New York Electric Piano – Keys To The City Volumes 1 & 2


New York Electric Piano – Keys To The City Volumes 1 & 2

I New York Electric Piano sono un trio jazz nato nel 2003, tutto costruito attorno al suono del piano elettrico Fender Rhodes, suonato dal leader e pianista Pat Daugherty. La band è completata dal bassista Tim Givens e dal batterista Aaron Comess (Ex Spin Doctors): i tre si sono conosciuti sulla scena musicale newyorkese della fine degli anni '90, decidendo di unire i loro talenti per dare vita ad un progetto piuttosto originale. L’architettura musicale del trio non rappresenta certo una novità in ambito jazzistico, ma imperniare tutto sul sound del piano elettrico è di sicuro una scelta piuttosto inusuale. I New York Electric Piano hanno dunque iniziato la loro carriera come trio, rimanendo ancorati a questa formula per i loro primi tre album. Dal quarto album, King Mystery del 2008, la band si è allargata ad un settetto. Dopo un piccolo rimpasto, questo Keys To The City Volumes 1 & 2 ha visto un'ulteriore espansione, fino ad un ottetto con ospiti aggiunt,i estrinsecato in un doppio cd. Il tastierista, cantante e compositore Pat Daugherty è comunque ancora saldamente al timone di un gruppo che continua a dispensare un sound affascinante. Un'uscita con un doppio disco potrebbe essere considerata piuttosto avventata in un periodo di crisi discografica come quello attuale, ma evidentemente la band aveva molto nuovo materiale a cui attingere. Il primo disco è ricco di brani che sfruttano appieno le vocalist della band, mentre il secondo è interamente strumentale. In entrambi i dischi, la band è compatta e swingante, con la sezione ritmica del batterista Aaron Comess e del bassista Tim Givens costantemente sul pezzo, a creare una base eccellente per consentire ai membri del gruppo di dare il meglio. Una curiosità è anche l’utilizzo di una inedita tastiera MIDI, sviluppata da Leon Gruenbaum, chiamata Samchillian, che aggiunge alla musica un tocco originale e futuristico. I brani del secondo disco sono piuttosto imprevedibili, di certo originali, con cambi di ritmo e un mood in costante fermento. "Instrumental Health" è impostata in un semplice4/4, di estrazione rock, con un interessante riff del sassofonista Erik Lawrence. Segue "Tears of a Skyscraper", una deliziosa ballata molto fluida. "Area 6 7 8" è un brano che passa con disinvoltura dal funk al prog con un tocco di free jazz. Sebbene il volume 2 sia solido e godibile, è il primo CD, quello in cui la band è affiancata dalle cantanti Deanna Kirk e Ava Farber, a contenere la musica più creativa ed intrigante di Keys To The City. La voce di entrambe le vocalist sa essere sinuosa, sexy, funky e a tratti morbida e suadente. Lo stesso Pat Daugherty offre uno stile vocale diverso dal solito: rappando spesso piuttosto che cantando, offre un efficace contrasto rispetto alle due cantanti ed aggiunge un tocco di ironia alla sua interpretazione, con la sua voce particolarmente raffinata. "Very Nice" fonde i suoi testi eccentrici con un'atmosfera R&B stile anni '80, mentre "Temple Dog" è aggraziata ma trascinante. L'atmosfera old-school prosegue con "Scrapple for the Apple", con i suoi richiami al soul degli anni '70 che riportano a band come Sly and the Family Stone. Stephen Perkins, dei Jane's Addiction, si unisce alla cantante Jennifer Conley e al flautista (ed ex membro dei NYEP) Till Behler in "In This Land". Questo è uno dei brani più ambiziosi di Keys To The City Volumes 1 e 2: ampio nella sua portata lirica e strumentale, è quasi un mini affresco contemporaneo. In effetti, i New York Electric Piano sono una band che sembra intenzionata ad ampliare i suoi orizzonti e così anche la sua visione per il futuro. Un gruppo che ha il talento e la creatività per essere all'altezza delle sue stesse, notevoli, ambizioni. 

Groovology – Almost Home


Groovology – Almost Home

I Groovology sono un quartetto jazz con base a Honululu, Hawaii, attivo già da tempo. che però arriva al debutto solamente in questa seconda parte del 2025: lo fa con un album intitolato Almost Home. Si tratta di una band che, se da un lato si può definire tradizionale, dall'altro appare insolita, in quanto il leader Aaron Aranita suona il sax tenore, il flauto e il clarinetto basso ma anche in prima persona il pianoforte e le tastiere. Gli altri membri del gruppo sono David Yamasaki (chitarra), Ernie Provenchar (basso) e Scott Shafer (batteria). Aranita è peraltro il proprietario dell'etichetta Sugartown da oltre trent'anni e ha pubblicato a suo nome almeno cinque dischi che spaziano dalle piccole formazioni alle big band. I suoi compagni d’avventura sono musicisti versatili, con dei curriculum che includono importanti collaborazioni con artisti jazz e rock. Il bassista Provenchar, ad esempio, si è esibito in vari contesti e stili quali la musica classica, il jazz, il salsa e perfino la musica mediorientale e balcanica. Ognuno di loro compone, contribuendo così al riuscito mix degli undici brani contenuti in Almost Home. L'unica cover presente nell’album, "Manoa", è stata scritta da Alberto Bessera con i testi di Carlinhos de Olivera e vede la partecipazione della cantante Sandra Tauklyama. La malinconica traccia che dà il titolo all'album, si apre con il leader Aranita al sax tenore e un pianoforte usato prevalentemente come accompagnamento. Il suo toccante assolo impreziosisce la melodia, così come quello del chitarrista Yamasaki, che suona delle linee scorrevoli e liquide. "Mambowski" è un groove di mambo, come suggerisce il titolo, la cui componente latina è in primo piano. E’ abilmente pilotato dall’efficace lavoro della batteria, mentre Aranita insinua il suo flauto nel brano fluttuando al di sopra dell’accompagnamento. A tratti i ritmi si fanno complessi dietro le improvvisazioni chitarristiche di Yamasaki e le impressionanti linee di basso di Provenchar. Il chitarrista ha scritto personalmente "Groovology", dando al gruppo l'opportunità di mostrare il suo lato più funky, mentre Aranita si propone al sempre poco sfruttato clarinetto basso, suonando sia all'unisono che in assolo. Yamasaki si fa paladino della melodia, mentre bassista e batterista si alternano in momenti altrettanto significativi. "Bubbles The Clown" di Shafer vede Aranita esibirsi al sax tenore con un trasporto carico di sentimento in un brano brillante virato in un piacevole mid-tempo: il sassofonista dialoga efficacemente con il chitarrista e compositore. "The Path" è nuovamente una creatura di Yamasaki nella quale il chitarrista brilla in modo particolare, esprimendosi con un tono sognante ed etereo prima di lanciarsi nel suo lirico assolo con Aranita questa volta a supporto attraverso l’accompagnamento raffinato del suo pianoforte. Il quartetto emerge quindi prepotentemente esplodendo sul successivo brano "Bries Tropical". "The Road Less Traveled" suona quasi contemplativo e si sviluppa piacevolmente attraverso un dolce sax tenore che cresce di intensità con l'evolversi del brano. Il secondo brano di Shafer, "Headroom", è invece declinato con una apprezzabile vena blues, ed è un ottimo veicolo sia per Yamasaki alla chitarra che per Aranita al tenore. "Manoa" è il brano vocale menzionato in precedenza, un cambio di atmosfera che si indirizza verso la bossa nova, con la cantante Sanda Tauklyam che vocalizza con sensualità. L'unica composizione di Provenchar, "Skybone", inizia molto lentamente con il sax tenore, ma alla fine vede il quartetto passare ad un groove maggiormente swingante. Il nome della band può suggerire un approccio piuttosto generico e non troppo originale, ma non bisogna farsi influenzare, perchè l'album risulta riuscito grazie alla varietà del materiale che spazia con successo dal blues alla musica latina, da quella brasiliana a quella più contemporanea, senza dimenticare il buon vecchio jazz mainstream. Il quartetto condisce tutto con una eccellente abilità tecnica e una eccellente perizia sia sotto l’aspetto del pathos che per quanto concerne la capacità compositiva. In ultima analisi i Groovology sono una nuova proposta, fresca ed interessante, nel panorama del jazz contemporaneo e meritano un ascolto.

Jazz Funk Soul - Simpatico


Jazz Funk Soul - Simpatico

Il supergruppo di jazz contemporaneo Jazz Funk Soul è, come è noto, una creatura musicale del tastierista Jeff Lorber, del chitarrista Chuck Loeb e del sassofonista Everette Harp. Il gruppo ha pubblicato due album, il debutto omonimo (2014) e il secondo lavoro More Serious Business (2016). Dopo la prematura scomparsa di Chuck Loeb, il gruppo si è riitrovato, con l'aggiunta del chitarrista Paul Jackson Jr., ancora oggi membro della formazione. Così sono nati in seguito Life And Times (2019) e Forecast (2022). Il loro progetto più recente è Simpatico (2025), album che scopriamo oggi. Tutti le pubblicazioni sono state realizzate sotto l'egida dell'etichetta Shanachie Entertainment, ormai la casa discografica più importante per quanto concerne il contemporary jazz. Come si può vedere dai crediti dell’album, sono numerosi i musicisti che sono nuovamente coinvolti nelle registrazioni, cosa che arricchisce e non poco il già formidabile lavoro del trio. Il termine "Simpatico" in italiano come in spagnolo non ha bisogno di spiegazioni ulteriori. E’ un titolo scelto per enfatizzare lo stato d'animo che anima i membri del gruppo, la loro simbiosi e la loro amicizia. Il contesto musicale è quello già conosciuto precedentemente, ovvero il jazz contemporaneo con una fortissima connotazione funk ed echi di fusion che riportano agli anni '80. Il primo brano spesso contribuisce in modo determinante a definire l'atmosfera generale di un disco e la band, non a caso, ha assemblato una potente sezione fiati nell’iniziale Get Up With JFS, con il sassofonista Everette Harp che si occupa in prima persona dell'arrangiamento. Gli ottoni sono ampiamente supportati dai meravigliosi riff di chitarra di Paul Jackson e dagli immancabili fuochi d'artificio prodotti dalle tastiere di Jeff Lorber. A parte il titolo, Rue de Seine ha poco a che fare con l'atmosfera parigina. Il brano prosegue l'atmosfera del pezzo di apertura ed ha ovviamente la stessa energia. L'animata Janyce testimonia l'eccellente esecuzione d'insieme del trio, che mette in mostra il magistrale controllo degli strumenti suonati con una strepitosa naturalezza e facilità. Con Rekindle, il gruppo si immerge nelle atmosfere fusion tanto care al grande Jeff Lorber e lancia un chiaro segnale sul fatto che almeno per questi musicisti, la fusion non è morta. Something Old Something Borrowed Something Blue è una canzone piuttosto popolare, suonata spesso in varie occasioni particolari come ad esempio i matrimoni. Harp spiega che il riferimento a "old" nel titolo, in questo caso testimonia di un ritorno al classico stile di George Duke, mentre "borrowed" si riferisce ai cambi di accordi presi in prestito dalla sua stessa composizione "All Jazzed Up" mentre "blue" richiama all'onnipresente forza del Blues, fondamento del Jazz. Con Throwback, Paul Jackson celebra gli anni '80 con la loro geniale originalità. E ancora nella traccia che dà il titolo all'album, Simpatico, il trio brilla nuovamente con la sua maestria strumentale e un'ineffabile sensibilità per la ricerca della melodia giusta. Gli assoli di Jeff Lorber sono una vera delizia, mentre sfreccia sui tasti con una destrezza mozzafiato. La spiccata propensione per la velocità è anche un elemento caratterizzante di Dreaming My Life Away. Forse ci si potrebbe aspettare qualcosa di più elegiaco da un titolo come questo, ma non è così. Ramblin' è di nuovo opera di Everette Harp , cosa che si nota nell'orientamento del brano, fortemente incentrato sugli strumenti a fiato. Everette si posiziona in primo piano con il sassofono. Il numero finale è il primo singolo tratto da Simpatico, intitolato Over Easy, che ribadisce e combina i punti di forza della formazione: un'esecuzione dinamica, un ritmo coinvolgente e un virtuosismo eccellente in ogni ambito. Jazz Funk Soul è un brillante esempio della propensione di Lorber per la jazz fusion, arricchita con successo da due fenomeni come Paul Jackson Jr. ed Everette Harp. Gli amanti dello stile moderno, del jazz contaminato dal funk, troveranno Simpatico una proposta interessante per la loro collezione, tuttavia questo è un album godibile ed apprezzabile per una vasta e variegata platea di ascoltatori.

Tristan – Frou-Frou


Tristan – Frou-Frou

Per chi dice che i tempi delle grandi band R&B sono ormai alle spalle, oggi vorrei confutare questa tesi parlandovi dei Tristan. Il gruppo olandese ci ha stupito con un sound corposo e molto soul fin dagli albori della loro carriera, e dopo 25 anni continua ad elargire ottime vibrazioni. In passato ho già recensito un CD di questa band olandese soul & funk, ma ecco che è apparso il loro ottavo album in studio, intitolato Frou-Frou. Loro sono attivi dai primi anni 2000 e sono nati dall'incontro tra il batterista Sebastian Cornelissen e il bassista Frans Vollink. Presto si è unito a loro il tastierista Coen Molenaar e, con i loro concerti dal vivo e una serie di album, hanno rapidamente acquisito lo status di gruppo di culto nei Paesi Bassi. Sono loro stessi a descrivere questo lavoro così: "Frou-Frou, nel nostro caso, simboleggia l'eleganza nella nostra musica, con la sua raffinata combinazione di creatività e dedizione. Dopotutto, ci sentiamo più a nostro agio e più forti che mai come band. Abbiamo fatto del nostro meglio per impegnarci ancora una volta e soprattutto per tornare a provare la gioia di scrivere e registrare nuovo materiale". Dunque questo accurato lavoro si riflette alla perfezione nel fantastico set di 12 canzoni, che mostra una band ormai nel suo periodo di piena maturità artistica. Per il nuovo progetto al "nucleo" dei Tristan, composto dal batterista Sebastiaan Cornelissen, dal bassista Frans Vollink e dal tastierista Coen Molenaar, si sono aggiunti il chitarrista Glenn Beck e la potente cantante Irma Derby. I brani di Frou Frou sono stati pensati non solo per un ascolto ottimale in casa, con il proprio impianto hi-fi o in cuffia, ma anche per adattarsi perfettamente ai concerti dal vivo del gruppo. E questa gustosa combinazione di R&B, jazz e funk sarà di sicuro un successo a 360 gradi. "Frou Frou", come detto  vede l’ingresso del nuovo e interessante chitarrista Glenn Black, il quale in effetti riesce a regalare qualcosa in più. Il CD si apre con la groovy "Changes", seguita dal primo singolo "Call Me". Questo brano emana un'atmosfera acid jazz e mi ricorda gli Incognito. Il secondo singolo, "Will You Ever Stay", è una romantica ballata soul, seguita da "I Just Can't Stop", anch'essa in direzione acid jazz. Quando ho visto il titolo del brano "I'm Gonna Love You Just a Little Bit More", ho subito pensato al compianto Barry White, ma invece no, questo è un brano acustico originale, completamente diverso, in cui la cantante Irma Derby è assistita solo dal pianista Coen Molenaar e si distingue come un acquisto molto azzeccato per vocalità e versatilità. Con "Brand New Shoes" torniamo in pista, con riff di chitarra su un ritmo acid jazz. "Contuse Me" è un brano strumentale jazz, mentre "Northern Light" fluttua su un mid-tempo molto gradevole ed accattivante. Il blues fa capolino in "These Arms", mescolato a un tocco di soul. "Taste Of Honey" è, a mio parere, forse il brano meno azzeccato, ma la traccia che dà il titolo all'album, dedicata a Ruud e Dof, inizia con una vocalizzo in un'atmosfera jazz, dopodiché Coen Molenaar lascia libero corso al suo pianoforte. "Circumstances" è di nuovo acid jazz, dopodiché si conclude l'"outtake" di "Call Me". Ed anche questo è un duetto acustico tra la cantante Irma e il pianista Coen. In questo si può chiaramente sentire l'influenza di Randy Crawford sulla brava Irma. Nel complesso un bell'album, che i Tristan hanno presentato anche nel loro recente tour europeo. Se vi piacciono gli Incognito, l’acid jazz, il soul e l’R&B tutti coniugati in un piacevole mix, questo gruppo olandese potrebbe fare al caso vostro. Musica di classe, ben suonata, arrangiata con gusto ed equilibrio permeata da un’aura di positività che non guasta.

Eric Dolphy - Outward Bound


Eric Dolphy - Outward Bound

Questo album rappresenta il momento nel quale il notevole talento di Eric Dolphy trovò il suo vero punto di partenza. La rampa di lancio per una carriera folgorante e sfortunata. Outward Bound è il primo lavoro della sua discografia da solista. Sulla base di ciò che ho, con il tempo, assorbito e compreso da questa storica pubblicazione del 1960, posso senza dubbio affermare che questo musicista non poteva che diventare uno dei jazzisti più importanti ed iconici del quinquennio tra il 1960 e il 1964. E così fu, la storia del jazz lo ha ampiamente dimostrato. Da un certo punto di vista è possibile tracciare un parallelo tra Eric Dolphy e Ornette Coleman, per vie delle concezioni armoniche che sono simili per entrambe, ma, a mio parere il messaggio di Dolphy è più coerente ed il suo talento è financo maggiore. Tuttavia, in ultima analisi, l'artista deve essere giudicato in base al suo lavoro, sebbene confronti e contrasti giochino un ruolo importante nel plasmare qualsiasi opinione. Lo stile e la scrittura di Eric Dolphy vivono di una propria peculiare ed originalissima dimensione. E’ così che a volte lo si può ascoltare come se quasi ribollisse di ritmo, di fermento. Una musica quella di Dolphy che è piena di linee nette e al contempo sinuose che coinvolgono l'ascoltatore in un vortice espressivo impressionante. L'impatto concreto del suo lavoro sta nella sua sempre sorprendente esibizione di queste emozioni. E’ difficile categorizzare in modo preciso la sensibilità ed il feeling dell'opera di Dolphy: furia espressiva, impressionismo, creatività, originalità. Dei tre strumenti (sax alto, flauto e clarinetto basso) che usa in questa registrazione, e che spesso ha usato in carriera, il suo iconico clarinetto basso è il più intrigante. Difficile ascoltare un suono paragonabile a quello che questo gigante del jazz ottiene con questo strumento un po' dimenticato. Nel registro superiore, il suono si avvicina a quello di un sax contralto, ma questa descrizione non coglie forse il sapore della sua unicità. Nel registro inferiore, il sound non si discosta troppo dal timbro solitamente associato a questa ancia. Dolphy tuttavia produce un tono decisamente più tormentato di quello che si è abituati a sentire dal clarinetto basso. Va detto che, per quanto Dolphy sia in grado di interpretare magistralmente tutti e tre gli strumenti in modo originale e variato, c'è un filo diretto che li lega insieme: il potere di trasmettere emozioni dal musicista all'ascoltatore. Questo è in ultima analisi il segno distintivo di un vero artista. Il trombettista Freddie Hubbard, suo sodale in questa e altre registrazioni a venire, mostra un'abilità lirica e una fermezza che sono in contrasto con la sua relativa giovinezza. Il suo tono chiaro e l'eccellente fraseggio esaltano le sue idee musicali. Il suo assolo sul brano 245 suona malinconico, ma illuminato sia pure con improvvise impennate. On Green Dolphin Street lo trova in uno stato d'animo alla Miles Davis, tuttavia la somiglianza è solo superficiale poichè il lavoro di Hubbard è più sereno, forse meno cupo di quello di Davis. Il musicista che in questo album cattura meglio lo spirito di Dolphy è curiosamente il pianista Jaky Byard. Il suo modo di suonare è infatti ruvido come quello del leader, ma si ha la sensazione che il suo strumento gli impedisca di esprimersi al meglio. Dopotutto, ci sono cose che puoi fare con gli strumenti ad ancia che sono impossibili al pianoforte. Ad esempio, nel suo assolo sul brano G.W. suona un passaggio piuttosto dissonante in cui le voci si muovono in tutte le direzioni, come se stesse cercando di ottenere più del possibile dal suo pianoforte. George Tucker svolge con coerenza e abilità il suo ruolo di accompagnamento, ma non contento di tenere solo il tempo, dialoga con ogni solista sottolineando i fraseggi di ciascuno. E poi c’è Roy Haynes: uno dei migliori batteristi di sempre, e qui come in altre registrazioni, appare come la fonte da cui gli altri traggono la spinta per costruire i loro assoli, le loro armonie, le loro melodie. Straordinario, come è d’altra parte straordinario il costante pulsare della voce di Eric Dolphy. Sempre originale, innovativo, un passo avanti. Outward Bound è un album bellissimo, che ci apre una finestra sul mondo di uno dei più grandi musicisti che il jazz abbia conosciuto. Eric si impose subito come uno dei solisti più dotati sotto ogni punto di vista (armonico, ritmico, melodico e timbrico). Dolphy è stato uno dei musicisti di jazz più originali della storia. Mai scontato, mai superficiale e soprattutto molto originale. L’originalità è forse la caratteristica più importante per un musicista jazz e lui suonava in un modo inimitabile, che non aveva precedenti e che non ha avuto imitatori. Morì, a soli 36 anni, a Berlino, il 29 giugno 1964. Visse poco, troppo poco, ma lasciò all’umanità una straordinaria eredità artistica.

Pharoah Sanders – Moon Child


Pharoah Sanders – Moon Child

Pharoah ‘Farrell’ Sanders (nato nel 1940) è stato senza dubbio una figura di spicco nel mondo del jazz di cui è stato, fino al 2002, anno della sua scomparsa, una delle ultime leggende viventi: i suoi legami artistici con musicisti iconici come Sun Ra e John Coltrane ne testimoniano l’indiscusso valore. Il suo modo davvero originale ed unico di interpretare la tecnica del sassofono tenore gli ha fatto guadagnare uno status di alto livello sia tra gli stessi musicisti jazz, che tra i critici e gli appassionati. Tuttavia bisogna anche sottolineare che la sua fama non ha mai raggiunto le vette di popolarità dei grandi nomi della musica afroamericana. All’inizio della sua carriera Sanders era più che altro interessato alla musica blues, ma il suo insegnante di liceo lo indirizzò verso il jazz e questo ha portato Farrell in una direzione completamente nuova. Una volta completate le superiori, Sanders si trasferì ad Oakland, dove ebbe la possibilità di lavorare con musicisti di alto calibro, come i sassofonisti Sonny Simmons e Dewey Redman (che in seguito sarebbero diventati grandi forze nel nuovo jazz e del free jazz). Presto il giovane Pharoah avrebbe incontrato anche John Coltrane e si sarebbe sentito definitivamente attratto dalla vita da musicista professionista. All'inizio degli anni Sessanta Sanders si trasferì nuovamente, questa volta a New York, dove stava crescendo la scena jazz più importante di quegli anni. Qui trascorse la maggior parte del tempo ad affinare le sue abilità rifugiandosi alla corte del singolare pianista/tastierista Sun Ra, il quale gli attribuì il soprannome di Pharoah. Purtroppo non guadagnava molto con l’originalissima e particolare Arkestra di quest’ultimo, così presto si ritrovò a vivere per strada, cercando di stare sveglio tutta la notte a suonare per poi dover cercare soldi durante il giorno per poter sopravvivere. Sanders registrò il suo album di debutto per la ESP poco dopo, ma fu solo quando iniziò a suonare con il suo vecchio amico John Coltrane che scatenò completamente la furia del suo sassofono nel mondo del free jazz. I dischi su cui Pharoah Sanders suonò per Coltrane gettarono le basi di ciò che sarebbe venuto dopo sia nel nascente e iconoclastico free jazz, sia per egli stesso come musicista. Dopo la tragica morte di Coltrane, Sanders registrò anche con Alice Coltrane, la vedova di John, nell'album Karma, che è universalmente riconosciuto come il suo capolavoro. Insieme alla stessa Alice Coltrane ed al cantante Leon Thomas, Sanders contribuì a creare il genere dello spiritual jazz. A questo punto della sua carriera e nell'album che vi presento oggi (Moon Child, registrato nel 1989), Sanders si era disimpegnato da quel genere di stridente avanguardia su cui aveva inizialmente puntato la sua carriera. Qui Sanders suona con una formazione di tutto rispetto composta da Stafford James (Sun Ra) al basso, William Henderson (Roy Ayers) al piano ed Eddie Moore (Sonny Rollins) alla batteria. Moon Child, con la sua voce piacevolmente spaziale, ricorda i giorni di "The Creator Has a Master Plan" e questo stato d'animo maggiormente rilassato ed onirico è mantenuto per tutto l'album grazie anche alla scelta delle melodie in esso proposte. In questo lavoro il leggendario sassofonista si è chiaramente reinventato come un improvvisatore più tradizionale, capace di un sound ponderato e riflessivo. Ci sono voci quasi New Age che rimandano ad un’atmosfera mistica ed accattivante e curiosi riferimenti astrologici. Un album che suona intrigante e complessivamente piacevole, quasi sorprendente se paragonato ai suoi lavori più all’avanguardia. Pochi jazzisti possono eguagliare la sua padronanza del "groove", ma soprattutto egli si distingue per una originalità ed una personalità più uniche che rare. Moon Child è un fantastico album, contenente alcune sessioni di registrazione svoltesi in Francia del 1989. E’ un ottimo viatico per avvicinarsi ad un sassofonista il cui stile è conosciuto da sempre per i suoni violentissimi ed estremi, che però qui risultano notevolmente ammorbiditi. Inoltre è uno dei pochi in grado di padroneggiare la tecnica del cosiddetto "Sheets of Sound". Questa forma di espressione musicale, creata da John Coltrane, utilizza linee di improvvisazione estremamente dense ma strutturate, composte da arpeggi ad alta velocità e modelli di scale eseguiti in rapida successione: centinaia di note che vanno dal registro più basso a quello più alto. Sanders può non essere facilmente digeribile da alcuni ma rappresenta comunque uno dei più grandi specialisti del sax. il Faraone di Little Rock è riuscito come pochi a trovare un miracoloso punto di equilibrio e di fusione tra la spiritualità illuminata e il fervore religioso del maestro John Coltrane, il verbo afrofuturista di Sun Ra e la spinta globalista di Don Cherry. Un jazzista nel senso più profondo, antico e vero del termine; ma anche uno strumentista formidabile, un sassofonista che ha lasciato una traccia indelebile nella storia del suo strumento, approdando a una magistrale maturità dopo l'iconoclastia degli esordi.

Joe Baione – Vibe Check


 Joe Baione – Vibe Check

Nella storia del jazz è nota agli appassionati una relativa rarità di specialisti del vibrafono. Questo resta uno dei misteri di questo genere musicale. Nonostante la bellezza naturale del suono dello strumento e la sua innegabile importanza storica ben testimoniata dalla bravura e dalla fama dei suoi più famosi esponenti, come Lionel Hampton, Milt Jackson e Bobby Hutcherson, sono relativamente pochi gli artisti che hanno scelto di eleggere il vibrafono come loro principale mezzo di espressione. Fortunatamente, un personaggio come Joe Baione ci dimostra che il retaggio dei grandi del passato è in ottime mani ed anche al giorno d’oggi è possibile godere del fascino indiscutibile del vibrafono. Il musicista di origine italiana ha appena pubblicato un nuovo album, intitolato Vibe Check, che presenta al meglio da un lato il sound del vibrafono e dall’altro propone un jazz vibrante e dinamico nel solco della tradizione. Alcuni dischi richiedono tempo per appassionare, mentre altri catturano fin dal primo ascolto. Vibe Check rientra senza dubbio in quest'ultima categoria. Joe è supportato da una eccellente band con Duane Eubanks alla tromba, Toru Dodo al piano, Marco Panascia al basso e Jerome Jennings alla batteria, insieme alla figlia di Baione, Alexis Baione, ospite in qualità di cantante. Vibe Check offre un mix unico di moderna creatività e fascino nostalgico, riuscendo a trovare un punto di equilibrio tra l’estetica degli anni Sessanta ed una fresca sensibilità contemporanea. Con questa sua uscita, Baione ha creato un album tanto vivace quanto coeso. Vibe Check si apre con "The Journey", che lancia l’ascolto con il suo swing allegro e il suo serrato lavoro d'insieme. La chimica tra i musicisti è evidente in tutto il lavoro, poiché ogni musicista ha il suo momento per brillare. Il vibrafono di Baione è in primo piano, il suo tocco è molto espressivo ed il fraseggio decisamente ricco d’inventiva. Ciò fornisce le basi per una palpitante conversazione musicale. Una traccia di spicco, "Come Close", introduce un groove ispirato al reggae con i testi scritti e cantati dalla figlia di Baione, Alexis. La sua interpretazione vocale e il ritmo irresistibile della canzone creano una traccia che appare fresca e nuova, pur adattandosi perfettamente alla struttura jazzistica dell'album. "Hot Mama" prende una piega diversa, portando con sé un ritmo latino che spinge al movimento ma non manca di destare attenzione. Il suo groove ballabile così come le improvvisazioni evidenziano la capacità di Baione di infondere il jazz tradizionale con un tocco contemporaneo. Tracce come "Lulu" mettono in mostra come l'energia swingante del bop sia nelle corde del musicista. "Lost Control" canalizza invece lo spirito di leggende del soul-jazz come Blue Mitchell e Horace Silver con il suo groove ispirato al boogaloo, forte di una bella melodia. Va detto che un album come Vibe Check delinea in qualche misura un quadro del percorso artistico e professionale di Joe Baione. Dopo 27 anni di carriera come direttore d’orchestra in una scuola pubblica, Baione si è dedicato completamente al suo sogno di produrre un album jazz di livello mondiale. La sua passione e dedizione traspaiono, non solo nel suo modo di suonare, ma anche nelle sue composizioni e nei bellissimi arrangiamenti. Molte delle tracce, tra cui "Lost Control", "Faith Is My Destiny" e "Quiet Ways", sono rivisitazioni di canzoni scritte dal padre di Baione più di 40 anni fa: questo aggiunge un tocco molto personale al disco. La band qui riunita è ugualmente di notevole spessore artistico. Eubanks porta calore e lirismo ai suoi assoli di tromba, mentre il lavoro al pianoforte di Dodo brilla per finezza ed energia. Panascia ancora il gruppo con le sue linee di basso sempre melodiche, e la batteria di Jennings sa essere sia propulsiva che delicata. Insieme, creano un suono innegabilmente moderno ma intriso di tradizioni jazz classiche. Con Vibe Check, Baione dimostra di essere non solo un maestro del vibrafonismo, ma anche un narratore, intrecciando storia personale, legame familiare e passione per il jazz in un album coerente ed accattivante. Sia che lo si giudichi per le sue melodie orecchiabili, sia che si valutino le performance virtuosistiche, o ancora per i nostalgici richiami al jazz di metà secolo, Vibe Check soddisfa tutti i requisiti e non mancherà di risultare molto apprezzato da un vasto pubblico di ascoltatori.

Bill O’Connell - Touch


Bill O’Connell - Touch

Bill O'Connell è un pianista jazz, insegnante e bandleader. È principalmente associato al jazz latino e all'hard bop. Ha studiato pianoforte all'Oberlin Conservatory of Music, ma ha vissuto principalmente a New York o a Long Island. Insegna pianoforte jazz alla Mason Gross School for the Arts presso il campus New Brunswick della Rutgers University, nel New Jersey. Questo album segna il ritorno di Bill O'Connell al formato del trio jazz, il suo primo dopo l’album di debutto, intitolato Searching, della fine degli anni '70. Insieme ai suoi collaboratori di lunga data, il bassista Santi Debriano e il batterista Billy Hart, l'album presenta principalmente composizioni originali di O'Connell, insieme a pezzi notevoli come Maiden Voyage di Herbie Hancock, un contributo di Santi Debriano e selezioni di H. Ruby e B. Kalmar, così come J. Baker, G. Fragos e D. Gasparre. Lo stile compositivo di Bill O'Connell è abbagliante, caratterizzato da una notevole profondità ritmica e da un'estetica calda e passionale. Nonostante la natura intricata delle composizioni e degli arrangiamenti, l'album rimane notevolmente accessibile. In una città come New York, dove il jazz è sia una passione che una tradizione, O'Connell brilla come un vero "musicista dei musicisti". Rinomato per la sua brillantezza armonica, la chiarezza del suo fraseggio e le melodie evocative, suona con una intesità che incarna l'essenza stessa del titolo dell'album, Touch. Per i pianisti, "touch", tocco, si riferisce alla sfumatura e alla maestria con cui si disimpegnano con il loro strumento, una qualità che O'Connell infonde in ogni traccia con squisita finezza e limpidezza esecutiva. L'album evoca un'atmosfera semplice ma al contempo molto stimolante. Si è invitati a sedersi, ascoltare e lasciarsi incantare dall'armoniosa interazione del trio, la cui sinergia risuona gioiosamente in ogni nota. Questa musica vibrante, con la sua energia contagiosa, ci proietta mirabilmente dentro l’alchimia del classico trio jazz. La carriera di Bill O'Connell si snoda attraverso quattro decenni, a cominciare con l'ensemble di  jazz latino di Mongo Santamaria nel 1977 fino a comprendere collaborazioni con leggende come Chet Baker, Sonny Rollins e Gato Barbieri. Anche il suo precedente album in studio, A Change is Gonna Come, è molto interessante ed è stato elogiato dalla critica: vuole essere una risposta musicale alle tensioni sociali dei nostri giorni. Con questo Touch, il suo diciassettesimo album da leader, O'Connell dimostra ancora una volta la sua versatilità, fondendo la padronanza tecnica con uno spirito esplorativo da innovatore, al contempo intimo e dinamico. Questo è senza dubbio uno dei migliori album per trio jazz che si può ascoltare al giorno d’oggi. In Touch, O'Connell crea un linguaggio molto personale, conseguenza di uno stile così distintivo da aver contribuito senza dubbio alla sua fama. Il disco offre alcuni omaggi agli artisti che Bill più ammira, in particolare nella sua interpretazione di Three Little Words. Qui è evidente la sua venerazione per il genio armonico di Thelonious Monk. Un artista che richiede tempo ed attenzione per essere apprezzato fino in fondo, ma che in ultimo rivela la sua grandezza. Allo stesso modo, ci vuole del tempo per apprezzare appieno la ricchezza di questo album. I suoi contenuti regalano una grande soddisfazione dall'inizio alla fine, guadagnandosi così un posto tra i lavori che si possono definire imperdibili e, nel contesto della musica odierna, financo essenziali.

Poogie Bell Band – Get On The Kit


Poogie Bell Band – Get On The Kit

Ebbi modo di ascoltare dal vivo Poogie Bell ad un concerto di Marcus Miller e rimasi incantato dalla sua tecnica e dalla sua energia. Un corpulento e talentuoso batterista capace di proporre ritmi complessi, swing e groove sofisticati, conditi da una tecnica sopraffina. Poogie Bell oltre che un batterista è un compositore, un arrangiatore e un produttore discografico. Ha suonato e registrato con Chaka Khan, Luther Vandross, Herbie Hancock, Marcus Miller, Stanley Clarke, Erykah Badu, John Scofield, David Sanborn, Joe Sample, Al Jarreau, e molti altri. Da tempo guida la Poogie Bell Band, il suo gruppo jazz fusion. Poogie è nato a Pittsburgh nel 1961 e lì ha trascorso i suoi primi anni. Figlio di Charles Bell che era un pianista jazz, si può dire che sia cresciuto con la musica nel sangue. Talento naturale e precocissimo fece il suo debutto in concerto suonando con suo padre alla Carnegie Hall di Pittsburgh quando non aveva ancora compiuto 5 anni. La famiglia di Poogie si trasferì a New York City, dove suo padre divenne professore di musica e continuò a esibirsi con il suo quartetto. A New York Poogie conobbe Max Roach e Ornette Coleman che qualche volta suonavano con suo padre nella loro casa. Il grande bassista Paul Chambers era un loro vicino. Con queste premesse, Poogie iniziò la sua carriera professionale suonando e collaborando con i migliori musicisti dell’epoca ed esplorando un ampio ventaglio di generi. Get On The Kit è il secondo album con la sua band, uscito nel lontano 2006. Un lavoro che fonde tocchi di moderno jazz con le atmosfere delle buone vecchie composizioni fusion in stile anni '70. Il tutto è sapientemente mescolato con un ottimo gusto improvvisativo, sul quale Poogie innesta accenni di R&B, Hip-Hop e Rock. Get On the Kit presenta non solo lo straordinario basso di Marcus Miller, la cui fama è ormai planetaria, ma anche un creativo lavoro di chitarra fusion di Juan Vasquez e la precisa ed intelligente mano di Howie Alexander alle tastiere. La sezione fiati è composta da maestri come Ian Gordon (tromba), Reggie Watkins (trombone) e Tony Campbell (sassofono contralto). Inutile sottolineare come la presenza di Marcus Miller sia di per sè un plus di inestimabile valore, ma va anche ribadito che la personalità di Poogie Bell sia ben delineata, così come il suo formidabile talento batteristico. Poogie è davvero uno dei migliori sulla piazza e probabilmente non gode di tutta la considerazione che invece meriterebbe. Le tracce tendono verso il funk e la fusion soprattutto in alcuni dei primi pezzi dell'album: lo si può sentire in brani come l'introduttiva "Hi There" per sola batteria e nella successiva e dinamica "Dark and Happy". "Jamestown" mette in mostra una brillante sezione di ottoni che aggiunge più peso alla già formidabile linea funk della canzone. La fusion e il jazz animate dal colore degli anni '70 e '80 sono comunque un’influenza evidente in tutto questo album. Un fattore che si può apprezzare dal modo in cui "Adolescence" utilizza i fiati di ispirazione classica in combinazione con il groove dettato dal basso elettrico ed il sound del clavinet. Ritmo e synth caratterizzano "Pay Attention!", mentre il basso è martellante in "Creepin'. "Funky Helmet" esibisce una energetica modernità basata sui sintetizzatori che creano una combinazione molto interessante, qualcosa in grado di ammaliare l'ascoltatore. Purtroppo le note di copertina non forniscono informazioni dettagliate sui musicisti coinvolti: è presente solo un lungo elenco di ospiti ma non c'è modo di sapere in quali tracce si esibiscano. Un piccolo inconveniente di fronte ad un grande risultato sonoro. La Poogie Bell Band offre un programma musicale perfettamente tagliato sulle esigenze di chi ama la batteria, la ritmica e più in generale un suono funk fusion praticamente perfetto. Come detto, Bell è un batterista strordinario, uno dei migliori attualmente in circolazione: creativo, vario, funambolico ma anche raffinato ed intelligente. Get On The Kit è un album da ascoltare ed apprezzare per la tecnica, per la musica e soprattutto per il suo irresistibile e contagioso groove.