Eric Dolphy - Outward Bound


Eric Dolphy - Outward Bound

Questo album rappresenta il momento nel quale il notevole talento di Eric Dolphy trovò il suo vero punto di partenza. La rampa di lancio per una carriera folgorante e sfortunata. Outward Bound è il primo lavoro della sua discografia da solista. Sulla base di ciò che ho, con il tempo, assorbito e compreso da questa storica pubblicazione del 1960, posso senza dubbio affermare che questo musicista non poteva che diventare uno dei jazzisti più importanti ed iconici del quinquennio tra il 1960 e il 1964. E così fu, la storia del jazz lo ha ampiamente dimostrato. Da un certo punto di vista è possibile tracciare un parallelo tra Eric Dolphy e Ornette Coleman, per vie delle concezioni armoniche che sono simili per entrambe, ma, a mio parere il messaggio di Dolphy è più coerente ed il suo talento è financo maggiore. Tuttavia, in ultima analisi, l'artista deve essere giudicato in base al suo lavoro, sebbene confronti e contrasti giochino un ruolo importante nel plasmare qualsiasi opinione. Lo stile e la scrittura di Eric Dolphy vivono di una propria peculiare ed originalissima dimensione. E’ così che a volte lo si può ascoltare come se quasi ribollisse di ritmo, di fermento. Una musica quella di Dolphy che è piena di linee nette e al contempo sinuose che coinvolgono l'ascoltatore in un vortice espressivo impressionante. L'impatto concreto del suo lavoro sta nella sua sempre sorprendente esibizione di queste emozioni. E’ difficile categorizzare in modo preciso la sensibilità ed il feeling dell'opera di Dolphy: furia espressiva, impressionismo, creatività, originalità. Dei tre strumenti (sax alto, flauto e clarinetto basso) che usa in questa registrazione, e che spesso ha usato in carriera, il suo iconico clarinetto basso è il più intrigante. Difficile ascoltare un suono paragonabile a quello che questo gigante del jazz ottiene con questo strumento un po' dimenticato. Nel registro superiore, il suono si avvicina a quello di un sax contralto, ma questa descrizione non coglie forse il sapore della sua unicità. Nel registro inferiore, il sound non si discosta troppo dal timbro solitamente associato a questa ancia. Dolphy tuttavia produce un tono decisamente più tormentato di quello che si è abituati a sentire dal clarinetto basso. Va detto che, per quanto Dolphy sia in grado di interpretare magistralmente tutti e tre gli strumenti in modo originale e variato, c'è un filo diretto che li lega insieme: il potere di trasmettere emozioni dal musicista all'ascoltatore. Questo è in ultima analisi il segno distintivo di un vero artista. Il trombettista Freddie Hubbard, suo sodale in questa e altre registrazioni a venire, mostra un'abilità lirica e una fermezza che sono in contrasto con la sua relativa giovinezza. Il suo tono chiaro e l'eccellente fraseggio esaltano le sue idee musicali. Il suo assolo sul brano 245 suona malinconico, ma illuminato sia pure con improvvise impennate. On Green Dolphin Street lo trova in uno stato d'animo alla Miles Davis, tuttavia la somiglianza è solo superficiale poichè il lavoro di Hubbard è più sereno, forse meno cupo di quello di Davis. Il musicista che in questo album cattura meglio lo spirito di Dolphy è curiosamente il pianista Jaky Byard. Il suo modo di suonare è infatti ruvido come quello del leader, ma si ha la sensazione che il suo strumento gli impedisca di esprimersi al meglio. Dopotutto, ci sono cose che puoi fare con gli strumenti ad ancia che sono impossibili al pianoforte. Ad esempio, nel suo assolo sul brano G.W. suona un passaggio piuttosto dissonante in cui le voci si muovono in tutte le direzioni, come se stesse cercando di ottenere più del possibile dal suo pianoforte. George Tucker svolge con coerenza e abilità il suo ruolo di accompagnamento, ma non contento di tenere solo il tempo, dialoga con ogni solista sottolineando i fraseggi di ciascuno. E poi c’è Roy Haynes: uno dei migliori batteristi di sempre, e qui come in altre registrazioni, appare come la fonte da cui gli altri traggono la spinta per costruire i loro assoli, le loro armonie, le loro melodie. Straordinario, come è d’altra parte straordinario il costante pulsare della voce di Eric Dolphy. Sempre originale, innovativo, un passo avanti. Outward Bound è un album bellissimo, che ci apre una finestra sul mondo di uno dei più grandi musicisti che il jazz abbia conosciuto. Eric si impose subito come uno dei solisti più dotati sotto ogni punto di vista (armonico, ritmico, melodico e timbrico). Dolphy è stato uno dei musicisti di jazz più originali della storia. Mai scontato, mai superficiale e soprattutto molto originale. L’originalità è forse la caratteristica più importante per un musicista jazz e lui suonava in un modo inimitabile, che non aveva precedenti e che non ha avuto imitatori. Morì, a soli 36 anni, a Berlino, il 29 giugno 1964. Visse poco, troppo poco, ma lasciò all’umanità una straordinaria eredità artistica.

Pharoah Sanders – Moon Child


Pharoah Sanders – Moon Child

Pharoah ‘Farrell’ Sanders (nato nel 1940) è stato senza dubbio una figura di spicco nel mondo del jazz di cui è stato, fino al 2002, anno della sua scomparsa, una delle ultime leggende viventi: i suoi legami artistici con musicisti iconici come Sun Ra e John Coltrane ne testimoniano l’indiscusso valore. Il suo modo davvero originale ed unico di interpretare la tecnica del sassofono tenore gli ha fatto guadagnare uno status di alto livello sia tra gli stessi musicisti jazz, che tra i critici e gli appassionati. Tuttavia bisogna anche sottolineare che la sua fama non ha mai raggiunto le vette di popolarità dei grandi nomi della musica afroamericana. All’inizio della sua carriera Sanders era più che altro interessato alla musica blues, ma il suo insegnante di liceo lo indirizzò verso il jazz e questo ha portato Farrell in una direzione completamente nuova. Una volta completate le superiori, Sanders si trasferì ad Oakland, dove ebbe la possibilità di lavorare con musicisti di alto calibro, come i sassofonisti Sonny Simmons e Dewey Redman (che in seguito sarebbero diventati grandi forze nel nuovo jazz e del free jazz). Presto il giovane Pharoah avrebbe incontrato anche John Coltrane e si sarebbe sentito definitivamente attratto dalla vita da musicista professionista. All'inizio degli anni Sessanta Sanders si trasferì nuovamente, questa volta a New York, dove stava crescendo la scena jazz più importante di quegli anni. Qui trascorse la maggior parte del tempo ad affinare le sue abilità rifugiandosi alla corte del singolare pianista/tastierista Sun Ra, il quale gli attribuì il soprannome di Pharoah. Purtroppo non guadagnava molto con l’originalissima e particolare Arkestra di quest’ultimo, così presto si ritrovò a vivere per strada, cercando di stare sveglio tutta la notte a suonare per poi dover cercare soldi durante il giorno per poter sopravvivere. Sanders registrò il suo album di debutto per la ESP poco dopo, ma fu solo quando iniziò a suonare con il suo vecchio amico John Coltrane che scatenò completamente la furia del suo sassofono nel mondo del free jazz. I dischi su cui Pharoah Sanders suonò per Coltrane gettarono le basi di ciò che sarebbe venuto dopo sia nel nascente e iconoclastico free jazz, sia per egli stesso come musicista. Dopo la tragica morte di Coltrane, Sanders registrò anche con Alice Coltrane, la vedova di John, nell'album Karma, che è universalmente riconosciuto come il suo capolavoro. Insieme alla stessa Alice Coltrane ed al cantante Leon Thomas, Sanders contribuì a creare il genere dello spiritual jazz. A questo punto della sua carriera e nell'album che vi presento oggi (Moon Child, registrato nel 1989), Sanders si era disimpegnato da quel genere di stridente avanguardia su cui aveva inizialmente puntato la sua carriera. Qui Sanders suona con una formazione di tutto rispetto composta da Stafford James (Sun Ra) al basso, William Henderson (Roy Ayers) al piano ed Eddie Moore (Sonny Rollins) alla batteria. Moon Child, con la sua voce piacevolmente spaziale, ricorda i giorni di "The Creator Has a Master Plan" e questo stato d'animo maggiormente rilassato ed onirico è mantenuto per tutto l'album grazie anche alla scelta delle melodie in esso proposte. In questo lavoro il leggendario sassofonista si è chiaramente reinventato come un improvvisatore più tradizionale, capace di un sound ponderato e riflessivo. Ci sono voci quasi New Age che rimandano ad un’atmosfera mistica ed accattivante e curiosi riferimenti astrologici. Un album che suona intrigante e complessivamente piacevole, quasi sorprendente se paragonato ai suoi lavori più all’avanguardia. Pochi jazzisti possono eguagliare la sua padronanza del "groove", ma soprattutto egli si distingue per una originalità ed una personalità più uniche che rare. Moon Child è un fantastico album, contenente alcune sessioni di registrazione svoltesi in Francia del 1989. E’ un ottimo viatico per avvicinarsi ad un sassofonista il cui stile è conosciuto da sempre per i suoni violentissimi ed estremi, che però qui risultano notevolmente ammorbiditi. Inoltre è uno dei pochi in grado di padroneggiare la tecnica del cosiddetto "Sheets of Sound". Questa forma di espressione musicale, creata da John Coltrane, utilizza linee di improvvisazione estremamente dense ma strutturate, composte da arpeggi ad alta velocità e modelli di scale eseguiti in rapida successione: centinaia di note che vanno dal registro più basso a quello più alto. Sanders può non essere facilmente digeribile da alcuni ma rappresenta comunque uno dei più grandi specialisti del sax. il Faraone di Little Rock è riuscito come pochi a trovare un miracoloso punto di equilibrio e di fusione tra la spiritualità illuminata e il fervore religioso del maestro John Coltrane, il verbo afrofuturista di Sun Ra e la spinta globalista di Don Cherry. Un jazzista nel senso più profondo, antico e vero del termine; ma anche uno strumentista formidabile, un sassofonista che ha lasciato una traccia indelebile nella storia del suo strumento, approdando a una magistrale maturità dopo l'iconoclastia degli esordi.