrico, Neil Yates flugelhorn e tromba, Andy Ross flauto e sassofono,  il leader Orlando "The Don" Lund alle chitarre e tastiere, alle percussioni Philip Harper e Simon "Palmskin" Richmond e ai fiati Woody, Chris Bowden, Martin Slattery, Isaac, Matt Coleman, Gilles C'Freak, Ralph Lamb. Per finire c’è la presenza della magica voce femminile di Sharon Scott che contribuisce anche alla scrittura di alcuni pezzi. Insomma quasi una big band. Partendo da una tale potenza sonora è lecito attendersi un risultato interessante ed infatti il disco non delude affatto. Anzi è una grande rivelazione. Se vi piace il groove della musica funk / soul / jazz, non si ha bisogno di cercare oltre, qui troverete esattamente ciò che desiderate. I brani strumentali sono la parte più importante e significativa di Prawns. Numeri come "Noo Improved Felcher", "Cheese Omelette", “10”, “Jurrassic Pig” o “Hovel Zombie” sono quelli che colpiranno di più gli appassionati di jazz. Ad una possente carica funk, peraltro sempre presente in tutto l’album, uniscono infatti una serie di assoli di pregevole fattura ed una complessità melodica molto apprezzabile. Atmosfere vintage che, per la gioia di chi vuole riassaporare il gusto ed il sound dei film e delle serie tv degli anni ’70, sono una vera manna. C’è una grande energia ed un senso di positività che pervade Prawns, probabilmente il riflesso tangibile della freschezza e della vitalità del movimento Acid Jazz in quegli anni d’oro. Però i Big Cheese All Stars non sono solo questo ed anche le melodie soul più lente come "I’Ve Got Mine" o la bellissima cover del classico di Barry White "I’m Gonna Love you" e Don't You Know" suonano alla grande. Sharon Scott è una bravissima vocalist e il suo apporto è determinante in questo contesto. Anche se questo gruppo purtroppo oggi non esiste più e questo è rimasto il suo unico album, la sua gagliarda ed originale proposta artistica sopravvive nel tempo ed il mio consiglio è quello di scoprirla senza esitazione. Una menzione particolare va alla copertina e soprattutto all'illustrazione interna che riproduce un caotico e fumoso party in stile blaxploitation dove i protagonisti sono tutti gamberetti (prawns in inglese) antropomorfi...bellissima.

The Phil Collins Big Band – A Hot Night In Paris



The Phil Collins Big Band – A Hot Night In Paris

Phil Collins che suona il jazz in stile big band? E’ successo davvero! Per una breve stagione dopo il 1996 il buon Phil percorse anche questa strada. Sì, proprio lui, il simpatico, poliedrico, formidabile batterista che ha fatto la storia del progressive-rock con i Genesis durante l’epoca di Peter Gabriel e anche dopo. L’incredibile musicista che mentre suonava e cantava con i grandissimi Genesis, riuscì a trovare il tempo ed il modo di dare vita ai mitici Brand X, creando un vertiginoso jazz rock che incantò immediatamente frotte di appassionati. Phil Collins, dicevo, ovvero l’artista che finite queste fasi della sua carriera se ne è inventata un’altra a suon di successi pop internazionali. Ebbene alla fine degli anni ’90 il buon Phil diede vita anche ad un altro progetto, meno riuscito dei precedenti ma ugualmente interessante e che comunque non ebbe (purtroppo) un seguito. In cosa consisteva questo nuovo capitolo della storia musicale di Collins ? Si trattava di una big band di stampo jazzistico che riproduceva parte del suo repertorio Genesisiano, pescava ovviamente in quello da solista ed infine proponeva cover, non solo pop, ma anche jazz. La creazione della Big Band ha avuto una spinta molto forte soprattutto dalla passione che Phil Collins ha avuto sin da quando, giovanissimo, ascoltò l’orchestra di Buddy Rich. Ma non bisogna dimenticare però un’altra motivazione determinante. Nella seconda metà degli anni '90, la carriera di Phil subì una battuta d’arresto, con la conseguenza di un sostanziale calo anche nelle vendite discografiche. Collins, invece di inseguire la via più semplice e cioè confezionare (senza vergogna) un altro singolo da primi posti in classifica, decise di cambiare passo e provare qualcosa di diverso. Ecco allora che decise di ritornare ad essere prima di tutto un batterista, e quindi di assemblare la sua personale Big Band, facendo rivivere il suono dei suoi idoli: artisti come Buddy Rich e Sonny Payne. Il progetto aveva delle premesse molto stimolanti e pur avendo i suoi momenti di interesse è rimasto qualcosa di incompiuto. Di sicuro è spiazzante per gli appassionati meno avvezzi ai suoni del jazz, ma purtroppo non è stato completamente gradito nemmeno da questi ultimi. Inizialmente il disco potrebbe risultare davvero strano e forse un po’ naif trovandosi al cospetto di pezzi come "Sussudio", "That's All", "Against All Odds" o “Los Endos” che risuonano molto diversi nei loro nuovi arrangiamenti. E’ anche vero che le melodie possono occasionalmente sembrare in parte inconsistenti in un contesto come quello di una jazz big band, ma una volta che la prima reazione è superata, A Hot Night in Paris non può non essere ritenuto quanto meno divertente. A Hot Night In Paris è rimasto l’unica testimonianza della big band di Phil Collins e come si intuisce dal titolo è una registrazione dal vivo, effettuata a Parigi. Brevemente vi dirò quale è stata la genesi dell’album e della stessa orchestra: tutto iniziò con un breve tour europeo nel 1996 (che ha visto la presenza di Quincy Jones come direttore artistico e Tony Bennett come cantante). In seguito Phil ha creato una nuova versione della band ingaggiando alcuni famosi musicisti jazz, in particolare spiccano tra gli altri il sassofonista alto Gerald Albright, il chitarrista Daryl Stuermer, l’altro sassofonista James Carter e i pianisti George Duke e Brad Cole. Quella band andò in tournée in America e in Europa nel 1998, ed è quella presentata sull'album A Hot Night in Paris, che si compone di dieci brani per 70 minuti circa di musica. In questa definitiva incarnazione della sua big band, Collins non prova nulla di nuovo dal punto di vista stilistico, mantenendo la formula tipica delle grandi orchestre jazz, semplicemente la aggiorna, introducendo le sue canzoni. Tra i brani troviamo quindi anche quelli dei Genesis come ad esempio un tanto inatteso quanto particolare "The Los Endos Suite" che ovviamente non mancherà di sorprendere, più di tutto per essere originariamente molto progressive. Ci sono le cover di un brano importante come "Milestones" di Miles Davis e quella del famosissimo pezzo funk degli Average White Band "Pick Up The Pieces". In quanto tale, è il tipo di disco che inevitabilmente forse irriterà i puristi, dal momento che è mirato proprio al pubblico del jazz tradizionale, d’altra parte tutti quelli che hanno amato il Phil Collins solista e pop star e ancor di più gli amanti del progressive potrebbero a loro volta storcere il naso. Però a mio parere bisogna valutarlo con più attenzione e con una certa apertura mentale, non ragionando per schemi o archetipi consolidati. E’ semplicemente diverso. Quelli che non hanno davvero familiarità con la musica di una big band, ma hanno almeno una vaga idea di come suona un’orchestra jazz e ovviamente chiunque non sia oltremodo esigente o intransigente sarà probabilmente piacevolmente sorpreso da A Hot Night in Paris. Il disco è strumentale e ha certamente la dote di trasudare entusiasmo ed energia: i temi musicali emergono abbastanza rapidamente e questo li rende immediatamente riconoscibili, ma presto scompaiono immersi in un roboante carosello di fiati e ritmo. La batteria di Collins è come sempre pirotecnica e precisa, in linea con lo stile dei suoi epigoni, in particolare con quello di Buddy Rich: non a caso viste le premesse. D’altra parte la musica ha dello swing, non ha grandi pretese ed è molto divertente e vivace. Sì è vero: non è mai più che semplicemente godibile e simpaticamente vigorosa, però ha tutto quello che deve avere. E’ ben suonata, gli arrangiamenti danno un sapore nuovo a brani conosciuti e in ultima analisi rappresenta un modo diverso per un grande artista come Phil di presentarsi al pubblico. La critica non ha amato questa declinazione del grande batterista, i fan ne sono rimasti sorpresi, tuttavia ritengo che l’album meriti un ascolto attento ed una valutazione meno severa di quanto è sembrato fare il mondo dei recensori. Anzi arrivo a dire che mi dispiace che questo progetto non abbia avuto un seguito, perché penso che con il tempo avrebbe potuto regalare anche qualcosa in più di un semplice bel concerto a Parigi. A Hot Night In Paris è migliore di qualsiasi disco Collins abbia prodotto in oltre un ventennio e ci suggerisce che questo sarebbe per lui un modo dignitoso ed anche affascinante per percorrere felicemente la sua maturità come musicista. Dai… provaci ancora Phil.

Harvey Mason – Chamaleon


Harvey Mason – Chamaleon

Se il tuo soprannome è "Camaleonte" una ragione dovrà pur esserci. Nel caso di una leggenda mondiale della batteria come Harvey Mason  l'appellativo deriva dalla facilità con cui questo meraviglioso musicista si sposta attraverso i diversi generi musicali. Ovviamente è il jazz, ed in particolare la jazz-fusion, il territorio nel quale Mason si è guadagnato fama e rispetto unanimi, ma lui ha davvero toccato stili eterogenei e differenti, con una ecletticità straordinaria. Batterista dalla precisione memorabile e dalla tecnica sopraffina, Mason si distingue al contempo per una sobrietà ed un controllo tali da renderlo veramente uno dei più grandi esponenti mondiali della storia recente del suo strumento. E’ altresì un dato di fatto che un’intera generazione di più giovani colleghi batteristi si siano ispirati al suo lavoro ed al suo stile. Non bisogna però dimenticare che la maggior parte degli appassionati  di jazz contemporaneo conoscono Harvey soprattutto per la sua (relativamente recente) militanza con i mitici Fourplay di Bob James. Tuttavia il grande Mason è molto di più di questo, come dicevo: una moltitudine di artisti pop, R&B, soul e hip-hop hanno utilizzato le doti di Mason, sia come turnista che dal vivo in concerto oppure tramite le campionature digitali. Un elenco che comprenda tutte le sue collaborazioni è virtualmente impossibile, ma giusto per citare alcuni artisti che si sono avvalsi della sua batteria posso ricordare Barbara Streisand, James Brown, Stevie Wonder, Michael Jackson, The Notorious B.I.G. e ovviamente Herbie Hancock. Mason è straordinario anche e soprattutto quando si confronta con il jazz che è poi il suo vero grande amore. E’ quindi naturale che Chamaleon sia, e non a caso, il titolo dell'ultimo album (datato 2014) di questo autentico mito del drumming. L’amicizia e la relativa collaborazione con Herbie Hancock spiegano ancora meglio il motivo per cui Mason indossi così bene il vestito di musicista polivalente. Harvey ha suonato nel capolavoro del 1974 di Hancock, HeadHunters, e ha contribuito a scrivere la canzone più famosa dell'album, quella che si intitola proprio "Chameleon". Anche questa stessa traccia è presente nel nuovo album. Analizzando il contenuto del disco si nota come ben sei dei dieci brani siano composizioni alle quali Mason ha lavorato in precedenza come batterista e percussionista: Chameleon sembra quindi essere, almeno in parte, una retrospettiva della sua intera carriera. Si parte con Before The Down che originariamente era inserito nell’omonimo album di Patrice Rushen: l’atmosfera jazzistica e un po’ dark è restituita in maniera conforme al pezzo del 1975. Molto bella Either Way che è una composizione originale dello stesso Mason dove spiccano piano elettrico e chitarra ma che colpisce soprattutto per un meraviglioso drumming del leader. Altrettanto interessanti sono Looking Back e Looking Forward, due fantastici esempi di jazz funk che non possono non evocare immediatamente il sound degli HeadHunters. Mase’s Theme è un brano ugualmente iconico dello stile funky alla Hancock maniera, groove alle stelle! Non manca un tributo a Bobby Hutcherson con un bella cover di Montara  Il batterista di Atlantic City rende omaggio anche a Grover Washington, Jr. e Donald Byrd con i quali ha ugualmente suonato in passato. C’è "Black Frost" di Grover, la quale presenta una meravigliosa linea di basso funk ed un eccellente lavoro di sassofono di Kamasi Washington. "Places and Spaces" di Byrd mostra un arrangiamento più introspettivo dell'originale del 1975, che suonava più spumeggiante ma che qui appare più eterea e misteriosa anche se meno solare. Mason ha inserito in questo album una sua cover di “If I Ever Lose This Heaven”, apparso sull’album Body Heat di Quincy Jones. La versione aggiornata è arrangiata con un taglio maggiormente neo-soul, a dimostrazione della modernità del sound di Harvey. Ed infine è proprio Chamaleon a chiudere l'album: il remake del famoso brano che dà il titolo a questo lavoro ha giustamente un sound molto funky, un chiaro richiamo agli HeadHunters. La batteria di Mason riesce a distinguersi fornendo al contempo anche una piattaforma perfetta per la creatività del sassofono.  Anche in questa rinnovata versione il brano non perde una virgola della sua potenza e della sua suggestione. Moltissimi giovani musicisti hanno tratto ispirazione dalla produzione jazz-funk degli anni '70 di cui Harvey Mason fu un protagonista con Herbie Hancock, Dave Grusin, Grover Washington, Patrice Rushen, Bobby Hutchersn e Donald Byrd. Ma non troverete qui nessuna nostalgica indulgenza: Chamaleon è attuale e moderno, vitale e dinamico pur citando molta musica del passato. In effetti è un gran bel disco che non deluderà gli appassionati di fusion e sicuramente appagherà gli estimatori della batteria suonata ai massimi livelli. Il re della versatilità ha colpito nel segno ancora una volta. Consigliato.

Redtenbacher’s Funkestra - Hausmusik


Redtenbacher’s Funkestra - Hausmusik

Redtenbacher's Funkestra, probabilmente vi chiederete: chi sono costoro? Domanda lecita, dato che questa band è sicuramente piuttosto sconosciuta al grande pubblico. La storia di questo ensemble molto particolare nasce dalla volontà del bassista austriaco Stefan Redtenbacher di creare qualcosa di originale nella formula e nel sound, partendo da una base che rispondesse a due requisiti fondamentali: essere funk e avere il “groove”. Ebbene il musicista, trapiantato dal 2005 a Londra, è riuscito nel suo intento, affinando album dopo album il sound e arrivando infine  ad un collettivo musicale davvero dinamico e vivace. Qui nel suo ultimo Hausmusik il funk ed il jazz si sposano con una deep house tanto intensa quanto ballabile, corroborata da un sound degno di una big band, in cui i fiati roboanti, le irresistibili linee di basso, le chitarre wah wah, la batteria e l’organo danno all’impalcatura una solida base. Niente campionamenti, diavolerie elettroniche ridotte all’essenziale ed invece grande abbondanza di veri musicisti e concreti strumenti analogici. Il progetto nasce già in Austria, dove Stefan ha inizialmente intrapreso il suo viaggio creativo, ma è sulla scena musicale londinese che tutto prende davvero forma, grazie ai grandi musicisti con i quali il bassista è venuto in contatto. E’ così che il funk, genere che Redtenbacher ha da sempre ascoltato ed amato, si è definitivamente impossessato della sua anima. Grazie a questo la sua esperienza è andata maturando di giorno in giorno. Certo resta percepibile una forte influenza mutuata dalla migliore Deep House americana ed europea, ma il progetto Funkestra sembra andare ben oltre, esplorando altri orizzonti, in qualche misura decisamente originali. Ci sono echi della disco funk anni '80 e un chiaro riferimento ai suoni vintage ancora precedenti: troviamo i classici ritmi di batteria, il basso che detta straordinarie basi su cui costruire l’architettura musicale  e soprattutto una ricchissima sezione fiati. Un progetto ambizioso ed impegnativo, anche dal punto di vista degli arrangiamenti, dato che tutto questo viene eseguito non da un piccolo gruppo bensì da una trentina di musicisti. Ne esce fuori un album  jazz/funk strumentale molto intenso, divertente ed anche ballabile,  con un ottimo interplay tra tutti i membri della band. Le influenze musicali da cui Stefan ha attinto sono ovviamente molteplici e tuttavia ci sono alcuni punti di riferimento più delineati: anche se questo è un album strumentale, Redtenbacher è stato ispirato da artisti classici come gli Earth, Wind & Fire, The Jackson Five e lo stesso Michael Jackson, ovviamente James Brown ed anche i Tower of Power. Però nella musica della Funkestra si possono riscontrare assonanze con musicisti contemporanei come Marc Ronson, gli Jamiroquai o gli Incognito. Per finire non sono state dimenticate le classiche registrazioni delle Big Band di Count Basie o Quincy Jones e altri artisti jazz degli anni '60 e '70 tra i quali i mitici Brecker Brothers o Herbie Hancock. I 10 brani originali contenuti in Hausmusik sono una lunga cavalcata piena di energia contagiosa. Un treno funky che corre su ogni traccia di questo album in cui la vitalità e lo spirito di questi fantastici musicisti vi farà venire voglia di battere il tempo ed alzare il volume del vostro impianto. Per tutte parla la prima traccia, "Royal Rooster" che suona come una "Disco Inferno" più jazzata ed è una gioia per le orecchie. A seguire, una dopo l’altra, la Funkestra inanella un pezzo più bello dell’altro. Sempre in bilico tra discoteca, deep house,  funk e jazz, non mancano le citazioni meravigliosamente vintage, e perfino quelle lounge.  La chiusura è affidata a "The Sound of Dazz" che diventerà presto un classico della deep house.  Ci sono anche 3 remix per un totale di 73 minuti di travolgente musica. Una nota è doverosa per la bella copertina dell’album che è stata brillantemente realizzata da Julian Black, ed è ovviamente ispirata dalle classiche cover di Reid Miles realizzate per l’etichetta Blue Note: un modo per rendere omaggio al grande contributo dato da questo artista grafico all’immaginario collettivo del jazz. Questo è il miglior lavoro della Redtenbacher’s Funkestra fino ad ora, ma sono sicuro che questa geniale orchestra funky riserverà altre positive sorprese in futuro.

Special EFX – All Stars


Special EFX – All Stars

Mi sono accorto di non aver ancora parlato, in questa sede, del gruppo fusion Special EXF: una band storica della fusion della prima ora. Certamente è una di quelle che più di altre hanno lasciato un segno tangibile tra i molti che hanno animato questo genere a partire dagli anni ’80. L’uscita di un nuovo album è l’occasione giusta per colmare questa lacuna. E’ il talentuoso chitarrista Chieli Minucci il leader di questo vero e proprio collettivo musicale chiamato Special EFX: lui è anche il superstite di quello che nacque inizialmente come un duo, completato dal compianto percussionista George Jinda. Dopo aver prodotto molti album e averne firmati altrettanti anche a suo nome il buon Chieli, negli ultimi anni, ha trascorso molto tempo in tour ,in giro per il mondo, con una formazione di grandi musicisti che hanno contribuito in varia misura a creare quello che è il marchio di fabbrica internazionale della band. Quando Minucci ha iniziato a scrivere il materiale per il 21° album del gruppo, gli è venuta un’idea: invitare tutti i musicisti che a vario titolo hanno fatto parte della band a partecipare alla registrazione di materiale inedito da inserire nel nuovo disco. Lo splendido risultato di questo lavoro è "All Stars", un titolo che racchiude nella sua sintesi il concetto che sta alla base di questo nuovo album. E’ un fantasioso collage di jazz contemporaneo, world music e fusion in uscita proprio in questi giorni. Da qualche tempo  è possibile ascoltare in anteprima nelle radio "Hanky Panky Boys", un brano cool e un po’ retrò che vede la chitarra di Minucci dividersi la scena con il sassofonista Eric Marienthal. Dice Minucci: "È stata la prima melodia che ho scritto appositamente per l'album e mi pare davvero che non suoni come i classici degli Special EFX. Volevo scrivere qualcosa di un po' diverso da suonare nelle jam session dei festival jazz, un pezzo che richiamasse quasi uno standard. Scriverlo mi ha esaltato e mi ha ispirato a comporre altra musica per il progetto". Chieli Minucci ha inserito quattordici canzoni in "All Stars" e in ognuna ha ritagliato uno spazio per gli artisti di talento che con lui hanno messo a fuoco la sua visione eclettica della musica. Il tutto insieme ai membri fissi della band ovvero Jay Rowe (tastiere), Jerry Brooks (basso) e Joel Rosenblatt (batteria). Tra le dozzine di guest star dell'album ci sono la violinista Regina Carter, il sassofonista / flautista Nelson Rangell, il trombettista Lin Rountree, il trombettista David Mann, il batterista degli Spyro Gyra Lionel Cordew, il bassista Gerald Veasley, il tastierista Lao Tizer, e il bassista e cantante Fernando Saunders. Quest’ultimo è stato un membro storico della famiglia Special EXF fin dai tempi della loro formazione. Inoltre c’è la presenza prestigiosa della formidabile cantante degli Incognito Maysa Leak, che impreziosisce una bellissima versione di "Little Wing" di Jimi Hendrix. Ancora Minucci spiega: “Sono cresciuto ascoltando Jimi Hendrix; durante uno spettacolo che abbiamo fatto due anni fa con Maysa, le ho chiesto se le sarebbe piaciuto provare a cantare "Little Wing" e lei ha accettato con entusiasmo. Volevo rendere omaggio all’anima rock di Jimi Hendrix ma volevo anche fare qualcosa che fosse moderno e r&b. Penso che sia uscita una cover insolita e sono curioso di sapere come le persone reagiranno ascoltandola. In realtà non faccio cover di brani troppo spesso, quindi la cosa assumeva un sapore un po’ particolare. In verità il brano che di per sé è già un capolavoro è reso magistralmente sia dal gruppo che da Maysa: l’assolo di chitarra di Minucci è straordinariamente intenso: un vero tributo al genio di Hendrix.  Chieli ha deciso di guidare una formazione fluida, che può variare a seconda delle circostanze in un intenso programma di tournée a supporto dell’album "All Stars", e ha cominciato ad esibirsi in pubblico alla vigilia della data di uscita dell'album. C’è una canzone di "All Stars" che ha un significato particolarmente personale per Minucci. "Sweet Memories Of You" è un pezzo per chitarra solista legato profondamente alla malattia della madre. È un brano importante del disco, non solo per dare un segnale di discontinuità nella trama dell'ascolto, ma anche per regalare alla gente qualcosa di un po' più contemplativo. Non appena l’ascoltatore approfondisce la conoscenza dell'album, vengono fuori la profondità, l'ampiezza delle capacità compositive e le doti di arrangiamento di Minucci. "Kampala" è stata scritta con una chitarra acustica di fortuna in una stanza d'albergo in Uganda, durante una serie di concerti in Africa. Chieli ha diviso "Great Escape" in due parti  e su questo pezzo dice: "è un lavoro d'amore che è stato scritto con una metrica dispari, in quello stile con il quale sono cresciuto e che ho amato veramente.” C’è poi "Flows Like Water" che è una composizione un po' diversa da quello che di solito propongono gli Special EXF. E’ chiara la volontà di offrire qualcosa di più jazzato e in parte lontano dal repertorio a cui la band ci ha abituati. Minucci è chiaro quando dice che gli piace dare alle persone che acquistano i dischi o vengono agli spettacoli una varietà di stili. In questo senso 'Flows Like Water' è una bella rappresentazione di quanto la band sia diventata coesa nel corso dei molti anni in cui ha lavorato insieme. “All Stars ”si conclude con “One Stick And A Stone” in cui è protagonista il basso Chapman Stick di Steve Adelson che duetta intimamente con la chitarra di Minucci. È un brano d’atmosfera che ricorda da vicino quelli suonati insieme al compianto George Jinda,  con le sue magiche percussioni. E’ evidente la volontà di chiudere l’album con una nota nostalgica ovvero con qualcosa che fosse fedele al suono originale degli Special EFX. Questo All Star è un nuovo ed entusiasmante capitolo nella storia discografica di un gruppo molto significativo nell’ambito della fusion. Chieli Minucci si dimostra ancora una volta un chitarrista dotato di grande ecletticità ed una competenza tecnica non comune, le cui abilità sono ampiamente sottovalutate.

Soweco – Keep On


Soweco – Keep On

Che la Svezia sia terra di cultura musicale diffusa è un dato di fatto sancito anche dal terzo posto assoluto tra le nazioni produttrici a livello discografico. Dal pop al metal, dal progressive al funk ed al jazz dalla Scandinavia arrivano molteplici proposte, spesso ricche di contenuti.  La band Soweco viene proprio da lì, dalla Svezia: è stata creata nel 2011 dal tastierista Mattias Roos e dal batterista Peter Gustavsson a cui si è aggiunto Il cantante Fredric "Frosche" Renmark. Un anno dopo è uscito il loro debutto "Don't Hide Your Love" e nel 2015 un secondo album intitolato "Only You". Il nome della band Soweco è un acronimo che sta per So West Coast, che è un chiaro riferimento alla musica californiana, stile che però i musicisti svedesi declinano su un groove di matrice più orientata al funky-soul. In questo contesto la voce baritonale, molto black, del cantante Renmark  contribuisce a creare un atmosfera molto rilassata e gradevole, corroborata da una scrittura musicale di qualità. Il tastierista Mattias Roos pur continuando a pilotare i Soweco, ha parallelamente intrapreso una strada da solista con la pubblicazione di tre lavori a suo nome. Per questo ultimo album del 2017, il terzo della loro breve carriera,  si sono fatti produrre dal chitarrista jazz U-Nam che è un personaggio di grande spessore e molti talenti, sia come musicista che come arrangiatore. Il risultato è notevole per classe, pulizia del suono e piacevolezza. Il suo tocco è percepibile in tutto il lavoro dei Soweco, ma la sua chitarra la potete ascoltare direttamente sul singolo "Don't Hide Your Love" e sulla title track “Keep On”.  L’album è davvero molto ben articolato, I brani sono tutti ben confezionati e gli arrangiamenti garantiscono un feeling sofisticato. "Way Up High" ad esempio ricorda Bill Withers, mentre "Your Love" suona molto rilassata e armonica. In "By the Sea" si può ascoltare la cantante Petra Carlenarson, già ospite nei precedenti lavori della band. 'Good Ol' Love' è una classica ballata, 'Lucky Charm' una traccia un pò più allegra e fresca. In "Listen for a Moment" Petra Carlenarson ritorna per un duetto seducente con il bravo Fredric "Frosche" Renmark. Questa è seguita dalla versione originale di "Keep On" (la traccia d’esordio infatti è una groove remix) e poi da "Forget for a Moment" che è un vero brano soul lento e romantico. Chiude l’album un’ennesima versione, questa volta radio edit, del brano portante Keep On. I Soweco hanno nuovamente trovato una fantastica via di mezzo tra soul, west coast e smooth jazz: il disco infatti scorre fluido e sempre accattivante. Questi musicisti svedesi sono riusciti a far sì che i groove della vecchia scuola che ispirano le loro composizioni suonino moderni e raffinati: per questo tutto l’album appare perfettamente a fuoco. Semplice ma non banale, sofisticato ma non eccessivamente patinato. Non sarà un capolavoro, ma è certamente un disco pieno di belle canzoni, l’ideale per una serata in compagnia o per un piacevole viaggio in automobile, magari sulla strada delle vacanze. Da acoltare.

Mike Longo - 900 Shares of the Blues


Mike Longo - 900 Shares of the Blues

Mike Longo è un pianista e compositore americano, nativo di Cincinnati, noto soprattutto per la sua collaborazione con il mitico trombettista Dizzy Gillespie. E’ stato un grande fan di Oscar Peterson, con il quale ha poi anche studiato per un biennio e dal quale è rimasto fortemente influenzato. A partire dagli anni ’60 Longo ha iniziato un’avventura musicale con il suo personale trio che è proseguita per ben 42 anni. Da segnalare poi una sua collaborazione con Chick Corea sfociata in un album del 1991 intitolato Piano Giants. Sono particolarmente interessanti i suoi album solisti dell’inizio degli anni ’70, ad esempio The Awakening, Funkia e questo stupendo 900 Shares of the Blues, di cui voglio parlarvi. Come molti altri colleghi, in quel periodo il pianista stava sperimentando l’uso del piano elettrico con grande soddisfazione e ottimi risultati. Ed infatti 900 Shares of the Blues è un’esaltante alternanza di Rhodes e piano acustico incastonata sopra una buona dose di groove funk jazz ma corroborata anche di jazz classico e da una spruzzata di musica latina. Di fatto questo è uno dei suoi migliori album di sempre. Il tutto è suonato ed arrangiato in uno stile rilassato che è semplicemente fantastico, con un risultato artistico che suona un po' come i migliori lavori della CTI dell'epoca. Pur se con qualche differenza, poiché è palese come qui il sound sia in qualche misura più ruvido e asciutto di quanto non siano le patinate atmosfere tipiche di Creed Taylor e della sua scuderia. Mike Longo si destreggia indifferentemente sia al piano elettrico che al piano classico accompagnato da un team di fuoriclasse come Ron Carter al contrabbasso, Mickey Roker alla batteria e Ralph MacDonald alle percussioni. Non mancano poi le presenze di due fenomeni come Joe Farrell (sax e flauto) e Randy Brecker (tromba e flicorno) che aggiungono il loro grande lavoro di fiati: i due ospiti aiutano ad impreziosire gli arrangiamenti con un profondo feeling jazzistico. L'intero album è magnifico nella sua solida spontaneità: i musicisti mettono in vetrina una varietà di stati d'animo, di emozioni e di groove che non possono che colpire qualsiasi appassionato. Si va dalle atmosfere in pieno stile Blaxploitation della title track e di "Like a Thief In the Night" a quelle un pò più rilassate ma sempre jazz funk di "Ocean of His Might". L’album vira decisamente sul jazz mainstream con "Magic Number", dove si può apprezzare lo stile fluido di Longo e la sua forte vicinanza con il maestro Oscar Peterson. Bellissima la ballata jazz intitolata "Summer's Gone", che resta in territorio jazzistico e ancora di più ci fa apprezzare la bravura del leader e il contributo di Joe Farrell e Randy Brecker. Il disco si conclude con un brano di matrice latina: "El Moodo Grande" è un omaggio di Mike Longo ad una delle sue grandi passioni musicali, che troviamo qui declinato in un arrangiamento che ricorda alcune sortite del suo amico Chick Corea. Così come aveva cominciato, il pianista torna alla fine a dare un saggio della sua padronanza del piano elettrico.  Con una discografia ricca di ben 22 album da solista, Mike Longo è un musicista ancora oggi attivo, che può vantare un'esperienza di altissimo profilo. Tuttavia i livelli raggiunti all’inizio degli anni ’70 restano l’apice della sua avventura musicale. Se avete amato le prime contaminazioni elettriche del jazz, la musica della CTI Records di Creed Taylor e tutte quelle atmosfere così care ai polizieschi della decade a cavallo tra il 1970 e il 1980, troverete in 900 Shares of the Blues una risposta molto soddisfacente. Vintage sounds.

DopeGems - Necksnappin'


DopeGems - Necksnappin'

Ho già avuto modo di dire che curiosare qua e là sulla rete, ascoltare di tutto, anche senza un’apparente logica, può portare a delle inaspettate ma gradite sorprese. E’ questo il caso dei DopeGems, un quintetto proveniente dell'est della Francia che celebra il jazz funk del periodo d’oro degli anni '70, reinterpretandolo in chiave moderna attraverso il sound di una chitarra (Greg F.), un basso (Emmanuel Harang), una batteria (Slikk Tim), una tastiera (Giuliano Veludo) e un vibrafono (Yragaël Unfer).  Il titolo della prima uscita discografica dei DopeGems è Necksnappin' ed è stato pubblicato il 28 marzo 2019. Va detto subito che il disco si compone di 10 brani che sono tutte cover: sono delle versioni molto fresche ma non banali di composizioni significative degli anni ’70. I pezzi risultano complessi ed articolati come si conviene trattandosi di jazz funk ed i cinque ragazzi francesi padroneggiano perfettamente sia i loro strumenti che la produzione dimostrando una maturità non comune in un opera prima. NeckSnappin’ è un album totalmente strumentale nel quale il richiamo al sound vintage è assolutamente palese e tuttavia non manca un tocco di modernità ricco di echi lounge e nu-jazz. Si ascolti l’apertura "Condor Redux" e tutto sarà più chiaro. Si tratta di un ardito e cinametico mix del brano cult "Tre giorni del condor" di Dave Grusin. Il tenore generale dell'album è dettato da questo epico pezzo di musica di nove minuti diviso in tre sezioni che combinano il tema principale, il breakbeat e addirittura un accenno di dance. I DopeGems aumentano poi il ritmo con una versione per così dire “sovralimentata” del pezzo funky "Like a thief in the night" di Mike Longo: sono dei fuochi d'artificio jazz funk dove chitarra wah wah, tastiere e vibrafono dettano il groove. Il quintetto è in qualche modo più rilassato con la ripresa strumentale di "One night affair" degli Stylistics: quasi un brano d’atmosfera dove il vibrafono domina la scena. "First Come, First Serve" di Ramon Morris inizia con un ritmo che avrebbe deliziato gli amanti del rap negli anni '90, prima che la chitarra cambi registro al brano, avvicinandosi inaspettatamente ai toni del jazz rock. “Solstice” è un arioso pezzo di smooth jazz, che anticipa "Journey To The Shore" in cui i Dopegems cercano di coniugare il jazz e la discoteca. Il quintetto si cimenta quindi con "Footsteps In The Dark" degli Isley Brothers e si confronta in bellezza con il classico jazz funk di Bennie Maupin intitolato Quasar. I bonus sono ben due: "I Work The Whole City", tratto dalla colonna sonora di Taxi Driver e "It’s Your Love" di Roy Ayers. Un carico da novanta per dare ancora più valore a questo disco. In realtà se parliamo di cd questi ultimi due pezzi sono parte integrante dell’intero album, mentre è sul vinile (che è ugualmente disponibile sul mercato) che l’aggiunta è stata fatta per dare il massimo valore all’offerta musicale. Se NeckSnappin non offre composizioni originali degli stessi DopeGems non c'è da stupirsi, il concetto di base che ha mosso il quintetto francese è quello di far (ri)scoprire alcune perle, in parte dimenticate, della scena Jazz-Funk degli anni '70. Sono gli stessi DopeGems a spiegare il perché, dicono infatti: "È una scelta consapevole quella di non aver composto nulla: il fatto di suonare un repertorio molto ampio ci costringe momentaneamente a lavorare sulle cover, ricercando il nostro suono in un secondo momento. Secondo i musicisti francesi è sorprendente constatare che alcuni critici parlino di "cover" quando spesso non conoscono nessuna delle canzoni che suoniamo". È Slikk Tim, il batterista e polistrumentista di 25 anni (originario di Nancy) e amante della cultura Jazz, Funk e Hip Hop, che è all'origine del progetto nato nel 2011 (anno delle prime prove del quintetto). L’album ha avuto una gestazione piuttosto lunga poiché è stato registrato in soli tre giorni e con risorse limitate nell'estate del 2012. Per poi essere pubblicato solo nel 2019. A mio parere qualsiasi appassionato di funk jazz dovrebbe ascoltare questo lavoro di debutto dei DopeGems: non sarà difficile rimanere conquistati dalla freschezza e dalla dinamicità di questi 10 pezzi. In un panorama internazionale piuttosto appiattito anche in ambito smooth jazz, qui c’è del potenziale che darà soddisfazione a tutti coloro che vorranno prestare un minimo di attenzione a questi cinque giovani francesi di belle speranze. Interessante.

Swing Out Sister – Live At The Jazz Cafè


Swing Out Sister – Live At The Jazz Cafè

Gli Swing Out Sister sono un gruppo nato nel cuore degli ’80, nel mezzo del glamour di quel periodo edonistico, collocandosi  inizialmente all’interno di un più vasto movimento a cavallo tra pop e dance, con molti riferimenti al soul. La band britannica ebbe quindi un momento di grande successo nel 1987. Fu in quell’anno che i due singoli Breakout e Surrender scossero il mercato discografico, attirando sul gruppo l’interesse di una vasta platea di appassionati, probabilmente gli stessi che seguivano Duran Duran, Spandau Ballet, Culture Club e Level 42. Il gruppo era concepito come un progetto da sviluppare prevalentemente in studio di registrazione: non a caso infatti pubblicarono un paio di album prima che si decidessero a presentare la loro musica dal vivo. Un live come questo At The Jazz Cafè è quindi ancora più sorprendente, se si ripensa alle origini stesse degli Swing Out Sister, e tuttavia risulta essere incredibilmente riuscito ed anche per certi versi inaspettato. In questa registrazione effettuata dal vivo nel 1993, nel mitico locale londinese, possiamo cogliere la band in una fase immediatamente successiva a quella dei grandi successi commerciali. Qui il gruppo si spoglia degli arrangiamenti patinati, ricchi di synth, eleganti ed un po’ freddi che hanno contraddistinto le loro prime pubblicazioni e lascia finalmente trasparire una vena molto più black e soul, oltre che una energia ed un vigore inediti. Chiunque abbia conosciuto ed apprezzato i primi Swing Out Sister si ritroverà al cospetto di un gruppo completamente diverso, permeato di un groove ricchissimo di sfumature funky ed acid jazz. Nulla viene tolto al tipico songwriting della band, nel quale la nota e delineata influenza del soft rock e del pop mantiene viva la sua presenza. Ma questo album va decisamente oltre: aggiunge qualcosa in più, combinando quelle sonorità con una vibrante anima anni '70 e un suono nettamente più vivace. Ne risulta una combinazione molto bella, in grado di ricreare una musica energetica e stimolante. Il fantastico concerto di quella notte dimostra come gli Swing Out Sister fossero perfettamente sintonizzati sia sul pop più sofisticato che sull’acid jazz, confermando come il gruppo riuscisse a ben interpretare il primo e contemporaneamente a cavalcare al meglio le tendenze di quel momento, battendo forte sul secondo. Tutte le canzoni presentano degli interessanti assoli strumentali e la band si trova a suo agio nel migliorare proprio dal vivo i suoi grandi successi di studio come "Breakout" e "Am I the Same Girl". La stessa cantante Corinne Drewery regala un’esibizione di ottimo livello, smentendo con i fatti chi sosteneva che fosse adatta solo alla registrazione di album in studio e non ai concerti. In effetti Corinne è una vocalist molto migliore di quanto le sia stato riconosciuto e va detto che gli arrangiamenti di questo live set mettono in risalto la sua voce maggiormente che non l’ambito discografico. Il momento più alto della serata è senza dubbio lo strepitoso medley Who Let The Love Out / Expansions / Coney Island Man / Wives & Lovers: è qui che il gruppo sorprende gli ascoltatori con 10 minuti e mezzo di puro groove. La base è il bellissimo brano di Lonnie Liston Smith “Expansions” sul quale viene costruito magistralmente tutto il mix di canzoni. Ritmo, giro di basso e arrangiamento sono accattivanti e davvero irresistibili. Non mancano ovviamente Surrender, Breakout e Twilight World, ovvero i più grandi successi internazionali degli Swing Out Sister. L’album ci permette di gustarceli in una veste nuova, più corposa, più calda. Non sempre i dischi live producono risultati degni di nota, ma in questo caso si può dire esattamente il contrario. At The Jazz Cafè è una bellissima sorpresa il cui ascolto farà riscoprire gli Swing Out Sister a 360 gradi. Tutti coloro che ne avevano in passato apprezzato la musicalità ne saranno felici,  ma sarà anche una vera rivelazione per tutti quelli che precedentemente avevano snobbato questo gruppo bollandolo come un fenomeno più glamour che di sostanza. Di fatto la band, dopo essersi resa conto di quanto fosse riuscito ed indovinato il sound scaturito da questa serata al Jazz Cafè,  decise di utilizzare lo stesso tipo di sonorità e strumentazione anche nelle successive registrazioni in studio. L’album è stato pubblicato in Giappone e non è di facile reperibilità: ma trovarlo ne varrà la pena e giustificherà la spesa.

Geoff Alpert – Open Your Heart


Geoff Alpert – Open Your Heart

Colpevolmente in ritardo, a due anni dalla sua pubblicazione, eccomi ad ascoltare e proporvi una delle più sorprendenti rivelazioni musicali degli ultimi tempi. Un album composto da 10 brani davvero molto, molto piacevoli. L’autore e solista è il trombonista, compositore, arrangiatore e band leader Geoff Alpert. Open Your Heart è incredibilmente il suo debutto discografico, e vista la qualità della musica che questo musicista esprime in queste tracce, stupisce che non abbia già registrato qualcosa precedentemente. Al progetto collabora la brava tastierista Gail Jhonson ed il trombonista ha coinvolto qui anche un gruppo di amici strumentisti, con i quali Geoff aveva già lavorato negli anni passati. Per alcuni di questi, Open Your Heart è la prima occasione di registrare materiale discografico in 38 anni di collaborazioni. L’album è un vero e proprio banchetto di gustosi bocconcini musicali, una dinamica carrellata di brani dal sapore funk e acid jazz, molto raffinati e arrangiati benissimo. Tutto prende il via nel migliore dei modi con l'eccezionale cover di "Heartbreak Hotel" di Michael Jackson. Emilio Castilio e i suoi amici Tower Of Power sarebbero orgogliosi del risultato. Alpert possiede un sound molto pastoso e fluido che esalta la timbrica sempre calda e gradevole del trombone. Il ritmo rallenta con "Don't Ask My Neighbors" di Skip Scarborough, un brano composto negli anni ‘70 per il gruppo vocale femminile The Emotions. Qui, Geoff sembra citare il collega trombonista Raul de Souza, che fu il primo strumentista a proporre la canzone nel 1978, con la fine produzione di George Duke. L'assolo di Geoff è a dir poco delizioso. Le eleganti voci di supporto di Tamina Khyrah Joi, Aankah Neal e Maya Thomas aggiungono un grande valore al pezzo. Ma bisogna sottolineare che ogni musicista da il suo apprezzabile contributo e così non è difficile notare la notevole linea di basso di Darryl Williams su "Zen Funk". Il tutto prende un sapore che ricorda a tratti la musica di Dave Grusin. Questa traccia, scritta da Geoff e Gail Jhonson, è dedicata al Ken Ka Kung Fu Club, la scuola di arti marziali di cui Geoff è stato allievo ed è attualmente insegnante. L'impressionante sezione ritmica è così coinvolgente da giustificare da sola l’ascolto dell’intero lavoro. I musicisti che animano la band sono Darryl Williams al basso, Adam Hawley alla chitarra, Greg Manning alle tastiere e Tony Moore alla batteria e alle percussioni. La sezione fiati di questo disco è oltremodo scintillante, potente e sofisticata come è lecito chiedere ad un album votato alle sonorità dell’acid jazz. Mitch Manker alla tromba, flicorno ed E.V.I. , Steve Nieves al sax alto, soprano e tenore, e Micheal Parlett al sax baritono, flauto e naturalmente il bravo Geoff Alpert che suona il trombone. Sono lo stesso Alpert e la Jhonson ad aver prodotto l'album: il risultato è molto gratificante. Geoff Alpert è stato ispirato da artisti del calibro della leggenda del jazz J.J. Johnson, dai Chicago e dal loro trombonista James Pankow e da alcuni paladini della fusion come Wayne Henderson e Raul de Souza. Una curiosità su Geoff è che pur avendo studiato musica alla San Diego State University e poi avendo suonato in gioventù in varie band e molti contesti, ha abbandonato le scene per circa 30 anni (dai primi anni '80) per diventare marito e padre. Dopo la dolorosa scomparsa di sua moglie nel 2002, Geoff riprese di nuovo il suo trombone, tornando a pieno regime in attività e fu in quel momento che incontrò il bassista Darryl Williams e la produttrice e tastierista Gail Jhonson. Sono stati loro due a spingere e ad aiutare Alpert a ritornare sulle scene con un album che parlasse della sua storia di vita, della sua immortale passione per la musica e per quella non meno importante per le arti marziali orientali. E’ così che troviamo un toccante trombone e un bel duetto di tastiere sulla ballata "Thinking About You", in memoria della moglie di Geoff. L’abilità tecnica deI bravo Alpert e la sua timbrica ricordano certamente il magnifico Wayne Henderson: un esempio perfetto è ascoltabile nella bellissima "Aloha Nights". L’album si avvale tra l’altro della presenza di un super ospite come Michael Paulo al sax contralto. Se amate il sound dei Crusaders e vi piaceva il trombone di Wayne Henderson potrete averne un saggio nel brano "The Crusade" che suona come un vero e proprio tributo alla grandissima band di Joe Sample e compagni. Le abilità pianistiche di Gail Jhonson si palesano alla grande su The Crusade che vanta un refrain molto orecchiabile. "Open Your Heart", colloca il trombone al centro del progetto, cosa piuttosto rara nel panorama musicale attuale. Fluttuando tra jazz, pop, r'n’b, funk ed accenni di sonorità latine, ma con un filo conduttore che è, a tutti gli effetti, di natura acid jazz, questo è un disco che propone un ascolto molto rilassato ed accessibile, ma al contempo energetico e sofisticato. E’ senza dubbio un eccellente album di debutto che tuttavia suona più come l’opera matura di un artista al suo quinto o sesto lavoro piuttosto che un primo sforzo da solista. A me è piaciuto molto, perciò lo consiglio caldamente.

Spyro Gyra – Vinyl Tap


Spyro Gyra – Vinyl Tap

Esistono, anche nell’ambito della fusion dei gruppi “icona”, dei veri e propri miti inossidabili che attraversando le decadi sono partiti dagli anni ’70 e sono ancora attivi al giorno d’oggi. Gli Spyro Gyra sono esattamente l’esempio di questo genere di band: un collettivo di musicisti sulla piazza da molto tempo, in effetti dalla metà degli anni ’70 e ancora  vitali e creativi all’inizio del 2020 come e meglio dei primi tempi. Vinyl Tap è addirittura il loro 31° album, ed è uscito da pochissimo. Semmai ce ne fosse bisogno questa è la dimostrazione che ogni illazione sul fatto che una band come questa fosse un fuoco di paglia o mancasse di longevità era a dir poco infondata. Dieci milioni di dischi venduti sono numeri impressionanti per una band jazz, ma va anche detto che ovviamente gli Spyro Gyra non si possono considerare jazz al 100%. Di fatto sono conosciuti principalmente come una gruppo di fusion che combina elementi del jazz con l’R&B, il funk e il pop. Nel corso degli anni la loro formazione ha subito moltissimi cambiamenti, ma il co-fondatore e sassofonista Jay Beckenstein è ancora in sella, così come il tastierista Tom Schuman. Morning Dance è stato il loro più grande successo nel quale, per inciso, comparivano sia Michael che Randy Brecker. Il successo commerciale degli Spyro Gyra continuò negli anni '80 con gli album Catching The Sun e Carnaval, i quali diventarono dischi d'oro: un evento che per il genere suonato non è proprio un traguardo da poco. Nonostante i cambi di formazione, la produzione discografica non cessò mai, e le pubblicazioni continuarono lungo tutti gli anni ’80 e ’90, così come le tournè in ogni parte del mando. Fu però solo nel 2006 che il loro album Wrapped In A Dream venne nominato per un Grammy Award. La formula non cambiò mai nel corso degli anni, e gli Spyro Gyra continuarono imperterriti a proporre la loro fusion dinamica e vigorosa, basata sulla bravura tecnica dei musicisti e su di una vena compositiva mai sopita. Semmai l’appunto che si poteva fare riguardo ai loro dischi era relativamente ad una certa ripetitività nel sound e negli arrangiamenti. Ma si sa, un marchio di fabbrica è tale quando si è coerenti con se stessi e in fondo “squadra che vince non si tocca”. Tornando a Vinyl Tap, cioè questo loro ultimo lavoro, c’è una cosa che attira subito l’attenzione: la palpabile diversità di questo album. Infatti non contiene alcun tipo di materiale originale della band. E’ costruito invece su nove cover di brani famosi  di grandi artisti del panorama internazionale. Tra i quali Sunshine Of Your Love dei Cream, What A Fool Believes di Michael McDonald e Kenny Loggins, I can't find my way home di Steve Winwood e Hide your love away di Lennon & McCartney, per citarne alcuni. Detto che questo non è certo il Great American Songbook, da cui i jazzisti sono soliti catturare le loro cover, la raccolta è però un omaggio a delle canzoni che rivestono una certa importanza per la band. Il tutto è arrangiato in modo tale che i brani suonino come qualcosa di nuovo rispetto agli originali e abbiano comunque un feeling marcato con lo stile degli Spyro Gyra. Se all’inizio si può essere un pò scettici (e pare lo fosse anche la band stessa,) principalmente per il timore di suonare tristemente come una "wedding band", all’atto pratico il risultato è molto stimolante e soddisfacente. Addirittura gli Spyro Gyra sembrano trarre nuove energie ed interessanti spunti dal confronto con un materiale non composto direttamente da loro. Per qualche recondita ragione reinterpretare i vecchi standard non è visto quasi mai come un problema per una band o un artista jazz, ma la prospettiva cambia in negativo se ciò viene fatto con le canzoni scritte dagli anni '70 in poi. Sicuramente si applicano gli stessi principi: le buone canzoni sono buone canzoni e questo a prescindere dall’epoca nelle quali vengono composte. L’unicità e la qualità della musica scritta da altri (qualunque sia il genere) è dunque assolutamente accettabile, senza riserve. Va da sé che la musicalità deve essere di grande livello, diciamo di una qualità superiore. Dato che personalmente ho sempre apprezzato gli Spyro Gyra, mi fa molto piacere poter affermare che tutti questi elementi sono presenti in questo album ed il risultato finale è qualcosa di davvero straordinario. Prima di tutto perché finalmente il jazz è entrato in modo più evidente nel loro modo di suonare e poi perché dopo 30 album qui si ascolta il gruppo in un modo totalmente nuovo. Questi esperti musicisti, Jay Beckenstein in testa, non hanno solo il groove del funky nel loro dna ma dimostrano di avere lo swing giusto per toccare anche le corde del jazz. Ascoltate a proposito il brano d’apertura: Secret Agent Mash. Non mancano le sonorità tipiche della band che tanto hanno catturato l’attenzione negli anni passati, ma qui c’è anche altro: il blues, il rock, il soul. Insomma è un album variegato e dinamico che attraversa gli stili e rilancia gli Spyro Gyra in questa decade. Buone notizie per i fan. Al momento è uno dei miei album preferiti, a testimonianza del fatto che questo progetto ha attirato la mia attenzione e, almeno a livello personale mi pare davvero un lavoro che funziona.

Down To The Bone - Supercharged


Down To The Bone - Supercharged

Down To The Bone significa più o meno “fino all’osso”, nel caso di questo mitico gruppo ciò deve intendersi come “dritti alla sostanza del funk”, all’essenza del groove, senza troppi orpelli, badando al sodo. E’ questa la descrizione sintetica che meglio si addice a questi musicisti: professionisti che restano genuinamente fedeli al loro credo musicale. Ma quale domanda bisogna porsi per capire meglio ciò che i Down To The Bone offrono dal punto di vista musicale? E’ piuttosto semplice: si può riassumere tutto in un quesito elementare: “ti piace il groove?” Bene, per coloro che adorano ritmo, fiati ed energia, la musica generata da questa band è la migliore delle risposte. Non sfugge a questa regola nemmeno questo disco dei DTTB: Supercharged (il settimo album del gruppo). Un lavoro che invita al movimento, a tenere il tempo, adatto a risvegliare dal classico e sonnolento ascolto di sottofondo. E’ subito chiaro che qui non ci sono ammiccamenti all'hip-hop o al rap e nemmeno spruzzate di lounge o chill out:  i Down To The Bone vi regaleranno solo della buona musica funky soul, con veri musicisti che suonano strumenti reali. Supercharged dà un calcio alla  noiosa, fredda e ripetitiva musica alla quale siamo ormai assuefatti al giorno d’oggi per animare il gioco con del sano e genuino funk:  una cosa che in verità giustificherebbe già di per se un ascolto. Brani come "Funkin' Around" e "Cosmic Fuzz" non hanno la pretesa di essere capolavori, tuttavia suonano come se fossero usciti da una distorsione temporale, catapultando l’ascoltatore verso i primi anni ’70. In tutto l’album sono apprezzabili gli assoli di sassofono di Pete Grogan così come la sezione ritmica formata dal bassista Julian Crampton (Incognito) e dal batterista Adam Riley che alimentano a dovere il motore del groove. C’è spazio per gli interessanti assoli di piano di Neil Angilley, come in "Parkside Shuffle" o per impazzire con il vibrafono di  Roy Ayers, ospite del gruppo nel brano "Electric Vibes". La bella voce, forse troppo sottovalutata, ma sempre notevole, di Hilary Mwelwa di Hil St. Soul infonde un fascino particolare a "Smile to Shine" dove le linee di basso di Crampton non passano certo inosservate. Un discorso analogo vale per "Shake It Up" dove è la vocalist Corrina Greyson a prendere la scena su un irresistibile funk. Supercharged è un po’ un ritorno ai giorni lontani in cui le persone fruivano della musica in modo diverso, più dinamico. I tempi in cui la gente passava più tempo a divertirsi che ad accanirsi sugli smartphone: il funk, il soul, il ritmo erano già una risposta sufficiente al bisogno di socializzare e svagarsi. Down to the Bone è un progetto che fa della sua integrità e omogeneità un punto di forza, forse fin troppo per trovare davvero un posto nelle radio di tutto il mondo. E d’altra parte questi musicisti sono di fatto un po’ troppo leggeri per rientrare nella sfera del jazz, ma certamente anche troppo sofisticati per i gusti appiattiti degli ascoltatori odierni, bombardati da un eccesso di musica commerciale priva di contenuti. I DTTB sono innamorati del groove e del soul delle vecchie etichette Stax e Atlantic, sono paladini moderni di un sound che è sempre più raro da reperire. Dal mio punto di vista tutto ciò è un valore estremamente positivo. Se si tratta di rimanere fedeli alla vecchia scuola i Down to the Bone lo fanno con uno stile perfetto e un disco come Supercharged ne è sicuramente un esempio molto interessante. A tratti si può percepire un po' di Sly & Family Stone, un tocco di Tower of Power, echi dei War e una qualche familiarità con gli altri grandi esponenti del groove moderno: gli Incognito. Down To The Bone è una band bianca molto sopra la media che fa musica sorprendentemente autentica. Nulla da dire, Supercharged è una piacevole sorpresa, nel solco di una tradizione iniziata molti anni indietro e consolidata con una mezza dozzina di album tutti piuttosto validi. Acid Jazz, funk, soul, chiamatelo pure come preferite ma la sostanza resta la stessa: una musica piena di energia e vibrazioni positive…fino all’osso.

Jazz Soul Seven - Impressions Of Curtis Mayfield


Jazz Soul Seven - Impressions Of Curtis Mayfield

Curtis Mayfield: di sicuro è meno famoso di uno Stevie Wonder o di un James Brown, ma questo non significa che anche lui non abbia a sua volta lasciato un segno indelebile nella musica popolare americana. Che lo si valuti come strumentista oppure nelle vesti di cantante, di cantautore ed infine perfino di produttore R&B, Mayfield è senza dubbio un personaggio di grande spessore. Le sue composizioni, inclusa la colonna sonora dell'iconico film del filone blaxploitation “Super Fly” (1972), sono avvincenti, interessanti ed incorporano al loro interno tutta l'eredità del soul e del gospel, oltre che un’anima jazz. Inoltre diffondono messaggi socialmente condivisibili sulla guerra del Vietnam, sulla povertà diffusa nelle città, circa l'abuso di droghe e non ultimo un appoggio alle tumultuose lotte del movimento per i diritti civili degli anni '60 e ‘70. Il suo genio e la sua creatività sono celebrate su Impressions of Curtis Mayfield dei Jazz Soul Seven, una sorta di “one spot” super band di veri assi del jazz tra i quali alcuni tra i più grandi maestri del groove, come il chitarrista Phil Upchurch e la batterista Terri Lyne Carrington. La profondità e la raffinatezza di questo ensemble di star conferiscono alla musica di Mayfield un equilibrato ed esplosivo mix di soul e swing, sottolineato da una lettura jazzistica inedita per l’artista di Chicago. Ciò avviene soprattutto nelle magistrali rivisitazioni delle melodie più popolari come la celebre "Move On Up" ma anche nel recupero di gioielli dimenticati quale "Beautiful Brother of Mine". Le varie composizioni di Mayfiled appaiono bellissime nella loro purezza, consentendo un ampia gamma di libertà creative, come dimostra ad esempio il magnifico lavoro di chitarra di Upchurch su "Keep On Pushing". Allo stesso modo i brani vengono letti e perfettamente interpretati del grande pianista degli  Yellowjackets Russell Ferrante, ad esempio su "Get Get Ready". Le fondamenta ritmiche della band sono sostenute dalla possanza del bassista Robert Hurst e dal meraviglioso drumming della bravissima Carrington: "Freddie's Dead" ne è la dimostrazione più lampante . Tuttavia la super band vede la presenza anche dei maestri Wallace Roney ed Ernie Watts, i quali inondano il progetto del loro suono discreto ma ben delineato nel quale di distinguono le belle linee di sax e tromba, tanto calde quanto tecnicamente ineccepibili che tutti gli appassionati si aspettano. " We're a Winner " è un’occasione per gustarsi le percussioni del grande Henry Gibson, in grado di accendere le emozioni, valorizzando al contempo la dinamica tromba di Roney. Lo splendido interplay della band è tangibile lungo tutto l’album e raggiunge davvero punte memorabili come nel finale di "Superfly", dove i fiati fanno eco al motivo principale del brano, mentre Upchurch piazza un assolo di chitarra eccellente. Gli highlights della registrazione sono numerosi e tutti interessantissimi.  Non si può non ricordare  "Check Out Your Mind" e la ballata "I'm So Proud ", che fu inciso per la prima volta negli anni '60 dal gruppo pop The Impressions, ovviamente guidato da Mayfield. Lo ascoltiamo qui in una versione ritmicamente diversa, con un sapore Afro, nel quale sono i fiati a farsi carico della melodia. In conclusione si può tranquillamente affermare che dall'inizio alla fine, il progetto architettato dai Jazz Soul Seven attorno al genio di Curtis Mayfield non conosce punti deboli e conquista l’ascoltatore, convincendo per tecnica e cuore. La musica che possiamo gustarci in questo favoloso omaggio ad un’epoca d’oro ci suggerisce in ultima analisi una considerazione importante.  Se la Blaxploitation degli anni ‘70, con le sue chiome afro, le scarpe con la zeppa e i pantaloni a zampa d’elefante era e resta fantastica, il messaggio della musica di Curtis Mayfield era certamente molto più profondo ed ha ancora una grande rilevanza al giorno d’oggi.

L'Image - 2.0


L'Image - 2.0

E’ certamente inusuale che un album esca molto tempo dopo la nascita del gruppo che lo ha concepito. Non è una cosa che capita spesso infatti che passino oltre 40 anni perché un debutto discografico veda la luce, ma nel caso di questo collettivo di formidabili musicisti jazz chiamato L'Image va sottolineato che mai come in questa circostanza vale il detto “non è mai troppo tardi”. Il gruppo L’Image fu fondato dal vibrafonista Mike Mainieri nei primi anni '70 e all’epoca suscitò un notevole interesse nel mondo del jazz, in particolare per i suoi coinvolgenti concerti dal vivo. Un’attenzione così concreta che, ad un certo punto, la registrazione del loro primo album sembrava cosa fatta. Purtroppo le cose andarono diversamente e le circostanze contingenti costrinsero di fatto la band a sciogliersi. I singoli componenti ebbero in verità tutti una luminosa carriera, ma purtroppo de L’Image non si seppe più nulla. Quarant’anni di oblio a cui pose fine nel 2008 lo stesso Mike Mainieri, che decise di riunire il gruppo. Inizialmente per un tour in Giappone e quindi per registrare finalmente 2.0: il primo, tanto atteso album de L’Image.  Non c’è dubbio che per gli appassionati di quel sofisticato jazz profumato di atmosfere fusion, sentori new age e qualche spruzzata di musica latina in stile Steps Ahead o Yellow Jackets, questo album rappresenta una eccellente opportunità. Qui troveranno di sicuro materiale con cui gustarsi una musica di alto livello tecnico e ottimi contenuti artistici. D’altronde basta leggere i nomi dei membri di quello che può definirsi a tutti gli effetti un super-gruppo per capire che ci troviamo al cospetto della crema del jazz mondiale contemporaneo: Mike Mainieri (Vibrafono); Warren Bernhardt (Tastiere); David Spinozza (Chitarre); Tony Levin (Basso); Steve Gadd (Batteria). E tuttavia non si può considerare nemmeno 2.0 alla stregua di un progetto  completamente vintage o retrò. Il gruppo è infatti perfettamente a fuoco anche nel presente e, pur rivisitando un paio di composizioni di Mainieri degli anni '70, il sound è moderno e piacevole per tutta la durata del disco. Mainieri è il deus ex machina de L’Image ed infatti firma in prima persona la metà degli otto brani dell’album, che fluttuano liquidi e scorrevoli a cavallo tra una gradita accessibilità ed una notevole e complessa profondità. 2.0 offre inoltre una rara occasione di ascoltare il poliedrico bassista Tony Levin tornare al jazz dopo le lunghe collaborazioni con Peter Gabriel e i King Crimson. Il suo basso profondo e suggestivo crea una solida base sulla quale si innestano da un lato il drumming sempre eccezionale e misurato di Steve Gadd, dall’altro trovano spazio il vibrafono, il piano e la chitarra a ricamare magnifiche trame impressioniste. Tutto molto bello e coinvolgente.  Ascoltare "Reunion" ad esempio, ci fa immergere in una traccia suggestiva dove la chitarra acustica di David Spinozza e il vibrafono di Mainieri si combinano in modo davvero elegante. Levin dimostra il suo talento, ribadendo che anni di progressive non hanno scalfito le sue matrici jazzistiche, ma semmai le hanno arrichhite. Lo stesso si può dire per il batterista Steve Gadd, la cui credenziali jazz sono ampiamente conosciute e apprezzate da almeno tre decenni, come evidente negli album di Chick Corea, di Larry Carlton o di Joe Farrell. Nonostante una carriera trascorsa in gran parte come session man per numerosi artisti pop e rock come Eric Clapton, Paul Simon e James Taylor Quartet, Steve resta impermeato del migliore spirito jazzistico. Il suo gruppo Stuff fu un'alternativa leggera ed accessibile alla fusion cerebrale e complessa del passato, eppure quello stesso groove rilassato ma preciso lo ritroviamo tutto su 2.0. Il tastierista Warren Bernhardt inietta la sua anima colta ed eterea in ogni tocco di tastiera come evidenziato dal brano "Praise", dove le delicate ma sofisticate atmosfere pianistiche sono poi animate dagli assoli di Mainieri e Spinozza. Per gli amanti di qualcosa di più muscolare c’è un pezzo funk come "Gadd-Ddagit!" che ci presenta l'assolo di pianoforte di Bernhardt più interessante del set, ed un inusuale David Spinozza in modalità Wes Montgomery. Brillano di luce propria sia Spinozza che Bernhardt su questo album 2,0, anche se è noto a tutti che le carriere di Tony Levin, Steve Gadd e Mike Mainieri hanno forse avuto una maggiore visibilità. Spinozza, in particolare, è una continua sorpresa ed è apprezzabilissimo anche il suo acume compositivo, almeno quanto il suo poliedrico stile chitarristico. "Does not She Know By Now?" e "Hidden Drive" ne sono la dimostrazione tangibile. Mike Mainieri rappresenta l’eccellenza del vibrafono contemporaneo ed in più ha dalla sua una notevole vena creativa. Oltre ad essere l’anima di questo gruppo, da lui fortemente voluto, è il collante armonico e melodico de L’Image. Quando i migliori musicisti si incontrano e mettono intelligentemente il loro ego in un angolo, lasciando all’interplay e all’affiatamento il compito di estrapolare il meglio di loro stessi i risultati non possono deludere L'Image è esattamente questo: un collettivo di cinque stelle del firmamento musicale che si sono (re)incontrati per dare vita ad un progetto interessante ed originale: di fatto nessuno di loro ha niente da dimostrare ma per contro ha certamente moltissimo da dire. Il risultato è eccellente, godibile e per di più tecnicamente ineccepibile anche dal punto di vista della registrazione.

Nypan – Big City


Nypan – Big City

Come moltissimi altri artisti  di ogni forma espressiva contemporanea, Oyvind Nypan ha da sempre subito l’indefinibile fascino di New York City, che rappresenta senza dubbio un polo d’attrazione per menti creative di qualsiasi genere. Il chitarrista norvegese jazz Oyvind Nypan ha così deciso di volare a New York con il preciso intento di registrare la sua musica con alcuni dei suoi session man preferiti ma, a causa di ovvi problemi di logistica, il suo sogno di una registrazione nella Grande Mela doveva necessariamente essere un affare da risolvere in un solo giorno  Ma il sogno alla fine è divenuto realtà con la felice uscita di questo splendido album, suggestivamente intitolato proprio Big City. I protagonisti sono di rilievo: la formazione è composta dal sassofonista Ben Wendel, dal pianista Taylor Eigsti, completata dal bassista Joe Martin e dal batterista Justin Faulkner, oltre che, naturalmente dal leader che ovviamente suona le chitarre. Considerando che questo è un quintetto che non aveva mai suonato insieme prima di questa unica data e che tutto è stato organizzato e registrato nell’arco di 24 ore, si percepisce una fantastica coesione nella narrativa musicale ed un'energia eccezionale, probabilmente dettata dall’influenza, per così dire elettrica, della città stessa. Tutto questo è particolarmente evidente non solo sul brano d’apertura, "The Greeting", che combina al meglio un bel groove di basso, uno squisito backbeat e ottimi assoli di Wendel e Nypan, ma anche su "Come What May", una sorta di post-bob con spirali di suoni labirintici e scatti veloci. Per non parlare di "Grasstopper", un blues giocoso e contorto con frammenti di be bop e scoppiettanti assoli. Entrambi questi brani sposano tradizione e innovazione con un’infallibile senso di freschezza. Nypan è in grado di emettere un sound urbano volando sicuro sulle corde della sua chitarra. Nonostante la semplicità della sua struttura, è decisamente fuori dal contesto del cosiddetto jazz scandinavo, che è solitamente orientato verso un approccio più contemplativo. Ciononostante, Nypan è perfettamente in grado di esguire meravigliosamente una ballata affascinante come "Starfall" e trasmettere una grande carica emotiva. "You Old Tasmanian Devil You", promette irriverenza e rapidità, ma invece dal brano traspare un'aura spirituale e rilassata, che che va collocarsi nel territorio del jazz modale. "Close To The Sun" mantiene l'atmosfera su binari ariosi giocando con uno scattante ritmo in 6/8 dove gli assoli rapidi e nervosi da parte del leader della band e del pianista Eigsti tramutano le sequenze di note in splendide emozioni. Un altro motivo che mi ha immediatamente catturato l'orecchio è stato "Kung Kong". Oltre al lirismo classico portato dal pianismo colto di Eigsti, è assai apprezzabile l'eloquente interazione tra sassofono e chitarra. L'inteplay su Big City è a dir poco impressionante, per non dire altro. Eigsti e Nypan sono impegnati in uno scambio costante di frasi e suggestioni, alternando perfettamente frasi melodiche e cornici armoniche. Il sassofonista Ben Wendel assume con sobrietà il suo ruolo e lo fa con eleganza e raffinatezza. Il bassista Joe Martin ed il batterista Justin Faulkner costruiscono una solida base poggiata sulla dinamica ed attenta al contesto melodico creato tutto intorno. Øyvind Nypan offre qui la sua uscita più completa e matura come compositore, chitarrista e leader della band. il suo stile chitarristico è chiaro e articolato, eppure nel contempo è attento al contesto generale, pieno di sentimento e groove. Big City offre un jazz moderno, fresco e di buon gusto. Questo album segna un importante passo avanti nella continua evoluzione di Nypan, un chitarrista di talento che merita certamente molte più possibilità di potersi esprimere. New York ed i suoi musicisti hanno fornito quella spinta creativa di cui Nypan aveva realmente bisogno, lo aspettiamo con le prossime uscite per capire dove potrà arrivare veramente, per ora godiamoci il suo buon jazz.

Sade – Diamond Life


Sade – Diamond Life

Ex modella, cantautrice, icona di eleganza e classe, innovatrice. Sade è tutte queste cose insieme ed anche qualcosa di più. Sade ebbe un impatto notevolissimo sul contesto musicale fin dal suo album di debutto del 1984, Diamond Life. Il suo suono e il suo approccio erano volutamente cool, freddi, la sua voce era distaccata, impassibile, algida. Eppure lei divenne immediatamente popolare con quelle meravigliose canzoni che si intitolano "Smooth Operator" e "Your Love Is King", nelle quali la produzione asciutta ma sofisticata ed il suo quasi-jazz sembravano letteralmente sintonizzarsi con i gusti e le esigenze del pubblico della metà degli anni ’80. Il sentore era quello di ascoltare una cantante jazz ma nella sostanza in quella miscela vincente c’era una combinazione di stili in quel momento inedita e rivoluzionaria. Prendendo ispirazione dai grandi del soul, Sade ha fuso il tutto con il jazz ed il pop per creare un suono rilassante, tutto nuovo e completamente suo. Il personaggio Sade, con la sua particolarissima vocalità, era il centro d’attrazione principale del progetto musicale e con l’ausilio di tutto il suo gruppo è stata senza dubbio uno dei più grandi successi planetari del periodo. Helen Folasade Adu, nata in Nigeria, era arrivata in Inghilterra all'età di quattro anni dopo la rottura del matrimonio dei suoi genitori. Nata da madre britannica e padre nigeriano, Sade il "maschiaccio" crebbe nella campagna inglese con un'educazione dettata dalla sua condizione di immigrata, ma nel suo futuro la piccola Helen vedeva una forte passione per l'arte, ed infatti appena possibile, si trasferì a Londra per studiare alla Saint Martin's School of Art, dove si specializzò in fashion design. Sentiva che quella sarebbe stata l'area in cui avrebbe avuto più probabilità di guadagnarsi da vivere e di affermarsi. Nonostante fosse una studentessa in uno dei college più prestigiosi del paese, la vita di Sade era tutt'altro che privilegiata. Viveva infatti in una caserma dei pompieri in disuso con altri pochi creativi che condividevano gli stessi ideali e la sua stessa ambizione. La cantante amava trascorrere le sue serate nel cuore pulsante della vivace scena dei club londinesi, frequentando locali notturni come il Blitz e  il The Wag Club. Un paese delle meraviglie creativo frequentato da alcune future superstar: nomi in seguito illustri che includevano tra gli altri Boy George, Steve Strange, Jean Paul Gaultier, John Galliano, gli Spandau Ballet. Personaggi che sarebbero diventati le principali forze nuove nel mondo della musica, della moda e dell'arte. In una scena in cui l'esagerazione era esaltata ed il vistoso fascino del New Romanticism era al suo apice, la sobria bellezza esotica di Sade la pose presto al centro dell’attenzione. E il suo talento di cantante nonché la sua sensibilità artistica contribuirono al lancio della sua carriera musicale. Tuttavia una considerazione che mi viene da fare è che Sade sia probabilmente una delle artiste più sottovalutate degli anni '80 e '90 da parte di un certo tipo di critica, scettica forse sulla collocazione stilistica della cantautrice: non proprio jazz, non completamente pop. Questa idea è stata smentita nei fatti dai risultati ottenuti da tutti i suoi album in studio fino a Lovers Rock, i quali hanno raggiunto numeri di vendita assolutamente ragguardevoli, assurgendo al livello di multi-platino e decretando un consenso di una vasta parte del pubblico. Sade ha avuto successo sia artisticamente che commercialmente, ed è riuscita allo stesso tempo ad evitare le controversie tipiche dei fenomeni pop come Michael Jackson, Madonna o Prince. Una tale combinazione di successo commerciale e bassa esposizione mediatica è davvero un lusso di pochi. Per quanto riguarda le sue influenze, nel sito ufficiale della band si legge che: "Ascoltò la musica soul americana, in particolare l'onda guidata negli anni '70 da artisti come Curtis Mayfield, Donny Hathaway e Bill Withers. Da adolescente vide i Jackson 5 al teatro Rainbow di Finsbury Park, dove lavorava presso il bar nei fine settimana". Questo spiega perché il suono della sua band si orientasse principalmente verso un sound R&B. Come detto è stato nel 1984 che Sade ha pubblicato il suo debutto, con Your Love is King e Smooth Operator come singoli protagonisti. Ma l’album di fatto non ha punti deboli e contiene una raccolta di canzoni indimenticabili ed indistintamente interessanti. Frankie's First Affair e Hang On to Your Love giusto per citarne un paio. Come i titoli dei brani suggeriscono, le relazioni personali (sia positive che negative) sono il soggetto dominante dei testi. Ma questo non vuol dire, in nessun senso, che l'album sia banale. Tutt’altro: la musica, così come le liriche, sono oneste e profonde. Se proprio si vuole fare una critica (non so quanto fondata) dell'album è che può sembrare un po’ melanconico.  Ma se siete degli appassionati di jazz, di soul o di blues qui troverete davvero un connubio molto stimolante ed innovativo. Diamond Life è il classico disco nel quale non ci sono canzoni scadenti, non c’è un singolo momento di defaillance: oltre ai pezzi memorabili già citati anche When Am I Going to Make a Living, Cherry Pie, I Will Be Your Friend, e la (questa sì) malinconica Sally scorrono fluide e melodicamente ineccepibili. Un’esperienza d’ascolto fantastica che lascia completamente soddisfatti. In tutto l'album predominano le trame jazzistiche e queste gravitano intorno alla voce di Sade. Gli strumenti si combinano benissimo con la vocalità inconfondibile della cantante generando un sound unico e piacevolissimo. Le linee di basso sono molto udibili, le percussioni e la batteria vanno dritti all’essenza della musica e la chitarra fluttua su tutto in modo davvero efficace. Allo stesso modo anche i fiati e le tastiere contribuiscono molto bene all’architettura musicale complessiva. Diamond Life è un capolavoro degli anni ’80, un album mitico e molto importante anche e soprattutto per l’impatto che ebbe su tutta una generazione di artisti che vennero dopo. Imperdibile.

Crossfire - Hysterical Rochords


Crossfire - Hysterical Rochords

Crossfire è un nome che non dirà molto agli ascoltatori meno esperti, infatti sono stati un band australiana tanto valida quanto sconosciuta. Autori di una fusion dallo stile secco, preciso e sofisticato meritano certamente una riscoperta e tutti i cultori del genere dovrebbero possedere almeno un paio dei loro album. I Crossfire si formarono a Sydney nel 1974 e i componenti originali furono Ian Bloxsom alle percussioni, Tony Buchanan al sassofono, Steve Hopes alla batteria, Jim Kelly alla chitarra, Michael Kenny al piano e Greg Lyon al basso. Bloxsom, Kelly e Kenny erano amici da tempo ed avevano già suonato insieme in un altro gruppo. L'ensemble per la verità, pubblicò un album di debutto (omonimo) alla fine del 1975, ma con una line-up leggermente diversa che vedeva Bloxsom, Kelly e Kenny con Lyon al basso John Proud alla batteria e Don Reid ai sassofoni. Lyon ha descritto il loro stile in questo modo: "quello che suoniamo è musica contemporanea, siamo influenzati da tutti… davvero ... facciamo musica che permette a tutti di essere creativi". I Crossfire sono stati anche i primi artisti australiani ad utilizzare la registrazione diretta su disco per il loro secondo album, intitolato non a caso "Direct to Disc": l’album uscì alla fine del 1978. La loro produzione mette in evidenza molti stati d'animo: al contempo brillanti e gioiosi ma anche inquietanti e cupi, tutto condito da una grande sensibilità. E’ un gruppo che riflette davvero le influenze e le esperienze di ciascun musicista. Gli strumenti solisti fluttuano sullo sfondo della sezione ritmica, con un metodo che, pur con una sostanza diversa, li avvicina ad una interpretazione molto be bop del genere fusion. Anche se a momenti il sound può risultare un po’ pesante, in generale la musica è lieve ma incisiva, ed è spesso molto divertente da ascoltare. Il momento di maggior popolarità dei Crossfire è stato quando la band ha agito da supporto per il cantante jazz americano Michael Franks, in un tour australiano: questa esperienza è stata catturata in un meraviglioso album dal vivo del 1980, Michael Franks live with Crossfire. Uno dei momenti migliori nell’intera discografia del cantautore americano; aggiungerei proprio grazie alla dinamica presenza dei Crossfire. Siamo alla fine del 1982 quando esce il disco di cui parlo, il loro quarto album in studio, Hysterical Rochords. La line-up al momento era Bloxsom, Buchanan, Hope, Kelly, Kenny e Scorgie. Ci sono sei brani, tutti interessanti ed in purissimo jazz fusion style. La title track ad esempio è un brano molto strutturato, molto blues, con il sassofono di Tom Buchanan che scorre attraverso la melodia, mentre la ritmica ed in generale il sound filano lisci e sospesi, esaltando la musica come è caratteristica peculiare dei Crossfire. Una bellissima performance del gruppo al Montreux Jazz Festival il 16 luglio 1982 fu registrata ed è diventata il loro secondo album dal vivo: Live at Montreux. Dopo una prematura separazione, il gruppo si riunì nel 1991 e pubblicò un altro album, Tension Release, per poi sciogliersi definitivamente. Ma tornando a 'Hysterical Rochords' va detto che non ha nulla da spartire con il suo titolo. In effetti tutti i titoli attribuiti ai brani sono ironicamente molto diversi da quanto ci si può aspettare. Ma il disco è davvero molto bello ed appagante, vario ed interessante in ogni dettaglio. Ci sono alcuni passaggi che suggeriscono sottigliezze asiatiche, altri più eterei ed ancora alcuni molto jazzati e funky. E la sezione ritmica riveste sempre un’importanza pari a quella dei solisti: infatti le percussioni di Ian Bloxsom, il basso di Phil Scorgie e la batteria di Steve Hopes si prendono un ruolo distintivo nel suono dei Crossfire. Uno stile accattivante e ricco di groove e swing che riesce ad ammaliare fin dalle prime battute.  Hysterical Rochords è un album che rappresenta al meglio l’essenza migliore della jazz fusion, come ed in certi casi molto meglio di altri lavori più blasonati. Ad essere onesti, non riesco davvero a trovare un difetto in queste composizioni. Gli arrangiamenti sono di livello, e c’è una distribuzione molto piacevole dei diversi strumenti lungo tutta la lunghezza del disco. Perfino i riff dei brani sono ottimi, e tutto suona molto pulito. Ecco forse il problema è in realtà proprio questo: Hysterical Rochords è forse un pò troppo lucido (o, a scelta, “freddo”). Ciò che potrebbe risultare carente è l'emozione: qualcuno potrebbe ritenerlo solo un jazz rock molto ben eseguito. Una considerazione degna di essere presa in considerazione e con un suo fondamento, senza dubbio. Ma che è anche il marchio distintivo di tutto questo genere musicale. In ultima analisi quello che conta è che questo è un altro grande album di una delle migliori band di jazz rock d'Australia ed una delle più valide in assoluto anche a livello internazionale. Peccato solo che non abbiano avuto il riconoscimento internazionale che avrebbero meritato. Questo album è molto difficile da trovare, quindi potreste avere problemi nel reperirlo, nel qual caso verrà in vostro aiuto il materiale presente su YouTube. Più in generale, se siete dei fan  degli anni '70, se avete amato i Brand X, i Weather Report o i Return To Forever o magari Frank Zappa, ma non vi piaceva il suo lato buffonesco, allora questo è un album che fa per voi